Sindacati, l’emorragia delle tessere: in due anni 450 mila iscritti in meno

Per i sindacati italiani continua l’emorragia di iscritti. È quanto emerge dall’Indice di Appeal Sindacale (Ias) ideato dall’Istituto Demoskopika. Negli ultimi due anni, infatti, le principali organizzazioni sindacali hanno perso complessivamente circa 450 mila iscritti. Per la precisione, dal 2015 al 2017 i tesserati hanno subito una contrazione di 447mila persone, di cui ben 293 mila residenti nel Mezzogiorno.

Tra le varie sigle è la Cgil, il principale sindacato italiano guidato da Susanna Camusso, a registrare il calo più forte in termini assoluti: ben 285 mila iscritti, il 5,2% in meno rispetto al 2015. Problematica anche la situazione della Cisl, che deve far fronte a un’emoraggia di 188 mila tesserati, una contrazione in termini percentuali del 4,5%. L’area dove si registra il maggior numero di delusi dal sindacato di Annamaria Furlan è la Sicilia:-38,7 mila persone (un calo del 12% su base annua). In questo panorama desolante, l’unica in controtendenza è la Uil con circa 26 mila iscritti in più nell’arco temporale osservato (+1,4%).

Nel 2017 è stato il Mezzogiorno, con oltre 293 mila iscritti in meno, pari al 65,6% del calo complessivo delle adesioni, a guidare la lista delle macroaree con più abbandoni: -5,1% rispetto al 2015. A seguire il Nord, con una riduzione pari a 114 mila iscritti (-2,7%) e il Centro, con una contrazione delle adesioni di poco meno di 40 mila persone (-2,5%).

Guardando invece le Regioni, il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Campania si collocano in coda alla graduatoria di quelle più “sfiduciate” dalle organizzazioni sindacali, capeggiata da Basilicata, Toscana e Sicilia.

Non c’è solo il problema degli iscritti. Cala anche il numero degli italiani di età superiore ai 13 anni che dichiara di aver svolto attività sociale gratuita per un sindacato. Nel 2016 sono stati circa 574mila (l’1,2% della popolazione di riferimento). L’anno scorso erano il 9 per cento in più. Qui le Regioni che fanno registrare il calo maggiore sono quelle del Centro-Nord: Emilia Romagna (-26mila), il Piemonte (-22mila), la Campania e l’Umbria, che fanno registrare una contrazione di 10 mila volontari. In controtendenza invece Lombardia e Toscana, che fanno registrare rispettivamente 16mila e 12mila unità in più rispetto all’anno precedente.

Gas, il mega-deposito Snam è senza piano d’emergenza

Manca da vent’anni un piano di sicurezza per la popolazione, c’è un rischio di terremoti indotti per i quali le contromisure stabilite dal ministero dell’Ambiente, che ha autorizzato un aumento della pressione nei pozzi, sono da barzelletta, e l’inquinamento da Arsenico nella falda è 400 volte i limiti di legge. È la situazione del sito di stoccaggio di gas più grande d’Italia, uno dei maggiori d’Europa, Fiume Treste, in concessione alla Stogit (gruppo Snam): 2,5 miliardi di metri cubi di gas iniettati e prelevati da 84 pozzi che perforano un ex giacimento (in gergo “depleto”) su una superficie di 76 chilometri quadrati a San Salvo, tra le province di Chieti e Campobasso.

Il caso lo ha segnalato il Coordinamento locale “No hub del gas”, un gruppo di attivisti contro l’espansione delle infrastrutture del gas in Italia.

