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Tutti alzano muri senza pensare a cosa lasciano fuori

A quasi trent’anni dall’illusione che il crollo del Muro di Berlino aveva suscitato tra i popoli, di quell’urlo corale “mai più muri!” è rimasto solo una flebile eco nelle coscienze di chi allora lo ha vissuto, insieme al rammarico di non aver fatto abbastanza per trasmetterlo alle nuove generazioni.

Adesso, in molte parti del mondo, è un continuo erigersi di nuovi steccati tutti per impedire ai “poveri” di infastidire con i loro stracci le opulente società dei “ricchi”.

Naturalmente, come è successo a Berlino, anche questi nuovi muri prima o poi crolleranno, ma inevitabilmente nel frattempo provocheranno morte e dolore come sta già accadendo. Ma attualmente, come impazzita, la folla applaude chi respinge, anche quelle che prima erano “dalla parte sbagliata” dei vecchi muri. Solo pochi hanno l’intelligenza di pensare, come fece Italo Calvino: “Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori”.

Mauro Chiostri

 

Su Genova non ci sono giustificazioni che tengano

È sconsolante ascoltare in questi giorni le voci di quanti cercano di sostenere le ragioni di chi ha gestito le nostre autostrade in questi anni.

Pur con il beneficio di presunti ritardi degli Enti che avrebbero dovuto autorizzare gli ultimi lavori programmati, nulla può giustificare la imperdonabile trascuratezza di chi sistematicamente, privilegiando il proprio interesse economico e non la sicurezza, ha lasciato deteriorare le strutture sino al collasso.

Mi auguro che si possa davvero arrivare alla revoca delle concessioni in essere e che nella definizione dei danni si tenga in modo esemplare conto non solo dei costi di ricostruzione e dei doverosi rimborsi a quanti hanno perso familiari e le loro abitazioni ma anche di quanto la popolazione, la città di Genova e tutte le aziende coinvolte avranno a pagare in termini diretti e indiretti sino alla riapertura di un ponte.

Stefano Salmeri

 

Diritto di Replica

Con sorpresa leggo il pezzo pubblicato domenica 2 settembre dal suo quotidiano intitolato “La dissennata scelta di Benevento: laurea honoris causa a Gigi D’Alessio”, firmato da Paolo Isotta. Scrive il suo giornalista: “Mi si segnala che il Conservatorio di Benevento, su proposta del sindaco Clemente Mastella, sta valutando la possibilità di conferire una laurea honoris causa al ‘cantante’ Gigi D’Alessio ‘per aver portato la canzone napoletana nel mondo”. Sono veramente curioso di conoscere la fonte di una simile segnalazione, visto che il Conservatorio di Benevento mai si è espresso in merito a una simile ipotesi.

Il suo giornalista dice che “se fossi insegnante a Benevento, nel nome di Sala mi dimetterei. Ecco io mi dimetterei dalla vergogna se fossi giornalista del Fatto, visto che una telefonata di controllo prima di scrivere un pezzo dovrebbe essere un passo scontato per chiunque firmi qualcosa di pubblico, anche un post su Facebook. Al controllo delle fonti Isotta evidentemente non è abituato. Le lancio invece uno scoop, visto l’interesse che nutrite per noi. Ci piacerebbe invitare Gigi D’Alessio a tenere una masterclass della durata di un giorno ai nostri studenti di Pop Music. Perché sì, abbiamo una sezione di Pop Music, e pure di Musica Jazz, come praticamente tutti i Conservatori italiani. Noi facciamo il nostro lavoro e sappiamo meglio di chiunque chi sia Nicola Sala. Prima di stracciarsi le vesti, Isotta impari a fare il suo di cronista, se può.

M° Giuseppe Ilario
Direttore del Conservatorio

 

Il direttore del Conservatorio di Benevento smentisce “Il Fatto”, e non i giornali e i siti internet che hanno pubblicato la notizia. Evidentemente non gradisce che un importante quotidiano nazionale diffonda qualcosa che forse desiderava gestire a livello locale, in famiglia.

