“I villeggianti”, cioè noi. Tutti i Bruni Tedeschi

Chissà se Orson Welles, postumo a Venezia con The Other Side of the Wind, avrebbe mutuato per lei quel che diceva di Fellini ne La ricotta: “Egli danza, egli danza”. Danza Valeria Golino, dietro la macchina da presa – applaudita a Cannes, la sua opera seconda Euforia uscirà il 25 ottobre – e anche davanti, insieme ai villeggianti (Les estivants) dell’amica Valeria Bruni Tedeschi, fuori concorso alla 75ª Mostra.

Danza in vestaglia e costume intero, ammaliando, confondendo, e confondendosi: gomito alzato, non per ferire ma per stordirsi. Sicché nel suo immaginario, nuovamente luttuoso e familiare dopo Euforia, risuona il celebre spot con Solvi Stubing: “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”. Non tutto collima, però, Valeria ha una gradazione superiore, un’empatia che tronca il riso e schiude il dolore, e viceversa.

Le spetta, nella “autobiografia immaginaria” dell’altra Valeria, la parte di Elena, che qualcuno potrebbe sovrapporre a Carla Bruni, e a quel punto il Jean di Pierre Arditi sarebbe Sarkozy. Golino non raccoglie, loda “un’esperienza che permette di liberarsi dei propri limiti, paure, vergogne” e si concede incondizionatamente: “Mi affido a Valeria e lei mi può chiedere qualsiasi cosa”.

Per questa opera quarta in cui torna a trasfigurarsi il fratello Virginio, scomparso nel 2006 e già ritrovato in Un castello in Italia, la Bruni Tedeschi apre il prediletto Cechov: “Nella vita non ci sono cose a effetto, né soggetti ben distinti: tutto è mescolato, la profondità e la meschinità, il tragico e il ridicolo”. Di più, i morti e i vivi, le ceneri e i tentati suicidi, i baci e le lame, che qualche volta proviamo a beffare, ma fermare il tempo e proteggersi dal mondo è una mera illusione: non si è mai villeggianti, sempre viandanti. Elena/Valeria lo sa, alza i talloni, fluttua da una sala all’altra, passa da un elemento all’altro, solleticando i testicoli di una statua, rivelando un capezzolo e incarnando il drôle de guerre del nostro quotidiano: si sente forse “una farfalla che sui fiori non vola più”, di certo rifà Nada con l’altra Valeria e si divide il freddo per il fratello che non c’è più.

Un attimo ride, l’altro strazia, e non c’è soluzione di continuità, solo cocci tenuti insieme: come ogni estate, la sorella cineasta Anna (Bruni Tedeschi) ricorda lo stupro che un marinaio le inferse a sette anni e che i genitori non vollero denunciare; lei ribatte con il fermaglio che, ancora piccine, Anna le infilava nel sedere per prendere la temperatura; poi si spezza, sull’aborto, il feto buttato nella spazzatura, “ma di lusso”, perché era un bell’ospedale.

Confessione e diversione, dramma e sprezzatura, la villa in Costa Azzurra che la Bruni Tedeschi prende in affitto dall’album di famiglia ospita la madre Marisa Borini, la figlia – per la prima volta sullo schermo, dove “è l’unica adulta” – Oumy Bruni adottata con l’ex Louis Garrel, che in questa finzione intrisa di verità tocca a Riccardo Scamarcio: le amicizie non tengono, le classi nemmeno, sicché personale di servizio, persone e personalità si toccano, si trovano, si sfumano. Non è un film perfetto, I villeggianti, ci sono sequenze avvincenti per humour e anarchia, altre permeabili alla noia, sopra tutto, manca una solidità drammaturgica, eppure la Bruni Tedeschi si conferma tra i pochi a intendere il cinema, e dunque la vita, senza coordinate cartesiane, senza ascisse puntute e ordinate sapute, ma quale flusso di coscienza, pastiche umano, volontà e auto-rappresentazione. È leggera, come voleva Calvino, e generosa, anche della propria biografia.

 

Alzate gli occhi al cielo Nuove “Visioni” del mondo

“Entro a volte nel tuo sonno” è il titolo della Colazione con l’autore che lo scrittore Sergio Claudio Perroni terrà domani nell’ambito del Festival della Comunicazione di Camogli, che ha come tema “Visioni”. Per l’occasione, Perroni ha scritto questo testo per il Fatto Quotidiano.

Qualche anno fa mi si è suicidata in testa una vecchina. Non proprio in testa, altrimenti non sarei qui a raccontarlo; diciamo sulla nuca, più o meno. Nel senso che la vecchina, che aveva deciso di buttarsi dal terzo piano proprio mentre in strada passavo io, mi ha colpito col tacco dello zoccolo un istante prima di schiantarsi sul selciato. Se la mia camminata fosse stata appena più rapida, se fossi arrivato un attimo prima in quel metro quadro, la vecchina suicida mi avrebbe preso in pieno, spezzandomi l’osso del collo (le vecchine sono gracili ed evanescenti ma un volo di tre piani le trasforma in macigni).

