Mail Box

 

Io, assalita dalle cimici
sul treno Intercity Notte

Scrivo per raccontare una triste vicenda appena vissuta e denunciare il pessimo servizio offerto ai passeggeri sui vecchi treni Trenitalia. Nel cuore della notte, dopo un paio d’ore dalla partenza (ore 2:00 circa di oggi 06.09.18), io e le altre tre donne presenti su una cuccetta della carrozza 8 del treno Intercity Notte 35306, ci svegliamo perché una di noi avverte prurito da puntura. Accesa la luce ci ritroviamo invase da cimici di diverse dimensioni, presenti sulle lenzuola, addosso a noi, sulle valigie. Subito avvertiamo il personale di turno, il quale allerta il capotreno che blocca la vettura, ci sposta in altro vagone e organizza un trasferimento bus per gli altri passeggeri presenti sulla carrozza 8.

Purtroppo sentiamo ancora addosso la presenza di questi insetti (cercando su internet scopriamo essere cimici “da letto”, che escono al buio per cibarsi del sangue di poveri malcapitati come noi). Non abbiamo ricevuto un’assistenza adeguata (abbiamo sicuramente portato con noi durante lo spostamento alcune cimici, poiché i vestiti e le valigie erano piene), e l’unica assistenza medica è stata quella di una sgradevole passeggera (medico? Infermiera ?) che con pochissima voglia di aiutarci, ma molta fretta di ripartire, ci ha liquidate con un “mica possiamo fare notte qui” e “io non vedo nessuna puntura”, non avendoci neanche visitate. Detto ciò i poliziotti e il personale Trenitalia a bordo, hanno cercato di fare il possibile per rendere il nostro viaggio il meno sgradevole possibile. Cercando sul web ho trovato altri casi simili, verificatisi nel tempo, e mi chiedo se sia giusto partire spensierati per una vacanza, dopo aver pagato caro un servizio, e trovarsi a fare i conti con una pessima igiene, ritardi di ore e tanto disgusto.

Silvia Broccolo

 

Diritto di replica

Ci preme fornire alcuni chiarimenti e correzioni circa quanto riportato nell’articolo “Il senso dei Governi per Benetton, regalati 12 miliardi”, pubblicato il 4 settembre 2018. Tale “regalo” proverrebbe da una analisi della formula tariffaria. Il primo rilievo è che l’ancoraggio delle tariffe al 70% dell’inflazione, analogamente al sistema francese, sarebbe illegittimo.

Come provato da un parere della Corte dei Conti nel 2008. Giova rilevare che il governo francese non intese dar seguito a tale parere che metteva in discussione il meccanismo di “price cap” (ancoraggio all’inflazione). Pertanto in Francia, come in tutti i Paesi del mondo che hanno autostrade a pedaggio, il sistema del “price cap” resta l’unico adottato.

Il secondo rilievo è relativo all’importo di investimento remunerato in tariffa (per quelli non ancora compresi tra gli obblighi di investimento nel 1999), che sarebbe basato su un ribasso di gara forfettario del 15% inferiore alla media di mercato. In realtà il 15% è il ribasso minimo, nel senso che ciò che viene remunerato a consuntivo è la spesa effettiva con il ribasso effettivo. Che non può essere inferiore al 15%. Se lo fosse, quella quota eccedente di investimento non sarebbe remunerata.

Circa il Fondo accordi bonari e il Fondo rischi del 3% e 5%, questi sono previsti esplicitamente dalla norma sugli appalti e vengono inseriti nel costo del progetto solo se legittimati dall’approvazione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel corso dei lavori.

Per ultimo, le spese generali: per i tre livelli di progettazione (preliminare, definitivo, esecutivo), la Direzione Lavori, le prove sui materiali e le attività di coordinamento. Nell’investimento vengono riconosciute fino ad un massimo del 9% dell’importo dei lavori.

Per analoghe attività lo Stato fino ad oggi riconosce ad Anas un importo tra l’11% e il 15% dell’importo dei lavori, come è desumibile dal contratto di programma.

All’interno del quale Mit e Anas si danno, peraltro, l’obiettivo di efficienza di ridurre entro il 31.12.2019 la percentuale fino ad un massimo del 9% per le opere programmate a partire dal 2020.

Le nostre affermazioni sono tutte verificabili all’interno del testo della Convenzione e dei relativi allegati.