Nel suo tono aggressivo e offensivo, egli mi chiama “il suo giornalista” fingendo di ignorare che ero insegnante al Conservatorio di Napoli (non di Benevento) quando egli ancora andava a giocare a palla ai giardinetti; e proprio per la presenza di studenti del suo calibro civile e culturale ho abbandonato spontaneamente una cattedra assunta nel 1971.

Tuttavia la lettura del mio articolo non è stata per lui inutile: ha imparato chi è Nicola Sala, al quale il Conservatorio da lui diretto è intitolato.

Paolo Isotta

 

Egregio Direttore,

nell’edizione di ieri del “Fatto Quotidiano”, l’articolo di Daniele Martini intitolato “Monza, Gran Premio degli scrocconi: costa 130 mila euro e paga l’Aci, cioè noi” riferisce della presenza tra gli invitati all’evento, fra gli altri, del Presidente della Corte dei conti, Angelo Buscema, e del Segretario generale, Franco Massi.

Immagino che ai suoi lettori, per completezza di informazione, potrà interessare apprendere che entrambi hanno provveduto personalmente alle spese occorrenti. Ringrazio per l’attenzione.

Cons. Roberto Benedetti
Magistrato responsabile dell’Ufficio stampa e del portavoce della Corte dei Conti

Fa piacere sapere che gli esponenti della Corte dei Conti invitati dall’Aci abbiano deciso di mettere mano al portafoglio per assistere al Gran Premio di Monza.

Dan. Mar.

Cina. Per Pechino l’Africa è un’area di sviluppo (suo) e un mercato potenziale

 

Ho letto del nuovo piano di investimenti in Africa da 60 miliardi annunciato recentemente dalla Cina. Non capisco perché gli occidentali continuino a guardare all’Africa come un problema invece che un’opportunità e mi chiedo se questa visione sbagliata del Continente nero da parte dei nostri governanti non ci procurerà danni in futuro.

Lorenzo Chinetti

Se lo chiede lei, Lorenzo, e me lo chiedo anch’io, il perché di questa visione sbagliata: l’Europa guarda all’Africa come a un problema, demografico e di sicurezza; l’America non ci guarda quasi per niente. Per misurare i danni d’un simile atteggiamento, non c’è purtroppo da attendere il futuro, possiamo farlo già adesso.

Uno può pensare che ci abbia rovinato l’esperienza coloniale, anche se ho l’impressione che abbia rovinato più loro – gli africani – di noi – gli europei –. Ma il fatto è che noi, che siamo britannici, o francesi, o italiani (meno i tedeschi, la cui esperienza coloniale finì con la Grande Guerra, un secolo fa) continuiamo a guardare all’Africa con occhio da colonialisti o con un paternalismo colonialista, e con una divisione delle aree di interesse che riproduce le presenze coloniali, con un mix – quando le intenzioni sono buone – di sensi di colpa e di desideri di riscatto.

L’America, invece, quando è animata da buone intenzioni, sente, nei confronti dell’Africa, i peccati originali dello schiavismo e del razzismo. La Cina non ha questa trascorsi e, quindi, non ha neppure gli scrupoli che ne derivano. Per cui vede nell’Africa un’area di sviluppo – suo, in primo luogo – e un enorme mercato potenziale e persegue i suoi obiettivi senza lesinare investimenti e finanziamenti e con una presenza massiccia di tecnici e maestranze, oltreché di diplomatici e uomini d’affari. Per noi, l’Africa è una fonte di problemi: i Paesi al di sotto del Sahara sono esportatori di migranti, sentine d’insicurezza. Investire nel loro sviluppo sarebbe un investimento nelle nostre serenità e sicurezza. Ma non abbiamo la lungimiranza dei cinesi e, quindi, non ci spendiamo quel che serve, finanziariamente, diplomaticamente, umanamente. Rispetto ai cinesi, la democrazia non ci aiuta: leader che devono di continuo confrontarsi con il tasso di approvazione di opinioni pubbliche miopi diventano miopi a loro volta, se già non lo sono.

