La sfida difficile per salvare il siderurgico si rischia un rialzo dei prezzi per il settore

La vera sfida per l’Ilva inizia ora. Nel 2016 il siderurgico produceva quasi 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, nel 2018 si fermerà a 4,5, 200mila in meno del 2017. In un anno e mezzo Ilva ha perso un quarto della sua capacità produttiva, mentre il settore cresceva e i concorrenti facevano affari d’oro. Il 2011, ultimo anno dell’era di Emilio Riva – che la rilevò nel ‘95 a prezzi vili – si chiuse con 8 milioni di tonnellate prodotte da un impianto la cui capacità sfiorava i 10 milioni. In 6 anni si è dimezzata. La prostrazione del gruppo è conclamata.

L’ingresso di Mittal apre uno scenario inedito. A Taranto entra uno dei concorrenti per i quali Ilva è stata una spina nel fianco per anni. Con il suo enorme vantaggio logistico, grazie a un porto ottimale, Ilva ha costi molto inferiori rispetto ai concorrenti sul bacino del Reno e del Danubio. Se fosse chiusa, i prezzi del mercato dei laminati piani – prodotti a Taranto e nelle acciaierie del Nord Italia – potrebbero salire del 15%, calcola Carlo Mapelli, ordinario di Siderurgia al Politecnico di Milano. Il comparto metalmeccanico italiano perderebbe un vantaggio enorme. Il rischio è che invece di spingere Mittal ad abbassare i prezzi dei prodotti che escono dai suoi impianti europei si finisca con un rialzo di quelli italiani. Un dettaglio che sfugge a Confindustria, oggi in festa per l’accordo di fronte allo spettro della chiusura. Toccherà al governo vigilare, attraverso l’ingresso – già deciso – di Cassa depositi e prestiti, che entrerà rilevando la quota di Marcegaglia, socia di Mittal nella gara, e Intesa, grande creditrice del gruppo italiano. Uno strano giro finanziario in cui il governo ha dato pessima prova di sé.

Difficile, in ogni caso, che Ilva torni ai livelli di un tempo. Mittal punta a produrre a carbone 8 milioni di tonnellate annue, due delle quali però saranno laminazioni di “bramme” già realizzate nei suoi impianti di Kos (Marsiglia). Una lavorazione con bassi margini di profitto

L’altra incertezza riguarda l’ambiente, dopo il ventennale inquinamento perpetrato dai Riva. Per dare un futuro a tutti gli operai serve arrivare a 8 milioni di tonnellate, ma per legge non si possono superare le sei senza prima aver eseguito le prescrizioni ambientali e in ogni caso a parità di emissioni. La cordata perdente, guidata da Jndal, si impegnava, entro il 2023, a realizzare parte della produzione a gas, riducendo di molto l’inquinamento. Mittal promette di pensarci solo dopo le 8 milioni di tonnellate. Una promessa difficile da mantenere.

Il ministero torna decisivo: sindacati felici

Sembrava di essere tornati ai tempi della Dc, ieri, al ministero dello Sviluppo economico. Quando in quelle stanze si lavorava alle politiche industriali dell’intero Paese e si chiudevano accordi decisivi. L’epoca del ruolo rilevante dei sindacati, del governo che media e trova soluzioni e, addirittura, di imprese che la soluzione l’apprezzano.

Il riconoscimento più significativo al ruolo svolto dal ministro Luigi Di Maio non a caso viene dai due sindacati collocati più a sinistra, Fiom e Usb: “Il ruolo del ministro per chiudere sui livelli occupazionali è stato decisivo”, dicono Francesca Re David, segretaria Fiom, e Sergio Bellavita, responsabile industria dell’Usb. Lo prova quanto accaduto nella notte. Mentre era in corso la trattativa ristretta è arrivato Di Maio il quale ha presentato direttamente un suo “lodo”: quota 10.700 come quella che consente di trovare un accordo. E l’accordo si fa.

