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Il Tribunale di Bari simbolo della giustizia che manca

Credo sia condivisibile affermare che il problema numero uno del Paese è la giustizia, o meglio le sue carenze.

Cominciamo con i tre gradi di giudizio che non esistono in nessuna parte del mondo e poi la prescrizione, i ricorsi e controricorsi nei quali i nostri azzeccagarbugli sono esperti dai tempi del Manzoni, codici che abbondano in leggi, leggine, paragrafi, commi e sottocommi; la possibilità per gli azzeccagarbugli di cui sopra di accedere al Parlamento per meglio tutelare i propri clienti dentro e fuori il processo e legiferando comunque in conflitto di interessi perché procedure più semplici significherebbero meno avvocati.

Per completare il quadro i Tar, i venti tribunalini regionali che per giustificare la propria esistenza bloccano provvedimenti, capovolgono sentenze, intervengono su tutto e su tutti.

Dato poi che il male presuppone il peggio e il peggio del peggio, quest’ultima opzione è stata raggiunta a Bari, dove la giustizia è stata sospesa sine die per assenza di sede: la vecchia è diventata inagibile e per la nuova non esiste neanche un idea; montagne di carte processuali sono destinate al macero, con sollievo di chi sa di avere torto e sconforto delle vittime.

Il ministro Bonafede non può cavarsela col dire che la colpa è dei suoi predecessori, questo lo sapevamo, ma adesso è lui che deve provvedere.

Magari potrebbe ricorrere ad una inserzione: “A.A.A. Cercasi urgentemente sede per il tribunale di Bari, no perditempo”.

Vincenzo Bruno

 

Anche il ministro dell’Interno è soggetto alla Costituzione

Non sono un fan di Salvini, però mi dissocio da tutti coloro che cercano di demonizzarlo, Famiglia Cristiana compresa. Demagogo, populista, xenofobo, fascista, sono queste le accuse più frequenti.

Con Salvini, invece, la democrazia non è affatto in pericolo, perché nel contratto di governo non è prevista alcuna modifica della Costituzione.

Anche Salvini, dunque, è soggetto alla legge e alla Costituzione per cui se sbaglia paga. Ben più preoccupanti erano i progetti di riforma costituzionale che miravano a indebolire gli organi di garanzia e a favorire l’avvento “dell’uomo solo al comando”. Fortunatamente, quei progetti populisti, osannati dai radical chic, sono stati bocciati dagli elettori.

Maurizio Burattini

 

Cristiano Ronaldo non segna ma la Juventus ha già vinto

Cristiano Ronaldo dopo tre partite nella grande Juventus non segna, aria di crisi, preoccupazione degli esperti che vendono giornali e notizie: le notizie si vendono, e a volte si vendono anche i così chiamati giornalisti/opinionisti.

Tavole rotonde e grandi raggggionamenti sulla vicenda, i tifosi rumoreggiano ma intanto hanno sottoscritto il nuovo abbonamento, più caro degli anni scorsi visto che è stato comprato il fenomeno, antipatico e prima donna, a detta di chi lo conosce. Presto segnerà e allora apriti cielo, chissà quanto se ne parlerà. Ma la Juventus ha già vinto, col richiamo dell’acquisto di Ronaldo le sue azioni in Borsa saranno cresciute, pubblicità, notizie anche o soprattutto minime, i giornali di cui sopra, diritti televisivi e sponsor e biglietti venduti allo stadio. Ma viene in mente una cosa, un’associazione di idee: i tifosi o investitori che posseggono le azioni della società quotata, nel caso impensabile che questa se ne andasse in serie B o che Ronaldo continuasse a non fare gol, o se qualche sventura accadesse alla Roma, pure quotata, come la mancata costruzione del nuovo stadio (che serve forse solo a Pallotta, non alla città, che ne ha già due), quei risparmiatori al crollo delle azioni chiederanno il rimborso a qualcuno?
Angelo Umana

 

Sanità: necessario intervento urgente ma razionale

La carenza di medici specialistici comincia a farsi sentire, tanto che può essere considerata una vera emergenza sanitaria nazionale.

Da qui a qualche anno, molti medici andranno in pensione mentre altri lasciano il pubblico per andare ad esercitare nelle cliniche private. Per mantenere sano e funzionale il Sistema Sanitario Nazionale, invidiato da molti Paesi al mondo, è necessario che tutti concorriamo a mantenerlo in vita nel migliore dei modi. La gratuità del servizio pubblico per tutti non può reggere: è chiaro che al pensionato non si può chiedere di contribuire allo stesso modo di un imprenditore o di un libero professionista.

