Il paradosso di “X Factor”: con Asia solo fino ai live. Quanto basta per fare share

ParadoX Factor: oggi – che l’“affaire Argento-Bennett” è ancora caldo; anzi, si stanno ribaltando i ruoli di accusatore e accusata, che potrebbe essere a sua volta vittima di un ricatto – Asia sarà a X Factor; il 25 ottobre, invece, Asia sparirà da X Factor. Così hanno deciso le parti (l’artista e Sky e Fremantle), firmando una “separazione amichevole”, una “transazione soft”, anche economicamente. E pazienza se tra due mesi lo scandalo rientrerà, si sgonfierà, sarà derubricato a maldicenza. E pazienza se l’attrice sarà riabilitata – non scagionata: non c’è alcuna vertenza penale – da qualsiasi accusa di molestia o addirittura dichiarata vittima di una estorsione. The show must go on, with or without her.

“Di comune accordo con lei”, ha spiegato Nils Hartmann, direttore delle produzioni di Sky Italia, “abbiamo deciso di interrompere la collaborazione per tutelare i concorrenti rispetto a una vicenda che è estranea a loro e al programma e che distoglierebbe l’attenzione dal vero fulcro di X Factor”. Poiché, però, le prime sette puntate (fino al 18 ottobre) sono già state registrate – e non si possono rigirare per questioni tecnico-pratiche e per “rispetto” dei 40 mila aspiranti concorrenti –, Asia sarà presente fino a metà talent. Dopodiché, ai “live”, verrà sostituita da un nuovo, misterioso giudice: “Abbiamo già avuto disponibilità di artiste donne, anche per solidarietà”. Lo staff deciderà “il nome entro settimana prossima” in modo che la new entry possa conoscere i suoi concorrenti e iniziare a lavorarci insieme, ma l’annuncio ufficiale non arriverà prima di cinque settimane.

C’è tempo. Stasera su Sky Uno la XII edizione parte regolarmente e serenamente con Asia e i suoi colleghi, Mara Maionchi, Manuel Agnelli e Fedez, il più tiepido e sibillino sul caso: “Giusta la scelta di sostituirla, ma spero che il quarto giudice venga preso sempre per tutelare i ragazzi. Parlo cinicamente: a volte le novità non sono sempre buone”. Se Maionchi si dice “personalmente dispiaciuta”, Agnelli non va per il sottile: “Sono addolorato, anche perché amico di Asia, una persona fragile, facilmente attaccabile e con gli scheletri nell’armadio. Che ho pure io. La vicenda ha toccato vertici spaventosi: il New York Times non è un tribunale. È stata una distorsione, uno schifo. Inoltre sono addolorato come professionista: Asia faceva bene alla giuria, una delle migliori degli ultimi anni. Sono davvero triste… e convinto che lei non sia colpevole. Poi è giusto che il programma tuteli i concorrenti e il pubblico. Forse sarebbe stato un peso anche per lei partecipare a polemiche in corso”.

In questa prima puntata si vedranno talenti giovanissimi, come Emanuele, 16 anni, al pianoforte; Jennifer, di rientro da Los Angeles; Christian, alias Alex Cliff, rapper mascherato e tormentato; Elena e il suo ukulele, che hanno fatto piangere tutti, compresa Argento (“Ve prego: asciugatemi!”), a suo agio dietro alla scrivania, in parte, tagliente, naturale, tanto appunto da commuoversi. “È stata una bella sfiga anche per noi – ha concluso Hartmann –. Asia ha funzionato bene ed era una scommessa. Non è stata scelta per il #MeToo, ma per le sue competenze: era da anni che facevamo il suo nome”.

Intanto, per un’Asia che esce due Benji&Fede che entrano: all’indomani del 18 ottobre, infatti, i due condurranno “X Factor Daily” dietro le quinte dello show, sempre condotto da Alessandro Cattelan.

Asia Argento, ecco il report che accusa Jimmy Bennett

“Che significa quando una donna dice che ti violenta? È mai possibile una cosa del genere?”. A twittare, il 26 novembre 2013 – sei mesi dopo le presunte molestie che gli sarebbero state inflitte da Asia Argento, il 9 maggio –, è Jimmy Bennett. L’“attore-bambino” che, subito dopo l’esplosione del caso Weinstein, a ottobre 2017, chiede e ottiene 380 mila dollari (250 finora) da Anthony Bourdain per tacere su quella stessa presunta “violenza”. Quest’ultima notizia, pubblicata il 19 agosto dal New York Times, ha scosso il movimento del #MeToo, di cui la regista si è fatta paladina. Asia Argento, che già a giugno aveva dovuto subire accuse e insulti sul suicidio del compagno Bourdain, è stata poi allontanata “di comune accordo” dalla giuria di X Factor e le puntate di Parts Unknown – la serie televisivo-culinaria di lui in cui lei è presente (o di cui lei ha curato la regia) sono state cancellate.

Asia Argento ha fatto sapere, tramite il suo nuovo legale, di “non aver mai avuto una relazione sessuale con Bennett” e che “non permetterà che nessun’altra rata del pagamento concordato sia pagata a Bennett. Alla fine si scoprirà che è stata lei a essere attaccata da lui”.

