Complotti, gaffe e figuracce. I primi 6 mesi di legislatura: gara a chi la spara più grossa

Tra gaffe, provocazioni e scivoloni sembra una gara a chi la spara più grossa. A sei mesi dall’inizio della legislatura, i concorrenti – alias: onorevoli e ministri – ci hanno già deliziato con orrori grammaticali, teorie del complotto e proclami strampalati. Un patrimonio – involontariamente comico – che merita un bignami. A futura memoria.

 

6 marzo Nostradamus

Piero Fassino benedice la legislatura: “Hanno vinto Di Maio e il centrodestra. Dicano con che governo vogliono governare e le forze politiche si pronunceranno. Allo stato attuale mi pare difficile perché c’è un’incompatibilità molto grande”. Taaac.

12 marzo Senatore semplice

Primo giorno in Senato. Matteo Renzi: “Adesso sto zitto due anni”. 29 aprile, tre giorni prima della direzione Pd, Renzi a Che tempo che fa: “No a un governo coi 5 Stelle”. Come vola il tempo.

17 marzo Legata al territorio

Beatrice Lorenzin, romana, visita il sindaco di Modena per ringraziare il collegio in cui è stata eletta. “Sindaco, ma quello nel quadro chi è, Gino Paoli?” “Sarebbe Enzo Ferrari…”. “Ah”.

8 aprile Esame di coscienza

Pier Ferdinando Casini – con Berlusconi dal ’94 al 2006, poi con Monti e infine col Pd – intervistato da Report: “Da quando è diventato di centrosinistra?”. “Non so, con chi dovevo candidarmi?”. Se lo chiede anche lui.

20 aprile Gestore risorse umane

Berlusconi: “I grillini a Mediaset pulirebbero i cessi”.

9 maggio Non sono classista, ma…

Michaela Biancofiore: “Con il voto in estate, Salvini consegnerebbe la vittoria ai 5Stelle. Per un semplice motivo: al Sud non si possono permettere di andare in vacanza. E chi ha votato i 5Stelle? Il Sud”.

10 maggio Analisi della sconfitta

Matteo Renzi esamina, manuale di scienze politiche alla mano, il crollo del Pd e un possibile governo Lega-M5S “Ora tocca a loro e pop-corn per tutti!”.

20 maggio Vecchi vizi

Berlusconi si intrattiene con il coordinatore valdostano di FI Massimo Lattanzi, che, aiutato da una fanciulla, gli porge in dono un quadro e una ceramica. Ma lui è distratto: “Grazie, grazie… ma preferisco lei”. “Ma è mia figlia!” “…” “Buongustaio!”.

27 maggio Falso allarme

Di Maio: “Bisogna mettere in Stato di accusa Mattarella, anche per evitare reazioni della popolazione”. 29 maggio, Di Maio: “L’impeachment non è sul tavolo. Il problema non è neanche il Quirinale, sbaglia chi lo dice”.

2 giugno La dolce vita

Salvini: “Per i clandestini è finita la pacchia: preparatevi a fare le valigie”.

4 giugno In confusione

Salvini: “La Tunisia è un Paese libero, democratico, dove non ci sono guerre, carestie, epidemie e pestilenze e che esporta spesso galeotti”. È incidente diplomatico: con la Tunisia abbiamo accordi per rimpatriare 80 irregolari a settimana. Ma questi “galeotti” si somigliano un po’ tutti.

5 giugno Equivoci

Giuseppe Conte chiede la fiducia al Senato. Renzi lo accoglie: “Finalmente siamo colleghi”. Conte: “Ah, professore anche lei?”.

6 giugno Un bel tacer…

Conte: “Una delle cose che mi ha addolorato di più è stato l’attacco alla memoria di un congiunto del presidente della Repubblica”.

15 giugno Pacchia 2.0

Salvini e la Aquarius, la nave con a bordo oltre 600 migranti: “È tutto sotto controllo”. “La nave andrà in Spagna?”. “Certo, non è che decidono dove cominciare e dove finire la crociera”.

18 giugno Con l’amaro in bocca

Salvini lancia un censimento dei Rom: “Ma quelli italiani, purtroppo, ce li dobbiamo tenere”.

20 giugno Insubordinazione

A Tagadà è in corso un quiz: bisogna indovinare un ministro attraverso alcuni indizi. Qualcuno ci prova: “È Toninelli”. Interviene Armando Siri, sottosegretario del medesimo Toninelli al Mit: “Ma non è ministro Toninelli, non è ministro”. Qualche secondo di silenzio. Niente. “Non è ministro Toninelli!”. Sottosegretario a chi?

21 giugno Sibilia de Luna

Carlo Sibilia (M5S) al Corriere. Gli chiedono: “Lei scriveva che lo sbarco sulla Luna non c’è mai stato…”. “È controverso quell’episodio”. “In che senso?”. “Sono tanti gli episodi controversi. Al Monte dei Paschi sono spariti 100 miliardi, c’è un morto di mezzo e non si trova un responsabile”. “Ma cosa c’entra con la Luna?”. “Come dice Gianna Nannini: ‘Sei nato nel paese delle mezze verità’”.

