La guerra dei rinvii per nascondere tutte le concessioni

Anziché affannarsi sulle date delle “pressioni” ricevute dai signori delle autostrade per nascondere le concessioni, il ministero doveva pubblicare tutto subito, visto che glielo imponeva l’Anac (e la legge). Invece il predecessore, Graziano Delrio, e poi gli stessi uffici guidati dal nuovo inquilino, Danilo Toninelli, hanno impiegato mesi, tra rimpalli e richieste inutili. E solo dopo il crollo del Morandi è arrivato il via libera a pubblicare i documenti.

Ieri Toninelli è tornato a difendersi dopo che nei giorni scorsi ha denunciato le “pressioni” svelando le lettere dell’Aiscat, la Confindustria dei concessionari, e di Autostrade per l’Italia (Aspi) che si opponevano minacciando azioni legali, ma inviate quando c’era Delrio. “Il ministero non muore con il cambio del ministro perché alcuni dirigenti sono rimasti. Io gli ho chiesto di pubblicare i documenti e loro hanno detto no”, ha ribadito. In effetti in via Nomentana hanno fatto di tutto per ritardare l’evento. Un terrore, o forse altro, ha pervaso gli uffici del Mit. A leggere il carteggio con l’Anac si resta sbalorditi.

Le concessioni sono rimaste segrete per 20 anni, nonostante siano state siglate con Anas, spa pubblica, e poi aggiornate col ministero. Così ai concessionari sono stati garantiti regali miliardari senza nessun controllo.

A dicembre 2017 il senatore M5S Andrea Cioffi, oggi sottosegretario ai Trasporti, fa un esposto all’Anac per chiedere di pubblicarle. L’Anac ha l’autorità in materia di trasparenza dal 2013, ma nessuno al ministero aveva mai pensato di chiedergli un parere. A gennaio 2018, l’Authority scrive alla Direzione vigilanza sulle concessionarie autostradali – da pochi mesi guidata da Vincenzo Cinelli, indagato per il disastro di Genova insieme al suo predecessore Mauro Coletta, per 13 anni dominus dell’ufficio – e dice che è un obbligo pubblicare tutto, perché sono contratti pubblici e l’interesse pubblico è preminente. Invece di farlo, il Mit chiede ai concessionari il permesso. Risposta dell’Aiscat (11 gennaio): assolutamente no, “ci sono incomprimibili interessi di natura economica, commerciale e industriale”. A quel punto, negli uffici di Delrio si inventano la soluzione geniale: rigirano la palla all’Anac e nel frattempo pubblicano le concessioni, ma senza gli allegati decisivi, come i Piani economico-finanziari che custodiscono le stellari remunerazioni degli investimenti che assicurano pedaggi sempre crescenti. La pubblicazione avviene alle 17, quella di Aspi compare solo in serata.

Sorpresa dalla cosa, il 15 febbraio l’Anac riscrive al ministero e ribadisce che va pubblicato tutto. La lettera ricorda il principio che separa i cittadini dai sudditi di un emirato: il controllo pubblico degli atti. “La sana gestione della rete autostradale è resa possibile proprio attraverso il controllo degli eventi che riguardano il concessionario – scrive l’Autorità di Raffaele Cantone – e che in nessun caso devono arrecare pregiudizio all’interesse pubblico alla gestione dell’autostrada in piena sicurezza per gli utenti e con la realizzazione dei necessari investimenti”. Per questo “non consentire la consultazione dei Pef impedisce il controllo sull’effettivo perseguimento dell’interesse pubblico sotteso alle gestioni concessorie, violando un principio cardine del nostro ordinamento”. Chiede poi al ministero di fornire “reali e concrete motivazioni” per impedire la pubblicazione, visto che quelle finora elencate non stanno in piedi. Uno legge e pensa: adesso pubblicano tutto. E invece no: dagli uffici di Cinelli inizia un nuovo intenso scambio di lettere con i concessionari, che fanno il diavolo a quattro. Autostrade scrive due lettere, evocando il sinistro rischio che venga commesso il reato di aggiotaggio. Anac ribadisce in aprile che sono motivazioni risibili. Il ministero non si adegua. Si badi bene: non è una scelta politica, è un obbligo di legge. Nel 2014, regnante Maurizio Lupi, Coletta respinse la richiesta del presidente della neonata Autorità dei Trasporti, Andrea Camanzi, non un passante, di avere i documenti spiegando che si trattava di dati sensibili per i concessionari. Eppure parliamo dell’Authority del settore, a cui il governo Monti, con un regalo ai signori delle autostrade, ha concesso di regolare solo le concessioni “nuove”, cioè quasi nessuna.

