Addio permessi umanitari: abrogazione per decreto

Lo “schema di decreto legge” abroga i “permessi di soggiorno per motivi umanitari”. Li abroga “di fatto” – usiamo l’espressione letterale della “relazione illustrativa” – perché limita a soli tre casi la possibilità, per i migranti, di accedere alla “tutela umanitaria”. La relazione del Viminale analizza il fenomeno, distinguendo fra le tre possibilità previste, dal sistema vigente, per accedere alla protezione internazionale: lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria, i motivi umanitari. Lo status di rifugiato (legato alla persecuzione personale prevista nei casi elencati espressamente dalla Convenzione di Ginevra) riguarda oggi il 7 per cento dei riconoscimenti. La protezione sussidiaria (legata alla condizione generale del suo Paese di provenienza: l’esistenza ad esempio di un conflitto armato in corso) ammonta al 15 per cento.

Infine la protezione umanitaria (che è un caso “residuale”, poiché riguarda il richiedente che corre dei rischi, nel suo paese, ma non rientrano nei casi previsti dalla Convenzione di Ginevra, né sono legati a un conflitto armato generalizzato) si attesta nel 2018 al 28 per cento. Cifre che rendono la “tutela umanitaria”, secondo il Viminale, “il beneficio maggiormente riconosciuto” nonostante debba essere “utilizzato in ipotesi di eccezionale e temporanea gravità”. E che deve quindi essere nei fatti abrogato. Lo schema del decreto è stato discusso ieri dai rappresentanti del Viminale, del ministero di Giustizia, della Pubblica amministrazione e degli Esteri e dovrebbe essere varato tra due sedute del Consiglio dei ministri.

Il decreto intende limitare a tre casi la possibilità di concedere la tutela umanitaria: “condizioni di salute di eccezionale gravità”, “situazioni contingenti di calamità naturale nel paese di origine”, il premio per “il cittadino straniero che abbia compiuto atti di particolare valore civile”.

“Se viene meno la protezione umanitaria, che era uno strumento residuale”, commenta l’avvocato Guido Savio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, “potrebbe ritrovare attualità l’asilo previsto dall’articolo 10 della Costituzione, che ne ricomprende molte forme”. In sostanza: il migrante potrebbe chiedere ugualmente la protezione umanitaria, ma tramite lo strumento costituzionale.

Ristretti i casi nei quali concedere la tutela umanitaria, il decreto passa a moltiplicare i casi in cui, qualsiasi tipo di permesso, può essere revocato in caso di condanna. Il decreto “inserisce ipotesi delittuose di particolare gravità che destano allarme sociale”. Nel caso concreto, compare però anche la “resistenza a pubblico ufficiale”. “E non si tratta di un reato che desta grave allarme sociale”, commenta Savio. Seguono la “violenza e alla minaccia a pubblico ufficiale”, “lesioni personali gravi e gravissime”, “mutilazione degli organi femminili”, “furto e furto in abitazione aggravati dal porto d’armi o narcotici”. Il rifugiato rischia di perdere il suo status se rientra nel suo Paese. Ma c’è di più. E qui il decreto si inoltra in territori che faranno discutere parecchio. L’argomento riguarda i migranti “in attesa della definizione del procedimento di convalida del provvedimento di espulsione disposta con accompagnamento alla frontiera”. La bozza del decreto prevede che “lo straniero possa permanere in strutture idonee – diverse dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio – nella disponibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza”. “Il che – spiega l’avvocato Guido Savio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione – può significare anche in una cella di sicurezza, nonostante questa restrizione della libertà personale non sia stabilità secondo i criteri previsti dall’articolo 13 della Costituzione, ovvero: casi e modi determinati per legge. E in questo caso infatti non sono determinati per legge”. E ancora: “la materia di accoglienza dei richiedenti asilo sarà prestata esclusivamente nei centri deputati dal decreto legislativo del 2008”. Secondo l’Asgi “piuttosto che potenziare il sistema Sprar – che è gestito dai comuni – vengono di fatto favoriti i centri di accoglienza straordinari gestiti dalle cooperative”.

