Facce di casta

 

Bocciati

Uomo avvisato Viktor Orban è venuto in Italia per incontrare Matteo Salvini e continuare a suggellare la strana alleanza italo-magiara che potrebbe, più avanti, addirittura vedere il premier ungherese lasciare il Ppe per aderire alla Lega delle Leghe, il nuovo gruppo che ha in mente il vicepremier per le prossime elezioni europee. Orban però, che ha sempre dichiarato di avere un unico amico in Italia e c’ha tenuto a precisare di non avergli messo le corna ma di aver fatto tutto alla luce del sole, ha subito messo le cose in chiaro: “Come amico ho Berlusconi, gli ho chiesto il permesso di incontrare Salvini questa volta”. Più o meno la stessa cosa che ha fatto Salvini che – dopo aver sempre detto di aver un unico alleato (sorte vuole sia lo stesso ‘unico amico’ di Orban) e aver giurato fedeltà al centrodestra unito – ha comunicato al Cavaliere che avrebbe fatto il governo con un altro. Ovviamente dopo avergli chiesto il permesso, ca va sans dire. A quanto pare Silvio Berlusconi sta brevettando la coppia politicamente aperta, sostituendo allo storico ‘cornuto e mazziato’ un più moderno ‘cornuto e avvisato’.

Voto 5

 

Promossi

Eureka Pierfrancesco Majorino sintetizza in un tweet quanto accaduto dopo lo sbarco dei migranti dalla nave della Guarda costiera italiana: “E così i migranti della Diciotti verranno smistati tra le Diocesi nelle città italiane. Un pasticcio compiuto da Salvini che non ha ottenuto nulla in Europa e smista i migranti senza pianificazione da parte dello Stato. Complimenti Salvini sei proprio un barlafus”. A Roma più che barlafus avremmo detto bambacione, ma il risultato non cambia. E dire che gli ci sono pure volute giornate intere per addivenire a questo colpo di genio.

voto 7

 

Il bacio risparmiato Ilaria Cucchi, in occasione della proiezione alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia del film “Sulla mia pelle” che racconta la vicenda del fratello Stefano, con il pretesto degli applausi e del red carpet ha deciso di prendere di petto il ministro Matteo Salvini: “Qualcuno ha detto che dopo un fermo ci può scappare qualche schiaffo, qualche pugno. E se poi il fermato cade e si fa male pazienza. Niente legge contro la tortura perché lega le mani alla polizia. In fin dei conti questo qualcuno è ora ministro dell’interno. Ora, ironia della sorte, sta facendo passerella e cene di gala a Venezia. Voglio incontrare questo famoso ministro Salvini. Pubblicamente. Guardarlo negli occhi. Senza dire nulla. Fargli abbassare quello sguardo freddo ed inespressivo. A Ste, questo non avrà mai il coraggio”.
Non è chiaro se sia dovuto alla sua storia e alla coraggiosa determinazione ad andare a fondo dimostrata negli anni, o se invece sia attribuibile all’empatia che in molti provano nei confronti di questa donna e che automaticamente si tradurrebbe in antipatia per chi le manchi di rispetto, fatto sta che il ministro dell’Interno intanto non ha avuto il coraggio di liquidare Ilaria con il solito bacione, e si è addirittura reso disponibile ad incontrare la famiglia di Stefano per un confronto. Chissà se oltre a vederli sarà anche capace di ascoltarli.

voto 8

La settimana Incom

 

Bocciati

Come rosica La rosa Intervista su “Libero” a Marina La Rosa, nel cv si legge “ex concorrente del primo Grande Fratello”. Se non la conoscete è perché non va più in tv. Ma cosa volete, è perché non riesce “a fingere”. Notevole la sintesi sulla questione femminile: “Se ci sono uomini che fanno richieste sessuali in cambio di un lavoro, evidentemente c’è un’offerta: tante donne ci stanno. Non cambierà mai niente. Se una donna, per sua libera scelta, ci sta ed è felice, cavoli suoi. La chiamo prostituzione. Conosco personalmente attrici che hanno detto “no” al tale regista e non hanno avuto la parte. Asia Argento non ha cambiato il mondo”. E invece Marina La Rosa…Au nome de la rose Rose McGowan ha voluto esporre in un lungo intervento le sue ragioni rispetto al caso Asia Argento/Bennet con quello che diventerà un vero e proprio trattato sull’amicizia, degno di Cicerone: “Molti credono che data la nostra vicinanza nel corso dell’ultimo anno, io sia forse in qualche modo affiliata a questo fatto o di esserne complice. Non lo sono. Ho incontrato Asia per la prima volta su un tappeto rosso, ma è stato solo l’anno scorso, attraverso le esperienze condivise nel caso Harvey Weinstein, che ci siamo legate”. Diceva Leonardo: “Riprendi l’amico in segreto e lodalo in palese”. Non c’era Hollywood, ai tempi.