In materia di sanità è essenziale una pianificazione della spesa e ripartire meglio le risorse, evitando costi inutili: per questo non basta tagliare, ma è doveroso spendere con maggiore intelligenza.

I tagli lineari eliminano pochi sprechi e colpiscono indiscriminatamente gli enti virtuosi come chi ha sperperato denaro pubblico. Per salvaguardare la sanità pubblica è auspicabile un intervento urgente ma con raziocinio, senza compromettere i servizi essenziali: per nessuna ragione va messa a rischio la salute dei cittadini.

Silvano Lorenzon

Sgomberi. Lo Stato riprenda il controllo dei suoi immobili per evitare illeciti

 

Egregio Stefano Feltri, l’occupazione degli stabili pubblici e privati va perseguita. Ciò che in parte la Pubblica amministrazione non ha mai fatto, permettendo così in molti casi il diritto di usucapione (per i beni religiosi non esiste questo istituto). Ancora più grave, la suddetta amministrazione non conosce nemmeno la quantità degli immobili dello Stato. Abbiamo una pletora di personaggi, sia pubblici che privati, che occupano appartamenti centrali con affitti stracciati oppure venduti per pochi soldi, così come le associazioni così dette “onlus”. Il tutto andrebbe reso trasparente e pubblicamente regolarizzato al più presto. In quanto al ministro Salvini, essendo rimasto di fatto un attivista politico di base, trova una moltitudine di occasioni nello strumentalizzare le suddette carenze. Ha idea di quanti prefetti e viceprefetti ci sono a carico dello Stato senza alcun impegno percependo comunque lauti stipendi? Pertanto, sarebbe opportuno invitare il suddetto Salvini ad attivarli. Infine, il M5S è costituito da un coacervo d’iscritti e simpatizzanti di varie estrazioni politiche, tra questi anche di destra, che guarda caso ne creano quasi una unità d’intenti di questo governo. La crescita della Lega è dovuta ovviamente al “cazzaro”. La “moderazione” utile di Di Maio non fa scendere la cosiddetta asticella più di tanto.

Roberto Centracchio

 

Gentile Roberto, lei tiene insieme vari aspetti della vicenda, mi limito a commentarne uno: lo Stato ha un’idea a spanne della quantità di immobili che detiene, tra amministrazioni centrali, enti locali, società pubbliche. In base agli ultimi dati del Tesoro, ci sono immobili per un controvalore di 12 miliardi che a oggi non sono utilizzati. Non è detto che sia facile incrociare domanda e offerta, sfruttare stabili in disuso può costare più che pagare affitti elevati. Ma di sicuro la trasparenza aiuterebbe molto il settore: è giusto che alcune onlus paghino affitti molto bassi per avere uffici in certe zone della città, non tutto può essere trasferito in periferia dove i prezzi sono più bassi. Ma è scandaloso che, come per le concessioni di spiagge e pezzi del demanio, questi prezzi agevolati restino quasi sempre segreti o comunque inaccessibili. Anche l’obiettivo del ministro Salvini, tutelare la proprietà (privata o pubblica) da inquilini abusivi, è più facile da raggiungere con un’accurata radiografia preliminare degli immobili disponibili per evitare che chi ha diritto ad alloggi pubblici non riesca a ottenerli. L’approccio “prima sgombero poi faccio domande” può garantire visibilità nei tg o nei talk show, ma non certo risultati duraturi.

Stefano Feltri

Sabotaggio sulla stazione spaziale? Rabbia e indagini dei russi

La Russia ha avviato verifiche dopo che una perdita di ossigeno si è verificata la scorsa settimana su una navetta Soyuz attaccata alla Stazione spaziale internazionale (Iss), perché teme che possa essersi trattato di un sabotaggio deliberato. Il numero uno dell’agenzia spaziale russa, Dmitry Rogozin, ha riferito che il buco rilevato giovedì sulla Soyuz potrebbe essere stato realizzato deliberatamente sulla Terra o da astronauti nello spazio. Gli astronauti hanno utilizzato del nastro per tappare la falla, che aveva provocato una piccola perdita di pressione non pericolosa per la vita delle persone a bordo.

