Giustizia, la “spazza-corrotti” confisca anche ai prescritti

L’ha battezzata “legge spazza-corrotti”, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E la ritiene, senza mezzi termini, “rivoluzionaria”. Prevede il “Daspo” perpetuo per gli imprenditori condannati per reati contro la Pubblica amministrazione, che saranno esclusi dalle gare d’appalto; per sempre: anche una volta intervenuta l’eventuale riabilitazione del condannato, che di solito scatta tre anni dopo la fine dell’espiazione della pena. Il “Daspo” sarà a termine (5 anni) solo per coloro che ricevono una condanna che non superi i 2 anni.

La “spazza-corrotti” prevede poi che la confisca dei beni disposta in caso di condanna resista anche all’estinzione del reato che potrebbe essere prodotta da un’amnistia o da una prescrizione. E introduce infine l’agente sotto copertura, che potrà raccogliere prove della corruzione infiltrandosi all’interno del gruppo che la sta realizzando. “Sarà un moderno Donnie Brasco che potrà fare piazza pulita della corruzione”, ha detto ieri Luigi Di Maio.

L’impiego dell’agente sotto copertura nelle operazioni anticorruzione era già previsto dalla Convenzione Onu di Merida del 2003, ma non era ancora stato introdotto nella legislazione italiana. Ora il nuovo decreto dà finalmente attuazione a quella indicazione. Come funzionerà? Un agente di polizia giudiziaria s’infiltrerà tra gli imprenditori e i politici che stanno “negoziando” un appalto o truccando una gara, oppure dentro un ufficio pubblico dove si pretendono mazzette: sotto la direzione del pubblico ministero, raccoglierà le prove della corruzione in atto. Finora questo era già possibile in Italia per le indagini su mafia e terrorismo. L’agente “undercover” è stato infatti spesso usato nelle inchieste sui traffici di droga. In quelle contro la pedopornografia sono state più volte create false identità informatiche per scambiare via web materiale illegale e individuare i pedofili. Non è mai stato utilizzato, invece, nelle indagini sui traffici illegali di rifiuti, benché fosse già permesso dalle norme. Ora sarà impiegato anche nella caccia ai corrotti e l’Italia farà da apripista per gli altri Paesi d’Europa, che ancora non hanno recepito la Convenzione di Merida. Le esperienze più significative sono state realizzate negli Stati Uniti, dove è possibile anche il “test d’integrità”, escluso invece dal nostro ordinamento, che consiste nel sottoporre funzionari pubblici alla prova di una “ragionevole” tentazione tramite l’offerta di una tangente, per verificarne la resistenza alla corruzione.

L’agente “undercover” è raccomandato caldamente da un manuale anticorruzione pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2004. Lo ricorda il professor Alberto Vannucci, docente all’Università di Siena, che cita anche i buoni risultati ottenuti con questo strumento investigativo negli anni scorsi “per fare pulizia all’interno dei corpi di polizia di New York e di Londra”.

Secondo Vannucci, in Italia l’agente sotto copertura potrà essere efficace soprattutto negli uffici comunali o regionali, in quelli del catasto o in altri uffici pubblici dove potrà arrivare un cittadino a chiedere un permesso, una licenza, o dove potrà essere assunto un impiegato, che saranno in realtà agenti di polizia giudiziaria pronti a registrare le richieste di tangenti e i comportamenti illegali. “Più difficile”, dice Vannucci, “sarà l’infiltrazione nei sistemi dei grandi appalti, dove imprenditori, faccendieri e politici si conoscono bene, dove funzionano antichi meccanismi fiduciari e l’intruso sarebbe subito guardato con sospetto”.

Un limite all’efficacia dell’operazione sotto copertura – fa osservare un investigatore di grande esperienza – potrebbe però venire dalle catene di comando degli agenti di polizia giudiziaria. Sono controllati e diretti dal pubblico ministero. Ma una norma contenuta in un decreto legislativo del 19 agosto 2016 ed entrata in vigore il 1 gennaio 2017 impegna la polizia giudiziaria che lavora per le Procure a informare i superiori gerarchici delle indagini in corso: “I responsabili di ciascun presidio di polizia interessato trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale”. È una norma “spiffera-indagini” che riguarderà anche le operazioni sotto copertura: i vertici di polizia, carabinieri e guardia di finanza, che dipendono dalla politica, dovranno essere informati anche di eventuali, delicate inchieste che potrebbero coinvolgere personaggi di potere, con il rischio di un corto circuito polizia-politica.