Il 2 giugno a Delrio subentra Toninelli. Parte l’input a pubblicare tutto. Passano altre due settimane e il 19 giugno Cinelli chiede un ulteriore, inutile, parere all’ufficio Foia (Freedom of Information Act) della Funzione pubblica, visto che – si legge – ha ricevuto richieste di accesso agli atti. La richiesta resta lì ferma per due mesi. Solo il 21 agosto, sette giorni dopo il disastro di Genova, arriva la risposta pleonastica: la legge “riserva” all’Anac il controllo sulla pubblicazione degli atti. Cinque giorni dopo, Aspi pubblica il Pef 2013 (ma si scorda quello del 2007) per bruciare Toninelli. Lo stesso giorno il Mit pubblica tutte le concessioni. Storia emblematica della burocrazia paralizzata, ma che non sembra aver insegnato molto. Da giorni l’associazione abruzzese Soa aspetta che il Mit gli mostri il nuovo Pef della Strada dei Parchi in discussione. Cinelli si è opposto per 4 mesi, con il solito parere alla Funzione pubblica. Il responsabile per la Trasparenza del Mit gli ha dato torto venerdì. Il ministero ancora non si è adeguato. Soa ricorrerà alle Procure.

Email notturna al ministro: “Autostrade non c’entra”

“Abbiamo segnalato le criticità del ponte. È sicuramente un caso, ma da allora non abbiamo proseguito il lavoro sul Morandi”. Questo ha riferito Fabrizio Gatti, manager di Cesi – società di consulenza ingegneristica e strutturale tra le più note – quando pochi giorni fa è stato sentito come persona informata sui fatti dalla Squadra Mobile di Genova che indaga sul ponte. Una frase che ha attirato l’attenzione degli investigatori.

La polizia era andata al Cesi per sequestrare lo studio sul Morandi commissionato nel 2015 da Autostrade. Non solo: gli investigatori erano interessati a una mail inviata da un manager di Cesi ai vertici di Autostrade poche ore dopo il disastro. Una lettera che poi Autostrade passò al Ministero delle Infrastrutture.

È mezzanotte e otto minuti del 15 agosto. Il disastro del ponte Morandi è avvenuto appena dodici ore prima. E in piena notte una mail parte da una manager commerciale di Cesi (non indagata). Destinatario Enrico Valeri di Autostrade (non indagato). Oggetto: “Report Cesi sul viadotto Valpolcevera”. Una comunicazione urgente che dopo poche ore finisce proprio sulle scrivanie dei piani alti del Ministero delle Infrastrutture. Il Fatto due giorni dopo ne dà notizia e subito il contenuto appare rilevante per gli investigatori: la mail ad Autostrade dopo il disastro assolve la società. Mentre il dettagliato studio precedente – realizzato da Ismes, controllata di Cesi – contiene precise indicazione di allarme.

Ecco cosa scrive la dirigente di Cesi (la società non è toccata dall’inchiesta) la notte dopo il disastro: “A nostro avviso il ponte ha mantenuto pressocché inalterata la sua risposta dinamica nel tempo, nonostante la vetustà della struttura, il variare delle condizioni di traffico, la particolare esposizione ambientale e la severa esposizione al rischio idrogeologico dell’aria. Anche questo vecchio studio è nel nostro archivio a vostra disposizione”. Ma il messaggio va oltre: “Dal nostro punto di vista, le attività di gestione e sorveglianza del ponte sono state adeguate e svolte con la dovuta diligenza. Riteniamo piuttosto che le cause di quanto tragicamente occorso siano da rintracciarsi nel vizio progettuale originario di una struttura complessa e inconsueta (d’altra parte ci sono soltanto tre ponti Morandi nel mondo) e che questo possa aver generato un collasso imprevisto e non riconducibile ai parametri dell’ingegneria classica”. Il verdetto pare chiaro: la colpa non è di Autostrade, ma del progetto originario. Il messaggio riassume così il contenuto delle analisi compiute sul ponte: “Le procedure di ispezione sono state considerate adeguate. È stato tuttavia suggerito, quale proposta migliorativa, di aumentare la frequenza dei controlli”. E poco oltre: “Il sistema di monitoraggio statico – in funzione sul ponte – è stato considerato adeguato. Al fine di rilevare fenomeni dinamici, ossia variabili temporalmente in modo rapido, è stato suggerito quale proposta migliorativa, di adottare un sistema dinamico”.