 

N.c

Fede seria, ma non troppo Federica Pellegrini a cuore aperto, in occasione dei suoi trent’anni, in un’intervista a Chi: “Sto pensando seriamente di lasciare il nuoto: il mio cuore mi dice di smettere per le troppe delusioni umane fuori dalla vasca; la mia testa, invece, vuole che continui. Entro l’autunno deciderò che cosa fare della mia vita”. Poteva mancare la parentesi rosa? Ovviamente no.
“Con Magnini abbiamo interrotto ogni rapporto quando ha portato via le cose da casa mia. Mi ha cancellata completamente dalla sua vita, forse nutre rancore perché l’ho lasciato io, che, invece, non ho alcun problema nei suoi confronti (sic). Dopo Filippo ho scelto di essere low profile. Ho avuto un’altra breve storia, ma vivo sempre nel dubbio che dall’altra parte ci sia una persona che non ama solo Federica ma il personaggio”. Come diceva Rita Hayworth? “Vanno a letto con Gilda e si risvegliano con me”.

 

Promossi

Montalbano, ma non solo Michele Riondino, uno dei nostri giovani attori più talentuosi, è il “padrino” (appellativo, bisogna dire, certamente cinematografico) della mostra del cinema di Venezia, numero 75. A Repubblica affida riflessioni tutt’altro che banali: “Il cinema vero, il cinema bello osserva senza giudicare, per permettere allo spettatore di farsi un’idea. Mi auguro che anche il mondo reale riesca a fare questo, osservare senza giudicare perché il pregiudizio ci impedisce di riflettere davvero”.

Stelle in vendita, dietro al gesto romantico si nasconde la sòla

Nel suo viaggiare per lo spazio, il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry incontra un uomo che passa il tempo a contar le stelle. È il modo per diventarne il proprietario. Devono aver preso spunto da quel personaggio le decine di società che oggi, 70 anni dopo la pubblicazione del libro, millantano di poter vendere tutti gli astri visibili dalla Terra. E in molti ci cascano, in Italia come nel resto del mondo: soltanto il volume Your Place in the Cosmos ha registrato la (finta) acquisizione di oltre due milioni di stelle negli ultimi 40 anni.

Niente male per un business che si limita a vendere pezzi di carta e l’illusione di battezzare un corpo celeste col nome che si vuole. A prezzi non proprio modici, per altro: dai 30 ai 200 euro, a seconda della porzione di cielo acquistata e della confezione regalo. Questa aziende svolgono il proprio servizio su Internet. Alcune rendono chiara l’offerta già dal nome (regalaunastella.it, regalareunastella.org), altre preferiscono darsi un tono di ufficialità richiamandosi ad altisonanti registri (Online star registry, Global star registry) che in realtà non hanno alcun valore scientifico o giuridico. Il giochino, si fa per dire, è presto fatto: i siti sparano slogan non veritieri, nascondendo ben bene – tra le note legali o in mezzo alle Faq – come stiano davvero le cose. “Questa stella potrebbe essere tua”, “Regala una stella”, “Compra una stella, un regalo unico e brillante che non può non soddisfare i tuoi cari”, si legge nei siti. Poi ci sono i pacchetti regalo per anniversari di fidanzamento o feste comandate. L’offerta è variegata: qualcuno promette di cambiare il nome a una stella per soli 25 euro, mentre altripuntano sugli optional, coma la scelta della costellazione, la sua luminosità o la foto a colori del proprio gioiellino cosmico. Il servizio completo, che comprende anche un certificato di acquisizione, una dedica speciale e una cornice, costa 199 euro. È, invece, sempre compresa una mappa stellare interattiva. Che idea romantica! Poi però se si scende nei dettagli dell’offera, si scopre che “non è possibile entrare in possesso di un oggetto stellare in quanto nessuno può godere di tale proprietà. Non ci sarà un battesimo ufficiale, il nome simbolico della stella non farà parte di nessuna catalogo o mappa stellare scientifica”.

