Da “salvatori della patria” anti-Gheddafi a “giustizieri” dell’esecutivo voluto dall’Ue

Dicono che vogliono proteggere i civili, ma noi siamo stanchi di questi criminali che si fanno la guerra. Perché alla fine sono i civili a morire” dice al Fatto Ahmed da Tripoli. La sera di sabato la Settima Brigata della città di Tarouna, 65 chilometri a sud-est della capitale, è entrata nella capitale aprendo il fuoco sulle postazioni del gruppo armato Brigata Rivoluzionaria Tripoli a sud della città. Una mossa a sorpresa quella della Brigata di Tarhouna, che ufficialmente fa parte della colazione di forze armate a sostegno del governo di Accordo Nazionale guidato dal primo ministro Fayez Al Serraj. “Pare che abbiano defezionato e siano passati con Haftar” ha detto al Fatto una fonte militare. La Brigata 7a di Tarouna fa capo ai fratelli Al Kaniat, salafiti. Salafiti come il generale Khalifa Haftar.

I comandanti militari “ufficiali” hanno dichiarato che combatteranno fino a quando le milizie che oggi controllano Tripoli si scioglieranno per passare il testimone alla forze armate libiche e alla polizia. Principali obiettivi sono Ghinewa e Tajouri, i leader della BRT che ufficialmente fa parte delle forze a sostegno del governo di Accordo nazionale. Tra i capi di accusa principali a loro carico il monopolio sulle lettere di credito concesse dalle banche per ottenere trasferimenti di capitale all’estero in euro o dollari.

Le forze di Ghinewa e Tajouri sono al libro paga del ministero degli Interni. Entrambi hanno costruito le loro carriere portando in scena la lotta alla droga e alla corruzione. Ma sono entrambi noti per diverse attività criminali, tra cui sequestri di persona e ricatti a leader politici.

La brigata Al Sammod guidata da Salah Badi si è unita alla BRT andando a ingrossare le fila della colazione pro-governo. Tuttavia va specificato che questi gruppi non sono esattamente al servizio del governo Serraj, semmai il governo Al Serraj ai tempi del suo travagliato ingresso nella capitale nel 2016 dovette accettare supinamente la loro presenza e le loro condizioni.

L’ingresso di Salah Badi ha lascito tutti di stucco: l’eroe della Rivoluzione contro le forze di Gheddafi nel 2011 nella città-Stato di Misurata, guidò nel 2014 la coalizione Alba della Libia contro le forze allineate con il Parlamento uscito da nuove elezioni. Da allora Badi è stato uno dei principali oppositori del governo Serraj in Tripolitania. E la puzza di sangue che saliva dai nastri trasportatori dell’aeroporto internazionale di Tripoli, campo di battaglia tra Badi e le milizie di Zintan, pare oramai un ricordo lontano. A poche ore dal suo arrivo nella capitale, Badi ha firmato un accordo con il neonato gruppo armato guidato dal comandante di Zintan Emad Trabelsi.

Da Misurata è sopraggiunta anche le brigate Al-Bonyan Al-Marsous e Halboos. Quest’ultima giocò già il ruolo di forza di interposizione a Tripoli all’indomani dello scoppio della guerra civile nel 2014. Mentre Al-Bonyan Al-Marsous nacque come forza anti-terrorismo sulla linea del fronte contro lo Stato Islamico a Sirte nel 2015.

Solo nella tarda serata di domenica, le Forze Speciali Rada guidate dal salafita Abdul Rauf Kara sono scese in campo: ufficialmente con il governo di Accordo Nazionale, ma gli analisti più raffinati sono sempre vigili rispetto ad un potenziale cambio repentino di bandiera da parte delle Forze Rada. D’altronde anche loro condividono con la Brigata 7a di Tarouna e Haftar l’affiliazione all’ideologia salafita.