Ma il rapporto di Cesi di due anni e mezzo prima pareva più allarmante. Tanto che la società dichiarò al cronista: “Noi di Ismes abbiamo suggerito ad Aspi (che si occupa di vigilanza per Autostrade, ndr) di aumentare la frequenza di alcune ispezioni e implementare un sistema di monitoraggio dinamico, ossia continuo, del ponte Morandi in presenza di fenomeni rapidamente variabili (es. vento, traffico, sisma, ecc.)”. Fino all’ultimo passaggio: “Al momento Ismes non è a conoscenza dell’effettivo utilizzo o implementazione, da parte del cliente, delle informazioni e dei suggerimenti da lei indicati nei rapporti oggetto dell’incarico”. I toni delle due comunicazioni sono diversi. Tanto che fonti autorevoli Cesi-Ismes commentano: “Le parole contenute nella mail del 15 agosto che parlano di ‘difetti progettuali’ e assolvono Autostrade non sono attribuibili a noi. Sono scelta del tutto personale della dipendente. Non abbiamo compiuto rilievi strutturali”.

Ma che cosa è successo nella notte tra il 14 e il 15 agosto e perché è partita quella mail ‘assolutoria’ che Autostrade ha fornito al ministero?

Intanto ieri a Genova sono stati consegnati gli avvisi di garanzia ai venti indagati. Destinatari – più ancora che figure di Autostrade – i componenti della Commissione Ministeriale che doveva dare il via libera al progetto di retrofitting dei piloni. Tra questi, a sorpresa, anche Mario Servetto, noto professore di ingegneria civile a Genova. Che aiuta a ricostruire come quel progetto passò il vaglio pubblico. Ma durante quei lavori emersero elementi di preoccupazione legati alla sicurezza? “No. Non se ne parlò. Direi che se qualcuno ne poteva essere a conoscenza… erano quelli di Autostrade”. E voi della Commissione? “Non era il nostro compito, dovevamo pronunciarci sulla validità del progetto di recupero, che era valido”. Ma voi avevate a disposizione gli studi del Cesi e del Politecnico che sollevavano preoccupazioni? “Sì, erano negli allegati. Il relatore li ha letti tutti, noi li abbiamo sfogliati quella mattina. C’erano molti esperti di prim’ordine. Però, ripeto, non toccava a noi”. Si sente tranquillo con la sua coscienza? Non potevate chiedere approfondimenti sullo stato attuale del ponte e chiuderlo? “Mi sento tranquillo, abbiamo esaminato il progetto di retrofitting. Certo, da quel giorno mi chiedo, con il senno di poi, se qualcosa si poteva fare”.

Prima gli italiani

Siccome Salvini è un tipo fin troppo sveglio, si esclude che non capisca. Perciò l’unica spiegazione è che finga di non capire, sperando che i suoi numerosi elettori e fan non capiscano un fatto molto semplice: la Lega Nord, col suo ex tesoriere Francesco Belsito, il suo ex segretario Umberto Bossi e i suoi tre ex “revisori dei conti” (ahahah), ha rubato 51 milioni di euro al Parlamento, cioè ai cittadini. Ha presentato carte false per farsi rimborsare tutti quei quattrini per spese e investimenti privati e personali (diamanti in Tanzania, lauree taroccate in Albania ecc.) spacciati per esborsi politico-elettorali. La stessa cosa, per importi inferiori, han fatto consiglieri regionali e comunali di FI, Pd, Lega &C. con le truffe sui rimborsi dei gruppi consiliari che, dopo le inchieste e le sentenze, han visto gli indagati e i condannati candidati ed eletti in questo Parlamento (il che rende ridicoli i moralismi di Renzi &C. in casa d’altri). Dei 51 milioni rubati dalla Lega, il Tribunale di Genova che ha condannato in primo grado Belsito, Bossi e i tre sedicenti revisori (tutti e cinque per truffa e il primo pure per appropriazione indebita) è riuscito a sequestrarne solo 2: gli altri 49 sono spariti. Che siano stati spesi, come sostiene la Lega, o dirottati su conti segreti, come sospettano i pm, poco importa. Il derubato, cioè il Parlamento, cioè noi, si è costituito parte civile e il Tribunale gli ha riconosciuto il sacrosanto diritto di riavere indietro la refurtiva.