A lavorare

Questa volta ha ragione il Pd: il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Danilo Toninelli (5Stelle) non può parlare di “pressioni interne ed esterne”, cioè dal suo stesso ministero e dalla società Autostrade per l’Italia, contro la sacrosanta revoca della concessione, e poi tacere. Di quelle pressioni deve anzitutto indicare gli autori e il contenuto. Se si è trattato di amorevoli consigli verbali per dissuaderlo dal proposito assunto dall’intero governo, premier Conte in primis, chi glieli ha rivolti dal suo dicastero dev’essere immediatamente rimosso, mentre per Autostrade il problema non dovrebbe porsi, visto che come concessionaria ha i mesi contati. Se invece si è trattato di pressioni vere e proprie, magari accompagnate da minacce di ritorsioni, il Codice penale le punisce con precise fattispecie di reato fino alla “violenza o minaccia a corpo politico” (art. 338 Cp, lo stesso che è appena costato pesanti condanne in primo grado agli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia): in questo caso, dopo la doverosa denuncia in Parlamento, Toninelli dovrebbe precipitarsi alla Procura della Repubblica con un esposto corredato di nomi e i cognomi. L’unica cosa che non può e non deve accadere è quello che succedeva in passato, prima dell’avvento del cosiddetto “governo del cambiamento”: il politico che lancia il sasso e nasconde la mano e il caso che finisce a tarallucci e vino, senza colpevoli né innocenti.

Purtroppo, forse per l’emozione di trovarsi una volta tanto dalla parte della ragione, il Pd s’è subito impegnato per passare da quella del torto. Non una, ma due volte in un sol giorno. La prima, con la ridicola accusa al ministro pentastellato della Giustizia, Alfonso Bonafede, di aver mentito sui rapporti con l’avvocato-tuttofare Luca Lanzalone (ora agli arresti con l’accusa di essersi fatto corrompere dal costruttore Luca Parnasi). Bonafede aveva dichiarato di aver conosciuto Lanzalone nel 2015, quando il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, lo selezionò tra molti civilisti e amministrativisti come consulente del suo Comune per seguire il concordato preventivo dell’azienda municipalizzata dei rifiuti (poi salvata dal crac proprio grazie all’ottimo lavoro di Lanzalone). E di non aver mai intrattenuto con lui rapporti professionali (anche Bonafede è avvocato), ma soltanto politici (Bonafede era nello staff Enti locali del M5S) a proposito della consulenza livornese, poi replicata a Roma. Ieri, dalle carte dell’inchiesta Parnasi, è uscita una email in cui Bonafede invitava nel proprio ufficio legale Lanzalone, il sindaco e l’assessore Lemmetti.