La poverina, impazzita perché i nipoti volevano vendere la casa in cui viveva, aveva deciso di esternare il suo spleen immobiliare gettandosi dal balcone.

Mentre cadeva non ha urlato, i suoi ultimi istanti di vita li ha percorsi in assoluto silenzio, e non c’è stato neppure un sibilo che denunciasse l’arrivo di quel meteorite – o magari c’è stato e io non l’ho sentito: ho solo sentito (ma forse è un’impressione costruita a posteriori) come se a un tratto l’aria intorno a me si restringesse, anzi, si accorciasse; poi il dolore della gran botta sul cranio e quello del selciato che mi arrivava in faccia. Quell’esperienza non mi ha lasciato nessun trauma particolare – o meglio, non ha aggiunto traumi a quelli già in vigore. Ma da allora mi capita spesso, in qualunque situazione mi trovi – a cena, in macchina, a letto –, di dover alzare gli occhi all’improvviso, come se temessi l’arrivo di qualche sgradita sorpresa. All’inizio era un tic fastidioso, benché rarefatto: ogni cinque o sei ore, ecco l’istinto irrefrenabile di guardare in su per accertarmi che lo spazio sopra di me fosse disabitato e benigno.

Poi, però, quel bisogno di guardare in aria è diventato qualcosa di diverso, un impulso fulmineo che ormai non ha più nulla a che fare con il pericolo, con il timore, con la mia incolumità, ed è invece l’esercizio di una vera e propria modalità di visione, involontaria e rapsodica ma molto precisa. È quella che chiamo “visione bambina”, e accomuna i pochi fortunati che, per i postumi di una vecchina suicida o altre peripezie della sorte, riescano a goderne anche da adulti.

Come si sa, i bambini osservano tutto dal basso, per necessità di natura e statura; un basso che di solito provano a ridurre alzandosi in punta di piedi, ma che comunque li costringe a guardare ogni cosa da sotto in su, come se per loro il mondo intero fosse fatto di cielo (dev’essere per questo che i piccoli sembrano sempre in viaggio da tutto). Ecco, quando da adulto ti scatta la visione bambina, in quei pochi istanti di lucidità provocati dal tic scopri dettagli cruciali che di solito ti sfuggono. Guardando il mondo come se tu fossi gnomo e lui gigante, vedi cose che fin lì erano in ombra per troppo sole, riconosci lineamenti tenuti all’oscuro per timidezza, vuoti d’anima che potresti riempire; o magari riesci a leggere le foglie come se fossero palmi di una mano, capisci che l’aria che ti stringeva quel giorno non era il pericolo bensì un amore lontano, un abbraccio che voleva raggiungerti e ti ha trattenuto per l’istante che ti ha salvato.

Attenzione, non sto parlando di trascendenze new age o di mistica del fanciullino o di svenevolezze buoniste: il dono della vecchina implica un sano ed egoistico pragmatismo dell’esistere, quindi non è solo rose e fiori, mette in luce tanto la tenerezza quanto la crudeltà – tutte cose che tornano utili a titolo di vita.

Se osservi la realtà in modalità bambina, infatti, può anche capitarti di individuare finalmente il punto dove fare più male a chi cerca di farti male; o di vedere distintamente l’alone di quelli che ti considerano solo come un contenitore di sé, un pratico porta-sé da viaggio; o di capire una volta per tutte chi ti ricordi quando ti vedi allo specchio: qualcuno che ti manca da pazzi, cui ormai somigli per nostalgia.

Oggi che a guardare il cielo sono rimaste solo le parabole di Sky, la capacità di alzare gli occhi è una specie di superpotere, anche se in realtà guardando dal basso ti percepisci come una figura minore, un te stesso d’appendice, che però ha imparato una lingua agile e profonda che rende più facile capire la vita.

Ma è una padronanza che sei destinato a perdere quasi subito per forza d’inerzia (ossimoro sublime e tragico), perché la natura di adulto è irrefrenabile: dopo qualche minuto di visione bambina, tutto torna di colpo come prima – non resisti alla tentazione di guardare il mondo dall’alto in basso, ridiventi miope.

Fino alla prossima volta che sentirai l’inspiegabile tentazione di alzarti in punta di piedi.

La campagna elettorale in Libia a colpi di mitra

Il nemico del mio nemico è un mio amico: un concetto universalmente valido, ma non in Libia. In questi giorni, a Tripoli, tutti paiono essere contro tutti. Tra il 24 e il 26 agosto, nella periferia Sud della città, sono cominciati scontri tra la Settima Brigata di Tarhouna, conosciuta anche con il nome “Kanya”, e il TRB, il Battaglione rivoluzionario che risponde, se così si può dire, al ministro degli Interni del governo di Unità nazionale.

Nei primi giorni di scontri, sono stati contati almeno 40 morti e centinaia di feriti, molti dei quali colpiti in modo casuale da armi pesanti usate da persone non addestrate, miliziani per mancanza di alternative.