Si prolunga anche il periodo di trattenimento nei centri per i rimpatri, che passa “dagli attuali 90 giorni ai sei mesi”. “Considerato che il sistema delle espulsioni non ha mai funzionato strutturalmente”, continua Savio, “incrementare la durata del trattenimento non risolve il problema e, per di più, maggiormente sui costi di gestione. Non solo: se lo stato di provenienza non identifica lo straniero, si può soltanto ordinargli di andar via con le sue gambe, rischiando di incrementare così la sacca di clandestinità che sarà a disposizione della criminalità”.

Secondo l’Arci siamo dinanzi a “un pesante passo indietro”, una “pietra tombale sul diritto d’asilo”. Il Tavolo Asilo, che rappresenta le principali organizzazioni, chiede di “incontrare i gruppi parlamentari e le commissioni competenti”.

Il cancelliere austriaco Kurz: “Non possiamo lasciare sola l’Italia”

“Non possiamo lasciare solo un membro dell’Ue sotto pressione nella questione migratoria. Negli ultimi anni la pressione l’hanno subita la Germania, la Svezia e l’Austria, ora si è spostata da un’altra parte”. Lo ha detto il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, in un’intervista sulla rivista tedesca Der Spiegel in edicola oggi. Popolare ma vicino alle posizioni fortemente ostili all’immigrazione del Gruppo di Visegrad, Kurz a proposito della ridistribuzione dei migranti sbarcati sul suolo europeo ha detto: “La mia priorità è un’altra. L’Egitto è già pronto a riprendersi le persone che sono partite da lì. Dobbiamo fare la stessa cosa con la Libia, il Marocco o la Tunisia, insieme ad una cooperazione più forte con la guardia costiera”. Di fronte alle domande dei giornalisti che ricordano come gli Stati africani si siano più volte dichiarati indisponibili, Kurz chiarisce: “Se dipendesse da me, quelli che non hanno alcuna possibilità di ottenere asilo, non dovrebbero affatto arrivare nella Ue, ma tornarsene prima possibile nei loro Paesi d’origine o nei paesi di transito”. Sul vertice informale europeo del 20 settembre, il cancelliere si augura che “ci sia un avanzamento nella questione Brexit”.

Voti e sesso in cambio di un alloggio: 7 arresti

“Èimportantissimo per il futuro mio… dimostrare questa capacità di aggregare persone… mi raccomando aggrega il più possibile, è un’occasione importante”. L’occasione erano le elezioni amministrative di Lecce nel 2017. I voti, quindi. La merce di scambio erano invece le case popolari, assegnate a piacimento, anche scavalcando i primi in lista. Il meccanismo è emerso nell’inchiesta sfociata in diverse misure cautelari. Tra gli indagati – ma senza richiesta di arresto – anche un senatore leghista.

In cella sono finiti Umberto Nicoletti e Nicola Pinto, soggetti ritenuti legati alla malavita organizzata, accusati del pestaggio, nel 2015, dell’uomo che nel 2013 con la sua denuncia dette il via all’inchiesta. Ai domiciliari, gli ex assessori Attilio Monosi e Luca Pasqualini (consiglieri comunali nel centrodestra), il consigliere comunale Antonio Torricelli (Pd) e due dirigenti comunali. Obbligo di dimora per due donne che, secondo gli inquirenti, mettevano in contatto gli abitanti della zona 167 della città, considerata l’epicentro del voto di scambio, con gli interessati a ottenere i voti.

Gli indagati sono 48: tra questi il senatore leghista Roberto Marti, accusato di abuso d’ufficio e falso ideologico. Dal 2004 al 2010 è stato assessore in quota centrodestra a Lecce ai Servizi sociali, ai progetti mirati e alle pari opportunità.

Il sistema che emerge dalle indagini – condotte dalla procura di Lecce e dalla Guardia di Finanza – secondo gli investigatori era datato nel tempo. In alcuni casi non è neanche più possibile esercitare l’azione penale.

Il gip parla di una “totale ‘disponibilità’, senza remore, dei funzionari ad assecondare le indicazioni clientelari dei vari politici interessati alle diverse pratiche, tanto da dar vita a una forma di chiaro ‘asservimento’”. Un consigliere comunale avrebbe agevolato l’assegnazione di una casa a una donna che, per ottenerla, si sarebbe “concessa” al politico in due occasioni, nell’ufficio dell’uomo. La donna – riporta il capo di imputazione – “all’insaputa del coniuge, scambiava con Luca Pasqualini messaggi telefonici, con i quali si rendeva disponibile a ricambiare con atti sessuali la prestazione all’impiego a concludere la vicenda dell’assegnazione dell’alloggio”.

