Facoltà di Medicina. Si può stroncare l’ambizione con un solo test a crocette?

 

Sono un medico anestesista rianimatore della Provincia di Reggio Calabria. Il 4 settembre, per l’ennesima volta, si è consumato nel nostro Paese il vergognoso rito della preselezione dei candidati da ammettere alle facoltà di Medicina italiane, mediante lo svolgimento di test su argomenti vari. Io sono padre di un giovane studente che si è sottoposto a questa gogna. Oggi, perseverare con la preselezione alla facoltà di Medicina e Chirurgia costituisce un attentato ai diritti civili e costituzionali di ognuno dei nostri giovani. Significa impedire loro di dare libero sfogo a una passione, di intraprendere un corso formativo di studi per il quale si sentono adatti e vocati, tarpando così le loro legittime e, magari sincere, aspirazioni. Io sono nato medico, credo di esserlo sempre stato dal momento che la passione e il fascino verso questa professione risalgono alla mia fanciullezza. Finiti gli studi liceali mi sono iscritto alla facoltà di Medicina e Chirurgia di Messina dove ho conseguito la laurea e la specializzazione, per poi accedere al mondo del lavoro.

Non è stato semplice, è stato necessario superare tanti ostacoli ma, fortunatamente, nessuno me lo ha impedito preventivamente, nessuno mi ha intralciato a priori, nessuno mi ha detto, sulla base di un risultato raggiunto compilando assurdi test, che non sarei stato in grado di iscrivermi alla facoltà di Medicina e che, se non avessi voluto rincorrere un sogno per chissà quanti altri anni, magari avrei dovuto farmi piacere qualche altro indirizzo professionale. Se per impedire l’accesso alla facoltà di Medicina a tanti inutili imbecilli, mediante questo meccanismo terribile, queste forche caudine del Terzo millennio, si ostacola anche un solo ragazzo volenteroso, eletto e sinceramente appassionato alla Medicina, impedendogli di accedere al corso di studio desiderato, allora si compirebbe un vero e proprio misfatto.

Carmelo Violi

 

Gentile dottor Violi, ogni anno si ripropone lo stesso stucchevole dibattito tra il diritto a perseguire le proprie passioni (o ambizioni) e il diritto dei contribuenti di non buttare soldi: l’università è pagata dalla fiscalità generale, le risorse sono poche, chi va all’università è comunque una minoranza relativamente benestante (rispetto a chi non ci va). Chi difende la dignità della cultura, della formazione, dovrebbe essere il primo a sapere che ha un valore ma anche un costo. Se uno si sente medico dentro, se è così deciso a perseguire un destino che ritiene ineludibile, non si farà certo fermare da un test. Io preferisco essere curato da medici selezionati nel modo più drastico che da chi ha sentito la vocazione più intensa.

Stefano Feltri

Cara Finocchiaro, nessuna poltrona dev’essere eterna

Cara Anna Finocchiaro, ho letto con apprensione la sua intervista al Corriere della Sera: “Dopo 30 anni di politica il ministro mi costringe a fare il pm”.

Già dovermi rivolgere a lei senza più alcun appellativo – onorevole, senatrice, ministro – genera struggimento, ma scoprire addirittura che, dopo decenni di impegno al servizio delle istituzioni e di tutti noi, il nuovo Guardasigilli Alfonso Bonafede le nega il posto al dicastero di via Arenula chiesto (e ottenuto) per lei al Csm dall’ex ministro Andrea Orlando, mettendo così a repentaglio il suo futuro professionale, sfiora la commozione.

Com’è possibile che una figura di così alto profilo, per di più donna di polso che fa onore al genere, si possa “costringere”? I paladini della dignità del lavoro e le vestali del femminismo dove sono? Ancora in vacanza?

“Dopo 30 anni di Parlamento non posso tornare a fare giurisdizione attiva”, “i giudici che fanno politica non hanno la terzietà per rientrare nel loro ruolo”: parole sacrosante che arrivano dritte al cuore.

Asciugo la lacrima e provo a recuperare un po’ di lucidità: se pensa (giustamente) che i magistrati in politica non possano, una volta finito il mandato, avere l’indipendenza necessaria per tornare al vecchio mestiere, perché non ha lasciato definitivamente la toga? Non dico subito, ma quando ha capito che il sacro fuoco istituzionale era ormai la sua strada e gli anni diventavano decenni, non poteva dimettersi dalla magistratura?

