Al via la stagione degli sgomberi: sedici edifici “urgenti”, 700 persone coinvolte

Due edifici da liberare subito, cui seguiranno “a stretto giro” altri due stabili. E una road-map che entro l’anno porterà alla smobilitazione di circa 700 persone, di cui almeno 200 bambini e altrettante famiglie. Roma si prepara alla stagione degli sgomberi, accelerata dalla circolare del Viminale ai prefetti, che preme come un macigno sugli enti locali. Sedici, in totale, quelli definiti “urgenti” rispetto ai 74 individuati nel 2016. Le prime a traslocare saranno le 29 famiglie (60 adulti e 21 bambini) di via Carlo Felice, zona San Giovanni, alle quali la proprietà (Bankitalia) ha proposto di trasferirsi nella vicina via Giolitti, soluzione che permetterà la continuità scolastica e lavorativa degli occupanti. Subito dopo si passerà alla periferia est, in via Costi (zona Tor Cervara) dove vivono circa 50 famiglie di nazionalità romena e nigeriana. Quindi, si procederà con lo stabile ex Penicillina di via Tiburtina 1040 e quello di via Collatina 385, abitati da circa 400 persone, soprattutto rifugiati politici. Per tutti loro, al momento, la “ricollocazione” appare un miraggio.

Oggi il prefetto di Roma, Paola Basilone, presiederà il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza, alla presenza di esponenti di Comune e Regione. Questi ultimi, ieri pomeriggio si sono già riuniti, convocati dall’assessore regionale Massimiliano Valeriani, per studiare le soluzioni da portare a Palazzo Valentini e arginare la perentorietà delle indicazioni ministeriali. L’impegno è di effettuare subito i censimenti e studiare le alternative per accogliere le famiglie che si ritroveranno senza un tetto. La Regione ha deciso di rimettere sul tavolo i 40 milioni già stanziati due anni fa per un più ampio progetto di housing sociale e poi ritirati nel giugno scorso per “mancanza di risposte” dal Comune. Con questi soldi si dovranno reperire sul mercato di nuovi alloggi da e procedere al frazionamento, ove possibile, delle case Ater. L’obiettivo di tutti è evitare il caos dell’agosto 2017, quando gli sgomberi “a sorpresa” di via Curtatone e Cinecittà Est crearono disordini e portarono decine di famiglie a dormire in strada per settimane.

Come detto, la priority-list della Prefettura contiene 16 indirizzi, urgenze derivanti dalla presenza di stabili “pericolanti”, “gravati da sequestro preventivo” o “la cui occupazione comporta danni erariali”. Questi fanno parte di un elenco totale di 74 immobili da liberare, inserito nella delibera 50/2016 dell’allora commissario capitolino Francesco Paolo Tronca. L’elenco comprende molte occupazioni definite “storiche” dai Movimenti per la Casa, come l’ex lavatoio di Santa Maria della Pietà, Corso d’Italia, viale delle Provincie e via Santa Croce in Gerusalemme. In lista anche l’attuale sede nazionale di CasaPound, in via Napoleone III, stabile dove vivono anche alcune famiglie: il fatto di non aver ottenuto la “regolare” concessione capitolina ai tempi di Alemanno ha permesso a Di Stefano e “camerati” di essere esclusi dalla sentenza della Corte dei Conti sul caso Affittopoli, che ha portato il Comune di Roma a sgomberare, ad esempio, la storica sede del Pd di via dei Giubbonari o quella di Fdi a Colle Oppio.