Ufficio stampa Autostrade per l’Italia

 

Correzione per correzione, Autostrade per l’Italia sostiene che io avrei scritto che l’ancoraggio al 70 per cento dell’inflazione mutuato dalla Francia per il calcolo delle tariffe è “illegittimo”. Non è così. Ho scritto che la Corte dei conti francese ha sentenziato che quel sistema è “economicamente incoerente e falsamente rigoroso”. E lo ribadisco. A dimostrazione che quel metodo non sia il massimo, l’Enac (Ente per l’aviazione civile) ha deciso di non applicarlo a un’altra concessione Benetton, quella per Fiumicino (AdR). Per quanto riguarda i ribassi, la Convenzione del 2007 dà la facoltà ad Autostrade di effettuarli con un limite del 15 per cento: una bella opportunità. Se poi Autostrade non se ne avvale (ammesso che non se ne avvalga) è un altro discorso. Autostrade precisa che il Fondo accordi bonari e il Fondo rischi sono previsti dalla legge. E ci mancherebbe pure che così non fosse. Il punto è che la legge sembra fatta ad hoc. Infine, le spese generali al 9 per cento: Autostrade informa che all’Anas sono più alte. Dalle mie parti si dice: “Cencio dice male di straccio”.

Dan. Mar.

Alleanza Pd-M5S. Un’occasione sprecata per un partito (in parte) da salvare

Io capisco l’imbarazzo a ritrovarsi con questo ingombrante alleato, che è un po’ come lo zio impresentabile alle feste, ma siamo davvero convinti che un’alleanza con questo Pd sarebbe stata una soluzione migliore? E tuttora credo che, prima di procedere a un comune progetto, ci sarebbe bisogno di un radicale rinnovamento che, per il Pd, non sembra neanche alle viste; rimanendo ormai il partito la vera espressione dell’establishment e dell’élite finanziaria alla quale il Movimento ha mosso battaglia. La “sinistra” è rimasta ormai una bandiera sbiadita e, francamente, anche un po’ irritante. Specie per chi, come me, ci ha creduto a lungo.

Vincenzo Orsini

 

Gentile Vincenzo, lei pone un’obiezione giustificata. Il Partito democratico doveva e deve rinnovarsi profondamente, sia in termini di classe dirigente sia per quanto riguarda programmi e, vorrei dire, anche atteggiamento. Perché è evidente che negli ultimi anni il Pd (almeno nei suoi dirigenti apicali) è apparso come un partito autoreferenziale, che ha smarrito la voglia e in fondo il coraggio di sporcarsi le mani, rinunciando a confrontarsi con le realtà più problematiche della società. E per una forza politica che deve rappresentare la sinistra isolarsi in un torre d’avorio fatta di bei salotti e immaginari patinati è un peccato che non si può emendare.

Però, caro Vincenzo, è vero anche che una parte del Pd andava e va salvata, a prescindere dalle idee e opinioni politiche. Ed è innanzitutto quella fatta di iscritti ed eletti sui territori, che la realtà la conoscono benissimo. In gran parte contrari, e questo va ricordato, a un’alleanza con i 5Stelle. Però, e può sembrare un paradosso, è proprio su questo punto che una dirigenza sorda e spesso impaurita doveva chiamarli a raccolta. Convincendoli che tentare un accordo con il M5S era l’unica strada. Perché proprio quella poteva essere la scossa per ripartire, sfidando ogni giorno sul piano dell’amministrazione concreta i 5Stelle che fino a poche settimane fa urlavano all’inettitudine e all’incoerenza altrui, e ora che sono al governo hanno scoperto quanto è difficile mantenere certe promesse (vedi il caso del gasdotto Tap, o le continue contorsioni sui vaccini). Da parte sua il Movimento avrebbe invece costretto i dem a rinnovare certi codici stantii, a tornare a correre. Certo, sarebbe stata una convivenza difficile, per molti versi innaturale. Ma sarebbe stato un esperimento molto interessante. E avrebbe impedito scene come quella della Diciotti. E non è poco.

