Asse con Berlusconi: Sky si riprende i canali Mediaset

Prosegueil rapporto di amori sensi tra gli ex nemici di Sky Italia e di Mediaset. Dopo l’accordo sulla televisione a pagamento, che di fatto ha rottamato Premium (che non ha neanche più le partite del campionato se non attraverso Dazn), ecco che i canali generalisti del Biscione ritornano sulla piattaforma del gruppo della famiglia Murdoch: “Da domani (oggi, ndr), mercoledì 5 settembre, Canale 5 ritorna al numero 105 del telecomando Sky, anche in HD. Questo ritorno dà inizio a una fase di test che consentirà da subito di trovare anche al 105 del telecomando Sky la nuova stagione della principale rete di Mediaset a cominciare dai grandi match internazionali della Nations League in esclusiva su Canale 5 (Germania-Francia giovedì 6 settembre, Inghilterra-Spagna sabato 8 settembre, Francia-Olanda domenica 9 settembre, Spagna-Croazia martedì 11 settembre)”.
In questo modo, chi guarda Mediaset con la parabola o il decoder Sky potrà guardare le partite delle nazionali (non dell’Italia che va su Rai1). Un’altra brutta notizia per il servizio pubblico.

Borgonzoni, sottosegretaria da red carpet

È sbarcata a Venezia il 29 agosto per la cerimonia d’inaugurazione: red carpet, champagne, parata di stelle. Da allora non se n’è più andata e resterà fino alla fine: Lucia Borgonzoni, sottosegretaria con delega al cinema, vuole godersi al massimo il suo Festival. La senatrice della Lega forse non sarà fortissima in letteratura (“Non leggo un libro da tre anni”, il suo esordio al Mibac), sui film però non la batte più nessuno. Forse.

La presenza istituzionale del governo alla rassegna cinematografica più importante del Paese è tradizione. In questo caso quella della Borgonzoni è praticamente un’occupazione: undici giorni di soggiorno in Laguna.

“Il Ministero non spende un euro” – precisa la diretta interessata – sono ospite della Biennale”. Quindi in realtà anche del Ministero, che alla Fondazione versa circa 20 milioni di contributi l’anno. Sottigliezze. Lei è lì “per lavorare per il cinema italiano”, garantisce. La sua agenda non ce l’ha nessuno: al Mibac non la fanno (non è previsto per i sottosegretari), anche la sua segreteria fa fatica a starle dietro: “È un continuo di incontri e appuntamenti, un calendario preciso non c’è”. La prima settimana è stata intensissima. Il 29 agosto cerimonia inaugurale in elegante abito da sera nero, al fianco del governatore Zaia. Il 31 giorno di incontri illustri: baci e abbracci sul red carpet con Lady Gaga, non prima di una comparsata a sostegno del progetto di Jo Squillo (“Wall of dolls”) contro la violenza sulle donne.

Si prosegue con una serie di meeting internazionali: il focus sul cinema cinese, quello kazako. Spazio alle iniziative solidali: presentazione del progetto “Medicinema” per l’utilizzo dei film a scopo terapeutico. Ma anche agli svaghi mondani: domenica scorsa regata storica al mattino e premio Kineo la sera, dove ha fatto da madrina. Non è finita: i tecnici del Mibac l’hanno raggiunta in Laguna per una riunione sui decreti sulle sale. E prima della cerimonia di chiusura di sabato sono già in agenda mille altre attività, compreso un dibattito su un docufilm sulla tradizione dei candelieri. Al che qualcuno su Facebook le ha pure domandato: “Ma lavorare niente, eh?”. Lei non ci sta: “La mia presenza qui è molto importante per il cinema italiano: avrei potuto venire a fare la passerella all’inaugurazione e tornare a casa. Invece sono rimasta a lavorare 24 ore al giorno”.

Nel bailamme di impegni ha trovato tempo per una bella polemica, per cui del resto si era fatta notare già nei primi mesi in parlamento: a luglio aveva litigato sui migranti con don Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e per questo era stata criticata pure da suo padre. Stavolta nel mirino della pasionaria leghista è finito l’attore Michele Riondino, padrino del festival, invitato a tacere dopo i suoi giudizi su Salvini: “Se gli fa schifo il governo torni a casa”, la replica della senatrice, direttamente dal red carpet. Non si è fatta mancare nulla, insomma. Tranne una cosa: i film. “Eh, ne ho visti pochini purtroppo, giusto qualche proiezione serale: tra incontri e dibattiti non ho proprio tempo”. È una condanna, come per i libri.