Per fare affari? No, per fare il punto sulla consulenza e trovare il modo di salvare la municipalizzata decotta. Proprio come il ministro aveva sempre dichiarato: dunque non è lui che ha mentito, ma i suoi comici accusatori.
L’altra questione che vede il Pd dalla parte del torto riguarda Anna Finocchiaro, ex pretore a Enna ed ex pm a Catania, poi parlamentare dal 1987 al 2018 e ora rientrata in magistratura. Per legge, avrebbe dovuto tornare da dov’era venuta, cioè a fare il pm a Catania oppure, se era stata candidata in quel collegio, in un’altra Procura. Antonio Ingroia, soltanto candidato e non eletto (una sola volta), nel 2013 chiese di rientrare dall’aspettativa elettorale alla Procura nazionale antimafia, ma il Csm lo sbatté a fare il pm ad Aosta, tant’è che lui preferì lasciare la toga. Annuzza invece ha i suoi bei santi in paradiso. Il 18 aprile, un mese e mezzo dopo aver perso le elezioni, il ministro scadente e scaduto Andrea Orlando l’aveva paracadutata last minute al ministero di via Arenula, al dipartimento Affari di Giustizia con mansioni amministrative e con l’avallo del peggior Csm della storia repubblicana (magari in attesa di promuoverla con un concorso ad hoc a Strasburgo, come giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo). Cioè l’aveva lasciata in eredità al nuovo governo, come se il ministero fosse casa sua a vita e se il suo successore non avesse il diritto di scegliersi i collaboratori che preferisce. Infatti ora il neoministro Bonafede ha scritto al Csm che non intende avvalersi dei preziosi servigi dell’ex ministra del Pd, invitandolo a trovarle un’altra occupazione, possibilmente come magistrato.
Apriti cielo! Annuzza nostra protesta sul Corriere, strillando alla lesa maestà: “Non capisco questa decisione: dopo quasi 30 anni in Parlamento (che poi sarebbero 31, ndr) non posso tornare a fare giurisdizione attiva… I giudici che fanno politica non hanno la terzietà per rientrare nel loro ruolo, l’ho sempre sostenuto pubblicamente. E Bonafede ha anche avanzato l’ipotesi di una legge in questo senso”. Già, peccato che questa legge non esista perché la Finocchiaro ha avuto solo 31 anni per farla approvare e non ne ha avuto il tempo, o se n’è scordata. Ora – dice –  “aspetto che il Csm si occupi della questione, poi semmai chiederò un’interlocuzione”. A chi? A Bonafede, che – ricorda lei, elegantissima come sempre – osò attaccarla quand’era ministra dall’opposizione, e lei mai gli replicò perché  “come si dice dalle mie parti, non si può mica tirare una pietra a ogni cane che passa”. Che pensiero gentile: il nuovo ministro è un cane. Comunque un bel progresso, dopo tanti somari. Ora però la ruota gira e la Pinocchiaro col naso lungo deve rassegnarsi: a 63 anni suonati, le tocca tornare a lavorare. Magari, se ha perso per strada la “terzietà” e non riesce proprio a ritrovarla, potrà chiedere di fare il giudice civile o, come pm, di occuparsi di scippi e furti d’auto (lì è difficile imbattersi in qualche politico, almeno in teoria). Oppure di abigeato, di genepì adulterato e di fontine ammuffite in una sede giudiziaria dall’aria salubre e frizzante: la Procura di Aosta.

 

Eleganza: passione e soldi solo per pochi

Le auto storiche sono quanto di più affascinante possa esistere. E aver visto trionfare al Concorso d’Eleganza di Pebble Beach, in California, un’opera d’arte come l’Alfa Romeo 8C 2900B Touring Berlinetta del 1937, non può non scaldare il cuore di chi le ama. Le esibizioni e la compravendita di vetture d’epoca smuovono un giro d’affari di centinaia di milioni di euro, alimentato da facoltosi collezionisti e appassionati, di cui una folta rappresentanza la si vede proprio dalle parti di Monterey, ogni anno verso la fine di agosto. Tutto lecito, ci mancherebbe, compresa la vendita all’asta di una delle 32 Ferrari 250 GTO prodotte per oltre 48 milioni di dollari, di cui diamo conto qui sotto.

Dove gira tanto denaro, è logico che i costruttori si gettino a capofitto: presentando, accanto alle vecchie signore, nuovi prototipi e supercar già sold-out ancor prima di essere svelate. Magari accompagnandole con contenuti “furbi”, per farne lievitare il prezzo e senza paura di ritrovarsele sul groppone: tanto ci sarà sempre un riccone pronto a pagare senza batter ciglio. Un esempio? La Divo, hypercar che Bugatti ha presentato proprio a Pebble Beach e che verrà prodotta in soli 40 esemplari. Segni particolari: un listino da 5 milioni di dollari. Il doppio, rispetto alla Chiron con cui condivide base meccanica e motore. D’accordo, ci hanno lavorato parecchio per modificarla e portarne al limite le prestazioni, ma vale davvero tutti quei soldi? Per quei 40 fortunati che se la accaparreranno, sì. E state certi che esistono.