Luca De Carolis

L’opportunità in politica e il gioco delle tre carte

Il gioco delle tre carte riesce (cioè riesce la truffa a spese dei poveretti che ci cascano) quando si convince qualcuno che l’asso da individuare è al posto dove invece non c’è. Ci vuole abilità a scambiare le carte. Ebbene, la politica in queste settimane si sta impegnando proprio a scambiare le carte. A confondere i piani. A indicare l’asso di quadri nel posto sbagliato, dove invece c’è il due di picche. Due esempi. Uno locale: la nomina nell’antimafia di una avvocata che difende i mafiosi. E uno nazionale: i rapporti tra il governo e i concessionari delle autostrade.

Nel primo caso, l’avvocato milanese Maria Teresa Zampogna e i suoi sostenitori confondono il piano dei diritti costituzionalmente garantiti con quello dell’opportunità e della professionalità. Zampogna ha assistito boss mafiosi, di Cosa Nostra e della ’ndrangheta, ma Forza Italia l’ha imposta nel comitato antimafia della Regione Lombardia. Dopo giorni di dure polemiche, si è finalmente dimessa, ma con una motivazione da gioco delle tre carte. “Sono vittima di un linciaggio mediatico, ignobile quanto gravemente diffamatorio, che ha leso la mia dignità, la mia storia professionale e le mia immagine pubblica”, ha dichiarato. “Non ho voglia di confrontarmi con persone a digiuno delle più elementari regole del diritto e dei principi costituzionali”.

Fa la vittima, sostenendo che i suoi critici attaccano il diritto alla difesa, costituzionalmente garantito anche al più terribile dei boss. Naturalmente imbroglia le carte, perché nessuno nega il diritto dei mafiosi a essere difesi. Invece è facile da capire – non occorre scienza giuridica, basta il buonsenso – che è inopportuno che chi ha difeso un mafioso si trovi magari ad ascoltare le vittime del suo cliente convocate dall’organismo antimafia. Come basta il buonsenso per capire che un violentatore ha diritto alla difesa, ma non per questo il suo avvocato acquista titoli per entrare in un organismo contro la violenza sulle donne. Per far parte dell’antimafia, è necessario avere competenze ed esperienze non in generale, ma nel campo del contrasto alla criminalità organizzata.

Nel secondo caso, si confondono – volutamente – il piano penale e quello politico. Dopo il crollo del ponte di Genova, il governo ha annunciato la volontà di ridiscutere la concessione alla società Autostrade per l’Italia, controllata dal gruppo Benetton. “Questo è giustizialismo, populismo giudiziario, aberrazione antigarantista, condanna prima di avere accertato le responsabilità”, dicono i critici, a destra e a sinistra. Anche qui, si fa il gioco delle tre carte. Sul piano giudiziario, l’inchiesta penale farà il suo corso e con i tempi (lunghi) della giustizia stabilirà se ci sono responsabilità penali nel crollo del ponte Morandi. Ma se i magistrati devono perseguire gli eventuali reati, chi ha il compito di governare deve considerare i fatti. A Genova i fatti sono che un ponte è crollato, che il concessionario non ha impedito la sciagura, che i soldi messi per le manutenzioni, per salvaguardare la sicurezza dei cittadini, sono pochi e quelli per remunerare il capitale e fare investimenti all’estero sono tanti (una remunerazione del capitale di oltre il 10 per cento per un business che è un monopolio sostanziale di un bene pagato con i soldi dei cittadini è uno scandalo nello scandalo). Ridiscutere la concessione e, più in generale, il sistema delle concessioni mi pare la naturale reazione di buonsenso al crollo di Genova. Ma gli interessi sono più forti del buonsenso e la propaganda prova ancora a imbrogliare le carte, a Milano come a Genova.

Venezia 75, tutto è buono purché sia passato

2018, fuga dall’attualità. Il dato più eclatante della gran maggioranza dei film passati alla Mostra di Venezia è, oltre alla lunghezza media, effettivamente mostruosa, il tenersi a debita distanza dal contemporaneo. Mai come quest’anno al Lido ci si fa una cultura: abbiamo visto la competitiva America post kennediana degli anni Sessanta (Il primo uomo), la livida Berlino degli anni 70 (Suspiria), la Città del Messico ancora dei 70 che però ricorda terribilmente i nostri Cinquanta (Roma); abbiamo visto l’Inghilterra settecentesca della regina Anna Stuart (La Favorita) ma anche l’epoca napoleonica del massacro di Peterloo; la Budapest imperiale alle porte della Grande Guerra (Sunset) la fumeggiante Capri primi Novecento di Mario Martone e il troppo vero Uruguay della dittatura militare (A Twelve-Year Night). Per non parlare del Far West, mai così selvaggio e quindi mai così attuale.

