“Prima gli italiani” addio: a Bolzano adesso il Capitano parla tedesco

Come si dice “Prima gli italiani” in tedesco? La domanda circola da un po’, chissà se con qualche imbarazzo, nelle segreterie della Lega in Alto Adige. Già, perché il partito di Matteo Salvini ha capito di avere di fronte un’occasione storica: alle prossime elezioni del 21 ottobre, la Lega potrebbe prendersi per la prima volta la provincia di Bolzano, anche se come spalla della solita Svp (Südtiroler Volkspartei, il partito che rappresenta la popolazione di lingua tedesca e ladina).

Per il Carroccio sarebbe un successo non da poco: a Bolzano Svp trionfa da sempre con percentuali bulgare, ma la legge elettorale – una variante del proporzionale – rende indispensabile l’appoggio alla maggioranza di un paio di consiglieri eletti coi partiti nazionale italiani. Finora questo sostegno era sempre arrivato da sinistra, per la gioia del Partito democratico – che sei mesi fa nel fortino di Bolzano ha paracadutato Maria Elena Boschi – e della Svp, ormai presenza fissa in Camera e Senato e al Parlamento Europeo.

Dal 4 marzo, però, il clima è cambiato e lo testimoniano anche alcuni manifesti comparsi sopra la sede locale della Lega, in cui il faccione di Salvini è stampato a fianco a scritte in lingua tedesca. “Suedtirol den Suedtirolern, l’Alto Adige ai sudtirolesi. Ma lo slogan della Lega di Salvini non era l’Italia agli Italiani?”, si è chiesto ironico Alessandro Urzì, consigliere provinciale di Bolzano e della Regione Trentino Alto Adige con Fratelli d’Italia.

Ma la Lega bada al sodo: sa che i sondaggi sorridono ai verdi e che la Svp avrà buon gioco ad avere come interlocutore un partito che a Roma governa, piuttosto che un Pd ancora in attesa di ripartire dopo il tonfo alle elezioni. Certo, accordi formali con tra Salviniani e autonomisti non ce ne sono, come precisa il commissario locale del Carroccio Massimo Bessone, “anche perché il proporzionale consente ai partiti di trovare un’intesa a elezioni avvenute”. Per lo stesso motivo non si può escludere che, in caso di eventuale exploit del Pd, a Bolzano si torni all’antica alleanza di centrosinistra, dovendo comunque Svp comporre una maggioranza con altri partiti. Ma l’ipotesi più probabile resta quella di una svolta a destra e per questo nelle ultime settimane la Svp e gli esponenti della Lega si sono incontrati più volte, gettando le basi per l’accordo post-elettorale.

Un buon risultato della Lega a Bolzano, poi, avrebbe anche conseguenze sui numeri in Consiglio regionale. In Trentino Alto Adige non si vota infatti direttamente per la Regione: il Consiglio è formato dall’unione degli eletti della provincia di Bolzano con quelli eletti a Trento, che poi si scelgono un governatore mantenendo l’alternanza linguistica tra italiani e tedeschi. A Trento però, dove si voterà lo stesso giorno, il quadro è del tutto diverso: la Lega guida il centrodestra unito e, visto il sistema maggioritario, sostiene Maurizio Fugatti come candidato presidente.

Un equilibrio impossibile da tenere a Bolzano, dove Fdi e Forza Italia troppo spesso si sono scontrate con Svp e con le sue velleità autonomiste, compromettendo ogni possibile accordo dopo il voto. Senza gli alleati, la Lega ha briglie sciolte: il patto con la Svp è il miglior modo per far crollare l’ennesima roccaforte rossa.

Salvini ora minaccia “l’ira dei giusti”. E pensa a un piano B

E ora la notte si fa scura. Perfino per Matteo Salvini, quello con il partito primissimo nei sondaggi e nelle piazze. Al punto che ora torna la tentazione di rinunciare al nome del partito, la sigla Lega. Mentre dalla base sale l’offerta di una colletta per aiutare il “capitano” e il suo Carroccio. “Se il tribunale del Riesame conferma il sequestro la Lega chiude” era stata la sintesi di Giancarlo Giorgetti venerdì scorso dal palco della festa del Fatto. E il tribunale ha confermato.