Il premier traballa, le milizie di Zintan passano con i ribelli

ATripoli si combatte lungo le strade a ridosso del centro. Se fino a tre giorni fa gli scontri armati tra la Settima Brigata, la milizia attaccante, e le altre a difesa del governo di Accordo Nazionale (GNA) del presidente Fayez al-Sarraj, lambivano la periferia sud-est della Capitale, da ieri il conflitto si è spostato nell’area urbana centrale: “La battaglia è a una manciata di chilometri da piazza dei Martiri e ha già toccato le aree di Tajoura e Abu Salim. In giro non c’è anima viva”, ci racconta da Tripoli un cooperante di una ong libica. E la situazione per il governo Sarraj potrebbe complicarsi: la milizia di Zintan avrebbe cambiato schieramento alleandosi con la Settima Brigata, mentre le bande armate di Misurata che erano state chiamate per dare man forte alle forze governative sono rimaste alla finestra: l’alleanza Settima Brigata-Zintan potrebbe giocare un ruolo da protagonista nella rivolta contro al-Sarraj.

A Tripoli la tensione è ai massimi livelli: è la stessa città considerata tranquilla soltanto due mesi fa dal ministro degli Interni, Matteo Salvini, quando, al termine della sua prima e unica missione libica, definì Tripoli e la Libia “luoghi sicuri”.

Salvini è certo che dietro questo ennesimo scoppio di violenza fra gruppi armati vi sia qualcuno (la Francia) e si dice pronto a tornare, anche correndo rischi. Non sarà per adesso. A Tripoli si muore, le vittime ufficiali sono 47, 129 i feriti. Gli spari sono arrivati nelle vicinanze del safe shelter mai inaugurato di Sikka. Talmente vicini gli scontri che il presidente al-Sarraj ha deciso di spostare il suo quartier generale dal porto di Tripoli a Janzoura, area sicura e sotto stretto controllo, venti chilometri a ovest del centro. Nella stessa località si trova uno dei centri di detenzione co-gestiti da ministero dell’immigrazione libico e organizzazioni internazionali. Lì ieri sono stati trasferiti un migliaio di migranti rinchiusi nell’hub di Trik al-Matar, minacciato dalle sparatorie, mentre una parte è stata portata in quello principale di Trik al-Sikka, a meno di un chilometro dalla nostra ambasciata. In grossa difficoltà anche il centro di Tajoura, l’area a est di Tripoli, al centro di aspri combattimenti, mentre i 420 migranti di Ein Zara erano stati divisi in varie strutture.

Il dramma nel dramma riguarda 10 mila profughi africani. I centri attivi sono al collasso. Ieri il governo libico ha suddiviso una parte dei migranti in cinque scuole “prestate” per l’emergenza. In grossa difficoltà le organizzazioni umanitarie. Oim (l’agenzia Onu per i migranti) aveva già annunciato una riduzione dell’attività, Unhcr ammette le difficoltà: “Dove gli scontri sono più intensi non riusciamo ad accedere ai centri”, ha affermato la responsabile Paula Barrachina.

Ibrahim Younis, capomissione in Libia per Msf ha dichiarato: “I recenti scontri dimostrano come la Libia non sia un luogo sicuro per i migranti, rifugiati e richiedenti asilo”. Tutto questo mentre la capitale rischia di diventare inaccessibile anche a causa della chiusura, da tre giorni, del suo unico aeroporto attivo, il Mitiga. L’unica alternativa resta quella di Misurata, 210 km a est di Tripoli. C’è poi il serio problema dei detenuti rinchiusi nelle carceri libiche. A Ein Zara ne sono scappati a centinaia, adesso sono a rischio quello di Abu Salim e, soprattutto, di Mitiga. Dentro le celle di Mitiga, infatti, sono rinchiusi decine di affiliati allo Stato Islamico e numerosi membri, di vario rango, delle milizie fedeli a Muhammar Gheddafi e alla sua famiglia.

Nel marasma più totale la nostra ambasciata a Tripoli, sfiorata sabato mattina da un missile che ha colpito un albergo a venti metri. Le uniche figure di vertice presenti in sede in questa fase delicata sono il “numero due” Nicola Orlando e l’addetto stampa Steve Forzieri. L’ambasciatore, Giuseppe Perrone, è assente da diverse settimane. Il suo rientro era previsto per questi giorni, ma difficilmente, a meno di una tregua duratura e della riapertura del Mitiga, il rappresentante diplomatico rientrerà nel suo ufficio.