Perché invece ha rinnovato l’aspettativa a ogni tornata elettorale, ottenendo anche avanzamenti di carriera fino al massimo, se la toga non voleva più indossarla? Anche un normale ufficio giudiziario, che farebbe tesoro della sua esperienza, le andrebbe stretto? Mica vorrà farci pensar male, cioè che teneva alla doppia poltrona – giudice e parlamentare – soprattutto per la doppia pensione, maturata in questi 30 anni anche grazie ai contributi pagati dalla collettività (fino al 2000 interamente dall’Inps, poi per due terzi)? No, una persona elevata come lei non può aver fatto calcoli così bassi.

Donna-simbolo della politica nazionale che ha deciso onorevolmente di lasciare il Parlamento (nel Paese in cui al massimo i politici lasciano la moglie) senza aspettare rottamazioni sommarie, mica avrà contato sul “tanto un posticino al ministero ce l’ho”? E non è certo per farle evitare il ritorno in aula che l’Orlando Sereno s’è speso per lei in zona Cesarini del governo Gentiloni (la richiesta al Csm è del 18 aprile scorso, dopo le elezioni). Non scherziamo.

Cara dott.ssa Finocchiaro – una qualifica le spetta, chiedo venia – a questo punto non crede sia meglio farsene una ragione? Se Bonafede non vuole portarla alla Giustizia, mica lei vuole portarlo in tribunale, vero?

Con un “assegno per il reinserimento nella vita lavorativa” da 45 mila euro a legislatura – e lei ne ha un record – qualche giorno di tranquillità per guardarsi intorno lo ha. E se proprio non trova niente, come molti italiani, può sempre (a differenza loro) godersi il vitalizio da parlamentare: certo ci sono i tagli del presidente della Camera Roberto Fico (‘sti grillini senza rispetto per le “istituzioni”!), ma partendo da circa 9 mila euro lordi al mese, vedrà che le resterà abbastanza almeno per un altro shopping all’Ikea. Anche se senza scorta.

Un cordiale saluto.

Sicilia, Musumeci può salvarsi solo con il M5S

Come o peggio di Rosario Crocetta, in Sicilia? Tale e quale alla Buttanissima, quindi alla Strabuttanissima oppure – nove mesi di governo regionale per partorire una sola legge, quella sulla Tutela dei Beni della Seconda guerra mondiale – Inutilissima? Immobilissima e dunque Inutilissima, la Sicilia, con neppure un solo disegno di legge da presentare in quel parlamento di cui è presidente Gianfranco Micciché, arcigno alleato del governatore Nello Musumeci costretto al ruolo di elegante ventriloquo di questa paralisi.

Musumeci – tra i più specchiati leader della destra – con una maggioranza risicata e l’opposizione consociativa del Pd, naviga a vista mentre Matteo Salvini, ai microfoni di Maria Latella su Radio 24, consuma la salvifica minaccia: “Le Regioni incapaci di gestire i fondi comunitari saranno commissariate”. Un campanello d’allarme per la Regione siciliana dove pure non mancano risorse e persone di qualità, a cominciare dallo stesso Musumeci che – perché no? – dovrebbe mettere a frutto la sua scampagnata a Pontida, presso il popolo leghista, congedarsi da Micciché (e da Davide Faraone, il leader siciliano del Pd), siglare un contratto con il M5S di Giancarlo Cancelleri e fare il governo gialloverde a Palermo.

È il cosiddetto centrodestra, oggi, a fare opposizione a quella che per i siciliani, nel dopo-Crocetta, doveva essere con Musumeci la speranza di fare almeno una cosa, una. La Sicilia scivola nel baratro del sempre peggio. Tutti i numeri che Musumeci non può avere dall’alleanza con Forza Italia sono nel forziere dei Cinque Stelle, il primo partito nell’Isola. Tutta la buona volontà di fare – e l’urgenza del dover fare – si risolve nell’unico possibile atto di coraggio: cancellare questi primi nove mesi e ricominciare.

Cancelleri, a Musumeci, un primo avviso l’ha già recapitato: “Se non togli Gaetano Armao, il controllore voluto da Berlusconi alla vicepresidenza della Regione, il dialogo non si può avviare”. E non si tratta di fare ribaltoni. Chi tradisce chi, è argomento fuori luogo quando ormai il centrodestra a trazione “nazarena” – con Micciché nel solco di una Maria Elena Boschi – ha già scelto l’élite e non certo quel popolo, perfino quello del suo stesso ventre panormita descritto da Franco Maresco nel film Belluscone. Certo, non c’è la Lega tra i fichidindia ma c’è una destra pronta a emanciparsi dagli Zii di Sicilia, i soliti, quelli del granaio clientelare a disposizione dei capintesta e c’è una svelta realtà trasversale che va da Diventerà Bellissima a Movimenta.