Elisa & Matteo: cronache del fidanzato di una diva

Cena di gala al Sina Centurion Palace di Venezia, il trenta agosto, un giovedì con luci parecchio soffuse fra la baraonda notturna durante il Festival del cinema. Smack. Bacioni, carezze, abbracci. Maria Pia Giancaro in Ruspoli, principessa. Imprenditori, produttori, maestranze, attrici pluridecorate e attrici esordienti. E Matteo Salvini? Ancora niente. Ormai i piatti già destrutturati, serviti in una saletta riservata sul Canal grande, sono più che decomposti. Gelidi.

Elisa Isoardi, la fidanzata d’Italia e del ministro d’Italia, è in abito scuro, luccicante, per ricevere un premio alle intenzioni: nominata donna dell’anno per la prossima conduzione della Prova del cuoco su Rai1 da Angelo Ascoli, direttore di Diva e Donna, rivista patinata del gruppo di Urbano Cairo. Anche il gossip s’è fatto verde Carroccio. Smack. Bacioni, carezze, abbracci. L’orologio batte le undici di sera. Il dolce è liquefatto. I più giovani fuggono di soppiatto verso la serata disco di Campari. I più anziani aspettano in adorazione l’avvento di Salvini. Maria Pia Giancaro in Ruspoli è di animo nobile e leghista: “Vorrei chiedere a Matteo una delega al cinema per aiutare i ragazzi”, disse un paio di mesi fa.

Il vaporetto del vicepremier s’avvicina alla banchina del Centurion di Bernabò Bocca, marito di Benedetta Geronzi, ex senatore di Forza Italia e presidente di Federalberghi. Il brusio s’arresta. Salvini avanza un po’ imbronciato con la camicia bianca sbottonata. Isoardi è l’anfitrione: lo introduce, lo presenta. Smack. Bacioni, carezze, abbracci. Salvini saluta Massimo Romano, padrone di Morellato, ex candidato (perdente) di centrosinistra in Veneto contro Giancarlo Galan. E poi Tiziana Rocca, moglie di Giulio Base, maestra delle pubbliche relazioni e mano che ha selezionato i 150 ospiti, non uno di più, non uno di meno, per l’evento al Centurion in onore di Elisa&Matteo. I camerieri in livrea trascinano un tavolo con due torte: la più vistosa col logo di Diva e Donna e una glassa di zucchero rosso è per Isoardi; la più piccina, a forma di cuore, è per il compleanno di Rocca. Elisa è incoronata, scolpisce il suo nome nell’elenco che accoglie Cristina Parodi, Chiara Francini, Alena Seredova, Barbara D’Urso, Milly Carlucci, Barbara De Rossi. Smack. Bacioni, carezze, abbracci. È il momento del discorso. Tutti in piedi. Tutti in silenzio. Salvini rigido. “Quest’anno festeggio il mio ritorno alla Prova del cuoco (sostituì Antonella Clerici dieci anni fa, ndr). La mia non sarà una rivoluzione, ma un’evoluzione del programma perché Antonella è una colonna Rai. Abbiamo un bellissimo rapporto”.

Un po’ di populismo, che non guasta: “Mi sento un’artigiana della televisione più che una diva”. Salvini annuisce. La folla è scatenata: applausi, applausi, applausi. E pure il coro: “Brava Elisa, brava!”.

Il fidanzato è defilato, però è cordiale: indossa la maglietta di Never Give Up, l’associazione che combatte la bulimia e l’anoressia. Lascia la scena a Elisa, anche se la scena per Elisa – raccontano i testimoni più maliziosi – era un omaggio per la coppia e dunque per il fidanzato Matteo: “Altro che Diva e Donna, era un inno al divo Salvini”. Leggende, cattiverie. Chissà. Chi frequenta Viale Mazzini ha capito la rivoluzione, pardon l’evoluzione Rai (per usare le parole di Elisa): oggi non conta l’amicizia con il direttore generale, ma con l’ambiziosa Isoardi. Saluti da Venezia. Smack. Bacioni, carezze, abbracci. Firmato Elisa&Matteo.