2 luglio Bibliofila

La sottosegretaria ai Beni culturali Lucia Borgonzoni: “Leggo poco, studio sempre cose per lavoro. L’ultima cosa che ho letto per svago è Il castello di Kafka, tre anni fa”. Non le deve esser piaciuto granché.

14 luglio Ancien régime

Clemente Mastella sul ricalcolo dei vitalizi: “Siamo in presenza di un gruppo di giacobini senza idee. È un diritto di tanti ex parlamentari che viene bruciato in olocausto per soddisfare la plebe”.

23 luglio Il testimonial

Andrea Mura (M5S), assente al 96% delle votazioni in aula: “L’attività politica non si svolge solo in Parlamento, ma anche su una barca. Capisco l’incredulità, ma io l’ho detto fin dall’inizio che non volevo fare il parlamentare ma il testimonial per salvare gli oceani”. E meno male che capisce l’incredulità.

27 luglio Grazie ha tutti

Marcello Foa: “Mi impegno per riformare la Rai nel segno di un servizio pubblico davvero vicino agli interessi e hai bisogni dei cittadini italiani”.

31 luglio

Signor Giancarlo, è lei?

Roberto Fico chiama per errore “Giacomini” il deputato Sestino Giacomoni, che risponde: “Grazie presidente Fica”. Le amazzoni vinsero battaglie grazie alla loro…

3 agosto Come fosse antani

Lorenzo Fontana (Lega): “Abroghiamo la legge Mancino, trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”. Sognando Fusaro.

7 agosto Mio cuggino è rispettato

Viene pubblicato un vecchio video con Paola Taverna (M5S): “Io quando ero piccola, che poco poco c’avevo un cugino con una malattia esantematica, facevamo la processione a casa sua. Così tutti e sette i nipoti avevano la patologia. E se l’erano levata dalle palle”.

9 agosto Historia magistra vitae

Di Maio: “La riflessione che suscita in me Marcinelle è che non bisogna partire, non bisogna emigrare”. Aiutiamoci a casa nostra.

14 agosto Tra ponti e spread

Luigi Marattin (Pd), il giorno della tragedia di Genova: “Preghiere per le vittime e i feriti. Con quello che rimane delle preghiere, la speranza che gli italiani rimandino nella fogna quelle miserabili teste di cazzo che hanno il coraggio di sparare fesserie su spread e austerità”.

23 agosto Tornano le ronde

Giuseppe Bellachioma (Lega) avverte i giudici: “Se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa… occhio”.

Inchiesta sui rifiuti, archiviati Nogarin e l’assessore Lemmetti

Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin e l’ex assessore al Bilancio Gianni Lemmetti (chiamato un anno fa a Roma da Virginia Raggi) sono stati archiviati dal gip di Livorno Antonio Del Forno su richiesta della Procura nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione di Aamps, la partecipata del Comune che si occupa di rifiuti. Archiviati anche tutti gli altri 15 indagati, tra cui l’ex primo cittadino Alessandro Cosimi, i manager dell’azienda e alcuni assessori della vecchia giunta Pd. Nogarin e Lemmetti erano accusati di bancarotta e abuso d’ufficio: nel primo caso i pm non sono riusciti a provare il dolo, mentre per l’abuso d’ufficio – contestato per i tre incarichi sotto i centomila euro affidati all’avvocato Luca Lanzalone – gli investigatori non hanno potuto dimostrare con certezza che gli incarichi “siano stati spacchettati ad arte”. Durante le indagini il pm Massimo Mannucci ha comunque osservato una generale malagestione dell’azienda, basti pensare alla falsificazione dei bilanci nel triennio 2011-2013: in questo caso, però, gli indagati sono stati archiviati per mancanza di querela e per intervenuta prescrizione. Ora la Corte dei Conti valuterà il possibile danno erariale.

Boldrini fonda Lue? Il ministro condivide: “Ricorda la sifilide”

Il nomedella lista europea lanciata da Laura Boldrini? “Ricorda la sifilide”. L’accostamento è merito de Il Giornale e di Matteo Salvini, che del quotidiano milanese ha condiviso ieri un articolo sul proprio profilo Facebook. “Il nome promette bene”, ha scritto Salvini, ricalcando il contenuto del pezzo del Giornale, secondo cui il nuovo movimento politico promosso nei giorni scorsi dall’ex presidente della Camera, oggi esponente di LeU, rimanderebbe alla malattia infettiva. “Lue”, infatti, non è soltanto l’acronimo di Lista Unitaria Europea, il nome anticipato sabato da Boldrini su Twitter, ma anche un sinonimo di sifilide, pestilenza, come testimonia la Treccani. Boldrini ha poi chiarito di non voler fondare alcun nuovo partito, ma di voler soltanto federare le forze politiche di sinistra: “Ho proposto una lista unitaria dei progressisti per le elezioni europee. Non si tratta di un partito e non ho indicato nomi per la lista”. L’hashtag #ListaUnicaEuropea, dunque, sarebbe stato soltanto un modo per condividere l’idea della lista unitaria. “Sei tu che vuoi dare un nuovo nome alla Lega – ha poi attaccato Laura Boldrini, rivolgendosi al leader del Carroccio – per non restituire i 49 milioni che avete intascato”.