Da quel giorno altre milizie da altre città della Libia, come Misurata e Zintan, sono intervenute a supporto dell’una o dell’altra fazione. L’aeroporto internazionale di Mitiga-Tripoli è stato chiuso, colpito da un razzo, più di 700 carcerati sono scappati dalla prigione di Ain Zara dopo che le guardie avevano abbandonato i propri posti temendo un attacco della Settima brigata. Sono poi aumentati a dismisura i check point sulla strada costiera che da Tripoli va verso Est e Ovest, di fatto impedendo anche le comunicazioni via terra. Un cessate il fuoco, sotto l’egida della missione delle Nazioni Unite in Libia, Unsmil, è stato annunciato dalle parti il 4 settembre e pare essere rispettato, anche se qualche scontro in città si registra ancora.

Le elezioni in Libia sono programmate per dicembre, possono anche slittare, ma sono l’unico modo per superare l’impasse politico-istituzionale che da anni non permette alla Libia di trovare un equilibrio e avviare riforme sociali ed economiche. Le iniziative internazionali di supporto esterne finiscono per alimentare il risentimento popolare nei confronti dello “straniero” se non si parte dal popolo e dalle istituzioni libiche.

Ora, la maggior parte della popolazione libica vive a Tripoli o ha una propria base nella città la quale a sua volta è divisa in aree caratterizzate da una o l’altra kabila. Chi controlla Tripoli avrà grande voce in capitolo nelle prossime elezioni, nessuno vuole perdere terreno e tutti difendono le posizioni acquisite.

Come ha detto un comandante del Battaglione Nawasi, se una milizia controlla un’area, controlla anche i ministeri e le altre istituzioni lì presenti. Questa potrebbe essere una spiegazione di quanto sta succedendo ora.

Ma il fatto che la Libia non trovi pace ha una lontana origine. Nel 2010, un anno prima del 17 febbraio 2011, inizio della primavera libica, il Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo umano indicava la Libia come il 53esimo Paese più avanzato del mondo e il più avanzato di tutto il continente africano. Come è possibile che questo vantaggio sia evaporato, a differenza di quanto è successo in Tunisia o in Egitto?

La Libia non è mai stata una nazione, cioè una comunità di persone che condividono lingua, storia, cultura ed etnia. Muhammar Gheddafi, nei suoi 42 anni di regno, ha tenuto insieme lo Stato Libia soffocando ogni tentativo di rivolta e distribuendo soldi e benefit per allentare le tensioni sociali. I maggiori beneficiari delle attenzioni di Gheddafi erano ovviamente quei gruppi che lo sostenevano. Istituzioni, pubblica amministrazione, sistema politico sono stati invece demoliti.

Sotto Gheddafi poi, la sicurezza dello Stato era garantita da una rete di intelligence e security che aveva due obiettivi: garantire il regime e prevenire il crimine. Gheddafi deliberatamente ha indebolito l’esercito nel timore che organizzasse un colpo di Stato. Ha rafforzato invece milizie che avevano a lui giurato fedeltà: Qadhadhah, Maqariha, e Warfalla. A capo dei reparti militari ha messo suoi fedelissimi provenienti da queste tribù. Alla caduta di Gheddafi questo assetto è crollato e l’esercito non è stato in grado di giocare quel ruolo di mediazione e stabilizzazione che invece ha avuto in Egitto e Tunisia.

E così milizie male addestrate ma ben armate si fronteggiano da anni in Libia e agiscono al contempo come forza di sicurezza dello Stato, agenzia di intelligence, contractor a protezione di società private o singoli individui.

Per estendere la propria area di influenza hanno bisogno di armi e altri costosi equipaggiamenti militari, per finanziarsi si danno al racket e ai rapimenti. Nell’ottobre del 2017, alcuni comandanti di un battaglione avrebbero addirittura rapito un alto funzionario del ministero dei Trasporti liberandolo solo dopo che questi aveva firmato un contratto di 80 milioni di dollari per la costruzione dell’aeroporto di Tripoli a favore di un noto uomo d’affari di Misurata.

Il generale Khalifa Haftar, che controlla la Cirenaica, non è certo la causa scatenante di ciò che sta succedendo a Tripoli ma potrebbe trarne vantaggio se alcune forze che si sentono isolate e perdenti lo chiamassero in aiuto.

Solo le elezioni possono contribuire alla costruzione di un equilibrio che è necessario per garantire la stabilità della Libia. In gioco ci sono temi fondamentali legati all’immigrazione, alla lotta contro i trafficanti di esseri umani, di armi e di droga che oggi vedono la Libia come un hub sempre più sicuro e redditizio per i loro affari. Senza dimenticare il terrorismo internazionale.

Il 22 agosto scorso, dopo un anno di silenzio, è stato divulgato un messaggio audio di Abu Bakr al-Baghdadi che esortava i propri seguaci in Siria, Iraq e Libia a vendicare i raid aerei internazionali contro l’Isis. Il giorno dopo, forse una coincidenza, nelle prime ore del mattino sette uomini della polizia sono stati uccisi e molti altri feriti in un agguato a ovest di Zliten, città costiera libica.