Il Fatto è venuto in possesso della bozza del report stilato dagli investigatori di un’agenzia su Jimmy Bennett. Ecco cosa contiene.

La misura restrittiva

Il 17 luglio 2015, i giudici della Corte Suprema di Los Angeles emettono una misura temporanea a carico del ragazzo dopo la richiesta di protezione – per sé e per sua madre – da parte di Rachel Fox, una giovane attrice (la Kayla Huntington Scavo della serie tv Desperate Housewives). Rachel accusa l’ex fidanzato di averla minacciata e molestata. Il 6 agosto la misura viene ritirata.

“Sesso con minori”

La stessa Fox, un anno prima, aveva già accusato Bennett presso la polizia di L.A. di “sesso illegale con minore” (all’epoca lei aveva 17 anni), di “stalking” e di “pornografia minorile”: “Mi ha manipolato facendomi mandare via Snapchat alcune mie foto nuda. Questo mi ha creato un danno emotivo”. Secondo l’attrice, lui le avrebbe rubato del denaro a causa delle “condizioni di povertà” della sua famiglia. Rachel Fox racconta anche alla polizia che il ragazzo fa uso di sostanze.

Una carriera stentata

Nel 2013, prima e dopo il suo incontro con Asia Argento nell’hotel di Marina Del Rey, Bennett cerca di rilanciare la sua carriera. Senza successo. Tra marzo e aprile chiede fondi su Kickstarter per pagarsi lo studio di registrazione e incidere 20 canzoni. La Jimmy Bennett Band raccoglie 37.006 dollari, 300 li versa Asia Argento. L’11 novembre rilancia l’iniziativa del patrigno, che prova anche lui a raccogliere soldi, ma per un film. Ma non incassa nulla, l’obiettivo era di soli 50.000 dollari. Poi, dal monitoraggio dei social di Bennett, risulta ben poco, giusto qualche piccolo ruolo come quello in Bad Asses on the Bayou nel 2014.

La causa ai genitori

Quando Jimmy Bennett scrive ad Asia Argento nell’ottobre 2017, chiedendo soldi, è in seria difficoltà. Ha sempre avuto qualche problema col fisco, nel 2017 deve ancora 12.271 dollari allo Stato della California per ritardi nei pagamenti sulla dichiarazione dei redditi del 2004 (quando aveva otto anni), ma questo è l’ultimo dei suoi problemi. Nell’ottobre 2014 fa causa ai suoi genitori, Martha Luise Bennett e il patrigno Frank Pestarino che ad agosto lo hanno sbattuto fuori di casa. Pestarino – ha riferito il suo avvocato, William Kersten –, era preoccupato che il figliastro abusasse di droga e gli aveva chiesto di andare in riabilitazione. Ma Jimmy sostiene che i genitori hanno usato i suoi guadagni da attore che lui stesso stima in 2 milioni di euro tra 2002 e 2014 (nel 2017 l’avvocato di Bennett parlerà addirittura di 2,7 milioni) per finanziare le loro fallimentari iniziative imprenditoriali come il negozio di crepes “Rockin’ Crepes” e per comprare la casa in cui tutti abitano, una villetta con un piccolo giardino e due palme davanti al cancello.

Per anni i genitori gli hanno detto di non preoccuparsi delle sue finanze; il giorno del suo diciottesimo compleanno, giusto un mese dopo l’incontro con Asia Argento del 9 maggio 2013, Jimmy è riuscito a farsi dire quanti soldi c’erano sul Coogan trust dove andavano i suoi proventi: soltanto 330.000 dollari. Nella denuncia alla Corte della California, Bennett sostiene di non essere più in grado di sostenere le spese per lui essenziali: l’autista per andare ai provini (Bennett ha un difetto di vista e non può guidare), “pagare allenatore e coach teatrale”. Alla denuncia allega anche la lista dei suoi beni, tra cui si nota un “poster autografato (del film) Goodfellas, valore stimato 800 dollari”, sei chitarre per 8.500 dollari e poco altro. Bennett riesce a ottenere un ordine restrittivo per i genitori che vengono condannati a pagargli l’affitto e a non toccare i 210.000 dollari rimasti sul Coogan trust.

La bancarotta

Nel 2017 le condizioni della famiglia Bennett degenerano. Il 6 luglio il Tribunale federale della California condanna l’azienda di famiglia, la Rockin’ Crepes, a pagare 126.242 dollari per una truffa all’assicurazione Amco che aveva denunciato irregolarità nelle perdite dichiarate e sui danni subiti dai coniugi Bennett, i quali non rispondono neppure alle accuse e perdono. Il 17 luglio Pestarino fa richiesta di bancarotta individuale, cosa possibile negli Usa, ma poi non compila i moduli e la procedura si interrompe. Era la terza richiesta di bancarotta individuale per Pestarino dal 2012. Il 12 ottobre 2017, secondo il report, la famiglia Bennett perde anche l’ultimo bene: la casa di Huntington Beach va all’asta perché Pestarino non paga più il mutuo.