Renzi torna a fare politica in tv: spezzoni su Rete4 del suo documentario su Firenze

Mediaset sa stupire. Nel giorno del debutto su Rete4 di Stasera Italia di Barbara Palombelli, il Biscione fa debuttare anche il conduttore Matteo Renzi.

Il politico in prestito alla televisione, o viceversa, è reduce dalle riprese del documentario su Firenze che, pare, andrà in onda proprio sui canali Mediaset: in attesa dell’evento da somministrare al pubblico a grandi dosi, Stasera Italia trasmette qualche spezzone di Renzi in versione famiglia Angela, che in abito nero e camicia bianca scopre il calcio fiorentino e i capolavori di Michelangelo.

Il fu patto del Nazareno fra Matteo R. e Silvio B. viene riesumato una sera di fine estate su Rete4, con abbondante nostalgia e un po’ di occhi rossi. Siccome Renzi è un senatore del Partito democratico, si parla pure di politica. Per vezzo, Palombelli non utilizza gli auricolari, ma il classico microfono che rende un suono retrò. Colori scuri, schermi giganti, empatia tra colleghi con Palombelli, così Renzi sembra appena rientrato da un lungo viaggio con diversi fusi orari dall’Italia.

Come premessa all’intervista, una conferma: l’ex sindaco, l’ex premier, l’ex segretario, che ha promesso già un paio di anni fa di voler abbandonare la politica, giura che non parteciperà alle primarie dem. “Ho già dato. Ho vinto due volte e due volte mi hanno fatto la guerra quelli del mio partito. Vedremo i candidati alle primarie del Pd. Ce ne sarà più di uno, non è detto che il mio sarà per Nicola Zingaretti”. Una frase di circostanza e un veleno in coda: il concorso per vincere la segreteria al Nazareno è aperto e Renzi, che finge distacco, può influire sul gioco e dunque sul risultato. Poi ecco i complimenti al segretario precario Maurizio Martina: “Se non scegliamo un leader vero saremo sempre un partito senza spina dorsale. Non faccio toto nomi. Quando ci sarà un candidato, io dirò la mia. Se lo spread sale a 300 punti e qualcuno si occupa del congresso del Pd vuol dire che qualcosa non funziona”. Quando è chiamato a fare autocritica, Renzi indugia, oppure dà la colpa ai media: “Con una campagna elettorale fatta all’insegna della spersonalizzazione – sostiene rievocando le politiche di marzo e il referendum costituzionale – siamo passati dal 40 al 18%”.

Nel corso della puntata, Renzi ha tempo di correggersi: “L’errore più grande che ho fatto è stato smettere di rottamare”. Con modesta grinta, fa opposizione all’esecutivo gialloverde e con i soliti argomenti: “Di Maio e Salvini manganellano gli avversari con le parole sulla Rete. Ci andrò alla manifestazione (quella del 29 settembre del Pd, ndr), ma non basta la piazza. Per questo faremo dei comitati civici in ogni città per contrastare quelli che dicono no a tutte le opere: no al Tav, no al Tap, no all’Ilva, no alla Gronda”. Sul ponte Morandi di Genova, l’ex premier salva il suo governo: “Non mi sento in colpa, le rispondo molto seccamente di no. Se crolla un ponte nel 2018 non si può dare genericamente la colpa ai politici che sono venuti prima: c’è una responsabilità specifica, un colpevole c’è e va trovato o dentro il ministero o dentro la società che gestiva. Basta con un generico scaricabarile, questo è populismo”.

L’unica certezza fra le ipotesi renziane è che lui resta sempre contrario a un’alleanza con i Cinque Stelle: “Un governo diverso? Ma con chi? Con chi mette in discussione i vaccini? Io spero che la prossima settimana il Pd abbia la forza di fare ostruzionismo alla Camera sui vaccini”.

La Lega ferma su Foa e minaccia “indagini” sul cda Rai pro Orfeo

Alla disperata ricerca della norma, del cavillo, che possa risolvere la mancata nomina di Marcello Foa a presidente della Rai, gli sponsor dell’ex firma del Giornale tradita dal veto di Forza Italia sono incappati in un “precedente” piuttosto ingombrante, che rischia di finire sotto la lente dell’ufficio legale di Viale Mazzini.

La questione che accende in particolare l’interesse della Lega riguarda la nomina di Mario Orfeo a direttore generale del servizio pubblico, lo scorso anno. Una materia – quella delle procedure formali con cui vengono scelti i dg – di cui il partito guidato da Matteo Salvini ha una certa esperienza, avendo dovuto rinunciare alla propria candidata naturaliter, Giovanna Bianchi Clerici, proprio perché su di lei pesava una condanna per danno erariale per l’elezione illegittima del direttore generale Alfredo Meocci nel 2005. Così, chi sta seguendo la partita Rai, ha individuato nel “caso Orfeo” la pistola da tenere piazzata sul tavolo delle trattative, ora che si tornerà a decidere sulla nomina di Foa a presidente.

