L’Olanda multa la banca Ing: 675 milioni per operazioni sospette

Riciclaggio e corruzione: queste le accuse mosse dalle autorità olandesi a Ing, costretta a pagare una multa di 675 milioni di euro. Ma oltre alla sanzione, il gruppo finanziario ha accettato di restituirne altri 100 ottenuti illegittimamente, riconoscendo “gravi carenze” nella verifica delle attività criminali e di riciclaggio nel periodo 2010-2016. È stato lo stesso ceo del gruppo, Ralph Hamers, a riconoscere “la piena responsabilità della banca” per non avere soddisfatto i “più alti requisiti” di prevenzione del crimine nelle attività fra il 2010 e il 2016. “Le carenze individuate non sono attribuibili a nessuna persona, ma a carenze collettive a tutti i livelli di gestione”, scrive la banca in una nota. “Ad essere inadeguate sono le funzioni aziendali di conformità e di controllo”. Come conseguenza delle accuse sono state intraprese misure verso alcuni alti dirigenti fra cui la sospensione e il ritiro dei bonus per il 2018.

 

Stabilità, l’ultimo duello Lega-M5S su Flat tax e reddito di cittadinanza

Entra nel vivo il duello interno alla maggioranza sulle priorità programmatiche da inserire nella prossima legge di bilancio. Ed è ancora duello Tra Lega ed M5s. Matteo Salvini riunisce i suoi tecnici, capigruppo e sottosegretari al Viminale e stila la lista delle proposte – stop legge Fornero e flat tax in testa – assicurando però che la manovra “rispetterà ogni regola”. Un modo per abbassare i ton che provoca un calo dello spread a 265 punti. Ma Luigi Di Maio va subito in pressing sul reddito di cittadinanza, tenendo ancora alta la tensione con l’alleato sul tema delle priorità.

“Vedremo di rispettare tutte le regole tutti i vincoli e tutti gli impegni presi”, assicura il vicepremier leghista, fiducioso che si possa “far crescere questo paese e far star meglio gli italiani senza irritare coloro che ci osservano dall’alto. Vedremodi essere bravi e convincenti”. Fonti del Carroccio confermano che nessuno intende giocare allo sfascio aprendo un contenzioso con l’Ue. Toni concilianti nella forma, ma nella sostanza la Lega non molla un centimetro: i contenuti rimangono tutti anche se si parla di un programma da attuare in una legislatura.

Ma il capo politico dei 5 stelle, parlando a Napoli, rilancia il cavallo di battaglia del movimento, ribadendo che il reddito di cittadinanza “è la priorità” di questa legge di bilancio che, al di là di tutti i distinguo “deve essere coraggiosa”.

In mezzo a questa sfida tra alleati di governo, si trova il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte chiamato a fare la sintesi nelle prossime settimane e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Che lavora per definire soprattutto l’ambito macroeconomico. Appena ieri Salvini ha ribadito che intende “sfiorare il 3%”, Luigi Di Maio in passato aveva ipotizzato uno sforamento. Il titolare del Tesoro, invece sembra intenzionato a stare sotto il 2%. Si aprirebbe così uno spazio fiscale di circa 10 miliardi, sufficiente solo a disinnescare gli aumenti automatici dell’Iva.

Manovra, ecco cosa fare per attuare il programma

Con la Nota di aggiornamento al Def di fine mese, il governo sarà costretto a scoprire le carte sul mantenimento delle promesse inserite nel programma di M5S e Lega. Purtroppo, alcune nuvole si stanno addensando sull’orizzonte economico (rallentamento della crescita mondiale, aumento del prezzo del petrolio, fine degli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce, uscita del Regno Unito dalla Ue) e anche se non si tradurranno in temporali, ovvero in un nuovo periodo di recessione, non lasciano ben sperare per una accelerazione della ripresa italiana e la messa in sicurezza dei conti pubblici.