Giampiero Gramaglia

Nicola Zingaretti, il “maanchismo” non risolleva il Pd

Venerdì pomeriggio, alla festa del Fatto Quotidiano, c’era Nicola Zingaretti. L’ha intervistato Peter Gomez. Governatore del Lazio dal 2013 e confermato a marzo. Una storia apprezzabile da militante della Sinistra Giovanile. Veltroniano della prima ora. Europarlamentare. Presidente della Provincia di Roma. Candidato a sindaco della Capitale e poi no. Più il centrosinistra affondava e più Zingaretti era tra i pochi a restare a galla. Più il partito romano veniva travolto da scandali fragorosi, fossero essi la vile defenestrazione di Marino o peggio ancora Mafia Capitale, e più Zingaretti pareva – pare – l’unico a uscirne indenne. Sta pure antipatico a molti renziani, e anche questo è quasi sempre garanzia di qualità (o anche solo di decenza).

Ora, a quasi 53 anni, Zingaretti ha deciso di voler correre – sul serio – per il ruolo di segretario del Pd. Ha avuto anche l’incoronazione di Franceschini, che da quelle parti conta molto. Mai stato renziano, ma neanche troppo anti-renziano, Zingaretti sembra credibile come alternativa a quel passato recente di politiche berlusconiane che ha devastato il Pd. Dovrà scrollarsi di dosso in fretta quell’aria da gregario di lusso: l’aria da “fratello di Montalbano”. Ero molto curioso, perché – al netto dell’ironia – c’è bisogno di un’opposizione seria. E dunque di un centrosinistra serio. Ho quindi ascoltato con attenzione l’ora di chiacchierata con Gomez, di fronte a un folto pubblico non esattamente vicino all’ospite ma comunque rispettoso.

Per quanto facessi di tutto per restare concentrato, spesso perdevo la sintonia con le parole pronunciate sul palco: non un gran segnale, per chi deve a tutti i costi calamitare consensi posizionati (a oggi) da tutt’altre parti. Detta in maniera più chiara: più lo ascoltavo (distraendomi) e più mi domandavo per quale razza di motivo un elettore grillino, o leghista, o di Potere al Popolo, o un astenuto, avrebbe dovuto cambiare idea e votare convintamente Pd dopo avere udito tale arringa. Ogni tanto Zingaretti si avvicinava a pronunciare qualcosa di vagamente forte: “A soggetto politico corrisponde un nome politico. Non escludo di cambiare il nome al Pd, ma solo alla fine di un percorso in cui vedremo cosa siamo diventati”. “Io reagisco quando vedo il ministro usare il potere e la forza comunicativa per pretendere un’impunità su se stesso”. “Non sono un possibile candidato, ma un candidato”. “I renziani mi attaccano perché hanno capito che finalmente qualcosa di competitivo che può cambiare le cose si sta muovendo”. Zingaretti ha poi lanciato un incontro, a Roma, il 13 e 14 ottobre, dal nome “Piazza Grande”: “Voglio richiamare l’Italia a costruire un pensiero democratico”. Uhm.

Su Renzi è stato assai morbido: “Proprio perché non sono mai stato renziano, oggi non voglio insistere su di lui. Vorrei solo dirgli: ‘Caro Matteo è andata così. Ora prova a dare una mano’”.

Per ogni minuto che passava, la mia vocazione alla distrazione aumentava. Quasi mai risposte inequivocabili, un “maanchismo” pienamente veltroniano e un “democristianismo” da politico scafato ma forse anche un po’ pavido (o che comunque si sta guardando ancora attorno). Giunto a fine incontro, mi sono sentito come dopo aver visto un film di Gabriele Muccino. “Carino, dai. Bellino, dai. C’è solo un dubbio che mi rimane: esattamente, caro Zingaretti, cos’è che mi dovevi dire? No, perché io mica l’ho capito. E forse non solo io”.