Nell’aprile scorso il Coordinamento chiede un formale accesso agli atti al Comune di Cupello (nel cui territorio sono gli impianti), all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arta) e alla prefettura di Chieti, per verificare autorizzazioni e documenti sulla sicurezza. Benché Fiume Treste sia un impianto classificato “a rischio incidente rilevante” viene fuori che, non esiste il Piano di emergenza esterno, obbligatorio dal 1999, quando è stata aggiornata la cosiddetta legge Seveso. Il Piano deve indicare i presìdi di soccorso, i sistemi di allerta, predisporre esercitazioni e prevedere squadre d’emergenza in grado di operare 24 ore su 24. È un documento che deve fare la Prefettura, sulla base di informazioni fornite dal gestore dell’impianto, dai comuni, dalla cittadinanza e dagli altri enti interessati. Dice Augusto De Sanctis, membro del Coordinamento: “I residenti attorno a questo sito in caso d’incidente sono in balia degli eventi: non sanno se chiudersi in casa o fuggire, o cosa rischiano se mettono in moto l’auto”. Nel 2015 il cedimento di un pozzo in un sito simile, in California, causò una imponente perdita di gas, intossicazioni, e l’evacuazione di 10 mila persone per tre mesi. Sollecitata dagli attivisti, la Prefettura ammette che il Piano non c’è e si attiva, pubblicando i documenti necessari per l’avvio del procedimento. Partono due esposti degli attivisti alle procure di Vasto (CH) e Larino (CB).

Stogit, interpellata dal Fatto, sostiene che il Piano “è nella sostanza attivo”, e visibile presso la Prefettura di Chieti. Al momento però la Prefettura non dispone d’altro che di un programma di consultazione della popolazione e di una richiesta di informazioni ai Comuni, previsti nel l’iter di elaborazione del documento. “Stanno arrivando le prime osservazioni della popolazione”, spiegano in Prefettura, “le valuteremo e poi procederemo alla preparazione del Piano”. Tempi previsti? “Possibilmente entro l’anno”.

Ma ci sono ulteriori problemi. L’inquinamento da idrocarburi e quello di arsenico: oltre 4 mila microgrammi per litro nella falda in corrispondenza dell’impianto, contro un limite di legge che sarebbe 10. Stogit, che ora si è attivata per le bonifiche, sostiene che l’arsenico “è da ritenersi di tipo “storico”, derivante da attività precedenti all’arrivo di Stogit”. Va detto che l’attività precedente, in capo all’Agip (Eni) riguardava comunque il trattamento di metano.

Non è finita. Nel decreto del ministero dell’Ambiente, che nel 2017 approva la Valutazione di impatto ambientale (Via) per un incremento della capacità di ulteriori 400 milioni di metri cubi, di cui 200 milioni tramite aumento della pressione, si ammette che potrebbero verificarsi fenomeni di sismicità indotta, e viene indicata la seguente soluzione: qualora si superino i 2,2 gradi di magnitudo, “dovranno essere attuati dal soggetto gestore tutti gli accorgimenti opportuni atti a riportare la magnitudo massima a valori inferiori”.

Il problema è che gli effetti di un incremento di pressione non sono prevedibili e i terremoti non si possono controllare. Emblematico il caso dell’impianto spagnolo Castor, del gruppo Acs di Florentino Perez, il padrone del Real Madrid. Un sito che ha la metà della capacità di Fiume Treste. Nel 2013 all’ avvio dell’iniezione del metano si registrarono sismi fino a 3,3 di magnitudo; a quel punto il governo impose l’interruzione delle iniezioni di gas, ma i sismi aumentarono fino a una magnitudo di 4,3 gradi; per calare dopo una settimana. Una serie di approfondimenti indicò un rischio di scosse fino a 6,8. Nel 2017 il ministro dell’Energia spagnolo decise quindi di chiudere l’impianto, cercando di scaricare 1,3 miliardi di indennizzo ad Acs sui consumatori; iniziativa poi annullata della Corte costituzionale spagnola. In Abruzzo, invece, il sito resta aperto.

