Mimmo Borrelli re-esiste a Bacoli

È il festival dei Vulcani. Il vulcano è la caldera su cui giacciono i Campi Flegrei. Tellurica, con la terra che sale e scende a cui chi vive qui è abituato. Lui è Mimmo Borrelli, regista, attore, poeta e drammaturgo – tra i più talentuosi e riconosciuti in Italia e all’estero – che ha ideato e dirige Efestoval, manifestazione teatrale itinerante nelle meraviglie del Parco Archeologico di Cuma, tra Bacoli, Baia e Pozzuoli (fino al 10 settembre).

“Storie di re-esistenza” è il titolo di questa edizione, la quarta. Un festival a budget zero che vede la luce non grazie ai finanziamenti pubblici ma “per mezzo delle persone che ritornano a sentirsi parte di una comunità, trovando un nuovo modo di esistere”, ci spiega il drammaturgo. “È successo così anche per me. Da ragazzo mi feci molto male giocando per strada a calcio. Fu quella sofferenza che mi portò a scoprire la poesia. E fu la mano scrivente, assieme alla scena, poi a salvarmi”.

Il cartellone di Efestoval nasce infatti grazie a una sorta di chiamata alle armi degli artisti che hanno scelto di condividere le proprie opere, donandole. E grazie ai ragazzi – 60 tra fotografi di scena, tecnici, ufficio stampa e biglietteria – che lavorano qui a titolo passionale, come ama dire Borrelli, ma che qui si formano e imparano anche una professione. “Ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito che avevamo qualcosa da dire, che attraverso la cultura si può provare a cambiare il nostro orizzonte di sopravvivenza. Noi qui viviamo in un campo di guerra. Ma, la nostra, è anche una terra meravigliosa”.

E i luoghi sono da perdere il fiato. Si può assistere agli spettacoli sulla spiaggia, alle luci dell’alba, o in un antico cantiere navale. Grazie alla Soprintendenza dei Beni culturali, per il festival sono stati aperti siti come l’Acropoli di Cuma, una scena naturale perfetta per l’ultimo allestimento di Borrelli “Malacrescita” (tratto dalla tragedia “La madre: ’i figlie so’ piezze ‘i sfaccimme”, premio Testori 2013). Una storia che fonde nomi e intrecci tipici dell’epos ellenico all’attualità dell’oggi. La protagonista è figlia di un camorrista e innamorata di un giovane boss, ma intossicata dalle esalazioni della Terra dei fuochi diventa una sorta di Medea contemporanea che compie la sua vendetta contro Giasone (qui Francesco Schiavone “Santokanne”). La parola diventa lente di ingrandimento del luogo, e il luogo deve essere scenario non casuale, spiega il regista. “Siamo cresciuti con l’illusione di poter cambiare il mondo. Io ho capito che è importante cambiare lo sguardo dalla finestra, a partire da quello che hai di fronte. Ai Campi Flegrei abbiamo una sorta di Pompei, se guardiamo all’estensione del parco archeologico, mai valorizzata. Il mio tentativo è fare rete con le realtà del territorio per poter scoprire e riscoprire i nostri luoghi, permettendo uno sviluppo diverso. A me piacerebbe che questa piccola manifestazione crescesse e diventasse un mese pieno di spettacoli, come accade ad Avignone. E quando si sogna, c’è anche la speranza che il sogno si avveri”.

La rivoluzione a Capri è un’opera (anche) filosofica

La possibilità di un’isola. Non c’entra Michel Houllebecq, bensì Mario Martone, che nella Capri di inizio Novecento localizza la possibilità del mondo. Ci sono tutti – da qui il titolo Capri-Revolution – quelli che un altro mondo possibile lo vogliono, progettano, performano: poeti, artisti, socialisti, profeti, anarchici e futuristi. Bogdanov, Lunacˇarskij e Gor’kij misero in piedi la prima scuola superiore di propaganda e agitazione per operai; la rivoluzione russa venne incubata lì dove la dolomia copula col mare; il pittore Karl Diefenbach tra 1910 e 1913 creò una comune spiritualista, dialogando con la danza moderna in embrione al Monte di Verità, Svizzera.

Il regista napoletano ha in mente tutto, ma il suo gesto cinematografico non è filologico bensì filosofico, la sua Storia è in primis libertà, di estrapolare, saltare, collegare, anticipare e specchiare. A partire dall’esperienza posteriore di Joseph Beuys, l’artista-totale tedesco in Mostra a Venezia 75 già con Opera senza autore di Von Donnersmarck.