Aung San Suu Kyi e la guerra contro i Karen

Il mio amico Franco Nerozzi dirige una onlus, Popoli, che si occupa dei Karen, una consistente minoranza, 4 milioni, che vive nel Myanmar, ex Birmania, ed è sempre stata vessata nel modo più brutale dalla dittatura militare birmana. Nerozzi fa la spola fra Verona, dove abita, e il territorio dove vivono i Karen. Poiché è un ragazzo intelligente, che ha viaggiato molto e conosce il mondo, non ha nessuna intenzione di modificare la cultura, la socialità, i costumi dei Karen né tantomeno di educarli alla democrazia. Si limita a proteggere, come può, i Karen dalle prepotenze e le violenze del governo birmano.

Pochi mesi dopo che la democratica e Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi assunse di fatto il ruolo di presidente del Myanmar chiesi a Nerozzi: “Allora, come va adesso per i tuoi Karen, è migliorata la situazione?”. “No. È peggiorata”, rispose. Naturalmente dei Karen non importa niente a nessuno, ma non poteva sfuggire all’attenzione della comunità internazionale la brutale repressione che la democratica e Premio Nobel per la Pace San Suu Kyi ha praticato su un’altra minoranza in Myanmar quella dei Rohingya, musulmani, che sono (ma adesso dobbiamo dire erano) un milione. L’altro giorno l’Onu ha certificato con un lungo e documentato rapporto questa repressione: 700.000 Rohingya han dovuto cercare rifugio in Bangladesh e poiché il Bangladesh è uno dei Paesi più poveri del mondo si può immaginare quale accoglienza gli abbia potuto riservare. Poi c’è il consueto corollario dei villaggi bruciati, degli assassinii, degli stupri di massa.

Nei suoi cento anni di vita e passa il Nobel per la Pace, che peraltro si trasforma quasi sempre in una dichiarazione di guerra (perché questo Nobel non è dato tanto per qualcuno ma soprattutto contro qualcun altro) non ha quasi mai azzeccato un colpo, se si esclude il caso di Sadat che però dovette condividerlo con il terrorista sionista Begin (attentato del 1946 all’Hotel King David di Gerusalemme, 91 morti). Adesso si pensa di trascinare San Suu Kyi e i militari birmani davanti al Tribunale internazionale penale dell’Aia per “crimini di guerra”. Intanto la cosa non è possibile perché il Myanmar non ha firmato il Trattato che lo istituisce. Ma è la stessa concezione di un Tribunale penale “per crimini di guerra” (dal quale tra l’altro gli americani si sono autoesclusi, loro “crimini di guerra” non ne commettono) che è tutt’altro che convincente. Perché, con buona pace di Carla Dal Ponte che ne è stata procuratore generale, sono i tribunali che i vincitori istituiscono contro i vinti e che hanno il loro precedente nel processo di Norimberga. Dove, per la prima volta nella Storia, i vincitori non si accontentarono di essere più forti dei vinti ma pretesero anche di esserne moralmente migliori. La storia successiva, con quello che hanno combinato americani, russi, inglesi, francesi, si incaricherà di dimostrare che i vincitori non erano poi così migliori dei vinti ma forse, chissà, un tantino peggiori. Chi porterà mai davanti a un tribunale di questo genere Sarkozy, Obama e quel coglione di Berlusconi che, senza giustificazione alcuna, nel 2011 hanno aggredito la Libia, assassinato Gheddafi e, per non farsi mancar nulla anche i suoi nipotini creando la situazione drammatica che oggi è sotto gli occhi si tutti?

Invece di anfanare su improbabili processi, il Comitato norvegese farebbe meglio a essere un po’ più cauto nell’assegnazione dei Nobel per la Pace. Nel 2009, appena eletto, è stato dato ‘a prescindere’ a quello pseudonero e pseudodemocratico di Barack Obama e questo insigne Premio Nobel per la Pace è stato complice dei francesi nell’aggredire la Libia e continua a occupare con le sue truppe omicide l’Afghanistan.

Dipendesse da me il Nobel per la Pace lo abolirei o lo ficcherei “su per il bucio del culo” (elegante espressione romagnola) a chi lo dà e a chi lo riceve.

