Chissà se Orson Welles, postumo a Venezia con The Other Side of the Wind, avrebbe mutuato per lei quel che diceva di Fellini ne La ricotta: “Egli danza, egli danza”. Danza Valeria Golino, dietro la macchina da presa – applaudita a Cannes, la sua opera seconda Euforia uscirà il 25 ottobre – e anche davanti, insieme ai villeggianti (Les estivants) dell’amica Valeria Bruni Tedeschi, fuori concorso alla 75ª Mostra.
Danza in vestaglia e costume intero, ammaliando, confondendo, e confondendosi: gomito alzato, non per ferire ma per stordirsi. Sicché nel suo immaginario, nuovamente luttuoso e familiare dopo Euforia, risuona il celebre spot con Solvi Stubing: “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”. Non tutto collima, però, Valeria ha una gradazione superiore, un’empatia che tronca il riso e schiude il dolore, e viceversa.
Le spetta, nella “autobiografia immaginaria” dell’altra Valeria, la parte di Elena, che qualcuno potrebbe sovrapporre a Carla Bruni, e a quel punto il Jean di Pierre Arditi sarebbe Sarkozy. Golino non raccoglie, loda “un’esperienza che permette di liberarsi dei propri limiti, paure, vergogne” e si concede incondizionatamente: “Mi affido a Valeria e lei mi può chiedere qualsiasi cosa”.
Per questa opera quarta in cui torna a trasfigurarsi il fratello Virginio, scomparso nel 2006 e già ritrovato in Un castello in Italia, la Bruni Tedeschi apre il prediletto Cechov: “Nella vita non ci sono cose a effetto, né soggetti ben distinti: tutto è mescolato, la profondità e la meschinità, il tragico e il ridicolo”. Di più, i morti e i vivi, le ceneri e i tentati suicidi, i baci e le lame, che qualche volta proviamo a beffare, ma fermare il tempo e proteggersi dal mondo è una mera illusione: non si è mai villeggianti, sempre viandanti. Elena/Valeria lo sa, alza i talloni, fluttua da una sala all’altra, passa da un elemento all’altro, solleticando i testicoli di una statua, rivelando un capezzolo e incarnando il drôle de guerre del nostro quotidiano: si sente forse “una farfalla che sui fiori non vola più”, di certo rifà Nada con l’altra Valeria e si divide il freddo per il fratello che non c’è più.
Un attimo ride, l’altro strazia, e non c’è soluzione di continuità, solo cocci tenuti insieme: come ogni estate, la sorella cineasta Anna (Bruni Tedeschi) ricorda lo stupro che un marinaio le inferse a sette anni e che i genitori non vollero denunciare; lei ribatte con il fermaglio che, ancora piccine, Anna le infilava nel sedere per prendere la temperatura; poi si spezza, sull’aborto, il feto buttato nella spazzatura, “ma di lusso”, perché era un bell’ospedale.
Confessione e diversione, dramma e sprezzatura, la villa in Costa Azzurra che la Bruni Tedeschi prende in affitto dall’album di famiglia ospita la madre Marisa Borini, la figlia – per la prima volta sullo schermo, dove “è l’unica adulta” – Oumy Bruni adottata con l’ex Louis Garrel, che in questa finzione intrisa di verità tocca a Riccardo Scamarcio: le amicizie non tengono, le classi nemmeno, sicché personale di servizio, persone e personalità si toccano, si trovano, si sfumano. Non è un film perfetto, I villeggianti, ci sono sequenze avvincenti per humour e anarchia, altre permeabili alla noia, sopra tutto, manca una solidità drammaturgica, eppure la Bruni Tedeschi si conferma tra i pochi a intendere il cinema, e dunque la vita, senza coordinate cartesiane, senza ascisse puntute e ordinate sapute, ma quale flusso di coscienza, pastiche umano, volontà e auto-rappresentazione. È leggera, come voleva Calvino, e generosa, anche della propria biografia.