I sette punti dell’intesa tra milizie: riapre l’aeroporto

Ecco i sette punti dell’accordo raggiunto a Zawia (cittadina portuale a una ventina di chilometri a ovest di Tripoli) dalle milizie in conflitto a Tripoli e mediato dalle Nazioni Unite, secondo il testo rilanciato dai media Al Ahrar e Alwasat.

1) Cessazione di tutte le ostilità;

2) Non commettere nuovi atti di ostilità;

3) Non esporre i civili a pericoli, rispetto dei principi dei diritti umani citati nei trattati internazionali e nazionali;

4) Non toccare beni pubblici e privati;

5) Assicurare l’apertura dell’aeroporto di Mitiga, di tutte le strade della capitale e di quelle che vi confluiscono;

6) Evitare ogni misura che crei uno scontro armato come uno spostamento di truppe o armamenti, in particolare qualsiasi atto che crei tensione;

7) Assicurare il rispetto di questo documento da parte di tutte le truppe
e forze dei firmatari del documento stesso.

“Il pescatore-trafficante è un salvatore”

Arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina Chamseddine Bourassine, il pescatore che salva i migranti vivi e seppellisce quelli morti. L’uomo, tunisino di Zarzis, porto a sud del Paese a pochi chilometri dal confine con la Libia, è il capitano dell’omonimo peschereccio fermato sabato da unità navali della Guardia di finanza della Brigata di Lampedusa. Poco prima la motopesca di Bourassine aveva intercettato una barca in difficoltà con a bordo 15 migranti subsahariani e nordafricani e aveva deciso di agganciarla per poi trainarla verso l’isola nel canale di Sicilia. Oltre a Bourassine sono finiti in manette altri 5 membri dell’equipaggio, al momento rinchiusi nel carcere di Agrigento. Gli arresti sono stati convalidati lunedì mattina. Gli inquirenti non hanno dubbi: Bourassine e l’equipaggio sono dei trafficanti di migranti. La loro attività sarebbe stata monitorata anche con l’ausilio di elicotteri per quasi tutta la giornata prima dell’intervento. Diversa la versione presentata da alcune organizzazioni tunisine. A partire dall’associazione dei pescatori di Zarzis: “In nessun caso quei marinai potranno essere assimilati a dei contrabbandieri – hanno scritto i pescatori nella lettera diretta all’ambasciatore italiano a Tunisi. Sono duri lavoratori con alti valori umani. Chamseddine per noi è un esempio da seguire e prenderlo per criminale ci riduce tutti alla stessa sorte. Davanti a dei naufraghi non pensiamo al colore della loro pelle, alla nazionalità e alla religione”. Le due imbarcazioni, il peschereccio e il natante con i disperati a bordo, sono state sequestrate e si trovano a Lampedusa.

Domani un gruppo di associazioni che fanno parte di Terre pour Tous, supportati da attività di altri Paesi, Italia compresa, manifesteranno il loro dissenso al provvedimento davanti all’Ambasciata italiana di Tunisi: “È tutto un malinteso, Bourassine non è un trafficante di esseri umani, è anzi un uomo unico. Salvare vite non è un reato”, afferma una delle organizzatrici. I pescatori di Zarzis, Chamseddine in particolare, sono conosciuti per la loro doppia attività: uomini di mare per campare e volontari del salvataggio in acqua. In quello spicchio di Mediterraneo i naufragi sono frequenti e sono tantissimi i migranti salvati da Bourassine e da altri colleghi. A lui, tuttavia, tocca un’altra, macabra pratica, essere il becchino di chi non ce l’ha fatta. È stato proprio lui, qualche anno fa, a inaugurare i pietosi riti, formando in poco tempo un vero e proprio cimitero di senza nome.

Dopo la tregua, adesso l’Italia lavora per arrivare alle elezioni

Eadesso la conferenza internazionale promossa dall’Italia e le elezioni, magari non il 10 dicembre come chiesto dalla Francia, ma presto. La situazione in Libia pare sbloccarsi con un tweet dell’Onu: accordo in Libia “per porre termine a tutte le ostilità, proteggere i civili e la proprietà privata”, oltre alla riapertura dell’aeroporto di Mitiga a Tripoli. La notizia arriva poco dopo la fine del vertice a Palazzo Chigi convocato dal premier Conte per discutere sulla situazione.