A luglio e novembre 2014 si sarebbero tenuti gli incontri in ufficio: a luglio, il consigliere prima “dava disposizioni per accelerare l’esecuzione del sopralluogo tecnico-strumentale al promesso scambio di alloggio”, a novembre “chiedeva indicazioni alla donna in ordine alla tipologia di casa richiesta, rassicurandola che avrebbe provveduto nei termini da lei richiesti”.

Diciotti, avviso per sequestro Salvini: “Io eletto, i giudici no”

Gli articoli del codice penale sono l’81 e il 605: sequestro di persona aggravato e continuato per avere trattenuto illegalmente per dieci giorni a bordo del pattugliatore Diciotti 177 migranti raccolti nel Canale di Sicilia al largo di Lampedusa il giorno di Ferragosto. Via il capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, non più indagato – “mi auguro – ha detto – di contribuire a dimostrare che nessun reato è stato commesso” – nella rete della Procura di Palermo guidata da Franco Lo Voi resta il solo ministro dell’Interno Matteo Salvini, accusato di un reato per il quale rischia fino a 15 anni. Che ieri ha reagito attaccando i magistrati: in diretta Facebook ha letto ai 25 mila utenti collegati la comunicazione del procuratore Lo Voi giunta al Viminale, cercando di accreditare quella che per lui è la vera notizia: “Questo ministro è stato eletto da voi, a questo ministro voi avete chiesto di controllare i confini e i porti, di limitare gli sbarchi ed espellere i clandestini: me lo avete chiesto voi, quindi vi ritengo amici e complici, altri non sono eletti da nessuno e non devono rispondere a nessuno”.

All’attacco del ministro dell’Interno, che non è certo il primo nei confronti della magistratura ma è più frontale di altri, ha reagito l’Anm che parla di “chiaro stravolgimento dei principi costituzionali”. Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm esprime “forte preoccupazione” e denuncia “espressioni lesive del prestigio e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario”. Un mezzo altolà arriva anche dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede: “Non può pensare di far tornare l’Italia alla Seconda Repubblica”. E Luigi Di Maio fa i suoi distinguo: “Sulla vicenda della nave Diciotti sapevamo che le decisioni erano decisioni forti ma noi le rivendichiamo come governo e abbiamo dato il nostro sostegno, detto questo non si può dare sostegno alle accuse ai magistrati”. Salvini potrebbe farsi interrogare, ha fatto sapere che chiederà la difesa dell’Avvocatura dello Stato perché, dice, “non ho da tempo da perdere con gli avvocati”.

L’indagine potrebbe riservare sorprese. La Procura avrebbe chiesto al Tribunale dei Ministri di ricostruire nei dettagli la catena di comando delle decisioni che hanno impedito, per dieci giorni, lo sbarco di uomini, donne e inizialmente anche dei minori bloccati nel porto di Catania sulla Diciotti. Una richiesta di acquisire telex, fonogrammi, mail e comunicazioni di ogni tipo tra il comando della Guardia Costiera, la plancia della Diciotti, il Viminale e il ministero della Difesa. Così si allargherebbe il campo dell’indagine. Se da un lato, infatti, i pm di Palermo hanno sensibilmente scremato l’atto di accusa del procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, cancellando l’altra ipotesi di sequestro di persona a scopo di coazione dell’Ue e quelle di arresto illegale, omissione di atti di ufficio e gli otto abusi di ufficio, considerati assorbiti dal reato principale, dall’altro avrebbero chiesto al Tribunale dei Ministri di accertare con esattezza i protagonisti della trasmissione delle decisioni, per individuare nuovi livelli di responsabilità.