 

Woodward e la pazza Casa Bianca per prevenire le follie di Trump

I collaboratori più stretti di Donald Trump sarebbero impegnati senza soluzione di continuità nel tenere per mano il presidente degli Stati Uniti. Il tema più caldo del nuovo libro di Bob Woodward – il reporter due volte premio Pulitzer che assieme a Carl Bernstein rivelò lo scandalo Watergate – è il silenzioso lavoro quotidiano dei consiglieri dell’Amministrazione Trump, a base di stratagemmi furtivi – come strappare documenti ufficiali prima che li firmi – per tentare di controllare gli impulsi del tycoon e prevenire disastri per lui e soprattutto per il Paese. Fear: Trump in the White House, in uscita l’11 settembre, racconta una Casa Bianca come la Crazytown, a partire dalle volte in cui Trump definì il suo ministro della Giustizia un “ritardato mentale e uno stupido meridionale” e il suo ex chief on staff, Reince Priebus, un “piccolo ratto”. Fear è già primo in classifica su Amazon e la pioggia di tweet dalla Casa Bianca non si è fatta attendere. Dopo le smentite di James Mattis, segretario alla Difesa, e di Sarah Sanders, portavoce della Casa Bianca, Trump ha accusato Woodward di aver programmato la pubblicazione del suo “libro truffa” per “danneggiare i Repubblicani alle elezioni di Midterm”, e ha auspicato anche una riforma delle leggi sulla diffamazione.

Elezioni, una campagna monotematica. Parola d’ordine: “Società più sicura”

Il 58 per cento dei condannati in via definitiva per stupro è nato all’estero: su 843 responsabili del reato, 45 sono afghani. I dati emergono da un programma giornalistico di approfondimento del primo canale nazionale, che fa irruzione in una campagna elettorale mai così monotematica per questo Paese, chiamato alle urne per le politiche il 9 settembre.

Secondo gli autori dell’inchiesta, a generare l’aggressività dei migranti è lo sbalzo culturale che i giovani non accompagnati subiscono: partono da un Paese in cui la famiglia vigila e al caso punisce ogni loro azione, e arrivano in Svezia dove, senza guida, trovano una libertà così grande, da diventare per loro ingestibile. Dietro il fenomeno delle violenze sessuali non c’è alcuna guerra etnica dunque, al contrario di quanto i numerosi gruppi di estrema destra ritengono, ma le reazioni non mancano e non possono essere avulse da una campagna elettorale che ha come parola d’ordine “sicurezza”. Tradotto: stop all’immigrazione. Il messaggio subliminale campeggia su tutti i poster elettorali. Di “Una società più forte, una Svezia più sicura” parla l’uscente premier socialdemocratico Stefan Löfven, che alla guida del governo di minoranza rosso-verde ha promosso un massiccio riarmo all’indomani dell’annessione della Crimea da parte dell’eterno nemico della Svezia, la Russia. Oggi la Svezia è l’undicesimo Paese al mondo per armamenti.

Del resto l’economia è forte, la crescita è una delle migliori d’Europa, la disoccupazione è diminuita. È invece aumentata in modo esponenziale la criminalità alimentata da bande di stranieri, clandestini e non, e per far fronte alla quale Löfven ha istituito l’addestramento di 10 mila poliziotti. Passano così in secondo piano gli investimenti sulla scuola (in declino totale perché i docenti si rifiutano di insegnare in classi senza disciplina), sulla sanità (lunghe liste d’attesa anche per i malati di cancro), stato sociale (ormai vecchia gloria in decadenza).

Parole chiave sono termini come “sicurezza”, “casa garantita ai giovani”, da leggersi “mancano gli alloggi per i rifugiati, lo sappiamo, ma le case vanno prima agli svedesi”.

E se questo è il centrosinistra, il centrodestra parla di “Diritti, doveri, opportunità”, il Centro punta su un generico “più umanità” mentre i populisti di Democratici di Svezia, da sempre inclini a un linguaggio diretto, dopo aver fatto lampeggiare per mesi pannelli elettronici in cui si dichiaravano il “Partito che ha cura” (degli svedesi ovviamente), oggi mettono in cartellone solo l’immagine del leader e dei suoi candidati. Senza alcuno slogan. Come a dire: “Già sapete chi siamo e cosa vogliamo fare”. I sondaggi li danno quasi al 24%, mentre i movimenti di estrema destra aumentano il numero di seguaci e di manifestazioni plateali, implacabili grazie alla libertà d’espressione, pilastro della Costituzione svedese. Il Movimento Nordico di Resistenza, il più forte in Scandinavia, oltre che ad essere il più numeroso in Svezia è anche il più cresciuto e armato.

Tra i seguaci, infatti, c’è chi costruisce con perizia armi in casa, come gli 007 svedesi rivelano. Tra gli squadristi in attività spiccano anche “I Soldati di Odino”: dopo le molestie di massa ordite da gruppi musulmani nel capodanno 2015, in diverse capitali europee tra cui Stoccolma, si sono auto-proclamati aiutanti delle forze dell’ordine per proteggere le donne (scandinave).

Gli unici che si scostano dal linguaggio unico della campagna elettorale, sono i Verdi, forti delle loro tematiche ambientaliste che trovano riscontro nei terribili incendi della scorsa estate, causati parimenti da siccità, impreparazione dei vigili del fuoco, e incuria dei cittadini.