Università, partono i test d’ingresso: oggi Medicina

Partono oggi i test d’accesso per i corsi di laurea per l’anno accademico 2018/2019. Questa mattina si inizia col test di Medicina, quello che registra il boom di iscrizioni, ma anche quello che miete più vittime: meno di uno su sei riuscirà a farcela. Questo il calendario: Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Protesi Dentaria, 4 settembre; Medicina Veterinaria mercoledì 5; Architettura giovedì 6 settembre; Professioni sanitarie il 12 settembre; Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Protesi Dentaria in lingua inglese il 13 settembre; Scienze della formazione primaria, 14 settembre; Chiude Professioni sanitarie (laurea magistrale) il 26 ottobre. Sono previsti 60 quesiti a cui i candidati dovranno rispondere in 100 minuti. Quest’anno i posti disponibili sono aumentati. Sono 9.779 posti per Medicina (erano 9.100 lo scorso anno), 1.096 per Odontoiatria (908 nel 2017), 759 per Veterinaria (erano 655), 7.211 per Architettura (erano 6.873). I candidati che hanno ultimato l’iscrizione ai test per l’ammissione ai corsi per Medicina e Odontoiatria, Architettura e Veterinaria sono 83.127. Le domande per Medicina e Odontoiatria sono 67.005.

“Ho passato tutto luglio a scaricare furgoni”

Con l’estate alla fine, per gli studenti italiani è tempo di tornare tra i banchi. In questi mesi, però, non tutti sono riusciti a riposarsi: tanti sono stati costretti a sfruttare la pausa delle lezioni per mettersi in pari con le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. La maggior parte di chi ha trascorso l’estate in stage giudica negativamente questa esperienza. C’è chi ha dovuto raccogliere la frutta per otto ore al giorno, chi ha servito catering nelle ville private e chi, invece, si è annoiato sulla scrivania di un ufficio.

I ragazzi che hanno raccontato le loro storie al Fatto preferiscono restare anonimi, temendo di essere penalizzati. Il primo frequenta un istituto tecnico agrario e ha svolto l’alternanza tra giugno e luglio in un’impresa agricola per cinque settimane: “Nelle prime due – spiega – ho raccolto frutta, nelle altre ho potato la vigna. Impegni monotoni che non hanno richiesto formazione”. E d’estate il controllo della scuola è più blando per i datori: “Il mio tutor scolastico mi ha chiamato solo una volta, quello aziendale la mattina mi diceva che cosa dovevo fare e poi mi lasciava a lavorare”. Alla fine il contentino: “Un rimborso da 350 euro in nero”.

Sembra insomma che l’azienda abbia sostituito la manodopera stagionale con il tirocinante. Un’insidia che interessa non solo l’agricoltura, ma anche il turismo e la ristorazione. Il secondo interlocutore viene da un professionale alberghiero ed è stato impegnato, nelle ultime due estati, in una società di catering. “Ho dovuto trovare da solo l’azienda – fa notare – e, una volta iniziato, mi hanno messo a fare ciò che fanno i dipendenti: scaricare i furgoni con il cibo, preparare il servizio nelle ville”. Tutto luglio trascorso così, otto ore al giorno, dalle nove del mattino. “Quando però avevamo servizi serali – ricorda – i turni diventavano molto più lunghi”. Del tutto assente la formazione: “Non sapevo neanche chi fosse il mio tutor – fa notare lo studente – e non ho imparato nulla. Anzi, abbiamo applicato metodi opposti a quelli imparati a scuola”. Un paradosso, visto che l’alternanza avrebbe dovrebbe integrare le competenze maturate tra i banchi con quelle in azienda. Anche qui, il regalino finale: “100 euro, meno di quanto speso per trasporti e altro”.

Da un lato c’è chi è stato fin troppo impegnato, dall’altro c’è chi ha scaldato la sedia, come il liceale che ha fatto alternanza in una scuola di scienze aziendali. “Ho iniziato dopo la fine delle lezioni – racconta –. Otto ore seduto. E non potevo lamentarmi altrimenti mi veniva detto che ero un privilegiato perché tanti studenti stavano a lavorare in fabbrica o a fare la guida turistica a gratis. Io imparavo a dirigere un’azienda”. Un’esperienza che ha tradito anche gli ideali del ragazzo: “Ci hanno insegnato la competizione e la logica del profitto – conclude amareggiato –, al posto della solidarietà e della collaborazione”.