Marco Bentivogli, segretario della Fim-Cisl, che non è riuscito a chiudere la vertenza con l’“amico” Carlo Calenda ma con il “nemico” Di Maio, da consumato sindacalista incassa il risultato e lo difende innanzitutto come un intervento di politica industriale: “Sull’Ilva ci saranno 4,2 miliardi di investimenti nuovi” e rispetto alle polemiche sul mancato risanamento ambientale invita a guardare a quanto accaduto a Bagnoli: “Fabbrica chiusa, nessun risanamento e deserto occupazionale”. Resta il fatto di una vicenda che si conclude con la soddisfazione di tutti come se la scuola di riferimento fosse incarnata da personaggi come Giovanni Marcora, Carlo Donat Cattin o quel Vincenzo Scotti che è stato indicato come un ispiratore dei 5Stelle e che al ministero del Lavoro c’è stato più volte.

Di Maio, spiegano i sindacalisti, si è presentato con un team esperto e capace, a partire dal suo capo di gabinetto Vito Cozzoli e ha saputo fare marcia indietro rispetto all’allontanamento iniziale di dirigenti storici poi richiamati in azione, a cominciare dal super-esperto di crisi aziendali Giampiero Castano. La manfrina che tutto il Pd conduce per l’intera giornata e che ruota attorno alla linea di Matteo Renzi – Di Maio ci ha ripensato ed è venuto sulle nostre posizioni – non regge con ogni evidenza. E dimostra un malessere dem per il successo dell’avversario. Ci insistono, oltre a Renzi, il segretario Maurizio Martina, l’ex ministro Carlo Calenda e tutto il sottobosco renziano, ma le loro posizioni stridono con gli apprezzamenti a viso aperto che provengono da Confindustria, dalla Cei e infine dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Resta il nodo di Taranto (come spieghiamo a fianco). Nella breve e poco elegante conferenza stampa tenuta sui gradini del ministero, infatti, Di Maio si sofferma soprattutto sulla “legge speciale che attende la città” a dimostrazione che avverte il problema. Resta anche la questione del referendum, che oltreché dai sindacati è stato chiesto anche dalla stessa Mittal. Si terrà entro il 13 settembre e costituirà la tappa finale di una vicenda che sembrava infinita. Dal 15 settembre, Mittal si insedia e inizia una nuova stagione. Non solo per Taranto, ma per le relazioni industriali e sindacali d’Italia.

Nessuna chiusura, la rabbia dei militanti: “È un voltafaccia”

“Presto ci sarò, ci andrò, c’ho messo la faccia”. Il vicepremier e ministro, Luigi Di Maio, dopo la conclusione dell’accordo sulla cessione dell’Ilva ad Arcelor Mittal, annuncia la sua presenza a Taranto, lì dove il Movimento 5 Stelle ha eletto 5 parlamentari facendo man bassa di voti. E lì, in piazza della Vittoria, ieri, c’era una piccola parte di quanti hanno creduto nella promessa “chiusura, riconversione e bonifica” e oggi si sente tradito. Di Maio ha provato a spiegare che “oggi un annullamento della gara senza le motivazioni di legge, avrebbe determinato una sola cosa: che Mittal andava al Tar, faceva ricorso, vinceva e il 15 settembre entrava dentro l’Ilva”, ma ai tarantini e a molti militanti non basta.