Contro Parigi e con Al-Serraj. Ma il governo è spiazzato

Questa pagina libica cruenta era già tutta scritta, quando, a Washington, il 31 luglio, Donald Trump diede il suo avallo al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: una cabina di regia a guida italiana per la stabilizzazione della Libia e la sicurezza nel Mediterraneo.

Trump riconobbe a Conte una leadership in Libia un po’ per dare fastidio a Macron il “maestrino”, ma soprattutto perché gli premeva non restare impaniato in beghe regionali, dove non ci sono, o lui non percepisce, interessi strategici od economici americani. Così ora la diplomazia Usa “sostiene con forza l’impegno dell’Onu di riunire le parti coinvolte”: sarà l’unico caso, in venti mesi di Amministrazione Trump, in cui gli Usa s’affidano all’Onu, che oggi proverà a fermare gli scontri fra milizie a Tripoli. Mentre l’Ue, che conta quanto l’Onu, lancia un appello per il cessate-il-fuoco.

Alla Casa Bianca, il professor Conte parve compiaciuto della patente libica conferitagli da Trump; e molti lo furono con lui, pensando d’essersi così sbarazzati delle interferenze di Macron. Ma, a fare saltare le ipotesi di cabine di regia “mediterranee” e a mostrare che tutte le nostre briscole sciorinate in Libia tra luglio e agosto, Salvini, Moavero, la Trenta, sono, in realtà, almeno lì, scartine, bastava soffiare un po’ sul fuoco delle rivalità fra le fazioni libiche.

Qualche malizia francese, sulle elezioni entro l’anno; qualche ingenuità italiana, ed ecco il patatrac. Quando Di Maio al Cairo dice ad Al Sisi che l’Italia lo vuole coinvolgere in Libia, suscita magari un sorrisino d’indulgenza da parte del rais, che in Libia è uno che dà le carte e, nel contempo, irrita i nostri diretti interlocutori, il premier Al-Serraj e il suo governo che fuori da Tripoli non controlla nulla e, ormai, neppure a Tripoli.

Ci sarebbe da approntare una risposta, per contenere i rischi che il caos a Tripoli significhi ripresa del flusso dei barconi verso l’Italia, mentre l’Eni assicura che “le attività procedono regolarmente” – gas e petrolio sono salvi, alleluja! –. Ma il Consiglio dei ministri si riunisce senza Conte e Di Maio. Salvini si prende la scena, Moavero e la Trenta lavorano ai margini: l’ambasciata d’Italia a Tripoli resta “operativa”, ma ha “presenze più flessibili”; i soldati italiani, che a Misurata proteggono un ospedale da campo, non sono in pericolo; e Palazzo Chigi smentisce un intervento italiano.

Il governo, che rinvia le nomine ai vertici dei servizi segreti – cruciali sul fronte libico – esprime, per bocca di Salvini, “massimo sostegno alle autorità libiche riconosciute” (da Onu e occidentali, ma non certo dai libici) e se la prende con la Francia. “L’Italia deve essere protagonista – aggiunge Salvini –. Escludo interventi militari, che non risolvono nulla. E questo dovrebbero capirlo anche altri… Le incursioni di chi ha altri interessi non devono prevalere sul bene comune, che è la pace”. Il sostegno alle “legittime istituzioni libiche” e al “piano d’azione dell’Onu” è ribadito dal ministro degli Esteri Enzo Moavero.

A chi gli chiede se sia pentito di avere definito la Libia un porto sicuro, Salvini risponde “Chiedete alla Francia”: “Penso che dietro (a quanto accade in Libia, ndr) ci sia qualcuno che ha fatto una guerra che non si doveva fare, che convoca elezioni senza sentire gli alleati e le fazioni locali, che è andato a fare forzature, a esportare la democrazia, cose che non funzionano mai”.