Queste le storie, confortate dai numeri: secondo un’indagine di Skuola.net, solo il 18% di chi ha svolto alternanza in estate giudica l’esperienza utile, mentre il 34% l’ha definita “per niente utile”. Appena due su cinque ritengono di aver svolto un’attività coerente con gli studi. Solo il 52% è stato affiancato da un tutor aziendale. Uno studio simile è stato realizzato a ottobre 2017 dall’associazione Rete degli studenti medi, che chiede di far diventare l’alternanza scuola-lavoro una didattica alternativa da svolgere nell’orario curriculare. ma c’è chi, come BastAlternanza, chiede l’abolizione degli stage gratuiti. Il governo sembra orientato a mantenere l’obbligo di alternanza, riducendo le ore.

Scuola, concorso a rischio: “Dubbi di costituzionalità”

Il concorso per la scuola traballa pericolosamente: partecipano 50 mila docenti, le prove si sono già fatte o sono in corso di svolgimento, ma per il consiglio di Stato rischia di essere incostituzionale. Il ministero dell’Istruzione, infatti, lo ha riservato ai soli abilitati, che saranno tutti assunti al termine della procedura visto che il bando non prevede selezione. Così, però, vengono esclusi i laureati, e pure i dottorati che rivendicano un titolo superiore. E per i giudici questo mette in discussione il diritto costituzionale di libero accesso ai concorsi pubblici. Deciderà la Corte, il pericolo di un nuovo caos è all’orizzonte. Intanto il primo effetto è che gli insegnanti esclusi che hanno fatto ricorso saranno ammessi con riserva al concorso, e quindi avranno una cattedra. Proprio mentre i sindacati denunciano che delle 57mila assunzioni previste nel 2018, se ne perderanno 20 mila per mancanza di candidati e ritardi.

Un altro pezzo della Buona scuola finisce alla Consulta, che in passato aveva già bacchettato la riforma di Matteo Renzi. Stavolta nel mirino c’è la cosiddetta “fase transitoria”: dal 2020 parte il nuovo sistema di reclutamento (Fit) che prevede un corso-concorso, con un’unica prova di selezione e poi tre anni di tirocinio tra lezioni e supplenze (variamente retribuite), prima del contratto indeterminato. Potranno partecipare i laureati che hanno raccolto 24 crediti nella materia d’insegnamento. Nell’attesa, però, il governo ha bandito un concorso straordinario per titoli riservato ai soli abilitati: un provvedimento ponte per quei docenti precari che hanno speso tempo e denaro per prendere l’abilitazione, ma sono rimasti fuori dall’ultimo concorso e dalle stabilizzazioni del governo Renzi. Che si tratti di fatto di una “sanatoria” lo dimostra il fatto che non c’è sbarramento: i candidati, prima o poi, in base all’ordine di graduatoria, saranno tutti assunti. Le prove in alcune Regioni (ad esempio la Lombardia) si sono già concluse, altrove (Lazio e Sud) si svolgeranno in autunno. Ecco però l’intervento della magistratura, chiamata a pronunciarsi sui ricorsi degli esclusi, tra cui quelli curati dallo studio Delia-Bonetti, su cui è arrivata il primo parere.

Il Consiglio di Stato analizza la posizione dei dottori di ricerca, che da anni lottano per equiparare il loro titolo all’abilitazione. Più in generale, però, mette in discussione tutto il bando: secondo i giudici, non ci sono i presupposti per riservare una procedura straordinaria ai soli abilitati, si rischia di violare il principio costituzionale per cui “tutti i cittadini possono accedere ai pubblici uffici in condizioni di eguaglianza”. Soprattutto perché “nel sistema attuale il possesso o meno dell’abilitazione dipende da circostanze non legate al merito, ma soltanto casuali”. I giudici riaprono vecchie ferite: le polemiche sui quiz di accesso, il periodo in cui non c’era alcun percorso abilitante, errori passati che hanno impedito a tanti laureati di abilitarsi. Con la rimessione alla Consulta, però, rischia di andarci di mezzo il nuovo concorso.