Proprio nel mese di ottobre Jimmy decide di scrivere ad Asia Argento per chiederle 3,5 milioni di dollari come risarcimento per le molestie che dichiara di aver subito nel loro incontro in hotel del 9 maggio 2013.

Poveri ladri

Come si combatte la corruzione lo sanno tutti, almeno quelli che hanno studiato anche superficialmente la materia, oltre naturalmente a quelli che se ne occupano per professione (di scoprire e punire le mazzette, o di pagarle e intascarle). Avendo seguito, da giornalista, la più grande inchiesta sulla corruzione della storia occidentale, cioè Mani Pulite, ho scritto centinaia di articoli sulle poche norme di comune buon senso che servono. A partire da una vecchia battuta del professor Flick: “I protagonisti della corruzione sono due: Gustavo Dandolo e Godevo Prendendolo”. Anzitutto bisogna farla emergere, visto che è il delitto più occulto e clandestino che si possa immaginare. I furti d’auto e le rapine in banca, in casa e in gioielleria vengono tutti denunciati, sennò niente assicurazione, mentre le tangenti no: chi paga e chi intasca sono legati da un vincolo indissolubile di omertà, perché conviene a entrambi smazzettare in silenzio. Che fare?

1) Aumentare il rischio per chi tace (pene severe e certe, cioè galera sicura; multe salatissime; radiazione dagli appalti pubblici per tutti i condannati; e prescrizione bloccata al rinvio a giudizio) e azzerarlo per chi parla (impunità a chi dice tutto e subito, rivelando agli inquirenti ciò che essi non sanno e, se poi si scopre che ha taciuto qualcosa, stangandolo duramente): così si innesca una gara a chi collabora per primo. Se Gustavo Dandolo canta e si salva, Godevo Prendendolo non ha alternative alla galera: anche se denuncia il complice, arriva in ritardo, raccontando agl’inquirenti ciò che già sanno da quell’altro. E viceversa.

2) Se nessuno dei due parla, si può sperare nelle intercettazioni, ma è raro che scoprano qualcosa, perché il giudice può autorizzarle solo se ha già una notizia di reato, che sulla corruzione arriva di rado (salvo il caso di intercettazioni disposte per altri delitti che, strada facendo, smascherano anche un caso di tangenti). Ancor più raro il caso di testimoni (per esempio, Stefania Ariosto sui giudici corrotti da Previti con soldi e per conto di B.): di solito le mazzette non si scambiano davanti a terze persone. L’unico rimedio è infiltrare un agente che si finge corruttore per acchiappare pubblici ufficiali permeabili a certe proposte indecenti, o si finge corrotto e si mette all’asta aspettando chi offre di più (questi reati sono seriali: non si commettono una volta e basta, ma sempre, perché nell’ambiente si sparge la voce e nessuno può smettere, neppure volendo). È il famoso “test di integrità” che in America mette alla prova politici, pubblici ufficiali e amministratori.

Così si ripulisce lo Stato dal cancro della corruzione e si risparmiano miliardi. Ovviamente queste banalità sono stranote agli addetti ai lavori, soprattutto nel Paese dell’eterna Tangentopoli. Ma, in 26 anni, nessun governo di destra o di sinistra, politico o tecnico,  di larghe o di strette intese, ha mai neppure pensato di adottare queste misure. Anzi, tutti i governi non han fatto altro che leggi “Salva-ladri” per disarmare l’anticorruzione e riarmare la corruzione. Che oggi ci costa il decuplo che nel ’92. Perciò, una volta tanto, ha ragione Di Maio: non quando spiega l’esigenza della gestione pubblica dell’acqua col fatto che il corpo umano è fatto al 90% di acqua; ma quando definisce “rivoluzionario” il disegno di legge “Spazza-ladri” presentato dal ministro della Giustizia Bonafede: uno dei due o tre Guardasigilli in 30 anni che non è stato scelto da B., non è amico di B. e non lavora per B.&C. Ci sono il Daspo perpetuo per i condannati; la confisca dei beni anche per prescritti e amnistiati; l’agente sotto copertura; e la non punibilità per chi confessa tutto e denuncia tutti per primo. Per carità, si può sempre fare di più, come suggerisce il giudice Esposito a pag. 11. Ma, rispetto al passato, è manna dal cielo.
Basta vedere chi è contro. Non solo FI&Pd che, quando c’è da dare una mano ai ladri, non si tirano mai indietro. Ma anche la Lega, che dalla maxi-tangente Enimont ai 49 milioni rubati, non scherza. E poi i giornaloni e giornalini di ogni colore, schierati ciascuno a protezione degli affari e malaffari del proprio editore. Il Messaggero (Caltagirone) titola “Le garanzie travolte da una stretta inefficace”, temendo che la stretta sia fin troppo efficace. Libero (Angelucci) strilla allo “Stato di polizia”, terrorizzato dalla pulizia. Il Foglio (Mainetti) spiega che “la corruzione non si combatte così” ed “è illiberale” escludere i corruttori dagli appalti pubblici e “mettere in campo gli agenti provocatori che indicano a commettere reati” (il rag. Cerasa non ha ancora capito la differenza fra agente provocatore e infiltrato, che non induce nessuno a commettere reati, ma smaschera chi li sta commettendo, come del resto già si fa da anni per lo spaccio e il traffico di droga e molti altri delitti). Poi c’è Repubblica (Elkann-De Benedetti) che, nell’ansia di dimostrare che il governo giallo-verde sbaglia sempre e comunque per definizione, rinnega un quarto di secolo di battaglie. Infatti sostiene che “Il Daspo aiuta il patto dei corrotti” perché, “con la certezza di venire sanzionati a vita, per chi ha stretto un accordo corruttivo la spinta a tacere sarà più forte”. E intervista Bruti Liberati che chiede di “premiare i pentiti”. Ora, a parte l’assurdità di contestare le pene eccessive a corrotti e corruttori perché così non parlano più (nelle nostre galere, diversamente dal resto d’Europa, non c’è nemmeno un colletto bianco: quindi le pene oggi fanno ridere, ma nessuno parla lo stesso), a Repubblica e a Bruti sfugge un piccolo particolare: il ddl Bonafede, per la prima volta, premia proprio i pentiti della corruzione. Ma è tanto difficile ammettere che il governo ne fa una giusta?