Critiche alla Francia, miste a preoccupazione, le esprime anche il presidente della Camera Roberto Fico: “C’è una tensione enorme e l’Europa se ne deve fare assolutamente carico. È un problema grave che ci ha lasciato la Francia, facendo una guerra che non era stata chiesta da nessuno, e ora siamo sull’orlo di un nuovo conflitto. E allora dobbiamo parlare con intelligenza… non polarizzando gli scontri” sui migranti “tra ‘tutti a casa’ o ‘accogliamoli’”. La Trenta gli si accoda: “Bisogna lavorare per fare cessare le ostilità… L’ipotesi intervento militare non la prendo neppure in considerazione”.

Pure il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani dice che “Macron sbaglia: un solo Paese non può essere egemone in Libia”. L’Europa deve “agire in fretta cercando un compromesso: guai se diventa una partita tra Paesi”.

Ma la diplomazia pare impotente: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia, cioè cani e gatti, condannano all’unisono “l’escalation di violenza a Tripoli” e ricordano che “è vietato colpire i civili e sferrare attacchi indiscriminati”. Insomma, fischiano fallo, ma non sanno a chi mostrare il cartellino giallo.

Al via in 11 città la sperimentazione del taser: per l’Onu può essere letale

Supera il manganello ma non sostituirà la pistola. Anche in Italia, da domani, parte la sperimentazione del taser, arma prodotta e usata negli Stati Uniti, che non usa proiettili ma l’elettrochoc. Verrà utilizzata in 11 città italiane (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi) per polizia, carabinieri e Guardia di Finanza. La pistola elettrica, prodotta dalla Taser International Inc., è classificata tra le armi “meno che letali” malgrado siano state registrate numerose morti nel corso degli anni conseguenti al loro uso, denunciate da Amnesty International e dall’Onu nel 2007.

“Preghiera e silenzio contro chi cerca solo la distruzione”

Non ha citato espressamente monsignor Carlo Maria Viganò – e non poteva essere altrimenti – ma le parole pronunciate ieri da papa Francesco nella prima messa a Santa Marta dopo la pausa estiva non possono non trovare appiglio nel caso del “dossier” dell’ex nunzio negli Stati Uniti che, accusando il Pontefice di aver ignorato le informazioni sugli abusi omosessuali dell’ex cardinale di Washington Theodore McCarrick (poi da Bergoglio privato della porpora) ne ha chiesto addirittura le dimissioni. “La verità è mite, la verità è silenziosa, con le persone che cercano soltanto lo scandalo, che cercano soltanto la divisione e la distruzione, l’unica strada da percorrere è quella del “silenzio e della preghiera”, ha detto il Papa nell’omelia. Francesco è partito dal Vangelo di Luca, in cui Gesù, tornato a Nazareth, viene accolto con sospetto, spiegando che esso permette di “riflettere sul modo di agire nella vita quotidiana, quando ci sono dei malintesi” e di comprendere “come il padre della menzogna, l’accusatore, il diavolo, agisce per distruggere l’unità di una famiglia, di un popolo”. Con il “suo silenzio” Gesù vince i “cani selvaggi”, vince “il diavolo” che “aveva seminato la menzogna nel cuore”.

“La Curia non dimentica. Arriverà un anti-Francesco”

Sesso, soldi e sangue. Delle tre esse che i maestri di giornalismo del Novecento indicavano come fattore propulsivo per ogni avventura editoriale, almeno due – sesso e soldi – sono le questioni che tengono inchiodata la Chiesa alla sua coscienza periclitante, alla verità ufficiale esausta e precaria, alla miseria di parte del suo clero, ai veleni dei suoi corvi.

Vito Mancuso è il teologo italiano che con più nettezza e severità osserva e indaga la realtà cattolica.

La salvezza della Chiesa passa dalle donne, dalla energia che esse custodiscono e non sono messe in condizione di liberare, e dall’abolizione del voto di castità, che oramai è insostenibile.