Oltre la nomenclatura, Martone cerca il paradigma umano, e vi sintetizza le opere precedenti: il risorgimentale Noi credevamo, nel medico socialista (Antonio Folletto) che partirà volontario per la Grande Guerra; il pessimismo cosmico leopardiano de Il giovane favoloso; il radicamento sessuale de L’odore del sangue. Sempre con Houellebecq, non gli interessa la carta bensì il territorio, e nella trinità uomo, fauna, flora affida il primario moto di rivoluzione all’irriducibile capraia Lucia (Marianna Fontana). Alla morte del padre, la madre (Donatella Finocchiaro) sta a guardare, i fratelli vorrebbero darla in isposa al brutto e influente del villaggio, lei avvicinerà i giovani nudi e danzanti radunati intorno all’artista-profeta Seybu (Reinout Scholten van Aschat). Ma c’è possibilità di cambiare, condividere, dunque, cambiare se stessi? Scienza (il medico), arte (Seybu) e esistenza (Lucia) possono compenetrarsi, al di là del sesso? Martone nicchia, ma con compunzione circoscrive l’isola, la parte per il mondo tutto che ha davanti la camera, di un ineludibile pessimismo, però ironicamente soffuso: Lucia impara italiano e inglese, insegna orticultura ai comunardi, ma tornando da mammà non ha altro da offrire che un “bevi tanta acqua, è importante”.

Fotografia natur(al)ista di Michele D’Attanasio, montaggio senziente di Jacopo Quadri e Natalie Cristiani, musiche in campo di Sascha Ring e Philipp Thimm, Capri Batterie – era il succulento titolo provvisorio – sondate le impossibilità di un’isola si voterà al mare. Noi guardiamo al palmares di Venezia 75: saprà questa danza filosofica – dal 13 dicembre in sala – ammansire i Leoni, o il cinema italiano farebbe meglio a puntare sulle streghe di Guadagnino (Suspiria) e, arduo, il doc bianco e nero americano di Minervini What You Gonna Do When the World’s on Fire? Non siamo i favoriti, dunque, possiamo stupire.

Il Mancio Azzurro e quello nerazzurro

L’Italia gioca stasera contro la Polonia la sua prima partita valida per la Nations League, ma la buona notizia è che qualunque sarà il risultato, gli sportivi potranno andare a letto sereni: il Ct Roberto Mancini, infatti, ha già capito qual è il male che affligge il calcio italiano e ha chiamato tutti a raccolta, in primis i suoi colleghi allenatori. Il nostro calcio è in grande difficoltà per il troppo spazio dato agli stranieri e la scarsa fiducia riposta nei nostri giovani “che hanno bisogno – ha detto il Ct – di giocare per crescere. All’estero succede. Bastano dieci partite importanti per far maturare un talento. Vedo in panchina tanti giovani italiani che in Serie A ci starebbero alla grande e che farebbero meglio di tanti stranieri. La verità è che serve più coraggio”. Applausi scroscianti. E tutti contenti perché adesso, per riportare l’Italia ai fasti dell’era Bearzot, il Ct che lanciava ai Mondiali ventenni come Cabrini, 24enni come Rossi (Argentina 78) e persino 18enni come Bergomi (Spagna 82), una volta arrivando quarto e una volta trionfando, non resta che seguire il buon esempio che Mancini, da allenatore di club, sicuramente avrà già dato. Prendiamo le sue due ultime stagioni sulla panchina dell’Inter: 2014-2015 e 2015-2016. Recentissime, quindi. Nella prima, consapevole che il made in Italy è un valore e che i nostri giovani sono meglio degli stranieri, Mancini fece acquistare in estate il brasiliano Dodò (Roma), il serbo Vidic (Manchester United), il cileno Medel (Cardiff), il francese M’Vila (Rubin Kazan), l’algerino Belfodil (Livorno) e l’argentino Osvaldo (Southampton). Come dite? Tutti stranieri e quasi tutti scarsi? Okay, è vero, ma quando il mercato riaprì a gennaio, Mancini fece tornare da Newcastle Santon, non esattamente Facchetti ma almeno italiano; poi si distrasse ancora e fece arrivare il brasiliano Felipe (Parma), l’uruguagio Pereira (San Paolo), il croato Brozovic (Dinamo Zagabria), il tedesco Podolski (Arsenal) e lo svizzero Shaqiri (Bayern Monaco). Totale giocatori acquistati: 12. Stranieri: 11. Italiani: 1.

Direte: forse Mancini fu folgorato sulla via di Damasco la stagione dopo e riempì l’Inter di giocatori italiani nel 2015-2016. Può darsi, andiamo a vedere. Nel mercato estivo 2015 in nerazzurro arrivarono il brasiliano Miranda (Atletico Madrid), lo spagnolo Montoya (Barcellona), il colombiano Murillo (Granada), il brasiliano Telles (Galatasaray), il francese Kondogbia (Monaco), il bosniaco Ljajic (Roma), il brasiliano Melo (Galatasaray), il croato Perisic (Wolfsburg) e il montenegrino Jovetic (Manchester City). A gennaio, fra lo stupore dei più, ecco Eder, brasiliano naturalizzato italiano di anni 28 prelevato dalla Sampdoria. Totale giocatori acquistati: 10. Stranieri: 9. Italiani (si fa per dire): 1.

Dimenticavamo: in questa stessa stagione Mancini entrò (davvero) nel Guinness dei Primati, assieme al collega De Canio dell’Udinese, perché in Serie A si giocò, il 23 aprile 2016, la prima partita della storia del pallone italico con solo giocatori stranieri in campo: Inter-Udinese 3-1. Per la cronaca, Mancini schierò: Handanovic (Slovenia), Nagatomo (Giappone), Miranda (Brasile), Murillo (Colombia), Juan Jesus (Brasile); Brozovic (Croazia), Felipe Melo (Brasile), Kondogbia (Francia), Biabiany (Francia); Icardi (Argentina) e Jovetic (Montenegro).