Compagni, il derby! Il Pd rinvia la piazza

Avevano anche sbagliato data, e almeno hanno avuto la (residua) forza di ammetterlo. Nel Pd dove da un po’ troppo tempo non ne azzeccano una neanche per caso, nessuno si era accorto che il 29 settembre, il giorno scelto per la manifestazione nazionale a Roma contro il governo, si terrà il derby di calcio tra giallorossi e biancazzurri. Un problema più o meno gigantesco, perché in città quel sabato moltissimi avranno occhi e testa solo per la partita. E perché a vigilare sulla sfida, tradizionalmente calda, ci sarà sicuramente un imponente spiegamento di agenti e carabinieri. Ergo, svolgere la manifestazione contro l’esecutivo gialloverde in quelle stesse ore non sarebbe stata esattamente un’ottima idea. Perché già riempire piazza del Popolo per il Pd attuale non sarà un’inezia. Figurarsi con la concorrenza di una partita di calcio di cartello. Peccato che nessuno ci avesse pensato prima. E dire che sarebbe bastato consultare il calendario della Serie A. Se ne sono accorti prima i giornali, tra cui il Fatto, che hanno ironizzato sull’errore. E allora ieri il Pd è corso ai ripari, spostando l’evento al giorno dopo, il 30 settembre, come annunciato da Marina Sereni dalla festa dell’Unità di Ravenna. Meglio tardi che mai. Soprattutto per il Pd.

Matteo chiama Bonafè per sedare gli anti-Lotti

Molti dei suoi non lo seguono più o gli fanno apertamente la guerra, da diversi mesi è in corso una rivolta tutta interna al Pd toscano contro il suo fedelissimo plenipotenziario Luca Lotti e lui va in televisione a dire che non può “mettere bocca su tutto” (lunedì a Stasera Italia). Gli elementi per poter dire che Matteo Renzi può mollare la presa sul Partito democratico e dedicarsi a fare il documentarista a tempo pieno ci sarebbero tutti. E invece no: in Toscana, e non solo, decide ancora tutto lui.

Da diversi giorni, infatti, proprio nella regione dove tutto ebbe inizio si sta consumando una resa dei conti all’interno del Partito democratico (e soprattutto tra renziani) sulla candidatura per il nuovo segretario regionale che sarà formalizzata con le primarie aperte del 14 ottobre. Nelle scorse settimane molti esponenti dem hanno rilevato un grande attivismo di Luca Lotti, proconsole di Renzi in regione e aspirante governatore, che aveva individuato nel sindaco di San Casciano in Val di Pesa, Massimiliano Pescini, l’uomo giusto per unire la maggioranza del partito.

Problema: a Pescini, e quindi a Lotti, si è contrapposto l’ex deputato Federico Gelli, sostenuto da molti renziani della prima ora che volevano dare il primo colpo al potere dell’ex ministro in Toscana. L’ex titolare dello Sport ha cercato fino all’ultimo di mediare con Gelli per trovare un nome terzo che accontentasse almeno i renziani, ma non c’è riuscito e alla fine ha chiesto aiuto al capo per risolvere la questione. Sabato, Renzi e Lotti si sono incontrati a Firenze per pranzo e alla fine dell’incontro Pescini si è improvvisamente ritirato dalla corsa, mentre l’ex ministro dello Sport ha scritto un comunicato in cui chiedeva al Pd toscano di mettere fine alle “polemiche” e alle “divisioni interne”: “il nemico non è in casa, serve unità”, ha scritto Lotti. Nel frattempo è partita l’offensiva nei confronti di Gelli: lunedì Renzi – prima della comparsata televisiva su Mediaset per presentare il suo documentario su Firenze – ha incontrato a Roma proprio l’ex deputato dissidente, chiedendogli apertamente di ritirarsi dalla corsa per il bene del partito. Gelli, che in questi giorni aveva sempre resistito alle pressioni di fare un passo indietro, di fronte alla richiesta esplicita dell’ex segretario dem, ha vacillato e adesso ci sta pensando seriamente, anche se molti dei suoi non sono d’accordo: “Se si ritira dopo aver annunciato la candidatura e convocato un’assemblea pubblica, è politicamente morto”, dice un esponente dem al Fatto. Nel frattempo Renzi e Lotti hanno già scelto un altro nome da spendere alle primarie, ovvero quello dell’europarlamentare Simona Bonafè. Originaria di Scandicci e renziana a 24 carati, Bonafè è una delle tre donne che insieme a Maria Elena Boschi e alla ex sindaca di Sesto Fiorentino, Sara Biagiotti, seguirono passo dopo passo l’allora sindaco di Firenze durante la campagna delle primarie del 2012 contro Pier Luigi Bersani. Così ieri i maggiorenti del Pd toscano hanno fatto partire gli endorsement proprio nei confronti di Bonafè: “È una donna seria”, ha detto il sindaco di Firenze Dario Nardella, mentre il consigliere regionale Stefano Scaramelli l’ha definita una “persona positiva e giovane in grado di superare le attuali dicotomie”. Dalla minoranza del Pd invece sono increduli: “Non è possibile – si dispera la consigliera regionale Alessandra Nardini – decide ancora tutto Renzi”.