La legge non solo consente, ma impone il sequestro preventivo dei beni equivalenti al bottino sottratto anche prima che la sentenza diventi definitiva: altrimenti il condannato in primo grado che sa di perdere i quattrini dopo il terzo, li fa sparire subito e, quando arriva la Cassazione con la confisca definitiva, la vittima resta con un pugno di mosche. Dunque il Tribunale di Genova dispose il sequestro dei 49 milioni mancanti dopo la prima sentenza (quella d’appello arriverà tra poche settimane). La Lega ricorse al Riesame, che le diede ragione. La Procura impugnò in Cassazione, che a luglio confermò il sequestro. L’altroieri il nuovo Riesame ha recepito il messaggio, ordinando di prelevare da tutte le casse della Lega l’equivalente della somma rubata e sparita. D’ora in poi – salvo nuovi, disperati ricorsi in Cassazione – qualunque somma donata da parlamentari o privati alla Lega, o a società, onlus, fondazioni a essa legate, verrà incamerata dai magistrati fino ad accumulare 49 milioni. Per un partito all’antica come la Lega, con sedi e circoli sul territorio, è una pessima notizia. E cambiare nome servirà a poco.

Salvini ha già levato “Nord” dal logo senza riuscire giuridicamente a distaccarsi dalla pesante eredità del passato. Anche perché la Lega maroniana si costituì parte civile contro Belsito, ma poi Salvini fece marcia indietro e ritirò la richiesta di danni all’ex tesoriere: temeva che sapesse qualcosa di compromettente? O solo di riaprire la piaga della penosa vicenda umana e politica di Bossi, della sua malattia e del suo cerchio magico? Dovrebbe spiegarlo, anziché attaccare i giudici che obbediscono alla legge. Poi dovrebbe cambiare non il nome, ma la forma e la sostanza del partito, trasformandolo in un movimento leggero. Un po’ come i 5Stelle, che nel 2013  restituirono 49 milioni – guardacaso la stessa cifra – di finanziamento pubblico e il 4 marzo sono riusciti a raggiungere il 32,5% con una campagna elettorale costata 800 mila euro (tutte micro-donazioni private). L’alternativa è lanciare una mega-colletta tra militanti e simpatizzanti per raccogliere quei 49 milioni (10 euro a elettore), consegnarli al Tribunale e ripartire da zero.
Al momento, comprensibilmente sotto choc, Salvini e i suoi preferiscono prendersela con chi non ha colpe: i pm e i giudici che non hanno “attaccato la Costituzione”, ma – repetita iuvant – obbedito a un obbligo. E l’hanno scritto nella sentenza: “Esiste una precisa disposizione di legge che impone la confisca addirittura come obbligatoria nel caso in esame, senza quindi consentire al giudice alcuno spazio di disapplicazione della norma stessa per i dirigenti pro tempore di un partito politico che commettano reati rispetto alle posizioni di qualunque altro imputato”, anche perché “non esiste alcuna norma che stabilisca ipotesi di immunità per i reati commessi dai dirigenti dei partiti politici”. Salvini paragona la sentenza di Genova a quella di un giudice turco che mise fuorilegge un partito di opposizione a Erdogan tagliandogli i viveri. Ma quel partito non aveva dirigenti condannati per truffa: quella sì fu una “sentenza politica”, emessa in un regime antidemocratico; questa è la sentenza di uno Stato democratico su reati comuni commessi da politici. Se avesse voluto dimostrarsi estraneo a quei reati comuni, Salvini – che pure era un dirigente e un parlamentare anche della Lega Nord bossiana – avrebbe dovuto almeno confermare la costituzione di parte civile. E forse non gli sarebbe bastato perché, come notano i giudici del Riesame, “la Lega Nord ha direttamente percepito le somme qualificate in sentenza come profitto del reato in quanto oggettivamente confluite nei conti correnti”: dunque “non può ora invocarsi l’estraneità del soggetto politico rispetto alla percezione delle somme confluite sui suoi conti e dalle quali ha direttamente tratto un concreto e consistente vantaggio patrimoniale”. E anche politico-elettorale: senza il bottino di Belsito &C., la Lega bossiana, maroniana e salviniana avrebbe avuto 51 milioni in meno per le campagne elettorali successive alla grande rapina. Che l’ha avvantaggiata per anni, fino al 4 marzo: ora i voti ottenuti anche grazie a quei soldi se li può tenere, ma il bottino deve restituirlo. Prima gli italiani. O no?