Tutto è buono purché sia passato. Quanto sono lontani i tempi della nouvelle vague, del free cinema britannico, del Cinema Novo brasiliano, di tutti quei movimenti in cui il cinema voleva essere uno strumento di satira e denuncia sociale, così come appaiono estinti i cineasti evocatori di mostri o fantasmi contemporanei. Nulla è più felliniano, godardiano, bunueliano, se si escludono le cineteche. E peggio di tutti sta la commedia all’italiana, essendo la commedia in sé già boccheggiante di suo, da anni al cinema siamo in piena dittatura del dolorismo (siamo nati per soffrire e anche per faticare; come si diceva mai una visione sotto le due ore, qualche volta tre, inclusi i trenta minuti di coda, da casello a casello).

Fuga dal presente, dunque, e certo, la settima arte va capita: non sono tempi facili per lei se un tappeto rosso vale più della Sala Grande, se sul red carpet Elisa Isoardi si mangia Kate Blanchett, se nei Tg e nei siti tutti i film di Venezia, tappetino incluso, non valgono il menu del rinfresco del matrimonio tra un rapper e un’influencer. Eppure, se è vero che il cinema resta un sismografo dell’immaginario collettivo, diventa inevitabile chiedersi il perché di questa rimozione. A voler scomodare l’inconscio, giacché di rimozione si tratta, verrebbe da pensare che il cinema d’autore, o presunto tale, si rintana in se stesso, nella sua storia, nel suo più o meno glorioso passato, ovvero nella rivisitazione dei generi (anche in letteratura siamo in piena riscossa dei generi, ultimo rifugio dello stile). È quello che ha sempre fatto Kubrick quando non lo faceva ancora nessuno, facendo però sempre un film di Kubrick (“Finché si copiano gli altri va tutto bene. L’importante è non copiare se stessi”, dice John Houston in The other side of the wind di Orson Welles passato anch’esso a Venezia in un’improbabile ricostruzione, semmai ci fosse stato bisogno di ricordare quanto sa di sale l’indipendenza).

Ma forse esistono spiegazioni più semplici e strutturali, per esempio l’ombra lunga di Netflix, vera dominatrice nelle produzioni; e qui viene il sospetto che, a insindacabile giudizio dei suoi algoritmi, mentre le serie Tv vengono delegate a raccontare ossessioni e incubi del presente, il grande schermo di prima fascia debba concentrarsi sulla rilettura del passato – e in qualche caso sulla sua revisione politically correct (anche il sesso è in quasi completa via di sparizione). In questa atmosfera soffusa di nostalgia serpeggia infine una tendenza nella tendenza, l’eroe antiborghese e anticapitalista, per non dire comunista. Si è potuto scegliere se applaudire il grande José “Pepe” Mujica, i riformatori di Peterloo, il premier norvegese Jens Stoltenberg, il santone kazzenger della Capri Revolution, perfino un Van Gogh martire messianico. Più la sinistra cala nella vita, più cresce nei film; chissà, forse si avvia a diventare pure lei un genere cinematografico.

Benetton, l’urlo dell’arricchito

Dobbiamo essere onesti. Chiunque, se si stesse arricchendo da vent’anni alla faccia di un’intera nazione silenziosa e prona, comincerebbe a pensare di essere circondato da un popolo di scemi. E quindi non dobbiamo sorprenderci se Gilberto Benetton, in una lunga intervista con lacrimuccia artificiale al Corriere della Sera di ieri, da scemi ci ha preso e da idioti ci ha lasciato.

Con l’arroganza di chi pensa di essere l’unico intelligente tra 60 milioni di tonti, egli parla come se il ponte di Genova fosse venuto giù per una fatalità o per qualche causa misteriosa da indagare. E fa anche il severo: “Verrà fatto tutto ciò che è in nostro potere per favorire l’accertamento della verità e delle responsabilità dell’accaduto”. Tutti i 60 milioni di presunti idioti pensano che la responsabilità sia della società Autostrade per l’Italia, che incassa fior di pedaggi per garantire la manutenzione e la sicurezza e che, con tutta evidenza, non ha garantito né l’una né l’altra. Ma Benetton, l’unico intelligente, ha un’idea più profonda dei destini del cemento armato. Esso, pare, ogni tanto collassa, si sbriciola, si dissolve. E lo fa a sorpresa, subdolamente, in modo imprevedibile. Nel caso di Genova, in effetti, aveva dato segnali di cedimento solo negli ultimi vent’anni, un lampo nei tempi della storia.