I report dell’intelligence sul tavolo di Conte e le informazioni raccolte dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e di quello degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, raccontavano una situazione un po’ diversa da quella drammatica rilanciata dai media e dalle agenzie internazionali: il caos intorno a Tripoli, con scene di guerra come non si vedevano da tempo, era un passaggio verso una possibile stabilizzazione. Tutti i protagonisti della scena politica libica – a cominciare dalla famosa settima brigata di Tarhuna – si stanno posizionando per le prossime elezioni. Riaffermare un proprio peso nell’area di Tripoli, la capitale considerata di tutti e non soltanto del governo riconosciuto dall’Onu di Fayez Al Serraj, era un modo di farsi trovare pronti per le urne.

Il comunicato di Palazzo Chigi dopo il vertice si limita a poche righe sulla Libia e il riferimento a una conferenza in novembre e che dovrebbe coinvolgere tutti gli attori sul terreno. La linea dell’Italia in questi anni è sempre stata che la Libia può essere stabilizzata soltanto dai libici stessi, ricostruendo delicati equilibri saltati con la guerra del 2011, voluta soprattutto dalla Francia di Nicolas Sarkozy. E proprio la Francia continua a interferire con l’approccio italiano: a fine maggio, il presidente Emmanuel Macron ha portato a Parigi il premier Serraj e il generale Khalifa Haftar che controlla la Cirenaica, l’area orientale del Paese.

Macron punta a consolidare l’influenza francese sulla ricca regione meridionale del Fezzan, piena di materie prime, mentre sogna un maggiore ruolo nel Paese per la Total, a scapito dell’italiana Eni. L’Italia, prima con il governo Gentiloni, ora con Conte, ha un obiettivo opposto: tenere unito il Paese ed evitare che le istituzioni collassino. Non soltanto per preservare gli investimenti dell’Eni, ma anche perché una Libia stabile può tenere sotto controllo le coste e contrastare il traffico di esseri umani.

Nella prospettiva italiana, Haftar non è un ostacolo insormontabile: il generale, a 75 anni e con una salute funestata da recenti problemi, non ha più ambizioni presidenziali. Anche il militare sa che una ricomposizione con Tripoli è inevitabile, anche perché ci sono interi pezzi di pubblica amministrazione che negli anni di caos politico hanno comunque continuato a lavorare per entrambi i governi, quello legittimo di Tripoli e quello di Haftar a Tobruk.

L’Italia sta lavorando con uno stile più discreto di quello di Macron, c’è un canale di comunicazione aperto tra il ministro Moavero e Haftar (oltreché con Serraj), Alberto Manenti, il capo del servizio segreto che opera all’estero, l’Aise, verrà avvicendato a breve ma intanto continua a lavorare con Salvini sia per monitorare le operazioni sul terreno sia per gli effetti sul traffico di migranti.

Dopo la stretta sulle navi private delle Ong, le partenze sono crollate. Ma ora il governo guarda al vertice informale di Salisburgo tra capi di Stato e di governo del 20 settembre per presentare una bozza di proposta condivisa su come trattare le persone salvate in mare. L’obiettivo è di coinvolgere i Paesi del “gruppo di Visegrad” ostili a ogni accoglienza almeno per aumentare gli aiuti ai Paesi di provenienza dei migranti. Un negoziato che si trasferisce su quello parallelo del bilancio comunitario dei prossimi sette anni, su cui l’Italia ha comunicato di essere pronta a mettere il veto.

19enne finalista di un reality show musicale investe e uccide ciclista

Distratta da un insetto che era entrato nell’abitacolo dell’auto ha investito e ucciso un ciclista. L’incidente mortale è avvenuto attorno alle 12 ad Azzano Decimo (Pordenone). L’auto guidata da Asia Sagripanti, 19 anni, finalista nel programma televisivo The Voice of Italy 2018, ha travolto un ciclista di 52 anni, residente nella frazione di Tiezzo. Per il ciclista non c’è stato nulla da fare, Asia invece è stata subito trasportata in ospedale in stato di choc. Di Pordenone, Asia ha iniziato a suonare la chitarra da giovanissima, sin dalle elementari. Ha anche voluto raccontare la sua storia, che è stata segnata dalla perdita della mamma.