A nulla sono valsi i moniti delle autorità affinché si rinunciasse alla carbonella nei pic-nic. Al punto che le maggiori catene di distribuzione alimentari si sono impegnate a togliere dagli scaffali il materiale per il barbecue, ammonendo i clienti con un “Pensa al pericolo di incendi”.

Un’assenza di senso civico e di coesione sociale del tutto inediti, per la Svezia.

La mossa di Navalny: appelli su Youtube per evitare il bavaglio

Interferenza alle elezioni: gli Stati Uniti accusano Mosca dal 2016, ma adesso è Mosca che ribalta le responsabilità. E di mezzo c’è anche Google, perché Navalny, il dissidente arrestato qualche giorno fa per l’ennesima volta è in carcere, ma è anche fuori: in tutto il web, con appelli pre-registrati che chiamano alla rivolta del 9 settembre, giorno di elezioni governative in Russia. Risultato: migliaia le visualizzazioni e promesse di adesione.

Il Cremlino ha fermato Navalny, ma non la sua immagine, né la sua voce che incita alla protesta di domenica prossima. Navalny forse temeva di finire di nuovo dietro le sbarre e aveva acquistato in precedenza spazi pubblicitari sui server. “Youtube è rimasto l’unico canale per informare le masse” ha detto l’alleato del blogger, Leonid Volkov. Come aveva detto pochi giorni fa al Fatto la portavoce di Navalny, Kira Yarmush, il suo arresto era stato preventivo per “rendere le proteste meno partecipate”.

Contro i messaggi del blogger che viaggiano da un account all’altro si muove ora un bastione governativo: Prokuratura generale, Commissione elettorale centrale, e Rozkomandazor, dipartimento che sorveglia la comunicazione di massa in Russia. I dipartimenti si sono lamentati con comunicazioni ufficiali direttamente con il boss di Google, Larry Page, che non ha risposto. “Noi informiamo Google che sta violando la legge, interferire nelle nostre elezioni non è permesso, Youtube agisce come catena di propaganda” ha dichiarato un membro della Commissione.

Un altro, Aleksandr Klyukin, ha affermato: “Attraverso opportunità virtualmente illimitate, i giganti di internet destabilizzano la Russia, se non rispondono verrà considerata diretta interferenza negli affari interni”. Andrey Nasterenko, ufficiale MID, ministero affari esteri: “Google sta violando la legge elettorale”.

Le autorità russe confermano che il server, che ospita i video di Navalny, diffonde informazioni “illegali”, spinge i russi a “comportamento antisociale”. Che gli americani stiano tentando di influenzare la politica russa è certo: nel mondo delle spie è in corso quella che sulla Moscova chiamano verbovka, reclutamento. In gergo in America invece lo chiamano flip, capovolgimento di una fonte.

Tra il 2014 e il 2016, l’Fbi ha provato a rendere suoi informatori uomini chiave dell’economia russa, tra cui il re dell’alluminio, Oleg Deripaska. “Cercano di reclutare cittadini russi per esercitare pressione, ma sono tentativi vani”, dice Dimitry Peskov, portavoce di Putin.

Deripaska e altri cinque oligarchi fedeli al presidente hanno riferito subito del tentativo dei servizi americani alla Casa Madre, il Cremlino. L’escort Nastya Rybka, che ha fatto finire Deripaska sotto il riflettori, è rimasta lì dove tutti l’avevano lasciata un anno fa: in un carcere thailandese. Si dice che abbia stretto un accordo con l’oligarca stesso, dopo che i federali americani non l’hanno aiutata ad uscire di galera in cambio dei dettagli delle collusioni di Deripaska con il Russiagate.

Come sarà il tempo a Mosca il 9 settembre non lo decideranno le nuvole. La prossima domenica in piazza ci sarà una Russia arrabbiata per la riforma delle pensioni e l’opposizione da un lato, tutto il resto del paese dall’altro, dentro le cabine elettorali. Se più russi andranno alle urne, alle proteste oppure resteranno semplicemente a casa a vedere altri video di Navalny, al momento nessuno lo sa.

Missione Skripal, due agenti russi e il “profumo” al veleno

Ci sono voluti sei mesi di indagini per trovare qualcosa di concreto da presentare all’opinione pubblica: l’ago nel pagliaio delle migliaia di ore di immagini visionate e valutate da Scotland Yard dal 4 marzo, quando su una panchina di un centro commerciale di Salisbury furono trovati, in fin di vita, l’ex colonnello del Servizio segreto militare russo (Gru) – al servizio dello spionaggio inglese MI6 – Sergei Skripal e sua figlia Yulia, in visita da Mosca. Avvelenati con il Novichok, gas nervino considerato letale; entrambi sono sopravvissuti e oggi si trovano in una località sotto la protezione delle autorità britanniche.