Battuti oltre 48 milioni di dollari per la 250 Gto

“La femme au béret et à la robe quadrillée”, opera tra le più prestigiose di Picasso, è stata recentemente battuta all’asta per circa 50 milioni di dollari. Un paio di settimane fa, una Ferrari 250 GTO lo è stata per 48,4 milioni. A trovar punti di contatto tra il dipinto e l’auto d’epoca, si fa presto: il primo è la casa d’aste che si è occupata delle vendite, la britannica Sotheby’s; il secondo è che in entrambi i casi si parla di ineguagliabili pezzi da collezione. A Monterey (California), infatti, è stato aggiudicato uno dei 39 esemplari prodotti della 250 GTO: “annata” 1962, telaio n°3413 GT, rimasta intatta sia nel motore che nel cambio, che nell’asse posteriore. Un vero gioiello, chiamiamola pure opera d’arte, guidata da Phil Hill nelle prove della Targa Florio del ’62. Una vendita all’asta da record che prima di allora si era vista solo per un’altra Ferrari, battuta nel 2014 per 38 milioni di dollari: sempre una 250 GTO, sempre a Monterey. Ma la divina Rossa telaio n°3413 GT non è l’opera d’arte automobilistica più costosa in assoluto: pare che una terza 250 GTO sia stata ceduta a una cifra ancora superiore, più di 70 milioni di dollari, in una trattativa tra privati. Una rarità delle rarità: come le altre, è stata “vestita” da Sergio Scaglietti, ma la sua (quasi) unicità deriva piuttosto dai titoli conquistati in gara e dai dettagli gialli che spiccano sulla livrea grigia, a ricordare le prime due scuderie che la resero competitiva. Auto d’epoca come pezzi da collezione irrinunciabili. Per chi? Per gli amatori, per i collezionisti e per chi ha sempre più bigliettoni da investire e garage (o pareti) da riempire.

Ferrari 488 pista spider

“La migliore Ferrari che sia mai stata costruita è la prossima”, sosteneva Enzo Ferrari. Anche lui, però, ammetterebbe che la nuova 488 Pista Spider è davvero una pietra miliare: parliamo della cinquantesima vettura “aperta” prodotta a Maranello. Lunga 4,6 metri, è la Rossa decappottabile più performante nella storia della Scuderia e anche quella col miglior rapporto peso/potenza di sempre, pari a 1,92 kg/Cv.

Presentata al Concorso di Eleganza di Pebble Beach (California), condivide motore, soluzioni tecniche e aerodinamiche con l’omonima versione coupé a motore centrale. La 488 Pista Spider è spinta da un V8 biturbo di 3.9 litri, che eroga 720 cavalli di potenza massima e 770 Nm di coppia motrice. Una “burrasca di cattiveria” trasferita su asfalto mediante un cambio doppia frizione a sette rapporti e le ruote posteriori di trazione.

Il peso è quantificato in 1.380 kg a secco, valore ottenuto grazie all’utilizzo esteso di fibra di carbonio per il corpo vettura. Le credenziali velocistiche parlano forte e chiaro: questa meraviglia scatta da 0 a 100 km/h in 2,85 secondi, tocca i 200 km/h in 8 secondi e raggiunge una velocità massima di 340 orari. Il tutto si può godere guidando col vento tra i capelli grazie alla presenza del tetto rigido retrattile elettricamente.

Nel frattempo, poi, in Ferrari stanno mettendo a punto un rivoluzionario propulsore ibrido: la turbina del sistema di sovralimentazione dell’unità termica – costantemente messa in rotazione dai gas di scarico – è collegata a un generatore che ricarica una batteria. Quest’ultima può alimentare sia un piccolo motorino elettrico che aziona il compressore sul lato aspirazione, sia un motogeneratore elettrico accessorio, che ottimizza performance ed efficienza complessiva. Il costruttore ha confermato che la prima ibrida del Cavallino arriverà alla fine del prossimo anno.