Gli scenari sono imprevedibili. Se la Corte dovesse confermare la tesi dell’incostituzionalità, l’intera procedura sarebbe da considerarsi nulla. Il giudizio, però, arriverà non prima di un anno, a prove concluse e contratti stipulati. I partecipanti tremano comunque: “Tecnicamente il concorso si supera solo al termine dell’anno di prova: se la bocciatura arriva prima, migliaia di docenti che si sono guadagnati l’abilitazione rischiano di perdere il posto”, attacca Carlo Cuppari del Coordinamento Tfa. Solo pochi saranno già stati assunti, per gli altri si creerebbe un nuovo caso “diplomati magistrali”. Più facile che un’eventuale sentenza si limiti a riammettere i non abilitati che hanno fatto ricorso: si parla di almeno 10-15 mila docenti in più da assumere. Le graduatorie dovranno essere rifatte e si allungheranno, i prossimi concorsi regolari slitteranno e avranno meno posti: il solito caos della scuola italiana.

Gli architetti: attenti alla demolizione, “operazione delicata”

A oltre due settimane dalla tragedia del crollo di ponte Morandi, i tecnici del primo tronco di Autostrade hanno visto quel che resta della ferita. Un sopralluogo, insieme ai consulenti della Procura e ai militari delle Fiamme gialle, per limare il piano definitivo di abbattimento dei resti che incombono su case e aziende. È avvenuto mentre Genova ha avuto ancora paura: su via Ovada sono caduti calcinacci dal viadotto dell’A26 che porta a Alessandria. “La demolizione sarà molto delicata. Se non si sa la causa del crollo, non si può capire neppure se quello che è rimasto in piedi può dare o meno dei segnali e su che tipo di cedimento”, spiega il segretario dell’Ordine degli architetti di Genova, Roberto Burlando, esperto di appalti pubblici, riguardo l’abbattimento e la ricostruzione del Morandi. “Lo smontaggio è molto difficoltoso. È molto difficile lavorare su quelle strutture in sicurezza. Non immagino un collega, un ingegnere, che firma un pezzo di carta dicendo: potete andare a lavorare tranquillamente su quelle strutture. Non esisterà mai, se non so perché è crollata quella parte, come faccio a dire che quello che è rimasto sta in piedi mentre faccio le opere di demolizione e di smontaggio?”.

Ponte di Genova, “allarme sicurezza già dal 2014”

Dossier e allarmi sottovalutati. L’inchiesta genovese sul crollo del ponte Morandi, allo stato, ruota attorno a questo e al progetto di retrofitting, che doveva migliorare la sicurezza del viadotto. Un progetto passato per diverse mani. Per questo ieri la Guardia di finanza in Procura ha consegnato circa 30 nomi tra funzionari del ministero delle Infrastrutture, Autostrade (Aspi), Spea e Provveditorato. Nessuno di loro è allo stato indagato. Ma per le loro mani sono passate oltre a comunicazioni ufficiali anche appunti informali e riservati. Si tratta per Autostrade dei vertici del Cda, ad e presidente compresi, e chi (due i nomi) ha diretto il Tronco 1 di Genova negli ultimi anni. Oltre a loro, il responsabile della gara (Rup) di Aspi Paolo Strazullo e l’ufficio legale. Tre i nomi per Spea: i due firmatari del progetto, e l’amministratore delegato. Uno solo per il Provveditore, Roberto Ferrazza. Per il Mit diversi responsabili (sei su otto) della Direzione generale di vigilanza sulle concessionarie autostradali, e anche l’attuale capo Vincenzo Cinelli e il suo predecessore Mauro Coletta. La lista arriva a una trentina e comprende diversi ex che hanno occupato ruoli strategici. Il documento consegnato in Procura riassume fino al 2015 tutti gli ordini di servizio. Centrale resta il progetto di retrofitting. E su questo il lavoro investigativo va accumulando indizi sul fatto che “allerte sulla sicurezza” e “sulla accelerazione dei lavori da eseguire”, siano state date al concessionario con scadenza periodica. Le ultime carte che si stanno analizzando risalgono al 2014, ovvero circa un anno prima che Spea Engineering ricevesse da Aspi la richiesta di stesura del progetto. Si tratta di documenti fondamentali che già allora parlavano di “urgenza”, di “criticità” e di “problemi di sicurezza” per il viadotto crollato il 14 agosto scorso provocando la morte di 43 persone. Nel 2015, poi, Aspi si mette a lavorare al progetto del retrofitting per migliorare le condizioni del pilone 9 (quello crollato) e del pilone 10. Lo fa, ragiona la Procura, perché già prima (2014) qualcuno ha messo nero su bianco elementi di criticità. Ecco il motivo per il quale il progetto, oggi nel mirino della Procura, prende vita. Subito l’incarico arriva a Spea, che commissiona un secondo dossier sul Morandi. È quello del Cesi (2016). Qui i consulenti rilevano carenze strutturali sulle pile 9 e 10, dopodiché consigliano di attuare subito un monitoraggio dinamico sul viadotto. In sintesi: applicare sensori che in modo continuo rilevino le reazioni della struttura agli elementi esterni. Aspi, secondo la ricostruzione della Procura, nulla fa di quello comunicato dal Cesi. Salvo poi, la notte tra il 14 e il 15 agosto richiedere con urgenza quel dossier. Si arriva così all’ottobre 2017, quando l’ennesimo studio (il terzo) suggerisce ad Aspi di posizionare altri sensori per controllare il movimento del ponte. Sensori che non saranno messi. Ieri, la squadra Mobile ha chiuso il conto delle parti offese. La lista arriva a 145.