Cavani: “Al potere sono tutti ignoranti”

“Quel che manca oggi è la storia: non si impara più niente dal passato, e ne viene una superficialità pazzesca”. J’accuse di Liliana Cavani, Premio Bresson alla 75ª Mostra di Venezia, la prima regista donna ad aggiudicarselo: “Da una donna ci si dovrebbe aspettare lo stesso che da un uomo”. Al Lido restaurato a 44 anni dall’uscita il suo cult Il portiere di notte, la regista carpigiana guarda al Palazzo e non fa sconti: “Tra governo e opposizione c’è uno scambio di ignoranza avvilente, nessuno capisce come la storia aiuti a leggere il presente, si fa gara al peggio”. Consegnandole il Bresson della Fondazione Ente dello Spettacolo, monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, le dà manforte, con un occhio alle fake news: “Quello della comunicazione è un mestiere splendido e corruttore, sempre pericoloso: l’Italia è oggi il paese con il maggiore differenziale tra la percezione e la realtà, cattura più attenzione chi mette a tacere la verità. Si vive in una cultura da stadio, l’altro è visto come un avversario, soprattutto quando ha un diverso colore di pelle”.

Politico è anche il voltaggio di Vox Lux, diretto dall’enfant prodige (30 anni) americano Brady Corbet e in lizza per il Leone d’Oro: “È una fiaba sulla sindrome post-traumatica dell’Occidente, una riflessione sull’ansia collettiva che ci caratterizza, figlia di quel secolo del male che è stato il XX”. Tra stragi a scuola e 11 settembre 2001, idolatria massmediale e precarietà esistenziale, la popstar protagonista Celeste “non è un mostro, ma una figlia del suo tempo, di un fascismo un po’ più evoluto rispetto a quello che inquadravo ne L’infanzia di un capo”, il pluripremiato esordio del 2015, tratto dal racconto di Sartre. A incarnare adulta Celeste è Natalie Portman: “Raccontiamo l’intreccio attuale tra cultura pop, spettacolo e violenza, qualcosa di cui io, essendo nata a Gerusalemme e vivendo da tempo negli Usa, ho esperienza diretta”.

“Chi vuole diventare un politico ha l’obbligo di studiare la storia”

“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”. Sentenziava il filosofo spagnolo Santayana prima che il regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck facesse di questa perla di verità il punto di partenza e arrivo del suo Werk ohne Autor (Opera senza autore), il titolo più lungo del concorso con i suoi 188 minuti. Il premio Oscar per Le vite degli altri (2006) è al Lido con una sfida monumentale, quella di sintetizzare dentro a un film il trentennio più buio della storia tedesca (e occidentale) del 900, ovvero dalla metà degli anni 30 alla vigilia della caduta del Muro. Ma lo sguardo sulla Storia è affidato all’Arte, quella maiuscola, che sa (pre)vedere laddove la ragione non comprende, perché “altrimenti non continuerebbe a commettere gli stessi errori”, sottolinea il cineasta-filosofo nativo di Colonia.