Non è tutto: il prossimo 17 settembre sarà svelata una nuova Ferrari prodotta in serie speciale, a tiratura ultralimitata. Una “barchetta” con un parabrezza di dimensioni ridotte e meccanica derivata dalla 812 Superfast, incluso il V12 aspirato da 800 Cv di potenza massima.

La presentazione di questo bolide precederà di un giorno la pubblicazione del nuovo piano industriale Ferrari: sarà il primo sotto la guida del nuovo ad, Louis Camilleri, da poco subentrato al compianto Sergio Marchionne. Della strategia di prodotto farà certamente parte un Suv, il primo nella storia della marca: sarà proposto esclusivamente con motorizzazione ibrida. E la supercar a trazione 100% elettrica? Arriverà anche quella, ma non nel medio termine.

Asia Argento cancellata da Cnn. L’emittente riabilita Louis C.K.

La Cnn ha deciso di eliminare dagli archivi gli episodi dello show Parts unknown in cui Asia Argento compare al fianco del suo compagno, lo chef Antony Bourdain, morto suicida. La presa di posizione è la conseguenza delle accuse che coinvolgono la paladina del movimento MeToo: Argento avrebbe comprato con 380.000 dollari il silenzio di Jimmy Bennett, giovane attore col quale avrebbe avuto un rapporto sessuale nel 2013, quando lui era minorenne. Nel frattempo l’emittente Usa ha deciso di riabilitare Louis C.K., al comico accusato di molestie sessuali starebbe per essere affidato un programma. Lo scorso novembre il New York Times, sulla scia del caso Weinstein, aveva pubblicato un articolo in cui 5 attrici lo accusavano di essersi masturbato davanti a loro sfruttando il proprio potere, accuse che Louis aveva confermato. Lo scandalo Bennett è già costato ad Argento la giuria di X Factor, anche se Sky ancora non l’ha esclusa ufficialmente.

“Le Langhe non si perdono”. La casa di Tarditi diventa archivio

Cesare Pavese ha scritto in una poesia famosa, I Mari del Sud, che “le Langhe non si perdono”. Non si perde neppure il ricordo della scrittrice e insegnante elementare Maria Tarditi, autrice di successo e di culto (oltre 90 mila copie vendute dei suoi libri), morta nello scorso dicembre a 99 anni.

Era nata a Monesiglio, un borgo di quelle colline piemontesi, e aveva cominciato a scrivere in tarda età, settantenne. Anche lei, come Pavese, Augusto Monti, Beppe Fenoglio, Giovanni Arpino, ha contribuito a creare il mito delle Langhe, sapendone narrare persone e paesi alla luce della storia e della cronaca: vicende di umiliati e offesi, del “mondo dei vinti” (quello di Nuto Revelli), di contadini e di partigiani, principalmente di donne forti e coraggiose. Così proprio nella casa della Tarditi di Monesiglio, dove visse fino ai vent’anni, i suoi editori dell’Araba Fenice di Boves, Alessandro e Fabrizio Dutto, hanno voluto aprire un museo, il Piccolo Museo di Langa, che è stato inaugurato nei giorni scorsi.

Si tratta di un museo originale, che rende omaggio alla narratrice piemontese, così come a Pavese, Monti (che a Monesiglio dedicò un capitolo del suo gran romanzo I Sanssôssì), Fenoglio, Arpino. Ma, soprattutto, l’edificio di via Cora 2, le sue sette stanze, raccontano attraverso vecchi mobili, oggetti e cimeli, fotografie, scritte murali, che cosa furono le Langhe nella quotidianità per nulla letteraria del Novecento, molto prima dell’irrompere del turismo del vino e del “food” onnivoro e immemore dei giorni nostri. Ne emerge una geografia storica, sociale, civile, sentimentale, che si traduce in un viaggio nella miseria di allora e nel lavoro duro nei campi, nell’emigrazione, nella scuola, nei matrimoni combinati tra famiglie, e nelle guerre che spopolavano i paesi, nella devozione religiosa e nelle credenze popolari (come nelle “masche”, creature magiche). Ogni camera racchiude dunque un percorso della memoria: il “tempo che fu”, la famiglia, la scuola, i “venturini” (gli orfani), le “masche”, la filanda, la guerra del 1915-18 e la seconda guerra mondiale, la Resistenza contro i fascisti e i tedeschi.