Salvini, nel suo show su Facebook, se l’è presa con i giudici “che si dicono di sinistra” e ha ironizzato: “Avrei sequestrato 100 persone scappate dalla guerra, e 75 di questi a cui è stato offerto vitto e alloggio sono spariti… li metti in albergo e scappano”. Poi ha citato anche i suoi soliti “nemici” che, ha detto, “si fregheranno le mani’’, tra cui Roberto Saviano, Gad Lerner, Matteo Renzi, Fiorella Mannoia. Mi dicono che rischio fino a 15 anni. Pazienza, mi verrete a trovare a San Vittore. Io non mollo di un millimetro”. I 15 anni ipotizzati dal vice premier nascono dalla formulazione dell’articolo 605 e da uno dei possibili calcoli delle attenuanti e delle aggravanti, che nascono dalla sua qualità di pubblico ufficiale e dalla presenza di minori tra le persone offese

Adesso la “palla’’ passa al Tribunale dei ministri di Palermo, presieduto dal gip Fabio Pilato e formato dai giudici Giuseppe Sidoti e Filippo Seri, che hanno novanta giorni di tempo per svolgere le attività istruttorie e trarre le conclusioni. Al termine potranno chiedere l’archiviazione del fascicolo o rivolgersi al Senato per l’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.

Scrivono di Di Maio solo se fa gaffe

Dura la vita del ministro del Lavoro invisibile. Luigi Di Maio per certi giornali si nota solo se fa gaffe (e ne fa) o se si esibisce improvvidamente sul web. Se firma un accordo che salva circa 13 mila posti di lavoro allora può andare anche nelle brevi di cronaca. Ieri due giornali molto diversi tra loro (ai lettori trovare l’unico filo che può unirli), Il Giornale e Repubblica non concedevano nemmeno un francobollo in prima pagina all’accordo sull’Ilva. Niente di niente come se il fatto, che cambia non poco le vicende industriali del Paese, non avesse importanza. Il Giornale pubblica la notizia a pagina 10, Repubblica addirittura a pagina 22. A Marchionne, buonanima, se spostava la macchina di posto gli avrebbero garantito il primo piano. Ma Di Maio, appunto, piace solo se fa gaffe. Se ne esce con il corpo umano composto di acqua al 90% (sic)? Fotografia sui siti, sberleffi (come questo) e risate di gusto. Repubblica gli dedica ormai una rubrica fissa, spesso a pagina 8 che per comodità potrebbero chiamare Di Maio fa cose. L’altro giorno era su “appunto” invece di “a punto”, il giorno prima su Google, domani chissà. Ma se per caso, una volta tanto, fa il ministro sul serio, allora è meglio girarsi dall’altra parte. E ridere.

“M5S lascia l’immunità ai nuovi padroni”

Si sono risvegliati nelle tende, dopo una notte trascorsa nella piazza del salotto buono di Taranto. I manifestanti che ieri hanno chiuso la 24 ore del sit in di protesta contro l’accordo definito “infame” firmato dal governo con Arcelor Mittal per la cessione dell’Ilva.

Un evento di protesta, ma anche di confronto che ha portato alla stesura di un documento in cui i manifestanti hanno annunciato la “fase iniziale di un nuovo percorso che possa portare ad azioni condivise per il riscatto della città”. Una città che tuttavia non c’è. Nel giorno in cui i manifestanti hanno dato vita al sit in, i tarantini sembravano più attratti dall’inaugurazione del nuovo centro commerciale. Anche questo, forse, ha alimentato la rabbia e la delusione di chi invece è sceso in piazza per mostrare il proprio dissenso per le promesse fatte campagna elettorale e poi tradite. “Taranto ha imparato a convivere con il suo problema – ha commentato Alessandro Marescotti di Peacelink – come se non ci fosse nulla da fare. Avere una soluzione sveglierebbe le coscienze, ma finora i tarantini hanno collezionato solo batoste. Per questo non vanno in piazza”. Gli sforzi, ora si concentrano sull’immunità penale del nuovo padrone dell’acciaio ionico: forse è proprio questo l’emblema del tradimento dell’M5s.

Da Roma interviene Angelo Bonelli, ex consigliere comunale dei Verdi a Taranto: “Nella vicenda IIva – scrive – è impressionante il silenzio su un tema fondamentale come la garanzia concessa a Mittal di avere l’immunità penale. Fino a pochi mesi fa Di Maio ha rilasciato interviste in cui attaccava questa norma che secondo lui avrebbe garantito impunità per i danni alla salute. Ora ha cambiato idea e nemmeno ha il coraggio di spiegarne la ragione”.