Al centro dell’opera è un pittore (dal percorso artistico ispirato a quello di Gerhard Richter), chiamato a far da vittima/testimone del tragico passaggio dal nazismo al socialismo sovietico, dittature di segno opposto ma ugualmente orientate ad annullare l’identità, quell’Ich che equivale al libero pensiero. Ed è chiara l’emergenza alla contemporaneità, laddove “chi fa politica oggi sembra inconsapevole della storia che l’ha preceduto. Suggerisco alla società civile di istituire un elenco di testi propedeutici imprescindibili alla formazione degli aspiranti politici, e poi di far loro sostenere un esame: se continuiamo a permettere che l’ignoranza si diffonda il pericolo diventa irreversibile per il mondo intero”. Coltissimo e poliglotta, il cineasta di famiglia aristocratica sa ciò di cui parla, confermando che Opera senza autore “è solo il risultato di una riflessione che dura anni sulle ambiguità del Male estremo. Un tedesco che voglia riflettere cinematograficamente sul nazismo e poi sui drammi del Paese diviso ha il dovere di fuggire i cliché: se Hitler avesse veramente agito come ci mostra Hollywood il nazismo non si sarebbe mai sviluppato né diffuso perché tutti l’avrebbero smascherato. Il male è subdolo, sottile, seducente. Per questo dobbiamo stare vigili, i totalitarismi del presente o del futuro assumeranno forme diverse, impercettibili”. Ed è qui che l’artista, antico profeta, entra in campo nell’intuizione del pericolo, esattamente come il giovane Kurt Barnert – il protagonista del film – che si rivela capace suo malgrado di “sentire” i legami fra gli orrori perpetrati sulla sua famiglia. “Ritengo che l’arte sia più grande ed intelligente di ciascun artista, che ne è un mediatore: in tal senso ho voluto chiamare il film Opera senza autore. Quando l’ego prevale sull’atto creativo, paradossalmente l’opera diventa meno libera”. In coerenza a ciò il suo lunghissimo-metraggio appare in una forma linguistica più convenzionale di quanto – forse – il racconto sembrava meritare: per giudicarlo era necessario fare un passo indietro, esattamente come ha compiuto il talentuoso von Donnersmarck. Il film, nato da una corposa coproduzione internazionale dove compare Rai Cinema, uscirà in Italia il 4 ottobre.

Zerocalcare, la profezia (tradita) dell’Armadillo

Malgrado il nome, qualche incrostazione c’è stata. E qualche ruggine, forse. La profezia dell’armadillo orfana al Lido, l’uscita in sala il 13 settembre non accompagnata, con balloon ad hoc: “Spero che il film sia bello come tutti quelli affezionati a quella storia. E so che chi c’ha lavorato è bravo e regolare. Però, ecco, non me rompetercazzo”. Firmato: Zerocalcare.

La profezia non c’ha il suo profeta, e della presa di distanza – licenziata via social già il 30 luglio, all’indomani della presentazione del cartellone veneziano – colpisce l’apparente incongruità: perché nell’adattamento Michele Rech in arte Zerocalcare non è solo a monte, con il suo best-seller, ma pure a valle, o giù di lì, quale co-sceneggiatore con Oscar Glioti, Valerio Mastandrea e Johnny Palomba. Dietro le apparenze, però, qualcosa è andato storto nella traduzione cinematografica delle tavole: la titolarità della scrittura non è stata garanzia di controllo, e nemmeno di indirizzo, sicché Michele s’è dato. Eppure, qualcuno a Venezia l’ha visto, perché c’era: fino a poche ore prima dell’anteprima, inviato a fumetti (e dirette Facebook) per il mensile Best Movie. In una Mostra zeppa di buoni titoli, l’armadillo dimezzato dà nell’occhio: non divorzio, “solo” separazione, eppure chi l’avrebbe detto? Nessuno, almeno alle origini del progetto, tenuto a battesimo dal produttore Domenico Procacci di Fandango; il 2 novembre del 2013 Michele firma la vignetta-annuncio, e l’Ansa ribatte: “Zerocalcare e Valerio Mastandrea: due cuori e un armadillo. Il destino di due talenti si incrocia: Mastandrea debutterà alla regia adattando La profezia dell’armadillo”. Non è profezia che si autoavvera, Mastandrea viene assorbito interamente da Non essere cattivo di Claudio Caligari, molla la macchina da presa e rimane come sceneggiatore col resto della banda, ma qualcosa è cambiato. Non solo alla regia, dove Procacci opterà infine per il fido ed esordiente Emanuele Scaringi, ma nel mood: la musica è finita, gli amici – tali sono i quattro allo script – non se ne vanno, però soffrono un po’ di solitudine creativa. Forse non vengono ascoltati, di certo non se la comandano più: tra il dire e il fare, tra lo scrivere e il filmare c’è di mezzo il cinema, e chi sta in macchina ha spesso la prima, se non l’ultima, parola. Non ci sono nemmeno gli sceneggiatori a Venezia, dove la trasposizione sbarca con Simone Liberati nella felpa di Zero, Pietro Castellitto che s’infligge lo spray al peperoncino di Secco, e quello che già Mastandrea volle per Armadillo, il sodale Valerio Aprea. Tutti e tre bravi, nulla da dire: Liberati (Cuori puri) ha presenza e dedizione, Castellitto estro da vendere e Aprea dispensa empatia sotto i corrugati di un carapace artigianale. Anche altrove non c’è da lamentarsi: il cammeo di Adriano Panatta è gustoso; Vincent Candela, nei panni del padre di Camille, dà l’imprimatur romanista; Laura Morante, però, è più Prati che Rebibbia. “Non ce sta nessuna polemica, se volemo tutti bene e ognuno fa il lavoro suo”, smorzava Rech, ma La profezia che abbiamo visto, seppure non disprezzabile, tradisce forse le ragioni del suo allontanamento volontario: difetta di militanza, di adesione ideologica, se non perfino estetica, alle tavole di Rech, perché anziché orizzontale e solidale ha una prospettiva verticale e individuale.