Peppina, simbolo dei terremotati, potrà rientare a casa

La Procura di Macerata ha dato parere favorevole al dissequestro della casetta abusiva di nonna Peppina, la 95enne di Fiastra divenuta un simbolo per i terremotati legati ai loro paesi. Ora manca solo la decisione del giudice, ma intanto l’anziana è in ospedale. Giuseppa Fattori ha portato avanti una battaglia con la burocrazia: pur di rimanere nella frazione dove è sempre vissuta era tornata nel container rimasto dal terremoto del 1997, senza acqua né riscaldamento. I familiari, non riuscendo a convincerla ad andare con loro, le avevano costruito una casetta in legno, che però è stata messa sotto sequestro perché priva di autorizzazione paesaggistica. Ieri però il procuratore capo Giovanni Giorgio ha depositato al giudice per le indagini preliminari il parere favorevole al dissequestro. Il procuratore ha chiesto al gip che venga espressamente specificato che l’immobile potrà essere utilizzato solo per le esigenze abitative di Peppina, e se la stessa non lo dovesse utilizzare, dovrà essere demolito in quanto abusivo; la demolizione dovrà scattare comunque non appena l’anziana riavrà la sua casa danneggiata dal sisma.

Genova, protestano gli sfollati. Si chiude il cerchio degli indagati

Le figure da indagare ci sono, la palla ora passa alla Procura di Genova. La Guardia di finanza ha definito ruoli e funzioni nel tempo, dopodiché ha fatto “match” con i documenti di allarme sulla stabilità del ponte Morandi passati a chi ricopriva quelle cariche. Una calcolo algebrico sulle responsabilità che, secondo i pm, basta per indagare i funzionari del Mit, del Provveditorato e i manager di Autostrade (Aspi) e di Spea. Questa la conclusione ricavata ieri dopo un vertice tra i magistrati e la polizia giudiziaria. Elenchi o liste di persone sono stati consultati, il numero è ristretto. L’atto è quasi definito. Per chiudere non serve altro. Non documenti informali nei quali qualcuno possa aver detto di chiudere il traffico. Secondarie anche le chat. Basta il ruolo ricoperto nel periodo che va dal 2014 al crollo del 14 agosto. Pochi dubbi sugli allarmi: quelli contenuti nelle carte del 2014, lo studio del Cesi e del Politecnico, il progetto di retrofitting di Spea e le cinque lettere del capo della Manutenzione di Aspi. L’accelerazione è evidente. Si lavora anche per iscrivere Autostrade ai sensi della legge 231 (responsabilità amministrativa). Il procuratore Cozzi ha spiegato che l’incidente probatorio sarà fatto prima della demolizione.

Giornata importante ieri e non solo in Procura. Cinquanta sfollati hanno protestato davanti all’ingresso del Consiglio regionale. Molti cittadini di via Porro, le cui case stanno sotto il pilone 10, hanno urlato: “Veniamo prima noi delle imprese”. Il sindaco Bucci ha annunciato che la soluzione arriverà a fine di settembre.

A Roma, il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti (Mit) Danilo Toninelli ha riferito alla Camera ribadendo che sarà Autostrade a pagare demolizione e ricostruzione, opera che però non spetterà ad Aspi ma a un’azienda pubblica. Quindi è passato ai documenti della concessione tra Autostrade e ministero desecretati direttamente dal Mit. Una scelta, ha spiegato, che è stata molto avversata. “Abbiamo avuto pressioni esterne e interne”. Pressioni, che fonti qualificate spiegano essere arrivate da un lato dalla stessa società Autostrade e dall’altro dall’interno dello stesso Mit. In particolare dalla Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradale il cui responsabile da circa un anno è il dottore Vincenzo Cinelli, nominato dall’ex ministro Delrio e arrivato a occupare la poltrona che per oltre 10 anni è stata dell’architetto Mauro Coletta.

Due nomi questi che rientrano in una lista di circa 15 persone messe insieme dalla Procura. Nessuno allo stato è indagato. Dopo l’annuncio del ministero parte del Pd è insorto chiedendo che il “pacchetto” delle presunte pressioni venga girato ai pm. Di Maio ha annunciato un decreto urgente. Annuncio criticato dal governatore Giovanni Toti: “Servono meno polemiche e più fatti”.