Non fatevi spaventare dalle liste per le vacanze

Assegnato nella lista della prof d’italiano come libro da leggere per l’estate e scelto da mia madre, “L’isola misteriosa” di Jules Verne non mi convinceva molto. Quando ho iniziato a leggerlo, lo descrivevo come un libro molto noioso, ma non sapevo ancora cosa mi attendesse.

Cinque prigionieri della guerra di Secessione americana riescono a fuggire con il loro fidato cane, grazie a una mongolfiera rubata, e arrivano in una terra sconosciuta che decidono di esplorare.

I cinque prigionieri e il cane sono: Cyrus Smith ingegnere, Nab il suo fidato servitore, Top il suo cane, Gedeon Spillet giornalista del “New York Herald”, Bonadventure Pencroff marinaio, e Halbert Brown come un figlio per Pencroff. Dopo essere saliti sulla vetta del vulcano che si staglia in mezzo all’isola e aver esplorato tutto intorno con la vista, decidono di chiamarla “Isola Lincoln” in onore di Abraham Lincoln che all’epoca era il presidente di quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti. Dopo che i “coloni” (come si definiscono) si sono stabiliti sull’isola Lincoln, iniziano ad accadere cose strane: Top viene salvato da una bestia marina e vengono trovate, sulla spiaggia, una cassa piena di equipaggiamenti e, in mare, una richiesta di aiuto in una bottiglia.

All’inizio di questi fatti verrai preso dalla voglia di finire il libro.

 

Pompei, soltanto il disegno può trascendere i limiti della vita

Questo è un fumetto che parla del disegno come strumento per raccontare, ma soprattutto per vivere, anzi, per trascendere i limiti della vita, come osserva Manuele Fior nella postfazione. Perché Pompei è un’opera potente, unica, ma per capirlo non basta sfogliarlo. Il primo impatto con il libro di Frank Santoro, fumettista di Pittsburgh, è un po’ respingente: i disegni sembrano appena abbozzati, più uno storyboard di lavoro che un fumetto compiuto, con tratti veloci, quasi scarabocchi. E già questo è un primo livello: Santoro costringe il lettore ad ammettere che quasi tutto ciò che di solito l’occhio reclama – dettagli, sfondi, rifiniture, colori – è superfluo, non funzionale alla narrazione e alla trasmissione delle emozioni. Poi c’è il secondo livello: il disegno è il mestiere dei protagonisti nella Pompei del 79 dopo Cristo che, senza saperlo, aspetta l’eruzione che la distruggerà. L’affermato pittore che usa la scusa del ritratto per incontrare la principessa sua amante e il giovane assistente che sogna una vita tranquilla con la moglie: entrambi disegnano, uno per avere status, l’altro per emanciparsi e per comunicare i sentimenti che le parole faticano a codificare. Infine il terzo livello: nelle pagine finali l’abbraccio disperato di Marcus e Lucia si scioglie sotto le ceneri e i lapilli, ottenendo l’indesiderata immortalità che spetta agli abitanti di Pompei preservati dalla lava. I due giovani abbracciati, che nell’attesa della morte vivono le esperienze di cui stanno per essere privati, attraverso i disegni su un muro, diventano immagine essi stessi, segni nella cenere. Pompei è un graphic novel che non si iscrive in nessuna corrente, Santoro riesce a scarnificare la sua storia fino a lasciarne esposto il cuore pulsante di lava e sangue che continua a bruciare il lettore anche dopo l’ultima pagina.