A illustrarlo ci sono la legnaia e la cantina, la cucina di una volta con il focolare, il “putagé”, che era il centro della vita della famiglia; e la camera da letto, i banchi di scuola e una vecchia lavagna, gli strumenti del lavoro, tra citazioni dei libri della Tarditi, di Pavese, di Fenoglio, e immagini del fotografo albese Aldo Agnelli, uno degli amici più cari dell’autore de Il partigiano Johnny.

Era la Langa che Nuto Revelli, nel Mondo dei vinti, testimoniava con le parole dei suoi abitanti in questo modo: “Qui la miseria era miseria vera. (…) Mia madre, che era del 1893, mi raccontava che alla sera nascondeva una fetta di polenta sotto il suo cuscino per averla l’indomani a colazione”.

La Tarditi ha dato voce a quelle donne e a quegli uomini.

Il Piccolo Museo di Langa, oltre a rendere omaggio alla scrittrice, rammenta ai visitatori com’eravamo (poveri, migranti) non troppo tempo fa.

Europa anno zero: “Tramonto” avverte di un’altra terribile alba

A Venezia prendere il polso al Concorso di Venezia 75, la conferma: siamo messi male in Europa. Non c’è più Hegel, tantomeno Aristotele sul piano drammaturgico, come rileva Paolo Baratta, non si scorgono ascese e ricadute, crisi e scioglimento nei titoli in lizza, solo una piatta che calma non è, anzi. “Neorealismo lagunare”, chiosa sardonico il presidente della Biennale, e i cumuli di macerie sono vecchi e attualissimi. Ne L’amica geniale (fuori competizione) si stramazza a terra come l’Anna Magnani di Roma città aperta, Mario Martone verrà a inquadrare la Capri Revolution di inizio XX secolo inghiottita dalla Grande Guerra. Dopo Le vite degli altri, Florian Henckel von Donnersmarck porta oggi in dote un’Opera senza autore tra mostri nazisti e insabbiamenti comunisti, l’anti-Brexit Mike Leigh è passato con la Waterloo della democrazia che fu Peterloo, il massacro di manifestanti per il suffragio universale nella Manchester del 1819.

Perfino Luca Guadagnino ha avuto agio a insinuare vuoto di rappresentanza e terrore Baader-Meinhof nel suo Suspiria, mentre Olivier Assayas giochicchia tra apocalittici e (dis)integrati in Non-fiction, smorzando col sorriso un problema di traduzione democratica.

Minimo comune denominatore, annaspiamo: ieri come oggi, e se non è forse quello spengleriano dell’Occidente è comunque Tramonto, l’opera seconda dell’ungherese László Nemes, premio Oscar per lo straordinario Figlio di Saul (2015). Dopo la Shoah, un passo indietro alla Budapest del 1913, in cui balugina la Prima Guerra Mondiale: la giovane Irisz Leiter (Juli Jakab) arriva da Trieste per fare la modista nella leggendaria cappelleria dei defunti genitori, ma si troverà dilaniata tra la perversa corte austroungarica e gli oscuri bassifondi della sedizione. Il voltaggio metaforico è alto, nel fuoricampo interno s’intende minaccioso Viktor Orbán, l’attuale premier ungherese, e Nemes riprendendo le false soggettive, le coreografie brulicanti e il tallonamento metonimico del protagonista di Saul ci getta nell’ineluttabile: “Non siamo oggi troppo distanti dal 1914, quando l’Europa aveva già prodotto il veleno che l’avrebbe distrutta. Giunta all’apogeo, la nostra civiltà si suicidò, ed è un mistero irrisolto”. Il 41enne regista eleva a potenza il proprio cinema, chiedendo molto allo spettatore, e ancor più a se stesso: “Cerco nuove strade per offrire al pubblico un’esperienza di incertezza e fragilità, che sono le correnti sottotraccia della nostra autentica condizione umana”. Stiamo freschi o, meglio, raggelati e impotenti.

