La marcia senza fine per dire addio al nucleare

È finita nel dimenticatoio, sepolta da ritardi e calcoli elettorali. Ha una sigla che quasi nessuno ricorda, Cnapi. Eppure è la vera uscita definitiva dall’era nucleare, la grande opera che potrà finalmente chiudere le centrali dismesse e i depositi ad alto rischio sparsi in tutta Italia. Cnapi è l’acronimo di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, ed indica l’elenco dei siti ritenuti sicuri per realizzare il deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi. Un’opera che vale complessivamente un miliardo e mezzo di euro. Strategica, delicata e, al momento, ultrasegreta.

Quella carta – arrivata mesi fa ai due ministeri competenti, l’Ambiente e lo Sviluppo economico – è al momento classificata. Finché non verrà pubblicata nessuno conosce le località. È parte di un lungo processo iniziato quattro anni fa, che dovrà portare a una discussione nazionale pubblica per decidere dove realizzare il deposito, destinato ad accogliere in sicurezza le scorie prodotte dallo smantellamento delle centrali nucleari e da quelle attività che producono rifiuti radioattivi. Ad esempio i resti delle radioterapie, vero problema in Italia. Al momento ci sono 14 siti sparsi da Nord a Sud (vedi mappa) che contengono fusti con sostanze radioattive. Non sempre sicuri, come è il caso di Statte, in provincia di Taranto, dove 16 mila contenitori sono rimasti per anni in un capannone abbandonato, fino all’intervento deciso della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della scorsa legislatura.

Da circa un anno sta operando per liberare quella struttura, ma senza un deposito nazionale il problema è solo rinviato.

L’iter per l’approvazione della carta è complesso. La fase preliminare, esclusivamente tecnica, prevede la riservatezza assoluta delle informazioni. Il primo passaggio si è concluso il 2 gennaio 2015, quando Sogin (la società di Stato che gestisce lo smantellamento delle centrali nucleari) ha inviato a Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) la carta dei siti potenzialmente idonei. Il 13 marzo 2015 l’agenzia ambientale nazionale ha concluso la fase di validazione dei dati, consegnando tutti i report ai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. Tutto sembrava pronto per la pubblicazione; in realtà era solo l’inizio di un lungo calvario ancora non terminato. Dopo avere ricevuto la proposta di Cnapi, il governo di allora chiese di effettuare ulteriori approfondimenti. In poco tempo l’Ispra risponde, e il 20 luglio 2015 invia di nuovo la carta aggiornata.

Nulla accade per due anni e mezzo. I due ministeri avrebbero dovuto procedere alla pubblicazione, la Sogin era pronta ad avviare la fase successiva. Arrivano poi il referendum costituzionale e, nel 2016, le elezioni amministrative. Meglio non far uscire quella mappa, meglio evitare contestazioni.

Qualcosa inizia a muoversi all’inizio di quest’anno. Lo scorso gennaio è la stessa Sogin a inviare una proposta di aggiornamento, che Ispra risolve rapidamente. Il 29 marzo scorso la carta arriva, per la terza volta. al Mise e all’Ambiente. Il ministro Calenda decide di lasciare la decisione di pubblicare la carta al governo successivo

L’epopea della carta non finisce qui.

Lo scorso maggio Sogin comunica che la carta sismologica italiana era stata rivista e chiede ad Ispra un ulteriore aggiornamento. L’agenzia ambientale a sua volta decide di interpellare i due ministeri di riferimento, visto che l’ulteriore modifica non era prevista nella legge che regola il processo di individuazione del deposito nazionale e che, in ogni caso, i cambiamenti potevano essere effettuati anche dopo la pubblicazione. A quella richiesta fino ad ora – spiegano fonti Ispra – ha risposto solo il ministero guidato dal generale Costa ma non il ministero dello Sviluppo economico. Tutto è di nuovo fermo. Nel frattempo alcune fonti ministeriali che chiedono l’anonimato riferiscono che sarebbe stata richiesta anche una “semplificazione della carta”, con una riduzione del numero dei potenziali siti. Notizia questa però smentita dall’Agenzia ambientale nazionale. Se così fosse c’è il rischio concreto di rallentare ulteriormente la caduta del segreto sulla carta.