Il perito accusa Autostrade: “40 morti per il guard rail”

Dopo i consulenti della Procura di Avellino, lo afferma anche il perito del giudice che a fine dicembre dovrebbe emettere la sentenza nei confronti dell’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, e altri 14 imputati. La strage del viadotto di Acqualonga – 40 morti intrappolati in un bus Volvo precipitato nel vuoto il 28 luglio 2013 lungo un tratto di autostrada A16 in provincia di Avellino – si sarebbe potuta evitare e “derubricare in grave incidente stradale se solo le barriere fossero state tenute in perfetto stato di conservazione”.

Autostrade per l’Italia (Aspi) però non avrebbe adempiuto a quest’obbligo. Altrimenti la traiettoria impazzita del vecchissimo pulmino turistico, dovuta alla rottura dell’impianto frenante – e poi si scoprirà che il certificato di revisione del veicolo era, secondo l’accusa, fasullo – avrebbe avuto un altro esito, il mezzo “sarebbe stato concretamente trattenuto in carreggiata, fino al suo arresto definitivo”. Aspi non avrebbe rispettato nemmeno l’obbligo di legge a partire dal 2004 di fornire “al ministero delle Infrastrutture ogni due anni un rapporto sommario che fornisca indicazioni sulla efficienza e funzionalità delle barriere, segnalando eventuali deficienze”.

Il perito lo ha accertato dai dati ottenuti dalla Direzione Generale Sicurezza stradale del Mit. Così l’ente gestore di quel tratto autostradale lasciò degradare i tirafondi fino a marcire con ricadute sulla capacità dei new jersey di reggere l’urto: “Il quadro che emerge dalla documentazione è impietoso, e rappresenta importanti percentuali di tirafondi non efficienti e un avanzatissimo stato di corrosione”. Lo scrive l’ingegnere Felice Giuliani, docente di Ingegneria delle Infrastrutture a Parma, nella perizia chiestagli dal giudice monocratico di Avellino Luigi Buono e depositata nella cancelleria del Tribunale.

Da ieri a mezzogiorno le conclusioni dell’ingegnere Giuliani sono ufficialmente agli atti del processo. Alla sbarra ci sono Castellucci, il direttore generale di Aspi all’epoca Riccardo Mollo e alcuni tra i responsabili della sicurezza dell’A16, nonché direttori e funzionari del tronco autostradale dal 2010 in poi.

Sono imputati anche i responsabili dell’azienda titolare del pulmino e i funzionari della Motorizzazione civile che avrebbero collaborato nella falsificazione del certificato di revisione. Il Fatto Quotidiano è riuscito a visionare i punti salienti della perizia di 114 pagine messa a disposizione delle parti, ovvero la Procura guidata da Rosario Cantelmo e i legali degli imputati, tra i quali gli avvocati Giovanna Perna, Massimo Preziosi, Antonio Rauzzino.

Riguardano le risposte ai quesiti sulla eventuale inidoneità delle barriere tra le cause dell’incidente e se “diversi presidi di sicurezza e l’ancoraggio al suolo delle barriere con tirafondi non corrosi sarebbero risultati idonei a scongiurare la tragica fuoruscita dell’autobus”. Per il professore Giuliani non ci sono dubbi: new jersey mantenuti in condizioni ottimali avrebbero salvato molte vite.

L’ingegnere è stato chiamato a dirimere i dubbi del Tribunale dopo le diverse risultanze dei consulenti del pm e dei legali di Aspi. Ed ha sostanzialmente dato ragione ai primi, che avevano puntato il dito sulla corrosione dei bulloni di ancoraggio dei new jersey, precipitati dopo l’impatto del bus avvenuto a una velocità da loro calcolata in 92 km/h e con un angolo non superiore a 13 gradi. Ma le conclusioni di Giuliani sono più severe: secondo lui il Volvo si scontrò sul guard rail a 89 km/h con un angolo di 11,9 gradi. Quindi esercitando una forza inferiore.