Il vicepremier, però, sapeva che nella città dell’acciaio al veleno questo accordo avrebbe suscitato polemiche e, dopo aver snocciolato i miglioramenti apportati dal suo esecutivo, ha anticipato nuove misure a favore dei tarantini: “È il momento di portare in legge di Bilancio risorse speciali per Taranto e fare una legge speciale perché il territorio è abbandonato e deve tornare a respirare”. Alla piazza non basta neppure questo. Davanti ai microfoni sono sfilati diversi cittadini e rappresentanti di associazioni: per tutti è un “accordo infame”, il tradimento di chi aveva rappresentato l’ultima speranza. Ricordano i morti offesi anche dopo la morte dalle polveri che continuano a cadere nel cimitero a pochi metri dai parchi minerali. Tra loro c’è il medico Alessandro Marescotti di Peacelink, che ha sottolineato come la conferma dell’immunità penale per i nuovi acquirenti sia inconcepibile. Nella piazza semivuota qualcuno ripete che da tempo i 5Stelle avevano cambiato idea: quando il fondatore Beppe Grillo, più di un anno fa aveva proposto di trasformare il polo siderurgico in un “museo di archeologia industriale” sull’esempio del bacino della Ruhr in Germania, Di Maio aveva liquidato la faccenda definendole “opinioni personali”. A manifestazione avviata, si è avvicinata alla piazza Rosalba De Giorgi, parlamentare tarantina 5stelle: coraggiosamente ha provato a spiegare che tutto è cambiato quando hanno scoperto il contenuto del contratto firmato con Mittal dal precedente governo e che questo accordo è stato il massimo risultato possibile. Ha difeso Di Maio e gli altri parlamentari ionici, ma alla piazza le sue parole non sono piaciute. Il comunicato diffuso dai 5 eletti poco prima ribadiva che “l’obiettivo per Taranto rimane lo stesso: la chiusura delle fonti inquinanti e la riconversione economica. L’avvio di questo processo è stato solo rallentato e complicato a causa del ‘delitto perfetto’ del precedente governo Pd che aveva messo in piedi una gara che, per quanto illegittima, non si poteva annullare e che in ogni caso il 15 settembre avrebbe fatto passare la proprietà di Ilva a Mittal. E questo fa rabbia, tanta rabbia”.

La rabbia degli elettori, però è stata più forte. Intorno alla De Giorgi si è creato quasi subito una piccola folla: a chi chiedeva le dimissioni, ha risposto che no, non si sarebbe dimessa. Gli animi si sono surriscaldati: sono arrivati insulti e grida. La parlamentare ha provato comunque a spiegare, confermando che Di Maio sarà a Taranto molto presto per chiarire tutto. Il punto di non ritorno, però, per tanti è già stato superato: il Movimento è stato la speranza a cui molti si sono aggrappati e ora si sentono delusi. Alla fine la polizia ha dovuto allontanare la parlamentare con un cordone di sicurezza mentre la folla gridava “dimissioni” e le rinfacciava il governo con la Lega che “diceva di tutto sui meridionali”.

I manifestanti sono tornati in piazza, ci resteranno fino alle 18 di oggi. Qualcuno ha ripreso il microfono: “Da oggi comincia una battaglia ancora più lunga”, ma la verità è che lì c’erano qualche centinaia di persone. In via D’aquino, il salotto pedonale del centro di Taranto, la gente passeggiava. Qualcuno si è avvicinato ai cronisti e ha chiesto: “Che è successo?”.

Ilva, subito 10.700 assunti. Niente esuberi dopo il 2025

Asancire l’avvio della nuova Ilva targata Arcelor Mittal è una raffica di firme poste ieri pomeriggio sull’accordo finale, dopo 25 ore di trattative portate avanti quasi senza soste. Il via libera di fatto era già arrivato poco dopo le otto del mattino, quando un applauso liberatorio dei presenti al ministero dello Sviluppo economico ha accolto la scelta del colosso industriale di accontentare le richieste dei sindacati.

I futuri proprietari delle acciaierie assumeranno subito 10.700 dei 13.522 lavoratori oggi alle dipendenze dell’Ilva. Gli altri 2.822 resteranno nella società in amministrazione straordinaria e saranno impiegati nelle bonifiche fino alla fine del piano industriale; intanto potranno accettare un incentivo per licenziarsi volontariamente o aspettare la riassunzione che Arcelor Mittal garantisce entro il 2025. Per gli operai entrati in servizio prima del Jobs Act resta l’articolo 18. Soddisfatti i sindacati che ora chiederanno agli iscritti di esprimersi con un referendum entro il 13 settembre. Una volta ottenuto il Sì dei lavoratori, ci sarà il passaggio dell’Ilva nelle mani della multinazionale. Il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha detto di non voler più annullare la gara, pur ritenuta illegittima dopo i pareri dell’Anac e dell’Avvocatura dello Stato. Grazie alle migliori condizioni ottenute con il negoziato sul piano ambientale (accelerazione sulle coperture dei parchi, minori emissioni e nuovi interventi) e occupazionale, si può ritenere raggiunto l’interesse pubblico e non c’è più motivo di buttare tutto all’aria.