Che cosa vendono le aziende? Niente, se non un pezzo di carta e l’associazione di una stella specifica a un nome scelto dal cliente. Nulla vieta, come ovvio, che quella stessa stella sia venduta più volte da aziende concorrenti, portando così il nome di diverse persone. Tanto rimangono soltanto nomi fittizzi, come spiega Mario Di Sora, presidente dell’Unione Astrofili italiani: “Nessuno può cambiare il nome a una stella né tantomeno comprarla. L’unica a dettar legge in materia di nomenclatura celeste è l’Unione astronomica internazionale (Uai)”. Il nome di un asteroide lo può scegliere chi lo scopre e lì c’è un po’ di libertà: “Nel mio osservatorio a Frosinone – aggiunge Di Sora – ne abbiamo scoperti 35 e li abbiamo dedicati ad alcuni personaggi illustri, come Nino Manfredi o Ennio Morricone”. I nomi delle stelle, invece, sono molto più asettici codici alfanumerici, tranne alcuni, riferiti agli astri più luminosi, che mantengono il nome datogli millenni fa da arabi, greci e romani. Sono tutti registrati alla Uai che però non si sogna di vendere le stelle o di cambiarne il nome per festeggiare l’anniversario di qualche coppia. “Eppure nel mio osservatorio ogni anno decine di persone mi chiedono di fargli vedere la loro stella”, dice Di Sora. “Mi spiace deluderli, ma mi tocca spiegargli che non hanno acquistato un bel niente”.

I “Ferragnez”: su Instagram una platea da tv per le loro nozze

Ormai il loro è un marchio registrato, un po’ come i Brangelina d’oltreoceano.

E l’altro ieri, in occasione delle nozze più attese dell’anno, hanno confermato il loro status: Chiara Ferragni e Fedez – i Ferragnez – sono il traino dell’economia digitale italiana. La coppia registra complessivamente, solo sul social network di condivisione di foto, Instagram, 20 milioni di seguaci. Di questi, 3,2 milioni hanno seguito passo passo tutto il matrimonio sul profilo del rapper nelle stories, come lui stesso ha fatto presente il giorno dopo i festeggiamenti allegando anche il grafico della piattaforma social.

Praticamente lo share che potrebbe avere un programma televisivo di successo. Anche se – va detto – non si tratta di tre milioni connessi contemporaneamente, ma del totale dei followers che hanno cliccato sul video per vedere il matrimonio dell’anno.

Manca il dato Ferragni, ma si può ipotizzare che, nel suo caso, il pubblico fosse il doppio di quello di Fedez, dato che solo lei ha un seguito di 16,5 milioni di follower, mentre il neo marito non riesce a spuntarne solo 6,5 milioni.

Ma non è finita qui: per farsi un’idea di quanto la coppia incida realmente sul marketing di oggetti e luoghi che “sponsorizza”, basta farsi un giro sulle pagine ufficiali dei marchi che hanno un qualche rapporto di partnership con i due.

Come una nota casa produttrice di peluche che ieri ha pubblicato una foto con i pupazzi ispirati agli sposi. Ne sono stati realizzati 400 – quanti gli invitati alle nozze – in edizione limitata. O come un famoso marchio di gioielli, che si è congratulato per il lieto evento con i Ferragnez lanciando, sempre attraverso uno scatto fotografico, una collezione di ciondoli in oro a forma di cuore. Piaccia o meno, i Ferragnez hanno rivoluzionato il panorama digitale italiano.

“Quella Polonia ci distrusse. Contro questa risorgiamo”

Contro la Polonia finì un ciclo, contro la Polonia se ne apre un altro. Quell’Italia-Polonia 1-2 del 23 giugno 1974 non segnò solo l’eliminazione dai mondiali tedeschi. La sconfitta contro i biancorossi, rivelazione del torneo, concluse traumaticamente l’era-Valcareggi, la Nazionale che nel ’70, grazie alla tv (ormai elettrodomestico immancabile in ogni casa italiana) conquistò il popolo dei tifosi con l’impresa sfiorata a Città del Messico. L’umiliazione nella finale contro il Brasile di Pelè non oscurò del tutto la semifinale epica, quel 4-3 alla Germania, passata alla storia come la partita con la P maiuscola.

Sandro Mazzola era in campo sia nel ’70, protagonista involontario della ‘staffetta’ con Rivera che avrebbe animato il ritorno in patria degli Azzurri e riempito di polemiche le colonne dei giornali, sia nel ’74 quando i vicecampioni in carica si ritrovarono eliminati dopo tre gare.

Lei terminò la sua avventura con la Nazionale proprio contro la Polonia. Che ricordi ha di quel match?