Ieri mattina, Scotland Yard ha diffuso le fotografie dei presunti avvelenatori, Alexander Petrov e Ruslan Boshirov, e fornito dettagli sulla loro identità e sui loro movimenti; sarebbero cittadini russi, arrivati all’aeroporto londinese di Gatwick su un volo Aeroflot venerdì 2 marzo. Dopo una notte al City Stay Hotel, albergo a due stelle a Bow, quartiere est di Londra, i due si dirigono a Salisbury in treno – una missione di ricognizione – per poi tornare a Londra e di nuovo a Salisbury, domenica 4 marzo.

Alcune telecamere di sicurezza li riprendono nelle vicinanze di casa Skripal, dove secondo l’ipotesi investigativa contaminano la porta d’ingresso con il Novichok – contenuto in una bottiglia di profumo “Nina Ricci”. Da lì prendono direttamente il treno per Heathrow.

“Indizi sufficienti” a incriminarli per il tentato omicidio degli Skripal e di Nick Bailey, l’agente di polizia anche lui avvelenato perché fra i primi a prestare soccorso. Sono sospettati, ma non incriminati, anche dell’avvelenamento accidentale di Dawn Sturgess e Charles Rowley, la coppia inglese tanto sfortunata da trovare per caso, il 30 giugno, la bottiglia di “profumo” in un parco di Salisbury. Il 4 settembre l’OPCW, l’Organizzazione per la proibizione della Armi Chimiche, ha confermato che i due sono stati contaminati dallo stesso tipo di gas usato per avvelenare gli Skripal, ma non ha potuto accertare se si sia trattato della stessa partita.

Sulla svolta nelle indagini ieri ha riferito alla Camera dei Comuni il primo ministro Theresa May; ha dichiarato che tracce di agente nervino sono state trovate nella stanza d’albergo occupata dai sospettati e, soprattutto che, secondo fonti d intelligence britannica, Petrov e Boshirov sarebbero agenti del Gru, il servizio di intelligence militare della Federazione Russa: lo stesso per cui lavorava Skripal prima di fare il doppio gioco.

“Solo la Russia aveva mezzi tecnici e movente per condurre l’attacco. Abbiamo avuto ragione a indicare lo Stato russo come responsabile. L’avvelenamento è stato quasi certamente approvato ad alti livelli della Federazione” ha dichiarato May. Tesi sostenuta dal governo britannico immediatamente dopo il ritrovamento degli Skripal e sempre rigettata, a tutti i livelli, da Mosca che anche stavolta ha replicato con l’equivalente diplomatico della derisione: per la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, nomi e foto “non significano niente”. “Chiediamo ancora una volta ai britannici di smettere di lanciare accuse e manipolare l’informazione e di iniziare a cooperare con i nostri investigatori”.

Spavalderia giustificata dalla realtà dei fatti: i nomi dei presunti attentatori sono quasi certamente falsi, i due sono uccel di bosco da sei mesi e una richiesta di estradizione in Russia sarebbe inutile, tanto che i magistrati inglesi hanno rinunciato a presentarla, visto che la legge russa non prevede la consegna di concittadini a paesi esteri. Londra ha spiccato un mandato di arresto europeo, strumento di solito efficace ma spuntato in questo caso: la collaborazione con le polizie degli altri paesi membri dell’Unione uscirà quasi certamente ridimensionata dalla Brexit, qualunque sia l’esito dei negoziati. Resta molto improbabile che i due riappaiano, e tantomeno che finiscano in un tribunale britannico. Ma intanto si riaccende la tensione diplomatica fra Regno Unito e Federazione Russa.

Ieri il governo, in assenza dell’ambasciatore, ha convocato l’incaricato d’affari russo a Londra. Mosca ha ricambiato convocando l’ambasciatore britannico al ministero degli Esteri. Il Regno Unito porterà il dossier aggiornato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Tim, Vivendi attacca Elliott: “Disastroso”. E l’ad resta in bilico

La tregua tra i due soci forti di Tim, Vivendi ed Elliott, è durata poco. Le quotazioni del titolo crollate ai minimi degli ultimi 5 anni rendono il fondo americano, che proprio sull’andamento in Borsa aveva giocato la sua battaglia per il ribaltone in cda, facilmente attaccabile. “Il nuovo team di governance sta fallendo – accusa Vivendi – la diffusione di voci (compresa la partenza del Ceo) provocano disfunzioni dannose per il buon funzionamento di Tim”. Nonostante le smentite infatti i rumors sull’addio di Amos Genish continuano a tornare, segno dei dissaporti dentro e fuori Tim. Secondo Bloomberg, Elliott vorrebbe vedere un’accelerazione nei piani, come la vendita di una quota nella società delle torri o il completo spinoff della rete telefonica. Il presidente Fulvio Conti “esprime profondo rammarico per le accuse assurde e infondate, che rigetta”, mentre i francesi si dicono “profondamente preoccupati per la disastrosa gestione da quando Elliott ha preso il controllo del Cda dopo l’Assemblea del 4 maggio”. Il titolo ha perso l’1,4%. Il socio francese però non fa proposte e non preannuncia se ci saranno azioni concrete, per esempio in occasione del prossimo cda il 10 settembre.