L’ultimo round è stato decisivo e ha permesso di raggiungere un risultato insperato visti i presupposti. A ottobre 2017, infatti, Arcelor Mittal – fresca vincitrice della gara – proponeva di assumere solo 10 mila lavoratori, senza diritti acquisiti né articolo 18. Da lì è partita la trattativa con i sindacati che volevano garanzie per tutti i 13.522 dipendenti. A maggio l’allora ministro Carlo Calenda ha suggerito un accordo: la multinazionale avrebbe preso i 10 mila addetti riconoscendo l’anzianità maturata (ma non l’articolo 18), gli altri sarebbero entrati in una società – creata con Invitalia – impegnata nelle bonifiche durante il piano fino al 2024. Nel frattempo sarebbe proseguita la cassa integrazione e sarebbe partito un programma di incentivi all’esodo. Per quelli eventualmente ancora rimasti dentro a fine piano industriale, nel 2024, Invitalia avrebbe individuato “le soluzioni in grado di dare prospettive occupazionali stabili”. Impegni troppo generici per Fiom, Uilm e Usb, che hanno rigettato l’intesa (Fim Cisl era invece d’accordo). A quel punto sono partite trattative informali, anche queste arenate per la distanza tra sindacati e azienda.

Venerdì 31 agosto, in piena tempesta scatenata dall’ipotesi di annullamento della gara, i sindacati hanno proclamato lo sciopero per l’11 settembre; il ministero dello Sviluppo economico ha allora convocato il tavolo per mercoledì 5. Nel frattempo, Arcelor Mittal ha redatto, con i commissari dell’Ilva, una nuova proposta: il testo è stato portato alla riunione iniziata l’altroieri e consegnato dopo l’avvio dei lavori. Prevedeva l’assunzione di 10.100 lavoratori subito e altri 200 entro il 31 dicembre 2020. Ancora una volta, senza articolo 18. Per tutti gli altri cassa integrazione, 250 milioni di euro per gli incentivi alle dimissioni e promessa di riassumere quelli non disposti a licenziarsi. Questo riassorbimento, però, sarebbe avvenuto alla fine dell’amministrazione straordinaria (non prima del 23 agosto 2023) e a costi invariati, quindi avrebbe portato a una riduzione dell’orario di lavoro e degli stipendi.

Condizioni ancora insoddisfacenti per i sindacati, che hanno preteso diverse modifiche: 10.700 assunti iniziali, una data precisa per il rientro in organico degli altri da attuare senza tagli in busta paga. Una breve pausa alle sette di sera di mercoledì, poi alla ripresa, due ore dopo, la domanda delle sigle: “Siete in grado di migliorare la proposta?”. La risposta di Arcelor Mittal è stata positiva e nel cuore della notte ha illustrato il nuovo schema: 10.500 assunzioni immediate, articolo 18 per gli assunti prima del 7 marzo 2015 (Jobs Act) e impegno a riassumere chi non accetta l’incentivo all’esodo “non prima del 23 agosto 2023” ma “non oltre il 30 settembre 2025”, senza la clausola sui costi invariati. A quel punto, governo e sindacati hanno chiesto l’ultimo sforzo, insistendo su 10.700 assunti immediati. Ieri mattina presto, la multinazionale ha ceduto e dopo alcune ore passate a limare gli ultimi dettagli sono arrivate le firme su un documento destinato a restare nella storia industriale di questo Paese.

Mandato di comparizione per tutte le diocesi di New York

L’ufficio del procuratore generale di New York ha emesso una serie di mandati di comparizione per tutte le diocesi cattoliche dello Stato. Lo riporta il Washington Post, rilevando che New York è l’ultimo, in ordine di tempo, Stato degli Usa ad avviare un’inchiesta sui presunti abusi sessuali commessi dal clero cattolico. Anche il New Jersey ha annunciato la costituzione di una task force investigativa per indagare sui presunti reati sessuali commessi da preti cattolici. I mandati di comparizione fanno parte di un’inchiesta civile avviata dal Charities Bureau della Procura generale, per stabilire se le diocesi abbiano coperto abusi su minori.