Cattivi testimonial e nobel improvvisati

Da molti mesi in Myanmar la minoranza musulmana Rohingya viene perseguitata e repressa dal governo insediatosi due anni fa, il cui “uomo forte” è paradossalmente una minuta donna. Ma il paradosso non sta tanto nella disparità tra l’apparenza e la sostanza della signora Aung San Suu Kyi, quanto nella discrasia tra la violenza perpetrata dal suo governo e il premio Nobel per la Pace a lei assegnato nel 1991.

Dopo che le Nazioni Unite hanno recentemente criticato la signora per aver giustificato e sostenuto un genocidio, Olav Njolstad, presidente del comitato norvegese per l’assegnazione del Premio, ha dichiarato che non è possibile revocarglielo, perché lo statuto non lo permette. Ma il vero problema sta a monte, perché quel premio le era stato assegnato sulla fiducia, nella speranza che la premiata lo meritasse quando fosse andata al potere: speranza evidentemente frustrata, come d’altronde fu anche quella del premio del 2009 a Barack Obama, che in seguito dimostrò in più occasioni di non essere meno guerrafondaio del suo predecessore George W. Bush.

Scegliere cattivi testimonial per ottime cause è però una costante dell’odierno mondo pubblicitario, che privilegia appunto le apparenze alla sostanza: più una persona è famosa, indipendentemente dai motivi che l’hanno resa tale, e più diventa appetibile come simbolo di una causa, indipendentemente dalla sua natura. Ma, com’è ovvio, una cattiva propaganda può ritorcersi contro una buona causa, e ottenere gli effetti contrari a quelli prefissi.

Prendiamo, ad esempio, la sacrosanta lotta alla violenza sessuale, soprattutto sulle donne e sui bambini: un problema tremendo, che affonda spesso le proprie radici tra i parenti e gli amici delle vittime. Lo scorso anno, però, a scendere in campo come testimonial sulla violenza sessuale sono state le attrici di Hollywood: cioè, di un ambiente che non è mai stato noto per essere un collegio di educande, e che già negli anni 50 veniva descritto da Kenneth Anger come Hollywood Babilonia.

Era ovvio fin dagli inizi che la campagna del #MeToo rischiava di fare di ogni erba un fascio: da un lato, equiparando episodi spesso risibili alle vere violenze, e dall’altro lato, sparando nel mucchio senza far prigionieri. Puntualmente, le accuse si sono ritorte su Asia Argento, che da pasionaria violentata si è ritrovata a essere una virago violentatrice. O su Woody Allen, che ha visto gli attori del suo ultimo film rifiutare i propri cachet, e la produzione ritirarlo dalla circolazione, per la recrudescenza di vecchie accuse mai provate nei tribunali, ma più che sufficienti per le gogne mediatiche.

Pessimi testimonial sono stati anche quelli che papa Francesco ha scelto per la modernizzazione della Chiesa cattolica, da decenni travolta dalla piaga della pedofilia ecclesiastica. Alcuni dei suoi più intimi e fidati collaboratori, da lui personalmente individuati per impersonare il segnale del cambiamento, sono stati però travolti da scandali di natura sessuale: ad esempio, monsignor Battista Ricca nel 2013, la signora Francesca Immacolata Chaouqui nel 2015 e il cardinale George Pell nel 2017. Sono anche queste pessime scelte a rendere ora plausibili le accuse di connivenza e corresponsabilità che monsignor Carlo Maria Viganò gli ha lanciato pochi giorni fa, e alle quali il pontefice non ha saputo o potuto opporre altro che un imbarazzato rifiuto di commentare.

Ma non sono solo le miserie del potere e dello spettacolo a soffrire per la scelta dei testimonial. Anche l’istruzione e la cultura, che pure avrebbero fior di menti meravigliose a disposizione da offrire come esempi, spesso scivolano lungo linee di minima resistenza e si riducono a proporre controproducenti modelli: cioè, persone famose che non hanno mai terminato gli studi, quasi a suggerire agli studenti che in fondo l’istruzione e la cultura non servono, soprattutto per far soldi o avere successo in un mondo di buzzurri.