Viva il nuovo Ct! Viva l’Italia!

Virginia Raffaele sbarca su Discovery (con una serie tv)

“Come quando fuori piove”. Il 6 settembre a Milano il sole splende in ogni direzione ma per chi si trova alla presentazione dei palinsesti Discovery Italia, sono queste le parole da tenere a mente. Perché il colpaccio del network, che si conferma terzo editore nazionale, ha esattamente questo titolo: “Come quando fuori piove”. È così che si chiama la prima serie tv con protagonista Virginia Raffaele, dal 12 settembre in onda sul Nove in prima serata. Un gran gol, e Laura Carafoli, SVP Chief Content Offer Discovery, non nasconde la sua soddisfazione: “Abbiamo fortemente voluto Virginia per il suo incredibile talento ma non aveva senso riproporre quello che fa, benissimo, sulle altre reti. Volevamo un prodotto che fosse nostro”. E il contenuto originale è arrivato, con Virginia Superstar presente a sorpresa in conferenza stampa. Gonna corta e inedita chioma castana, la Raffaele sorride e soprattutto ringrazia per averla voluta e per averle dato massima libertà nella realizzazione della fiction: “Quello di interpretare personaggi è il mio mestiere, ma le tempistiche della serie mi hanno permesso di approfondirli in maniera diversa – racconta – Stavolta ho a che fare con quattro donne lontane eppure vicinissime. Il titolo, infatti, richiama il poker: quattro semi distinti, che sono però carte dello stesso mazzo”. E nella clip mostrata in anteprima si ha un’idea di quanto vedremo a breve: Virginia sarà Susanna, giovane sposa che deve fare i conti con l’inaffidabilità del caso, Saveria Foschi Volante, la migliore attrice italiana in circolazione afflitta però da insicurezza cronica e dipendente dalle benzodiazepine, Giorgiamaura, diciannovenne che vuole vincere Amici ma che deve vedersela con uno zio portatore di malsani principi e infine Gregoria Barberio Bonanni, un’anziana signora. Quale sarà la resa della Raffaele in un formato televisivo per lei nuovo? Non resta che aspettare il 12 settembre per dare i voti. Oltre alla regina del Festival di Sanremo, tornano sul Nove anche Maurizio Crozza, Antonino Cannavacciuolo, Peter Gomez con La Confessione, Francesca Fagnani con Belve, Andrea Scanzi e Luca Sommi con Accordi e Disaccordi (tre format realizzati da Loft Produzioni) e Roberto Saviano che nel suo Kings of Crime intervisterà il capo della mala del Brenta, Felice Maniero, e l’ex agente dell’FBI, Joe Pistone, alias Donnie Brasco.

Ma Alessandro Araimo, EVP Amministratore Delegato Discovery Italia, Giuliano Cipriani, SVP General Manager Discovery Media e la stessa Carafoli, sembrano puntare molto anche su Food Network. Magnificazione del cibo e del ben mangiare, con una brigata capitanata da Antonino Cannavacciuolo, il canale appena nato va ad ampliare la già vasta offerta Discovery sul mondo della cucina.

Riconfermati i fiori all’occhiello di Real Time, come Bake Off Italia, che da quest’anno avrà anche una striscia quotidiana, Il Castello delle Cerimonie e Cortesie per gli Ospiti, che torna con un cast rinnovato. Anche DMax si prepara a mandare in onda i programmi che hanno fatto affezionare il pubblico, da Camionisti in trattoria con chef Rubio (da novembre in prima serata), ad Affari a 4 Ruote Italia.

E le serie tv? In un mercato in continuo movimento come quello della serialità televisiva, Discovery può permettersi di rimanere al palo? Sembrerebbe di no e questo grazie all’arrivo di Walter Iuzzolino, commissioning editor di Channel 4. Sua la selezione di quello che Laura Carafoli definisce “il meglio del drama mondiale”. Staremo a vedere. Tra tutte le sfide, questa è certo una delle più complicate vista l’agguerrita concorrenza di Sky e soprattutto di Netflix. Ma a Discovery l’idea sembra chiara: “Sarà una stagione per noi molto importante – dice Alessandro Araiamo – perché rappresenta un passo in avanti rispetto a quello che è stato fatto ed è un passo in avanti che richiede ogni giorno la capacità di sapersi reinventare. A noi piace dirci che Discovery non si ferma mai: questo è un mondo che si muove molto rapidamente e dove bisogna essere in grado di reinventarsi”. Con Nove al nono posto tra i canali nazionali, un pubblico in continua crescita, e la piattaforma Dplay arrivata a 2,5 milioni di utenti unici, Discovery Italia sembra, effettivamente, non avere voglia di saltare nemmeno un giro.