La prima è la sigla elettorale di Musumeci (un movimento ispirato a Paolo Borsellino, fondato da Fabio Granata, oggi assessore di una giunta di sinistra a Siracusa), la seconda, Movimenta, è un laboratorio che raduna le esperienze di Andrea Bartoli – il mecenate che a Favara, nell’agrigentino, ha realizzato il Farm Cultural Park – e di ragazzi straordinari come Peppe Zummo, già assessore a Gibellina, la città simbolo della rinascita dal terremoto del Belice.

Tre sono i mondi apparentemente lontanissimi ma affini per sensibilità, stima e perfino amicizia se fa testo l’antico impegno culturale e sociale di Claudio Fava e di Musumeci che con Forza Italia, ormai, non ha più niente in comune. E così Fava, con il Pd.

Forse il presidente attuale non riesce a superare le asprezze consumate durante la campagna elettorale con Cancelleri ma è certo che i due – anzi, i tre – hanno molte più cose da dirsi tra loro di quante possano averne coi rispettivi interlocutori nei recinti “ideologici”. E tante più cose da fare hanno per la Sicilia se Cancelleri, libero di geografie e simboli, se lo sente chiedere dai siciliani: “Fatelo un governo come quello di Roma”. Un governo odiato dagli Zii, ma fortemente voluto dal popolo. Impossibile?

Un falso corruttore per scovare i ladri

Il vicepremier Di Maio e il ministro di Giustizia hanno preannunciato l’emanazione di un ddl Anticorruzione, definito “rivoluzionario”, che si regge su due pilastri: il primo è il c.d. Daspo per i corrotti consistente in una interdizione permanente dai pubblici uffici e dallo stipulare contratti con la P.A. per soggetti condannati a pene superiori ai due anni per vari reati (corruzione, peculato, ecc.). Tale istituto, sicuramente apprezzabile, avrà, però, un effetto pressoché nullo se contemporaneamente il governo non modificherà le norme sulla prescrizione impedendone la decorrenza alla data dell’esercizio dell’azione penale. L’esperienza, infatti, ha dimostrato che, attualmente, i processi contro i “colletti bianchi” difficilmente arrivano a sentenza definitiva.

Il secondo pilastro è costituito dalla estensione della figura dell’“agente sottocopertura” anche ai reati contro la P.A.. L’attuale normativa prevede una speciale causa di giustificazione per le attività undercover svolte “al solo fine di acquisire elementi di prova”, quando si procede per i reati in materia di contraffazione, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio e reimpiego di denaro, riduzione in schiavitù, prostituzione e pornografia minorile, armi, munizioni ed esplosivi, immigrazione e per fattispecie delittuose commesse con finalità di terrorismo o di eversione ed in materia di stupefacenti. Queste “operazioni sottocopertura” – immediatamente portate a conoscenza del pm – sono normalmente poste in essere o dalla figura dell’ “infiltrato” che ricorre in colui che – con identità fittizia e relativo “percorso” criminale – si insinua nel tessuto associativo di una organizzazione criminale al fine di scoprirne i partecipanti, la struttura e le finalità perseguite o dalla figura del falsus emptor che si finge parte in determinati reati-contratto.

La futura legge prevede che “non sono punibili gli investigatori che, nel corso di specifiche operazioni di polizia, e solo al fine di ottenere elementi di prova, promettono o danno denaro richiesto da un pubblico ufficiale”. Sembra così doversi escludere che la norma preveda la figura dell’“infiltrato” negli uffici della P.A. che presentano situazioni ambientali completamente diverse da quelle che caratterizzano le associazioni criminali, e presuppongono occulti circuiti di scambio di tangenti che riguardano grandi affari e appalti milionari, nei quali sembra difficile che l’agente di p.g. possa inserirsi. È da ritenere, quindi, che la futura norma preveda il falsus emptor la cui attività appare, però, fortemente limitata dal dovere agire “nel corso di specifiche operazioni di polizia” e dal dover essere egli “richiesto” di promesse o dazioni di denaro da parte del p.u. in cambio di futuri provvedimenti favorevoli. Ora, non vi è dubbio che per contrastare efficacemente la dilagante corruzione sarebbe stato necessario prevedere la figura dell’agente provocatore. Si sarebbe dovuto prevedere la figura del “falso corruttore”, cioè di colui che si infiltra nella P. A. sotto mentite spoglie per verificare la corruttibilità o meno di un funzionario pubblico promettendogli denaro o altra utilità in cambio di un provvedimento di favore relativamente ad appalti, concessioni ecc..