Gli obiettivi di consolidamento per l’anno in corso – secondo il quadro previsivo tendenziale del Def varato in aprile dal governo Gentiloni – non sono di facile realizzazione: il Pil sta crescendo meno del previsto anche per la debolezza dei consumi interni e dovrebbe chiudere ben al di sotto dell’1,5%, una delle peggiori performance europee; a luglio il debito pubblico ha toccato il nuovo record di 2.344 miliardi (il dato deve essere ancora diffuso da Bankitalia) e, sebbene le oscillazioni durante l’anno siano poco significative, non sarà facile chiudere a 2.297 miliardi, se si intende, nel contempo, rimpinguare la liquidità del conto di Tesoreria; il deficit potrebbe risultare maggiore dell’1,6% (era al 2,3% nel 2017) e l’indebitamento strutturale non calare rispetto allo scorso anno. Il problema rimane sempre la spesa per interessi sul debito pubblico: circa 65 miliardi l’anno che paghiamo a un tasso tra i più alti in Europa e vanifica lo sforzo di realizzare ogni anno un saldo primario positivo. Ma il nodo principale è rappresentato dalle previsioni per il 2019, che partono con 12,5 miliardi da recuperare (lo 0,7% del Pil). L’eredità lasciata dai governi precedenti che avevano previsto un aumento delle aliquote Iva dal 2019, in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. In tale situazione, è impensabile finanziare in deficit il reddito di cittadinanza, la flat tax e il superamento dei requisiti per la pensione previsti dalla Legge Monti-Fornero. Ma non per i vincoli europei, che esistono e vanno rispettati nei limiti del possibile, ma perché un maggior deficit implica maggior debito e un aggravio degli interessi che tolgono risorse preziose per gli investimenti pubblici, in forte calo negli ultimi anni. Senza dimenticare poi, che, oltre il dettato del Fiscal Compact, nel 2012 il Parlamento ha introdotto nella Costituzione il pareggio di bilancio e uno sforamento dal percorso di rientro andrebbe accompagnato da una proposta di revisione dell’articolo 81 della Carta. Per realizzare i propri obiettivi di politica economica, oltre a una spending review che riduca i margini di corruzione e una seria lotta all’evasione, al governo non resta che agire sulla leva della redistribuzione, con misure che potrebbero vincolare all’Isee il bonus degli 80 euro e i trasferimenti erogati dagli enti locali; rimodulare alcune detrazioni o deduzioni fiscali in base al reddito; reintrodurre una tassa patrimoniale anche sulla prima casa (salvaguardando le fasce deboli); aumentare l’Iva solo per i beni e servizi non di stretta necessità (incluso l’acquisto di seconde case).

Sulle pensioni sarebbe importante separare il trattamento contributivo da quello retributivo, lasciando solo per quest’ultimo i requisiti anagrafici e contributivi richiesti per uscire dal lavoro. Tutti interventi che rappresenterebbero un segnale di inversione e potrebbero indurre la Commissione Ue a una maggiore indulgenza nella concessione di spazi fiscali. A maggior ragione se il governo parlasse con una voce sola, evitando di lucrare consensi elettorali sulle spalle degli italiani.

Risparmiatori come pesci, la truffa online di Trade Bnp

“Il modo più sicuro per raddoppiare velocemente il proprio denaro è piegarlo in due e metterlo in tasca” diceva Woody Allen nel film Prendi i soldi e scappa. Ma la speranza non è mai l’ultima a morire e fra i risparmiatori italiani c’è chi reputa piuttosto ingenuamente qualche altro sistema buono per bruciare le tappe e moltiplicare il capitale esistente.

A scrivere , in qualità di consulente finanziario indipendente, è un risparmiatore che chiede un parere lampo per un “PROGETTO” (questo è il titolo dell’email che ha ricevuto) da parte di una società di investimenti, Trade Bnp, dal rendimento mensile del 50% ottenuto con investimenti sul cacao e sulla borsa russa. Un certo Alan Jones, mittente della bellissima proposta, chiede una risposta rapida e l’invio di un bonifico da 20 mila euro. La società Trade Bnp, naturalmente, non ha nulla a che fare con il gruppo bancario francese, Banque Nationale de Paris.

Il risparmiatore italiano ha accettato facendo un bonifico internazionale su una banca estera di soli 300 euro. In pochi giorni il capitale è lievitato a 1.200 euro e Alan Jones ha richiamato insistendo perché prelevasse già 200 euro dei 300 investiti. Pazienza se in realtà i soldi fatti prelevare sono parte degli stessi inviati oltre confine.

Poi la proposta “seria”: inviare 20.000 euro alla sua società per beneficiare di una operazione finanziaria dal rendimento del 50% mensile. L’unica condizione è decidere rapidamente.

Su un sito di un’associazione dei consumatori, l’Aduc, si evidenziano diverse segnalazioni di risparmiatori che fidandosi della Trade Bnp hanno perso tutto. La tecnica descritta per far abboccare i pesci è proprio quella utilizzata “da tutti i falsi broker che promettono guadagni partendo da 100-200 euro.

Se in Totò Truffa si cercava di vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo italo-americano, ora invece si promettono rendimenti a 2 o 3 cifre speculando su valute, criptovalute, Ico, opzioni binarie, bambù, grafene o società quotate dalle meravigliose prospettive per il futuro.

Sul sito della Trade Bnp non vi è nemmeno scritto da nessuna parte (e nemmeno nel contratto) dove ha sede legalmente la società e nella sezione denominata “contatti” viene riportato l’indirizzo “43 Franklin St, Belfast BT2, UK”, senza però che venga specificata la società cui sarebbe riconducibile.