Il senso dei governi per i Benetton: “Regalati 2 miliardi”

Gli investimenti effettuati e quelli in programma sui 3 mila chilometri della rete Benetton risultano sovrastimati ad arte di circa il 20 per cento rispetto al dovuto. È questa la conclusione a cui sono arrivati i tecnici che per conto del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, hanno spulciato la concessione che lega lo Stato alla società Autostrade. La conseguenza è che gli utenti-contribuenti devono sopportare una spesa maggiorata di oltre 2 miliardi di euro dal 2013 al 2038, anno di scadenza della stessa concessione. Sempre che tale termine non sia spostato di altri 4 anni, così come aveva concordato con l’Europa il ministro Graziano Delrio. Nel frattempo in 17 anni, dal 1999 al 2016, da quando i Benetton sono subentrati all’Iri (Stato), i pedaggi sono aumentati del 72,9 per cento.

Alla base del calcolo per la variazione delle tariffe c’è una formula complicata fissata nella Convenzione unica del 2007 e perfezionata nell’Atto aggiuntivo del 2013. Tre sono gli elementi usati per il calcolo: il recupero del 70 per cento dell’inflazione reale più il valore X e il valore K. Dove per X si intende la remunerazione degli investimenti effettuati calcolata sulla base del tasso di remunerazione attualizzato (Wacc) al 7,18 per cento. E con K si indica la variazione percentuale della tariffa per la remunerazione degli investimenti realizzati l’anno precedente considerati anche gli ammortamenti e la remunerazione del capitale. Accettata per anni come un indiscutibile atto di fede da tutti, a cominciare dai ministri, la formula e in particolare i parametri per i calcoli ora vengono messi in discussione dai tecnici di Toninelli secondo i quali si riscontrano “alcune criticità evidenti nell’analisi economico-finanziaria degli indici adottati”. A partire da quelli per il calcolo della percentuale di inflazione per passare ai ribassi, gli accordi bonari, gli imprevisti, le spese generali, il costo medio del capitale investito. In pratica secondo i tecnici che hanno consegnato al ministro le conclusioni dell’indagine, la concessione è un affare ottimo per i Benetton, ma pessimo per lo Stato. In considerazione di ciò il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, nei giorni scorsi ha annunciato l’invio di un esposto alla Corte dei conti del Lazio, competente in materia, in cui ipotizza che possa esserci un danno erariale. La variazione della tariffa con il calcolo dell’inflazione al 70 per cento è una pratica copiata dal modello autostradale francese. Peccato, però, che proprio in Francia dove il sistema è stato inventato, sia poi stato dichiarato incongruo dalla Corte dei conti. I magistrati contabili francesi lo hanno stabilito in una sentenza del 2008 in cui hanno definito quel modello “economicamente incoerente e falsamente rigoroso”. In Italia tutti hanno fatto finta di non accorgersene e il sistema alla francese è restato in vigore. Anche per quanto riguarda i ribassi i tecnici del ministero hanno constatato vistose incoerenze. Nell’atto aggiuntivo del 2013 il tasso applicato per i ribassi d’asta per le opere nuove e di manutenzione da eseguire sui tratti in concessione è fissato al 15 per cento. Ma gli esperti fanno notare che è un valore non congruo, la media dei ribassi nel quinquennio precedente al 2013 per le opere di categoria OG3, cioè strade, autostrade, ponti, viadotti, etc. è stata molto più alta, pari al 24,86 per cento. Con ribassi minori il valore degli investimenti risulta sovrastimato di circa il 10 per cento, 9,68 per la precisione. Siccome gli investimenti previsti dal piano Autostrade 2013-2038 ammontano a 10,34 miliardi di euro, la sovrastima si traduce in un incremento di circa 1 miliardo di euro della tariffa a carico degli utenti.

