Raggi “assolta”: Bonifazi non rappresenta il Pd

La querela è inefficace e Virginia Raggi deve essere archiviata. Lo ha stabilito il Gip di Roma Fabio Mostarda, che ha accolto le richieste del pubblico ministero in merito alla vicenda che vedeva opposti la sindaca di Roma e il Partito democratico per una frase scritta su Facebook nel 2016 da Raggi: “Affari con Mafia Capitale? Non siamo mica il Pd!”.

Per conto degli indignati democrats aveva avanzato querela il tesoriere del partito Francesco Bonifazi, che accusava gli esponenti del Movimento 5 Stelle di ricorrere “a tutti i privilegi per non farsi giudicare”. “Un conto è il dibattito politico – diceva allora Bonifazi – un altro è diffamare”.

Adesso però il tribunale di Roma ha chiuso la questione, specificando che Bonifazi non aveva alcun titolo per avanzare la querela per conto del Partito democratico di Roma, l’unico soggetto vittima della presunta diffamazione: “Non consta che le dichiarazioni dell’indagata – si legge nell’ordinanza del gip – abbiano investito direttamente la persona fisica del Bonifazi, il quale dunque non era legittimato ad agire quale componente dell’associazione”. E ancora: “La frase incriminata è riferita (e riferibile) alle note vicende che hanno visto il coinvolgimento di diversi esponenti politici locali di quel partito nell’inchiesta denominata Mafia Capitale; il destinatario delle offese era dunque il Pd di Roma e la legittimazione a proporre la querela spettava all’articolazione territoriale del partito e non anche a quella nazionale (per la quale Bonifazi ha dichiarato di agire)”.

E se anche fosse stato il Pd nazionale a sentirsi offeso nella propria reputazione, precisa il giudice, non era comunque il tesoriere a doversi muovere: “La rappresentanza dei partiti spetta a colui o a coloro ai quali sia stata conferita la presidenza o la direzione. Bonifazi non è né il presidente né il segretario dello stesso, né risulta che gli organi di vertice del partito abbiano conferito al Bonifazi apposita procura speciale per sporgere la querela in nome e per conto dell’associazione”.

Nessuna alternativa all’archiviazione dunque, anche perché il reato di diffamazione non è procedibile d’ufficio ma soltanto su querela. Una valutazione nel merito della frase scritta da Raggi la aveva invece fornita il pm nella sua richiesta, quando aveva specificato che il fatto, a suo dire, non costituiva reato perché ritenuto “una forma di manifestazione dell’esercizio di critica che muove dall’oggettivo coinvolgimento di alcuni esponenti del Pd nei processi cosiddetti di Mafia Capitale”.

Lega, oggi la sentenza. La difesa: “Soldi nostri”

“Cinque milioni e 600 mila euro. Abbiamo la prova della loro provenienza lecita, non possono essere sequestrati. Sono denari che arrivano dai nostri elettori”. È l’ultima mossa degli avvocati Giovanni Ponti e Roberto Zingari che difendono la Lega davanti al Tribunale del Riesame di Genova. In ballo sono le finanze del partito e, almeno secondo il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, la sua stessa sopravvivenza. La Procura di Genova – dopo la condanna in primo grado di Umberto Bossi e Francesco Belsito nell’inchiesta sull’utilizzo dei rimborsi elettorali – ha chiesto al Riesame se sia possibile seguire il denaro che ancora manca all’appello senza limiti di tempo. Fino a oggi, quindi. A questo daranno risposta, nelle prossime ore, i magistrati.

Ed ecco, appunto, arrivare in zona Cesarini la memoria leghista. Trentaquattro pagine e due punti chiave. Il primo: “Dalla relazione redatta dalla PriceWaterhouseCoopers emerge che, dopo l’esecuzione dei sequestri, sui conti intestati alla Lega sono confluiti 5,61 milioni. Di questi circa 4,78 sono costituiti da erogazioni liberali, donazioni, finanziamenti, sovvenzioni provenienti da cittadini, da candidati alle elezioni, da parlamentari e dal tesseramento”. Non solo: “Circa 730 mila euro provengono dal 2 per mille (e quindi dai cittadini)”. Ed ecco l’assunto della difesa leghista: “Se le somme sono di accertata provenienza lecita e non si sono mai confuse con il profitto avendo una propria identificabilità fisica, queste somme non possono essere sequestrate”.