Inutile aggiungere che questo indirizzo di Belfast (dove ha sede anche un apprezzato night in stile asiatico) si può ritrovare in diverse società che offrono investimenti in modo abusivo. Un anno fa la Consob aveva dichiarato abusiva l’offerta del sito Mib700.com che indicava e indica tuttora lo stesso indirizzo in Belfast ed è probabilmente uno dei tanti siti “cloni” della società Blue Seal Limited che si è specializzata nel ramo.

C’è chi individua questa società come basata alle isole Vanuatu, un atollo a est dell’Australia e a ovest dell’isola di Tonga .Naturalmente queste isole Vanuatu sono anche un paradiso fiscale.

L’organo di controllo sui mercati finanziari italiani, la Consob, nel bollettino di agosto ha intanto segnalato che Trade Bnp è un operatore finanziario non autorizzato in Italia e svolge quindi attività abusiva di sollecitazione “ordinando” a questa società di “porre termine alla violazione” o di “ricorrere al Tar” se vogliono contestare questa decisione.

In Europa il più importante ente di regolamentazione degli intermediari finanziari che operano sul Forex è la Fca, Financial Conduct Authority, che ha sede nel Regno Unito e rilascia autorizzazioni che possono essere spese su tutto il territorio europeo, incluso quello italiano.

Sul suo sito, Fca.org.uk, è facile controllare quali sono gli operatori autorizzati e la Trade BNP non risulta da nessuna parte. Impossibile anche risalire a quale società ha registrato il sito tradebnp.com.

 

Business dei compro oro. Come funziona la lavatrice della “mafia dopo Riina”

Palermo, luglio 2018: il Nucleo Valutario della Guardia di finanza arresta 28 persone dopo una lunga inchiesta. Scoprono quella che viene definita “la mafia del dopo Riina”, in cerca di nuovi equilibri, capi, business e personaggi. Le Fiamme Gialle si accorgono che i Compro Oro sono parte della enorme lavatrice di denaro sporco, anche attraverso il Monte di Pietà. Nuove leve, insomma, ma vecchi metodi. Al centro ci sono due uomini, Giuseppe Corona e Raffaele Favaloro, quest’ultimo il figlio del pentito di mafia Marco Favaloro (del clan Resuttana, passato nei ranghi dei collaboratori di giustizia negli anni 90, fu tra i responsabili dell’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi perché si era opposto al racket del pizzo) che diventa un punto di riferimento per ladri e rapinatori. “So che ha Raffaele Favaloro ha una situazione economica agiata – mette a verbale il pentito del clan Acquasanta Vito Galatolo – comprava dell’oro rubato ed altri preziosi e comunque era a disposizione delle famiglie per fare sparire la merce rubata”.

Compro oro e criminalità organizzata sono collegati. Furti e rapine soddisfano la domanda, i prestanome ottengono le licenze per soggetti a cui altrimenti non sarebbe rilasciata, i titolari forniscono false certificazioni, l’oro viene fuso per non permettere di risalire all’origine. E l’assenza di regole non aiuta. “Dalle indagini di recente condotte a Palermo (operazione Delirio, ndr) si è osservato che grazie al controllo delle attività economiche del settore aurifero, la mafia ha trovato il terreno per il rafforzamento del proprio potere e per l’espansione del controllo sul territorio”, spiega il generale del nucelo Valutario della Guardia di Finanza, Giovanni Padula.

Nonostante i Compro oro per legge debbano avere una licenza per il commercio di oggetti preziosi, la nuova normativa antiriciclaggio deve ancora dispiegare i suoi effetti. “Negli ultimi tempi si è assistito a un proliferare del fenomeno che non può essere ricondotto esclusivamente a un naturale processo economico-commerciale – spiega il generale – ma è anche frutto, come emerge da diverse evidenze investigative, di interessi di gruppi criminali per ripulire denaro e beni che provengono dai reati”. Gli scambi sono rapidi e facili, io ti do l’oro e tu mi dai i soldi. “Così si drenano capitali per il finanziamento di attività illecite per poi immetterli nuovamente nel circuito dell’economia legale”, spiega l’alto ufficiale .

L’indagine era iniziata nel 2014. “Grazie ad un’attenta analisi documentale – ha spiegato il tenente colonnello Saverio Angiulli, del quarto nucleo speciale della polizia Valutaria durante la conferenza stampa – siamo riusciti a ricostruire il filo che collegava il mandamento di Porta Nuova a quello di Resuttana”. Tramite due uomini dell’organizzazione, Giuseppe Corona e Raffaele Favaloro, sarebbero stati reinvestiti capitali in bar, centri scommesse e compro oro per riciclare i proventi di altre attività criminali. Secondo gli investigatori i due avrebbero messo lo zampino nella vendita di oro e diamanti, in qualche circostanza provenienti da furti commissionati dalla stessa mafia, che venivano rivenduti al Monte dei pegni.