La circostanza che il codice penale (art. 115) punisca l’istigazione a commettere un reato non è ostativa alla introduzione di tale figura per le seguenti ragioni: a) la legge già prevede il falsus emptor che acquisti o riceva sostanze stupefacenti e che sostanzialmente è un agente provocatore che induce lo spacciatore a un atto di cessione della droga; b) poiché il p.u. non può, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, ricevere indebitamente denaro o altre utilità (o accettarne la promessa), da chicchessia, è evidente che egli deve rispondere del reato di corruzione anche se il denaro o l’utilità (o la promessa) provenga dal falso corruttore con il quale ha stretto un accordo corruttivo; c) il provocatore – che agisce in totale assenza di dolo – non vuole che il reato si consumi ma che il provocato ponga in essere un tentativo punibile al fine di acquisire prove di reità a suo carico. Ne consegue che – ove la figura del falso corruttore sia prevista per legge e agisca sotto le direttive e il controllo del p.m. – sarà scriminato, ai sensi dell’art. 51 c.p., perché, in quanto agente di p. g., la sua condotta sarà stata posta in essere in adempimento del dovere di cui all’art. 55 c.p.p. in virtù del quale la p.g. ha l’obbligo di assicurare le prove dei reati e di ricercare i colpevoli.

Infine, non sembra che nel disegno di legge sia previsto lo strumento intercettivo “Trojan horse” – indispensabile nella lotta contro la corruzione – irrazionalmente circoscritto dal precedente Parlamento, alle sole indagini per i delitti di associazione mafiosa e terrorismo.

Pd e M5S, dialogo interrotto. Ma solo così si ferma Salvini

 

Sono una dei sei milioni di ex elettori del Pd che ha votato per i 5Stelle. Fin da ragazza (oggi ho figli e nipoti) ho sempre votato a sinistra. Poi è arrivato il Rottamatore e l’ho votato, pensando di non avere scelta. Lui mi ha aperto gli occhi su quel mondo a cui io avevo sempre dato fiducia, ha aperto il vaso di Pandora da cui è uscito un personaggio che assomigliava a B. senza averne il talento, con tutta la sua corte. A questo punto ho cominciato a guardare dove lui quotidianamente indirizzava i suoi strali e dove diceva che si trovasse quella “massa di miracolati, incompetenti, incapaci e stralunati vari”. È grazie a lui che ho cominciato a guardarli con altri occhi, ascoltarli e infine a votarli.

Maria Grazia Mariotti

 

Caro Padellaro, sono convinto che capire gli eventi che si vivono non sia facile ma è poco intelligente ostinarsi ad analizzare tali eventi con le metodologie a cui si è abituati. La ruota è stata inventata solo perché qualcuno si è rifiutato di continuare a trascinare. Probabilmente chi commerciava in pali da trascinamento si sarà arrabbiato. Tutto ciò per dirLe che anche Lei, qualche volta, ha rigurgiti di nostalgia. È vero che la forma è spesso sostanza ma, di questi tempi, serve molta concretezza e poca ipocrisia. Dico ipocrisia, e non nel Suo caso, perché tanti della sinistra italiana, schiacciati dalla nullità dei loro pensieri, messi con le spalle al muro dagli eventi si illudono, manifestando ribrezzo nei confronti di Salvini, di recuperare quella credibilità di cui non si sono dimostrati degni neanche quando gli era stata concessa.

Marcello Scalzo

 

Sono un vecchio militante di sinistra ormai partiticamente orfano, ma non ancora rassegnato alla sparizione o marginalizzazione dei valori e degli ideali della sinistra. Mi piacerebbe ricordare all’ex segretario del Pd che è lui insieme al gruppo dirigente nazionale che ha la massima responsabilità per come è nato e per come è stato consegnato nelle mani di Renzi e, infine, per come è stata condotta l’azione politica e governativa nei confronti della sua stessa base elettorale. A nulla servirebbe un’opera di maquillage a un partito nato male e condotto peggio. Solo una radicale mutazione potrebbe risvegliare quei sentimenti politici ai quali il popolo di sinistra ancora aspira. E questo vale anche per buona parte dei fuoriusciti dal Pd.