La storia è tutto sommato semplice, perché ruota intorno ad alcune date e ad un presunto “baco” nella legge di riforma della Rai voluta da Matteo Renzi. Ad agosto 2015, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto viene nominato ai sensi della legge Gasparri, ovvero attraverso una decisione “d’intesa” tra i membri del consiglio e il ministero del Tesoro. A gennaio 2016, cinque mesi più tardi, entra in vigore la riforma della Rai che, tra le altre cose, prevede che l’amministratore delegato venga scelto dal cda, “su proposta” del Tesoro. A fine maggio 2017, esausto per la guerra mossa da Renzi contro di lui, Campo Dall’Orto si dimette. E, in sua sostituzione, il 9 giugno, viene eletto direttore generale Mario Orfeo. Le disposizioni transitorie poste in coda alla riforma del 2016 dicono che in caso di dimissioni (come quelle di Campo Dall’Orto) si continua ad applicare la vecchia legge, fino al primo rinnovo del consiglio di amministrazione (che è avvenuto poche settimane fa). Così, la nomina di Orfeo, nonostante a quel tempo la riforma fosse già in vigore, avviene con la vecchia regola della Gasparri, “d’intesa” tra cda e Tesoro.

Le norme transitorie, però, contengono una omissione piuttosto marchiana: citano le ipotesi di dimissioni del presidente e dei consiglieri, ma non il caso in cui sia l’amministratore delegato a lasciare l’incarico. Quindi – ecco la domanda su cui ragiona la Lega – l’elezione di Orfeo ai sensi della Gasparri è illegittima? Se mai l’illecito fosse dimostrato, avrebbe conseguenze pesanti per i consiglieri che lo votarono, chiamati a rispondere del danno erariale provocato dalla nullità di tutti gli atti firmati nel periodo in cui Orfeo è stato in carica.

L’ipotesi è ancora tutta da verificare, ma solletica parecchio la pancia dei maggiorenti leghisti. Su Marcello Foa, non sono disposti a fare marcia indietro: subìre il ricatto del partito di Berlusconi – che in commissione di Vigilanza ha voltato le spalle a un candidato teoricamente gradito a tutto il centrodestra – sarebbe un passo inaccettabile. “Un danno di immagine irreparabile – dicono ai piani alti del Carroccio –. Chiunque fosse, il sostituto di Foa risponderebbe prima a Forza Italia che a noi”. Così, stanno studiando il modo con cui blindare la poltrona di Foa che, oggi, presiede comunque il cda in qualità di consigliere anziano. Per questo Salvini e soci agitano lo spauracchio della nomina illegittima di Orfeo: per avvertire opposizione e alleati, che hanno espresso i nomi del vecchio e nuovo consiglio.

La trattativa con Forza Italia procede serrata. L’ipotesi di lasciare a loro l’Antitrust è esclusa. Il nome va indicato dai presidenti di Camera e Senato: Fico non sceglierà mai qualcuno gradito a Berlusconi; la Casellati sì, ma non seguirà le indicazioni dei suoi colleghi forzisti. Resta in piedi la possibilità di affidare a loro una direzione – Rai Pubblicità in testa – che porti i forzisti a più miti consigli.

La nomina del presidente deve arrivare in fretta. Non solo perché bisogna procedere con le nomine dei direttori dei tg. Sul tavolo pende anche l’annunciato esposto alla Corte dei Conti da parte dell’Usigrai: ieri, il sindacato dei giornalisti, ha scritto al dg Fabrizio Salini perché l’azienda “sta violando obblighi specifici” – come il piano sul precariato – che vanno assolti “entro 6 mesi dall’entrata in vigore del Contratto di Servizio”. Quei sei mesi, scadono l’8 settembre.

Sorpasso di governo, Salvini stacca di quattro punti il M5S

Il premio per il cattivo che vuole esserlo è servito, pochi giorni dopo il dramma della nave Diciotti. E racconta che la Lega di Matteo Salvini sfonda il 30 per cento nei sondaggi. E che il prezzo lo paga innanzitutto l’alleato che rifiuta di dirsi tale, il M5S, lasciato a quattro-cinque punti di distacco. E che non a caso ora pretende il reddito di cittadinanza (quasi) tutto e subito e celebra l’imminente disegno di legge anticorruzione come “una rivoluzione”, perché sa di essere troppo dietro. Anche per l’effetto del caso Diciotti, su cui ieri il presidente della Camera Roberto Fico, il grillino rosso, è tornato a fare opposizione dal palco della Festa dell’Unità: “Dalla nave tutte le 179 persone dovevano scendere il primo giorno e non si doveva aspettare tutto questo tempo”. E sono stati applausi, dal popolo dem che lo ha accolto con simpatia. Ma Salvini avrà alzato le spalle.