Eppure nel giorno della mazzata il segretario federale nonché vicepremier Salvini, non evoca serrande abbassate. Invece, dopo aver snocciolato rosari in campagna elettorale, il ministro dell’Interno va di minaccia biblica: “Temete l’ira dei giusti”. E di seguito, assicura che lui non cederà: “Lavoro per la sicurezza degli Italiani e mi indagano per sequestro di persona (30 anni di carcere), lavoro per cambiare l’Italia e l’Europa e mi bloccano tutti i conti correnti, per presunti errori di dieci anni fa. Se qualcuno pensa di fermarmi o spaventarmi ha capito male, io non mollo e lavoro con ancora più voglia. Sorridente e incazzato”.

Tradotto, è tutta colpa dei giudici che remano contro. Però al di là di accuse e di parolacce ora bisogna capire come mandare avanti un partito senza euro a disposizione. Un bel nodo, ammette anche il presidente del Consigli Giuseppe Conte, che premette di non voler commentare la sentenza, però la butta lì: “Prendo atto che per un partito sarà difficile fare attività politica”. E ripercussioni per il governo? “Direi di no” sostiene Conte, silente sul Salvini che picchia e ripicchia sui magistrati. Ed è lo stesso spartito suonato dall’altro vicepremier Luigi Di Maio: “Da parte nostra nessun problema per l’esecutivo, le sentenze si rispettano e si va avanti”. Nel frattempo l’opposizione spara. E su Twitter cinguetta di rabbia addirittura Maria Elena Boschi: “Mi hanno massacrata due anni per un incontro con un dirigente di banca. Per un incontro! Se invece rubassi 49milioni e mi rifiutassi di restituirli, cosa mi farebbero? #LegaLadrona”. Ma la Boschi minimalista su Banca Etruria è contorno, rispetto al tema degli equilibri tra Lega e M5S. Perché un Carroccio azzoppato può essere un guaio anche per i contraenti a 5Stelle, che pure soffrono il Salvini iperattivo. Non a caso Gianluigi Paragone, senatore M5S già vicinissimo alla Lega, dice al Fatto: “Trovo strano che nel paese della good company e della bad company, un principio che è valso per tutte le aziende in crisi, si sequestri ogni risorsa a un partito con una sentenza non definitiva”. Ma ora? “Credo che il Carroccio dovrà cambiare il contenitore, ovvero la sigla del partito. Mi pare che la procura glielo dica chiaramente…”. Però Salvini due giorni fa ha giurato: “Non cambio nome e simbolo al partito per una sentenza”. E nel nuovo simbolo depositato il 15 giugno, comparivano ancora sia il nome Lega che la figura stilizzata di Alberto da Giussano. Però la tentazione di cambiare rimane. E i più attenti fanno notare che già da un po’ nella propaganda di Salvini la parola Lega è stata messa da parte. Un esperimento temporaneo, forse. O forse no.

Sui social invece ieri era un proliferare di offerte da parte di iscritti e simpatizzanti, pronti a versare euro per salvare il Carroccio. Un segnale che a via Bellerio hanno notato. E che potrebbe essere la miccia per una grande raccolta fondi, contro “il sistema” che vuole fermare la Lega, contro il nemico che va sempre bene. Ipotesi, mentre è certo che il Carroccio punta quasi tutto sul ricorso in Cassazione contro la decisione del Riesame. La carta per non giocarne altre, parecchio rischiose.