“Taranto è stata tradita” hanno ripetuto i manifestanti più volte chiedendo “azioni forti di tutti i cittadini e le dimissioni degli eletti 5Stelle a Taranto”. Anche la giornalista e conduttrice Valentini Petrini, tarantina di nascita, che negli anni è diventata uno dei simboli della lotta per un ambiente pulito con il concerto del primo maggio organizzato dal Comitato Liberi e pensanti, attacca: “Che faranno oggi – scrive sul blog del Fatto – questi parlamentari stellati? Resteranno al loro posto? Si dimetteranno? Come spiegheranno al territorio che l’unica strada possibile era quella di Calenda, fino a qualche giorno fa il loro grande nemico”.

Le dimissioni, però, non arriveranno. Al Fatto Rosalba De Giorgi, deputata tarantina contestata due giorni fa proprio dai manifestanti in piazza a Taranto, ha ribadito che non ci saranno dimissioni. Ha spiegato di aver cercato informazioni sulla procedura e ha aggiunto che non è semplice. Anche lei ha ammesso che non si tratta di una vera e propria vittoria, almeno non quella che avrebbero sperato, ma insiste nel sottolineare l’impegno profuso da tutti: “nessun Governo prima di questo si era impegnato così tanto per Taranto”. “Passate al Gruppo Misto” l’ha incalzata qualcuno. Nemmeno questo sarà fatto. “Era l’unica strada. Grillo non l’ho sentito”, ha detto ieri Di Maio.

Ilva: dopo il lavoro, la corsa per salvare anche la salute

L’accordo Ilva ha vinto la sfida dei posti di lavoro. Ora si tratta di capire se vincerà anche quella della salute. Entrambi diritti di rango costituzionale, l’uno non può sopravanzare l’altro.

ArcelorMittal, nell’addendum con cui ha preso impegni sul fronte ambientale e sociale sembra voler fare sul serio. Innanzitutto procedendo alla copertura dei parchi minerali, fonte principale della diffusione di polveri sottili e tossiche che infestano in particolare il quartiere Tamburi di Taranto.

Nel rapporto di Valutazione del danno sanitario (Vds) redatto dall’Arpa pugliese in collaborazione con l’Agenzia regionale per la salute, la relazione diretta tra malattie tumorali ed esposizione all’ambiente inquinato dalla fabbrica è indubbia: “A tali conclusioni si giunge altresì alla luce dei dati contenuti nel recente rapporto del Registro Tumori Taranto 2017. Tali dati confermano che nell’area si registra un’incidenza, per la maggior parte delle patologie tumorali, superiore all’atteso”.

Mittal si impegna a completare la copertura dei parchi ferrosi con 18 mesi di anticipo rispetto a quanto prescritto dal Dpcm del 2017 che costituisce il documento vincolante per l’operazione di affidamento degli impianti. Comunque non prima di gennaio 2020. I parchi di carbone, invece, verranno completati almeno 13 mesi prima di quanto previsto, quindi a giugno 2020.

Il secondo intervento punta a installare i filtri per la depolverizzazione dell’impianto di sinterizzazione (l’agglomerazione tra carbone e ferro) anche qui con 6 e 8 mesi di anticipo rispetto alle prescrizioni (si finirà a giugno 2021 e dicembre 2022). Per quanto riguarda le cokerie, l’impegno è quello di migliorare l’impianto di desolforazione entro 36 mesi dall’entrata di ArcelorMittal”, quindi, se tutto va bene, a fine 2021. L’obiettivo complessivo, da raggiungere anche con l’aumento del rottame ferroso nel processo di raffinazione della ghisa, è quello di arrivare, entro il 2023, a “una riduzione delle emissioni di CO2 per tonnellata di acciaio liquido pari al 15%”. Anche per questo servirà una calmierazione della produzione a 8 milioni di tonnellate annue (oggi la produzione è a circa 4 milioni) con la possibilità di andare oltre ma solo con “processi di produzione a basso utilizzo di carbone (quali processi di produzione a base di gas naturale).

Gli impegni sono venduti molto bene, il documento che li contiene è sapientemente redatto e illustrato. Solo che quegli interventi andavano completati al massimo nel 2015-2016, due anni fa, mentre si otterranno fra tre anni.

A Taranto sono abituati alle promesse di risanamento ambientale, almeno dal 2012, quando l’Ilva fu riconosciuta area in situazione di crisi industriale complessa. Da quella data i provvedimenti amministrativi, nazionali e addirittura di rango costituzionale, come le sentenza della Consulta 85/2013, hanno cercato di far applicare regolarmente la tutela della salute, con un limite alle proroghe per gli adempimenti ambientali, che finora non sono stati mai applicati.