Anche perché secondo il sondaggio della Swg diffuso ieri dal Tg de La 7, la Lega lievita al 32,2 per cento, sopra di quattro punti rispetto ai 5Stelle, “fermi” al 28,3. Mentre quasi non esiste il resto, con il Pd al 17,7 per cento e Forza Italia che sprofonda al 6,9. Soprattutto, un ipotetico centrodestra, con la Lega e ciò che rimane di Fi assieme Fratelli d’Italia, sarebbe sopra il 43 per cento. Così è ovvio pensare che Salvini avrebbe ottime ragioni per fare ciao ai 5Stelle e tornarsene a destra, per prendersi Palazzo Chigi. D’altronde c’è un altro sondaggio, quello della Lorien del 27 agosto (due giorni dopo lo sbarco dei migranti dalla Diciotti) che vede il centrodestra sopra il 45 per cento. E una Lega al 31,7, a fronte di un M5S al 26,8: cinque punti sotto, il margine più ampio mai registrato. Musica per il leghista.

Ma il Movimento? Dai piani altissimi ostentano indifferenza: “I sondaggi valgono quello che valgono, e poi il più bravo è Nando Pagnoncelli…”. Il capogruppo in Senato Stefano Patanuelli invece sostiene: “A me pare che il sondaggio dica chiaramente che i cittadini approvano l’azione di tutto il governo, e che la Lega tolga consensi soprattutto a Forza Italia. Dopodiché, noi 5Stelle cresciamo sempre molto in campagna elettorale”. Ma far resuscitare il centrodestra è una tentazione, per Salvini…“Secondo lei esiste ancora un centrodestra?”. Poi c’è il deputato Andrea Colletti, un veterano: “I sondaggi sono la spia di un trend. Prevedibile, perché Salvini parla ovunque, e sempre di migranti…”.

Più o meno come Fico, che ieri ha giurato: “Non me ne frega niente di fare polemica con Salvini. Il M5S io l’ho costruito, lo conosco, e so che nel contratto di governo si muove ma troppo al di là non si potrà più muovere”. Un paletto per il capo politico e vicepremier, Luigi Di Maio. A cui il grillino della prima ora ha ricordato quanto sia diverso da lui e da Salvini: Non tollero che sull’immigrazione si parli con la pancia”. Poi però ci sono i conti, quelli che si è fatto proprio Di Maio. Perché nei giorni a ridosso del caso Diciotti ha avuto un sondaggio secondo cui il 73 per cento degli italiani era d’accordo con la linea di Salvini.

Così il vicepremier ha sostenuto il no alla sbarco, nonostante i tanti mal di pancia anche nel M5S. Ed è sempre per non perdere terreno con il Carroccio che ha giocato di ambiguità sullo sforamento del rapporto del 3 per cento tra deficit e Pil, come il leghista Giancarlo Giorgetti. Però nel contempo Di Maio e i suoi hanno deciso di accelerare sul proprio totem, il reddito di cittadinanza. Da distribuire già nel 2019, e saluti all’impegno di realizzare prima la riforma dei centri per l’impiego e poi partire con l’erogazione dei soldi. “Troveremo le coperture per aiutare 5 milioni di poveri” ha scandito dal palco della festa del Fatto il vicepremier. Da alcuni giorni pungente, nei confronti della Lega. “Siamo diversi, e non andiamo d’accordo su molte cose” ha ripetuto. Soprattutto, ha alzato la voce sul taglio delle pensioni d’oro, invocando “il rispetto del contratto di governo”. E ha morso Salvini sulle infrastrutture.

Perché sempre alla Versiliana è tornato barricadero (“Il M5S è e sempre sarà sempre No Tap”) accusando la Lega di “voler fare il gasdotto”. E ha lasciato che un dimaiano come Jacopo Berti, il capogruppo in Veneto, accusasse il governatore leghista Zaia di fare un regalo “peggiore di quello fatto ad Autostrade a Genova” con la concessione per l’autostrada Pedemontana a un consorzio privato. Segnali bellici. Perché Di Maio sospetta davvero che Salvini possa strappare dopo le Europee, dopo aver incassato un fiume di voti . Così, meglio ricordare le differenze. E insistere sui propri temi, per recuperare nella base. Perché imitare l’alleato sui migranti non è bastato.

Sorpasso da Cazzaro

Mentre il TgLa7 rompe la tregua estiva dei sondaggi e comunica che la Lega ha abbondantemente scavalcato i 5Stelle – piazzandosi oltre il 32% (il loro risultato del 4 marzo) e staccandoli al 28,3 e rubando 4 punti a Di Maio e 4 a B. – e che comunque la maggioranza cresce e l’opposizione si assottiglia – penso all’ultimo dibattito della nostra bella festa alla Versiliana: quello sulla verità perduta nell’era del web. “I social – ha detto Milena Gabanelli – sono un ottimo vivaio perché consentono ai giornalisti di non lavorare, tanto c’è una sparata al giorno da riprendere per costruire pagine. Anni fa le chiacchiere da bar restavano tali, ora anche l’ultima dichiarazione dell’ultimo segretario dell’ultima sezione di provincia ha una grande potenza. Dovrebbe finire in un trafiletto di due righe a pagina 46, invece spesso diventa l’apertura dei giornali. A quel punto ci indigniamo, ma poi continuiamo a ravanare tra queste sparate”. Enrico Mentana ha obiettato: “Un conto è ravanare nei tweet dell’ultimo segretario di provincia o di un parlamentare semisconosciuto, un conto è prendere atto della mutazione genetica dei codici politici. Una volta i giornali dovevano fidarsi di addetti stampa che rilasciavano frasi sussurrate o dichiarazioni ufficiali. Ora, dall’uomo più potente del mondo, cioè Donald Trump, in giù si usa direttamente il social network per dire una cosa e a quel punto è lì scolpita, non la cancelli più. E su quello il giornalista si basa come 30 anni fa sulla relazione a un congresso di partito. Infatti il candidato alla segreteria del Pd Nicola Zingaretti dice: ‘Dobbiamo essere il primo partito sul web’. Questo ci dà l’idea della distorsione in corso: conta più la piazza virtuale di quella reale, lo slogan del progetto”.