Il meccanismo era tanto semplice quanto efficace. Lo spiega lo stesso Favaloro, in alcune intercettazioni: “… io mi sono andato ad impegnare l’orologio… ma non per bisogno… io li impegno… lo sai per che cosa?… per regolarizzarli. Ora questo orologio qua io lo faccio arrivare all’asta… perché io ho un’amicizia… cose… arriva all’asta… ed io me lo compro all’asta… hai capito… poi lo vendono loro… l’ho comprato al Monte di Pietà…”. Si riferiva a un Rolex Daytona che faceva parte del bottino strappato a una donna, truffata da una banda di finti finanzieri che le aveva mostrato un atto giudiziario taroccato facendole credere di essere sotto indagine. Poi le hanno svuotato l’appartamento.

Eppure, tra il 2013 e il 2017 dall’Uif , l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, per i Compro oro sono arrivate solo 349 segnalazioni di operazioni sospette, di cui 46 nel 2017 (nello stesso anno, le operazioni sospette totali sono tate poco più di 100mila). Sono state fatte 407 ispezioni e rintracciata un’evasione di circa 204 milioni di euro per 54 evasori totali. Sono stati segnalati all’autorità giudiziaria 60 esercenti. “Finora – spiegano dalla Finanza –
l’apertura di un esercizio di Compro Oro non era soggetta ad una regolamentazione stringente. Bastava ottenere una licenza per il commercio di oggetti preziosi e per quanto riguarda i clienti, esibire un documento di identità senza dover certificare la provenienza degli oggetti che si voleva vendere”. Dal 3 settembre, invece, l’iter è cambiato: è stato introdotto un nuovo registro su cui tutti i titolari di Compro oro dovranno registrarsi. Così sarà possibile fare, per la prima volta, un censimento. “La nuova normativa – spiegano – impone ai titolari delle attività precisi obblighi per garantire la piena tracciabilità della compravendita”. Dovranno identificare la clientela, conservarne i dati per dieci anni e segnalare le operazioni sospette. E soprattutto denunciare la loro attività. Forse non sarà il modo per eliminare la criminalità da questo settore, ma renderà sicuramente la vita più difficile.

Tim, il destino è sempre più incerto

Ci sono stati momenti in cui la politica si occupava troppo
di affari e imprese private, altri in cui se ne occupa forse troppo poco. Oltre a concentrarsi su Ilva e Alitalia, due aziende-zombie, forse sarebbe il caso di tenere d’occhio anche Tim. Non per tentare ingerenze – troppe ce ne sono state – ma comunque perché è un’azienda strategica per
il Paese. O meglio, perché le scelte del management di Tim (separazione della rete, investimenti, banda larga) hanno rilevanza strategica. Ieri il titolo di Tim ha toccato
i minimi da cinque anni, 0,52 euro. A innescare il calo del 5,4 per cento è stato un report di Exane Bnp Paribas oltreché i numeri che certificano il successo dell’ultimo concorrente
di Tim, Iliad. La compagnia low cost di Xavier Niel,
con marketing aggressivo e prezzi competitivi, ha visto i clienti italiani salire da 635 mila del primo mese di attività a 1,5 milioni ad agosto. Clienti che avrà rubato ai competitor già presenti sul mercato.

Ora, sarà sicuramente merito di Niel e non colpa
di Tim. Ma resta il fatto che l’azienda italiana sembra sospesa in un limbo da cui non sa bene come uscire.
A maggio il fondo attivista Elliott ha aggregato investitori istituzionali all’assemblea dei soci, ha messo in minoranza il primo azionista, la francese Vivendi di Vincent Bolloré,
e ha imposto i suoi consiglieri e un suo presidente, Fulvio Conti.
Ha però tenuto lo stesso ad, Amos Genish, voluto da Bolloré, ma che finora non ha dimostrato di avere una strategia chiara per l’azienda ed è entrato in aperto conflitto con il cda
in modi che non si registrano spesso. Elliott è entrato in Tim per correggerne le storture
e i conflitti di interessi e permettere al management di creare valore. Lodevole proposito che finora non
ha dato grandi risultati: soltanto nell’ultimo mese
il titolo Tim ha fatto -18 per cento. Tutti pensano che i destini di Tim siano legati
a quelli di Mediaset, di cui Vivendi è secondo socio dopo la famiglia Berlusconi. Ma prima si sblocca questo stallo, meglio è per tutti.