Il Riesame affossa la Lega. Via al sequestro dei 49 milioni

“Poiché la Lega Nord ha direttamente percepito le somme qualificate in sentenza come profitto del reato in quanto oggettivamente confluite sui conti correnti, non può ora invocarsi l’estraneità del soggetto politico rispetto alla percezione delle somme confluite sui suoi conti e dalle quali ha direttamente tratto un concreto e consistente vantaggio patrimoniale”. E alla fine è arrivata, ecco la pronuncia del Tribunale del Riesame di Genova che apre la strada alla Procura ligure nella caccia al tesoretto che era stato sottratto allo Stato dai vertici leghisti dell’era Bossi. Quei 48,9 milioni di rimborsi elettorali “corrispondenti al profitto del reato” (circa due milioni sono stati già sequestrati). I pm potranno seguire il denaro fino a oggi, cioè andando a guardare anche nei conti correnti attuali. Forse anche nei conti di onlus e associazioni della galassia leghista.

Dopo mesi di ricorsi, opposizioni ed eccezioni ieri è arrivata la pronuncia del Riesame che segue e dà applicazione a quella di luglio della Cassazione. Già, questa è la premessa del Tribunale: il Riesame “aveva il dovere di adeguarsi al principio stabilito dalla Cassazione”. Era stata la Suprema Corte a fissare il principio in diverse pronunce a sezioni unite.

E il collegio presieduto dal giudice Roberto Cascini motiva così la sua decisione: “Deve rammentarsi che non solo non esiste alcuna norma che stabilisca ipotesi di immunità per i reati commessi dai dirigenti dei partiti politici”. Parliamo appunto del processo per la truffa dei rimborsi elettorali che in primo grado ha visto la condanna di Francesco Belsito e Umberto Bossi (la sentenza di appello arriverà nelle prossime settimane). Il Riesame aggiunge: “Esiste una precisa disposizione di legge che impone la confisca addirittura come obbligatoria nel caso in esame senza quindi consentire al giudice alcuno spazio di disapplicazione della norma stessa per i dirigenti pro tempore di un partito politico che commettano reati rispetto alle posizioni di ogni altro imputato”. Insomma, il partito ha una responsabilità simile a quella delle società, prevista dalla legge 231.

Ma il passaggio decisivo, per quanto tecnico è a pagina 3: “Ogni sequestro di denaro deve considerarsi diretto e non per equivalente”, premettono i giudizi. E spiegano: “L’adozione del sequestro preventivo non è subordinata alla verifica che le somme provengano” direttamente “dal delitto in quanto il denaro deve solo equivalere all’importo che corrisponde al profitto del reato”.

Una sentenza che, era logico prevederlo, suscita un dibattito politico molto acceso. Del resto Giancarlo Giorgetti durante la recente festa del Fatto aveva dichiarato: “Se ci sarà il via libera ai sequestri” dei proventi “che sostanzialmente sono i versamenti dei parlamentari e dei consiglieri, è evidente che il partito non potrà più esistere perché non avrà più soldi”.

Ma i magistrati sembrano rispondere anche a questo timore, cioè che la sentenza possa avere un riflesso sulla ‘democrazia’: “Nel procedimento di merito (quello contro Belsito e Bossi, ndr) definito con sentenza di condanna sono parti civili i massimi organi costituzionali di rappresentanza popolare, il che evidentemente esclude ogni possibile violazione delle prerogative democratiche in relazione all’esecuzione della confisca disposta in sentenza”.

Bocciati anche i rilievi dei difensori della Lega – Giovanni Ponti e Roberto Zingari – che avevano citato la pronuncia della Corte europea dei Diritti dell’uomo (Cedu) sull’ecomostro di Punta Perotti. In sostanza, dicevano i difensori del Carroccio, non potrebbero essere effettuate confische nei confronti di chi non è parte nel processo. Il Riesame non è d’accordo: ricorda che la Grande Chambre di Strasburgo, “per sua prassi si pronuncia solo sul caso concreto senza stabilire principi di diritto validi in astratto” e “attiene a fattispecie completamente diversa… da quella oggetto del presente procedimento… in quanto quella di Punta Perotti ha carattere sanzionatorio equiparabile all’irrogazione di una pena, mentre quella in esame ha carattere restitutorio di un indebito arricchimento”.