Porca miseria quanto erano forti! Avevano dei giocatori di straordinario valore. Deyna, Lato, Szarmach, Zmuda… Arrivarono fino al terzo posto battendo il Brasile, persero solo con la Germania Ovest…

D’accordo ma alla vigilia del mondiale l’Italia veniva considerata tra le favorite. Dal settembre del 1972 fino all’esordio mondiale con Haiti nessuno aveva fatto gol a Dino Zoff…

Fu l’errore più grande. Non solo gli esperti ci indicavano come favoriti, ma anche noi ci consideravamo tali. Pensavamo che per vincere certe partite non fosse necessario faticare troppo. Ma il vero problema fu un altro…

Quale?

Il gruppo non era unito. Eravamo divisi in gruppi distinti e non furono fatti tutti gli sforzi possibili per creare quell’amalgama necessaria per trasformare un insieme di buoni giocatori in una squadra vera e propria.

Quella spedizione sfortunata in Germania determinò la chiusura con la Nazionale per lei e altri big come Burgnich e Anastasi. Degli Azzurri in campo quel giorno solo Zoff e Causio ebbero l’opportunità, 8 anni dopo, di sollevare la Coppa…

Beh, io avevo 32 anni e all’attivo già 70 presenze. Dovendo rifondare, era giusto ripartire da un gruppo più giovane.

Delle sue 70 presenze, cinque furono speciali: indossò la fascia da capitano…

Fu un’emozione unica perché quello era un altro modo di seguire le orme di mio padre, Valentino Mazzola. Il giorno della tragedia di Superga, quando persero la vita i calciatori del ‘Grande Torino’, io non avevo nemmeno 7 anni. È un onore per me essere stato 5 volte capitano dell’Italia. Anche mio padre portò cinque volte quella fascia.

Come fu la prima volta da capitano degli Azzurri?

Non ricordo qual era la partita (Romania-Italia 3-3 del 17 giugno 1972, ndr) e non ricordo chi fosse il povero compagno di squadra che divise con me la camera. Ricordo solo che non chiusi occhio per tutta la notte: non sono riuscito a dormire un tubo. Giravo per i corridoi…

Q quell’esordio Azzurra contro Pelè?

Mamma mia, il più forte di tutti. Avevo 20 anni e me lo sono trovato di fronte nel sottopassaggio di San Siro. Rimasi imbambolato a guardarlo. Mi passò vicino Cesare Maldini e mi disse: ‘Noi intanto andiamo in campo, casomai ci raggiungi dopo’…

Lei ha chiuso con la Nazionale contro la Polonia mentre Roberto Mancini inizia la sua carriera di ct – amichevoli a parte – proprio contro la Polonia…

‘Mancio’ è forte e farà sicuramente bene. Sono sicuro che è stato scelto l’uomo giusto per ricostruire l’Italia dopo la delusione della mancata qualificazione ai mondiali. Lo stimo molto tanto che lo volevo all’Inter.

Quando?

Nel 1997, quando ero direttore sportivo dei nerazzurri, andai a trovarlo a Genova. Sapevo che avrebbe lasciato la Sampdoria e ho provato a convincerlo a venire all’Inter ma lui preferì la Lazio.

Però in quella stagione Mancini compiva 33 anni, non era più giovanissimo…

Portarlo all’Inter sarebbe stato un grosso colpo a prescindere dall’età. Tant’è vero che nel 2000 con la Lazio poi ha vinto lo scudetto. Aveva delle qualità eccezionali, sapeva condurre la palla guardando verso la sua destra e poi, improvvisamente, lanciava alla propria sinistra un compagno che aveva visto solo lui. E a questo calciatore la palla arrivava proprio sui piedi, con la forza giusta e il ‘giro’ giusto. Una cosa incredibile.

Possiamo avvicinare Mancini a un suo compagno dell’ Inter degli anni 60?

I grandi giocatori sono sempre diversi uno dall’altro. Diciamo che quell’abilità di servire al millimetro un compagno anche da grandi distanze era propria di Mario Corso.

Torniamo al presente. Di che ha bisogno Mancini per costruire una squadra affidabile puntando sui giovani?

Innanzitutto i ragazzi gli devono arrivare pronti, ben allenati e fisicamente preparati. Questo è il compito dei settori giovanili della Federcalcio. Poi, però, è necessario che i giovani trovino spazio nei club. E questo, purtroppo, avviene sempre più di rado.