Il sogno di The Donald: la Corte suprema blindata

Potrebbe succedere che, nei prossimi giorni, Donald Trump rimpianga John McCain: la scomparsa del senatore dell’Arizona, trattato con sprezzo in vita dal presidente, e snobbato da morto, priva, infatti, i repubblicani di un voto sicuro, che potrebbe rivelarsi prezioso, e magari indispensabile, nella battaglia in Senato, iniziata ieri, per la conferma del giudice Brett Michael Kavanaugh alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Con la serenità di giudizio che l’aveva sempre contraddistinto, non influenzata da personalismi, McCain aveva infatti approvato la scelta di Kavanaugh da parte di Trump, condividendo l’impegno del giudice a decidere “in base alla Costituzione e alle leggi” (e non alle convinzioni personali). Se il giudice sarà confermato, stabilizzerà a destra, probabilmente per una generazione, la maggioranza della Corte Suprema, che decide su questioni fondamentali, dall’aborto ai diritti civili.

Trump ha già avuto modo di nominare, nel 2017, un giudice conservatore, Neil Gorsuch, al posto dell’iper-conservatore Antonin Scalia, deceduto improvvisamente nel febbraio 2016. Per quasi un anno, i repubblicani avevano boicottato le scelte fatte da Barack Obama. Ora, si tratta di sostituire un giudice ‘fluttuante’, Anthony Kennedy, 82 anni e quasi 30 alla Corte Suprema, che era sovente l’ago della bilancia nelle decisioni più controverse, con uno decisamente conservatore, certamente su questioni come le armi, l’aborto, i diritti civili.

Come Gorsuch, 51 anni, Brett Kavanaugh, 53 anni, è giovane, per un lavoro che è a vita. E siccome i membri progressisti o ‘liberal’ della Corte Suprema sono i più anziani e i più malmessi, è facile prevedere che l’equilibrio a favore dei conservatori non sarà rotto per molto tempo. Anche per questo, la battaglia al Senato si profila aspra, ma segnata, a meno che i democratici non riescano a trascinarla fin dopo le elezioni di midterm, che, il 6 novembre, potrebbero modificare i rapporti di forza.

Attualmente, i senatori repubblicani sono 50, i democratici 47 e gli indipendenti, spesso allineati con l’opposizione, due, mentre il seggio di McCain è vacante. In apertura delle audizioni di fronte alla Commissione Giustizia, attivisti hanno gridato slogan anti-Kavanaugh e i democratici hanno chiesto di rinviare la seduta per la mancata diffusione di oltre 100 mila pagine riguardanti il periodo (2003-‘06) in cui il giudice lavorava nello staff dell’allora presidente George W. Bush (atti su cui c’è il ‘privilegio di riservatezza’ dell’Esecutivo). Chuck Grassley, repubblicano, presidente della Commissione, ha respinto la richiesta. Kavanaugh ha assicurato che, se sarà confermato, farà gioco di squadra con i colleghi e, soprattutto, non deciderà “sulla base delle mie preferenze personali o politiche”. Trump lo ha forse scelto anche perché esperto di impeachment: era nel team del procuratore speciale Kenneth Starr, che mise sotto accusa nel 1998 il presidente Bill Clinton per l’ ‘affare Lewinski’.

Dopo il Labour Day, lunedì 3 settembre, la giornata di ieri ha segnato il ritorno alla piena attività negli Stati Uniti e, soprattutto, l’inizio ufficiale della campagna elettorale: sarà un autunno caldo, per il presidente Trump, che ha sparato l’ennesimo attacco al ministro della Giustizia Jeff Sessions, reo di avere messo sotto accusa due deputati repubblicani: “Due seggi sicuri a rischio. Bel lavoro, Jeff!”.

A Idlib più bombe per tutti

“Vogliamo essere chiari: se il presidente siriano Bashar al-Assad sceglie di usare di nuovo armi chimiche, gli Stati Uniti e i suoi alleati risponderanno rapidamente ed in maniera adeguata”. La Casa Bianca sottolinea come stia “monitorando da vicino la situazione nella provincia di Idlib dove milioni di civili innocenti sono minacciati da un imminente attacco di Assad sostenuto da Russia e Iran”.