I legali del Carroccio avevano sollevato anche una questione di illegittimità costituzionale della normativa in materia di confisca, ma i giudici ricordano ancora che “la confisca obbligatoria è finalizzatata al fine certamente legittimo e conforme ai principi dell’ordinamento giuridico interno e sovranazionale di assicurare allo Stato il profitto del reato”.

Ed ecco il passaggio finale: “Il Tribunale dispone il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta anche delle somme che sono state depositate o verranno depositate sui conti correnti e depositi bancari intestati o comunque riferibili alla Lega Nord successivamente alla data di notifica ed esecuzione del decreto di sequestro fino all’occorrenza di 48,969 milioni”.

Alan Friedman resiste a tutto

Pochi giornali si sono schierati in prima linea contro le fake news e le interferenze russe nella politica italiana (tutte da dimostrare) come La Stampa. Il giornale diretto da Maurizio Molinari da mesi mette in guardia contro i pericoli che arrivano dal web, attraverso i famigerati troll che diffondono subdoli di propaganda. Erano così presi a cercare le centrale di disinformazione di Mosca che non si sono accorti di aver messo uno di questi troll a contratto: Alan Friedman, americano di professione, si è prodotto ieri in un articolone a tutta pagina dedicato alla “minestrina populista” del governo “per evitare l’apocalisse sui mercati”. Ma il contenuto conta poco, basta la firma. In questi mesi prima il Guardian poi il New York Times, sulla base dei documenti nel processo all’ex consigliere di Trump, Paul Manafort, hanno rivelato che la società di Friedman, FBC, ha avuto un ruolo nell’attività di lobby di Manafort in favore dell’ex presidente filorusso dell’Ucraina Viktor Yanukovich. Friedman ha poi costruito un gruppo informale di politici e una rete che arriva fino a Romano Prodi per sostenere l’agenda russa nella crisi ucraina dopo il 2014. Che Friedman abbia fatto tutto questo non stupisce chi lo conosce, che La Stampa lo faccia ancora scrivere invece sì.

Anticorruzione, il governo dà l’ok al Daspo a vita

Approvato. Il disegno di legge “spazza-corrotti” è stato varato dal Consiglio dei ministri di ieri e ora passerà, per l’approvazione, in Parlamento. “Stiamo adeguando il nostro sistema giuridico-sociale alla disciplina anticorruzione che ci viene richiesta da organismi internazionali”, ha dichiarato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “La nostra è una rivoluzione, non lasceremo scampo alla corruzione”, ha ribadito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Assente dalla scena Matteo Salvini, la “spazza-corrotti”, presentata come un provvedimento orgogliosamente voluto dai 5 stelle, passa senza le correzioni e i depotenziamenti che erano stati ventilati nei giorni scorsi.

Daspo. È il provvedimento che esclude i corrotti dalle gare per gli appalti pubblici. Chi è condannato in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione (e il disegno di legge aggiunge all’elenco otto nuovi reati) non avrà più la possibilità di stipulare contratti pubblici. Per condanne fino a 2 anni, il “daspo” durerà da 5 a 7 anni. Per condanne superiori ai 2 anni, l’esclusione sarà a vita. “Il messaggio è che d’ora in poi non se la cava più nessuno”, ha detto Bonafede. Il vicepremier Luigi Di Maio ha spiegato: “Il primo che mi ha parlato di un ‘daspo’ per i corrotti è stato tanti anni fa un piccolo imprenditore del Veneto. Mi disse che sognava che chi veniva beccato con le mani nella marmellata non potesse più mettere piede nella pubblica amministrazione. È una idea che abbiamo portato avanti per anni in Parlamento quando eravamo all’opposizione e ora che siamo al governo la realizziamo, a neanche tre mesi dall’insediamento”.