L’associazione Peacelink, in prima linea per un risanamento integrale, lo scorso 29 agosto ha affisso simbolicamente sulla porta del ministero dell’Ambiente, ispirandosi a Martin Lutero, “50 tesi sull’Ilva” in cui si pongono problemi di grande rilevanza. In particolare il tema della “rilevanza penale” dell’operazione con un governo che vende o affitta impianti “sottoposti a sequestro penale”. Gli ambientalisti, infatti, contestano all’accordo siglato la vigenza della “immunità penale” per i nuovi amministratori prolungata fino al 2023. “L’immunità penale garantisce allo stabilimento un valore economico che altrimenti non avrebbe”. Ma questo “contrasta con il principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione italiana”.

Ad ArceloriMittal si contestano gli alti costi da inquinamento scaricati sulla popolazione nell’impianto di Gand, in Belgio, negli ultimi dieci anni, compresi tra i 1,043 e 3,12 miliardi di euro. In dieci anni l’affitto dell’Ilva costerà 1,8 miliardi di euro, cifra al di sotto dei danni provocati.

Gli ambientalisti, di fatto, sostengono che quegli impianti sono pienamente fuori legge e andavano chiusi già diversi anni fa se non fossero intervenute proroghe stabilite per decreto legge. In fondo anche ArcelorMittal beneficia di ulteriori proroghe, riuscendo a mettersi in regola solo nel 2020 o 2021, a seconda degli interventi. Sempre che anche questo limite non venga prorogato ancora.

Profumo (Leonardo) sfila a Fincantieri l’affare Vitrociset

Il cda di Leonardo (Finmeccanica) ha deciso ieri di esercitare il diritto di opzione sull’acquisto della Vitrociset, piccola ma strategica società elettronica, che ha mille dipendenti e 163 milioni di ricavi ma è il fornitore decisivo dei radar all’Enav, l’ente dei controllori di volo. La mossa dell’amministratore delegato Alessandro Profumo ha messo in grave imbarazzo il governo Conte. Vitrociset era in vendita da tempo e si era candidata all’acquisto solo un’altra società pubblica, la Fincantieri guidata da Giuseppe Bono, che gode di grande popolarità sia tra i ministri leghisti sia tra quelli pentastellati. Profumo, avendo in mano l’1,5 per cento del capitale ma soprattutto il diritto di prelazione in caso di vendita, dopo la formalizzazione dell’offerta di Bono ha deciso di far scattare il suo stop. Sullo sfondo c’è la guerra tra i due manager per la supremazia nel settore pubblico della difesa. Bono, con il consenso del governo, lavora da mesi per soppiantare Finmeccanica come azienda militare di bandiera. Profumo ha usato l’ultima arma (l’opzione Vitrociset) per stopparlo e il governo non è stato in grado di mediare.

“Ci sono criticità”, agli atti un monte di sms e chat

“Ci sono criticità”. Trenta telefoni sotto esame. Quindici di vertici, tecnici e dipendenti di Autostrade. Tutti quelli che possono essersi occupati del ponte; indagati, ma non solo. Oltre un anno di sms e chat. Oltre alle email. Sarà un lavoro lunghissimo quello degli uomini della Guardia di Finanza che hanno raccolto 13 terabyte di materiale informatico. Ma già a una primissima scrematura una parola è stata ‘catturata’ dai sistemi di ricerca degli investigatori: “Criticità”, che ricorre più volte. Ora sarà compito degli uomini delle Fiamme Gialle capire se si riferisca proprio alla sicurezza del ponte. E se sia accompagnata da una maturata preoccupazione per le condizioni del Morandi.

Per questo le conversazioni più importanti sono quelle più recenti. Soprattutto da maggio in poi, quando intorno al ponte gli abitanti cominciarono a segnalare cadute di calcinacci. Ma ci sono anche i messaggi che sono stati scambiati nelle ore e nei giorni immediatamente successivi al crollo. Una frase, una parola potrebbero essere decisivi per le indagini.