 

Contro gli omicidi, il materialismo investigativo di Marx ed Engels

Tutto previsto più di un secolo fa. Dalla globalizzazione al capitalismo finanziario. Era il 1871. E quel circolo vizioso resiste ancora oggi, anno di grazia 2018: “Più macchine, meno lavoratori, più profitti, meno consumatori, più sovrapproduzione”. Marx ed Engels, naturalmente.

Solo che in questo caso i provvidenziali inventori del comunismo – economisti, filosofi e politici allo stesso tempo – sono diventati detective. Il materialismo investigativo per scoprire sì i crimini capitalisti, ma crimini nel vero senso della parola: operai sterminati con iniezioni che inoculano la tubercolosi; disperati che vivono alla giornata – il cosiddetto lumpenproletariat parassita, irrecuperabile alla causa comunista – e vengono ritrovati nel Tamigi senza mani o braccia e con il cervello trapanato.

È l’inferno del proletariato, come il titolo dell’ultimo giallo materialista di Dario Piccotti, noto per aver trasformato da anni Marx ed Engels in una coppia di investigatori. Stavolta, nella Londra del 1871, c’è un medico che si sente Dio e ha promesso a un gruppo di capitalisti inquieti di risolvere a loro favore la questione operaia: trasformare gli sfruttati in uomini-macchine tramite amputazioni e interventi al cervello oppure ucciderli somministrando virus mortali. Nelle pagine di Piccotti, sostenute da un imponente apparato bibliografico, i due teorici del materialismo scientifico sono due amici inseparabili di estrazione borghese che discutono, scherzano, amano la cucina e il vino. Persino l’ispettore, Preston, incaricato di sorvegliarli per conto del regime classista inglese, diventa un loro amico e “collega” di indagini.

 

 

Marc Chagall grandi opere e miniature

È assai raro per un artista essere insieme un visionario progettista di grandi architetture pittoriche e un miniaturista di perfetta concisione. Eppure ne è un esempio Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 1985) capace di affrescare tanto la volta della cupola del Teatro dell’Opéra di Parigi (220 mq) e realizzare grandi vetrate (per le Cattedrali di Chartres, Saint Etienne, Pocantico Hill), quanto precisissime puntesecche (particolare tecnica incisoria) per l’illustrazione di Le Anime morte di Gogol’.

Prova a far riverberare gli avamposti della produzione dell’artista russo l’esposizione “Marc Chagall come nella pittura così nella poesia” che si tiene a Mantova, a Palazzo della Ragione (5.09.2018 – 3.02.2019) dove sono esposte più di 130 opere tra cui proprio le incisioni puntasecca per l’opera di Gogol’ come La tavola imbandita di Sobakevic, Gogol’ e Chagall, Nozdrëv, tutte datate 1923/1925, esempi della sua acuminata fantasia. In mostra anche le illustrazioni realizzate per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia.

Insieme a esse, il ciclo completo dei sette teleri dipinti da Chagall nel 1920 per la sala del Teatro ebraico da camera di Mosca. Il più grande tra essi è Introduzione al teatro ebraico (1920), la più estesa scena allegorica dipinta da Chagall – partizionata in geometrie che dividono in comparti i singoli protagonisti e, nello stesso tempo, li tengono insieme – che rappresenta una lunga processione in cui l’artista stesso si ritrae in braccio al critico d’arte e committente Abram Efros, manifestando una chiara ispirazione al tema della presentazione di Gesù al Tempio. E per rendere l’esperienza totalizzante, nelle sale di Palazzo della Ragione, attorno alle sette opere, viene ricostruito tutto l’ambiente principale del teatro, per il quale Chagall aveva realizzato non soltanto i dipinti parietali, ma anche le decorazioni per la volta del soffitto, il sipario insieme a costumi e scenografie per tre opere teatrali.