Ma monito o no, dopo 22 giorni di tregua, l’assalto delle forze di Assad, sostenute dall’Iran e dalla Russia, all’ultima roccaforte in Siria degli estremisti anti governativi, è imminente. Bisognerà però attendere il vertice di dopodomani, quando a Teheran si incontreranno i rappresentanti di Russia Turchia e Iran, per capire a quale costo. Se si tratterà cioè di una maxi offensiva, che produrrà forse la più grande carneficina di questa già efferata e infinita guerra, o se ci sarà un accordo affinché Ankara possa vedere risparmiati almeno i miliziani dell’Esercito libero siriano (che il presidente Erdogan foraggia e sostiene e con i quali l’esercito turco già combatte nel nord del paese contro i curdi). Ankara inoltre chiederà che vengano allestiti corridoi umanitari per i civili, allo scopo di evitare che questi trovino rifugio sul proprio territorio. Nell’attesa, i jet militari del regime siriano e del Cremlino, stanno facendo le ‘prove’. Sarebbero almeno nove le vittime, tra le quali alcuni bambini, dei raid contro il triangolo Idlib-al-Ghab-Latakia. In tutta la provincia vivono 3 milioni di persone, la metà costituita da sfollati. Stando all’Osservatorio siriano sui diritti umani, oltre 43 raid russi e governativi hanno colpito 24 località del triangolo.

Cinque attacchi sono stati registrati nella città di Jisr al-Shughour, nel Rif di Idlib, dove i caccia russi hanno ripreso i bombardamenti. Il Cremlino, ancora prima delle dichiarazioni ufficiali, ha mostrato con i fatti di respingere l’invito del presidente Donald Trump ad “evitare una nuova tragedia umanitaria e l’uso di armi chimiche”. A The Donald risponde il portavoce di Putin, Dmitri Peskov: “La situazione a Idlib rimane fonte di particolare preoccupazione a Mosca come a Damasco, ad Ankara come a Teheran” perché ospita un nido del terrorismo. Lanciare semplicemente moniti senza prestare attenzione al potenziale negativo e di grande pericolo per tutta la situazione in Siria è un approccio incompleto e non globale”. Peskov ha poi aggiunto: “L’esercito si sta preparando a risolvere il problema del terrorismo nella provincia di Idlib”.

Lunedì scorso, il ministro degli Esteri iraniano Zarif, in visita a Damasco per preparare l’incontro al vertice di Venerdì, ha incitato il regime (aiutato sul terreno dai pasdaran iraniani da anni al suo fianco) a “ripulire” la provincia di Idlib dai terroristi. Zarif ha incontrato Assad, il primo ministro siriano Imad Khamis e il ministro degli Esteri siriano Walid al-Muallem, che ha chiesto all’Iran di continuare a sostenerli. La guerra è tutt’altro che finita e l’ultima battaglia potrebbe trasformarsi in una ecatombe.

#Justburnit: Nike al rogo è “colpa” di Kaepernick

“Cara Nike, brucio tutte le cose col tuo marchio che posseggo. L’uomo che hai scelto come volto per la tua campagna #justdoit indossava calzini che descrivevano i poliziotti come maiali”: con queste parole uno dei tanti contestatori ha spiegato le proteste del web contro la celebre azienda d’abbigliamento per la sua decisione di scegliere come testimonial – per i 30 anni della campagna pubblicitaria Just Do It – la discussa icona del football americano, Colin Kaepernick.

Diversi possessori di indumenti della Nike hanno manifestato il proprio disappunto per la scelta dell’atleta, scrivendo messaggi contro la Nike ritenuta antipatriottica e arrivando a bruciare gli indumenti del marchio fondato all’università dell’Oregon.

Così, quello che doveva essere il trentesimo anniversario del Just Do It si è trasformato nel primo di #Just burnit rilanciato sui social dai fan insieme con #BoycottNike; la protesta sul web ha determinato la perdita in Borsa del 3,14%. Kaepernick è una figura controversa per l’opinione pubblica americana: nel 2016 il giocatore iniziò a inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima delle partite, per protesta contro le violenze della polizia sulla popolazione afroamericana.

“Non mi alzerò in piedi per mostrare orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime le persone di colore” aveva spiegato il trentenne originario di Milwaukee, dividendo l’opinione pubblica e il dissidio continua ancora: alcuni lo ritengono anti-patriottico, altri lo elogiano per aver dato risalto a un problema persistente nella società americana. Sempre lo stesso anno inoltre l’atleta aveva fatto discutere indossando durante una partita dei calzini che raffiguravano i poliziotti come maiali. Pur non avendo più squadra da gennaio 2017, a suo dire perchè le società hanno paura della sua figura, Kaepernick resta una figura discussa.