Noi, come i lettori sanno, releghiamo la politica chiacchierata o cinguettata nei trafiletti a pagina tot (vedi rubrica “Il Cazzaro Verde” che raccoglie le flatulenze verbali del cosiddetto ministro dell’Interno). Ma i pastoni e i panini dei tg e spesso le prime pagine dei giornaloni si nutrono di quella, e i risultati si vedono. Se, come diceva Umberto Eco, sul web la parola di un premio Nobel vale quanto quella dello scemo del villaggio, la sparata di un consigliere comunale vale quanto la parola (peraltro rarissima, dall’avvento di Conte) del presidente del Consiglio. Il quale viene accusato di non esistere e non far nulla solo perché non straparla ogni due per tre, mentre il consigliere comunale pirla diventa una star e si apre un dibattito sul perché il premier non prenda subito le distanze dallo scemo del villaggio. Non tutte le esternazioni di tutti i politici vanno ignorate.

Se Salvini, che non sembra ma è il vicepremier, annuncia che il governo non sforerà il tetto del 3% o che la nave Diciotti non può sbarcare, la notizia c’è tutta. Ma se insulta Asia Argento o Michele Riondino, chissenefrega. Invece lui litiga con Asia e Riondino proprio perché sa che verrà “ripreso” in pompa magna come quando parla del 3% o della Diciotti, giornali e tv apriranno il “dibattito” e lui si sarà guadagnato la fama del leader e ministro più attivo, anche se è il più assenteista e il meno produttivo (al Viminale lo vedono di rado, come prima a Bruxelles, e non è detto che sia una disgrazia). Finora non i risultati (piuttosto scarsini, viste le aspettative), ma i sondaggi gli hanno dato ragione: anche perché non solo la politica delle sparate via Twitter o in diretta Facebook funziona, ma anche perché tutti lavorano per lui (giornaloni, tv, oppositori, intellettuali, persino magistrati). Tant’è che in tre mesi s’è mangiato quel che restava di Forza Italia e nell’ultimo mese ha iniziato a sbocconcellarsi anche gli alleati grillini, che fino a luglio avevano tenuto botta. E questo dipende dalla sovraesposizione che un po’ si conquista da solo e un po’ i media gli regalano, ma anche dalla diversità del suo elettorato vecchio e nuovo rispetto a quello degli altri partiti maggiori. Un elettorato che ricorda molto (e in parte è) quello del berlusconismo arrembante e trionfante: gente di bocca buona e stomaco forte, poco informata e molto credulona, che al suo leader consente di tutto e perdona tutto. Non esige né coerenza, né efficienza, né legalità: chiede soltanto parole forti, toni alti e pugno duro, anche a saldo zero.

Scandali come quello dei 49 milioni di soldi pubblici scomparsi dalle casse della Lega danneggerebbero il Pd e distruggerebbero i 5Stelle, mentre Salvini se ne avvantaggia persino, raccontando di non saperne nulla, di essere vittima dei giudici e venendo creduto. Idem per la scoperta del suo voto favorevole, nel 2008, con tutta la Lega e FI, alla proroga della concessione autostradale ai Benetton, con continui rialzi dei pedaggi: lui lo ammette, lo rivendica e nessuno gli sputa in faccia se ora contesta quella concessione da scandalo che porta anche la sua firma. Durerà, la bolla del Cazzaro? Per B., salvo rari intervalli, durò oltre 20 anni, anche per l’inettitudine, la cialtronaggine, la complicità del centrosinistra. Ora, per Salvini, la situazione è un po’ diversa. Gli unici rivali in grado di impensierirlo non sono all’opposizione, ma al governo con lui: i 5Stelle. Se pensassero – come ogni tanto sembrerebbe – di recuperare terreno e rubargli la scena strillando più forte di lui, avrebbe già perso in partenza: quanto a decibel, non c’è chi lo valga. L’unica strada, anche se più lunga, tortuosa e impervia, è quella della serietà, della concretezza e dell’efficienza: studiare molto, parlare poco e ottenere risultati (come la legge, ottima, contro la corruzione presentata ieri dal ministro Bonafede, con la radiazione dei corrotti e l’agente sotto copertura per smascherarli). Vedi mai che, alla lunga, anche il Paese dei creduloni e dei cazzari torni a premiare i fatti al posto delle ciance.

La ritrovata Berriault e i “Piaceri rubati” all’alta letteratura

“La vita della gente veniva capovolta, ma quello snob del suo ombrello se ne stava al suo posto”: capita proprio così nei racconti di Gina Berriault (1926 – 1999), deliziosi al limite della perfidia, accurati al limite dell’autopsia. Lei le vite le capovolge, le strapazza, le ammazza, traendo in salvo solo un piccolo dettaglio, sia un ombrello o un “oscuro libriccino di lettere di Isadora Duncan”.