Ecco così sfilare sul podio delle migliori università, a confondere i giovani che invece hanno perso il loro tempo a laurearsi, cantanti, attori, registi e imprenditori quali Bono, Tom Hanks, Steven Spielberg, Bill Gates, Steve Jobs e Mark Zuckenberg. Tutti meno scandalosi, comunque, dei nostri ministri dell’Istruzione senza laurea, come la pidina Valeria Fedeli, o laureati in ginnastica alla Cattolica (sic), come il leghista Marco Bussetti.

Se a manifestare contro la guerra e la violenza fossero solo i pacifisti e i non violenti, a combattere contro la sporcizia nella Chiesa solo i preti e i prelati puliti, e a fornire esempi di istruzione solo gli studenti modello e gli uomini di cultura, il mondo apparirebbe forse meno glamour, ma certo un po’ più serio.

In fuga dal regime: in 4 anni 2,5 milioni di venezuelani se ne sono andati

Quasi 2,5 milioni di venezuelani (su un totale di poco più di 30 milioni) hanno lasciato il Paese dal 2014. È il dato emerso a Quito, dove i rappresentanti di 13 Paesi dell’America Latina sono riuniti per coordinare le misure da adottare per gestire il massiccio flusso migratorio. Al meeting non partecipa proprio il regime di Maduro, che nega l’esistenza di un esodo per la crisi economica e politica. Gli altri Paesi, invece, descrivono un quadro “drammatico”. La Colombia, in particolare, da sola ospita quasi un milione di venezuelani; anche in Brasile il numero di profughi è in costante crescita.

Humour russo: 5 anni di carcere per un post

Il giorno in cui Maria Motuznaya, 23 anni, siberiana, è diventata una “terrorista”, stava solo sorridendo. La foto delle suore con le labbra strette intorno a una sigaretta e la scritta “fate presto finché dio non vede” per lei era divertente e per questo l’aveva pubblicata sui social. Quando la polizia è arrivata a casa sua era incredula: l’accusavano di essere una “estremista”.

In caserma a Barnaul le hanno suggerito di firmare una confessione di colpevolezza, ora rischia cinque anni di carcere per “incitamento all’odio religioso” ed è finita nelle nuove “liste dell’estremismo” russo.

Scherzi virtuali, prigioni reali: una nuova stagione di repressione digitale è cominciata, perché le parole sono importanti in Russia, ma i meme di più: e se offendono le guglie delle chiese e del Cremlino, di dio e della patria, vai dietro le sbarre.

“Jon Snow è risorto!” L’immagine del personaggio di Games of Thrones ritratto come nelle antiche icone ortodosse è diffusa sul Facebook russo, il social Vkontakte; però quando Danil Markin, 19 anni, l’ha pubblicata sul suo account non sapeva che, da quel momento in poi, avrebbe smesso di dormire. Anche lui rischia cinque anni di carcere per “oltraggio religioso” ed ha il conto bancario bloccato: “La Russia mi uccide lentamente come cittadino indesiderato”.

Anche Andrej Shasherin, 38 anni, ha “screditato la leadership della chiesa” pubblicando una foto del patriarca Kirill. Come gli altri, firmando la confessione di colpevolezza, pensava di poter tornare alla sua vecchia vita, invece il suo futuro lo deciderà un giudice. Stessa simmetria da un lato all’altro del paese: a Tuva Oyumaa Dongak è stato fermato per aver postato un articolo storico in cui c’era l’immagine di una svastica.

I dati sull’attività online cambiano da un’organizzazione all’altra, ma concordano tutti su un punto: è in corso una stretta sul mondo digitale russo. Ci sono stati 298 procedimenti penali nel 2016, 411 nel 2017, quest’anno sono ancora di più, riporta l’ong Agorà. Nella Federazione ora paghi con l’arresto un post sbagliato, senza dover uscire di casa per partecipare a un corteo come quelli dell’ultimo weekend: in 10 mila – sostenitori di Navalny e di Limonov, cittadini comuni, estremisti di destra e sinistra – sono scesi in strada a Mosca per protestare contro la riforma delle pensioni.