Unicredit si è ripulita, ma è debole: la preda perfetta per i francesi

Come un fiume carsico ogni tanto riappare. È successo già più volte nel recente passato, senza che poi accadesse nulla. Ma questa volta le nuove voci di una fusione di UniCredit, l’unica banca italiana sistemica e di fatto quella più internazionalizzata, con i francesi di Société Générale paiono più concrete che mai. La stampa internazionale e quella specializzata hanno segnalato che le due banche avrebbero già scelto gli advisor dell’eventuale operazione. Con UniCredit che si sarebbe affidata a un senior advisor di Rothschild, oltre che ex presidente di SocGen (Daniel Bouton), mentre quella francese avrebbe scelto Jp Morgan. Per ora tutto tace e nessun commento è arrivato dalle due banche. Ciò non toglie che osservatori e analisti hanno messo nel novero delle possibilità concrete le nozze, e questo fin dal 2016, dopo l’arrivo sulla tolda di comando di UniCredit, proprio da SocGen, del francese Jean Pierre Mustier.

E ora la finestra si è riaperta. Per un motivo essenzialmente temporale. Se le nozze dovranno avere luogo, deve essere ora: prima che il nuovo governo sovranista italiano abbia tempo di consolidarsi. Dopo, dice più di un osservatore, se Lega e 5Stelle dovessero reggere il passaggio cruciale della legge di Bilancio, rafforzare nel Paese il consenso e trionfare alle prossime Europee, un’operazione di questo tipo difficilmente troverebbe l’appoggio politico per realizzarsi. Non è un mistero infatti che i francesi giocherebbero il ruolo da acquirenti più che da pari. Ed è chiaro che le nozze non si limitano a fondere due banche qualsiasi, ma permetterebbero ai francesi di mettere piede pesantemente nel cuore della finanza italica. La fusione con UniCredit come una sorta di cavallo di Troia per sfondare le linee strategiche del sistema finanziario che conta. UniCredit non è una scelta a caso. La banca di piazza Cordusio è il primo socio con l’8,7% di Mediobanca che a sua volta è azionista di peso delle Generali con il 13,4%. Un filotto perfetto quasi da manuale. Prendi UniCredit e in un colpo solo determini i destini di Mediobanca e Generali. Ecco perché fin dall’arrivo di Mustier, proprio da Société Générale, in molti hanno percepito che poteva aprirsi il varco perfetto per l’assalto francese.

Qualcuno obietta che c’è lo scoglio del patto di sindacato di Mediobanca che vincola i principali soci con il 28,5% del capitale. Il patto scade a fine 2019, ma è prevista in settembre una finestra per le disdette anticipate. Se le azioni apportate all’accordo scendessero sotto il 25% del capitale, il patto si scioglierebbe. E allora ecco le voci di un possibile disimpegno di UniCredit che si sono fatte ricorrenti. Anche di recente Mustier non ha voluto fare commenti, dicendo che una decisione verrà presa “a tempo debito”.

Intanto si ipotizza che UniCredit possa vendere azioni Mediobanca per fare cassa e opporsi al meglio alla fusione o comunque arrivare più forte alle eventuali nozze. E anche sottrarre in questo modo il boccone ghiotto cioè Mediobanca-Generali alle mire francesi. Senza la quota di Mediobanca la sola UniCredit diverrebbe meno appetibile. Fin qui le supposizioni. Sul piano teorico e su quello dei numeri (che è quello che conta alla fine) l’ipotesi UniCredit/SocGen pare avere tutte le carte in regola. Intanto UniCredit non ha uno zoccolo duro di azionisti domestici. Al contrario è una public company a tutti gli effetti con i fondi di investimento e i fondi sovrani arabi a detenere oltre il 70% del capitale.

L’argine delle vecchie fondazioni italiche ormai è del tutto residuale. Poi Mustier ha fatto una profonda pulizia di bilancio che ha provocato sì l’ennesima colossale perdita per 11 miliardi nel 2016 (dopo quella a firma Ghizzoni del 2013 per 14 miliardi), ma che ora vede la banca con un profilo di rischio assai più basso. I crediti malati netti sono ora di 16,6 miliardi, il 3,6% degli impieghi e i lordi sono all’8,7%. Il tasso di copertura è salito al 61%. La banca quindi si sta liberando con forza del peso di sofferenze e incagli. E ha recuperato una buona redditività. L’utile netto del semestre è stato di 2,1 miliardi e il Rote (il rendimento sul capitale netto tangibile) è oggi all’8,5%, tra i più alti in Europa. Ma UniCredit oggi è ghiotta per i francesi anche per un altro aspetto. Tornata redditizia e più pulita dalla zavorra delle sofferenze, vale anche poco in Borsa. L’ennesimo rialzo dello spread ha portato la banca (come le altre italiane) a ridiscendere in Borsa. Oggi capitalizza solo 28 miliardi, il 50% del valore del suo capitale netto. Un prezzo da saldo, data la svolta nel conto economico. SocGen capitalizza la stessa cifra. Sembra un connubio perfetto. L’operazione se avvenisse oggi, potrebbe essere realizzata alla pari carta contro carta senza esborsi di cassa. Vista così pare una congiuntura astrale favorevole.