CR7, il campione rimasto bambino

La cosa buffa è stata la sorpresa, mista a imbarazzo, con cui i media hanno commentato la scelta di Cristiano Ronaldo, giovedì scorso, di disertare in segno di protesta la cerimonia di premiazione del “Player of the Year 2018”, premio che l’Uefa, attraverso una giuria composta da 80 allenatori e 55 giornalisti di tutto il mondo, ha assegnato a Luka Modric del Real Madrid. Per chi non lo sapesse, Modric – centrocampista croato – ha giocato le ultime sei stagioni a fianco di CR7 vincendo 4 Champions e permettendo al portoghese, con i suoi assist, di segnare caterve di gol. E insomma, non era questo il caso di competizione tra campioni rivali – tipo Messi del Barcellona e lo stesso CR7 che per 10 anni si sono contesi e divisi 10 Palloni d’Oro –, bensì tra due compagni che hanno condiviso trionfi per sei lunghe, memorabili stagioni.

Detto per inciso, CR7 era stato premiato come miglior attaccante, ma siccome voleva anche la coppa di miglior giocatore nella foto ufficiale dei quattro giocatori premiati (il portiere Navas, il difensore Ramos, il centrocampista Modric e l’attaccante CR7), tutti guarda caso del Real, ai posteri ne giungeranno solo tre: ne manca uno, CR7, geloso per un premio dato a un suo compagno, e quindi stizzosamente assente. La cosa buffa, dicevamo, è stata la sorpresa; perchè far finta di non vedere lo spaventoso egoismo che informa i comportamenti di CR7 è impossibile, e oltretutto non è nemmeno una novità. Javier Marias, celebre scrittore spagnolo e tifoso del Real, ha detto di lui: “Dal punto di vista umano è un sempliciotto, gli manca l’intelligenza di Di Stefano o Cruijff o Zidane. È così privo di modestia che dovrebbe suscitare antipatia, ma senza nemmeno riuscirci per quanto risulta puerile. Si sarebbe dovuto dedicare a uno sport individuale e tuttavia gli è toccato distinguersi in un gioco collettivo, un impiccio per lui. Ha ambizioni immense, ma solo a titolo individuale. Sul campo l’abbiamo visto quasi infastidito, quasi triste, tutte le volte che il Real metteva a segno un gol importante, perfino decisivo, e non aveva segnato lui ma un compagno. Quando invece l’autore del gol era lui l’abbiamo visto atteggiarsi in modo ridicolo e vanitoso. Non ricordo di averlo mai sentito ringraziare o complimentarsi con un suo compagno: è rimasto al Real per nove stagioni ma non l’abbiamo mai sentito come un giocatore del Real Madrid, piuttosto del Real Ronaldo”.

Dicono che il nuovo asso della Juve, che viaggia verso i 34 anni ma in campo ne dimostra 25, abbia qualcosa di bionico, qualcosa di poco umano: un atout sui campi da gioco, un tratto inquietante nella vita di tutti i giorni. Era fidanzato con Irina Shayk, nel 2010, quando presentò al mondo Cristiano junior, il primogenito, frutto di maternità surrogata. Nel documentario sulla sua vita dice che non svelerà mai l’identità della madre. “Non c’è nessuna madre – assicura la sorella Katia –, la madre del bambino è morta, fine di ogni discorso”. Era fidanzato con Georgina Rodriguez, lo scorso anno, e con lei incinta mostrò al mondo Eva e Mateo, anch’essi figli di madre surrogata (e sconosciuta), pochi mesi prima della nascita di Alana Martina, figlia di Georgina. “Di figli voglio averne 7”, ha dichiarato in omaggio al suo marchio di fabbrica. Per fortuna non ha imitato Cruijff, il campione che rese celebre il numero 14.

Delusione Ferrari: Vettel sbaglia, Hamilton domina

Partite in coppia in prima fila e con i migliori pronostici, le Ferrari ieri al gran premio di Monza, davanti a 100 mila spettatori, per lo più loro tifosi, si sono dovute arrendere a Lewis Hamilton e alle strategie del team Mercedes (non alle macchina, che le prove hanno dimostrato più lenta) accontentandosi del secondo posto di Kimi Raikkonen; l’altra Mercedes, con Valtteri Bottas, al terzo. Al primo giro la rossa di Sebastian Vettel non è riuscita a evitare il contatto con Hamilton che cercava di superarlo all’esterno. Il ferrarista ne esce malconcio, è costretto a rientrare ai box e a ripartire ultimo. La gara diventa un duello tra Raikkonen e Hamilton. Solo che mentre il primo va a sostituire le gomme al 20° giro, il secondo rimane in pista per altri 8 giri, durante i quali la rientrata Ferrari di Raikkonen viene frenata da Bottas consentendo ad Hamilton, al suo rientro di essere ancora incollato al ferrarista. Il sorpasso della vittoria 45° giro. Ora il britannico guida la classifica, con 30 punti su Vettel, arrivato quarto dopo una rabbiosa rimonta. Qualche polemica sulla strategia Mercedes ai box Ferrari:“Noi assumiamo piloti, non maggiordomi”, ha detto il capo team riferendosi al comportamento di Bottas.