Concludono questa importante mostra una doviziosa e meritevole selezione di dipinti e acquerelli tra i più simbolici dell’opera dell’artista russo che provano come sia il colore il vettore del suo magma espressivo: Veduta dalla finestra (1915) dal verde nostalgico, il meditabondo blu e il salvifico dorato de La letteratura (1920) e ancora l’arcobaleno armonico de I musicanti (1911) e il celebre Sopra la città (1918) in cui l’azzurro e il verde chiaro degli abiti della coppia di amanti, quasi li aiutano a volare alto insieme al loro amore.

 

La vita luminosa dietro le sbarre

Guido Barbujani appartiene alla categoria degli scrittori luminosi. Molto noto come biologo evoluzionista, professore di Genetica all’Università di Ferrara, nei suoi saggi scientifici ha tentato di smantellare l’idea che il genere umano sia diviso in diverse razze. E un intento chiarificatore, quasi didascalico sembra essere presente anche nella sua ultima prova narrativa, Tutto il resto è provvisorio. La letteratura non disporrà di Dna analizzabili, ma si avvale di codici espressivi e di definizioni di genere. Barbujani con il suo romanzo crea un clone fra il memoir e il noir, un menoir verrebbe da dire. Il narratore protagonista Guido Schuft è un cinquantenne che dal carcere racconta il repentino cambio nella sua esistenza: imprenditore del nord est, rivenditore di antiquariato, si ritrova di fronte a un bivio. “La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”, scriveva l’aforista polacco Stanislaw Lec.

E stretto dalla tenaglia, fra la vita che obbliga e l’istinto dell’esplorazione, Schuft sceglie la strada dell’ignoto. La piccola impresa di import export che gestisce si apre ai mercati orientali e questa svolta porterà Schuft a confrontarsi con la camorra e con l’affascinante Ilirjana. In entrambi i casi non farà un passo indietro, anzi un gesto estremo lo costringerà alla latitanza e poi all’epilogo, in prigione.

Il contrasto fra il passato libero e il presente prigioniero, fra prima e ora, fra fuori e dentro è uno degli elementi più interessanti, di certo il più stridente, di Tutto il resto è provvisorio. La lucidità quasi gradassa con la quale è descritta la vita precedente non trova un contraltare nel racconto della prigionia. I riferimenti di Schuft dietro le sbarre sono tutti letterari, di pregevolissima letteratura, da Calvino a Cervantes, ma affondano poco nel fango, non si sporcano mai. Davvero un carcerato si paragona al visconte dimezzato o a Don Chisciotte? O ricorda la citazione ascoltata a notte fonda su Radio3? Oppure ironizza su quanto caldo faccia al fresco? Tutte le insidie, le sporcizie, le violenze della detenzione vengono edulcorate. Mentre Sandro Bonvissuto in Dentro restituiva pienamente la puzza, l’orrore del gabbio, Barbujani rimane con la testa (e il corpo) fuori. E il dentro psicologico di Schuft è egualmente anallergico: è un uomo che ha comunque commesso un delitto, ma nel racconto al lettore e nel metaracconto alla psicologa non c’è catarsi, non c’è etica. “Ammazziamo uno e non ci ricordiamo neanche come. Forse per ammazzare un essere umano bisogna non capire quello che si sta facendo” è l’alibi della coscienza. L’amor fou e quella vita tiranna l’hanno condotto dentro. Eppure fuori di vita diversa ce ne poteva essere. Padova, Trieste, la Slovenia, le Alpi sono luoghi dove il cuore può battere, addirittura aprirsi. La luce dell’Adriatico e i suoi colori rendono Barbujani uno scrittore luminoso, che si muove meglio di giorno che di notte, che pensa le cose giuste e le scrive in una lingua impeccabile, sobria, che crea un personaggio interessante, come Marisa, cornificata signora Schuft e poi volitiva manager. Ma la letteratura non è soltanto la liberta, una lampada da laboratorio, un riflesso, di luccichio, ma anche ombra, eclissi, buio e soprattutto prigionia.