Alla ricerca del centro di gravità nell’Italia divisa tra Fico e Salvini

Cerco un centro di gravità permanente, come colonna sonora della Festa del Fatto Quotidiano. Perché il sentimento che abbiamo colto tra le tante persone accorse alla Versiliana era quello scolpito da Franco Battiato nel suo capolavoro. Un verso che non vorremmo usare fuori contesto (e quindi a sproposito) ma che ci consente di cogliere un senso diffuso d’incertezza per ciò che è. E di attesa per ciò che sarà. Parliamo, è chiaro, del momento politico che non è più quello che nelle feste precedenti ci aveva fatto arrabbiare, indignare, sorridere, addirittura sghignazzare alle prese con i vari Berlusconi, Monti, Renzi. Ma che oggi ci coglie impreparati di fronte a qualcosa che è sicuramente cambiato, ma non sappiamo bene se in meglio.

È il giudizio sospeso sul governo Salvimaio che Andrea Scanzi e Marco Travaglio hanno declinato nei loro spettacoli, attraverso l’esercizio della cronaca e del discernimento senza pregiudizi (questo ci sembra giusto, questo no). Con tutti i limiti di chi cerca di osservare faticosamente la realtà, e non con le facili scorciatoie del partito preso.

A pensarci bene non sono in fondo queste le due Italie destinate sempre di più a fronteggiarsi? Da una parte quella che ha eletto a proprio condottiero, e a scatola chiusa, Matteo Salvini, oggi valutata nei sondaggi oltre il 30 per cento ma che annettendosi ciò che resta di Forza Italia e la destra della Meloni può in prospettiva toccare e superare il 40. Di fronte c’è un’altra Italia, ancora magmatica, non strutturata in un fronte organizzato. Che ha votato soprattutto per due partiti, M5S e Pd, tuttavia l’un contro l’altro armati. E dunque priva di un programma, di un capo, di un nemico comune da affrontare in battaglia. Forse incerta sul da farsi, ma che non ha portato il cervello all’ammasso. Che si è sentita tradita dalla sinistra ma che pensa e reagisce ‘a sinistra’ davanti allo scempio umanitario dei migranti sequestrati sulla Diciotti. Che giudica intollerabile che in un Paese tra i più progrediti al mondo ci siano cinque milioni di poveri. Un’Italia unita da un verso che questa volta prendiamo in prestito da Eugenio Montale: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Sì, Matteo Salvini.

Questa comunità trasversale si è in qualche modo ritrovata lunedì scorso in quel di Ravenna, alla festa nazionale del Pd che ha accolto e applaudito Roberto Fico, presidente della Camera e militante Cinque stelle della prima ora. Vista la consonanza tra palco e platea sui temi sensibili della sinistra – dall’accoglienza all’acqua pubblica – qualcuno ha scritto che il Pd ha trovato in Fico il vero candidato alla segreteria.