Guido Moressa

 

Quando il Pd manifesterà il 30 settembre contro un governo che, complice la bassa stagione, non avrà più tanti migranti da sventolare, ma piuttosto avrà messo in campo (si spera) l’anticorruzione e avrà iniziato (si spera) un progetto virtuoso per la Libia, gli elettori che vedranno il proprio partito manifestare contro questo cose, che dovrebbero pensare? Anche un sasso capirà che, si vada a votare domani o tra cinque anni, il Pd dovrà di nuovo decidere se fare un accordo con l’unica forza con cui può fare un accordo: il M5S. Gli elettori lo sanno, e tuttavia si vedono oggi il proprio partito, il Pd, schierarsi – come ai bei tempi del berlusconismo – con il movimento che avrà alleato al governo. Saranno stavolta vaccinati da queste cose? Io dico di sì. La politica ha bisogno di fiducia e la fiducia non la si regala, la si guadagna. Il Pd non è capace di farlo: le prossime Europee potrebbero rivelare enormi sorprese.

G.C.

 

Condivido appieno la diagnosi. Però andava detto chiaramente che se il Pd non caccia Renzi, che disse “Senza di me” all’accordo tra Pd e 5Stelle, non si risolverà nulla e continueremo con un governo di destra come questo!

Romano Lenzi

 

I molti elettori di sinistra che hanno deciso di votare per il M5S, come la sottoscritta, non sono pecorelle smarrite da ricondurre all’ovile, chi si è smarrito è il pastore. Né sono così disperati per le conseguenze della scelta del 4 marzo. Alla fine, forse, è meglio un governo con l’opposizione incorporata che uno con una finta opposizione, realtà vissuta per tanti anni prima che il M5S ce ne mostrasse una vera. Molti di quelli che il 4 marzo hanno deciso di “traslocare” hanno dimostrato di essere disposti a perdere alcuni privilegi (vedi il progetto di riduzione delle pensioni, in molti casi alte ma non d’oro) per un’idea di giustizia sociale. Mi pare che invece il Pd, come non pochi che lo hanno votato, abbia avuto più a cuore la difesa di certi privilegi che quella dei diritti sociali dei più deboli. Certo, ora è molto più facile salire su una nave di poveri disperati che non ti conoscono che andare nelle periferie, fra gli schiavi che raccolgono pomodori o sotto qualche ponte crollato a prendersi fischi. Nella migliore delle ipotesi.

Enza Ferro

 

Queste lettere, che dimostrano la persistente e reciproca insofferenza tra gli elettori Pd e Cinquestelle mi ricordano una frase di George Orwell che a proposito dei celebrati valori familiari si chiedeva come mai quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge. Nel caso del Pd, più che un delitto è stato un suicidio, ma la faida che ha trasferito milioni di voti dal partito di Renzi al movimento di Grillo nasce, come sottolineato da Veltroni, all’interno dello stesso ceppo “familiare” della sinistra. E a leggere certi commenti della base non sembra, al momento, ricomponibile. Anzi. Del resto, l’implacabile odio fraterno è da sempre una caratteristica autodistruttiva della sinistra. Mentre, invece, nella destra pragmatica, Salvini e Berlusconi badano al sodo, pronti a fare di nuovo coppia (e a prendersi tutto il piatto) se e quando il Capitano leghista decidesse di staccare la spina al governo con Di Maio. Perché il punto è proprio quello messo a fuoco da G.C.: quando si andrà di nuovo a votare il Pd dovrà decidere se fare un accordo con il M5S, “l’unica forza con cui può fare un accordo”. Con una non piccola novità. Se infatti dopo il 4 marzo Matteo Salvini era uno dei protagonisti sulla scena, oggi egli è il dominatore della scena. Dunque, l’eterna inimicizia tra Pd e M5S non farà altro che spianare la strada del potere a un personaggio che non fa mistero di una concezione autoritaria del potere. Campione della xenofobia e del nazionalismo più spinto. Alleato di Orbán, della Le Pen e di tutti i partiti sovranisti e parafascisti che vogliono disintegrare l’unità europea riportando le lancette della storia indietro di settant’anni. A leggere gli ultimi sondaggi, forse è già troppo tardi, forse neppure un tardivo contratto (con il naso turato) tra Cinquestelle e Pd potrebbe evitare l’avvento del regime salvinista, invocato dalle folle inneggianti. Mentre sull’altro lato del campo continueranno (continuerete) a suonarsele di santa ragione. Cari amici, la storia non ci ha insegnato proprio nulla.