“Noi non ci inchiniamo ai Weinstein nostrani, a prezzo della carriera”

Caro Direttore, subii molestie sessuali già all’università (rinunciando al dottorato), poi da stagista alla Commissione europea, pesantemente in Rai quando ero ancora un’ingenua programmista-regista, e potrei continuare con diversi esempi e non certo perché io sia particolarmente attraente ma indipendente sì, e questo non viene perdonato dal superiore di turno che attraverso la molestia impone il proprio potere e l’altrui sudditanza.

Mi sono finora astenuta dal partecipare al mucchio di commenti intorno al “caso Weinstein” sul quale si è costruita una meritoria battaglia (purtroppo, salvo casi minori, solo intorno a quello americano…) che ha avuto e continua ad avere il merito di costringere tutti noi a una profonda riflessione sulle molestie sessuali nel mondo del lavoro che riguardano non solo ogni ambiente, ma anche gli uomini, sempre più spesso vittime, anche loro, di ricatti sessuali.

Se ora rompo il silenzio è perché vedo, dopo altri, una collega, Marina La Rosa, presa di mira per aver aggiunto un semplice e condivisibile tassello al misero puzzle: “Se ci sono uomini che fanno richieste sessuali in cambio di un lavoro evidentemente c’è un’offerta: tante donne ci stanno, la chiamo prostituzione”, ha affermato, citando anche i molti casi delle colleghe che invece hanno detto “no al tale regista e non hanno avuto la parte”.

Nel nostro Paese ci sono ancora moltissime donne che non trovano automatico inchinarsi di fronte ai tanti “Weinstein italiani”, che non ritengono la propria dignità e credibilità degli optional, così come non lo ritenevano le eroine evocate ne Le donne erediteranno la terra di Aldo Cazzullo – a cui stiamo dando “nuova voce” a teatro da qualche mese – eroine reali, del passato e presente, che hanno avuto la forza di inseguire ideali e passioni non sottostando alla “legge del più forte”.

#metoo è una battaglia che portiamo avanti da milioni di anni e non trovo opportuno attribuire il ruolo mediatico dominante a chi (al di là delle violente ondate di misoginia di cui è stata vittima) non ha trovato la forza di rinunciare alle proprie ambizioni ma solo quella di aggiungersi prontamente alla catena di accuse contro il produttore da cui ha accettato avances e ruoli.

Personalmente conobbi Harvey Weinstein oltre quindici anni fa e ne accettai alcuni inviti lasciandomi però accompagnare nel fantasmagorico hotel di Cap d’Antibes dal bellissimo fidanzato americano di allora, in un ristorante di Roma da mio fratello e all’Hassler addirittura dal mio primogenito neonato (che ridere!… ho ancora la foto). Per la banale ragione che, al pari di molte mie colleghe (vieppiù quelle nate nell’ambiente), ero ahimé consapevole dei possibili sviluppi degli incontri con il chiacchierato e potente produttore, poi preso di mira dal presidente Trump, come già spiegato da questo giornale.

Come ripete da sempre Don Ciotti, non c’è battaglia che si possa combattere senza il cambiamento dei comportamenti individuali, senza l’assunzione delle proprie responsabilità, senza pagare un prezzo che, a volte, è la carriera.

“Ormai va di moda trattare e persone come fossero bestie”

S’indigna Carolina Crescentini quando apprende dei vergognosi insulti sessisti all’unica donna in corsa verso il Leone d’oro. E in un clima mediatico che non perde la sua incandescenza rispetto alla “questione femminile” non manca di dire la sua, tra una visione e l’altra dei titoli che è chiamata a valutare da giurata delle opere prime presenti alla Mostra.

“Vergognati puttana fai schifo”. Ecco quanto è stato urlato alla regista Jennifer Kent.

Io non c’ero, apprendo ora la notizia. Frasi simili vengono rivolte a molte donne in continuazione, a prescindere dal Festival di Venezia e dalle diverse idee politiche: sono diventate le spade per fermare una persona. Si tratta del manifesto della più grande ignoranza: se mi vuoi attaccare devi argomentare, se invece mi insulti così sei solo un povero ignorante. Perché questo tizio non è semplicemente uscito dalla sala se il film gli faceva così “schifo”? La parola “puttana” è diventata molto comune adesso, e mi sorprendo che non ci sia stata una rivolta in sala dopo che lui l’ha pronunciata. Perché le persone che erano vicine a lui non l’hanno “messo in mutande” a loro volta a parole? La gogna mediatica su di lui, chiunque sia, mi sembra il minimo. Ovviamente la sostengo incondizionatamente ma non solo perché è donna, ma perché è un essere umano. Non siamo animali, purtroppo sto riscontrando una tendenza generale a trattare le persone come fossero bestie.

A proposito di gogne mediatiche, è impossibile non tornare a parlare di Asia Argento, anche alla luce di un nuovo documento pubblicato dal Fatto che la difende mentre mette Jimmy Bennett in una posizione scomoda.

Ho già detto più volte che non mi posso permettere di giudicare Asia Argento perché la verità la conosce lei, ma certamente penso che ci sia un atteggiamento sia da social network che da giornalismo scandalistico assolutamente strumentale. Penso che Asia sia una donna e una madre che sta passando un periodo veramente tosto e che a un certo punto la gente deve smettere di trattarla come argomento da aperitivo. Alla luce poi delle novità vedremo che succede, anche se questo è un Paese disabituato a chiedere scusa.