La concessione per Autostrade è così vantaggiosa per i Benetton che al confronto un’altra concessione degli stessi Benetton, quella di per sé generosa per Adr-Aeroporti di Roma (Fiumicino e Ciampino), ci fa la figura della parente povera. Nella concessione per Adr non è previsto né il fondo accordi bonari, pari al 3 per cento del valore a base d’asta, né gli imprevisti pari al 5 per cento. Anche queste voci determinano una sovrastima del valore degli investimenti di Autostrade pari all’8 per cento, che nel periodo 2013-2038 implica un ulteriore incremento tariffario non giustificato di circa 800 milioni di euro. Poi ci sono le spese generali. Nel contratto di Autostrade sono fissate al 9 per cento degli investimenti, ma dopo aver spulciato un dossier del Consiglio nazionale degli ingegneri e un report del servizio studi dell’Oice (Organizzazione di ingegneria e consulenza), gli esperti del ministero stimano che la percentuale congrua avrebbe dovuto essere inferiore al 6 per cento. Tre punti in meno rispetto a quelli regalati ai Benetton.

Insulti al ministro dell’Interno, cancellate le scritte

Sono state immediatamente fatte rimuovere dalla polizia municipale di Modena, allertata dalla questura, le scritte offensive nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini comparse sabato 1 settembre in città. I volontari di “Vivere Sicuri” hanno cancellato le scritte che imbrattavano un tratto delle barriere antirumore che costeggiano la Nazionale per Carpi, in località San Pancrazio, subito dopo l’uscita per Campogalliano. “Ci vuole innanzitutto rispetto per le istituzioni. Da parte nostra, come abbiamo sempre fatto, provvederemo a far prontamente cancellare scritte che offendono le istituzioni democratiche del nostro Paese e feriscono la città”, ha detto il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, condannando il gesto compiuto da ignoti.

“’Salvini maiale’, ‘Salvini ebola’, ‘Salvini affogati merdone’. A Modena qualche idiota si diverte a imbrattare i muri così. Penosi. Al vostro odio rispondiamo con la coerenza e la forza delle nostre idee, #primagliitaliani”. A commentare su Twitter la vicenda è il diretto interessato, il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Occupazioni e sgomberi, la sinistra lavora per Salvini

Se la Lega di Matteo Salvini continua a crescere, ora è al 31,7 per cento nelle intenzioni di voto (Lorien), il merito è sicuramente anche del Pd (Matteo Orfini: “Una follia, procedere senza soluzioni alternative significa lasciare famiglie in mezzo alla strada”) e dell’opposizione di sinistra. Il caso della circolare del ministero dell’Interno sugli sgomberi di case occupate è l’ultima dimostrazione: Salvini scrive ai prefetti per chiedere più impegno nel liberare gli immobili pubblici e privati con dentro inquilini abusivi, il Pd e LeU protestano, così il leader leghista può twittare: “Il Pd definisce ‘folle’ la #DirettivaSgomberi? Roba da matti! La proprietà privata è sacra”.