Giornalisti cattolici con Francesco: “Affetto e solidarietà”

“Esprimiamo il nostro affetto a Papa Francesco per gli attacchi che ha dovuto subire ultimamente: i giornalisti cattolici sono con il successore di Pietro, sempre alla ricerca della verità”. È la solidarietà per il Pontefice espressa dagli organizzatori del Meeting nazionale dei giornalisti cattolici, in programma il 12 settembre a Roma, durante il quale parteciperanno all’udienza generale in piazza San Pietro. Tema conduttore dell’iniziativa sarà “Umanità aumentata: quale visione di uomo per l’epoca odierna, declinato in ambito ecclesiale, politico e sociale”.

L’incontro di Roma sarà il primo degli appuntamenti itineranti del Meeting. Il secondo si terrà in ottobre ad Ascoli Piceno, il terzo a Bergamo, sempre nel mese di ottobre, e il quarto a Grottammare, tra novembre e dicembre. I partner del Meeting sono Avvenire, Tv2000, Agensir, Ucsi (Unione cattolica stampa italiana), Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e Aleteia. Il tutto in collaborazione con l’Associazione culturale “Giuseppe De Carli – Per l’informazione religiosa” e la Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce.

Spavento Vaticano: tutti i nomi nella lista della lobby gay

Dietro al tenace silenzio dei vertici del Vaticano rispetto a quanto denunciato nell’ormai famoso documento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò potrebbe esserci la paura di essere smentiti da nuovi fatti e vicende che porterebbero all’esplosione di quella “guerra atomica” di cui – da giorni – voci interne alla Santa Sede riferiscono.

Ieri vi abbiamo raccontato il “caso Farrell”: sarebbe depositato in Vaticano, presso la Congregazione per la dottrina per la fede che si occupa di indagare i reati sessuali e contro la morale, un dossier sul vescovo ausiliare di Washington, Kevin Joseph Farrell, che se non smentito, ricadrebbe addosso al Pontefice come un macigno. Farrell, nominato direttamente da Bergoglio a capo del Dicastero per la famiglia, avrebbe convissuto con Theodore McCarrick, ex cardinale, già arcivescovo di Washington, coinvolto in diversi casi di abusi sessuali ai danni di seminaristi.

Contattata la Congregazione per avere un commento, o eventualmente una smentita, la risposta è stata: “Non ci sarà nessuna comunicazione”. Il Vaticano dunque non smentisce Il Fatto Quotidiano, ma sceglie come per McCarrick la strategia del silenzio. Anche perché le preoccupazioni della Santa Sede non si esauriscono qui.

Le nuove nubi all’orizzonte riguardano la concreta possibilità che escano documenti contenuti nell’inchiesta che i cardinali Julián Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi consegnarono a Benedetto XVI prima delle sue dimissioni. Il rapporto contiene un quadro dettagliato e inquietante della corruzione morale e materiale del clero, con nomi, cognomi e circostanze. Siamo eccezionalmente riusciti a visionare un documento con intestazione pontificia contenuto nell’inchiesta, e di cui qui pubblichiamo uno stralcio: si tratta di una lista di prelati e laici che apparterrebbero alla cosiddetta lobby gay, che attraverso ricatti e segreti potrebbero condizionare, o aver condizionato, posizioni e carriere (le loro, come quelle degli altri).

Non riveleremo i nominativi indicati nell’elenco, ma possiamo confermare che tra i nomi sono presenti persone rimosse dal Papa, altre spostate di ufficio, altre che invece tuttora ricoprono importanti incarichi all’interno di organi strategici per il Vaticano, come per esempio Propaganda Fide e addirittura la Segreteria di Stato.

L’inchiesta dei tre cardinali Herranz-Tomko-De Giorgi finora è rimasta top secret. Una cerchia ristretta ma non esigua di persone ha avuto però modo di leggerlo, e questo già prima del Conclave, per dare una mano allo Spirito Santo che avrebbe portato poi Bergoglio sul soglio pontificio. Per redigere il dossier furono interrogati decine di sacerdoti e alti prelati, e raccolti documenti di ogni tipo. Se l’opinione pubblica venisse a conoscenza del contenuto della relazione finale sarebbe un disastro per l’immagine della Chiesa, già devastata in tutto il mondo dagli scandali sessuali. Ma è quello che in questa fase potrebbe accadere, visto che il volteggiar di corvi è una prassi secolare in Vaticano che rispunta fuori ogni qualvolta la guerra tra bande si fa più dura.