In pratica: se sono entrate in cassa successivamente al sequestro avvenuto dopo la sentenza di primo grado di 3 milioni, vuol dire – sostengono gli avvocati – che con il reato non c’entrano. E quindi quei 5,6 milioni sarebbero intoccabili.

Finora la caccia ai denari della vecchia gestione leghista ha dato risultati ben miseri: di 48 milioni oggetto dell’inchiesta ne sono stati recuperati meno di 3.

Da qui è partita la caccia al denaro dei pm e della Finanza. Un groviglio di ricorsi e pronunce che si intrecciano intorno al processo principale giunto in appello: in principio il Tribunale del Riesame aveva respinto la richiesta della Procura di seguire il denaro della Lega senza limiti di tempo. I pm hanno chiesto alla Cassazione di pronunciarsi, perché la Suprema Corte più volte in passato ha stabilito che non vi sia un limite temporale per seguire il denaro da sequestrare. L’indirizzo della Cassazione si basa su un principio: quando a commettere reati è l’amministratore di una società non ha senso sequestrare solo il denaro dell’imputato perché potrebbe essere una testa di legno senza il becco di un quattrino. Dopo la pronuncia della Cassazione che ha sostenuto l’interpretazione della Procura, ora tocca al Riesame.

In teoria i giudici avrebbero tempo fino a lunedì per decidere anche alla luce della memoria presentata dagli avvocati. Che per sostenere le ragioni della Lega chiama in causa anche la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo sulla speculazione edilizia di Punta Perotti: “Una persona – hanno detto i giudici europei – non può essere punita per un atto che impegna la responsabilità penale di un altro…”. Le confische “applicate a persone che non sono parti nel procedimento sono incompatibili con la Convenzione”.

Ma il succo della ricostruzione dei pm (e anche del Riesame in una recente pronuncia) è in una parola: “Continuità”. Che esisterebbe tra vecchia e nuova gestione della Lega (non responsabile di reati). A dimostrarla ci sarebbero trasferimenti a titolo gratuito come i 26 mila euro andati dalla vecchia Lega Nord alla neonata Lega Toscana. Una “successione a titolo universale” che dimostrerebbe continuità patrimoniale. Scrivono i magistrati: la relazione al bilancio della Lega attesta che “la dotazione nel 2015 del patrimonio delle nuove articolazioni territoriali è avvenuta mediante conferimento dalle casse della sede centrale, attraverso specifici atti di trasferimenti funzionali a dotare le associazioni locali del patrimonio necessario a operare”. Nelle prossime ore il verdetto. Ma la Procura di Genova ha aperta un’altra indagine su onlus e associazioni vicine al Carroccio destinatarie negli ultimi mesi di finanziamenti che devono essere ricostruiti.

Fascia uguale per tutti, ma la Viola vuol mantenere quella di Astori

La regola imposta da quest’anno dalla Lega di A è che tutte le fasce da capitano delle squadre debbano essere uguali. Dopo le prime partite De Rossi, Gomez e Pezzella non hanno obbedito al regolamento. Quella della Fiorentina, tenuta al braccio da German Pezzella, è dedicata a Davide Astori, l’ex capitano della squadra deceduto l’anno scorso. Ci sono le sue iniziali e il numero di maglia, il 13. E la squadra non ha alcuna intenzione di rinunciarvi. “La fascia da capitano per Davide non si tocca. Se il giudice sportivo ci multerà, allora non avremo difficoltà a pagare”. ha detto ieri Cristiano Biraghi, il terzino convoncato nella Nazionale di Mancini.

Addio a La Karl du Pigné, in Italia fu tra le prime drag queen

Era la regina delle drag queen di Roma, animatrice delle serate al Muccassassina e attivista del circolo Mario Mieli, nota come zia Karl. Andrea Berradicurti, ovvero La Karl du Pigné è morta martedì sera nell’ospedale romano San Giovanni. Attivista Glbt, drag queen (una delle prime in Italia), organizzatrice di tanti Gay Pride (nel 1994, tra i soci del Mieli, fu tra gli organizzatori della prima sfilata “unitaria”) aveva 61 anni. “Se ne va un’artista e un’icona Lgbt di forte impegno, di squisita umanità, rara sagacia”, dice il direttore di Gaynews Franco Grillini.