Siamo uomini o meduse?

Siamo uomini o meduse? Il dubbio è legittimo e magari se lo staranno chiedendo in tanti, se non altro dopo aver ascoltato il vicepremier Luigi Di Maio martedì sera a Presadiretta, su Rai3: “Noi siamo composti dal 90 per cento d’acqua”, ha spiegato il novello Piero Angela col solito sorriso di chi la sa lunga stampato in volto.

Lontani i tempi in cui l’uomo, come farneticava Shakespeare, era fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni: oggi ci dobbiamo accontentare di essere angurie, raganelle o al massimo pomodori. L’importante è essere ben idratati. E in virtù di queste importanti novità biologiche appena introdotte dal governo del cambiamento (in realtà nel corpo umano c’è circa un 70 per cento d’acqua, al massimo l’80 nei neonati), il ministro Di Maio è anche pronto a lanciare la prossima battaglia politica: “Proprio perché ne siamo costituiti per il 90 per cento, l’acqua deve essere un bene comune che non può più essere sottoposto a logiche di profitto”. Con un sillogismo così, perché non pensare in grande? Nella prossima legge di Bilancio siamo pronti alla grande svolta: nazionalizzare proteine, carboidrati e vitamine. E se ci va, pure i trigliceridi.

Salvini complica il rebus della legge di Bilancio

Il meccanismo più temuto dagli investitori nel debito italiano sembra disinnescato: Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno smesso di fare a gara con promesse sempre più mirabolanti da finanziare con la legge di Bilancio. L’intervista di Salvini al Sole 24 Ore di ieri è stata un primo segnale di tregua, e i risultati si vedono con lo spread – la differenza di rendimento tra debito italiano e tedesco – sceso da 265 a 254 punti. Ma un accordo sui conti è ancora molto lontano.

Pare scomparsa la suggestione di superare il tetto al 3 per cento del rapporto tra deficit e Pil fissato dal Trattato di Maastricht: il deficit 2019 non sarà allo 0,9 per cento previsto in aprile dal governo Gentiloni, ma sicuramente neppure al 3. Gira l’ipotesi del 2 per cento, sufficiente a evitare l’aumento dell’Iva automatico da gennaio (vale 12,5 miliardi) e forse le cosiddette “spese indifferibili” da 3,5 miliardi ma non basta per tutto il resto. Anche perché la crescita del Pil sarà parecchio inferiore all’1,5 per cento oggi indicato nei conti del Tesoro, con un po’ di fortuna arriverà all’1,1.

Salvini ha fissato le priorità della Lega: niente flat tax per tutti, soltanto un allargamento della platea delle partite Iva che possono beneficiare del regime forfettario al 15 per cento, niente cancellazione della riforma Fornero ma “quota 100” (va in pensione chi ha almeno 60 anni di età e 40 anni di contributi). Interventi che valgono, rispettivamente, 3,5 e 6-8 miliardi almeno. E la principale copertura proposta dalla Lega, la cosiddetta “pace fiscale” (un condono), è una misura una tantum, mentre le uscite sono strutturali, cioè richiedono soldi ogni anno. La maggioranza ha poi proposto ieri un emendamento al decreto Milleproroghe, di cui si discute la conversione in legge, per prorogare i termini della rottamazione delle cartelle esattoriali varata dal governo Gentiloni. Pace fiscale e rottamazione tendono però a elidersi, chi aspetta il condono non rottama e chi rottama non condona. Forse perché l’intervista era al giornale degli industriali, ora Salvini annuncia pure un intervento sul cuneo fiscale (la differenza tra costo aziendale del lavoratore e salario): “È uno dei temi su cui stiamo lavorando”.

