Noi che non diamo mai troppo peso ai sondaggi lunedì sera ne abbiamo visto in diretta lo spaventoso avverarsi. Mentre Matteo Renzi su Retequattro dava fondo al solito repertorio di bile e autoindulgenza su cui si fonda il suo fallimentare modo di fare politica, Matteo Salvini si godeva l’inebriante sensazione di librare per il corso di Viterbo come un santo portato in processione. Guardate il video che lo ritrae mentre percorre le vie del centro in concomitanza con la Macchina di Santa Rosa, il baldacchino issato dagli uomini con sopra la statua della santa patrona. Il piano sequenza è impressionante. Urla scomposte di donne coprono grida da stadio: “Grande Matteo”, “Forza!”, “Non mollare”. Bambini addossati alle transenne gli tendono la manina istigati dai genitori; anziani applaudono commossi. Salvini accenna un “grazie” alla maniera degli orientali, con le mani giunte sul petto e un lieve inchino. Stringe mani come una rockstar, provocando nelle femmine quei lucciconi che precedono lo svenimento nei romanzi d’appendice. Agli uomini rivolge un “cinque” virile; commosso, beve acqua a canna; sussurra qualcosa a un pompiere; fa un buffetto a una ragazza; promette assunzioni ai vigili del Fuoco. Intorno, chi reclama un selfie, chi gli dice di “Ti ho votato, contiamo su di te”. È l’apoteosi della disintermediazione che non è riuscita a Renzi, che pure si è tanto adoperato per costruire un’immagine da acclamato dalle folle (“La mia scorta è la gente”) e dopo un po’ che era al governo doveva entrare dalle porte sul retro e farsi scortare da decine di guardie. Sembra ieri che Salvini sfilava per Roma con quattro gatti di CasaPound, intonava stornelli contro i napoletani colerosi, irrideva i musulmani facendosi colare grasso di maiale sul mento, e oggi è faro alle genti. A un certo punto viene il dubbio che l’Italia sia in guerra e Salvini ci stia proteggendo.
In democrazia si sono viste poche scene simili, e certo non per un ministro dell’Interno. Difficile immaginare Alfano, o Maroni, o Minniti, accolti così. Nei bagni di folla di Berlusconi si radunavano scappati di casa in tricolore, personaggi folcloristici, politicaglia locale, casalinghe teledipendenti e aspiranti consigliere comunali pronte a tutto. Poi, nel silenzio dell’urna, prevalevano interessi e furbizie della maggioranza silenziosa (ma non quando contro di lui corse Prodi, che pure non scaldava le folle). Ed era così diverso il popolo che ascoltava Berlinguer alla festa dell’Unità di Napoli in un silenzio attento, corale, con le bandiere appena sollevate a testimoniare un sentimento e una identità comuni, e poi si ritrovò ai suoi funerali sparso per le strade di Roma, immenso, composto, disperato.
La folla che ha salutato Salvini a Viterbo (Viterbo, non Borgomanero o Cazzago Brabbia) con la foga allucinata che monta davanti a un liberatore e non al ministro dell’Interno in carica, è l’erede social di quel popolo, arrivata a questo grado di evoluzione civica dopo il tradimento da parte della cosiddetta sinistra che ha governato con cinismo, classismo e autoreferenzialità.
Ma per cosa ringraziava e su cosa incitava Salvini, il popolo di Viterbo? Non certo per la flat tax, che come tutti sanno conviene solo ai ricchi. La gente lo ama, lo rispetta e lo protegge per come sta gestendo l’arrivo di migranti in Italia. Non importa se gran parte del “merito” della riduzione degli sbarchi è di Minniti. La comunicazione tutta emotiva a cui Salvini ha improntato la sua inarrestabile ascesa, la finta confidenza a cui ha abituato il pubblico dei social e la complicità che ostenta coi “semplici” in nome del popolo sovrano hanno prodotto la sacra processione di Viterbo e prima ancora gli applausi ai funerali di Genova.
Salvini dice al popolo: con voi sono affabile, innamorato; ma coi migranti sono inflessibile, perché sono come voi e rappresento le vostre repulsioni, che gli altri giudicano vergognose.
Il suo popolo non pensa che lui non abbia compiuto i reati per i quali è indagato (sequestro di persona a scopo di coazione, omissione di atti d’ufficio, abuso d’ufficio, ecc.); semplicemente, è indifferente rispetto a quell’ipotesi. In ogni caso sta con lui, non coi magistrati e le leggi che essi applicano. Ad ogni nave che appare all’orizzonte (anche italiana, metonimia galleggiante dello Stato), da una parte c’è Salvini che difende le coste, dall’altra l’impaludata Legge che tifa per l’Europa e per l’Africa. Da un lato la velocità, la schiettezza, il dire pane al pane, i provvedimenti d’imperio e le circolari a tutte le questure diramate via Twitter; dall’altro le lungaggini delle Istituzioni, l’inutilità dei partiti “che non hanno mai fatto niente”, la palude della democrazia. Per la Nazione è un fenomeno epocale, di cui Salvini farebbe bene a non prendersi i meriti, e gli altri che sono venuti prima di lui a prendersi gran parte della colpa.