Agente sotto copertura. L’Italia aveva sottoscritto, nel 2003, la Convenzione Onu di Merida che prevedeva di utilizzare l’agente sotto copertura (già impiegato contro i reati di mafia, terrorismo, droga, pedopornofilia, riciclaggio e traffico illecito di rifiuti) anche nelle indagini sulla corruzione. “Per 15 anni l’Italia se n’era dimenticata – ha spiegato Bonafede – ora noi realizziamo quell’impegno e mettiamo l’Italia all’avanguardia in Europa”. Non sarà un “agente provocatore” (che in altri ordinamenti, per esempio negli Usa, può compiere anche reati come pagare una tangente per “intrappolare” un funzionario o un politico infedele), ma un ufficiale di polizia giudiziaria che documenta reati che si stanno commettendo e ne porta le prove al pubblico ministero.

Premio a chi denuncia.Una norma premiale garantisce la non punibilità a chi denuncia un fatto di corruzione. Purché lo faccia prima che il pm avvii le indagini e comunque entro sei mesi, fornendo elementi per le indagini e restituendo il malloppo.

Altre misure riguardano la corruzione all’estero, che diventa procedibile d’ufficio, senza bisogno di querela di parte, come pure l’appropriazione indebita aggravata e la corruzione tra privati. Il millantato credito viene equiparato al traffico d’influenze.

Cernobbio il governo c’è, ma i ministri M5S rifiutano l’invito

Comincia oggiil Forum The European House Ambrosetti che si terrà fino a domenica a Villa d’Este a Cernobbio (Como). L’appuntamento annuale, alla 44esima edizione, che riunisce un parterre internazionale di relatori appartenenti al mondo politico, imprenditoriale, istituzionale e accademico, riaccoglierà quest’anno Matteo Salvini, che lo scorso anno aveva dichiarato: “Conto di vedervi qui nel 2018 per raccontarvi i risultati dei miei primi mesi di governo”. Saranno invece assenti il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio, che l’anno scorso partecipò in veste di aspirante candidato premier del Movimento 5 Stelle, e gli altri ministri M5S invitati,Toninelli e Bonafede. In rappresentanza del Movimento ci sarà Stefano Buffagni, sottosegretario agli Affari regionali. Parteciperanno i ministri Tria, Moavero Milanesi, Trenta, Bussetti e Bongiorno e il Presidente del Senato Casellati. È atteso per domani il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che arriverà dopo aver partecipato alla cerimonia di apertura della 82esima Fiera del Levante a Bari.

Vaccini, l’ennesimo dietrofront dei giallo-verdi

Autocertificazione sì, no, solo per metà anno. Sulla presentazione di tutti i documenti delle vaccinazioni effettuate per entrare a scuola il governo ha cambiato idea. Un’altra volta. Dopo aver proposto di tornare all’obbligo soltanto mercoledì sera, adesso la maggioranza gialloverde è di nuovo sulla linea dell’autocertificazione. I bambini potranno frequentare asili nido e materne con una semplice dichiarazione dei genitori, fino al 10 marzo; entro questa data, però, bisognerà convertirla nei documenti ufficiali.

Il compromesso trovato da Lega e M5S all’interno del Milleproroghe, di fatto, è la stessa identica deroga concessa l’anno scorso dall’ex ministra Beatrice Lorenzin, che nel 2017 aveva sospeso la sua riforma concedendo sei mesi di tempo alle famiglie per mettersi in regola. Con l’approvazione del decreto, dunque, si darà forza di legge alla circolare dei ministri Grillo e Bussetti, che già a luglio aveva consentito la frequenza dell’anno scolastico 2018/2019 con l’autocertificazione. Si parla solo del tipo di documenti da presentare e non dei vaccini da effettuare, come ha sottolineato il sottosegretario alla Salute, Armando Bartolazzi. “L’obbligo vaccinale non è intaccato, si tratta di autocertificare l’avvenuta vaccinazione. Chi dichiara il falso sarà perseguito”. In tutta Italia, infatti, continuano i controlli dei Nas dei carabinieri per accertare la veridicità delle attestazioni firmate dai genitori: per ora su oltre 15.400 controlli sono state riscontrare solo 22 irregolarita.