E così, pensoso, il grande imprenditore ci spiega che “il disastro di Genova dev’essere per noi come azionisti un monito perenne, a non abbassare mai la guardia e continuare a spingere il management, che ha la responsabilità della gestione (brigadiere verbalizzi, ndr), a fare sempre di più e di meglio, nell’interesse di tutti, e ripeto tutti”. Il mondo va così. I viadotti crollano, si sa, e la famiglia Benetton spinge il management a fare sempre di più per arginare l’inarrestabile e pernicioso fenomeno. E noi, par di capire, dobbiamo ringraziarli.

Un giorno gli storici che vorranno capire il disfacimento del capitalismo italiano dovranno leggersi con attenzione questo documento. Con i soldi dei pedaggi il gruppo quotato Atlantia ingaggia fior di società di comunicazione per il fatidico crisis management, e l’idea migliore prodotta dalla tempesta di cervelli è l’intervista di beatificazione su un giornale reso comprensivo dalla pubblicità Benetton. Solo a loro puoi confidare certi pensieri intimi senza sentirti obiettare: “Scusi, ma che cavolo sta dicendo?”. Solo da loro puoi aspettarti il titolo “Non potremo mai dimenticare”.

Benetton ammette che a 24 ore dalla carneficina la famiglia non ha voluto rinunciare alla tradizionale festa di Ferragosto a Cortina, però dice che è “un’insinuazione”. Occuparsi dei propri ospiti e non dei 43 morti di Genova è dettato da un imperativo etnografico: “Sa, dalle nostre parti il silenzio è considerato segno di rispetto”. Egli viene forse da qualche plaga rurale, e i genovesi sono avvertiti, e anche le famiglie dei morti: Atlantia è una società quotata che straparla di crescita e internazionalizzazione, ma l’azionista Benetton rivendica codici tribali. Studia, mamma addolorata: se perdi un figlio nel crollo di un viadotto e il padrone della società che doveva garantire la sicurezza manco ti si fila perché ha la grigliata a Cortina, devi sapere che a Treviso esprimono così il cordoglio.

E agli ignoranti che pensano che ai Benetton le autostrade siano state quasi regalate e poi trasformate da tutti i governi degli ultimi 20 anni in un bancomat per gli azionisti, lo stratega Gilberto risponde irridente che Romano Prodi aveva disperato bisogno di vendere e nessuno le voleva, e allora loro si sono sacrificati “offrendo una cifra che allora fu giudicata spropositata”. Lo ha detto: “Avremmo potuto fermarci molto tempo fa, goderci la vita”. E invece no, si sono sacrificati, e la vita se la sono goduta i sudditi.

Non si accorge, il genio delle infrastrutture a pedaggio, e neppure i suoi comunicatori, della contraddizione profonda del suo discorso. Rivendica, con la conquista della spagnola Abertis, “la volontà di costruire un campione italiano capace di competere nel mondo, nelle autostrade, negli aeroporti e nelle altre infrastrutture”. Ma ha appena detto che il gruppo Atlantia non ha idea di come sia venuto giù il ponte Morandi. E come ci va a competere nel mondo, con gli scongiuri?

In realtà questi signori l’unica cosa che sanno benissimo è come competere in Italia. E come fare i conti con la politica a cui devono tutto. Matteo Salvini ha definito i Benetton “senza cuore”? Lui non si scompone. Fa l’offeso: dalle sue parti infatti “sempre disponibili al dialogo ma per un confronto serve un clima costruttivo” e, notate bene, sta dettando le condizioni al governo italiano. Con il quale ha un argomento di ferro: “Dispiace, ma io credo che Salvini conosca gli imprenditori e sappia quello che c’è nei loro cuori”. Nei loro cuori, Salvini lo sa, ci sono i ricordi. Capisci a me, direbbe Di Pietro.