Si pensava che Papa Francesco potesse salvare la Chiesa.

Era attesa la palingenesi e grande fu l’ammirazione per il sovvertimento anche simbolico: anzitutto la scelta di chiamarsi Francesco, il rifiuto di indossare i paramenti papali, di dormire nel vistoso appartamento a lui destinato, di viaggiare nelle berline da capo di Stato. L’attesa si è gonfiata di speranza, la speranza è stata tenuta in vita poi dalla suggestione. Infine, il principio di realtà è prevalso.

Abbiamo lasciato Ratzinger con i corvi che volteggiavano, troviamo Bergoglio avvelenato dalle accuse di monsignor Viganò. Uno scandalo eterno.

Eravamo abituati a un Papa che non aveva necessità di precisazioni, mezze ammissioni e mezze marce indietro. Ora, 5 anni dopo, l’effetto rinculo. Francesco non mostra più di avere la forza di liberare la Chiesa dal suo male: una gerarchia egocentrica e dalla potenza straripante, un clero che sta seppellendo la sua missione tra mille porcherie.

Il Papa non piace più?

Si fa incerta la sua voce, gli anni passano e anche il suo volto è meno luminoso. La missione resta quella, il cammino perde attrito.

Anche Francesco cadrà?

La Curia non dimentica che questo Papa ha esercitato il suo magistero attaccando il clericalismo. Dovessi scommettere, direi che sì: un anti Francesco è prevedibile nel prossimo futuro.

Anche la sua figura resterà irretita da questo clima così scuro, così infido?

Non uno, non due, non tre casi. Ma in centinaia, anzi in migliaia si contano gli abusi ai danni dei minori. A questo quadro fatto di perversioni si aggiunge una realtà non meno terribile e conosciuta: quanti preti hanno amanti stabili? Quanti poi lasciano il sacerdozio per una vita di coppia? Quanti, dunque, vivono nel peccato?

Il voto di castità è perciò insostenibile.

È il principio di realtà che impone alla Chiesa di vivere il nuovo tempo decretando la rottura.

Forse inquieta il timore di un nuovo scisma.

Nel 1965, quando si annunciò il principio della libertà religiosa, la Chiesa subì l’abbandono dei lefebvriani. Ma se ci si incammina insieme, coinvolgendo il popolo della Chiesa, il prezzo sarà meno salato della stasi attuale.

Chiesa senza popolo.

In Occidente oramai è così. Nella mia Bologna ci ritroviamo in messa in 25 alla domenica dentro mura maestose. Io chiedo: e tra dieci anni chi ci metterà più piede? La fede si trasmette soprattutto in famiglia. Ma le nuove famiglie non conoscono la Chiesa, non la riconoscono più.

Il vescovo di Philadelphia ha chiesto di non fare il Sinodo sui giovani.

Cosa diciamo loro? Non siamo più credibili. La Chiesa è come uno yogurt scaduto. È fuori dal tempo. Ricordo le straordinarie parole del cardinal Martini: la Chiesa è indietro almeno di duecento anni. Era la verità. Resta la verità.

Con un problema in più: nemmeno il Papa che si chiama Francesco, che rifiuta ogni privilegio, che parla al popolo, riesce a non farsi sporcare dallo scandalo. Ricorda la fase declinante di Ratzinger?

Quello era un papato aristocratico. Benedetto XVI non cercava l’applauso popolare, non se ne curava, non gli interessava proprio. E quando capì di non avere le forze per proseguire lasciò. Francesco invece è stato chiamato a dire la verità, anche la più cruda seguendo l’insegnamento di Gesù. Egli non vide la folla attorno a sé piano piano assottigliarsi man mano che le sue parole si facevano più dure? Non chiese ai suoi apostoli: anche voi volete andare? E Pietro rispose: Signore, da chi andremo?

Sembra che la verità invece si allontani dal cammino di Francesco, si faccia addirittura ostile.