Poi ci sono le priorità del Movimento 5 Stelle, indicate in questi giorni tanto da Di Maio quanto dal viceministro all’Economia Laura Castelli: quoziente familiare per dare aiuti fiscali alle famiglie e reddito di cittadinanza. I dettagli di queste due proposte non sono conosciuti, ma i vertici del M5S si sono impegnati a erogare il sussidio promesso dal gennaio 2019, ribaltando l’approccio tenuto in campagna elettorale (prima la riforma dei centri per l’impiego, poi i fondi per il reddito minimo). Anche nella versione più minimalista, un raddoppio dei fondi attuali per il Reddito di inclusione voluto dal governo Gentiloni, non può costare meno di 3-4 miliardi. E qui arrivano i problemi: tra le coperture per le riforme individuate dai Cinque Stelle ci sono gli 80 euro di Renzi (10 miliardi all’anno). L’idea però era di usare una parte di quelle risorse per il reddito di cittadinanza ma abbinando la cancellazione a una revisione dell’Irpef in direzione della flat tax, così da non penalizzare troppo i redditi medio-bassi. Una strategia che ora sembra impervia, come conferma Salvini: “Fino a quando gli italiani non avranno l’aliquota al 15 per cento, gli 80 euro resteranno”. Anche rivedere la Naspi, cioè l’assegno di disoccupazione, per dirottare parte di quelle risorse ai disoccupati più poveri, non beneficiari degli 80 euro, non sarà facile.

I Cinque Stelle hanno il programma più ambizioso, fatto tutto di spesa, e più complesso da realizzare. E si trovano isolati anche su battaglie simboliche come quella contro il gasdotto Tap in Puglia, sostenuto dal Quirinale, difeso dal premier Giuseppe Conte e dal ministro Enzo Moavero Milanesi e ora perfino da Salvini che, dopo aver visto il super lobbista di Tap Tony Blair, dice: “I benefici sono superiori ai costi”.

Retromarcia sulle vaccinazioni: torna l’obbligo di documentare

Ascuola non si entra senza aver dimostrare di essere vaccinati: il governo fa dietrofront. La deroga all’obbligo, inserita poco più di un mese fa nel Milleproroghe al Senato, sarà cancellata alla Camera. A convincere la maggioranza a tornare sui suoi passi è stata la levata di scudi delle ultime settimane, dai presidi alle associazioni mediche, e forse anche il caos di questi primi giorni di scuola. L’esecutivo gialloverde ha preferito rinunciare alla deroga, con la benedizione anche del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Nei confronti della scienza non possiamo esprimere indifferenza o diffidenza”, il commento indiretto del capo dello Stato. Per frequentare le scuole statali e paritarie serviranno tutti i documenti, già da quest’anno. Anzi, almeno per quest’anno, visto che il Movimento 5 stelle adesso promette la riforma per il futuro.

La svolta, o giravolta che dir si voglia, era nell’aria da qualche giorno: “Cercheremo una sintesi fra le proposte dei vari gruppi”, aveva detto Giuseppe Buompane, deputato M5S, aprendo le porte a un ripensamento. La “sintesi”, infatti, è la soppressione del comma 3 dell’articolo 6 del Milleproroghe, quello che nel precedente passaggio al Senato aveva sospeso l’effetto del dl Lorenzin: secondo l’emendamento votato a Palazzo Madama, anche per l’anno scolastico 2018/2019 sarebbe stata sufficiente una autocertificazione. Un provvedimento ponte, non troppo diverso da quello già varato nel 2017 dall’ex ministra Lorenzin, replicato per il secondo anno di fila.

La ministra Giulia Grillo ha sempre dichiarato pubblicamente di essere a favore dell’obbligo, ma la conferma della sospensione aveva suscitato diverse polemiche. I presidi, ad esempio, avevano rilevato come nell’attesa dell’approvazione definitiva del Milleproroghe, la circolare firmata dai ministri Bussetti e Grillo sarebbe entrata in conflitto con la legge Lorenzin, e non avrebbe potuto essere applicata. È quello che è successo in questi primissimi giorni di scuola: da Bologna a Padova, decine di bambini sono stati esclusi al primo suono della campanella perché sprovvisti di certificati; ieri in tutta Italia ci sono stati controlli da parte dei carabinieri dei Nas per verificare la veridicità dei documenti presentati dalle famiglie. L’obbligo è ancora valido e lo sarebbe stato fino all’entrata in vigore della nuova regola, non prima di fine settembre. La deroga, insomma, non avrebbe evitato il caos di inizio anno e i disagi per i genitori. Forse anche per questo si è arrivati alla decisione di presentare in commissione Affari sociali a Montecitorio l’emendamento che una volta approvato annullerà la deroga.