Questo Zero è più di un primus inter pares, l’individualista ha la meglio sul loser, agisce imperativo più che assertivo: troppo centrale, idiosincratico e cazzuto, anziché marginale, laterale e involontariamente speciale. Qualità diffuse sul film, che insieme al lutto – gli muore l’amica Camille – elabora la ripulitura poetico-stilistica: che c’azzecca Rech con La supremazia dell’armadillo?

Mario Soldati, che la scuola considera “rilassante”

Possibile che i testi di uno dei più grandi narratori del nostro Novecento, Mario Soldati, manchino in quasi tutte le antologie italiane del triennio? O siano relegati con estrema parsimonia nel materiale aggiuntivo da ricercarsi in Internet? Possibile che in una vecchia ma consolidata e rispettabilissima antologia come Il sistema letterario di Guglielmino/Grosser, sia riportato, applicato con rischio dai due autori a Mario Soldati e a Piero Chiara, un parere di Vittorio Spinazzola sulla “letteratura d’intrattenimento”? Fatta di “prodotti sorretti ancora da una preoccupazione di decoro formale o almeno non del tutto insensibili ai problemi di tecnica espressiva, ma volti dichiaratamente a uno scopo di piacevolezza ricreativa, di gratificante rilassamento psichico”. Per lettori “disposti a mettere tra parentesi la loro sensibilità in favore di altre disposizioni d’animo”.

Frasi che, se trasferite alla narrativa di Soldati o di Chiara, pesano come pietre. Ma a noi, che non dividiamo la letteratura in letteratura alta e letteratura d’intrattenimento, ma ci limitiamo a distinguere la buona dalla cattiva letteratura, Soldati appare un autore fondamentale e degno dei lettori più sensibili, sia nei racconti (si veda il gioiello che è La giacca verde) sia nei romanzi. E appunto uno dei maggiori romanzi, se non il maggiore, Le lettere da Capri (uscito nel 1954 e vincitore del Premio Strega), Bompiani ripubblica ora (pagg. 300, euro 14), accompagnato da un’intelligente introduzione di Mariarosa Bricchi. Bene, chi speri di trovare un semplice “rilassamento psichico” nelle Lettere da Capri si rivolga altrove. Perché, in apparenza mitigata la crudezza e la dolorosa verità della trama dallo stile del miglior Soldati, elegante, ritmato, non aggressivo, ma non privo, come fa notare la Bricchi, di sobbalzi espressivi, dandone un esempio nell’enumerazione disuniforme, che riguarda la figura di una delle protagoniste femminili, la “segnorina” Dorothea, una popolana sensuale e carnale: “scollata, sbracciata, vestita di seta a chiari fiorami, bruna, abbronzata, scintillio di occhi, di denti, di braccialetti”, o in altra sequenza, sempre citata dalla Bricchi, come: “mi smarrisco, indietreggio, viluppo, irrealtà”, il libro ci cattura per la sua forza drammatica, dovuta alle continue contraddizioni dell’animo dei due protagonisti. Soldati usa, come è suo solito, accorgimenti che creino doppi o triplici piani. Si inizia infatti con l’io narrante che è lo stesso Soldati, celebre regista nei primi anni Cinquanta; si prosegue con un altro io, quello del protagonista Harry, che manda all’amico un lungo dattiloscritto in cui narra le sue contorte vicende sentimentali; si continua con l’io di Jane, la moglie di Harry, svelato da una serie di sei lettere a un altro uomo, tardivamente venute in possesso del marito; si conclude infine col ritorno in primo piano dell’io di Harry.

Situazioni a incastro, scatole cinesi, con continui passaggi dal dopo al prima e viceversa e, se l’intrattenimento c’è, come c’è l’impazienza di sapere come andrà a finire un groviglio di storie fondate sull’odi et amo e sui colpi di scena, è bene assorbito nella curvatura più alta e ben più penetrante del discorso sull’instabilità dei sentimenti, così come sul dissidio fra amore sacro e profano. Perché, fra guerra e secondo dopoguerra, fra Roma e Capri e Parigi e gli Stati Uniti, Harry, storico dell’arte che vive temporaneamente in Italia, prima fidanzato, poi sposo della cattolicissima Jane, piccola, magra, nervosa, elegante, in Italia con l’esercito americano, si innamora di una giovane e volubile prostituta romana, Dorothea, alta, bella di una bellezza vistosa ma volgare. Harry ama peraltro di un amore tenero Jane, ma non prova per lei la passione che invece lo lega a Dorothea, e si affligge di sensi di colpa ogni volta che la tradisce. Sogna, costante atteggiamento masochistico, di diventare schiavo di Dorothea, salvo poi provarne repulsione.