Diciamocelo, perché il peccato più grande è l’ipocrisia. Le porcherie nel ventre malato della Chiesa le conoscevano tutti. Così vasta e cronicizzata la malattia che nessuno può chiamarsi fuori. Le cose cattive vengono sempre a galla, e a farne le spese sono i tanti parroci bravi, operosi, impegnati a trasmettere la fede e a svelare il mistero di Dio. Perché la Chiesa ha la missione della preghiera, della riflessione, di avanzare nel mistero.

Un dossier sul vescovo Farrell. Nuova “bomba” in Vaticano

Nella Chiesa è in corso una guerra civile violentissima e senza precedenti, che investe il Pontefice. Il documento scritto dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, in cui papa Francesco è accusato di aver taciuto gli abusi compiuti dall’ex cardinale e arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, ha fatto il giro del mondo. Ma presto potrebbe scoppiare un’altra bomba. Secondo fonti qualificate vicine alla Congregazione per la dottrina della fede, ci sarebbe un dossier anche sul vescovo Kevin Joseph Farrell.

Nominato da Bergoglio motu proprio nel 2016 a capo del nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, è di fatto il religioso americano più alto in grado in Curia. Già membro dei Legionari di Cristo, Farrell fu nominato vescovo ausiliare di Washington proprio perché fu McCarrick a volerlo come vice: i due avrebbero fatto parte del “cerchio magico” di papa Francesco. Ma non solo. Avrebbero anche condiviso per anni lo stesso appartamento, vivendo insieme. Come poteva allora non conoscere Farrell le pratiche sessuali di McCarrick? Cosa c’è in questo dossier su Farrell? Il Papa e il segretario di Stato, solitamente a conoscenza di tutti i fascicoli aperti dal Tribunale della Congregazione, come è possibile non sapessero nulla? E l’alta nomina di Farrell è successiva o precedente all’apertura di questo fascicolo? Lo storico Roberto De Mattei, tra i massimi esperti di Vaticano, noto per le sue posizioni tradizionaliste, aggiunge un tassello: “Il legame tra i due prelati era noto ma mai chiarito. Dietro al silenzio di papa Francesco e del segretario Parolin potrebbe esserci dell’altro”. Ovvero? “Conosco personalmente Viganò, è uomo onesto e giudizioso. Sono certo che tutto quello che dice è vero. Probabilmente sa di più. Com’è noto, esiste quel famoso rapporto dei tre cardinali (Herranz, Tomko, De Giorgi) sulla corruzione morale, e non solo, all’interno della Curia, consegnato a Ratzinger prima delle dimissioni. Questo rapporto è conosciuto da Francesco e da un numero limitato di persone. Cosa accadrebbe se venisse pubblicato?”.

L’ICJ scrive a Conte: “Via il segreto di Stato su Abu Omar”

Quindici anni dopo, l’Italia deve sapere la verità. È questo il senso della lettera inviata dall’ong in difesa dei diritti umani International Commission of Jurists (ICJ) al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, con la specifica richiesta di rimuovere il segreto di Stato sul caso di Abu Omar, l’ex imam di Milano che fu rapito e portato in Egitto il 17 febbraio 2003 da uomini della Cia. L’operazione degli americani fu di “extraordinary rendition”, ovvero un protocollo fuori dalle procedure legali applicato a sospetti terroristi. Abu Omar fu portato in Egitto e torturato. La vicenda coinvolse anche uomini dei servizi italiani. Secondo l’ICJ, il segreto di Stato ha finora impedito la rivelazione di informazioni all’autorità giudiziaria e all’opinione pubblica per presunte ragioni di sicurezza nazionale. Nella lettera, il Presidente dell’ICJ Robert K. Goldman ha ricordato che l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani per la sua complicità nell’illegittima “rendition” e sparizione forzata di Abu Omar e che la Repubblica Italiana ha l’obbligo, ai sensi del diritto internazionale, di fare tutto il possibile per far conoscere alle vittime e all’opinione pubblica la verità su tali crimini.

“Così l’infiltrato potrà rompere i legami tra corruttori e corrotti”

Finalmente, sospira Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia e ora assessore alla legalità della Regione Campania. “L’introduzione della figura dell’agente sotto copertura nelle indagini per corruzione è un grosso passo avanti nella lotta contro l’illegalità nella politica e nella pubblica amministrazione”.