Per l’ingegnere la barriera, se perfettamente mantenuta, avrebbe risposto bene “anche nel caso del più severo impatto di 92 km/h e 19 gradi sessagesimali (tesi Aspi)”. I consulenti di Autostrade, però, avevano evidenziato che il fenomeno di corrosione degli ancoraggi non fosse prevedibile e conoscibile perché mancavano pregresse esperienze in materia: l’incidente, a loro parere, fu causato dall’autista e dalle condizioni del bus. Il perito del giudice non è d’accordo.

“L’affermazione che il problema non era conosciuto è grave e fuorviante… si può facilmente invece argomentare in senso opposto: sono ben noti gli effetti prodotti dall’ambiente aggressivo e dai cicli termici e igrometrici su tutte le opere civili” e il pericolo si poteva desumere “dall’osservazione attenta degli altri connettori metallici delle barriere… e dai danni rilevati sulle strutture principali dell’impalcato (armature delle travi)”.

Esondazioni Seveso: indagati gli ex sindaci e un assessore di Sala

Gli ex sindaci di Milano, Giuliano Pisapia e Letizia Moratti, l’ex governatore lombardo, Roberto Formigoni, e altre cinque persone, tra cui Marco Granelli, ex assessore alla Protezione civile e ora ad Ambiente e Mobilità del Comune di Milano, e l’ex assessore milanese e ora assessore lombardo alla Sicurezza, Riccardo De Corato, hanno ricevuto ieri un’informazione di garanzia con contestuale avviso di conclusione delle indagini, che prelude di solito alla richiesta di rinvio a giudizio, nell’inchiesta della Procura di Milano sulle esondazioni del fiume Seveso nella zona nord della città dal 2010 al 2014. Tra i destinatari dell’atto figurano anche l’ex assessore ed ex presidente del Consiglio regionale lombardo Davide Boni, l’ex assessore lombardo Daniele Belotti e l’assessore all’Ambiente milanese Marco Granelli, ai tempi assessore alla Protezione civile. L’ipotesi di reato è disastro colposo. Le esondazioni del fiume quattro anni fa furono ben tre: la prima, l’8 luglio, vide l’intera zona Nord della città allagata, con oltre 2000 utenze rimaste senza energia elettrica, vie chiuse, mezzi pubblici costretti a lunghe deviazioni. Sempre a luglio la seconda, la terza a novembre 2014.

Il tribunale decide sui 49 milioni della Lega

Entro la settimana, se non addirittura oggi stesso, la Lega di Salvini saprà se ricomincerà la caccia degli inquirenti ai 49 milioni di euro per colpa della gestione “truffaldina”, secondo una sentenza di primo grado, di Umberto Bossi e Francesco Belsito, condannati in primo grado per appropriazione indebita e truffa allo Stato.

Il tribunale del Riesame di Genova deve pronunciarsi ancora una volta dopo che la Cassazione ad aprile scorso gli ha dato torto e ha concordato con la Procura che aveva chiesto anche il sequestro di tutti i depositi attuali riferibili alla Lega. “Un attentato alla democrazia” aveva detto Salvini che ieri, però, ha cambiato tono: “Attendo sereno”.

Il Riesame potrebbe o accogliere quanto chiesto dalla procura genovese e avallato dalla Cassazione o stabilire che i sequestri non possono proseguire perché, ad esempio, le somme versate dopo il provvedimento giudiziario, che risale al settembre 2017 , appartengono a un partito gestito e finanziato in maniera diversa dal passato.

È un’ipotesi possibile ma improbabile soprattutto alla luce di alcuni passaggi delle motivazioni della Cassazione che spiega perché siano legittimi nuovi sequestri, contrariamente a quanto stabilito, nel novembre 2017, dal Riesame a cui si era rivolto Salvini. Il decreto, sia pure datato, secondo la Cassazione è valido purché abbia di mira lo stesso oggetto e cioè “l’esistenza di disponibilità monetarie della percipiente Lega Nord che si sono accresciute del profitto del reato, legittimando così la confisca del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto in data successiva” al decreto.