Ma in Mostra ci sono anche buone notizie. Baratta e il direttore Barbera sciorinano i numeri al giro di boa (domenica 2 settembre), largamente positivi: biglietti e abbonamenti venduti + 9% sul 2017; accrediti + 17%; presenze in sala 77.783 contro le 66.152 del 2017; Virtual Reality 5.900 contro 4.500; 1.100 gli accrediti online riservati ai giovani – il gradito ritorno al futuro di questa edizione – per un lusinghiero +35%. Se il copioso dare-avere con Netflix porterà ad avere l’attesissimo The Irishman di Martin Scorsese in cartellone l’anno prossimo, Barbera forse non lo sa, di certo non lo dice, per ora normalizza il servizio streaming, “un player come gli altri”, e loda “una media di stellette dei critici mai così alta”.

Nel tabellino non dovrebbe brillare troppo At Eternity’s Gate, Van Gogh (Willem Dafoe, somigliante più che bravo) secondo la camera-pennello del collega Julian Schnabel: “Per descrivere un’opera d’arte bisogna fare un’opera d’arte”, e va bene, ma alle immagini erratiche ed estatiche giustappone dialoghi didascalici e stucchevoli sull’art pour l’art, Dio e la posterità.

A Orizzonti, invece, La profezia dell’armadillo sbarca orfano del suo demiurgo, Michele Rech, in arte Zerocalcare, che pure è sceneggiatore: “Ha chiesto di non essere coinvolto nella promozione di un lavoro che ha la firma di un altro”, rintuzza il produttore Domenico Procacci. Diretto dall’esordiente Emanuele Scaringi, un adattamento senza infamia né lode, eccetto per i protagonisti: Simone Liberati (Zero), Pietro Castellitto (Secco) e un irriconoscibile Valerio Aprea che dentro un carapace di corrugati dà anima e corpo all’Armadillo.

 

Il “trammammuro” non arriva al capolinea

Pubblichiamo un estratto del libro di Marco Malvaldi, “Per ridere aggiungere acqua”, da oggi in libreria.

Una delle cose che unisce l’Italia, dalla Val d’Aosta a Lampedusa, è la capacità di creare neologismi. Una capacità trasversale e verticale, che unisce da sud a nord, come dimostrato dal meraviglioso trammammuro, termine napoletano che indica l’ascensore spostando, appunto, il tram in verticale e inserendolo in una parete, e che si contende il premio di “miglior definizione di mezzo di trasporto” con il bergamasco spostapoveri, che invece si riferisce al pullman.

Questi meravigliosi esempi di italica inventiva si ottengono per analogia, per unione di termini appartenenti a campi semantici differenti, e non c’è una regola fissa per ottenere un bel neologismo: si può ottenere semplicemente sostituendo una lettera, come nel potentissimo automagicamente, il cui chiaro significato è “automaticamente e in modo a me incomprensibile”, oppure fondendo due termini solitamente successivi in un discorso per forgiare un nuovo termine, come nel salentino fattapposta, ovvero “oggetto che serve a una cosa e solo a quella”. Tipo l’apribottiglie, per intendersi.

Oppure, dei neologismi possono nascere dalla categorizzazione per associazione: un esempio fantastico è la parola carampane. In italiano corrente, indica vecchie signore parecchio vissute, dalle Alpi alle Egadi; ma l’origine della parola viene dalla Venezia dei Dogi, dove le prostitute erano talmente tante (una ogni dieci abitanti) che costituivano un problema. Non tanto quando erano giovani – evidentemente c’era tanto bisogno – quanto piuttosto quando invecchiavano e non erano più in grado di procacciarsi il pene quotidiano. Allora, occorreva trovar loro ricovero, e la maggior parte dei pensionati per passeggiatrici anziane erano case di proprietà del signor Rampani; siccome a Venezia la casa si abbrevia in ca’, andare a ca’ Rampani diventò sinonimo di “andare a Milf” e quindi, da lì, il lemma perse un apostrofo e diventò di genere femminile.