Ma se l’opposizione al Cremlino è solo di alcuni, l’ironia contro l’autorità di Mosca è di tutti. L’Fsb è passata “ad un nuovo livello: non solo oppositori, ma semplici cittadini vengono arrestati, come ai tempi dell’URSS, si finisce in prigione anche solo per una barzelletta” scrive il Moscow Times. Ieri intanto La televisione di Stato ha varato un nuovo show settimanale – dal titolo Mosca. Cremlino. Putin – dedicato a Vladimir Putin: il programma è centrato sulle doti di leadership del presidente, l’energia fisica e l’attenzione alle necessità del popolo.

Il primo episodio ha trattato i viaggi di Putin della scorsa settimana, tra cui le immagini delle vacanze in Siberia e l’incontro con gli studenti a Sochi. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov al conduttore Vladimir Soloviev: “Putin è una persona molto umana”.

Rio, il museo in fumo come le speranze carioca

È bruciato come una favela, il Museu Nacional di Rio de Janeiro, l’ex residenza dell’imperatore portoghese Dom João VI che, duecento anni fa, trasformò (1818) il suo sontuoso palazzo nell’istituzione scientifica più antica del Brasile e nel primo museo della storia del paese; tutto è andato in fumo.

“Sono duecento anni di memoria, scienza, cultura e educazione andati perduti per mancanza di supporto e coscienza della classe politica brasiliana. Il mio sentimento è d’immensa rabbia”, ha affermato sdegnato il vicedirettore del museo, Luiz Fernando Dias Duarte, a GloboNews.

Non è rimasto assolutamente nulla del museo costruito vicino al rio Carioca nell’immenso parco tropicale a Quinta da Boa Vista, dove migliaia di brasiliani vanno la domenica a giocare a pallone.

Dentro il museo erano racchiusi due milioni di collezioni, tra cui documenti dell’epoca dell’impero, fossili, artefatti greco romani, minerali e la più grande collezione egizia dell’America Latina. In un’ala del museo c’era anche il cranio di origine africana “Luzia”, il più antico fossile umano scoperto in Brasile e che ha rivoluzionato le conoscenze sulla presenza umana in America. Sono arse tra le antiche travi divorate prima dai tarli e poi dalle fiamme, anche settecento pezzi archeologici che appartenevano all’imperatrice Teresa Cristina Maria de Boubon (1822-1889) che, prima di trasferirsi a Rio de Janeiro, portò le sue collezioni private proveniente da Veio, Pompei ed Ercolano.

“Riconosciamo il valoroso lavoro dei vigili del fuoco, ma la forma in cui è stato combattuto l’incendio non è stata della stessa proporzione e scala dell’incendio stesso. Ci siamo chiaramente resi conto che c’è stata una mancanza di logistica e infrastruttura nell’affrontare l’emergenza”, ha detto il rettore dell’Università Federale di Rio de Janeiro, Roberto Lehe. Il rettore si riferisce all’inefficienza dei bombeiros, i vigili del fuoco, anche loro vittime della decadenza della prefettura di Rio che, secondo il giornale O Dia, non ha curato l’efficienza delle manichette antincendio nell’edificio; per questa ragione gli 80 bombeiros non hanno potuto operare subito e, per ore, hanno usato la sola acqua trasportata con 21 autocisterne.

L’ala che accoglieva anche parte della facoltà di Antropologia sembrava più una favela che un’importante istituzione. Fili sospesi, sale divise da pareti fatte di compensato, pile di oggetti accantonate alla rinfusa causarono uno sciopero dei dipendenti pubblici del ministero della Cultura fin dal maggio del 2014. La protesta voleva denunciare lo stato d’illegalità in cui si trovavano la maggioranza dei musei brasiliani: 370 strutture pubbliche di questo tipo corrono rischi a causa della trascuratezza del governo Temer, che ha congelato per vent’anni con la Pec 241 gli investimenti della spesa pubblica.