 

Il primo cittadino di Gela rischia il posto. Oggi la sfiducia

L’avventura del sindaco di Gela, Domenico Messinese, è quasi agli sgoccioli. Il primo cittadino, eletto al ballottaggio nelle file del Movimento 5 Stelle nel 2015, con il 64,5% dei voti e il sostegno degli alfaniani, contro Angelo Fasulo (Pd), è a un passo dalla sfiducia. Il cambiamento grillino paventato da Messinese è durato appena sei mesi, il tempo di essere epurato dai vertici isolani perché “venuto meno agli obblighi assunti”, non avendo dimezzato la sua indennità e per controversie sulle tematiche ambientali legate al polo petrolchimico. Negli ultimi tre anni, il sindaco per governare è andato avanti stringendo accordi con ogni schieramento, e facendo ruotare 16 assessori. I suoi principali oppositori sono stati gli ex amici pentastellati, che hanno spinto più volte per la sfiducia, non riuscendo però mai ad avere i numeri. Questa volta però 21 consiglieri su 30 hanno firmato la mozione, grazie alla partecipazione del Pd, l’Udc-Ap, Forza Italia e Sicilia Futura. In mattinata si voterà la sfiducia, mentre Messinese spera in un ultimo colpo di scena, magari strizzando l’occhio al governatore Nello Musumeci, per ottenere quei voti che ne impedirebbero la caduta.

Ristoranti, cabine (e pure i lampioni). Il sindaco di Reggio e il filo con la cosca

“Mi ha chiamato Falcomatà e mi ha detto se voglio la ‘Luna Ribelle’”. La cosca Libri e i contatti con il sindaco di Reggio Calabria stanno tutti in un’informativa del Ros, inserita nel fascicolo dell’inchiesta “Teorema”. Per i carabinieri si tratta di “acquisizioni rilevanti sotto il profilo investigativo”. Soprattutto le conversazioni in cui si parla della possibilità per Serafina Libri, figlia del boss don Pasquale, di acquisire la gestione del famoso locale reggino “La Luna Ribelle”, un ristorante sul lungomare della città dello Stretto che comprendeva anche il lido comunale. Un affare che poi non si è concluso, ma che aveva diversi zeri al seguito. “Campi solo con le cabine. Sono 15 mila euro al mese”. È la stessa indagata che ne parla col marito Demetrio Nicolò nelle intercettazioni consegnate alla Dda. Per gli investigatori, la figlia e il genero erano gli intermediari con i quali il boss (deceduto l’anno scorso) aveva “il controllo diretto di diverse realtà economico-imprenditoriali”.

Pasquale Libri non era uno qualunque. Per i pm, era il custode delle regole della ’ndrangheta. I magistrati sono riusciti a “documentare l’interessamento della cosca verso l’infiltrazione nel mondo politico-istituzionale”. Nelle 308 pagine scritte dal Ros c’è addirittura un capitolo sui rapporti “sussistenti tra la cosca Libri e il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà tramite Libri Serafina e il marito Nicolò Demetrio”.

Tenendo sotto controllo quest’ultimo, i carabinieri sono arrivati al sindaco del Pd, che non è indagato. Per gli inquirenti, però, c’è “un filo diretto” con la cosca. “Grazie infinite per gli auguri, Demetrio – sono le parole di Falcomatà subito dopo la sua elezione a sindaco – Ricostruiamo questa città! Ti abbraccio”. Era novembre 2014 e, dopo i disastri del centrodestra di Giuseppe Scopelliti (oggi in carcere), Reggio usciva da due anni di commissariamento per mafia.

Prima di ricostruirla, la città doveva essere illuminata. E se nella zona della “Pineta Zerbi”, dove la figlia del boss gestiva una gelateria, non c’era luce, era sufficiente inviare un sms a Falcomatà per lamentarsi. I Libri chiedono e il sindaco risponde: “È stata ripristinata? Fammi sapere”. “Grazie, tutto ok”. “Era lo stesso Falcomatà – scrivono i carabinieri – che si faceva carico di risolvere il problema”.

Al genero del boss, in vista dell’estate 2015, il sindaco avrebbe offerto anche la gestione del ristorante nella Torre Nervi, di proprietà del Comune. Gli indagati parlano dentro una Fiat Bravo e i carabinieri annotano: “Mi ha chiamato Falcomatà – dice Demetrio Nicolò – e mi ha detto se voglio ‘La Luna ribelle’”.

