L’uomo della Merkel corre per la guida della Commissione Ue

La corsa alla successione di Jean-Claude Juncker si è ufficialmente aperta e le notizie non sono buone per l’Italia. Forte dell’endorsement della cancelliera Angela Merkel, il leader dei Popolari nel Parlamento europeo, Manfred Weber, ha annunciato oggi di volersi presentare come candidato di punta del suo gruppo alle Europee di maggio 2019. Obiettivo: la scalata alla carica più alta della Commissione europea, la presidenza dell’esecutivo comunitario. Considerato un falco, e portavoce dell’intransigenza tedesca a qualsiasi ipotesi di allentamento dei vincoli di bilancio e a una maggiore condivisione dei rischi, Weber è il primo a candidarsi tra i Popolari: il 46enne esponente di spicco della Csu bavarese, alleato ultraconservatore della cancelliera è, secondo molti analisti, testa di ponte del Ppe con le forze più conservatrici e cattoliche europee. Come l’ungherese Viktor Orban, anche lui dentro il Ppe o il cancelliere austriaco Sebastian Kurz. La sfida è aperta e non si escludono colpi di scena da qui all’8 novembre quando il partito riunito a Helsinki deciderà per il posto di Spitzenkandidaten. Gli altri in corsa sono Michel Barnier e il finlandese Alexander Stubb.

La resurrezione del Renzusconi. Il paradosso del Csm che verrà

Nell’era del governo gialloverde potrebbe arrivare alla guida del Consiglio Superiore della Magistratura un berlusconiano o un turbo-renziano.

L’organo di autogoverno dei giudici, formalmente presieduto dal capo dello Stato, è di fatto guidato dal vicepresidente scelto dai 26 consiglieri tra gli otto membri laici, espressi dal Parlamento. Nessuno oggi è in grado di dire chi sarà il prescelto. Oltre agli otto consiglieri laici, saranno decisivi i voti dei 16 consiglieri togati e dei due membri di diritto, il primo presidente e il Procuratore generale della Cassazione mentre il presidente della Repubblica, presidente formale del Csm, di solito non vota.

I due consiglieri laici di area leghista, Stefano Cavanna e Emanuele Basile, sono fuori dai giochi dopo le sparate di Salvini sui 49 milioni di euro sequestrati al partito e dopo l’indagine sul presunto sequestro della nave Diciotti. Il favorito dovrebbe essere uno dei tre consiglieri vicini ai grillini ma il M5S, per ora, non ha indicato un candidato unico e quindi ognuno corre da solo per la vicepresidenza.

Il 27 settembre è fissata l’elezione. Dopo una prima votazione a maggioranza assoluta si procederà fino a quando uno degli otto togati non avrà un voto in più. Alla fine non è escluso che sia eletto a sorpresa alla guida del Csm il professor Alessio Lanzi, espressione di Forza Italia, o l’ex responsabile giustizia del Pd, David Ermini. Finora il partito di maggioranza rendeva noto informalmente il prescelto.

Tutti sapevano che Berlusconi gradiva l’ex vicesegretario dell’Udc, Michele Vietti, e che Renzi aveva scelto l’ex sottosegretario Pd, Giovanni Legnini. Il M5S non ha ancora deciso se puntare sul professore di Diritto privato a Genova, Alberto Maria Benedetti, sul professore di Diritto costituzionale di Firenze, Filippo Donati (famoso per aver appoggiato la riforma costituzionale renziana) o sul professore di Diritto privato catanzarese Fulvio Gigliotti.

I magistrati che compongono il Consiglio, e che saranno decisivi nella nomina, sono disorientati. In passato al di là del ruolo formale il vicepresidente del Csm svolgeva un ruolo di referente della maggioranza nei rapporti con l’ordine giudiziario. I tre membri laici vicini al M5S invece sembrano solo dei tecnici lasciati al loro destino. In questo vuoto di potere si muovono gli altri candidati. Le correnti dei magistrati sono quattro: quella di sinistra di Area, con 4 membri, poi le due correnti moderate di Magistratura Indipendente e Unicost con 5 membri a testa e infine la nuova corrente Autonomia e Indipendenza, rappresentata dall’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo con il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, più vicina al M5S.