L’emendamento ha comunque riacceso le polemiche dell’opposizione. I presidi temono il caos di inizio anno (anche perché fino all’entrata in vigore del Milleproroghe la circolare ministeriale per l’autocertificazione rischia di entrare in conflitto con la legge Lorenzin, che per il 2018 prevede l’obbligo). E poi la doppia giravolta nel giro di neanche 12 ore conferma quanto sui vaccini ci fossero opinioni differenti. Non soltanto all’interno del M5s, in cui convivono posizioni più oltranziste come quella di Paola Taverna (firmataria dell’emendamento al Senato che rinviava l’obbligo, senza neppure richiedere l’autocertificazione) e altre favorevoli.

Il ritorno al testo della Lorenzin non dev’essere stato particolarmente gradito anche agli alleati di governo della Lega, storicamente scettica sul tema. E così in fretta e furia i relatori hanno confezionato un secondo emendamento più morbido, per ridurre al minimo gli elementi di tensione. “Sono fiduciosa che il parlamento riesca a individuare una soluzione equilibrata”, ha spiegato la ministra Grillo. Per il 2018 si andrà avanti con le dichiarazioni dei genitori, nel 2019 bisognerà esibire il libretto. Resta l’intenzione del governo di intervenire con una legge ad hoc, come ribadito dal premier Conte: “Lavoriamo a un intervento in prospettiva: ora dobbiamo risolvere l’incertezza per le famiglie, questo emendamento estende il regime dell’autocertificazione che sarà transitorio”. Il dibattito è solo rinviato.

Conte e il concorso a Roma: rinvia l’esame, ma non lascia

“Sì, confesso che feci domanda per la cattedra alla Sapienza”. Alla fine è lui stesso a mettere ordine e a confermare quanto scritto ieri da Politico.eu, versione europea dell’omonimo giornale americano. Prima di diventare l’uomo giusto per conciliare Lega e Movimento 5 Stelle, le ambizioni professionali di Giuseppe Conte miravano alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università romana della Sapienza, dove il suo maestro Guido Alpa aveva da poco lasciato la cattedra di Diritto Privato per andare in pensione.

Il problema è che, se Politico.eu non avesse sollevato il caso, lunedì prossimo Conte si sarebbe dovuto presentare all’ora di pranzo nella sala delle lauree della Facoltà di Giurisprudenza per sostenere una prova orale proprio come gli altri tre candidati.

In questi mesi a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte non ha infatti rinunciato alla domanda per la cattedra romana, avviata come richiesta di trasferimento dall’Università di Firenze, dove Conte è docente ordinario in aspettativa, a inizio anno.

“La mia nuova veste mi impone di riconsiderare la scelta, – dice ora Conte – impegni istituzionali mi impediscono di partecipare al colloquio orale”. La difesa del premier, che ha anche aggiunto di aver fatto richiesta di trasferimento per avvicinarsi al figlio piccolo, evidenzia due elementi. Il primo: Conte afferma che non andrà al colloquio per incompatibilità con l’agenda da presidente del Consiglio e non per questioni di opportunità o per il pericolo di conflitto di interessi. Il secondo, legato al primo, è che se Conte non ritiene incompatibili il concorso e il suo ruolo, può rinunciare alla prova orale di lunedì senza però ritirare la domanda per la cattedra, rimandando di qualche giorno la decisione definitiva.

D’altra parte la scelta sarà soltanto sua: la Sapienza, come avviene per ogni procedura selettiva per la copertura di una cattedra, ha formato una commissione – composta in questo caso dal Prof. Enrico Elio del Prato (Sapienza), dal Prof. Stefano Delle Monache (Università di Padova) e dalla Prof. Giusella Dolores Finocchiario (Università di Bologna) – che in una riunione dello scorso 1 agosto non ha ravvisato incompatibilità giuridiche tra la candidatura di Conte e la sua posizione da presidente del Consiglio.