Da una parte Amnesty International gli ha conferito quest’anno il titolo “ambasciatore di coscienza”, dall’altra il presidente Donald Trump ha definito lui e altri giocatori che hanno protestato dei “figli di puttana”; parole a cui la madre di Kaepernick aveva risposto con un tweet: “Immagino allora di essere una puttana orgogliosa”.

Tra chi si schiera con la scelta della Nike campioni come LeBron James, Serena Williams, Tom Brady. Ma non solo lo sport. Tra i sostenitori di Kaepernick anche l’ex capo della Cia John Brennan, e l’ex leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad: “Ancora una stagione della Nfl senza Kaepernick ai nastri di partenza, nonostante sia uno dei quarterback più forti”.

Macron peggio di Hollande. Solo il 31% gli crede ancora

Il governo di Emmanuel Macron continua a perdere pezzi. Dopo le dimissioni a sorpresa di Nicolas Hulot, ministro della Transizione ecologica, personalità molto amata dai francesi, è stata Laura Flessel, responsabile dello Sport, a lasciare l’esecutivo. Anche Flessel piaceva molto ai francesi. La campionessa di scherma, diventata ministra, ha sostenuto infatti con successo la candidatura di Parigi per Olimpiadi del 2024. Ufficialmente si è dimessa per motivi personali. Sarebbe anche in polemica con Macron per i tagli allo Sport proprio ora che la Francia si deve preparare anche a ospitare i Mondiali di rugby nel 2023. Stando a Mediapart però c’è di più. La ex schermitrice avrebbe infatti seri problemi col fisco e la società Flessel & Co., che detiene col marito, sarebbe al centro di un’inchiesta per frode. Le sue dimissioni improvvise servirebbero allora a evitare l’ennesimo scandalo per Macron, che ha già perso alcuni ministri in passato perché implicati in inchieste giudiziarie. I guai del resto si accumulano all’Eliseo.

Il presidente ha dovuto sorbirsi ieri anche l’ultimo sondaggio Ifop, per cui ormai solo il 31% dei francesi ha ancora fiducia nella sua politica. Macron fa persino peggio del suo predecessore, François Hollande, che nello stesso periodo del suo mandato era al 32% di popolarità. Sulle statistiche pesano gli strascichi del caso Benalla, scoppiato a luglio. Un brutto colpo sono state poi le dimissioni di Hulot, in diretta alla radio e senza avvisare, diventate il simbolo della sconfitta nella lotta per salvare l’ambiente e il clima. Col rimpasto di ieri, ha preso il posto di Hulot, François De Rugy, ex ecologista che l’anno scorso si era candidato all’Eliseo per i Verdi e aveva poi raggiunto il movimento En Marche!. Macron lo aveva premiato affidandogli la presidenza dell’Assemblea nazionale, posto che ora potrebbe riprendere Richard Ferrand, macronista fedele e capogruppo En marche! in Assemblea. La nuova ministra dello Sport è invece Roxana Maracineanu, prima campionessa francese di nuoto, nel 1998, a Perth, sui 200 metri dorso. Maracineanu, figlia di rifugiati rumeni, seguiva da luglio per il ministero dell’Istruzione una missione per ridurre gli annegamenti in mare.

La lunga giornata di Macron però non è finita lì. C’era da risolvere anche il grattacapo della riforma fiscale, che dal primo gennaio 2019 introduce il prelievo dell’imposta sul reddito alla fonte, cioè direttamente dalle buste paga. É da un anno che le contabilità delle aziende si preparano. Sono già stati spesi 200 milioni di euro di soldi pubblici. Ma a meno di quattro mesi dall’entrata in vigore l’amministrazione fiscale non sarebbe pronta. Le Parisien ha pubblicato una nota interna rivelando che la fase di test del nuovo sistema di prelievo è stata catastrofica. Migliaia i pasticci, tra casi di omonimia e prelievi effettuati due volte. Il primo ministro Édouard Philippe ieri sera ha confermato che la riforma ci sarà, operativa dall’1 gennaio 2019, come previsto. I francesi trattengono il fiato.