Ilva, il nodo esuberi Mittal non convince ancora i sindacati

Per l’Ilva, quella di ieri è stata una giornata lunga ed estenuante. L’Arcelor Mittal, proprietaria in pectore delle acciaierie, si è presentata al tavolo convocato al ministero dello Sviluppo economico con una nuova proposta: assumere 10.300 lavoratori su 13.500 subito e altri 200 alla fine del 2021.

Numeri ancora insoddisfacenti per i sindacati dei metalmeccanici, presenti alla riunione con il ministro Luigi Di Maio. La distanza tra le parti ha fatto sì che le trattative proseguissero fino a notte fonda.

Il documento consegnato ai segretari di Uilm, Fim Cisl, Fiom Cgil e Usb è frutto di un lavoro messo a punto negli ultimi giorni dai vertici di Arcelor Mittal, in stretta collaborazione con i commissari dell’amministrazione straordinaria, Corrado Carrubba, Pietro Gnudi ed Enrico Laghi. Uno scambio di cui era stato informato anche il ministero. L’obiettivo era migliorare le condizioni che avevano portato la trattativa ad arenarsi il 6 agosto, con la multinazionale disposta a farsi carico di massimo 10.500 lavoratori (400 dei quali dopo il 2023) senza dare garanzie sugli altri 3 mila. Rispetto a quello schema, il testo di ieri ha fatto piccoli passi avanti. I lavoratori assunti, come detto, sarebbero 10.300 (200 dei quali entro il 31 dicembre 2021) con questa distribuzione geografica: 7.870 a Taranto, 975 a Genova , 650 a Novi e gli altri sparpagliati in siti e società minori. Ancora 3.200 resterebbero quindi alle dipendenze dell’Ilva in amministrazione straordinaria.

Per fare uscire questi esuberi, si metterebbe in piedi un piano di incentivi con 250 milioni di euro stanziati. Nel frattempo, sarebbero impiegati nelle “attività funzionali all’attuazione del piano di tutela ambientale e sanitaria, nonché in ulteriori interventi di bonifica, decontaminazione e risanamento ambientale”. Quelli non utilizzati per questi lavori, invece, rimarrebbero in cassa integrazione straordinaria. Al termine dell’amministrazione straordinaria, che sarà sancito con un decreto, potrebbero restare ancora lavoratori da sistemare. Ossia quelli che non sono usciri con l’incentivo e ancora non possono andare in pensione. Arcelor Mittal li riassumerebbe ma con una serie di condizioni: innanzitutto questo riassorbimento non avverrebbe prima del 23 agosto 2023. Inoltre, per farsi carico dei dipendenti rimasti fuori, la multinazionale pretende di mantenere invariato il costo del lavoro: quindi quelle assunzioni sarebbero subordinate alla riduzione dell’orario e quindi dello stipendio. È soprattutto su questo punto che i sindacati hanno bocciato la bozza di intesa. “Se uno legge la proposta – afferma Rocco Palombella, segretario Uilm – si accorge che AcelorMittal vuole riassumere le persone rimaste fuori dopo la fine dell’amministrazione straordinaria. Il problema è che nessuno conosce la data. Quindi è un impegno senza scadenza e tra l’altro ci obbligherebbe ad accettare riduzioni del costo del lavoro”. La controproposta circolata nei giorni scorsi nei corridoi dei sindacati prevedeva 10.700 assunzioni immediate e garanzie più stringenti per il riassorbimento degli esuberi.

Il ministro Luigi Di Maio tiene molto al raggiungimento di un buon accordo tra le parti, perché intende usarlo per considerare “sanate” le illegittimità riscontrate dall’Anac e dall’Avvocatura dello Stato (il parere di quest’ultima sarà pubblicato domani). Insomma, la gara è irregolare perché non ha rispettato i principi di concorrenza, ma migliorando le condizioni sul piano occupazionale e ambientale, attraverso un’intesa, si può lo stesso ritenere raggiunto l’interesse pubblico.

Questa impostazione è stata contestata al tavolo dal leader Fim Cisl Marco Bentivogli: “Non è positivo – ha detto durante la riunione – che si attribuisca la costruzione dell’interesse pubblico alla trattativa, una modalità scorretta per scaricare responsabilità che sono in capo al governo, che ha la facoltà di annullare la gara o dire che la gara è regolare”.

Da questa affermazione, durante l’incontro, è nato un botta e risposta con Di Maio. “Lo so che guarda per aria, ma qui non è la televisione dove fa i monologhi, qui deve confrontarsi con chi non la pensa come lei”, ha proseguito il sindacalista. “Ho piacere di dibattere con lei”, ha ribattuto Di Maio.

Mail Box

 

Ha fatto più il M5S che la sinistra salottiera

Il M5S ha dato dimostrazione che al di là delle etichette si impegna a risolvere il problema della povertà nel nostro Paese. La sinistra salottiera ne prenda atto.