Al di là degli aspetti formali, resta però un’evidente questione di opportunità, visto che il suo ruolo lo pone in una condizione diversa rispetto agli altri candidati al trasferimento. A pesare, nella volontà del premier, c’è senza dubbio l’incognita sul suo futuro: il governo al momento tiene, ma non è detto che possa durare fino a fine legislatura. E anche se fosse, Conte ha forse già chiaro che la politica non sarà più il suo mestiere. Nella storia della politica italiana, due casi simili sono già successi: Vincenzo Visco e Oliviero Diliberto parteciparono (e vinsero) due concorsi universitari mentre erano ministri, uno del Tesoro, l’altro della Giusitizia.

Ieri il Professore, spiegando la vicenda, ha provato a stemperare le accuse: “Da giurista dico che non dovrebbero esserci conflitti di interessi. Però è carina l’idea che il presidente del Consiglio vada a fare un colloquio in lingua inglese dopo aver fatto tanti bilaterali in giro per il mondo e dopo aver incontrato Trump”.

E in effetti, nel suo esame orale Conte avrebbe dovuto illustrare “in lingua inglese una delle pubblicazioni presentate, contestualmente prescelta dalla commissione”. Un test riservato a chi, come il premier, aveva già ottenuto il giudizio positivo dell’Università “sul curriculum, sulle pubblicazioni scientifiche e sull’attività didattica”.

Tutto sospeso, al momento, nonostante nei suoi piani Conte avesse previsto di partecipare al concorso e poi, in caso di ottenimento della Cattedra, di mettersi in aspettativa per la durata del suo mandato a Palazzo Chigi, come consentito dalla Sapienza. Più che i regolamenti, però, conteranno altre valutazioni. Proprio due giorni fa il governo aveva affidato a Dino Giarrusso l’osservatorio sui concorsi nell’Università e negli enti di ricerca. Ieri, a domanda sul caso Conte, ha preferito non replicare.

Emiliano: “Non firmo senza avere garanzie sulla salute”

“Senza garanzie sulla salute dei miei concittadini io non darò il mio assenso al piano ambientale. Taranto deve sapere che il presidente della Regione non farà un passo indietro per nessun motivo”. È la prima reazione del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, sempre in sintonia con Di Maio, all’accordo sull’Ilva. La Regione Puglia ha ancora in piedi il ricorso contro il Dpcm che contiene il Piano ambientale per il siderurgico. “Il governo – ha detto Emiliano – o chiudeva l’Ilva, e noi avevamo chiesto garanzie per l’occupazione delle 20mila persone”, ma “siccome il governo ha deciso di lasciarla aperta, rimane che noi abbiamo chiesto come garanzia la decarbonizzazione. (…) Se ciò verrà rispettato riteniamo di poter dire alla cittadinanza che le ragioni della salute sono accettabili”.

Manovra, reddito di cittadinanza da 8-9 miliardi dal 2019

Un reddito di cittadinanza da 8-9 miliardi, che partirà già nel gennaio 2019. E una riforma fiscale con tre aliquote per le persone fisiche e una sola per le imprese. È l’intesa di massima raggiunta ieri tra Lega e 5Stelle al tavolo per la manovra economica. A Palazzo Chigi, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, c’erano il ministro per gli Affari europei Paola Savona, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti e il viceministro all’Economia, la 5Stelle Laura Castelli. La trattativa è stata serrata, perché, raccontano fonti del M5S, “la cifra di partenza per il reddito era inizialmente molto più bassa, e l’intenzione era di non partire subito quest’anno con il provvedimento”. E invece si dovrebbe partire a gennaio, alzando innanzitutto le pensioni minime da 500 a 780 euro. Nel contempo partirà la riforma dei centri per l’impiego, per cui servirà una cifra tra un miliardo e mezzo e i due miliardi di euro. Ma con il nuovo anno, si è deciso, partirà anche la riforma fiscale, o flat tax come ama chiamarle erroneamente la Lega. Però il nodo resta il reperimento delle risorse necessarie, ingenti.