È la novità forse più rilevante del nuovo disegno di legge anti-corruzione annunciato dal leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio alla Festa del Fatto Quotidiano e confermato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che lo definisce “una riforma rivoluzionaria”.

Dottor Roberti, chi è l’agente sotto copertura e come opererà?

È un ufficiale di polizia giudiziaria dotato di professionalità specifica, che si infiltra all’interno di una trama corruttiva per scoprirla e bloccarla. Entrato con una falsa identità in un ambito in cui si sta compiendo un reato, osserva, rileva, registra e riferisce al pubblico ministero ciò che si sta commettendo. Raccoglie elementi di prova in relazione a un reato già in atto, che osserva durante la sua realizzazione. Lo fa con l’autorizzazione del pubblico ministero e sotto il costante controllo del pm, che è e resta colui che dirige le indagini. È uno strumento investigativo nelle mani del magistrato, molto efficace nella lotta contro la corruzione.

È una novità che qualcuno attendeva da tempo, ma che molti temono.

Non è una novità assoluta. L’agente sotto copertura – undercover, dicono gli americani – è già previsto non soltanto all’estero, ma anche in Italia nel contrasto al traffico di droga, al traffico di armi, al riciclaggio, alla pedopornografia, al traffico illecito di rifiuti. Già ora, per esempio, come previsto dalla convenzione di Lanzarote del 2009, la polizia giudiziaria, con l’autorizzazione e il controllo del pm, può mettere in rete, nel cosiddetto deep web, materiale pedopornografico o può fingersi acquirente di foto e video illegali, al fine di smascherare chi compie il reato di pedopornografia.

Della possibilità di utilizzare l’agente sotto copertura anche nelle indagini di corruzione si parlava da tanto tempo, anche sulla spinta di organismi internazionali.

Sì, lo aveva già previsto la Convenzione di Palermo delle Nazioni unite nel 2000. Ce lo chiedeva la Convenzione Onu di Merida del 2003. Ed era appunto già previsto anche nel nostro ordinamento per i reati più gravi.

Eppure finora non era stato introdotto. Perché?

Temo che la corruzione finora non sia stata considerata un reato abbastanza grave da giustificare l’utilizzo di uno strumento che invece poteva essere usato contro la mafia. C’è una sottovalutazione della corruzione. C’è un pregiudizio, secondo cui i corrotti e i corruttori sarebbero meno pericolosi del mafioso. Invece la corruzione è un reato gravissimo che indebolisce l’economia di un Paese, oltre che uno strumento tipicamente mafioso usato anche dalle organizzazioni criminali che lo preferiscono all’intimidazione e alla violenza: ormai sanno che è meglio corrompere che sparare.

L’agente infiltrato è anche un deterrente contro la corruzione.

Sì. Non è soltanto uno strumento investigativo per scoprire e punire la corruzione, ma anche un modo molto efficace per prevenirla: è un deterrente formidabile, perché rompe la relazione di fiducia che deve sempre esserci tra il corrotto e il corruttore. D’ora in poi, per esempio, chi trucca una gara d’appalto non sarà più sicuro dei suoi partner, non saprà se ha a che fare con imprenditori, politici e amministratori con cui aggirare e violare le regole, oppure con un ufficiale sotto copertura che potrebbe farlo arrestare. Attenzione, però: parliamo di agente sotto copertura, non di agente provocatore, una figura che non è prevista nel nostro ordinamento.

Le differenze?

Qualcuno, tra i politici ma anche tra i magistrati, confonde o fa finta di confondere le due figure. L’agente sotto copertura osserva e rivela un reato mentre questo si sta compiendo. Il cosiddetto agente provocatore, invece, può arrivare a provocare il reato, per esempio offrendo una tangente a un politico. È una prassi utilizzata negli Stati Uniti, dove esiste l’entrapment, l’intrappolamento, un sistema che però non fa parte della nostra cultura giuridica. Da noi esiste il reato di istigazione alla corruzione e l’agente provocatore che sollecita e provoca una corruzione compirebbe un reato e non darebbe le garanzie di raccolta corretta delle prove. Come invece può fare l’agente sotto copertura, controllato dal pubblico ministero, che potrà dare una svolta alla lotta contro la corruzione.