“Chi occupa illegalmente lo fa per disperazione”, dice Stefano Fassina di LeU.

Nessuno occupa volentieri una casa se può permettersi alternative. Ma tra Roma e Ostia ci sono indagini in corso sul racket delle case popolari, con i clan Casamonica e Spada che ne trattavano decine come proprietà da vendere o subaffittare. A Lecce, ieri, la polizia ha sgomberato l’ex canile comunale occupato da un gruppo di anarchici che lì avevano costruito un loro centro, “Canaglia occupata”. Una forma di illegalità meno violenta di quella dei Casamonica ma che comunque priva lo Stato della disponibilità di immobili pubblici. Situazioni così ce ne sono in tutta Italia: in rari casi le occupazioni generano esperienze virtuose di recupero civico di spazi abbandonati, molto più spesso sono semplici soprusi, spesso difesi dalla cosiddetta destra sociale (Casapound è abusiva nella sua sede centrale a Roma dal 2003), ma anche da frange di sinistra radicale, per esempio il sindacato Usb, in nome dell’idea che il diritto ad abitare prevale su quello alla proprietà.

Una stima di Federcasa del 2016 parla di 48.000 occupazioni su 750.000 alloggi pubblici, ignoti i dati sulle abitazioni private. Un anno fa, la giunta Raggi avvia lo sgombero di un palazzo in via Curtatone, dietro la stazione Termini, a Roma, occupato da migranti da quattro anni, anche in quel caso si trovano tracce che fanno pensare a un racket degli alloggi più che a una spontanea occupazione di persone in difficoltà. Tra luglio e settembre 2017 il ministero dell’Interno Marco Minniti (Pd) prova a cambiare la normativa: nasce un coordinamento tra sindaco della città metropolitana e prefetto per individuare alloggi sfitti e decomprimere le situazioni a rischio.

Ora arriva Salvini. Che ha un valido argomento dalla sua: le occupazioni abusive possono costare care allo Stato. A luglio una società del gruppo Impregilo ha ottenuto in tribunale un risarcimento di 27,8 milioni dallo Stato perché l’ex salumificio comprato nel 2003 alla periferia di Roma non è mai potuto diventare un condominio, colpa delle occupazioni dal 2009. Il Viminale viene condannato a risarcire perché non ha fatto rispettare il diritto del proprietario dello stabile.

La nuova circolare di Salvini sembra però pensata più per creare il caos che per riportare l’ordine. Il ministro ordina ai prefetti di “attendere agli sgomberi con la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”. Tradotto: prima si sgombera, poi si fanno domande. Ma la circolare, che non può derogare alla legge, sostiene anche l’opposto: che prima di sgomberare bisogna raccogliere tutte le informazioni possibili sugli occupanti per fare una graduatoria e sfrattare per ultimi i più bisognosi. Gli immigrati senza documenti, sui quali non ci sono dati disponibili, che non sono in grado di provare la “situazione reddituale dei diretti interessati e della loro rete parentale” risulteranno, per definizione, i più irregolari. E quindi dovranno essere i primi a essere sgomberati. Come nel caso di via Curtatone, poi, la responsabilità dell’accoglienza verrà scaricata sul Comune.

Milano è un caso di successo che dimostra, almeno dal lato delle case popolari, come si affronta il fenomeno. Ed è l’opposto del metodo Salvini: nel 2014 il Comune, con l’assessore Pierfrancesco Majorino (Pd), ha preso in gestione le case popolari prima in mano a un’agenzia regionale. Poi ha cercato di ridurre il numero di alloggi sfitti, con una mappatura del patrimonio e la manutenzione di quelli inservibili, così da evitare che ci fosse chi rimaneva in modo illegale in un appartamento solo perché non riusciva a ottenerne un altro. In un paio d’anni le occupazioni nelle case gestite dal Comune sono calate da 1.417 del gennaio 2015 alle 980 di gennaio 2017. Mentre le occupazioni nelle case Aler, la società della Regione a guida leghista, nel frattempo continuavano ad aumentare.