Ma a sua volta Jane, moglie impeccabile ma fredda, ha avuto, prima di conoscere Harry, una storia appassionata con un giovanotto del popolo, il bell’Aldo. E avrà anche dopo le nozze un ritorno di fiamma… Riducendola a poche righe, si svilisce una trama complessa e sottilmente elaborata. Anche perché l’autore è maestro nel raccontare i cavilli e le tortuosità dell’animo, oltre alle sue follie, e le “confessioni” dei due protagonisti, ma ogni colpa si paga. Non c’è, ci ricorda la Bricchi, “assoluzione”: come sempre in Soldati, è destino.

Cinema, sul grande schermo fioccano i licenziamenti

Un tempo per far partire un film al cinema serviva il proiezionista: colui che, avendo le competenze, montava la pellicola. Oggi questa figura non serve più: basta dare il comando da un computer, anche da remoto. Se moltiplicassimo la perdita di questa maestranza per le oltre 3 mila sale italiane, dovremmo ipotizzare un’importante perdita di posti di lavoro.

La tecnologia però non è l’unico fattore che sfavorisce l’occupazione nel settore: c’è il calo degli incassi, le abitudini che cambiano, la concorrenza delle piattaforme digitali (e della pirateria). E le sale storiche chiudono. I sindacati delle telecomunicazioni di Cgil, Cisl e Uil hanno lanciato l’allarme, chiedendo che il ministero dei Beni culturali affronti il problema. Il fenomeno è difficilmente quantificabile, poiché tante sale sono di piccole dimensioni, poco sindacalizzate e sfuggono ai radar. In queste settimane, il circuito The Space – proprietario di 36 multiplex in tutto il territorio nazionale – ha licenziato undici lavoratori tra Bari, Livorno e Salerno. I tre siti sono gestiti da imprese diverse (il gruppo è formato da sette società) perciò gli allontanamenti sono stati considerati individuali e non collettivi ed è stato possibile aggirare la trattativa con i sindacati. Questi hanno quindi organizzato uno sciopero in tutto il circuito dal 31 agosto al 2 settembre (si parla di punte di adesione al 100%). “L’azienda ha parlato di problemi strutturali – spiega Giovanni Di Cola della UilCom – e non credo che con questi licenziamenti si possano risolvere”. Il timore è che questi facciano da apripista a nuove riduzioni del personale. The Space impiega circa 2 mila persone su un totale di 5 mila occupati nei multisala italiani. È il più grande gruppo in Italia insieme a Uci Cinemas. Se iniziasse a restringere il numero di dipendenti, ci sarebbero conseguenze sull’intero settore, visto il peso specifico. Il presidente dell’associazione datoriale Anem, Carlo Bernaschi, ritiene che lo sciopero sia stato “intempestivo, perché ci sono trattative in corso ed è stato indetto senza considerare le conseguenze in un momento di ripresa dopo mesi di vera crisi”.

I numeri sono ancora negativi: nel 2017 la spesa al botteghino è calata dell’11% e per l’Istat solo il 7,7% degli italiani frequenta le sale più di sette volte all’anno. Il settore è vittima di una doppia stagionalità: in estate gli ingressi diminuiscono fisiologicamente, in inverno dipendendono dai film che escono e non sempre c’è il Checco Zalone di turno che salva l’annata. In questa incertezza, i sindacati temono che le sale preferiscano ridurre i lavoratori stabili e aumentare la quota di precari meno tutelati.

Fincantieri-Stx, il governo non lasci la palla ai boiardi

L’ipotizzato accordo italo-francese nel settore navale militare sta facendo sorgere alcuni dubbi su “chi fa che cosa” nel nostro Paese. La “politica industriale” non ha mai avuto grande fortuna in Italia, ma su questa vicenda sta toccando uno dei punti più bassi. Era inesistente ai tempi dei grandi gruppi privati e pubblici, quando i primi teorizzavano che quello che andava bene a loro, andava bene anche per il Paese e i secondi finivano spesso con il dettare le scelte ai governi che li avevano nominati. È stata successivamente potenziata da pochi ministri dell’Industria (poi dello Sviluppo economico) che hanno cercato di favorire un approccio sistemico basato su innovazione e internazionalizzazione ma, soprattutto, di stabilire la supremazia dell’azione politica. A farne le spese è stato, in parte, il potere dei “boiardi di Stato”: quelli che si sono sostituiti al governo, diventando padroni di se stessi anziché manager del patrimonio “pubblico”. Il fenomeno però non è scomparso: a ogni governo e ministro più debole ha corrisposto un ritorno in campo dei “boiardi”. Anche quando questi ultimi non manifestano interessi personali o di parte, è comunque il sistema-Paese a pagarne le spese.