“Vai a trovare a Peppe (il sindaco, ndr) – è stata la risposta della Libri al marito – e ci dici che è una cosa che ci interessa e ci fa sapere se si deve essere puliti… in modo che possiamo mandare avanti qualche cristiano”. Un modo come un altro per indicare un prestanome a cui intestare la società per partecipare al bando. I Libri l’avevano anche trovato. Lo chiamavano “l’ingegnere” ed era originario di Taranto. A lui il genero del boss ha spiegato il progetto: “Ora che c’è Falcomatà… piano piano riuscirò a fare tutto quello… L’ho fatto con l’amministrazione contraria, voglio dire”.

Il solito Renzi: grida al fuoco amico e poi oscura Martina

L’“#instacomizio”. Sotto le foto preparate e fatte scorrere sul palco da Franco Bellacci, il fidato factotum un tempo addetto a proiettare le slide, gioia e tripudio degli anni di governo, c’è pure l’hashtag. Del doman non c’è certezza, per l’oggi l’unico punto fermo di Matteo Renzi sembra il format. Ravenna 2018, Festa dell’Unità, l’ex segretario ed ex presidente del Consiglio, alla sua prima apparizione estiva a una manifestazione del Pd esordisce così: “Mi sono preparato una serie di cose. Anche se ce ne sarebbero troppe da dire su questo governo”. Sul programma c’era un buco: “Intervista a Matteo Renzi”, senza specificare a chi. L’intervista non c’è, il fu leader dem opta per un one man show in tono minore. Nello spazio Aldo Moro del Pala De André (dal nome non del cantautore genovese, ma di suo fratello, Mauro, un tempo dirigente del gruppo Ferruzzi) c’è un pubblico di affezionati. Qualche centinaio di persone che ancora fa il tifo per il senatore di Scandicci.

Le prime tre file sono occupate dai volontari con le magliette rosse. Giovani pochi, gli over 60 sono la maggioranza. “Quello di oggi è il dibattito più partecipato, eccezion fatta per quando è venuto Pepe Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay”. Obiettivo minimo per Renzi, questo: tanto è vero che domenica sarà a Firenze e Bologna. Maurizio Martina chiude a Ravenna, meglio ribadire che c’è la controprogrammazione. “Chi vince il congresso ha tutto il Pd con sé. Io per due volte ho avuto il fuoco amico. Ora basta, basta. Chi vince, vince. Chi perde dà una mano”, dice con voce accorata. Dalla platea a quel punto lo seguono: “Congresso subito”. Mani avanti, mette su la classica smorfia di chi non ha risposte: “Boni”, dice. Stessa espressione tra il vago e il basito quando gli urlano “Matteo, candidati tu”. Divagazione (tipica di tutti i momenti in cui non ha un piano B, ma a fare un passo indietro non ci pensa proprio): “In questo momento il problema non è quello che faccio io. Questo paese ha perso un confine con le fake news”. La realtà è che Renzi un candidato per il congresso non ce l’ha e neanche una strategia. Su Nicola Zingaretti stanno convergendo tutti, pure Dario Franceschini. E per tutta l’estate, nel partito, si è fatto il gioco delle possibilità. Da Anna Ascani, che ci ha talmente creduto da raccontarlo al Foglio, a Teresa Bellanova, da Luigi Marattin a Roberto Giachetti. Tutte opzioni di ultra minoranza, mentre Graziano Delrio si fa indietro e Maria Elena Boschi si butta avanti, più con la voglia di apparire che con la reale possibilità non di vincere, ma pure di partecipare. Luca Lotti ha la sua idea: appoggiare Zingaretti e poi condizionarlo, mantenendo il controllo sui gruppi parlamentari e partendo dal presupposto che comunque non si tratta di un leader che punta a vincerle le elezioni. Fatto sta che si prende tempo: le primarie, nella road map di Renzi, non saranno prima di marzo. E c’è pure chi mette in dubbio l’utilità della Leopolda, programmata per ottobre. In freezer, più o meno come tutto, l’idea di farsi un partito: sondaggi scoraggianti, panorama troppo incerto. E allora, meglio cambiare discorso.