Nessuno purtroppo può farsi illusioni su possibili future alleanze M5S-Pd, stante l’ostilità tra i due vertici continuamente alimentata con astioso vigore (oggi pensare a una convivenza Renzi-Di Battista è roba da film horror). Eppure, a questo diario, Pietrasanta e Ravenna non sembrano poi così lontane. La stessa attenzione nell’ascoltare idee diverse. La stessa cortesia nell’accogliere gli ospiti giunti dal campo opposto (Delrio critico con il “compagno che sbaglia” però mai polemico). Spesso lo stesso linguaggio aperto alla comprensione dell’altro. Nella ricerca di un centro di gravità, ci piacerebbe un’Italia che sapesse cambiare idea sulle cose, sulla gente. Per arrivare a scegliere tra l’Italia di Fico e quella di Salvini. Ma forse vaneggiamo.

L’ex Iena Giarrusso vigilerà sui concorsi di Università e ricerca

Da Mediasetai concorsi universitari. Dino Giarrusso, ex inviato delle Iene già candidato in Parlamento – senza successo – con il Movimento 5 Stelle, dirigerà l’”Osservatorio sui concorsi nell’Università e negli enti di ricerca”. Lo ha annunciato ieri Lorenzo Fioramonti, sottosegretario all’Istruzione: “Laureato in Scienze della Comunicazione, Dino ha insegnato per anni all’Università di Catania, prima di diventare noto come giornalista per Le Iene”. Giarrusso è stato scelto tra i membri della segreteria di Fioramonti per occuparsi delle segnalazioni. “Da quando sono in servizio – ha detto Fioramonti – ho ricevuto oltre trenta segnalazioni di concorsi sospetti”. La nomina di Giarrusso arriva in attesa che lo stesso ministero dell’Istruzione attivi il proprio ufficio di Difensore civico, carica che poi svolgerà “in modo regolare e istituzionale”. Nel frattempo, ha scritto Fioramoni su Facebook, “Giarrusso e il suo team saranno il punto di riferimento privilegiato per tutti coloro che volessero aiutarci a difendere e diffondere una cultura di trasparenza e meritocrazia nel mondo accademico italiano”.

Salvini tira dritto su Foa. E intanto l’ad prende tempo

Lo stalloattorno alla presidenza della Rai non si ancora risolto, ma in attesa che governo e opposizioni trovino la quadra, ieri Matteo Salvini ha ribadito “di non aver cambiato idea su Marcello Foa”, che dunque resta il candidato della Lega. “Berlusconi? Non l’ho sentito e non lo sentirò su questo”, ha assicurato il leader del Carroccio. È anche a causa di questa impasse che ieri l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, ha chiesto al ministero dello Sviluppo economico una proroga dei termini per l’attuazione degli obblighi previsti del contratto di servizio. Come ha ricordato l’Usigrai – Unione sindacale dei giornalisti Rai – in una lettera inviata ai vertici Rai, al collegio dei sindaci e alla commissione di Vigilanza, entro sei mesi dalla data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del contratto di servizio – e quindi entro l’8 settembre – la Rai avrebbe dovuto mettere a punto il piano di riforma delle news, quello per il precariato e le iniziative per la valorizzazione e promozione del giornalismo di inchiesta. Salini, che si è insediato un mese fa, ha chiesto tempo, tanto più perché – se non si scioglie il nodo della presidenza – il cda può prendere solo decisioni di ordinaria amministrazione.

La Diciotti era stata già bloccata a luglio, anche Roma valuta il sequestro di persona

Potrebbe arrivare una nuova grana per Matteo Salvini. Parte da Roma e riguarda un altro caso Diciotti, quello del 9 luglio scorso quando 67 persone sono state recuperate dal mercantile italiano Vos Thalassa e portate davanti al Porto di Trapani, attendendo per tre giorni che l’Italia consentisse lo sbarco. La vicenda infatti è finita al vaglio della Procura capitolina che nei prossimi giorni deciderà se mandare gli atti ai colleghi siciliani e se iscrivere il reato di sequestro di persona (per adesso il fascicolo è senza reati né indagati).

L’indagine è stata aperta dopo la denuncia depositata il 31 luglio dall’associazione di avvocati Legal Team Italia, presieduta da Gianluca Vitale. Nell’esposto si ripercorre il caso, partendo dal 9 luglio, quando la nave Diciotti della Guardia costiera recupera dal mercantile italiano Vos Thalassa 58 uomini, tre donne e sei minori.