Lo conferma la discussione in corso fra Italia e Francia su una possibile alleanza industriale nel settore navale militare, lasciata in eredità dal governo Gentiloni a quello Conte. Nella scorsa estate, invece che rispondere a muso duro al nuovo governo francese che aveva rinnegato le decisioni precedenti e minacciare la chiusura di ogni accordo nella cantieristica civile (lasciando nelle peste il Chantiers de l’Atlantique, la cui maggioranza era stata acquistata da Fincantieri alla straordinaria cifra di 80 milioni di euro, confermando quanto valeva sul mercato internazionale), il governo Gentiloni aveva generosamente offerto di allargare la prevista alleanza civile anche al militare. Peccato che mentre nel primo mercato la Fincantieri è il primo gruppo mondiale, nel secondo è uno dei numerosi attori, più piccolo del “promesso sposo”, il francese Naval Group. Questa considerazione non significava, ovviamente, che l’operazione fosse in sé sbagliata, ma che doveva essere gestita con cautela per non cadere nell’ennesima trappola tesa dai nostri cugini.

L’industria italiana dell’aerospazio, sicurezza e difesa ha vissuto in quest’ultimo quindicennio una profonda trasformazione, soprattutto per quanto attiene la sua progressiva internazionalizzazione. Ma alcune delle nostre attività strategiche non hanno dimensioni adeguate per affrontare il nuovo mercato globale della difesa (ancor più se vengono frazionate o sovrapposte). Questo richiede un rafforzamento della nostra struttura industriale perché, quando si è fuori da un ambiente protetto (come sono stati, e in parte sono tutt’ora, i mercati nazionali militari dei Paesi produttori), bisogna potersi muovere su un piano di parità con gli altri attori, altrimenti si rischia di diventare “prede” più che partner.

Esemplare, a questo proposito, è l’esperienza del 2005 in campo spaziale quando è stata costituita la Space Alliance fra l’allora Finmeccanica e la Thales: al gruppo francese è stata data la maggioranza di Thales Alenia Space (produttore di satelliti) e al gruppo italiano la maggioranza di Telespazio (fornitore di servizi spaziali). Nel complesso il rapporto è, quindi, risultato paritario, ma, nella sostanza, il segmento satellitare, parte essenziale del nostro sistema-spaziale, se lo sono tenuto i francesi. A conferma che non basta considerare le caratteristiche generali di un accordo, ma bisogna entrare nei suoi dettagli e, soprattutto, che certe decisioni strategiche non possono essere lasciate alla sola componente industriale.

Questo è, di fatto, avvenuto di nuovo nell’ultimo anno dove, complice la debolezza del governo Gentiloni ormai avviato alle elezioni e poi la lunga fase di incertezza politica e, negli ultimi due mesi, la mancanza di esperienza dei nuovi decisori, la trattativa è stata lasciata in mano all’industria (con una limitata presenza della Difesa, ma non del ministero dello Sviluppo economico). Per di più è stata coinvolta la sola parte cantieristica (Fincantieri), dimenticando quella sistemista (Leonardo). Da parte francese, invece, Naval Group svolge ambedue i ruoli. A una differenza quantitativa si è così aggiunta anche quella qualitativa.

A maggior ragione, quindi, sarebbe necessaria una forte presenza governativa volta a tutelare gli interessi generali del sistema Paese: a monte, definendo i nostri obiettivi nazionali (confrontandosi con tutti gli attori coinvolti), e pretendendo che tutti collaborino al loro raggiungimento; a valle, mantenendo nel tempo il sostegno ai comparti di interesse strategico. E questo tanto più quando l’azionista di riferimento è lo Stato, evitando ogni conflitto di interesse fra il suo ruolo di proprietario e quello di tutela degli interessi collettivi.

Sullo sfondo sono, quindi, rimasti i due maggiori nodi di questa possibile alleanza in campo navale: 1) Deve essere coinvolta la sola cantieristica o tutta l’industria navale? 2) Per garantire un’effettiva parità di controllo bastano le clausole inseribili in un eventuale accordo o si deve parallelamente rafforzare la collaborazione fra Fincantieri e Leonardo in modo che, insieme, raggiungano dimensioni e caratteristiche più simili a quelle di Naval Group? Domande a cui sarebbe stato meglio dare tempestivamente una risposta, evitando di giungere ora impreparati al momento delle decisioni e lasciando un altro cerino acceso nelle mani del nuovo governo.

Agenzia delle Entrate: reggente in attesa del nuovo capo Maggiore

Sarà Aldo Polito, attualmente direttore del personale dell’Agenzia delle Entrate, a traghettare il braccio operativo del fisco dall’attuale “numero uno” Ernesto Maria Ruffini ad Antonino Maggiore che è il generale della guardia di Finanza indicato dal governo come il prossimo Mr Fisco. Ieri Ruffini ha salutato i dipendenti ma per completare l’iter di nomina di Maggiore saranno necessari ancora dei giorni. Il rinnovo delle cariche delle tre agenzie fiscali, con la nomina di Maggiore ma anche di Benedetto Mineo alla guida delle Dogane e dei Monopoli, nonchè di Riccardo Carpino al Demanio, saranno esaminate dalla prossima conferenza Stato Regione in programma per giovedì 6 settembre. È poi necessario un nuovo passaggio in Consiglio dei ministri per il decreto di nomina e quindi il vaglio, per la registrazione del contratto, da parte della Corte dei Conti. Quest’ultimo passaggio viene considerato piuttosto formale visto che Maggiore è già nell’amministrazione pubblica.