“Basta con l’autoanalisi, è venuto il momento di fare opposizione”, esordisce Renzi. E via con la battuta: “Il governo è proprio del cambiamento: cambia idea ogni giorno”, “I Cinque Stelle più che un Movimento sono uno zig zag”, Toninelli diventa “Toninulla”, i dirigenti Cinque stelle sono degli “scappati di casa”, Barbara Lezzi “si meriterebbe il Nobel” perché “ha detto che il Pil cresce con il caldo”. E ancora: “Oggi lo Spectator ha contrapposto Salvini a Macron, come se fosse l’uomo delle caverne. Tipo: ‘Wilma, passami la clava’”. Menzione immancabile e speciale per il “Falso quotidiano”, Renzi recita a soggetto una delle parti che gli viene meglio: il battutista. E non rinuncia al momento “autopromozione”: a un certo punto il fido Bellacci manda le immagini del suo documentario sulle bellezze di Firenze. Di fronte al Renzi compassato e serioso, che illustra gli Uffizi, viene da domandarsi perché non abbia scelto invece di darsi a un programma comico. “Stasera mi tocca anche fare la signorina Buonasera”, dice a un certo punto. Echi di uno spettacolo perpetuo che un tempo lo vedeva protagonista unico della scena.

Nel pubblico, ad applaudire c’è un piccolo drappello: la stessa Ascani, Alessia Morani, Raffaella Paita, Dario Stefano, Piero De Luca. Pure i renziani di media caratura non si vedono. The show must go on: giro nelle cucine, strette di mano, qualche selfie di mestiere. Sono passati 6 anni, da quando nel 2012, sempre in Emilia, Renzi irruppe alla Festa di Reggio, tra ali di folla, con i vecchi big attoniti per l’intruso che veniva a prendersi il patrimonio di famiglia. Un’era fa. Lui riduce il giro, poi incontra Marco Minniti e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, e a quel punto si ferma a mangiare. D’altra parte, Minniti, è l’unico che ha citato nel suo discorso: nella desolazione, forse, lo vorrebbe pure candidato segretario. Un gruppetto di supporter si interroga: “Ma perché Renzi si è attirato l’odio di così tanta gente?”.

Berlusconi torna e gela l’ipotesi del partito unico

Avanti con Forza Italia. No al partito unico di centrodestra. Silvio Berlusconi torna a parlare di politica e lo fa su un tema scottante, quello del futuro di Forza Italia e dell’ipotesi di fusione con la Lega. “Continuo a leggere sui giornali notizie sulla nascita di un partito unico di centrodestra. Finora non ho ritenuto di smentirle perché sono ipotesi prive di ogni fondamento”, afferma l’ex Cavaliere. Parole che suonano come una doccia gelata per le frange di FI che invece quel progetto auspicano da tempo, come il governatore ligure Giovanni Toti, ma non solo. Nei giorni scorsi si era addirittura ipotizzata una formula di partito unico simile a quella del vecchio Popolo delle Libertà. “Il tema del partito unico semplicemente non esiste, non ne abbiamo mai neppure discusso, né al nostro interno, né con altre forze politiche. Forza Italia va avanti perché il futuro del centrodestra è un futuro liberale”, sottolinea Berlusconi. Parole che arrivano nel giorno in cui da una parte è stato confermato il sequestro dei 49 milioni alla Lega e, dall’altra, proprio il Giornale di famiglia in un articolo descrive l’inizio di un possibile disgelo tra Berlusconi e Salvini.

Un altro attacco hacker a Rousseau Online i donatori

È ancora una volta Rogue0, il pirata informatico che ad agosto dello scorso anno ha “bucato” il sistema operativo del Movimento 5 Stelle, il responsabile della fuga di dati che ha interessato la piattaforma Rousseau. L’hacker, dimostrando di poter ancora effettuare l’accesso al database della piattaforma in qualità di amministratore, ha pubblicato su Twitter due link: il primo conduce a una lista di tabelle presenti all’interno del database che sembrano recenti, l’altro rimanda a una lista di donatori, corredata di importi corrisposti e indirizzi email.

Solo tre giorni fa in Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto legislativo di armonizzazione alle nuove regole e sulla privacy. La normativa prevede che in caso di violazione informatica il titolare del trattamento dei dati deve informare il Garante della Privacy entro 72 ore. Dall’ufficio del Garante dichiarano che sono state avviate le prime verifiche. Da chiarire è “se il data breach sia stato determinato dalle stesse cause riscontrate in passato, già oggetto di un provvedimento”, o da cause diverse che andranno accertate.