“Sky, trasferte coatte a Milano”. Sciopero delle giornaliste Usb

Sciopereranno da oggi per due settimane, rinunciando a buona parte dello stipendio, le giornaliste di Sky Tg24 che hanno lasciato la Federazione nazionale della stampa (Fnsi) e aderito all’Unione sindacale di base (Usb) dopo l’accordo, sottoscritto dal Comitato di redazione interno e dal sindacato nazionale e romano dei giornalisti, sul trasferimento di quasi tutta la redazione da Roma a Milano. L’accordo prevedeva incentivi al trasloco “volontario” ma l’azienda colpisce chi non ha aderito. Tre giornaliste, una addirittura tutelata dalla legge 104 per l’assistenza a congiunti non autosufficienti, sono state licenziate a luglio. Per altri quattro, non potendo ordinare il trasferimento coatto, è stata decisa una “trasferta comandata” a Milano da un giorno all’altro, intanto per due mesi. Il Comitato lavoratori Sky in lotta, sostenuto dall’Usb ma non dai sindacati dei giornalisti, ha deciso lo sciopero. Con il trasloco a Milano già 120 tecnici e operatori sono in mobilità e di fatto licenziati; 170 a casa con buonuscite variabili. Sky a luglio ha reso nota una crescita dei ricavi del 6% in vari Paesi tra cui l’Italia, dove il margine operativo lordo è cresciuto del 29%. Nel 2017 Sky ha avuto 41 milioni di utili.

Vodka e machete, la mala educación delle gang di Milano

Milano, stazione di Villapizzone, 11 luglio 2015, interno treno, telecamera di sorveglianza. Nel frame è visibile un avambraccio attaccato al resto del corpo soltanto da un lembo di pelle. Sulla banchina, un lago di sangue. L’uomo a terra si chiama Carlo Di Napoli, di professione capotreno. Chiede di verificare il biglietto a un gruppo di ragazzi e, in risposta, riceve un colpo di machete.

Milano, via Castelbarco, 3 luglio 2016. Replay. Alcuni passeggeri prestano i primi soccorsi ad Albert Dreni, cittadino albanese di 18 anni appena. Quattro coltellate ricevute in pieno torace. Albert aveva difeso un amico aggredito da altri giovani passeggeri. Morirà una settimana dopo.

Un terribile ferimento e uno spietato omicidio. In comune, oltre alla matrice degli autori del delitto, c’è soprattutto la totale insensatezza delle aggressioni. Carlo Di Napoli e Albert Dreni sono vittime delle gang di latinos milanesi: giovani, spesso giovanissimi, devoti alla violenza. Poco denaro, molto alcool e un machete come simbolo identitario. Sono i sodali delle pandillas sudamericane, perfette riproduzioni delle bande nate nelle metropoli sudamericane e statunitensi. Tra il 2006 e il 2016, con uno/due episodi gravi come omicidi o accoltellamenti, le quattro/cinque principali pandillas – prima di essere fortemente indebolite dalle indagini della Squadra Mobile di Milano e della magistratura – hanno terrorizzato Milano, come mostra Barrio Milano, il documentario scritto dal giornalista Lirio Abbate in onda su Sky Atlantic il 9 e il 16 settembre per il ciclo “Il racconto del reale”.

Tutto iniziò al Corvetto, quando uccisero il “Boricua”. David Boricua è morto la mattina del 7 giugno 2009, ma i fratelli, gli hermanitos come si chiamano tra loro, si erano già fatti notare cinque anni prima, quando è arrivata la violenza come affermazione. Per gli investigatori non è criminalità, e non è nemmeno criminalità organizzata. Hanno coltelli al posto delle pistole, e colli rotti di bottiglia come fendenti, per tagliare glutei e addomi. Ecuadoregni, peruviani, salvadoregni: sono giovani pronti a uccidere, e morire, per proteggere un metro d’asfalto, per difendere il loro parco. Sono i ribelli di seconda generazione.

Un esercito di centinaia di ragazzi – molti minorenni, la maggior parte non arriva ai 30 anni – divisi in una decina di bande e sottobande che, come nei quartieri ispanici di Chicago, New York e Los Angeles, si sono divise Milano. Neta, Barrio 18, Latin Kings (LK), MS13 o Mara Salvatrucha: questi sono i nomi dei gruppi principali. Quindici morti in dieci anni. Una violenza consumata tra fiumi di birra e shaboo, a colpi di hip hop.