In passato l’alleanza tra i togati di sinistra (o di destra) con i laici dello schieramento affine determinava l’elezione di un politico come l’ex Udc Michele Vietti, o l’ex Pd Giovanni Legnini.

Stavolta, complice l’inerzia del M5S, lo schema potrebbe essere diverso: le tre correnti tradizionali potrebbero decidere di appoggiare un candidato comune mettendo in minoranza i due consiglieri togati di AeI (Davigo e Ardita) e i 5 membri laici espressione dell’alleanza gialloverde.

Il mostro di Renzusconi, sconfitto alle urne, potrebbe rinascere nel Csm grazie ai voti delle toghe e all’inesperienza del M5S. Tra gli otto consiglieri laici, il più attivo nell’auto-promozione è il professore di Diritto penale all’Università Bicocca di Milano Alessio Lanzi: un professionista stimato anche da magistrati milanesi influenti su Area come Francesco Greco o su Unicost come Fabio Roia. Certo, la vicinanza a Forza Italia non gioca a suo favore e anche il suo ruolo nelle Camere penali di Milano, non è ben visto dai pm eletti al Csm.

Forse per vincere queste ritrosie, martedì scorso Alessio Lanzi è andato a trovare due procuratori aggiunti di Roma: Giuseppe Cascini e Antonello Racanelli.

Lanzi in passato ha difeso l’avvocato David Mills, condannato e poi prescritto per avere incassato soldi in nero da Silvio Berlusconi, e anche Fedele Confalonieri.

Stavolta l’arringa svolta negli uffici di piazzale Clodio non era a difesa di un cliente ma della sua candidatura. Racanelli (che pure in passato indagò e archiviò lo stesso Berlusconi) è il segretario generale della corrente di Magistratura Indipendente che conta cinque voti. Mentre Giuseppe Cascini è stato segretario dell’Associazione nazionale magistrati ed è stato appena eletto al Csm con Lanzi insieme a tre colleghi di Area.

Il principale ostacolo sulla strada di Lanzi è un verbale stenografico di un’audizione alla Camera del 9 giugno del 2011. Il professore fu convocato dalla Commissione Giustizia allora presieduta da Giulia Bongiorno, per esprimere un parere ed esordì così: “Vorrei partire da una considerazione che esprime una mia ferma convinzione: io credo che la divisione delle carriere dei magistrati sia una scelta irrinunciabile, senza se e senza ma. Solo in questo modo è possibile attuare il principio costituzionale del giudice terzo”. Proprio Cascini, allora segretario dell’Associazione nazionale magistrati, era sulle barricate contro questa visione berlusconiana della giustizia. Sembra improbabile che oggi, nel suo nuovo ruolo al Csm, possa favorire l’ascesa di Lanzi a vicepresidente.

E allora ecco spuntare un altro candidato che sulla carta non avrebbe chance nell’era gialloverde: David Ermini.

Un anno fa, intervistato da La Stampa sull’inchiesta romana a carico di Henry John Woodcock (poi archiviato con tante scuse dai pm di Roma) il responsabile Giustizia del Pd diceva di provare inquietudine: “È evidente che ci sia stato un bersaglio, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi: ci si chiede allora chi lo volesse colpire (…) quello che ci viene raccontato è un atto gravissimo, una caccia all’uomo. Dobbiamo capire perché e chi l’ha scatenata”. Proprio oggi il Csm vicepresieduto da Giovanni Legnini si occuperà del caso Woodcock e probabilmente rinvierà alla prossima consiliatura il verdetto disciplinare. Se i togati decidessero di votare davvero David Ermini, il Csm avrebbe una guida più renziana dell’attuale. E a provare inquietudine potrebbe essere stavolta il pm anglonapoletano.