I francesi, già presenti massicciamente nell’Italia bancaria con Bnp Paribas che possiede da anni Bnl e Crédit Agricole che controlla Cariparma, allargherebbero la loro sfera d’influenza e se UniCredit non dovesse dismettere quote di Mediobanca, voilà, l’attacco al cuore del sistema finanziario italiano sarebbe ultimato. Se i francesi hanno tutto da guadagnare c’è da chiedersi cosa ci guadagna UniCredit. Il sogno della grande banca paneuropea, metà francese metà italica, ma ahimé, con il baricentro tutto transalpino.

La risposta all’asse Salvini-Orbán non è lo status quo

La narrazione oggi più in voga vede un grande scontro all’orizzonte fra europeisti e nazionalisti. Teatro: le prossime elezioni europee. Ma si tratta di una narrazione sorpassata dai fatti. Perché oggi il nazionalismo europeo che si salda con l’asse fra Orbán e Salvini non si pone più l’obiettivo grossolano di distruggere l’Unione. Ha l’ambizione di trasformarla dall’interno.

Si è pensato che dietro la strana “internazionale nazionalista” esistesse una incompatibilità di fondo. Perché non regge un’alleanza in cui la destra italiana vorrebbe i migranti in Austria, la destra austriaca li vorrebbe in Germania, la destra tedesca in Italia. Ma il gioco dei veti incrociati scompare nel momento in cui l’obiettivo diventa la chiusura delle frontiere non nazionali ma europee. La costruzione di una Fortezza Europa, unita nel pattugliamento dei confini e nell’indifferenza verso la morte.

Si aggiunga un comune interesse nello svuotare ogni ruolo di controllo economico, sociale o ambientale da parte dell’Unione. Mantenendo, però, il mercato unico e la capacità di farne leva nei rapporti commerciali con il resto del mondo. Si finisca relativizzando lo Stato di diritto, la divisione dei poteri, i diritti civili. L’Europa nazionalista è servita. È su queste basi che si sta saldando l’alleanza fra popolari ed estrema destra. Il modello è quello austriaco, dove la democrazia cristiana di Sebastian Kurz governa, in alleanza con i post-fascisti di Gerhard Hofer, con politiche di neoliberismo xenofobo. È questo il gioco delle parti fra Orbán e Salvini. Il primo lavora ai fianchi del Partito popolare europeo. Il secondo salda l’asse dei duri. L’obiettivo: una nuova grande coalizione, tutta spostata a destra.

La strategia è fare leva sull’interesse economico che il centrodestra di establishment ha sempre difeso. Perché il nazionalismo è la strada migliore per direzionare la rabbia lontano dal sistema economico e verso lo straniero: più Diciotti e meno Autostrade. Ma soprattutto perché il neoliberismo oggi si salva precisamente attraverso il nazionalismo. Basti pensare alla competizione fra Stati per attrarre i capitali, che porta i Paesi a promettere sgravi fiscali alle multinazionali e flat tax per i più ricchi. È un sistema che fa perno sulla mancanza di un coordinamento transnazionale: se ci fosse una vera democrazia europea i paradisi fiscali si chiuderebbero domani e il dumping sociale verrebbe fermato da un salario minimo continentale.

È proprio da qui che si deve partire. Non da un europeismo di facciata che offre status quo. Non dalla confusione europea che rende il M5S succube del protagonismo della Lega. Non dalla malinconia di una sinistra che si straccia le vesti sull’impossibilità di cambiare l’Europa. Ma da una visione chiara di Europa politica e democratica capace di ribaltare un sistema ingiusto e in bancarotta morale e finanziaria.

Le idee ci sono: chiusura immediata dei paradisi fiscali; un piano di investimenti in riconversione ecologica e industriale per rimettere al lavoro un continente e competere con la leadership cinese nell’intelligenza artificiale; una politica migratoria comune, come già definita dal Parlamento europeo; un piano anti-povertà pagato con i proventi della Bce e una profonda democratizzazione dell’Unione.

Utopico? Le prossime elezioni europee chiameranno al voto 400 milioni di cittadini. Tiriamo fuori il coraggio, le idee e l’ambizione per farne un appuntamento che possa cambiare la vita di ciascuno. Non possiamo permettere che sia solo l’estrema destra a credere nella forza della politica di trasformare il nostro continente.