Oggi la difesa della Lega insisterà sul dato che non si sta parlando di una società che ha prodotto profitti illeciti di cui gode ancora oggi. Si sta parlando di un partito non profit che ormai, come tutti gli altri parti, è senza finanziamento pubblico. Dunque qual è il senso, si chiede, di sequestrare contributi volontari? È il concetto espresso dal sottosegretario Gorgetti alla festa del Fatto secondo il quale è come se alla Lega fosse stata applicata la legge 231 sulla responsabilità delle società. Gli avvocati della Lega vogliono giocarsi anche un’altra carta: la sentenza della Corte europea contro l’Italia per aver confiscato Punta Perotti, l’ecomostro di Bari, senza una condanna .

Resta per ora solo sul piano politico ma sarà cruciale per gli sviluppi giuridici, se avverrà quanto proposto da Giorgetti sempre alla festa del Fatto: fondare un nuovo soggetto politico diverso perché “se il prossimo 5 settembre ci sarà il via libera ai sequestri” dei proventi “che sostanzialmente sono i versamenti dei parlamentari e dei consiglieri, è evidente che il partito non potrà più esistere perché non avrà più soldi”. Francesco Cozzi, procuratore di Genova, ha ammesso sul Corriere che sarebbe una strategia vincente: “Non potremmo fare nulla rispetto ai versamenti futuri”. E anche se il Riesame oggi dovesse dare ragione ai pm il sequestro non è automatico: “Prevale l’indirizzo che occorra attendere la decisione” della Cassazione, inoltre bisogna tenere conto del processo ancora in corso in appello per Bossi e Belsito.

La Procura, però, contemporaneamente ipotizza che la discontinuità con la Lega di Bossi, sostenuta da Salvini, non ci sarebbe: è in corso un’inchiesta per riciclaggio nata dall’esposto di Stefano Aldovisi, uno degli ex revisori contabili condannati: sostiene che anche le gestioni di Maroni e poi di Salvini avrebbero occultato milioni di provenienza illeciti .

“Tiziano mi rompeva i c… Per questo lo pagavo di più”

“Il Renzi veniva a rompere i coglioni, si doveva fare questa cosa perché dovevamo aprire là il ristorante” e “io so benissimo che quello è un lavoro che valeva massimo 50, 60 mila euro… se tu me ne chiedi 130 e sei il padre del presidente del Consiglio mi posso mettere a discutere con te, fammi lo sconto o non farmi lo sconto e tutto il resto?”.

È il 19 marzo 2018 quando Luigi Dagostino, l’imprenditore pugliese in affari con i coniugi Renzi, si sfoga nel suo ufficio con un suo collaboratore, l’architetto Alberto Ortona. Ma ormai è tardi anche per sfogarsi: le due fatture per complessivi 160 mila euro emesse dalle aziende di Laura Bovoli e Tiziano Renzi, genitori dell’ex premier, sono state saldate dalla Tramor, società di cui Dagostino era fino a poco tempo prima amministratore. Ma quelle fatture però, secondo il pubblico ministero di Firenze Christine von Borries, erano fittizie: sono state pagate senza ottenere una congrua prestazione, soltanto cinque paginette con delle piantine e indicazioni generiche sulla necessità di costruire un bar al The Mall, lo spaccio di abbigliamento sorto a Reggello, a pochi chilometri da Rignano sull’Arno, ex regno renziano. E ieri, il giudice per l’udienza preliminare presso il Tribunale di Firenze, Silvia Romeo, ha confermato la tesi dell’accusa, accogliendo le richieste formulate dal pm e rinviando a giudizio i coniugi Renzi per false fatturazioni insieme a Dagostino, imputato anche di truffa. Il processo si aprirà il 4 marzo, a un anno esatto dalle ultime elezioni politiche e a ridosso dalle Europee, davanti al giudice Lisa Gatto.