Alcatraz e le altre: come trasformare carceri in leggende

Tre carceri statunitensi figurano nella classifica delle otto peggiori al mondo. Una triste graduatoria che vede sul podio la prigione cinese di Stanley a Hong-Kong, la brasiliana Carandiru e la venezuelana ‘El Rodeo’ nella città di Guatire, teatro nel 2011 di un bagno di sangue fra bande rivali. All’8° posto, c’è il carcere di Rikers Island, la prigione di New York, teatro di molte sequenze della serie tv Law and Order; solo un posto avanti, c’è la prigione di San Quintino, in California; e al 5° posto, quella di Alcatraz, un’isola nella baia di San Francisco, sempre in California.

Nella prigione di Rikers, sull’omonima isoletta, percosse, accoltellamenti e trattamenti brutali sono all’ordine del giorno: si citano episodi di violenza tra prigionieri e guardie. Il carcere è soprattutto malfamato per il trattamento crudele dei detenuti con problemi mentali, che spesso sono stati indotti al suicidio. L’isola, di proprietà della città, che l’acquistò nel 1884, è interamente occupata dal complesso penitenziario, amministrato dalle autorità cittadine e articolato in 10 distinte strutture, che ospitano circa 17mila detenuti.

L’istituto penitenziario di San Quintino, a nord di San Francisco, è la più antica prigione della California: costruita da detenuti ospitati sulla nave carcere Waban, aperta nel 1852, ospitava sia uomini che donne, tra cui Louise Preslar, una delle quattro donne condotte nella camera a gas dello Stato, finché, nel 1933, non fu costruito il carcere femminile di Tehachapi. Nel 1918, il chirurgo Leo L. Stanley vi realizzò una serie di trapianti di testicoli per studiare le funzioni del testosterone. Nel 1930, vi fu smantellata una rete di corruzione e ci furono scontri inter-razziali. È la prigione degli Usa in cui si eseguono più condanne capitali: Jack London vi ambientò Il vagabondo delle stelle; nel 1993 vi venne girato, in parte, il film Patto di sangue. Non porta il nome d’un santo, ma d’un guerriero della tribù Miwok catturato nella zona.

La chiamano ‘The Rock’ oppure l’‘Isola del diavolo’ o la ‘fortezza’. Alcatraz fu costruita nel 1920 e fu progettata per rendere la fuga impossibile, con una perdita di contatto totale con il mondo esterno. La sua è una presenza ‘alla memoria’, in questa classifica: chiusa nel 1963, è oggi oggetto di visite turistiche. La leggenda dice che spiriti di detenuti vi siano rimasti imprigionati.

Decine di film e una serie televisiva vi fanno riferimento: fra gli altri, L’uomo di Alcatraz, 1962, dedicato a Robert Stroud, un detenuto che in cella diventò un’autorità in fatto di ornitologia allevando canarini – regia di John Frankenheimer, con Burst Lancaster -; e Fuga da Alcatraz, 1979, con Clint Eastwood.

I tentativi di fuga recensiti, nonostante la fama di inviolabilità del carcere, furono 14, ad opera d’almeno 36 detenuti – nessuno riuscito con assoluta certezza -. Fu prigione di massima sicurezza dal 1934 al ’63 e fu poi chiusa per i costi eccessivi: si arrivò a calcolare che sarebbe stato più economico – ma magari meno sicuro – mantenere i detenuti in un hotel di lusso a New York.

Aveva fama di rigidità e disciplina: chi finiva lì era considerato pericoloso o aveva già tentato d’evadere altrove. I carcerati scontavano la pena in celle singole molto piccole, gli atti d’indisciplina erano severamente puniti, il lavoro non era un diritto ma un privilegio. Il refettorio era dotato di un sistema di sicurezza rivelatosi più volte letale, per i detenuti e pure per i secondini: in caso di sommossa si sprigionavano gas che dovevano sedare i facinorosi, ma che ‘stendevano’ tutti.