 

Location, candidati, armi ammesse: congresso Pd, tutto ciò che non sapete

Un fantasma si aggira per l’Italia (nota per Orfini: la citazione non è da una canzone di Pupo), è il fantasma del congresso Pd. Non c’è intervista a senatore, deputato, segretario, militante, elettore, cuciniere, maniscalco, simpatizzante del Pd che non contenga questa domanda: e il congresso? Lo farete? Quando? Dove? Chi saranno i candidati? Consapevoli che la democrazia ha bisogno di grandi momenti di confronto, il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Psichiatria ha elaborato alcuni scenari possibili.

La location. Già si litiga sul luogo che ospiterà il grande confronto tra renzisti e non renzisti. Sarebbe ottimo celebrare il congresso in un posto dove il Pd ha vinto qualcosa negli ultimi tre anni, ma vai a trovarlo. Gli zingarettiani vorrebbero la Capitale, i renziani preferirebbero Firenze, magari una di quelle vie centrali dove il sindaco Nardella ha vietato lo “stazionamento in piedi” per mangiare il panino. Non si escludono scenari più suggestivi, tipo un rifugio sulle Dolomiti, o addirittura un’isola deserta nel mar dei Sargassi. “Un posto dove nessuno ci conosce sarebbe ideale”, dice un deputato che preferisce restare anonimo. Il vantaggio sarebbe la vendita dei diritti di un nuovo format tv: l’Isola dei Fumosi.

Armi consentite. Sarà in ogni caso un confronto franco e senza infingimenti, per cui è quasi certo il divieto di introdurre armi da fuoco. Si potrà però portare il telefonino, il che autorizza a pensare che le aggressioni non mancheranno. Già è partito sul web un discreto linciaggio di Zingaretti da parte di ultras renziani; si prevede, durante il dibattito, una recrudescenza di accuse: dal furto di bestiame al cannibalismo, chi non si schiera con Renzi avrà la sua dose. Per chi volesse affrontare la discussione con armi analogiche e non digitali, consentite padelle in ghisa, olio bollente e cerbottane con dardi avvelenati.

I candidati. È ormai certo che da una parte ci sarà il governatore del Lazio Zingaretti, e dall’altra un pupazzo a caso scelto da Matteo Renzi, che ancora però non ha deciso. Tra i nomi che circolano ci sarebbero Richetti, Bonaccini e Minniti, un Salvini che non ce l’ha fatta. Le linee di pensiero sono però piuttosto chiare: da una parte chi vuole operare una decisa autocritica nel tentativo di recuperare parte degli elettori fuggiti; dall’altra chi accusa della sconfitta gli hacker russi, il meteo, il destino, l’oroscopo di Branko e Maga Magò.

Come si vota. Per tradizione, la conta si farà per alzata di mano. Non stupisce quindi l’accordo della fondazione Open con una grande azienda Biotech di Singapore per produrre entro la data utile un centinaio di delegati con tre braccia.

Sì, ma quando? Per ora il dibattito si concentra sulle date. Prima delle Europee ma dopo Roma-Juve, dice qualcuno. Altri rilanciano: il secondo giovedì di marzo dalle 14 alle 14.30. I renziani più intransigenti spingono per aprire il congresso il 18 maggio, data di nascita dello zar Nicola II, un riformista che quei cattivi della sinistra-sinistra non lasciarono lavorare, e poi si è visto com’è andata.

Intrattenimento. Non di sola politica vive il delegato Pd. Al congresso non mancheranno momenti di svago, concerti, proiezioni e persino eventi sportivi. Molto atteso il duello di catch nel fango tra Carlo Calenda e Michele Emiliano, finora disputatosi solo su twitter.

Lo slogan. Qui le previsioni si fanno difficili. Scartata l’ipotesi di ingaggiare un guru della comunicazione come Jim Messina, la componente renziana sta valutando frasi celebri dei più grandi miti del suo Pantheon: Emmanuel Macron, il senatore repubblicano appena deceduto John McCain, o Sergio Marchionne, l’amico degli operai. Alla fine si opterà per una soluzione più neutra, un semplice hashtag e una frase breve, tipo #Popcorncenèancora?