“Era una decisione scontata da quando abbiamo scelto di chiedere il processo nel marzo 2018”, ha detto lasciando l’aula del gup il legale dei Renzi, l’avvocato Federico Bagattini. “Vogliamo difenderci in un processo vero e non nel tritacarne mediatico”. Del resto, aggiunge, “le fatture ci sono, sono state regolarmente pagate e il progetto per il quale Renzi ha lavorato è in corso di realizzazione: siamo dunque molto fiduciosi”. Argomenti sviluppati da Bagattini nelle 11 pagine di memoria difensiva che ha depositato il 31 agosto in vista dell’udienza di ieri e dei quali però il Gup non sembra aver tenuto conto.

Il difensore di Dagostino, l’avvocato Alessandro Traversi, ha voluto sottolineare come già la Cassazione si sia pronunciata in maniera chiara sull’impossibilità di ritenere congruo o meno il prezzo pagato per una prestazione professionale. “Vedremo il processo”.

Dalle intercettazioni depositate dal pm si evince come Dagostino si difenda sostenendo di essere stato vittima di una “sudditanza psicologica perché quello è il padre di Renzi”, dice al commercialista Costantino Bigazzi. E lo ripete a chiunque. “Posso mettermi a discutere sul prezzo?”. Renzi, in pratica, voleva quei soldi e lui li ha pagati, sostiene. Fra l’altro, aggiunge, “ai tempi il figlio era in voga”. Solo la moglie nonché socia, Ilaria Niccolai, lo invita a reagire. “Noi non si può parare il culo a Renzi, è vero che te non hai preso lavori però, cioè, è inutile negarlo Luigi, te ti gonfiavi quando dicevi ‘Renzi è venuto da me’, ‘ho venduto la macchina a Renzi’ (…) solo ego, solo potere, dire ‘ero a cena a casa sua’, ‘ero a pranzo a casa sua’. È solo questo, ci hai rimesso e basta, era lui che si approfittava (…) per chiederti favori, assumi il nipote, fai questo, il dietologo del figlio era il loro… eee… con tutti hanno utilizzato la stessa tecnica… come si chiama questo? Abuso di potere, t’ho già fatto l’avvocato”.

Intanto ieri la Tramor ha depositato la richiesta di costituzione di parte civile: la società è stata costretta a modificare la propria contabilità già depositata per regolarizzare le fatture erroneamente inserite, fare un conseguente ravvedimento con l’Agenzia delle Entrate pagando le relative sanzioni. Ma certo, come ripete Dagostino, “il padre di Renzi mi rompeva i coglioni” per fare “un progettino” che “se lo chiedevo ad altri pagavo 30, 40”. Ma poi il figlio era “in voga” e “che faccio, mi metto a trattare?”.

Inizia la scuola ed è già caos vaccini: prime sospensioni

A bologna 90 bimbi sono stati sospesi dalla materna e altri 46 non potranno frequentare il nido perché non in regola. A Padova una settantina senza copertura non si è neanche presentata al primo giorno di scuola. A Reggio Emilia, invece, 77 bimbi sono stati accolti negli asili pur sprovvisti di autocertificazione. Suona la campanella ed è già caos vaccini: e sono solo i primi casi, visto che nella maggior parte d’Italia l’avvio è previsto nei prossimi giorni. L’anno scolastico si apre con le difficoltà annunciate sulle vaccinazioni, dovute al fatto che il ministero ha emanato una circolare di transizione, ma in attesa dell’approvazione definitiva del Milleproroghe (e dell’emendamento sui vaccini in esso contenuto) è ancora in vigore la legge Lorenzin. I presidi protestano, in audizione anche la Società italiana di pediatria ha ribadito la sua contrarietà alla deroga. Così in Parlamento l’opposizione torna alla carica per il ripristino dell’obbligo di vaccinazione per la frequenza scolastica: “Cercheremo una sintesi”, ha risposto Giuseppe Buompane del M5S. Il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ribadisce però che “è tutto chiaro: la responsabilità dell’autocertificazione è di chi la presenta”.