Una violenza che in molti potrebbero definire di poco conto, se si pensa alle pandillas sudamericane. O se si pensa a Napoli, dove, tra 2016 e 2017, solo nella Paranza dei bimbi – lo scontro tra babyboss che si sono spartiti il centro storico – sono morti 60 ragazzi.

C’è chi si riconosce nella pandilla, chi nella Nacion. In una pandilla ognuno fa ciò che vuole, invece “nella Nazione – come racconta Santiago – siamo tutti uniti, tutti lottiamo per le stesse cause: se dobbiamo soffrire soffriamo tutti, se dobbiamo gioire gioiamo tutti. Noi abbiamo la nostra Bibbia, le nostre leggi. E se i nostri genitori hanno dovuto lottare per lavorare, noi dobbiamo lottare per vivere”.

Secondo don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile di Milano che a lungo ha lavorato con le bande di giovani di provenienza sudamericana, “attraverso la violenza questi ragazzi esprimono la loro voglia di riscatto, di affermazione, prima di tutto rispetto ai genitori”.

Pensiamo siano integrati perché frequentano le nostre case, curano i nostri anziani, ma agli occhi dei loro figli, nati e cresciuti qui, sono solo condannati a essere degli schiavi. “E i ragazzi, compressi tra la vita dei loro coetanei e quelle dei loro genitori, non lo accettano”.

Nella banda trovano una famiglia, quei padri che spesso sono rimasti nei Paesi d’origine e le madri che si spaccano la schiena tutto il giorno, tutta la notte. E la violenza, che può esplodere improvvisamente, risponde prima di tutto a una mancata integrazione.

Luca Queirolo Palmas, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università di Genova, tra i massimi esperti delle gang di giovani latinos in Italia, invita a rileggere il fenomeno “andando oltre il mainstream criminologico e sociologico, secondo cui queste esperienze sarebbero riconducibili a forme di devianza. La prospettiva alternativa con cui guardare alle gang dei latinos è composta da tre lenti: resistenza alla subalternità, mutuo aiuto e riconoscimento culturale”.

I figli dei migranti arrivati in massa con il ricongiungimento, se non direttamente nati in Italia, si reinventano in quanto latinos.

Diventano hermanitos. E si riconoscono con un saluto, con i tatuaggi, per il colore di un cappellino, di una bandana o di una collanina. O nell’“alzar corona” come dicono loro: “King-questa è la vera Nazione. Nessuno potrà dividerci, ricordartevelo”.

Corruzione, arrestato il “re dell’accoglienza” Angelo Scaroni

Avrebbe corrotto un ispettore della Guardia di finanza per tentare di ottenere informazioni riservate su un’inchiesta per riciclaggio che lo riguardava. Per questo è stato nuovamente arrestato Angelo Scaroni, 47 anni, il “re dell’accoglienza” bresciano già finito ai domiciliari lo scorso 27 ottobre (revocati poco dopo) nell’ambito di un’indagine per truffa ai danni dello Stato sull’accoglienza dei richiedenti asilo. Il Gip ha ordinato la custodia in carcere per l’imprenditore, il finanziere e un faccendiere che avrebbe fatto da intermediario. Proprio inseguendo il denaro della maxi truffa da 1 milione di euro, per cui a novembre dovrà affrontare il processo a Brescia (Scaroni secondo l’accusa avrebbe incassato i soldi senza fornire ai richiedenti asilo i servizi previsti nella convenzione con la Prefettura), i finanzieri si sono accorti di comportamenti anomali del collega, che non era coinvolto nell’attività investigativa ed è stato sollevato da incarichi operativi già dal luglio scorso.