Stati Uniti, il business corre dietro le sbarre

Gli Stati uniti hanno la più numerosa popolazione carceraria al mondo: rappresentano meno del 5% della popolazione mondiale – quasi 330 milioni su oltre sette miliardi di persone -, ma hanno il 25% dei detenuti e il più alto tasso d’incarcerazione (primati occasionalmente loro contesi a sorpresa dalle Seychelles).

Secondo i dati del Dipartimento della Giustizia e dell’International Center of Prison Studies dietro le sbarre, negli Usa, ci sono oltre 2,3 milioni di persone (quasi la metà i neri, che sono appena un settimo della popolazione), ma oltre sette milioni sono quelle soggette a misure restrittive di varia sorta.

Il sovraffollamento
e le violenze

Sovraffollamento, disagi, repressione, violenze fra detenuti o verso gli agenti (o da parte degli agenti) sfociano spesso in episodi letali. Una violenta rissa esplosa a metà aprile nella Lee Correctional Institution, carcere di massima sicurezza della South Carolina, causò la morte di sette detenuti e il ferimento di 17. Ci vollero ore e ore per riprendere il controllo della struttura nota come una degli istituti più intolleranti e pericolosi di tutto il Paese.

L’episodio è all’origine dello sciopero nazionale dei detenuti negli Stati Uniti, promosso il 21 agosto per protestare contro le condizioni di detenzione: fino al 9 settembre, la protesta s’articola in sit-in, scioperi della fame, interruzioni di lavoro e boicottaggi, in particolare con l’astensione da ogni tipo di mansione retribuita da parte delle detenute e dei detenuti.

Lo sciopero in corso
e le richieste

‘Sciopero’, azione collettiva per antonomasia, è parola che si declina male nell’Unione, dove l’individualismo è forte (e, fra i detenuti, fortissimo); e nazionale è una dimensione che non s’adatta alla frammentatissima realtà carceraria Usa, con competenze federali, statali, locali e con una miriade di prigioni appaltate a privati (spesso, le peggiori, dal punto di vista della disciplina e del trattamento).

Negli Stati Uniti, secondo dati citati dai promotori della protesta, tra cui la Commissione Carceri del sindacato IWW e il movimento abolizionista Ram, il business della detenzione fa girare circa due miliardi di dollari l’anno, mentre i detenuti vengono pagati tra i 5 e i 10 centesimi di dollaro l’ora per svolgere lavori interni di pulizia, cucina, lavanderia, etc.: condizioni che gli organizzatori dello sciopero equiparano alla schiavitù, proibita dalla Costituzione statunitense (i lavori forzati sono previsti solo per chi ha commesso determinati reati).

La protesta si propone di ottenere il miglioramento delle condizioni di detenzione, la parità di salario con gli “esterni” – cioè quelli escono dal carcere per lavorare -, e il riconoscimento del diritto di voto in prigione.

Le carceri private
nel mirino

Nell’estate del 2016 era stato annunciato che il Dipartimento della Giustizia avrebbe messo fine all’utilizzo delle prigioni gestite da due grandi gruppi quotati in borsa, la Corrections Corporation of America (CCA) e The Geo Group, che, nella campagna elettorale per le presidenziali di quell’anno, avevano finanziato entrambi i candidati alla Casa Bianca, Donald Trump e Hillary Clinton. Il tema delle carceri private, infatti, sparì, di comune accordo, dai dibattiti presidenziali.

Secondo i dati del Dipartimento, i due gruppi ricevevano 70 dollari al giorno per ognuno dei 195mila detenuti nelle loro prigioni, quasi 14 milioni di dollari complessivamente al giorno, ma ne spendevano appena 12 per la loro cura. Il margine operativo è molto alto e per mantenerlo tale nel tempo s’è progressivamente ridotto numero e qualifica degli operatori, pagati ai minimi salariali e spesso ‘reclutati’ fra reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan con disturbi post-traumatici da stress aggravati dall’ambiente carcerario. Dietro CCA e The Geo Group, ci sono grossi nomi della finanza americana e internazionale, fra cui Lazard e Vanguard Group e banche come Bank of America, Bank of New York Mellon, Wells Fargo e molti altri.

Il vice-procuratore generale Sally Yates, poi cacciata dal presidente Trump, mentre assicurava l’interim alla Giustizia, chiese ai funzionari di non rinnovare, alla scadenza, i contratti con i gestori delle carceri private o di ridurne “in modo sostanziale” la portata, adducendo un rapporto molto negativo dell’Ufficio dell’Ispettore generale del Dipartimento. Il giornalista Shane Bauer ha descritto, in un crudo reportage sulla rivista Mother Jones, i quattro mesi passati come guardia carceraria presso una struttura della CCA, rivelando che le carceri private registrano un tasso di casi di violenza e di infrazione alle regole più elevato di quelle statali e non comportano risparmi per le casse pubbliche.