Il direttore per la tutela del Museo Nazionale, João Carlos Nara, ha affermato che l’incendio “è il ritratto della situazione in cui si trova il paese”, privo di strutture, con mancanza di finanziamenti e gestione. Se le fiamme hanno bruciato secoli di storia brasiliana, hanno però alimentato la solidarietà di studenti, professori e cittadini che si sono immediatamente prodigati per dare un aiuto e reagire alla scelleratezza del governo contro la cultura. Due manifestazioni contro la distruzione del patrimonio scientifico e culturale hanno avuto luogo lunedì nel centro di Rio. La decadenza carioca, divorata dalla violenza e la disoccupazione, è iniziata nel 2016, quando il governatore Francisco Dornelles dichiarò lo stato di calamità pubblica, e ottenne dal governo ad interim di Michel Temer 2,9 miliardi di reais necessari per consentire lo svolgimento dei Giochi olimpici all’epoca dell’impeachment della presidente Dilma Rousseff.

Rio divenne il simbolo della crisi economica e politica del Brasile, una crisi che continua pericolosamente a pochi giorni dell’elezione presidenziale: l’estrema destra cavalca l’insoddisfazione popolare e potrebbe giungere al potere.

Scomparso Kamphuis. Fondò Wikileaks assieme ad Assange

Si colora di giallo la sparizione di Arjen Kamphuis – mago informatico olandese che fu tra i co-fondatori di Wikileaks con l’australiano Julian Assange – svanito da ormai due settimane. Dal 20 agosto non si hanno più sue notizie, le ultime tracce lo riportano in Norvegia. Poi il vuoto, che in queste ore alimenta paure e sospetti. A lanciare l’allarme è stata Ancilla van de Leest, paladina della tutela dei dati personali e amica di lunga data di Arjen che ha twittato le prime informazioni sulla scomparsa. Secondo l’attivista, Kamphuis il 20 agosto ha lasciato la stanza che occupava in un piccolo albergo di Bodo, nell’estremo nord della Norvegia, con in tasca la prenotazione datata 22 agosto di un biglietto ferroviario per una tratta interna, verso per Trondheim; su quel treno però Arjen non risulta essere salito. Da qui i timori, trasformatisi con il passare dei giorni in angoscia. Al momento gli investigatori nordici non si sbilanciano, ma Wikileaks attraverso il profilo Twitter, sottolinea la stranezza di quanto accaduto. Assange dal canto suo resta confinato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra; se esce teme l’estradizione negli Usa per aver rivelato materiale top secret.

Sedicenne tunisino aggredito a calci : “Torna nel tuo Paese”

Un sedicenne tunisino è stato aggredito domenica, a Raffadali, in provincia di Agrigento, da un altro minorenne che dopo avergli dato una sportellata lo ha picchiato con calci e pugni gridando “torna nel tuo Paese”. L’accaduto è stato raccontato su Facebook da Giovanni Mossuto il responsabile del centro in cui il giovanissimo, chiamato Ahmed, si trova. Mossuto ha concluso il suo post dicendo “Noi non vogliamo che queste aggressioni razziste passino in silenzio”. La Sicilia non è nuova a episodi di razzismo: a Bagheria domenica scorsa è stato aggredito a colpi di cric un 25enne nigeriano e a fine luglio a 48 ore di distanza uno dall’altro si erano verificati tre casi simili, uno a Partinico dove a essere aggredito da sette uomini era stato un senegalese di 19 anni, uno ad Agrigento dove la vittima era stata un 18enne del Gambia, schiaffeggiato ripetutamente da dei bulli xenofobi, e un altro a Catania dove tre donne erano state lasciate a terra dal conducente di un autobus per il colore della loro pelle. Il problema razzismo non riguarda solo la Sicilia: è di ieri la segnalazione di un’aggressione xenofoba su un autobus a Torino in cui sarebbe stato coinvolto anche un italiano che ha preso le difese della vittima.