E stavolta la guerra è al Papa stesso. Bergoglio, del resto, non può certo contare sulla protezione della Curia, visto il rapporto complicato che si è instaurato sin da subito, per questioni di potere, personali e dottrinali (si ricordi solo la questione dei Dubia sollevati da quattro cardinali al Papa sull’enciclica Amoris Laetitia, in cui Bergoglio apriva alla comunione per i divorziati risposati).

Ma Francesco non può contare nemmeno su alcuni dei suoi più potenti amici e sostenitori, travolti loro stessi da scandali per abusi sessuali o per aver coperto tali comportamenti: da McCarrick a Farrell, dal cardinale Roger Mahony al cardinale Godfried Danneels, dai prelati cileni al potentissimo cardinale George Pell, il numero tre del Vaticano, attualmente in Australia sotto processo per reati sessuali plurimi. Pell avrebbe voluto dimettersi dall’incarico di ministro delle Finanze vaticane, ma il Papa ha preferito un semplice congedo. Del resto, quando fu nominato numero tre del Vaticano le sue vicende non potevano non essere note a Bergoglio stesso.

Chiediamo attraverso queste pagine a Papa Bergoglio, al Segretario di Stato Parolin di fare chiarezza su McCarrick, Farrell e sulla commissione dei tre cardinali, sulle questioni morali non ci si può nascondere dietro al silenzio. La riforma della chiesa passa anche attraverso la verità.

Incendio nella metro: chiuse dieci stazioni Cedimenti a Borgo Pio

Metro A bloccata ieri a Roma, chiuse dieci stazioni tra San Giovanni e Ottaviano. La causa è stata un incendio divampato nel pomeriggio in una galleria servizi interrata in via Marsala, alla stazione Termini, dove passano cavi elettrici, telefonici e fibra. Sono intervenute quattro squadre di Vigili del fuoco. I disagi a Roma non hanno riguardato solo coloro che hanno usato la metropolitana, impossibilitati a scendere a Termini dove i convogli sono passati senza fermarsi, ma anche i passeggeri dei mezzi in superficie che hanno dovuto far fronte ai problemi della linea tranviaria 3 e 14 a causa di un danneggiamento di un cavo elettrico. Non è stata una giornata fortunata per la Capitale che oltre ai disagi sui mezzi pubblici ha assistito ieri mattina alla caduta di alcuni frammenti dello storico Passetto di Borgo che collega il Vaticano a Castel Sant’Angelo. Intervenuti sul posto i pompieri hanno transennato la zona insieme alla polizia Locale e portato via altri pezzi del Passetto per “imminente pericolo di caduta”. Si tratta del terzo crollo in sei giorni per la Capitale dopo quello di venerdì del tetto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami e quello di sabato di alcuni massi della Rupe Tarpea, vicina ai Fori Imperiali.

Nardella vieta i panini in centro. Ora i turisti rischiano la multa

“Forbidden,vietato!”. I due turisti britannici che si sono appena messi a sedere sul marciapiede di via dei Neri per gustarsi la focaccia quasi non ci credono. E inizialmente pensano di non capire quello che gli sta spiegando, con tanto di gesti, la vigilessa. E cioè che lì, loro, non possono fermarsi a mangiare: devono spostarsi di qualche decina di metri oppure ci sarà una multa fino a 500 euro. Infatti ieri è entrata in vigore la cosiddetta “ordinanza anti-panini” firmata lunedì dal sindaco di Firenze Dario Nardella per combattere i bivacchi nel centro storico: “L’obiettivo è quello di combattere i turisti cafoni che non rispettano i luoghi pubblici” ha detto ieri il primo cittadino che all’ora di pranzo è andato proprio in via dei Neri per spiegare a cittadini e commercianti il contenuto della nuova normativa che rimarrà in vigore tutti i giorni tra le 12 e le 15 e tra le 18 e le 22 fino al 6 gennaio prossimo.

A Firenze, infatti, da tempo il Comune sta provando a combattere il turismo selvaggio che invade le vie del centro storico facendo allontanare i fiorentini e così ha deciso di mettere in campo questa nuova e insolita misura per evitare i bivacchi causati dai tanti locali che vendono cibo da asporto: “Al fine di garantire il decoro e la vivibilità dell’area di Via dei Neri – si legge nel documento – si rende necessario imporre il divieto di consumare alimenti soffermandosi e trattenendosi, anche singolarmente, sui marciapiedi e sulle soglie di negozi e abitazioni e sulla carreggiata”. Oltre alla via dove sono concentrati tutti i locali, l’ordinanza è stata estesa anche ad altre tre strade molto affollate del centro di Firenze: via della Ninna, Piazza del Grano e il Piazzale degli Uffizi.