Il santo patrono (verde) del popolo

Noi che non diamo mai troppo peso ai sondaggi lunedì sera ne abbiamo visto in diretta lo spaventoso avverarsi. Mentre Matteo Renzi su Retequattro dava fondo al solito repertorio di bile e autoindulgenza su cui si fonda il suo fallimentare modo di fare politica, Matteo Salvini si godeva l’inebriante sensazione di librare per il corso di Viterbo come un santo portato in processione. Guardate il video che lo ritrae mentre percorre le vie del centro in concomitanza con la Macchina di Santa Rosa, il baldacchino issato dagli uomini con sopra la statua della santa patrona. Il piano sequenza è impressionante. Urla scomposte di donne coprono grida da stadio: “Grande Matteo”, “Forza!”, “Non mollare”. Bambini addossati alle transenne gli tendono la manina istigati dai genitori; anziani applaudono commossi. Salvini accenna un “grazie” alla maniera degli orientali, con le mani giunte sul petto e un lieve inchino. Stringe mani come una rockstar, provocando nelle femmine quei lucciconi che precedono lo svenimento nei romanzi d’appendice. Agli uomini rivolge un “cinque” virile; commosso, beve acqua a canna; sussurra qualcosa a un pompiere; fa un buffetto a una ragazza; promette assunzioni ai vigili del Fuoco. Intorno, chi reclama un selfie, chi gli dice di “Ti ho votato, contiamo su di te”. È l’apoteosi della disintermediazione che non è riuscita a Renzi, che pure si è tanto adoperato per costruire un’immagine da acclamato dalle folle (“La mia scorta è la gente”) e dopo un po’ che era al governo doveva entrare dalle porte sul retro e farsi scortare da decine di guardie. Sembra ieri che Salvini sfilava per Roma con quattro gatti di CasaPound, intonava stornelli contro i napoletani colerosi, irrideva i musulmani facendosi colare grasso di maiale sul mento, e oggi è faro alle genti. A un certo punto viene il dubbio che l’Italia sia in guerra e Salvini ci stia proteggendo.

In democrazia si sono viste poche scene simili, e certo non per un ministro dell’Interno. Difficile immaginare Alfano, o Maroni, o Minniti, accolti così. Nei bagni di folla di Berlusconi si radunavano scappati di casa in tricolore, personaggi folcloristici, politicaglia locale, casalinghe teledipendenti e aspiranti consigliere comunali pronte a tutto. Poi, nel silenzio dell’urna, prevalevano interessi e furbizie della maggioranza silenziosa (ma non quando contro di lui corse Prodi, che pure non scaldava le folle). Ed era così diverso il popolo che ascoltava Berlinguer alla festa dell’Unità di Napoli in un silenzio attento, corale, con le bandiere appena sollevate a testimoniare un sentimento e una identità comuni, e poi si ritrovò ai suoi funerali sparso per le strade di Roma, immenso, composto, disperato.

La folla che ha salutato Salvini a Viterbo (Viterbo, non Borgomanero o Cazzago Brabbia) con la foga allucinata che monta davanti a un liberatore e non al ministro dell’Interno in carica, è l’erede social di quel popolo, arrivata a questo grado di evoluzione civica dopo il tradimento da parte della cosiddetta sinistra che ha governato con cinismo, classismo e autoreferenzialità.

Ma per cosa ringraziava e su cosa incitava Salvini, il popolo di Viterbo? Non certo per la flat tax, che come tutti sanno conviene solo ai ricchi. La gente lo ama, lo rispetta e lo protegge per come sta gestendo l’arrivo di migranti in Italia. Non importa se gran parte del “merito” della riduzione degli sbarchi è di Minniti. La comunicazione tutta emotiva a cui Salvini ha improntato la sua inarrestabile ascesa, la finta confidenza a cui ha abituato il pubblico dei social e la complicità che ostenta coi “semplici” in nome del popolo sovrano hanno prodotto la sacra processione di Viterbo e prima ancora gli applausi ai funerali di Genova.

Salvini dice al popolo: con voi sono affabile, innamorato; ma coi migranti sono inflessibile, perché sono come voi e rappresento le vostre repulsioni, che gli altri giudicano vergognose.

Il suo popolo non pensa che lui non abbia compiuto i reati per i quali è indagato (sequestro di persona a scopo di coazione, omissione di atti d’ufficio, abuso d’ufficio, ecc.); semplicemente, è indifferente rispetto a quell’ipotesi. In ogni caso sta con lui, non coi magistrati e le leggi che essi applicano. Ad ogni nave che appare all’orizzonte (anche italiana, metonimia galleggiante dello Stato), da una parte c’è Salvini che difende le coste, dall’altra l’impaludata Legge che tifa per l’Europa e per l’Africa. Da un lato la velocità, la schiettezza, il dire pane al pane, i provvedimenti d’imperio e le circolari a tutte le questure diramate via Twitter; dall’altro le lungaggini delle Istituzioni, l’inutilità dei partiti “che non hanno mai fatto niente”, la palude della democrazia. Per la Nazione è un fenomeno epocale, di cui Salvini farebbe bene a non prendersi i meriti, e gli altri che sono venuti prima di lui a prendersi gran parte della colpa.