Si torna a quanto previsto dalla legge Lorenzin. L’autocertificazione non basterà più: agli asilo nido e alla materna non si entra senza documenti; per elementari, medie e superiori niente obbligo ma in caso di mancata attestazione scatta la sanzione pecuniaria (da 100 a 500 euro). Chi non ha provveduto, magari confidando nella sospensione, ora dovrà mettersi in regola in fretta. “È una vittoria della scienza”, commenta l’ex ministra, seguita da Matteo Renzi: “Il governo ha fatto una bella inversione U”

I 5 stelle, però, non sembrano aver rinunciato del tutto alla loro idea del cosiddetto “obbligo flessibile”. “Abbiamo presentato l’emendamento per trattare il tema con un ddl ad hoc, già depositato al Senato: l’esame inizierà a breve”, ha spiegato la deputata Vittoria Baldino. Nel testo l’attestazione vaccinale è legata alla frequenza scolastica solo in casi di “emergenza”, “significativi scostamenti dagli obiettivi di copertura tali da generare rischi per l’immunità di gruppo”. Così il libretto delle vaccinazioni non sarebbe necessario per l’iscrizione. E chissà che, alla fine, la vera deroga non sia quella di quest’anno.

Renzi commissaria Lotti (e lui fa saltare il patto coi dissidenti)

Non c’è pace per il Pd toscano. Dopo gli scontri tra renziani e la rivolta anti Giglio magico, lunedì era sceso in campo Matteo Renzi per sedare gli animi dei dissidenti guidati dall’ex deputato pisano renziano Federico Gelli, candidatosi alla segreteria del Pd regionale in opposizione all’ala ortodossa che fa capo a Luca Lotti. Renzi e Gelli, in un incontro a Roma, avevano raggiunto un accordo: in cambio del ritiro della sua candidatura, l’ex deputato aveva accettato di presentarsi in ticket con l’europarlamentare Simona Bonafè (lei segretaria, lui vice). E invece, quando sembrava fatta, è saltato tutto. A opporsi all’accordo tra Renzi e Gelli, sarebbe stato proprio Luca Lotti che – conferma un esponente renziano al Fatto –, “non voleva che il suo potere decisionale in Toscana uscisse ammaccato: finora qui ha sempre deciso tutto lui, non gli va giù che Renzi lo abbia commissariato”. I sostenitori di Gelli parlano già di “anticipazione del congresso nazionale” e minacciano di sostenere Nicola Zingaretti se dovesse saltare il banco. “Se Gelli vince il congresso toscano – concludono – avremo sconfitto il Giglio magico in casa sua”.

Anna Ascani e il miracolo dell’auto-combustione

Noi avremmo la tentazione di non immischiarci e goderci la lucreziana scena di naufragio, ma l’occasione è ghiotta: ieri Salvatore Merlo sul Foglio ha rivelato che Renzi starebbe pensando a una certa Anna Ascani, telegenica deputata dell’Umbria, come candidata al congresso del Pd contro Zingaretti. Purtroppo in giornata su Twitter (l’unico luogo ormai in cui si rilevano segni di vita del Pd) la suddetta Ascani ha smentito la notizia, con un tono che peraltro la tradisce quale perfetta creazione del più grande talent scout di gente priva di talento della storia: “Non pensavo che la deriva delle fakenews avesse contagiato anche @ilfoglio_it. La notizia che dà sul fatto che @matteorenzi avrebbe chiesto la mia candidatura è completamente INVENTATA. Stop. E adesso torniamo a occuparci delle cose serie”. Dispiace, e non solo perché la Ascani segretaria del Pd a noi sembrava una cosa serissima, capace di assicurarci da scrivere e dunque da mangiare per anni, ma perché anche noi come Merlo pensiamo che la Ascani sarebbe perfetta: “Smalto, tacchi alti, pensiero rapido e parola tagliente”; la nuova giaguara, col non irrilevante pregio di non avere padri banchieri. E poi parliamoci chiaro: dove la trovi nel Pd una con lo stesso carisma, lo stesso seguito popolare e la stessa levatura della Ascani? Forse solo Faraone o la Picierno potrebbero tenerle testa. Peccato che la Trumpina abbia sabotato lo scoop (ma il Foglio non era il giornale preferito dai renziani? Non è lì che Calenda lancia i suoi manifesti e Renzi le sue miccette intimidatorie?), verosimilmente ritirata da Renzi in un momento di lucidità. È finita che Merlo è stato costretto a rivelare la fonte, che poi sarebbe la stessa Ascani. Già al mattino il sole ci sorrideva: da Berlinguer a Anna Ascani, una candidatura quasi naturale, de plano proprio. Ma dopo la più veloce auto-combustione di credibilità della storia ad opera di questa Ascani non ci viene in mente un erede migliore di Matteo Renzi.