Gli sgomberati di Milano occupano la Torre Ligresti

“Abbiamo liberato la torre Ligresti numero 3. È la nostra voglia di vivere bene ciò che è abbandonato e inutilizzato”: l’annuncio, via facebook, è del collettivo “Aldo dice 26×1” e si riferisce all’occupazione di un grattacielo (vuoto) alla periferia di Milano, in via Stephenson, avvenuta nella notte di martedì. Il “Residence sociale Aldo dice 26×1” (prende il nome dal messaggio in codice con l’ordine per l’insurrezione del 25 aprile 1945) riunisce circa 200 persone – 62 famiglie, con 82 bambini – che vivevano da quasi due anni in uno stabile occupato in via Oglio, a Milano. Lo hanno lasciato spontaneamente venerdì scorso, dopo un incontro con la vicesindaca Anna Scavuzzo e gli assessori Pierfrancesco Majorino e Gabriele Rabaiotti, che hanno convinto gli occupanti a lasciare lo stabile, destinato a diventare una casa per studenti. Ma subito dopo hanno occupato un edificio ex Alitalia a Sesto San Giovanni, da cui erano già stati cacciati nel 2016. L’occupazione ha scatenato le ire del sindaco di Sesto, Roberto Di Stefano (Forza Italia), che ha chiesto l’intervento del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Poche ore dopo, è arrivata dal ministero la circolare contro le occupazioni, in forza della quale le famiglie del “Residence sociale” – tutte in attesa di una casa popolare, per la quale hanno fatto regolare domanda – sono state immediatamente sgomberate. Poco dopo, ecco la nuova occupazione della torre Ligresti. Sullo sfondo, si è consumato uno scontro politico. L’assessore regionale Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) ha accusato l’assessore del Comune di Milano Majorino (Pd) di proteggere gli occupanti. Majorino ha replicato: “De Corato è il mandante politico delle occupazioni abusive, perché è il responsabile della gestione disastrosa degli alloggi popolari di Aler”, l’ente regionale che gestisce (male) gran parte delle case popolari in Lombardia.

Raid di Ferragosto, intera famiglia contro i migranti: “Dovete morire”

Li hanno avvicinati con una scusa la sera di Ferragosto alla fermata dell’autobus di ritorno dal mare di Trappeto (Palermo): “Come state? Avete bisogno di qualcosa?”, e alla risposta “nulla”, sono partiti gli insulti razziali e poi le botte, i lanci di pietre, le percosse con bastoni di ferro e di legno.

E quando il gruppo di migranti ghanesi accompagnato da un’educatrice si è rifugiato nel pulmino, sono stati inseguiti fino a Partinico, costretti a scendere e di nuovo picchiati dagli aggressori nelle cui mani è comparsa anche una pistola: “Neri di merda, dovete morire, entro stasera vi ammazziamo tutti, falli scendere – hanno urlato verso l’educatrice – che li porti in comunità tutti morti”. Aggiungendo: “Scendete, devo uccidervi tutti perché ho la pistola”. La gita al mare trasformata in episodio horror alla fine è costata ai giovani ghanesi, e all’educatrice che li accompagnava, lesioni e contusioni con prognosi tra i 4 e i 20 giorni.

Ma questa volta il branco protagonista dell’ennesimo e prolungato raid razziale nella zona di Partinico non è composto dai soliti bulli di paese, giovani e sfaccendati, ma da un intero nucleo familiare, convinto che la spiaggia di Ciammarita, la sera di Ferragosto, dovesse essere riservata solo ai bianchi cittadini italiani: in quattro sono finiti in carcere, e tre, tra cui due donne, agli arresti domiciliari, per lesioni e violenza privata, aggravata dall’odio etnico e razziale dopo due settimane di indagini condotte dal procuratore aggiunto di Palermo Marzia Sabella, con i sostituti Giorgia Spiri e Andrea Fusco. Dietro le sbarre sono finiti Antonino Rossello, 40 anni, Roberto Vitale, 33 anni, Salvatore Vitale, 49 anni, Emanuele Spitaleri, 37 anni, tutti di Partinico. Ai domiciliari Valentina Mattina, 28 anni di Partinico, Giacomo Vitale, di Alcamo, 71 anni e persino la nonna, Rosa Inverga, 62 anni, protagonisti di un degrado culturale sottolineato dallo stesso comandante dei carabinieri di Partinico, Marco Pisano, che ha avviato le indagini dopo la denuncia dei migranti presentata il 16 agosto: “La cornice culturale, non applicabile tout court a Partinico ma solo a una fetta della popolazione – ha detto Pisano – ha certamente creato le condizioni perché una serie di convinzioni, sbagliate e condannabili, maturassero e venissero tradotte in atti concreti”.

Salgono a sei, in Sicilia, gli episodi di aggressione per intolleranza razziale registrati quest’estate, e sempre a Partinico, appena un mese fa, pugni e calci al volto e alle orecchie sono costati al senegalese Dieng Khalifa, 24 anni, sette giorni di prognosi.

Anche in questo caso i suoi aggressori, Gioacchino Bono, 34 anni, e Lorenzo Rigano, 37, quest’ultimo pregiudicato per spaccio, sono stati arrestati e nell’ordinanza il gip di Palermo, Filippo Anfuso, ha sottolineato come l’odio razziale “è verosimilmente alimentato anche da recenti e notorie manifestazioni di intolleranza che hanno avuto ampia eco mediatica”.