Alla gogna è tornato di recente anche Woody Allen: industria e mercato americani l’hanno abbandonato, l’Europa lo difende e dalla Mostra sono tutti solidali. Ma chiamati in causa non tutti oggi entrerebbero in affari col suo nome. Lei reciterebbe per lui?

Lo considero un genio assoluto, ma devo capire meglio che ha combinato. Se mi sentissi a disagio non riuscirei a fare nulla in un suo film, ma che continuo a stimarlo infinitamente come artista è un dato di fatto.

E rispetto a Fausto Brizzi – che proprio ieri ha iniziato le riprese del suo nuovo film Modalità aereo – come commenta l’archiviazione di tutte le accuse?

Posso dire che io ho lavorato due volte con Brizzi, in una delle quali ero anche esordiente, quindi vulnerabile. Per come lo conosco io si è sempre comportato bene. Anche questo è un dato di fatto.

Il movimento italiano “Dissenso comune” è stato accusato di non aver fatto nulla di concreto finora a differenza di #MeToo e #Time’sUp. Certo, qui a Venezia c’è stata la firma della Carta con la foto, ora cosa dobbiamo aspettarci?

“Dissenso comune” esiste dal primo febbraio, piano piano succederà qualcosa, noi non abbiamo lo stesso tempo reazione delle americane, non possiamo vivere nel costante confronto con loro. Già il fatto che le lavoratrici dello spettacolo si siano unite è un passo enorme.

Lei ha sempre sostenuto le quote rosa.

È così. Per me le quote rosa devono riguardare soprattutto una parità di principio nel mondo del lavoro con particolare attenzione all’annullamento delle differenze salariali che ritengo profondamente immotivata. Poi ci vuole trasparenza nelle gestioni di tutte le assunzioni ed infine equità, la cosa più difficile e banale del mondo insieme. Ovviamente il concetto di ‘quote rosa’ deve rimanere un passaggio, alla base serve rimanga la competenza, senza di quella diventano un boomerang.

Come ben sa Alberto Barbera, il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, è stato molto criticato per la carenza di presenze femminili.

Mi dissocio da queste critiche. In ogni giuria ci sono diverse donne, nella mia addirittura siamo in tre contro due uomini. Stiamo vedendo parecchi film diretti da donne, certo al concorso ufficiale c’è solo Jennifer Kent, ma non esiste unicamente quella sezione, nelle altre è pieno di registe quindi esiste un rispetto delle quote rosa, se vogliamo utilizzare questa espressione. Non riesco a capire bene perché l’abbiano attaccato a questo modo.

“Sulla privacy i social sono peggio dei regimi”

“Abbiamo svenduto la privacy ai social. Zuckerberg ha trionfato lì dove Hitler e Stalin avevano fallito, riuscendo a cancellare la nostra vita privata”. Sì, viviamo in tempi inquietanti. Il confine fra realtà e finzione sembra ormai un concetto demodé, smarrito fra un tweet e l’altro e intanto il dubbio regna sovrano. Prima Persona, il nuovo romanzo dello scrittore australiano (nato in Tasmania) Richard Flanagan – già vincitore del Booker Prize con La strada stretta verso il profondo Nord nel 2014 – prende spunto da una storia realmente accaduta all’autore. Correva l’anno 1991 quando gli offrirono diecimila dollari per essere il ghostwriter del più grande truffatore australiano, John Friedrich. Richard lavorò per sei settimane e incassò, quello fu l’inizio della sua carriera. Nel frattempo il mondo è cambiato. Proprio da quel confine incerto e bombardato dalle fake news riparte Flanagan, immergendosi nella finzione per raccontare le sorti di Kif Kehlmann – uno scrittore alle prime armi in cerca di ispirazione e con moglie incinta – cui viene offerta la chance di fare il ghost di Siegfried “Ziggy” Heidl, un miscuglio fra Bernie Madoff e Mefisto, accusato di aver frodato le banche di 700 milioni di dollari. Kif firmerà il patto ma Heidl diverrà ostile, costringendolo a inventare tutto, a credersi già un vero scrittore, sino a smarrirsi accecato dall’ambizione.

Mr. Flanagan, il suo libro è un duello fra realtà e finzione. Oggi, la verità ha ancora un significato?

Un enorme valore. Nel libro scrivo che la verità è una storia che ha bisogno delle bugie per essere compresa, ma dobbiamo anche essere consci che le menzogne ci avvelenano mentre la verità è l’unica bussola che può guidarci. O difendiamo la verità o siamo spacciati.

Lei scrive che “la finzione è necessaria come il sesso per non avvelenarci e andare avanti”. Finzione e realtà possono coesistere?

Dobbiamo stare attenti a non confondere la fiction narrativa – quelle storie che ci aiutano a digerire i guai e a rendere tutto più accettabile – con le grandi illusioni create dal potere. Ma non è un caso che persino la lingua possa indurci in confusione…

Ci spieghi meglio.