Aeroporto di Firenze. I sindaci contro l’ampliamento

Ribadiscono il loro parere contrario all’ampliamento dell’aeroporto di Firenze i sindaci di Prato, Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio, Calenzano, Signa, Poggio a Caiano, Carmignano, a due giorni dell’apertura a Roma della conferenza dei servizi sullo scalo fiorentino. “Arrivare a questo passaggio amministrativo – si legge in una nota congiunta dei sindaci – senza che da parte del ministero dei Trasporti o del governo siano state prese in considerazione le istanze del territorio è una sconfitta per la politica. Dei Comuni che rappresentiamo – ricordano –, soltanto alcuni prenderanno parte alla conferenza, essendo stato respinta la richiesta di allargare la partecipazione a tutti gli enti coinvolti. Non dimentichiamo che sul procedimento pende il ricorso al Tar”. Questo dopo che il Comune di Firenze, al termine di una riunione fiume finita oltre la mezzanotte, ha dato il via libera per l’ampliamento dell’aeroporto Vespucci presentato da Toscana Aeroporti. A favore si sono espressi Pd e Forza Italia, contrari M5S, Sinistra, Mdp, Pap. FdI ha scelto il non voto. Con la delibera, il Comune autorizza inoltre l’assessore all’Urbanistica Giovanni Bettarini a partecipare alla conferenza dei servizi in programma il 7 di settembre.

Scontro su Carige, Malacalza in tribunale contro Mincione

Vittorio Malacalza gioca la carta giudiziaria nella battaglia con Raffaele Mincione per il controllo di Carige. A due settimane dall’assemblea del 20 settembre, chiamata a rinnovare l’intero cda della banca, Malacalza Investimenti, azionista con il 24% e la possibilità di salire ancora fino al 28%, fa ricorso al Tribunale di Genova per chiedere di inibire l’ammissione in assemblea della lista di candidati della Pop 12 di Mincione e impedire il voto alla stessa società e ai soci che la sostengono, vale a dire l’imprenditore petrolifero Gabriele Volpi e l’ex presidente del Genoa Calcio Aldo Spinelli, uniti in una patto parasociale. Insieme hanno il 15,19% del capitale con un potenziale di crescita al 20%. Le ragioni della mossa della Malacalza Investimenti si fondano sull’idea che il trio di avversari abbia violato la normativa bancaria: non hanno chiesto alla Bce l’autorizzazione necessaria per fare acquisti di concerto che portino all’ esercizio di influenza notevole sulla banca o attribuiscano una quota dei diritti di voto superiore al 10%. “Una causa infondata e strumentale”, replica Pop 12 secondo cui le motivazioni del ricorso sono “fantasiose”.

“Aiscat mi diffidò. Nel cda di Atlantia ci sono anche vertici di Repubblica”

Da Aiscat (l’Associazione delle Società Concessionarie Autostradali) “arrivò una diffida” che una pubblicazione degli atti delle concessioni poteva configurare “il reato di aggiotaggio”. Lo ha detto ieri il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli a In Onda (La7) in merito alle “minacce” interne ed esterne denunciate dal ministro nel suo intervento in Parlamento di martedì. Toninelli ha anche detto che “alcuni dirigenti del ministero, che come voi fanno famiglia, temevano di finire in mezzo a una strada”. Il ministro ha poi detto di aver chiesto il parere dell’Anac sulla pubblicazione, il quale ha risposto positivamente. “Capisco il nervosismo della vecchia politica – ha spiegato in merito alle reazioni dell’opposizione che ha chiesto di fare i nomi – la quale ha permesso la creazione di questa mangiatoria che ha dato ai privati miliardi”. Toninelli ha quindi aggiunto come “ci sono persone del gruppo Repubblica-L’Espresso nel cda di Atlantia” (Monica Mondardini, attuale ad di Cir, ndr). “Purtroppo alcune linee editoriali lasciano qualche dubbio” ha aggiunto. Già in precedenza il ministro aveva attaccato Autostrade dopo la decisione di pubblicare la concessione, peraltro senza tutti i documenti. “Lo ha fatto dopo 20 anni e dopo i 43 morti di Genova ma in precedenza la stessa Società ci aveva formalmente diffidato dalla pubblicazione minacciando azioni legali”. Fino alla scorsa settimana, quando il Mit le ha pubblicate tutte,, le concessioni erano rimaste segrete proprio su richiesta dei concessionari con la scusa che la trasparenza avrebbe potuto creare danni commerciali. Una linea che il ministero ha accettato per anni.