Salvini non ha intenzione di accogliergli: “Io non do alcuna autorizzazione a nessuno a scendere”, dichiara, dopo che emerge come l’equipaggio della Diciotti in navigazione verso la Libia sia stato costretto a cambiare rotta (fatti per i quali due migranti sono stati fermati per resistenza, violenza e minaccia a pubblico ufficiale e concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina).

Mentre il Ministro dell’Interno chiede le manette, per tre giorni, minori compresi, restano sulla Diciotti. Fino al 12 luglio, quando interviene il Capo di Stato, Sergio Mattarella. E poi il premier Giuseppe Conte che, alle nove di sera di quella agitata giornata politica, annuncia l’inizio dello sbarco a Trapani.

La vicenda ha tratti simili al trattenimento ad agosto dei 177 migranti, costato a Salvini un’indagine per sequestro di persona, sequestro di persona a scopo di coazione, abuso d’ufficio, omissione di atti d’ufficio e arresto illegale (il fascicolo finirà al Tribunale dei ministri di Palermo). E proprio l’apertura di un’indagine per sequestro di persona era, fin dal caso di luglio a Trapani, la richiesta dell’associazione Legal Team Italia. “A carico del ministro dell’Interno – è scritto nella denuncia – paiono potersi ravvisare gli estremi dei reati di abuso d’ufficio e attentato alla Costituzione (…); violenza privata (in quanto avrebbe imposto ai naufraghi con violenza, consistente nell’impedire loro di lasciare la motonave, di tollerare la condizione di privazione della libertà personale e inibendogli l’esercizio di diritti fondamentali quali quello di proporre domanda di riconoscimento della protezione internazionale) (…); tentata violenza privata” e “sequestro di persona ovvero arresto illegale”. Adesso toccherà ai pm romani decidere come procedere per quest’altro caso che riguarda la nave Diciotti.

Intanto sul caso del trattenimento di 177 migranti tra il 16 e il 26 agosto, i pm di Palermo hanno ricevuto le carte dai colleghi di Agrigento i quali hanno indagato il vicepremier e il suo capo di gabinetto, Matteo Piantedosi. Tra gli atti inviati, c’è una sentenza emessa dalla Corte europea di Strasburgo dei diritti umani, che – secondo i magistrati agrigentini – riguarda un caso “fotocopia”.

La sentenza risale al 15 dicembre 2016 e nasce dal ricorso di tre tunisini soccorsi nel 2011 nel Canale di Sicilia, rimasti giorni nel Cpa di Lampedusa e poi, in attesa del rimpatrio, trattenuti sulle navi Audacia e Vincent.

Analizzando il caso, i giudici hanno stabilito, in sostanza, che le leggi italiane sul trattenimento dei migranti irregolari sono imprecise. Un’ambiguità legislativa che – riporta la sentenza – “ha dato luogo a numerose situazioni di privazione della libertà” ritenute illegittime ai sensi della Convenzione europea dei diritti umani.

 

La Ue scarica Nava: “In Consob per conto della Commissione”

La Commissione europea prende le distanze dalla nomina di Mario Nava a presidente della Consob, smentendo la sua linea difensiva e scaricando la responsabilità sul governo Gentiloni che lo ha designato. La novità non ha precedenti nel panorama europeo: l’Authority di Borsa italiana è presieduta da un funzionario che lavora nell’interesse di Bruxelles.

La conferma è arrivata l’8 agosto scorso, quando il commissario Ue per il Bilancio e le risorse umane Günther Oettinger ha scritto una lettera, diffusa ieri, in risposta a un’interrogazione degli eurodeputati M5S Marco Valli, Fabio Massimo Castaldi e Piernicola Pedicini. Oettinger spiega che la Commissione ha deciso di “comandare” Nava presso la Consob “nell’interesse di Bruxelles” e per questo “rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari in attività di servizio presso la Commissione, tra cui l’obbligo di adempiere ai doveri sanciti dal titolo II dello Statuto in relazione agli interessi dell’Unione europea”. Il comando implica una dipendenza sostanziale da Bruxelles, anche gerarchica, e diversi obblighi normativi, come quello di rendicontazione, di segnalazione delle pratiche, di ottenere l’autorizzazione preventiva per un’attività esterna, di lealtà verso l’Ue. Insomma Nava presiede un’autorità indipendente italiana in nome e per conto del suo datore di lavoro, la Commissione a cui deve rendere conto. Non era mai successo in 40 anni di storia della Consob.