Burt Reynolds morto a 82 anni: un duro tra western e football

È morto Burt Reynolds. L’interprete di pellicole cult come Boogie Nights e Un tranquillo weekend di paura, aveva 82 anni. Di origini irlandesi e cherokee da parte di padre, Reynolds debutta in tv interpretando tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta diverse serie, per divenire popolare con Hawk l’indiano (Hawk). Per il cinema partecipa allo spaghetti western Navajo Joe di Sergio Corbucci. Il successo arriva nel 1972 con Un tranquillo weekend di paura (Deliverance). Nel 1974 è protagonista di Quella sporca ultima meta di Aldrich, nel ruolo di un giocatore di football, sport nel quale era stato realmente un buon giocatore.

“Giornale di Brescia”, Riesame dà ragione al cronista perquisito

Sequestro illegittimo, il materiale va restituito al cronista. Il Tribunale del Riesame di Brescia ha accolto il ricorso presentato dal legale di Andrea Cittadini, giornalista del Giornale di Brescia e corrispondente dell’Ansa, per l’annullamento del decreto di perquisizione e sequestro del cellulare e del tablet disposto dalla Procura di Brescia ed eseguito dai carabinieri del Ros lo scorso 24 luglio a casa del cronista. Cittadini è indagato dal pm Mauro Leo Tenaglia per istigazione alla rivelazione di segreti d’ufficio relativi alle indagini sulla scomparsa di Sara Capoferri e sull’omicidio dell’imprenditore Mario Bozzoli. “Prendiamo atto con soddisfazione della decisione e ci auguriamo che possa ‘fare giurisprudenza’ perché, purtroppo, in altre occasioni abbiamo riscontrato il tentativo di aggirare il segreto professionale e l’articolo 21 della Costituzione – commentano Fnsi e Associazione Lombarda dei Giornalisti -. Ci attendiamo che il governo voglia finalmente intraprendere una iniziativa che metta il segreto professionale dei giornalisti al riparo da futuri attacchi”.

Paolo B. pagò milioni per un dossier su Mesiano e Boccassini

Non solo Carlo De Benedetti. Paolo Berlusconi ha pagato milioni di euro per avere informazioni su due magistrati ‘nemici’ del fratello Silvio. Si tratta del pm di Milano Ilda Boccassini (accusa nei processi sulle corruzioni giudiziarie a beneficio delle aziende berlusconiane e poi nel caso Ruby) e del giudice Raimondo Mesiano, che condannò in primo grado la Fininvest a pagare 750 milioni alla Cir di De Benedetti.

I dossier contenevano notizie false, come ha accertato la Procura di Roma che da mesi indaga (nel massimo riserbo) su questa vicenda. A giugno scorso Il Fatto aveva già rivelato l’esistenza di un’indagine sulla cosiddetta “macchina del fango” e di documenti falsi sull’ex editore di Repubblica. Ora si scoprono gli altri protagonisti dei dossier pagati da Paolo Berlusconi, ossia Ilda Boccassini e Raimondo Mesiano, che in questo procedimento sono parti lese, come De Benedetti.

Il fratello del leader forzista invece è ritenuto vittima perchè inconsapevole della falsità dei documenti e del loro uso calunniatorio. Fonti vicine ai Berlusconi aggiungono un particolare che tinge di giallo internazionale la vicenda. Spiegano che la Fininvest ha collaborato con le Autorità tedesche che, per vie ufficiali, hanno comunicato al gruppo Berlusconi l’esistenza di un’indagine su magistrati italiani che si erano occupati del gruppo.

Secondo queste fonti, il magistrato bavarese Simone Bader tramite il suo collaboratore Peter Muller ha chiesto a Fininvest informazioni e l’azienda ha collaborato tramite l’avvocato tedesco Giebelmann. “Poi – aggiungono – non se ne è saputo più nulla. Quando si scopre che le carte sono false e che probabilmente qualcuno le ha usate persino per innescare un’inchiesta in Germania sulle toghe italiane, subito viene depositata una denuncia a Milano per la società e una a Roma per conto di Paolo Berlusconi”.