Pasquale Mirante

 

Diritto di replica

In merito a quanto riportato nell’articolo “Gas, il mega deposito Snam è senza piano di emergenza”, precisiamo in primo luogo che senza l’impianto di Fiume Treste nell’inverno scorso l’Italia avrebbe rischiato di restare al gelo in occasione dei periodi più freddi e dell’incidente verificatosi in Austria. Precisiamo inoltre che Snam-Stogit ha osservato tutti gli adempimenti previsti in merito al piano di emergenza (sin dal 2010, da quando gli impianti di stoccaggio gas sono entrati nella normativa Seveso), svolgendo un ruolo proattivo nei confronti di tutti gli enti coinvolti. L’eventuale gestione dei giacimenti a una pressione superiore a quella originaria, oltre a essere una pratica consolidata a livello internazionale, viene valutata preventivamente -col supporto di primarie università- in base alla caratterizzazione geologica e geo-meccanica della roccia serbatoio e di copertura, garantendo un esercizio in piena sicurezza, ed è soggetta alle autorizzazioni previste dalla normativa vigente. Nel 2012 è stata sperimentata -previo rilascio delle autorizzazioni ministeriali- la gestione in sovrappressione fino a valori del 105%, confermando l’assenza di criticità. L’esito della sperimentazione è stato analizzato favorevolmente dalla Commissione Via del Ministero dell’Ambiente.

In oltre cinquant’anni di esercizio degli impianti in Italia non si è verificato alcun evento microsismico correlato con l’attività di stoccaggio gas. Studi condotti sulla base di monitoraggi a livello nazionale e internazionale non evidenziano a oggi alcun legame tra fenomeni sismici e attività di stoccaggio in giacimenti di tipo terrigeno, cioè con caratteristiche geologiche simili a quelli utilizzati da Stogit (l’impianto spagnolo citato nell’articolo, oltre a essere totalmente diverso per tipologia e caratteristiche geologiche dai quelli gestiti da Stogit, non è mai stato un campo di stoccaggio operativo).

Nel giacimento di Fiume Treste è dal 2013 operativa una rete di monitoraggio microsismico di tipo avanzato (costituita da 11 stazioni microsismiche di superficie) che non ha registrato nessun evento correlabile all’attività di stoccaggio gas; gli esiti di tale monitoraggio vengono comunicati annualmente all’ente di controllo del Ministero dello Sviluppo Economico.

Salvatore Ricco, Comunicazione Snam

 

La possibilità di eventi sismici indotti è indicata nello stesso decreto di compatibilità ambientale del ministro dell’Ambiente del 17 maggio 2017. Castor, ex giacimento di idrocarburi, come Fiume Treste, non è diventato definitivamente operativo appunto perché quando si è cominciato a mettervi in pressione il metano, sono iniziati i terremoti, fino a magnitudo 4.3.

Nell’articolo non si afferma che sia da imputare all’inadempienza di Snam l’assenza del Piano di emergenza esterno, che tuttora manca.

M.Mar.

 

 

Caro Fini, da un giornalista esperto e libero come Lei mi sarei aspettato maggiore circospezione nei giudizi su Al Sisi, Fratelli Musulmani e Regeni e una minore adesione alla vulgata propagandistica del colonialismo occidentale. Non dovrebbe esserle sfuggito che i FM, inventati dagli inglesi, sono da sempre al servizio del recupero del controllo anglosassone sul mondo arabo, che Morsi è stato cacciato da una rivolta popolare segnata da 20 milioni di firme, tra l’altro per la sua repressione sanguinosa dei copti e delle lotte operaie, per il suo integralismo religioso e per la sua fornitura di volontari al jihadismo anti-siriano. Se in Egitto vige un forte controllo sulla popolazione, non certo nei termini da Lei acriticamente sussunti dalla disinformazione occidentale, dovrebbe anche dirsi che il paese è sottoposto a una feroce guerra terroristica dell’Isis che non distingue tra civili, poliziotti, soldati e alti funzionari dello Stato e che è il braccio armato dei FM. L’Isis le va bene se massacra egiziani per conto dei suoi mandanti occidentali e del Golfo, e le va male quando sabota lo sforzo di liberazione dei Taliban da questi stessi mandanti? Quanto a Regeni, ne andrei a vedere il curriculum, tutto segnato dalla formazione di quadri dell’intelligence negli Usa, da collaborazione con gli spioni John Negroponte (Squadroni della Morte in Centroamerica e Iraq) e McColl (MI6) in “Oxford Analytica”, probabilmente soppresso dai suoi stessi datori di lavoro una volta bruciato dal video in cui offriva 10.000 dollari al sindacalista purché gli fornisse un “progetto” e dalla circostanza che venisse tolto di mezzo nel momento in cui Roma e il Cairo concludevano grandi affari petroliferi a spese di altre potenze occidentali e serviva un cadavere tra i piedi di Al Sisi.

Affermare poi che i servizi segreti egiziani, eredi di Nasser e Mubaraq, temuti in tutto il Mdioriente, non siano capaci di far sparire un cadavere torturato, come fa bene la mafia, fa davvero torto alla sua rispettabile storia professionale.

Fulvio Grimaldi, Giornalista, già BBC e RAI-TG3

 

Che i Fratelli Musulmani siano al servizio degli inglesi mi pare espressione di una mentalità complottista che ho sempre rifiutato. E che l’Isis sia al soldo dell’Occidente mi pare far parte della stessa mentalità.

Massimo Fini