Toninelli ha poi annunciato una revisione del sistema delle concessioni. “Nel decreto per Genova metteremo una norma che è allucinante non sia mai stata fatta: l’obbligo del collaudo – ha spiegato – il concessionario dovrà obbligatoriamente verificare se un ponte o un’opera è stabile: se non lo è, lo chiudo”.

Caselli privati, Mose e Tav: la “serenità” di Costa, l’uomo della privatizzazione

Sul blog di Paolo Costa campeggia una bella citazione di Jorge Luis Borges: “A quel tempo, cercavo i tramonti, i sobborghi e l’infelicità; ora, i mattini, il centro e la serenità”. La serenità di Costa non è letteraria ma ha solide radici nel cemento, nel ferro e in tutto quello che sa di costruzione e Grandi opere.

Se negli ultimi giorni è finito sotto i riflettori per la sua presidenza della Spea Engineering, società del gruppo Atlantia, cioè Autostrade per l’Italia, incaricata della progettazione, monitoraggio e manutenzione delle infrastrutture stradali, è in virtù non solo di un curriculum ma di una strutturale dedizione alle Grandi opere.

Nel 1996 diventa ministro dei Lavori pubblici nel primo governo Prodi dopo le dimissioni di Antonio Di Pietro raggiunto dall’avviso di garanzia della Procura di Brescia. Da lì inizia una carriera politica che fa impallidire quella accademica. Costa, classe 1943, era Rettore dell’Università di Venezia, Ca’ Foscari, poi vicepresidente dell’Università delle Nazioni Unite a Tokyo. Ma con Romano Prodi, ai Lavori pubblici, diventa il “padre” della privatizzazione di Autostrade, quella della proroga ventennale della concessione (contestata dalla Corte dei Conti ma poi avallata dalla Commissione europea) e degli aumenti tariffari automatici.

Solo che il governo Prodi cade, Costa lascia e nel giro di un anno segue l’ex premier nell’avventura politica dell’Asinello, la lista che il fondatore dell’Ulivo promuove per fare concorrenza alla sinistra. Viene eletto e rimarrà nel Parlamento europeo per dieci anni, fino al 2009 dove va a presiedere la commissione Trasporti partecipando alle decisioni fondamentali sulle grandi reti di trasporto europeo a partire dal Corridoio 5, quello che fa rima con Tav: “Una grande occasione offerta al nostro Paese”.

Nel frattempo, siamo nel 2000, la sua carriera compie ancora un salto, con l’elezione a sindaco di Venezia. Batte un concorrente di peso del centrodestra, Renato Brunetta, e inaugura una gestione di centrosinistra che ha tra le prime misure la vendita delle azioni nell’autostrada Brescia-Padova. Come è accaduto con la Società Autostrade, l’obiettivo è quello di fare cassa.

Da sindaco e da presidente della commissione Trasporti europea sponsorizza anche il Ponte sullo Stretto, inserito nella lista delle 30 opere prioritarie della rete transeuropea (Ten). Ma per uno che ha già quel curriculum alle spalle, l’operazione più succulenta si chiama Mose. La sua richiesta di una soluzione “per l’acqua alta” a Venezia viene accolta dal governo Berlusconi con le improbabili bocche meccaniche dal dubbio funzionamento. In compenso funzionano le mazzette e la vicenda si conclude con condanne in primo grado (tra cui il ministro di Berlusconi, Altero Matteoli) e qualche prescrizione (a salvarsi sarà un successore di Costa, Giorgio Orsoni che viene prosciolto nonostante avesse chiesto il patteggiamento).

Avendo avviato il Mose, Costa viene ovviamente premiato. Guarda caso dall’ex ministro del governo Berlusconi, Altero Matteoli, che lo insedia a presidente dell’Autorità portuale di Venezia. A esultare per la scelta sarà il suo ex avversario alla guida della città, nonché berlusconiano di ferro, Renato Brunetta: “Era la scelta migliore possibile”.