Ma i contorni della storia sono ancora confusi. Dopo avere incassato i compensi milionari da Paolo Berlusconi, i protagonisti dell’indagine farlocca infatti sono finiti anche in un’inchiesta per reati fiscali. I milioni di euro ricevuti sono stati sequestrati dalla pm romana Maria Teresa Gerace. A quel punto gli autori del dossier hanno raccontato la causale dei pagamenti ricevuti dall’editore de Il Giornale e le carte sono finite nelle mani dei pm romani. Altre carte sarebbero poi state consegnate da Paolo Berlusconi, durante il suo interrogatorio come persona informata sui fatti che si è tenuto prima dell’estate.

Dopo attente verifiche, i pm di Roma hanno indagato gli autori del dossier con l’accusa di calunnia che scatta quando “con denunzia all’Autorità giudiziaria” si incolpa di un reato qualcuno “che si sa innocente”.

La vicenda, al di là della qualificazione giuridica, è imbarazzante per la famiglia Berlusconi. A Paolo Berlusconi era stato proposto un dossier che mirava a screditare il giudice Mesiano, autore della sentenza sul caso Cir-Mondadori, la celebre guerra di Segrate (iniziata nel 1990) che ha avuto per oggetto il gruppo Mondadori con i settimanali, i quotidiani locali e il quotidiano Repubblica. La vicenda è nota: nel 1991 la Corte d’Appello dà ragione a Berlusconi con una sentenza che molti anni dopo – grazie proprio alle indagini della pm Boccassini – si scopre essere frutto della corruzione del giudice Vittorio Metta.

Nel 2007, però, la Cassazione rende definitiva la sentenza penale di condanna per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, del giudice Metta e dell’avvocato Pacifico. Parte la causa civile del gruppo Cir di De Benedetti per il risarcimento. In primo grado, nel 2009, Fininvest è condannata a versare alla controparte quasi 750 milioni di euro per danni patrimoniali perché non c’era stato un giudizio imparziale. Il 9 luglio 2011, la Corte d’appello di Milano conferma la decisione riducendo il risarcimento a 564 milioni di euro. Due anni dopo la Cassazione rende definitiva la condanna con un altro ribasso fino a 494 milioni.

Il dossier farlocco su Carlo De Benedetti, sulla pm Boccassini e sul giudice civile Mesiano poteva tornare utile per rimettere in discussione quel verdetto. Già nel 2009, il giudice Mesiano era finito nel mirino dei media di Berlusconi. Il 15 ottobre 2009 a Mattino 5 infatti va in onda un servizio ‘anomalo’ che descrive il giudice come un soggetto eccentrico mostrando i suoi calzini turchesi.

A distanza di anni, Paolo Berlusconi pensava di avere in mano ben più di un calzino. In uno dei dossier c’erano i presunti estratti conto di Mesiano e persino un presunto conto estero. Si facevano illazioni su un legame dei movimenti con la sentenza Cir. Tutto falso, come hanno riscontrato i pm.

Lo stesso per Ilda Boccassini. Il dossier voleva screditare il pm del caso Ruby con informazioni false su un pagamento destinato alla sorella del magistrato che in realtà non esiste. Quando gli hanno chiesto perché avesse pagato milioni di euro per quelle carte (false), Paolo Berlusconi ha descritto i pagamenti come una comune attività di ricerca di notizie. In fondo è pur sempre l’editore de Il Giornale.

Muore in reparto psichiatrico a Sassari, esposto dei familiari

L’Aou di Sassari apre un’indagine interna sulla morte di un paziente avvenuta il 3 settembre nel reparto di Psichiatria. Decesso per il quale i familiari della vittima, Paolo Agri, sassarese di 30 anni, hanno presentato un esposto in Procura, chiedendo che siano appurate le cause. L’uomo era stato ricoverato il 23 agosto al Santissima Annunziata in seguito a diversi problemi di salute e a un Tso richiesto dal Centro di riabilitazione psichiatrica dove Agri era assistito da diverso tempo, su disposizione del giudice. All’ospedale di Sassari le condizioni di salute del trentenne sono peggiorate giorno dopo giorno. Nell’esposto i familiari raccontano della tosse, della difficoltà a respirare e a deglutire, del loro congiunto, trovato legato mani e piedi nel letto del reparto. Poi il 3 settembre la telefonata dei sanitari che annunciava la morte di Paolo. Da qui l’esposto in Procura per chiedere come e perché sia morto. “Ho sentito il responsabile della struttura – spiega il direttore sanitario dell’Aou, Nicolò Orrù – al quale ho chiesto una relazione che illustri lo svolgimento dei fatti per l’avvio di un’indagine interna – sottolinea il dirigente –. Sulla vicenda restiamo a disposizione della magistratura”.