Le piaghe di Tripoli: epidemie di morbillo tubercolosi e rosolia

Una tegola ulteriore sulla popolazione libica alle prese con gli scontri armati tra milizie rivali. Sta avanzando con sempre maggiore virulenza una serie di epidemie che hanno colpito vaste zone del paese nordafricano, compresa Tripoli. Tubercolosi, morbillo, rosolia e anche diarrea, stanno interessando una fetta sempre maggiore di migranti reclusi in condizioni terribili dentro i centri di detenzione. I contagi sono continui, mentre non si contano più i casi di scabbia. La preoccupante analisi è emersa da una serie di riunioni coordinate tra il Ministero della Salute libico e le associazioni internazionali, capeggiate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’epidemia è esplosa da qualche mese, ma si sta espandendo a macchia di leopardo nelle ultime settimane. Morbillo e rosolia avrebbero aggredito la Libia dopo che il primo focolaio è stato intercettato in alcune località sud-orientali dell’Algeria. I casi di morbillo sono quasi mille (144 solo nella prima settimana d’agosto), meno quelli di rosolia, ma preoccupa la diarrea nelle prigioni. L’invio dei vaccini era previsto per l’inizio di settembre, ma l’instabilità sta ritardando le procedure.

“Tra Haftar, Al Sisi e Macron, siamo allo sfacelo”

“Dopo l’università e un master in Francia, nel 2004 mi sono trasferito a Tripoli e non me ne sono più andato perché il mio business finora è andato bene, ma sto perdendo le speranze. Ora, per la prima volta, penso sarebbe meglio tornare in Europa. Ciò che ancora mi frena è la mancanza di prospettive. In Italia non saprei come mantenere la mia famiglia e in Francia non sarebbe comunque semplice. Dovrei ricominciare tutto da capo”. Barricato in casa nella zona occidentale della città, solo parzialmente coinvolta negli scontri, un importatore italo-libico, che ci chiede di non rivelare il nome per ragioni di sicurezza, accetta di spiegare al Fatto ciò che sta accadendo. Pur con la linea telefonica che va e viene, racconta che “l’altra notte non abbiamo mai dormito per il rumore dei colpi di mortaio. Oggi la situazione sembra relativamente calma. La confusione però è tanta. Chi si occupa di affari crede sia in atto un tentativo di sabotare gli accordi della scorsa settimana tra la Banca centrale di Tripoli e quella di Bengasi. Grazie a questi possono essere riaperte le linee di credito e la valuta locale può essere stabilizzata: ma questa decisione è andata di traverso a qualcuno”. Secondo il giovane importatore questo qualcuno è il generale Haftar che “ancora una volta sta facendo il doppio gioco. Ha finto di accettare di trasferire i proventi del petrolio dalla Cirenaica alla Tripolitania per poi ricreare il caos e vanificare così l’accordo. Dietro di lui ci sono Al Sisi, Putin ma anche Macron. Anche la Francia sta facendo il doppio gioco: da una parte dice di sostenere il governo Serraj riconosciuto da Onu e Unione europea, dall’altra regge bordone ad Haftar non solo sul petrolio ma anche per ingraziarsi Al Sisi allo scopo di dimostrargli che è più affidabile dell’Italia e tentare di strappare all’Eni lo sfruttamento dei giacimenti di gas”. L’Eni oltre ad avere scoperto il giacimento di Zohr nel 2015, allora considerato il più grande del Mediterraneo, ne avrebbe trovato uno ancora più vasto, ossia Noor.

“È evidente che l’Egitto, e di conseguenza, la Francia, abbiano interesse a sostenere Haftar nel tentativo di prendere il potere in tutto il paese e tenere destabilizzata la Libia. Dopo la rivoluzione del 2011 sembrava che le cose potessero rimettersi a posto, ma dalla guerra civile del 2014 la situazione è andata degenerando. Sia in termini di servizi sia che di sicurezza. L’elettricità è razionata da anni, i rapimenti a scopo estorsivo sono una piaga. Poco tempo fa mi hanno fermato a un posto di blocco dei finti poliziotti. Dopo avermi interrogato, picchiato e puntato un kalashnikov alla tempia, anziché rapirmi, si sono accontentati di prendermi portafoglio e cellulari. Quando sono andato al comando di polizia mi hanno detto che avevo violato la direttiva Onu che vieta gli sconfinamenti da un quartiere all’altro. Le milizie che sostengono Serraj sono entrate in conflitto per spartirsi la torta petrolifera. Ora Serraj pare stia tentando di fare un repulisti dei vari gruppi sempre meno fedeli, che non solo tengono sotto ricatto il governo ma hanno avvelenato la vita quotidiana della gente. Speriamo il suo piano non fallisca. Ma non è detto”.