Provocazioni social? “È il livello più basso della nuova politica”

Complici i social network, il linguaggio politico è diventato più aggressivo e provocatorio. Per chi fa informazione non è facile rendere conto di questo pazzo flusso comunicativo, dovendo coniugare il dovere della cronaca con la volontà di non assecondare il protagonismo dei politici. Anche di questo, alla Festa del Fatto, alla Versiliana, hanno discusso il direttore del TgLa7 Enrico Mentana e la giornalista del Corriere della Sera, Milena Gabanelli.

Gabanelli: “I social sono un ottimo vivaio perché consentono di non lavorare, tanto c’è una sparata al giorno, un tweet che si può riprendere per costruire pagine. Anni fa le chiacchiere da bar restavano chiacchiere da bar, ora attraverso la disintermediazione anche l’ultima dichiarazione dell’ultimo segretario dell’ultima sezione di provincia ha una grande potenza. Secondo me dovrebbe essere un trafiletto di due righe a pagina 46, il problema è che invece spesso diventa l’apertura dei giornali. A quel punto ci indigniamo, ma poi continuiamo a ravanare tra queste sparate. I politici non hanno più bisogno del giornalista amico, se hanno il loro portaborse abile nella gestione dei social. E più provocatorio è e più sarà ripreso”.

Mentana: “Sarà che i social li conosco molto bene, però cerco di evitare il più possibile le distorsioni che ha ricordato Milena. Un conto però è ravanare nelle dichiarazioni dell’ultimo segretario di provincia o di un parlamentare semisconosciuto, ma il problema è un altro. Siamo in una situazione di mutazione genetica dei codici politici. Una volta i giornali dovevano fidarsi di addetti stampa, voci non ufficiali, frasi sussurrate, o dichiarazioni ufficiali che poi venivano interpretate dagli uffici stampa. Cosa succede ora? Anche per risparmiare, dall’uomo piu potente del mondo, cioè Donald Trump, in giù si usa direttamente il social network di turno per dire una cosa e a quel punto è lì scolpita, non la cancelli più. E su quello il giornalista si basa come fosse la relazione a un congresso di partito di 30 anni fa. Il livello e il numero di battute con cui si fa politica è sceso terribilmente. Non solo nel lessico politico, ma anche nel peso politico delle prese di posizione e questo porta alla conseguenza che oggi il candidato alla segreteria del Pd, Nicola Zingaretti, dice: ‘Dobbiamo essere il primo partito sul web’. Questo ci dà l’idea della distorsione in corso: conta più la piazza virtuale che quella reale. Conta più lo slogan che il progetto, il programma, e questo lo credono tutti, maggioranza e opposizione. Se questa è la strada percorsa da tutti, la politica arriva al livello più basso che si possa immaginare”.

Gabanelli: “Ma chi ci obbliga a riprendere le stupidate dei politici?”.

Mentana: “Nessuno, è ovvio che se ci mettessimo tutti d’accordo e se alla sparata di Salvini non rispondesse quell’altro, e poi non arrivasse Di Maio a cui però deve rispondere quell’altro ancora fino ad arrivare, come abbiamo detto prima, all’ultimo segretario di provincia, potremmo anche non seguire la politica nel suo dibattito. Ma le notizie transitano attraverso strumenti nuovi”.

Gabanelli: “Il problema è quando al nulla diamo dignità di apertura quando dovrebbe stare a pagina 46. La nostra categoria è stata delegittimata a partire da Trump, perfino i più prestigiosi quotidiani del mondo sono stati delegittimati. E noi, disgustati, affannosamente rincorriamo tutte le dichiarazioni, senza però reagire e produrre contenuti diversi”.