Consip, su Woodcock deciderà il nuovo Csm

Cambio di giudici al processo disciplinare a carico dei pm di Napoli Henry John Woodcock e Celeste Carrano, incolpati per alcune loro mosse durante l’indagine Consip, trasferita in parte a Roma.

Il collegio presieduto da Giovanni Legnini e con Nicola Clivio relatore ha accolto l’istanza delle difese e ha rinviato il processo al 5 novembre, quando saranno già subentrati i nuovi consiglieri da oltre un mese. Il processo, però, non ricomincerà da zero, ma saranno validi tutti gli atti prodotti fino a ieri grazie al consenso dei due magistrati sotto accusa.

Una volontà, questa, che è stata addotta dal collegio come uno dei motivi che l’ha spinto ad accordare il rinvio chiesto dalle difese in vista della chiusura dell’indagine penale su Consip a Roma, che “potrebbe far emergere elementi indispensabili”.

La conferma di una chiusura vicina è arrivata ieri dal pm Mario Palazzi durante la sua testimonianza. Come vedremo, oltre a incentrarsi sui rapporti con i colleghi napoletani, Palazzi ha voluto dedicare alcuni passaggi critici all’allora capitano del Noe dei carabinieri Gianpaolo Scafarto, che ha eseguito le indagini su delega di Napoli: “Attualmente siamo in attesa di conoscere le motivazioni della Cassazione che ha respinto” la richiesta di sospensione dal servizio di Scafarto, “per il resto siamo pronti”.

Il pm ci tiene a evidenziare che anche se Riesame e Cassazione hanno dato torto alla Procura, su Scafarto ci sono altre accuse (contenute già nel capo d’accusa) che non riguardano la misura interdittiva: “Abbiamo raggiunto una prova ragionevole che Scafarto sia l’autore della rivelazione dell’indagine a carico del generale dei carabinieri Del Sette (accusato come l’ex ministro Lotti e altri di aver avvisato gli ex vertici Consip dell’inchiesta, ndr)”.

Tornando al merito del processo disciplinare, Woodcock e Carrano sono accusati di presunte vessazioni sull’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni e di non averlo indagato ma sentito come testimone, a differenza degli altri, per la soffiata sull’indagine Consip. Woodcock, da solo, deve rispondere anche di “grave scorrettezza” nei confronti dei pm romani e dell’ex reggente di Napoli Fragliasso per un articolo di Liana Milella di Repubblica che riportava alcune sue considerazioni su Consip. Ma la giornalista a processo ha ammesso di averle pubblicate senza il consenso del pm.

Ieri Palazzi, titolare dell’inchiesta Consip insieme al procuratore aggiunto Paolo Ielo, è stato chiamato dalle difese. Sui rapporti Roma-Napoli, Palazzi, come Ielo a luglio, conferma che i presunti conflitti riportati da alcuni articoli non ci furono: “Rapporti corretti, clima complessivo di scambio reciproco”. Smonta (come Ielo) anche l’ipotesi di rapporti compromessi dopo l’articolo incriminato: “Ho vissuto con il maalox sul tavolo a ogni lettura su questa indagine. Quando leggo quell’articolo mi arrabbio, ma finisce lì e prosegue l’interlocuzione con i colleghi. Mi arrabbiai perché non credevo e non credo a un errore di Scafarto”.

Il riferimento è a un’informativa dell’ufficiale in cui, secondo l’accusa, per dolo attribuì una frase all’imprenditore Romeo e non all’ex parlamentare Bocchino per appesantire la posizione di Tiziano Renzi.

Quanto all’iscrizione sul registro degli indagati di Vannoni a Roma e non a Napoli, Palazzi è categorico: andava fatta. “Lo iscrivemmo sulla base delle carte provenienti da Napoli”. A luglio, Ielo disse che a loro avviso andava indagato, ma che si tratta di un atto suscettibile di “valutazioni”.