Non c’è regola fissa, in italiano, abbiamo visto. Ci sono lingue, invece, dove la composizione di parole sempre più lunghe è ammessa dalla grammatica; basta aggiungere un concetto in cima o in fondo alla parola e il gioco è fatto. In tedesco, la parola ufficialmente più lunga che compare in documenti ufficiali è la minacciosissima Rindfleischetikettierungsüberwachungsaufgabenübertragungsgesetz, lemma di 63 caratteri che significa “legge per la delega del monitoraggio dell’etichettatura della carne di manzo”, ma non sono rare parole di uso comune di lunghezza inquietante, come ad esempio Rechtsshutzversicherungsgesellschaften, compagnie assicurative che offrono protezione a livello legale (39 lettere). Mark Twain, in un suo saggio, rimarcava l’amore dei tedeschi per questi sterminati bruchi di lettere dicendo “in tedesco alcune parole sono così lunghe che hanno una prospettiva”. La ragione per cui si possono ottenere parole così lunghe è che il tedesco ammette i casi (genitivo, dativo, ecc., un po’ come il latino) per cui non è necessario inserire un articolo tra una parola e un’altra per ottenere una relazione tra i due concetti – la carne (fleisch) di manzo (Rund) è semplicemente Rundfleisch, non fleisch von Rund; inoltre, per costruzione, la lingua tedesca ordina le parole in maniera inversa rispetto all’italiano, per cui i concetti con cui estendere la parola si possono attaccare in cima o in fondo al trenino di lettere.

Per fare la stessa cosa, in italiano, occorrerebbe coniare parole come ospitedicenelegantiinvillappartenenteapresidentedelconsiglio (ho fatto un esempio a caso), che è rivoltante sia come suono che come significato, per cui questo montaggio infinito di concetti nel nostro paese non si può fare, per fortuna: vista l’età media alta e in costante aumento della popolazione italica, la maggior parte della gente arriverebbe in fondo alla parola col fiatone, per non contare quelli che non riuscirebbero a terminarla perché si sono scordati cosa stavano dicendo. A questo punto, uno potrebbe chiedersi perché, nella nostra evoluzione di un linguaggio, abbiamo avuto il bisogno di introdurre le combinazioni di parole, ovvero le frasi. Da quale bisogno, in pratica, nasce la pratica di esprimerci combinando le parole, invece che con un’unica parola molto molto lunga? In fondo, come abbiamo visto, le parole sono in grado di esprimere concetti e situazioni di complessità notevole, specialmente in tedesco. Eppure, anche i tedeschi non possono fare a meno delle frasi. Perché? Il motivo, ovviamente, c’è. Ma per scoprirlo, vi toccherà leggere il resto del libro.

Pagamento per il bagaglio a mano, l’Enac contro Ryanair

Ryanair torna nel mirino di Antitrust e Enac, che in passato hanno tirato le orecchie alla compagnia low cost per pratiche commerciali scorrette o disservizi. Stavolta sul tavolo delle autorità finisce un esposto del Codacons, associazione determinata a ottenere un provvedimento d’urgenza sulla vicenda delle nuove regole sui supplementi da pagare sui bagagli. L’Enac ha scritto alla compagnia richiamandola alla correttezza. Come la stessa Ryanair aveva annunciato, il sovrapprezzo sul bagaglio è scattato in modo retroattivo, ossia anche per i voli prenotati prima del primo settembre e in programma a partire dal primo novembre, che sono le due scadenze annunciate nella nuova policy. La compagnia, infatti, il 23 agosto aveva annunciato le nuove regole: pagamento da 6 a 10 euro (a seconda dell’opzione scelta) per il bagaglio a mano fino a 10 kg, chiarendo che “la nuova policy verrà implementata ai gate a partire dal 1° novembre e sarà disponibile per tutte le prenotazioni effettuate a partire dal 1° settembre 2018”, ma dando indicazioni anche per chi avesse prenotato prima del primo settembre, a cui venivano offerte due opzioni: pagamento del sovrapprezzo o cancellazione del biglietto con rimborso.