“La A24 è sicura, anzi no”. Stop ai fondi. Le due versioni sulla Strada dei Parchi

Stessi uffici, due risposte diverse. Nel giro di tre mesi, il ministero delle Infrastrutture ha prima sostenuto che l’autostrada Roma-L’Aquila-Pescara fosse sicura, salvo poi avvisare che i viadotti hanno invece “urgente bisogno di manutenzione ordinaria e straordinaria” anche “ai fini sismici”. La circostanza emerge da un carteggio depositato martedì alla Regione Lazio, dove il presidente della Commissione Trasporti, Fabio Refrigeri, aveva convocato i concessionari per fare il punto sulla sicurezza dei tracciati.

Breve riassunto. Il 28 agosto, 14 giorni dopo il disastro di Genova, l’ufficio territoriale di Roma della direzione che vigila sulle autostrade ha risposto ai dubbi delle associazioni abruzzesi con una lettera allarmata. Il responsabile, Placido Migliorinio, spiega di non essere in grado di dire se l’autostrada sia sicura perché non ha potuto effettuare i controlli per mancanza di personale. Poi però condivide i timori “circa la necessità di interventi urgenti di manutenzione ordinaria e straordinaria, oltreché per la messa in sicurezza ai fini sismici delle opere”. Eppure, tre mesi prima, ad aprile, il superiore di Migliorino, Vincenzo Cinelli, che un anno fa ha preso il posto di Mauro Coletta, storico dominus della vigilanza, scriveva il contrario: nessuna urgenza di nuovi lavori.

La storia è sintomatica di come la burocrazia ministeriale gestisce le emergenze. Il 23 aprile Strada dei Parchi, la concessionaria del gruppo Toto che gestisce la A24 e la A25 scrive al premier Paolo Gentiloni e chiede i soldi per completare “i lavori di messa in sicurezza dei viadotti esposti a rischio sismico”. Li impone una legge del 2017 a seguito del terremoto di Amatrice che ha danneggiato l’autostrada. I soldi li mette lo Stato, ma parte dei finanziamenti sono a disposizione solo dal 2022. La concessionaria chiede di anticiparli perché, se non arrivano, non può fare la manutenzione straordinaria sui viadotti e “declina sin d’ora ogni connessa assunzione di responsabilità” per “le conseguenze in termini di sicurezza”. Un mese prima, a marzo, l’ad Cesare Ramadori aveva già avvisato che senza fondi “a causa dei frequenti eventi sismici che seguitano a manifestarsi nel Centro Italia, sarebbe posta nuovamente in pericolo l’incolumità degli utenti”. Cinelli risponde il 28 aprile: “Gli interventi emergenziali – scrive – sono stati interamente definiti nel Programma cd. di ‘antiscalinamento’”, 170 milioni spesi per evitare che i tratti dei viadotti si scollino tra loro.

Secondo la società, però, nella relazione tecnica della legge 2017 il Ragioniere dello Stato impone di effettuare tutti i lavori “entro il 2018”, e chiede di anticipare i 192 milioni disponibili dal 2022. Cinelli è perentorio: non fanno parte di quelli “emergenziali” e quindi “potranno essere adeguatamente considerati solo in occasione della formalizzazione del nuovo Piano economico finanziario”, che però è scaduto nel 2013 e da 5 anni è impantanato nella trattativa col ministero. Insomma, per gli uffici dell’allora ministro Graziano Delrio, non c’è urgenza di altri lavori e, se ne deduce, nessun rischio immediato. La lettera di Cinelli è stata determinante nel giugno scorso per spingere il Tar del Lazio a respingere il ricorso di Toto che chiedeva di avere le risorse in anticipo. Eppure, due mesi dopo, dalla sua direzione arriva l’allarme sulla sicurezza dell’autostrada. È stato il crollo del ponte Morandi per far cambiare idea ai vigilanti? Dopo l’addio di Delrio, oggi il ministro Danilo Toninelli valuta di sbloccare i soldi prima e far pesare l’intervento nella trattativa per il rinnovo del Pef. Nelle intenzioni iniziali di Toto valeva 6 miliardi, eliminando i viadotti, cifra poi ridotta a 3, equivalenti ai lavori da fare. L’ultima versione concordata con Delrio prevede un prolungamento della concessione di 10 anni, al 2048, un indennizzo di subentro di 1,2 miliardi e un aumento del 3,5% annuo delle tariffe. Per il ministero è troppo generoso, e si avvia a ridiscuterlo.