Realtà e verità, fatalmente, possono non coincidere. Ci hanno detto che al giuramento per l’elezione di Donald Trump c’erano centinaia di migliaia di persone presenti e che la Brexit era necessaria per gli inglesi truffati dall’Unione europera ma i numeri e le immagini, nei giorni successivi, hanno svelato un’altra realtà, decisamente diversa. Aver sfatato queste storie che importanza ha avuto? Le menzogne fanno il giro del mondo e sono protagoniste sui social network, ma in questi momenti i libri possono aiutarci a capire le verità necessarie. Del resto, esistono ancora verità oggettive, non tutto è discutibile; eppure, oggigiorno viene messo in dubbio persino l’Olocausto. Dobbiamo lottare per difendere la verità, non abbiamo scuse.

Altrimenti?

Resterebbero sul piatto solo le opinioni, senza nessuna certezza. E a quel punto vincerebbero i più ricchi e i nostri diritti fondamentali sarebbero spazzati via.

Fake news e social network vanno a braccetto.

Mark Zuckerberg ha detto che la privacy non è più una norma sociale accettabile. Ciò che sta accadendo oggi è l’avverarsi dei sogni più oscuri dei regimi autoritari. Hitler e Stalin avrebbero voluto cancellare la nostra sfera privata, Zuckerberg ci è riuscito. Ma siamo stati noi a permetterglielo, con i nostri smartphone. Vogliamo essere la Prima Persona, rinunciamo alla sfera privata per inseguire la celebrità, invece finiamo per essere soli, depressi ed egoriferiti.

Concludiamo parlando di scrittura e del suo mestiere. Recentemente al quotidiano The Guardian ha dichiarato: “Non capisco cosa insegnino davvero le scuole di scrittura…”.

Noi esseri umani abbiamo la letteratura, un’eredità millenaria che ci portiamo dietro, una delle nostre più grandi conquiste. Sino a cinquant’anni fa non avevamo scuole necessarie per produrre storie, evidentemente non sono così fondamentali. E mi permetta una considerazione. Un numero impressionante di grandi scrittori ha visitato le toilette dei grandi aeroporti ma quanti di loro, dopo aver fatto pipì a Fiumicino, ne avranno anche tratto ispirazione artistica?

Tony Schwartz, il ghostwriter di Donald Trump, ha dichiarato di “essere rammaricato” per il successo del libro The Art of Deal che ha segnato l’inizio della consacrazione del futuro presidente…

Le storie ci servono a comprendere il nostro mondo. Ma alcuni di questi racconti, fatalmente, hanno finito per crearci molti problemi.

“Disintossichiamoci dal mito della tecnologia”

Quando lo raggiungiamo al telefono Franklin Foer è appena atterrato in Italia, dove sarà ospite al Festivaletteratura di Mantova con il libro I Nuovi Poteri forti – come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi (Longanesi), invettiva-denuncia contro lo strapotere di GAFA e il loro impatto sulle nostre vite, a partire dalla sua esperienza di direttore del The New Republic, storica rivista di nicchia dell’élite liberale Usa di cui Foer è stato direttore quando è stata comprata da Chris Hughes, cofondatore di Facebook. Esperienza amarissima da cui Foer ha tratto la necessità di lanciare la resistenza privata contro i tecnocrati ai vertici dei nuovi poteri forti.

Cosa sono davvero le Big Tech e perché le considera una minaccia esistenziale alle democrazia

Sono enormi potenze economiche e politiche, già in grado di controllare, in regime di monopolio, la pubblica opinione e le nostre scelte. Sono diventati i guardiani di interi settori economici e culturali e hanno ammassato un potere senza precedenti storici. Si sono insinuate in ogni aspetto della nostra vita, perché offrono servizi prodotti brillanti e comodi, e non ci siamo resi conto di aver fatto un patto con il Diavolo barattando quella comodità con il nostro libero arbitrio, la nostra sfera privata, la capacità di avere relazioni, in una parola quello che credo definisca la nostra umanità, come singoli e come società. E hanno distrutto il giornalismo che di questa società è un pilastro.

Le nostre democrazie hanno gli strumenti culturali, politici e legali per arginare tali potenze?

Siamo mal equipaggiati, perché il nostro sistema politico e culturale è in crisi. Ma ho ancora speranza, per due ragioni. La prima è che, nella sfera politica, molti, a destra e a sinistra, cominciano a vedere GAFA come una minaccia. Incluso Trump, che ora parla di regolamentarli, benché io sia certo che abbiano avuto un ruolo nella sua elezione…

Un intellettuale di sinistra come lei è disposto a sostenere Trump?

Trump è un enorme pericolo per la nostra democrazia. Ma le Big Tech sono un pericolo più a lungo termine.

E la seconda?

Si sta diffondendo la consapevolezza degli effetti della tecnologia sulle nostre vite e su quelle dei nostri figli. Vedo i segnali di una reazione.

Lei crede a Zuckerberg e agli altri quando chiedono scusa e si impegnano a rimediare?

Nemmeno per un secondo. Le persone ai vertici di queste potenze sono accecate da una forma di idealismo messianico, dall’ambizione di indirizzare l’evoluzione umana. Una visione che affonda la radici nella contro-cultura americana degli Anni Sessanta e li rende altamente pericolosi.