I migranti irregolari
i ‘nuovi neri’

L’Amministrazione Trump non ha finora mostrato una sensibilità pari a quella di Obama sul tema delle carceri. The Donald ha incentivato la detenzione degli immigrati irregolari già ‘foraggiata’ dal Congresso, fin dal 2010. Una norma, citata dall’ongGrassroots Leadership, dispone che i fondi a favore dell’Immigration and Customs Enforcement, agenzia del Dipartimento della Sicurezza Interna responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione, debbano essere sufficienti a mantenere almeno 34.000 “posti letto” per gli immigrati irregolari detenuti.

La norma ha creato una vera e propria quota di detenzione degli immigrati, favorendo una politica di incarcerazione sempre più aggressiva e ulteriormente incoraggiata dall’attuale amministrazione, che, nei mesi scorsi, aveva anche cominciato a separare le famiglie dai minori, creando l’esigenza di ulteriori strutture detentive.

Scontri a Tripoli: è stato d’emergenza

Fuori controllo la situazione a Tripoli. Ieri il Consiglio presidenziale libico, guidato da Fayez al-Sarraj, ha proclamato lo stato di emergenza. La decisione del governo riconosciuto dall’Onu e appoggiato dalla comunità internazionale (Italia in prima fila) è stata assunta “per proteggere i cittadini e la sicurezza, gli impianti e le istituzioni vitali”, come recita il comunicato ufficiale. Secondo il ministero della Salute libico, almeno 39 persone sono state uccise e circa 100 ferite in cinque giorni di scontri tra milizie rivali scoppiati lunedì nei sobborghi a sud della città. Il governo di al-Sarray, antagonista del parlamento di Tobruk e dell’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, è appoggiato all’interno del Paese da un assortimento di milizie locali, che non riescono più però a garantire la stabilità, nè ad andare d’accordo tra loro. L’escalation di violenza si verifica dopo i tentativi di mediazione internazionale, ultimo quello del Presidente francese Emmanuel Macron, dove i convenuti si erano impegnati a sostenere elezioni legislative e presidenziali il 10 dicembre 2018 e, prima delle elezioni, a facilitare il referendum per l’approvazione della Costituzione.

Tentativi che però non hanno preso in dovuta considerazione gli equilibri del potere politico militare delle milizie che si contendono le risorse (tra le quali petrolio e traffico di migranti) del Paese. Basti pensare che al rientro del vertice, alcuni miliziani, appartenenti alla Guardia presidenziale, si sono ritirati dalle istituzioni di cui avrebbero dovuto garantire la sicurezza. I media locali riferivano ieri dell’avanzata da sud della 7/a Brigata di Tarhuna. La brigata, che formalmente risponde al ministero della Difesa del governo Sarraj, si è scontrata con gruppi armati fedeli al capo del governo, respingendo la tregua e annunciando che combatterà sino a quando non avrà “ripulito” la città dalle milizie. Violenti combattimenti sono stati registrati lungo la strada verso l’aeroporto. La brigata si appresterebbe a lanciare, nelle prossime ore, un assalto al quartiere di Abu Salim, ha annunciato il suo leader, Abdel Rahim Al Kani.

“Noi non vogliamo la distruzione, ma stiamo avanzando in nome dei cittadini che non riescono a trovare cibo e aspettano giorni in coda per avere lo stipendio, mentre i leader delle milizie si godono il denaro libico”, ha detto Khani.

La Brigata ieri ha assunto il controllo della zona di al Kurayema dove, secondo il suo portavoce “i residenti erano costretti a pagare un tributo alla milizia 301 (una formazione controllata da Misurata ndr)”. I consigli municipali degli anziani, tentando di mediare tra le parti, hanno lanciato un appello a fermare gli scontri. Dal canto suo, anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto la fine delle violenze, in conformità con l’accordo di cessate il fuoco negoziato dall’Onu. Appello che appare destinato ad essere altrettanto inascoltato.

Riguardo alle voci su una possibile chiusura della sede diplomatica italiana: “L’ambasciata resta pienamente funzionante e operativa” , hanno detto ieri fontidiplomatiche “ma stiamo valutando per motivi di sicurezza se mantenere il personale al completo”.