Da presidente del porto si contraddistingue per proposte incisive a proposito delle grandi navi che solcano le acque antistanti piazza San Marco: “’La mia proposta è quella di realizzare una sorta di senso unico”. E quando Celentano, che si batte contro lo scempio dei transatlantici in Laguna protesta, lui risponde serafico: “Come penso che qualcuno troverebbe da ridire se fossi io a commentare le tonalità delle canzoni di Celentano, così mi permetto di suggerirgli di non commentare temi che forse non conosce a fondo”.

Su costruzioni e Grandi opere, in realtà, destra e sinistra cantano insieme e quando da sindaco di Venezia deve promuovere il Mose e a capo del governo c’è Silvio Berlusconi, invoca “lo spirito di leale collaborazione tra poteri”. Ricambiato dagli avversari.

Lo scorso anno, l’attuale sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, berlusconiano indipendente, lo coopta nel Consiglio generale della Fondazione Venezia, la struttura di potere di derivazione bancaria che ha azioni di Intesa San Paolo, della Cassa Depositi e Prestiti e di Veneto Banca. Come direbbe Borges, “i mattini, il centro e la serenità”.

La strage di Avellino. “Il gestore doveva cambiare guardrail”

Le vecchie barriere di cemento del tipo new jersey installate nel 1988 a bordo ponte del viadotto di Acqualonga che la sera del 28 luglio 2013 cedettero all’urto del pulmino Volvo precipitato nel vuoto (40 morti), dovevano essere sostituite con barriere più moderne, di cemento o di metallo, dotate di un contenimento energetico, in grado di fare la differenza in caso di incidenti con autoarticolati. La sostituzione delle barriere era prevista dalla convenzione del 2007 tra lo Stato e Autostrade per l’Italia spa (Aspi) dei Benetton, predisposta dal ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro e ratificata l’anno dopo con legge dal governo Berlusconi.

Secondo le fonti consultate dal Fatto Quotidiano, la convenzione non suggeriva, ma imponeva la sostituzione delle barriere di protezione sia nella parte centrale sia a bordo ponte nell’ambito dei lavori di riqualificazione del tratto autostradale della Napoli-Canosa. Che è un tratto particolarmente a rischio, poi purtroppo diventato tristemente famoso per l’incidente stradale più grave della storia del Paese. Così come risulta dalla perizia dell’ingegnere Felice Giuliani, docente di Ingegneria delle Infrastrutture a Parma, depositata l’altroieri al Tribunale di Avellino, Autostrade per l’Italia per la sostituzione delle barriere non ha invece preparato neanche un progetto organico.

Nel caso in cui avesse provveduto a sostituire le barriere, Aspi avrebbe dovuto piazzare quelle del tipo più resistente H4. Secondo quanto emerge dalla perizia, la società autostradale non avrebbe però provveduto neppure a una corretta manutenzione dei new jersey esistenti, di categoria inferiore a H4 e perfino H3 (di minore resistenza), oltretutto resi inefficaci dai tirafondi corrosi e marciti. Altrimenti le barriere avrebbero retto all’impatto e “la strage sarebbe stata derubricata a grave incidente stradale”. Secondo la perizia tecnica, che ovviamente prescinde dai contenuti della Convenzione, e che è agli atti del processo con 15 imputati, tra i quali l’ad di Aspi Giovanni Castellucci e altri dirigenti e funzionari della società, “non vi era in senso assoluto l’obbligo di sostituire la barriera”, ma Aspi avrebbe dovuto redigere un progetto per poi decidere circa l’eventuale sostituzione con nuove barriere omologate. In parole povere: descrivere lo stato delle protezioni, l’eventuale deterioramento e degrado delle sue componenti, e poi procedere di conseguenza. Però “non c’è alcuna traccia oggettiva – scrive Giuliani – che il gestore abbia effettivamente condotto tali approfondite e necessarie valutazioni”.