Obliata in patria – l’America – e inedita in Italia, Berriault è ora meritoriamente riesumata da Mattioli 1885, che ne ha appena licenziato l’antologia Piaceri rubati, nella traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi: sedici novelle made in Usa, anche se i protagonisti vantano natali internazionali, dalla Spagna all’India.

Sostiene Perera, ad esempio, che qualcuno lo voglia uccidere: per la città si aggira infatti un temutissimo “stalker” di bibliotecari, quale lui è, topo da scrivania, affezionato solamente ai libri e agli “amici di penna, quasi tutti morti: Hemingway, che gli aveva scritto una lettera sulla guerra civile spagnola; Samuel Beckett, che gli aveva raccontato dei critici che annaspavano davanti alle sue opere teatrali; Neruda, il quale aveva vergato a mano per lui, con l’inchiostro verde, i versi di un paio di sue poesie; Vanessa Redgrave, con la quale aveva trascorso un’ora a Londra”.

I “piaceri rubati” che danno il titolo alla raccolta sono, invece, quelli della madre di Delia e Fleur, bambine infelici che sognano disperatamente un pianoforte in casa. Non arriverà mai, condannandole a un’esistenza senza musica né canzoni, nemmeno i cori in Chiesa. La musica la suona solo Gina, pianista che picchia sui tasti dolenti altrui, già molto amata dai colleghi Yates, Ford e Dubus.

L’umano bestiario è commovente, dal ristoratore che “sogna belle donne” all’orfano, ormai adulto, “confuso dalla sua stessa vita”, che, per proteggersi dal gelido mondo delle relazioni, si corazza col cappotto anche in piena estate: “Il peggio che ti potevi immaginare capitava sempre quando aspettavi tempi migliori. E comunque per lui l’inverno era la stagione più indicata”. Poi vengono gli scapigliati ragazzotti persi “nei giardini di Spagna” e la mal assortita coppia de “L’infinito potere delle aspettative” – una giovane cameriera e un anziano psicologo –, ma anche un improbabile spettatore, un “uomo minore”, un amante imberbe, gli “scherzi dell’immaginazione”…

In cauda venenum, ricorda la maliziosa Berriault, che sul finale regala la novella più sferzante, di irresistibile cinismo e humour nero: primattrice è la narratrice, nonché autrice di un meticoloso diario. Una nevrotica, insomma, una che la sa lunga, insomma, una che – licenziata da poco – ha l’ardire di dire (e noi con lei di ridere): “La mia responsabile mi ha detto di farmi vedere da uno psichiatra, ma preferisco parlare con Dio. Dio non costa nulla e i Suoi ragionamenti sono più seri”.

“L’amica” di Costanzo meritava il concorso

Specchio riflesso, come fosse un gioco tra Lila e Lenù. Lo suggerisce Saverio Costanzo, scelto da Elena Ferrante, o chi per lei, per adattare L’amica geniale: “Riempiamo le pagine del romanzo come uno spettatore riflette la propria luce sul grande schermo e completa l’opera”. Immagini individuali per un immaginario collettivo, quello del bestseller edito da E/O e tradotto in Ferrante Fever: “Penna e macchina da presa sono mezzi radicalmente diversi, la nostra speranza è che i lettori ritornino alla storia dove l’avevano lasciata e l’assimilino senza fare paragoni”. Non li facciamo nemmeno noi, ma buttiamo lì: e se la Mostra di Venezia così brava e fortunata quest’anno avesse osato di più, mettendo questi due primi episodi in concorso?

Non sono autoconclusivi, non del tutto almeno, ma meriterebbero di correre per il Leone: non era facile ricostruire il Rione (20mila metri quadri all’ex fabbrica Saint Gobain vicino a Caserta), ancor meno trovare le Lila e Lenù giuste, ma le piccole Ludovica Nasti e Elisa Del Genio sono strepitose, perché – dice la prima – “siamo andate sul set solo con la nostra persona, il nostro essere noi”. Sono condizione necessaria e sufficiente per la riuscita, vedere per credere, ma la trasposizione vince già nella fertile dialettica, con il cosceneggiatore Francesco Piccolo, tra “l’autrice a monte e l’autore a valle”: L’amica geniale è tanto di – e da – Elena Ferrante quanto di Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts), che non crea un décor ma un mondo, non filma parole ma incarna idee, liberando emozioni e suggestioni ad altezza bambino. Desunta dal primo libro della tetralogia, la serie Hbo-Rai Fiction e TimVision prodotta da Wildside e da Fandango arriverà su RaiUno e TimVision in autunno, con un passaggio in sala dei primi due episodi l’1, 2 e 3 ottobre: “Tiene insieme pubblici diversi, esigenze sofisticate e romanzo popolare largo, e inquadra il femminile, l’emancipazione e l’importanza dell’educazione. Nella piccola storia di due bambine che diventano donne – osserva Eleonora Andreatta di Rai Fiction – c’è quella grande del Paese”. Nel rione di una Napoli anni ’50 in cui abbrutimento e prevaricazione, genuinità e ignoranza condividono il ballatoio, Elena e Lila trovano un’insperata possibilità di affrancamento nella maestra elementare (Dora Romano, magnifica): “L’insegnante cambia la vita a due bambine, giacché l’istruzione – denota Costanzo – forma l’anima. È un’opera contemporanea e politica, nel senso più sentimentale del termine”.

