Manca da vent’anni un piano di sicurezza per la popolazione, c’è un rischio di terremoti indotti per i quali le contromisure stabilite dal ministero dell’Ambiente, che ha autorizzato un aumento della pressione nei pozzi, sono da barzelletta, e l’inquinamento da Arsenico nella falda è 400 volte i limiti di legge. È la situazione del sito di stoccaggio di gas più grande d’Italia, uno dei maggiori d’Europa, Fiume Treste, in concessione alla Stogit (gruppo Snam): 2,5 miliardi di metri cubi di gas iniettati e prelevati da 84 pozzi che perforano un ex giacimento (in gergo “depleto”) su una superficie di 76 chilometri quadrati a San Salvo, tra le province di Chieti e Campobasso.
Il caso lo ha segnalato il Coordinamento locale “No hub del gas”, un gruppo di attivisti contro l’espansione delle infrastrutture del gas in Italia.
Nell’aprile scorso il Coordinamento chiede un formale accesso agli atti al Comune di Cupello (nel cui territorio sono gli impianti), all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arta) e alla prefettura di Chieti, per verificare autorizzazioni e documenti sulla sicurezza. Benché Fiume Treste sia un impianto classificato “a rischio incidente rilevante” viene fuori che, non esiste il Piano di emergenza esterno, obbligatorio dal 1999, quando è stata aggiornata la cosiddetta legge Seveso. Il Piano deve indicare i presìdi di soccorso, i sistemi di allerta, predisporre esercitazioni e prevedere squadre d’emergenza in grado di operare 24 ore su 24. È un documento che deve fare la Prefettura, sulla base di informazioni fornite dal gestore dell’impianto, dai comuni, dalla cittadinanza e dagli altri enti interessati. Dice Augusto De Sanctis, membro del Coordinamento: “I residenti attorno a questo sito in caso d’incidente sono in balia degli eventi: non sanno se chiudersi in casa o fuggire, o cosa rischiano se mettono in moto l’auto”. Nel 2015 il cedimento di un pozzo in un sito simile, in California, causò una imponente perdita di gas, intossicazioni, e l’evacuazione di 10 mila persone per tre mesi. Sollecitata dagli attivisti, la Prefettura ammette che il Piano non c’è e si attiva, pubblicando i documenti necessari per l’avvio del procedimento. Partono due esposti degli attivisti alle procure di Vasto (CH) e Larino (CB).
Stogit, interpellata dal Fatto, sostiene che il Piano “è nella sostanza attivo”, e visibile presso la Prefettura di Chieti. Al momento però la Prefettura non dispone d’altro che di un programma di consultazione della popolazione e di una richiesta di informazioni ai Comuni, previsti nel l’iter di elaborazione del documento. “Stanno arrivando le prime osservazioni della popolazione”, spiegano in Prefettura, “le valuteremo e poi procederemo alla preparazione del Piano”. Tempi previsti? “Possibilmente entro l’anno”.
Ma ci sono ulteriori problemi. L’inquinamento da idrocarburi e quello di arsenico: oltre 4 mila microgrammi per litro nella falda in corrispondenza dell’impianto, contro un limite di legge che sarebbe 10. Stogit, che ora si è attivata per le bonifiche, sostiene che l’arsenico “è da ritenersi di tipo “storico”, derivante da attività precedenti all’arrivo di Stogit”. Va detto che l’attività precedente, in capo all’Agip (Eni) riguardava comunque il trattamento di metano.
Non è finita. Nel decreto del ministero dell’Ambiente, che nel 2017 approva la Valutazione di impatto ambientale (Via) per un incremento della capacità di ulteriori 400 milioni di metri cubi, di cui 200 milioni tramite aumento della pressione, si ammette che potrebbero verificarsi fenomeni di sismicità indotta, e viene indicata la seguente soluzione: qualora si superino i 2,2 gradi di magnitudo, “dovranno essere attuati dal soggetto gestore tutti gli accorgimenti opportuni atti a riportare la magnitudo massima a valori inferiori”.
Il problema è che gli effetti di un incremento di pressione non sono prevedibili e i terremoti non si possono controllare. Emblematico il caso dell’impianto spagnolo Castor, del gruppo Acs di Florentino Perez, il padrone del Real Madrid. Un sito che ha la metà della capacità di Fiume Treste. Nel 2013 all’ avvio dell’iniezione del metano si registrarono sismi fino a 3,3 di magnitudo; a quel punto il governo impose l’interruzione delle iniezioni di gas, ma i sismi aumentarono fino a una magnitudo di 4,3 gradi; per calare dopo una settimana. Una serie di approfondimenti indicò un rischio di scosse fino a 6,8. Nel 2017 il ministro dell’Energia spagnolo decise quindi di chiudere l’impianto, cercando di scaricare 1,3 miliardi di indennizzo ad Acs sui consumatori; iniziativa poi annullata della Corte costituzionale spagnola. In Abruzzo, invece, il sito resta aperto.