Il perito dice la sua anche sul tipo di barriere che dovevano essere installate sul viadotto. Con la premessa che i new jersey del 1988 possono essere oggi equiparati a barriere H3, il perito sottolinea che “le caratteristiche specifiche del tronco stradale, con riferimento alla ridotta dimensione delle corsie di marcia e di sorpasso, alla geometria plano-altimetrica del tracciato, alla elevazione dell’opera d’arte rispetto al suolo e alla limitata velocità praticabile dai veicoli leggeri… suggeriscono comunque – in un’attenta analisi tecnica – di propendere in favore della massimizzazione del livello di contenimento (adozione di barriere H4) rispetto alla riduzione della severità dell’urto (H3)”. Aspi invece lasciò i vecchi new jersey, anche dopo averli smontati nel 2009 per eseguire lavori di manutenzione alle travi e ad altre parti strutturali del viadotto. Sostituirli con le barriere H4 avrebbe comportato un costo di circa 200 euro al metro. Ai quali aggiungere le spese per le imprese e la manodopera necessaria.

“Autostrade sapeva dei rischi”. Il verbale che inguaia i vertici

“Qui la sicurezza viene prima di tutto, anche dei disagi del traffico”. Disse così Giovanni Castellucci, ad di Autostrade, nel cda del 12 ottobre 2017 che doveva dare il via ai lavori del ponte Morandi e al progetto esecutivo della Gronda di Genova. Un passaggio che testimonia sì l’attenzione per la sicurezza, ma che potrebbe essere letto anche come conferma che il Cda di Autostrade (Aspi) fosse a conoscenza dei problemi di sicurezza del ponte. Negli atti sequestrati dalla Finanza il dato emerge chiaro e conferma la consapevolezza delle criticità del viadotto da parte dei vertici di Aspi. È tutto scritto nel verbale del Cda che approva il progetto di retrofitting. Un documento di 20 pagine, ma è in tre che affronta il problema della tenuta degli stralli delle pile 9 e 10.

Partiamo da qui e dall’intervento di Castellucci, che dice: “Qui la sicurezza viene prima di tutto, anche del traffico”. Presenti al tavolo il presidente Fabio Cerchiai e il direttore operativo Paolo Berti. Quel verbale sarà licenziato da Autostrade il 12 ottobre scorso, dieci mesi prima del crollo e due settimane prima che il Politecnico di Milano consegni il suo studio che rileva problemi ai tiranti. Di più: dieci giorni prima del 12, Castellucci e i consiglieri hanno ricevuto da Michele Donferri Mitelli, Direttore della manutenzione e degli investimenti, un report di presentazione del progetto per “migliorare” la sicurezza delle pile 9 (quella poi crollata) e 10. Sempre Donferri, presente in Cda, illustra ancora una volta il piano non solo dal punto di vista della spesa (26 milioni). Entra nello specifico del sistema bilanciato e del cemento precompresso. Annuncia un monitoraggio delle tensioni degli stralli. Si tratta dei sensori consigliati con urgenza prima dallo studio del Cesi (2016) e poi dal Politecnico (2017). Sensori che non saranno mai applicati, ma che erano previsti nel progetto “migliorativo” del viadotto. Quindi precisa che i nuovi stralli in acciaio potranno allungare di molto la vita del ponte. Poi affronta il problema del traffico e di come gestirlo durante i lavori. È in questo momento che interviene Castellucci.

Oltre agli atti del cda, i pm stanno cercando di ricostruire la storia del progetto di recupero del ponte. E di capire quando sia emersa la questione della sicurezza. C’è il piano redatto da Spea Engineering che riceve l’input nel 2015; non da Donferri, ma da una nuova figura che ora si aggiunge alla lista già portata in Procura dalla Finanza. La funzione di direttore Manutenzione e investimenti da giungo 2015 a marzo 2017 è ricoperta da Mario Bergamo (che non risulta indagato). È lui, nella ricostruzione dei pm, che segue l’iter iniziale del progetto. Comprendere la genesi del retrofitting è, infatti, un passaggio decisivo per costruire specifiche responsabilità penali.