Mistero di sangue tra le risaie: dieci coltellate in garage al riparatore di biciclette

Un artigiano ucciso con violenza nella sua piccola officina alla periferia di una città dove gli omicidi non sono certo frequenti. La tranquillità di Vercelli sconvolta in un martedì di fine estate. Il corpo senza vita di Antonello Bessi, 57 anni, è stato trovato ieri mattina nel piano interrato di una villetta in via Walter Manzone, nel rione Canadà, dove la città finisce e poi cominciano le risaie. Lì l’uomo, che per anni ha gestito un negozio di biciclette in città, aveva aperto un laboratorio di riparazioni. A dare l’allarme intorno a mezzogiorno sarebbero stati i vicini di casa. Sul posto sono intervenuti gli agenti della Squadra mobile della questura di Vercelli coordinati dal sostituto procuratore Francesco Alvino. Sul corpo dieci, forse dodici ferite. È stato ucciso con un’arma da taglio, ma ancora non si sa quale sia. L’area è stata delimitata e gli uomini della polizia scientifica hanno passato al setaccio i cassonetti dell’immondizia della zona alla ricerca dell’arma del delitto e di altri indizi utili a identificare il responsabile dell’omicidio.

Gli investigatori hanno anche ascoltato diversi testimoni, come i vicini di casa e le persone che ieri mattina erano nel bar di fronte all’edificio in cui è stato trovato Bessi. Si indaga a tutto tondo per scandagliare sia la vita personale, sia quella professionale della vittima, che viveva insieme ai genitori in una cascina fuori città, verso Pavia. Una famiglia semplice. I genitori, anziani, gestiscono un’attività di vendita e manutenzione di bombole di gas e lui riparatore di biciclette. Insomma, non persone che navigano nell’oro. In città si parla di Bessi come uno degli ultimi artigiani rimasti, di quelli che a volte eseguono le riparazioni di biciclette in cambio di niente. Un uomo onesto, insospettabile.

Arrestati padre e figlio. Uccisero e bruciarono il corpo di un mediatore culturale

“Ezio… u mazzau (lo ha ucciso)… gli sembra che non lo spara”. E ancora: “Lo ha bruciato lui”. Ci hanno messo poco più di due mesi i carabinieri a fare luce sull’omicidio di Stefano Piperno, il giovane di 34 anni sparito a metà giugno mentre si recava nel Centro di accoglienza di Nicotera (Vibo Valentia) dove si occupava dell’alfabetizzazione dei migranti. Dopo pochi giorni, il corpo del ragazzo è stato ritrovato carbonizzato all’interno della sua Fiat Punto che era stata incendiata per cancellare le tracce degli assassini.

L’operazione “Metide” è scattata ieri all’alba. In carcere con l’accusa di omicidio, occultamento e soppressione di cadavere sono finiti Francesco ed Ezio Perfidio, di 58 e 34 anni, padre e figlio, di Nicotera.

Dietro l’inchiesta, coordinata dal procuratore di Vibo Valentia Bruno Giordano e dal sostituto Filomena Aliberti, c’è la storia di due famiglie: quella della vittima, due genitori disperati che cercavano di fare uscire il figlio dal tunnel della cocaina, che gli pagavano i debiti contratti in giro per rifornirsi di droga e che addirittura si erano rivolti agli spacciatori, due anni fa, per “pregarli” di non cedere più le dosi a Stefano.

E poi c’è la famiglia dei due indagati Francesco Perfidio, detto “Carrozza”, e suo figlio Ezio. Una famiglia che gestiva, stando agli inquirenti, un giro di spaccio dove è indagato anche un minorenne. Tra Ezio Perfidio e Stefano Piperno, quel pomeriggio, c’era stata una lite per un piccolo debito di 140 euro che la vittima non riusciva a pagare. Una cifra irrisoria, ma lo spacciatore ha imbracciato lo stesso il fucile e ha ucciso il giovane mediatore culturale.

Per eliminare le loro tracce, i due Perfidio avrebbero poi riposto il cadavere nell’auto e, prima di abbandonarla a due chilometri dalla loro abitazione, in località Britto, hanno bruciato tutto.