In competizione, viceversa, non convince pienamente il secondo italiano, What you gonna do when the world’s on fire? di Roberto Minervini (Stop the Pounding Heart), che in Louisiana e Mississippi inquadra l’America oggi dei neri: forbice sociale e discriminazione razziale, gentrificazione e droga, non è facile resistere, ma si deve, come fanno le nuove Black Panther. Girato in un raffinato bianco e nero, lascia alcuni dubbi: sullo status – non è roba da poco, ne va dell’etica dello sguardo – di documentario o finzione e sulla prevalenza dello stile sul tema, dell’immagine sulla realtà. Più piccolo, di solo repertorio e irrefutabilmente documentario è Camorra di Francesco Patierno, un potente ritratto socioantropico tra ’60 e ’90, quando non era ancora Gomorra ma don Raffaè (Cutolo): passa su RaiTre domani in seconda serata.

Gemelli, non inselvatichirti troppo. Pesci: devi sforzarti di perdonare

ARIETE – “Gli occhi di L. continuavano a trafiggerla. Sentì un intenso calore esploderle dentro mentre un diavoletto nella sua testa diceva: Prendimi subito!”. Attenzione alla lotta amorosa: Wilbur Smith dice che finirà con un Grido di guerra (Longanesi). Di piacere? Difficile.

TORO – Pierluigi Panza racconta L’ultimo Leonardo (Utet) e denuncia: “L’arte deve diventare un abito di moda per conquistare nuovi territori della comunicazione”. Impara anche tu l’arte e mettila da parte: un buon mascheramento ti aiuterà a riconquistare l’amante.

GEMELLI – Studia, con Beatrice Masini (Rizzoli), i 101 buoni motivi per essere un ragazzo, sottinteso “bravo”: “59°. Si amano gli animali. 60°. Tanto che a volte si diventa un po’ come loro”. Non inselvatichirti troppo, però, perché rischi di spaventare la tua nuova fiamma.

CANCRO – A tutti capita di commettere Errori galattici (DeAgostini): “Einstein considerò il suo risultato ‘buffo e seducente’. Lo sarà un po’ meno quando porterà all’atomica”, precisa Luca Perri. Prima di sbagliare di nuovo, aggravando la precaria situazione lavorativa, fai una pausa.

LEONE – Ti avverte Marc Augé (Piemme): “Nel mondo di oggi non è raro confondere la persona e l’immagine. Questo può portare alla costruzione di un’identità sulla base di falsi altri e false relazioni”. Occhio ai Cuori allo schermo, alias i tuoi amorazzi truffaldini.

VERGINE – “Dopo che M. se n’era andata, per ingannare la noia avevo chiesto di essere trasferito in una unità d’assalto”, diventando un feroce cecchino. Armati anche tu per sopravvivere alla solitudine: Mathias Enard (e/o) ti insegnerà La perfezione del tiro al piccioncino in fuga.

BILANCIA – Don’t worry, ti rincuora John Callahan (Garzanti): “Solo di rado i fumettisti di successo sono giovani. A differenza della poesia, questo tipo di umorismo richiede una buona esperienza di vita”. Per diventare famoso hai ancora tempo: però intanto lavora.

SCORPIONE – “So com’è la gente di Chandigarh. E non voglio che ti ronzino intorno. Io ti amo davvero”, dice Sunjeev Sahota. Cerca di affidarti a lui, o a uno come lui. Il tuo è L’anno dei fuggiaschi (Chiarelettere), negli affetti si intende. Ma finirà.

SAGITTARIO – Marginalia intorno a Céline (Aión): “Qualche critico ha segnalato in termini denigratori l’uso eccessivo, nei suoi romanzi, della parola merde”, appuntano Fagioli e Lanuzza. Però quando ci vuole ci vuole: hai diritto di sfogarti con le parolacce contro il collega fannullone.

CAPRICORNO – Melanie Joy firma un Manifesto per gli animali (Laterza): “Alcuni di quelli più forti del pianeta, come elefanti e rinoceronti, sono erbivori”. Secondo lei, per ridurre l’aggressività in ufficio, ma non la forza, dovresti consumare meno carne. Magari funziona.

ACQUARIO – In love, non sei lontano dallo scoprire La musica nascosta nell’universo, a patto di dar retta ad Adalberto Giazotto (Einaudi): “È una macchina complessa il nostro cervello. È capace di fissare in modo indelebile i ricordi di bambino e cancellare anni e anni della maturità”.

PESCI – “Lavare via il sangue è il primo perdono/ al morso del cane”: forza! Sei quasi pronto per Domare il drago come Isabella Leardini (Mondadori). Prima, però, devi sforzarti di perdonare e dimenticare i torti di quel cane di amico.