La vera sfida per l’Ilva inizia ora. Nel 2016 il siderurgico produceva quasi 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, nel 2018 si fermerà a 4,5, 200mila in meno del 2017. In un anno e mezzo Ilva ha perso un quarto della sua capacità produttiva, mentre il settore cresceva e i concorrenti facevano affari d’oro. Il 2011, ultimo anno dell’era di Emilio Riva – che la rilevò nel ‘95 a prezzi vili – si chiuse con 8 milioni di tonnellate prodotte da un impianto la cui capacità sfiorava i 10 milioni. In 6 anni si è dimezzata. La prostrazione del gruppo è conclamata.
L’ingresso di Mittal apre uno scenario inedito. A Taranto entra uno dei concorrenti per i quali Ilva è stata una spina nel fianco per anni. Con il suo enorme vantaggio logistico, grazie a un porto ottimale, Ilva ha costi molto inferiori rispetto ai concorrenti sul bacino del Reno e del Danubio. Se fosse chiusa, i prezzi del mercato dei laminati piani – prodotti a Taranto e nelle acciaierie del Nord Italia – potrebbero salire del 15%, calcola Carlo Mapelli, ordinario di Siderurgia al Politecnico di Milano. Il comparto metalmeccanico italiano perderebbe un vantaggio enorme. Il rischio è che invece di spingere Mittal ad abbassare i prezzi dei prodotti che escono dai suoi impianti europei si finisca con un rialzo di quelli italiani. Un dettaglio che sfugge a Confindustria, oggi in festa per l’accordo di fronte allo spettro della chiusura. Toccherà al governo vigilare, attraverso l’ingresso – già deciso – di Cassa depositi e prestiti, che entrerà rilevando la quota di Marcegaglia, socia di Mittal nella gara, e Intesa, grande creditrice del gruppo italiano. Uno strano giro finanziario in cui il governo ha dato pessima prova di sé.
Difficile, in ogni caso, che Ilva torni ai livelli di un tempo. Mittal punta a produrre a carbone 8 milioni di tonnellate annue, due delle quali però saranno laminazioni di “bramme” già realizzate nei suoi impianti di Kos (Marsiglia). Una lavorazione con bassi margini di profitto
L’altra incertezza riguarda l’ambiente, dopo il ventennale inquinamento perpetrato dai Riva. Per dare un futuro a tutti gli operai serve arrivare a 8 milioni di tonnellate, ma per legge non si possono superare le sei senza prima aver eseguito le prescrizioni ambientali e in ogni caso a parità di emissioni. La cordata perdente, guidata da Jndal, si impegnava, entro il 2023, a realizzare parte della produzione a gas, riducendo di molto l’inquinamento. Mittal promette di pensarci solo dopo le 8 milioni di tonnellate. Una promessa difficile da mantenere.