Sciopero, la prima volta del Giornale

Sciopero a Il Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi. Non era mai accaduto prima, si tratta di una prima assoluta che porta la crisi in casa Berlusconi, là dove ci si è sempre vantati di avere il sole in tasca e risolvere il problemi con un sorriso. Oppure cacciando il direttore renitente. Stavolta sembra che la crisi sia lasciata a sé stessa, spia di una difficoltà strutturale della stessa Forza Italia che sulla forza del quotidiano si era finora appoggiata .

Il comunicato del Cdr è sintetico quanto determinato: “L’assemblea di redazione del Giornale ha deciso all’unanimità di scendere in sciopero contro il piano di tagli annunciato oggi dalla società editrice. Domani (oggi, ndr) il quotidiano fondato da Indro Montanelli non sarà in edicola”.

Le ragioni dello sciopero dipendono direttamente dalla durezza delle decisioni aziendali. Come sottolinea il Cdr, “l’utilizzo dello strumento dei contratti di solidarietà, nella misura annunciata, è di una entità senza precedenti e incompatibile con la qualità del quotidiano. Lo sciopero immediato è una decisione sofferta ma inevitabile davanti a un’azienda che non propone alcun piano di rilancio editoriale ma scarica sulle spalle dei redattori, cui vengono prospettati sacrifici intollerabili, il peso di una crisi che riguarda l’intero settore dell’editoria”.

L’ipotesi del ricorso ai contratti di solidarietà si porta dietro un taglio degli stipendi che in redazione è stato quantificato nel 30% circa. Da qui la decisione di scioperare presa all’unanimità, anche questa una situazione eccezionale.

“A mesi di richieste di chiarimenti sullo stato dei conti e sulle prospettive di rilancio si è risposto con dichiarazioni tranquillizzanti, clamorosamente smentite dall’annuncio odierno”, spiega il Cdr, e dunque “i giornalisti del Giornale sono pronti a fare la loro parte, ma certamente non nella misura abnorme ipotizzata dall’azienda.

In redazione si respira un clima molto preoccupato. Della comunicazione aziendale si è capito infatti che il numero magico, 30%, comporta una riduzione netta della retribuzione e si è capito anche, spiegano alcuni giornalisti, che stavolta non c’è nessun piano editoriale che affianchi i tagli di bilancio. “Se una volta, quando c’era un problema, l’azienda faceva di tutto per ricucire e trovare una soluzione – spiegano –, stavolta non c’è nessun intervento”.

La situazione è ancora più preoccupante data la fragilità in cui versa Forza Italia: “Se a fronte di un partito che si trova in una situazione particolare non si fa nulla per il quotidiano, vuol dire che si è perso l’interesse”.. L’assemblea ha dato mandato al Cdr per la prosecuzione della trattativa decidendo fin d’ora, se necessarie, altre due giornate di sciopero. A fianco del Giornale ni sciopero si sono schierate la Federazione nazionale della Stampa , l’Associazione Lombarda dei Giornalisti e l’Associazione Stampa Romana.

Prima la Padania: Giorgetti sposta i soldi per gli impianti

Più risorse per le scuole. Più trasparenza nelle procedure. Ma alla fine soprattutto più soldi al Nord: la riforma di Sport e periferie da parte del sottosegretario Giancarlo Giorgetti è rigorosa, e anche un po’ leghista. In futuro i fondi, 100 milioni fino al 2021, saranno distribuiti in base alla popolazione residente: questo significa, da una parte, fissare un criterio oggettivo, che limita le valutazioni discrezionali del Coni (su cui qualcuno aveva avuto da ridire); dall’altra però favorire i territori più popolosi. Grazie a questo “trucchetto” la Lombardia può addirittura triplicare la sua quota, la povera Calabria invece se la vedrà dimezzata.