Quando Nava si è insediato, lo scorso 16 aprile, come di rito ha dichiarato al collegio dei commissari di non avere cause di incompatibilità. Eppure la legge istitutiva della Consob è chiara: i dipendenti pubblici “sono collocati d’ufficio in aspettativa” per non compromettere l’indipendenza dell’Authority. Il neo presidente, che a Bruxelles guidava la Direzione vigilanza dei mercati finanziari, si è giustificato spiegando di non potersi mettere in aspettativa. Nella sua lettera Oettinger esordisce invece spiegando che l’aspettativa per motivi personali è una delle due opzioni, oltre al comando, a disposizione del funzionario che vuole andare in un’altra amministrazione. Non solo. Il commissario europeo mette le mani avanti e spiega che il comando è stato chiesto dal governo Gentiloni, che ha rassicurato la Commissione sul fatto che in ogni caso “si sarebbe mantenuta la conformità al requisito secondo cui il presidente esercita il suo mandato in regime di esclusività e a tempo pieno”. Due elementi in antitesi rispetto alla legge istitutiva della Consob, che impone l’aspettativa e prevede un mandato di 7 anni per il presidente, quando invece il comando è solo triennale e quindi andrà rinnovato. Difficoltà che hanno fatto slittare la nomina di Nava di molti mesi, visto che Gentiloni lo aveva designato prima di Natale.

La lettera di Oettinger chiarisce poi un altro punto sollevato dagli eurodeputati: la decisione di Nava di nominare Giulia Bertezzolo, semplice funzionario della sua divisione, a direttore generale della Consob. Un salto di qualifica e stipendio notevole, che evidentemente a Bruxelles ha creato malumori.

A conferma che l’aspettativa per i funzionari europei sia un’opzione, la Bertezzolo l’ha chiesta per motivi personali. Oettinger però svela ad agosto che la sua domanda “è attualmente in fase di valutazione”. Eppure la sua nomina è del 7 giugno. Ora è entrata in servizio, visto che la decorrenza era dal 3 settembre, ma resta il fatto che al momento della nomina la domanda di aspettativa non era stata ancora accolta.

Lega e M5S hanno contestato la nomina di Nava. Ieri gli eurodeputati pentastellati hanno chiesto le sue dimissioni. Il dossier è ormai da settimane sul tavolo del premier Giuseppe Conte, che ha chiesto le carte. Nei palazzi romani tutti sanno che il neopresidente Consob ha solo una possibilità per uscire dall’angolo in cui si è cacciato: rinunciare al distacco che gli consente grossi vantaggi economici e di carriera e mettersi in aspettativa, smentendo la sua linea difensiva, o dimettersi dalla Commissione.

Il premier Conte non vuole dare all’esterno l’impressione di un attacco a un’Autorità indipendente, ma ha chiaro che la situazione va risolta, anche perché espone gli atti della Consob al rischio di una pioggia di ricorsi. Una decina di giorni fa – secondo quanto risulta al Fatto – dal Quirinale e da Palazzo Chigi sono arrivati segnali precisi al presidente Consob per spingerlo a regolarizzare la sua posizione, senza risultato.

Se Nava perseverasse sul voler restare un dipendente di Bruxelles in comando, il presidente Conte, ha già fatto capire di non considerare affatto chiusa la questione. Anzi, di non considerare chiuso neanche il processo di nomina di Nava. Secondo il regolamento della Consob devono essere i commissari a sollevare il tema dell’eventuale incompatibilità. Tocca poi al presidente segnalarlo al premier, ma in questo caso è lui il diretto interessato. A Palazzo Chigi però non danno peso al cavillo burocratico e si aspettano che i quattro commissari riferiscano se Nava sia incompatibile, così non sarà il governo a mettere direttamente in discussione la sua nomina. I commissari non sembra, per ora, abbiano intenzione di pronunciarsi anche perché la nomina di Nava è stata avallata pure dalla Corte dei Conti, ma la lettera di Oettinger rende ancora più urgente una decisione.