Parigi corsara del petrolio

Le dichiarazioni concilianti di queste ore sono cortine di fumo, dietro cui ci sono divergenze d’interessi e soprattutto d’ambizioni, specie, se non esclusivamente, tra Italia e Francia, almeno in campo occidentale – gli Usa vogliono solo restarne fuori. L’Italia vanta sulla Libia l’eredità coloniale, pesante, ma concreta; una presenza energetica importante con l’Eni; e legami istituzionali concretizzati nel Trattato di Bengasi del 2008 la cui attuale rilevanza politica e giuridica è discutibile, ma non è a priori nulla. Ma al primo posto c’è, in questo momento, la questione migranti: chi controlla le coste libiche controlla i flussi verso l’Italia.

Parigi, che si sente una sorta di tutore, o interlocutore privilegiato del Nord Africa, digerisce male il primato dell’Italia in Libia, gioca gli interessi della Total contro quelli Eni, non accetta l’idea, condivisa dagli americani, d’una ‘cabina di regia’ italiana per il Mediterraneo.

La guerra del 2011 anti-Gheddafi nasceva, in parte, dal desiderio di Sarkozy di rimpiazzare in Libia un’Italia ‘azzoppata’ dall’amicizia di Berlusconi per il Colonnello. L’azione di disturbo di Macron è in apparente contraddizione con l’interesse di sicurezza francese nei Paesi sub-sahariani, Ciad, Niger, Mali. L’Italia, sul finire del 2017, aveva dato un’eco positiva alle richieste francesi, accettando di trasferire in Niger una parte del suo contingente afghano – circa 500 uomini -, sempre con la missione di contrastare il terrorismo integralista.

Roberto Aliboni, dello Iai, forse il massimo esperto di Libia italiano, colloca quanto sta avvenendo “nel contesto del degrado politico complessivo che la Libia sta subendo”, escludendo che si tratti “di una pura e semplice guerra di bande criminali e mafiose”. Strada facendo, “il piano d’azione dell’Onu – osserva Aliboni – ha perso il processo di dialogo e ricomposizione politica che, tramite la Conferenza nazionale e il referendum sulla Costituzione, doveva fondare un forte consenso e una ritrovata coesione sociale”: sono rimaste solo le elezioni politiche.

Anche Macron punta al voto, ma sostituisce al processo dell’Onu “un traballante accordo di vertice fra i poteri in essere (Serraj a Tripoli, Haftar a Tobruk)”. Le elezioni di Macron sono viste in Libia come un modo per escludere più o meno legittimi protagonisti e per preparare la spartizione del potere fra i presenti alla conferenza di Parigi del 29 maggio, con la presidenza della Repubblica per il generale Haftar. Di qui, il risveglio dei conflitti e l’attacco a Tripoli: resta da vedere se si tratti di una mossa pro o contro Haftar, che è anche l’interlocutore privilegiato di Egitto e Russia.

A Macron, che chiedeva appoggio al suo piano, il governo italiano ha risposto che il problema “non è tanto fare le elezioni quanto preparare un consenso costituzionale che porti a elezioni credibili”. E l’Italia sta preparando, come indicato da Conte in visita a Washington il 30 luglio, una conferenza a Palermo cui saranno invitate tutte le parti libiche, quelle che erano a Parigi e, soprattutto, quelle che non c’erano. “La crisi – osserva Aliboni – rafforza le motivazioni politiche dell’iniziativa italiana ma ne rendono assai più difficile la realizzazione”.

Indire la conferenza, però, non basta. Bisogna arrivarci con una proposta, per rilanciare e riproporre il processo di coesione e consenso che Salamé non ha potuto o saputo realizzare. L’iniziativa – prevede Aliboni – avrà il sostegno di Onu e Usa e consensi in Europa specie tedeschi. Ma, per avere successo, ci vuole “un consenso europeo e quindi uno sforzo cooperativo verso la Francia (e non la canea anti-francese di queste ore)”.