Il punto sono gli allarmi. Si è già detto di quello del Politecnico che viene consegnato a inizio novembre 2017. Un anno prima è il Cesi ad analizzare le criticità del ponte. Nel 2016, però, il progetto è già nel cantiere di Spea. Torniamo allora al 2014. Qui i monitoraggi statici della stessa Spea accendono un altro allarme. Non basta: ancora prima, tornando al 2010, altri studi, interni ed esterni, avevano segnalato criticità strutturali. Ben cinque anni prima dell’inizio del progetto. Un tempo assai lungo che per la Procura alza l’asticella della consapevolezza del rischio in Aspi. Sul fronte del ministero e in particolare della Direzione vigilanza sulle concessionarie autostradali diretta da Vincenzo Cinelli, c’è un tassello da aggiungere. Aspi, dopo l’approvazione del Cda, manda tutto a Cinelli per l’ok definitivo che arriverà solo l’11 giugno scorso. Il ministero, però, non solo riceve le carte tecniche ma pare anche il verbale del Cda con le parole di Castellucci.

Ora è tutto nelle mani della Procura. Una montagna di materiale sequestrato: 13 terabyte. Una biblioteca di dati telefonici, email, sms e chat. Da una prima scrematura pare siano emerse email interne ad Aspi in cui ci si interrogava sulla sicurezza del Morandi. Sul fronte romano, i pm di Genova stanno valutando l’ipotesi di sentire il ministro Danilo Toninelli dopo che, due giorni fa alla Camera, ha parlato di “pressioni interne ed esterne” per non desecretare gli atti della convenzione tra Aspi e il Mit.

I protagonisti maschili

 

Jimmy Bennett è un attore e musicista americano di 22 anni. Ha cominciato a lavorare a sei anni in pellicole commerciali e piccoli ruoli tv. Sua madre Martha lo ha sempre spinto a recitare. Il suo patrigno Frank Pestarino ha scritto, diretto e prodotto un film nel 2008 e due episodi di uno show tv nel 2014. La famiglia gestisce un bar-ristorante-creperia a Huntington Beach.

Harvey Weinstein è un produttore cinematografico. Insieme con il fratello Bob ha fondato la Miramax. È stato presidente della Weinstein Company dal 2005 fino all’ottobre del 2017 quando, in seguito alle numerose accuse di molestie sessuali, è stato licenziato dal consiglio di amministrazione della sua azienda ed espulso dalla Academy Motion Picture Arts and Sciences.

Anthony Bourdain è stato un gastronomo e uno scrittore. Ha lavorato in famosi ristoranti di New York ed è stato autore di numerosi articoli sui principali quotidiani americani. Nel 2000 ha pubblicato “Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York”, resoconto di ciò che può accadere nelle cucine. Ha condotto numerose trasmissioni culinarie: l’ultima è stata “Parts Unknown”. Compagno di Asia Argento, si è tolto la vita l’8 giugno di quest’anno.

Lo scoop (senza inchiesta) del New York Times

Lo scorso 18 agosto, l’attrice e regista Asia Argento è stata accusata in un’inchiesta del “New York Times” di aver concordato con il giovane attore Jimmy Bennett un risarcimento di 380 mila dollari. Bennett, oggi 22enne, accusa la Argento di violenza sessuale per un presunto rapporto consumato nel 2013 in California, quando lui aveva 17 anni, e sostiene di aver avuto, dopo l’episodio, un crollo emotivo che ha condizionato la sua carriera. La paladina del movimento #MeToo contro la violenza sulle donne ha negato di aver mai avuto rapporti sessuali con Bennett, che aveva diretto da bambino nel film “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” del 2004. Sarebbe stato il suo compagno Anthony Bourdain, chef morto suicida l’8 giugno 2018, a decidere di pagare per evitarle uno scandalo giudiziario e mediatico. Il primo versamento, secondo il “New York Times”, sarebbe avvenuto nell’aprile 2018. Ieri mattina – prima che la conferenza stampa di “X Factor” confermasse le notizie sull’esclusione dell’attrice dal talent – in un lungo comunicato del suo nuovo avvocato, Mark Jay Heller, Asia Argento ha ribadito l’estraneità all’episodio attribuitole e ha annunciato di aver bloccato i pagamenti in favore di Bennett.