Tutto il resto è provvisorio

Guido Barbujani

Pagine: 224

Prezzo: 16

Editore: Bompiani

Michele “Woland” e la riscoperta del teatro (dopo gli onori al Lido)

Il diavolo veste Riondino: smessi i panni di “madrino” della 75esima Mostra di Venezia (in corso fino a domani), da domenica Michele sarà Woland ne Il maestro e Margherita di Bulgakov, diretto da Andrea Baracco e prodotto dallo Stabile dell’Umbria.

In scena al Cucinelli di Solomeo (Perugia) fino al 16 settembre, la pièce sarà poi in tournée fino a febbraio 2019: “Non è la prima volta che collaboro con loro”, racconta l’attore tarantino, felice di essere stato scritturato per il personaggio mefistofelico, “il più affascinante del romanzo”, qui adattato da Letizia Russo. Quella di riscrivere i classici è diventata una moda, vuoi per rientrare nei parametri del Fus, che impongono un tot di drammaturgia contemporanea, vuoi per rassicurare il pubblico con titoli (e autori) noti. Non le sembra un escamotage? “Magari lo è, ma non trovo nulla di male nel provare nuove strategie per portare la gente a teatro”.

A metà settembre Riondino tornerà all’altra sua passione, il maxischermo, cominciando le riprese de L’avventura di Marco Danieli, “una specie di musical su brani di Lucio Battisti”. È raro in Italia trovare artisti che si muovono con disinvoltura tra teatro e cinema o televisione… “Beh, io ho cominciato in teatro: ho fatto l’accademia, le tournée con Patroni Griffi, il teatro diciamo istituzionalizzato, e poi anche ricerca, con Emma Dante. Il cinema è arrivato dopo. Per me è molto più facile stare dietro a una macchina da presa che su un palcoscenico”.

A differenza del cinema, in teatro #MeToo non si è fatto sentire, come mai? “Le molestie, o meglio l’abuso di potere, esistono in molti ambienti lavorativi. In teatro non emergono perché c’è meno visibilità, quindi meno risonanza mediatica. Poi purtroppo il problema è stato confinato al mondo dello spettacolo, dove chiunque si è sentito in diritto di dubitare dell’attrice o dell’attore di turno, che denuncia o che riceve una denuncia”.

 

Lo strano Capodanno di Luca Argentero

Tre set diversi in pochi mesi per Luca Argentero, protagonista in queste settimane a Spoleto delle riprese di Copperman, un film di Eros Puglielli che fonde il tema dell’autismo e l’universo dei supereroi in cui recitano anche Antonia Truppo, Galatea Ranzi, Tommaso Ragno e Gianluca Gobbi, e impegnato poi da fine settembre a Roma in Brave ragazze, una nuova commedia diretta dell’attrice romana Michela Andreozzi che ne è anche una delle interpreti con Ambra Angiolini, Ilenia Pastorelli, Serena Rossi e Stefania Sandrelli. Uscirà infine a metà novembre Cosa fai a Capodanno?, una black comedy corale in cui l’attore torinese è stato diretto da Filippo Bologna – il co-sceneggiatore di Perfetti sconosciuti qui al suo debutto da regista – insieme, tra gli altri, a Ilenia Pastorelli, Vittoria Puccini, Isabella Ferrari, Alessandro Haber, Valentina Lodovini e Riccardo Scamarcio. Nella storia, quattro coppie si incontrano in uno chalet di montagna, per festeggiare in modo insolito e trasgressivo l’arrivo del nuovo anno, ma quando entreranno in casa due ladri tutto prenderà un’altra direzione.

Cristina Comencini dirigerà all’inizio del nuovo anno per la Lumiere In buona compagnia, un thriller psicologico interpretato da Giovanna Mezzogiorno e Vincenzo Amato. Racconterà la ricerca dell’identità di una donna italo-americana che ritorna negli Stati Uniti in occasione della morte di suo padre e nell’incontrare un uomo che lei pensa di vedere per la prima volta ricostruisce un evento che l’ha portata lontana dall’Italia.

Aldo Baglio del trio Aldo, Giovanni e Giacomo ha debuttato come solista girando L’indesiderato, una commedia degli equivoci sul tema dell’immigrazione diretta da Enrico Lando e interpretata anche da Angela Finocchiaro e lanciata dalla Medusa all’inizio del 2019.