Come se ne esce? Lei propone interventi protezionistici, ma anche il ritorno al libro di carta…

Sono possibili forme di resistenza collettive, per esempio movimenti politici o interventi regolatori. Pensi a come le nostre società sono riuscite ad arginare dipendenze come quelle da tabacco o alcool. Ma dobbiamo soprattutto recuperare la sfera privata, imponendoci moderazione nel rapporto con la tecnologia e tornando a relazioni non mediate da un gadget o da uno schermo. Dobbiamo ritrovare il tempo per pensare. Ci preoccupiamo della dipendenza dallo schermo dei nostri figli, ma è un alibi: i primi a esserne schiavi siamo noi. I ragazzi riflettono la nostra immagine.

Trump e il suo veleno: si scrive Novichok, si legge Russiagate

C’è un passaggio chiave nella lettera sul New York Times con cui ieri l’“adulto nella stanza”, l’anonimo alto collaboratore di Donald Trump, ha rivelato l’esistenza di una “resistenza dall’Interno” al presidente. L’unico esempio dettagliato di questa resistenza riguarda i rapporti con la Russia e, in particolare, la contrarietà di Trump all’espulsione di 60 diplomatici russi dagli Usa come reazione all’avvelenamento di Sergei Skripal e di sua figlia Yulia a Salisbury, nella campagna inglese, il 4 marzo. È una rivelazione clamorosa: quelle espulsioni sembravano contraddire la tesi di una collusione fra Trump e Putin, un rapporto nato anni prima che Trump diventasse presidente.

Sospetti finiti al centro del Russiagate, l’inchiesta sulle presunte ingerenza russe nella vittoriosa campagna elettorale di Trump su cui indaga il Procuratore speciale Robert Mueller. Sospetti nati proprio in Inghilterra, negli uffici londinesi di Orbis, una piccola agenzia di intelligence privata fondata da Christopher Steele, rispettato ex agente dell’Mi6.

Nel 2016 Steele riceve l’incarico di indagare sulle frequentazioni russe del candidato Trump. Lui lo ignora, ma il committente è un gruppo di finanziatori del Partito democratico. Scopre dettagli imbarazzanti per il futuro presidente: per qualcuno, le prove che Trump sia una marionetta nelle mani di Putin, che ha su di lui materiale così scottante da poterlo ricattare. Il dossier circola a Washington e nelle redazioni di diversi giornali, che non lo giudicano abbastanza attendibile per renderlo pubblico. Finché non arriva Buzzfeed, che pure prendendo le distanze da alcune affermazioni lo pubblica nel gennaio 2017, a elezioni vinte.

Steele si inabissa, ma il suo nome ricompare sulla stampa oltre un anno dopo, in relazione all’avvelenamento di Sergei Skripal, quando un articolo del Daily Telegraph, il 7 marzo, suggerisce che l’ex colonnello del Gru riparato nel Regno Unito dopo uno scambio di spie non conducesse affatto una placida vita da pensionato a Salisbury, ma fosse una delle fonti del dossier Steele. Il contatto sarebbe Pablo Miller, ex agente dei Servizi britannici che aveva arruolato Skripal, lo aveva convinto a collaborare a suon di sterline e lo aveva gestito prima che il suo doppio gioco venisse scoperto.

Miller vivrebbe proprio a Salisbury, frequenta Skripal e, come risulta dal suo profilo LinkedIn poi cancellato, collabora con Orbis. Il 12 marzo Alex Thomson, chef correspondent di Channel 4, conferma con un tweet che il governo britannico ha inviato alla stampa una D notice, cioè l’invito a non approfondire l’identità dell’agente. Di Miller non parla più nessuno. Il governo britannico accusa immediatamente i vertici della Federazione Russa e chiede il sostegno dei Paesi alleati. Esplode una crisi diplomatica internazionale, che culmina nell’espulsione di decine di diplomatici russi, sospettati di essere spie sotto copertura, da Europa e Usa. Mosca reagisce a sua volta espellendo diplomatici di diversi Paesi, ma nega di essere responsabile dell’avvelenamento degli Skripal. Restano però aperte molte domande: perché venire meno ai termini di uno scambio fra spie, compromettendone di futuri solo per vendicarsi di un pensionato inoffensivo? E che interesse avrebbe avuto Putin a provocare una crisi internazionale proprio alla vigilia dei Mondiali di calcio in Russia, organizzati per mostrarsi aperti e moderni?

Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan e oggi blogger investigativo, ha una spiegazione diversa per il tentato omicidio di Skripal. “Può darsi siano stati i russi, per punire Skripal di essere uno degli informatori di Steele, in violazione dei termini del suo rilascio. Ma se dovesse emergere che il dossier Steele è in gran parte una bufala (orchestrata dai nemici di Trump) forse lo scopo era evitare che Skripal finisse per rivelarlo”.