Il grande piano per l’impiantistica sportiva nasce a fine 2015 per volere di Matteo Renzi, affidato nelle mani del Comitato di Giovanni Malagò, a cui l’esecutivo ha delegato una materia che pure sarebbe di sua competenza. Dopo tre anni i risultati sono deludenti: pochi lavori completati (neanche il 10%), tanti cantieri aperti, troppi ritardi. E dubbi sulla gestione del programma. A fronte di 100 milioni già finiti nella pancia del Comitato, si vedono un paio di campetti ed una serie di interventi eterogenei (ad esempio: luci nuove per l’hockey a Genova, gradinate dello stadio di Poggibonsi, un impianto di canoa a Verona) a cui è difficile dare un senso. In compenso, il Coni ha distribuito una serie di consulenze che hanno fatto storcere il naso a Palazzo Chigi.

Anche per questo la nuova maggioranza gialloverde ha deciso di metterci mano. L’altro motivo è che sono cambiate le carte in tavola, o meglio i soldi a disposizione: i 75 milioni in più che l’ex ministro Luca Lotti aveva promesso in campagna elettorale per finanziare a pioggia tutti gli interventi sotto i 300 mila euro (una vera manna per gli enti locali), non ci sono, bloccati da un parere del Consiglio di Stato (erano nel “fondo investimenti”). Così il governo ha chiesto al Coni di rifare la ripartizione del secondo bando da 100 milioni, includendo in questa cifra anche i lavori più piccoli. E visto che c’era, stavolta ha voluto dettare lui le regole.

Confermati i fondi per i progetti di alto livello proposti dalle Federazioni e le zone terremotate, Giorgetti ha chiesto e ottenuto che venissero previste delle risorse ad hoc per le attrezzature nelle scuole, vero tallone d’Achille del sistema sportivo italiano. Ma a spostare radicalmente da Sud a Nord il baricentro del progetto sarà il nuovo criterio fondamentale per la ripartizione degli interventi pluriennali, d’ora in poi calcolati in base alla popolazione di residenza, con un margine di oscillazione massimo del 20%.

Le ripartizioni ancora non ci sono, ma è facile capire che i risultati saranno ben diversi dal primo bando. Allora erano stati privilegiati i territori più arretrati e oltre la metà delle risorse era finita a Sud, adesso brinderanno le amministrazioni settentrionali. Ipotizzando che dei 100 milioni totali circa la metà vada al piano pluriennale come fu nel 2016, la Lombardia (Regione più popolosa d’Italia) non potrà avere meno di 6,5 milioni (nel primo bando ne aveva presi solo 2,6); il Piemonte può passare addirittura da 200 mila euro a quasi 3 milioni. Queste sono solo simulazioni: possono cambiare le cifre, però, non le proporzioni. È altrettanto certo che le Regioni meridionali ci rimetteranno: impossibile che la Sicilia possa bissare il record di 15 milioni, ancora più penalizzati saranno territori a minore densità come Calabria e Puglia. Per comprendere il cambio di rotta bisogna aggiungere che il Sud era stato molto premiato dal bando precedente, e che spesso questa fiducia non era stata ripagata, visti i tanti ritardi degli enti locali. Stavolta tocca al Nord, le Regioni più svantaggiate dovranno accontentarsi dei fondi portati a casa fino a oggi.

Adesso lo sport a Palazzo Chigi è in mano a Giorgetti, uomo forte del Carroccio che presto dovrà decidere anche su un’altra partita, ancora più ricca: le Olimpiadi invernali del 2026. Per non scontentare nessuno il Coni ha varato la candidatura tripla, ma Cortina, Torino e soprattutto Milano continuano a litigare. Beppe Sala è rimasto deluso per non aver ottenuto la leadership del progetto come sperava, e minaccia lo strappo: “Il consiglio ha votato che Milano sarà della partita solo come capofila: non abbiamo cambiato idea”, ha ribadito. Il governo, che peraltro non ha mai sciolto ufficialmente la riserva sul suo sostegno (bisogna capire che ne pensa il Movimento 5 Stelle), dovrà valutare anche quest’aspetto. Presto. La settimana prossima (probabilmente martedì) le tre città saranno ricevute insieme a Malagò a Palazzo Chigi per l’incontro finale in vista della decisione finale. Il 7 novembre il capo del Cio, Thomas Bach, sarà a Roma e per quella data i giochi dovranno essere fatti.