Nave Diciotti: 50 profughi a spasso, spariti dai centri

Circa 50 immigrati dei 144 maggiorenni sbarcati nei giorni scorsi dal pattugliatore della Guardia costiera e destinati all’accoglienza delle diocesi italiane, hanno preferito rinunciare ai centri messi loro a disposizione dalla Conferenza episcopale italiana. Hanno esercitato un loro diritto poiché – come tiene a sottolineare padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la struttura dei gesuiti che si occupa di migranti e richiedenti asilo – i “centri di accoglienza non sono centri di detenzione: le persone ospitate possono allontanarsene liberamente. La loro non è una fuga”. Il Viminale infatti conferma che in Italia possono circolare liberamente.

Pur non trattandosi di una fuga, né di un comportamento vietato, il ministro dell’Interno Matteo Salvini cavalca l’episodio: “Più di 50 degli immigrati sbarcati dalla Diciotti erano così ‘bisognosi’ di avere protezione, vitto e alloggio che hanno deciso di allontanarsi e sparire! Ma come, non li avevo sequestrati? È l’ennesima conferma che non tutti quelli che arrivano in Italia sono ‘scheletrini che scappano da guerra e fame’. Lavorerò ancora di più per cambiare leggi sbagliate e azzerare gli arrivi”.

Una dichiarazione che trova poco appiglio nella realtà dei fatti. Se guerra e fame – sono in gran parte eritrei – li han spinti a fuggire, non necessariamente (almeno secondo la legge) sono obbligati a restare in un centro di accoglienza. Spiega Ripamonti: “I motivi per andarsene cambiano da caso a caso. Dipende anche da che tipo di centro li ospita, dove è geograficamente collocato, se in aperta campagna o in una grande città, qual è la loro nazionalità, se l’Italia è la meta finale o solo un Paese di sbarco e di transito… Difficile ora capire perché questi rifugiati si siano allontanati”. E ancora: non sono detenuti; sono stati già identificati; il Viminale spiega che hanno “manifestato l’interesse per formalizzare la richiesta d’asilo”. Non stanno usufruendo – dice Salvini – di “vitto e alloggio”: in sostanza, in queste ore, non stanno neanche pesando sulle casse dello Stato. Eppure il vicepremier annuncia che vuole “cambiare leggi sbagliate”.

Quali di queste norme sia sbagliata non lo dice. Però il Viminale punta sulla notizia sin dal pomeriggio – precisando che su 50, forse 6 non sono eritrei, ma delle isole Comore – fornendo ai giornalisti i dati su chi ha preferito non usufruire dell’accoglienza Cei: “Sei di loro hanno fatto perdere le tracce il primo giorno di trasferimento, venerdì 31 agosto, 2 eritrei destinati alla diocesi di Firenze si sono dileguati il 2 settembre, per altri 19 è stato verificato l’allontanamento il 3 settembre. Altri 13 si sono dileguati ieri: erano destinati a varie diocesi. All’interno di questo gruppo 40 si erano allontanate quando erano ancora a Messina”.

Insomma si “dileguano”, fanno “perdere le tracce”, anche se, come ammettono i due sottosegretari all’Interno, Stefano Candiani e Nicola Molteni (entrambi della Lega) “per la legge queste persone hanno libertà di movimento e non sono sottoposte alla sorveglianza dello Stato”.

Non si capisce a chi, quindi, avrebbero fatto perdere le tracce. “Che qualcuno non si era reso reperibile lo sapevamo, pensavamo si potessero rintracciare”, commenta don Francesco Soddu, direttore della Caritas, commentando l’allontanamento dei migranti (anche dal centro Mondo Migliore di Rocca di Papa, dove erano ospitati). “Sappiamo – continua – che questa tipologia di persone è difficile, per le storie che ha alle spalle. Non erano detenuti”, precisa, spiegando d’essere preoccupato “perché troverebbero altri canali non facilitanti rispetto allo status di rifugiati. Questi migranti non volevano rimanere in Italia, volevano ricongiungersi con parenti e amici che erano in altri Paesi”. Secondo il Viminale non sono abbastanza disperati. “Ho visto i loro occhi e ho intuito storie terribili. Poi ognuno è libero di portare acqua al suo mulino e dire ciò che vuole”.