La favola occidentale che condanna Libia e Siria al caos

Se si volesse essere onesti, per Libia e Siria si dovrebbe coniare una medaglia speciale dedicata all’inadeguatezza politica. Non a quella dei libici e dei siriani, ma a quella di tutti coloro che finora hanno provocato, sostenuto, favorito e combattuto per il cambio di regime dei due paesi. E tali candidati non sono né libici né siriani. In questi giorni i due paesi stanno vivendo l’ennesima fase parossistica di un processo apparentemente opposto, ma a ben vedere speculare: in Siria il regime di Bashar al Assad (più o meno sostenuto da Iran e Russia), tenta di riassumere il controllo del territorio nazionale facendo piazza pulita degli ultimi capisaldi ribelli, in Libia alcune forze ribelli tentano di fare piazza pulita dei governi fantoccio e fantasma voluti dalla cosiddetta comunità internazionale.

Libia e Siria sono due facce della stessa citata medaglia. La loro tragedia è iniziata quasi in contemporanea nel 2011 per volere dei Soloni della politica internazionale. In Siria si sono esposti, con responsabilità (ma sarebbe meglio dire irresponsabilità) gli Stati Uniti in ossequio a una sollecitazione israeliana; in Libia, sempre su sollecitazione e sostegno statunitense, si sono esposti i paesi europei (Unione europea, Francia, Gran Bretagna e Italia). L’abbattimento del regime di Gheddafi, al buio, senza soluzioni per il futuro, è stato il divertissement europeo che ha guidato l’opposizione interna siriana a passare dalla richiesta di riforme alla pretesa “non negoziabile” di eliminare Assad e al ricorso alla guerra dall’esterno. La favoletta che in entrambi i casi si trattasse di guerra “civile” e che gli interventi esterni tendessero a stabilizzare la situazione e a combattere il terrorismo islamico non ha convinto nessuno. Ma egualmente è servita a giustificare sia gli interventi armati sia gli eccessi da una parte e ogni altra. Mentre in Libia gli interventisti euro-transatlantici gioivano del “successo” senza avere nessun controllo del paese e nessuna strategia, il regime siriano traeva spunto dal disastro libico per definire il proprio scopo politico, la strategia e la tattica. Lo scopo: non fare la fine della Libia; la strategia: neutralizzare le iniziative statunitensi e internazionali affiancando ai sostenitori regionali come l’Iran (che in realtà era il pretesto principale dell’intervento americano) un alleato politicamente “intoccabile” con potere di veto alle Nazioni Unite. La tattica: dialogare con i curdi, concentrarsi sullo sforzo militare della repressione, sopportare le interferenze e gli attacchi israeliani e cedere la regia delle operazioni ai russi. La revisione geo-politica del sistema Siria sarebbe avvenuta solo dopo aver ripristinato il controllo governativo su tutto il territorio. E, a quel punto, non è scontato che la Siria sia disposta a cedere territorio ai curdi, ai turchi, agli iraniani e agli stessi russi.

L’attacco a Idlib, con tutta la sua drammatica componente umanitaria, tenta di avvicinarsi a questo risultato. Se fallisce e produce soltanto un altro massacro è a causa degli interventi esterni di coloro che dai tempi del defunto senatore McCain, con o senza l’adesione dello stesso governo statunitense, sostengono, armano e pagano ribelli, mercenari e jihadisti. In Libia non esistono più né istituzioni né strategie, ma solo lotta per la supremazia da parte di milizie asservite più o meno saldamente ai più disparati gruppi locali, alle multinazionali del petrolio e alle politiche pretestuose di Francia, Gran Bretagna, Italia e Usa. Ma anche in Libia c’è qualcuno che ha tratto beneficio dall’esperienza siriana.

L’intera regione di Bengasi è sotto controllo di una fazione libica che ha scelto come sponsor non disinteressato l’Egitto del generale Al Sisi con l’idea di ripristinare in Libia un regime autoritario. Ma non come quello di Gheddafi, isolato e avulso dal contesto continentale, ma come quello di Assad che è riuscito a neutralizzare gli oppositori internazionali consegnandosi a un grande alleato. L’Egitto si ritiene un grande alleato e tramite il sostegno degli Stati Uniti e dell’Europa pensa di avere un ruolo determinante negli affari africani e mediorientali. Di fatto, in Libia, gli egiziani hanno già pronto il generale Haftar che se ne frega della democrazia sbandierata dalle Nazioni Unite, che mina dall’interno e dall’esterno ogni tentativo di stabilizzazione del paese e che ha promesso fedeltà all’Egitto e acquiescenza nei riguardi degli interessi economici europei e americani.

Oggi si pensa che il caos libico sia irrimediabile a causa delle molte fazioni locali in gioco. È vero fino a un certo punto. Il caos è destinato a permanere all’infinito se non cessano le pressioni e le mire egemoniche esterne. Paradossalmente sarebbe più facile convincere i vari signori della guerra e le tribù militanti della necessità e dei vantaggi di un accordo nazionale se Al Sisi e Haftar non facessero parte del gioco. Purtroppo, i paesi europei e americani responsabili dello sfascio libico attuano una politica opposta. Mentre a parole fanno sfoggio di sostegno al governicchio di Al Serraj (che non rappresenta nessun libico) strizzano l’occhio e baciano le mani agli egiziani e allo stesso Haftar. Meritano pienamente la medaglia.