Una spada di Damocle pende sull’Italia. Il combustibile nucleare delle centrali in via di dismissione, proprio per l’assenza di un deposito nazionale in grado di garantire la sicurezza, è stato inviato negli anni scorsi in Francia e Inghilterra. L’accordo, però, è a tempo e il rientro è previsto tra il 2020 e il 2025, come aveva ricordato l’ex ministro del Mise, Carlo Calenda, durante le sue due audizioni in parlamento nel 2016 e nel 2017. Per realizzare il deposito serviranno circa 5 anni da quando verrà avviata la complessa procedura di consultazione pubblica. E il punto zero sarà la data di pubblicazione della Cnapi. Dal primo elenco di siti “potenzialmente idonei”, dopo una prima fase di discussione con le comunità locali, uscirà una short list. Solo successivamente le amministrazioni coinvolte potranno presentare una manifestazione d’interesse. Il tutto al netto delle contestazioni, intoppi burocratici o cambiamenti delle norme. Il conto alla rovescia è iniziato.

Vittime innocenti di mafia. Niente sussidio dallo Stato

A Ercolano, provincia di Napoli. Per Salvatore Barbaro, vittima innocente della camorra nel 2009, c’è anche una lapide. Gennaro Migliore, sottosegretario al ministero della Giustizia, in rappresentanza del governo alla commemorazione del 2016 disse: “Ci inchiniamo di fronte alla dignità di questa famiglia”. Una famiglia che, oggi, si sente tradita. Per il ministero dell’Interno, i familiari non possono ricevere il sussidio come parenti di una vittima innocente di camorra perché in famiglia, entro il quarto grado di parentela ci sono alcuni componenti con precedenti penali, ma che nulla hanno a che fare con reati di mafia.

E di casi come questo se ne contano sempre più negli ultimi anni per una interpretazione molto stringente della legge risalente al 1990 e modificata, l’ultima volta, nel 2009. “I provvedimenti recentemente assunti da Ministero e Prefettura mortificano i parenti delle vittime. Non è tollerabile applicare criteri diversi, visto che con questa impostazione il sussidio non sarebbe stato dato a familiari di vittime, oggi, diventate un riferimento per tutti”, spiega l’avvocato Gianni Zara che segue i familiari.

Il matrimonio mai celebrato di Barbero

Salvatore era in auto, ad Ercolano, a pochi metri dal centro storico. Era il 13 novembre del 2009. In quei giorni stava ristrutturando la casa dove avrebbe trascorso la sua vita da marito e da padre di una bimba di tre mesi. Viene affiancato da uno scooter e ucciso da undici colpi di pistola. I killer avevano sbagliato persona, l’auto era la stessa del loro obiettivo. “Barbaro è stato ammazzato per errore, era un bravo ragazzo, era un cantante, andava a cantare”, racconterà un pentito durante il processo. Lo scorso dicembre, gli assassini di Salvatore sono stati condannati, in primo grado, all’ergastolo. Si tratta di Natale Dantese detenuto al 41 bis, Pasquale Spronello e Antonio Sannino ritenuti elementi di vertice del clan Ascione-Papale, egemone ad Ercolano. I familiari di Salvatore hanno chiesto di accedere ai benefici di legge come familiari di una vittima innocente della camorra, ma il ministero dell’Interno ha rigettato la richiesta perché, tra le altre ragioni, a un parente di Salvatore è stato contestato il reato di detenzione e spaccio di droga. “Quei reati non c’entrano nulla con i limiti previsti dalla norma”, spiega l’avvocato Gianni Zara.

C’è anche un foglio di via obbligatorio a cui è stato sottoposto un’altra parente. “È un atto del 1981, la signora è stata riabilitata”, ribatte il legale nel ricorso pendente davanti al Tribunale di Napoli. Zara è da sempre in prima linea contro i clan, in passato fu anche sindaco di Casapesenna, feudo dello spietato boss Michele Zagaria. Il pentito Michele Barone ha raccontato che Zagaria avrebbe voluto morto quell’avvocato, perché da sindaco ha mantenuto la schiena dritta. Oggi Zara assiste i familiari delle vittime, questa la sua nuova battaglia. “Tra pochi giorni con i familiari – spiega l’avvocato – presenteremo un esposto contro Ministero e Prefettura”. Ma tra i dinieghi che fanno discutere non c’è solo il caso dei familiari di Salvatore Barbaro.

Pagliuca e l’orrore del clan dei Casalesi

Quella di Genovese Pagliuca è una storia che racconta la crudeltà e gli orrori commessi dal clan dei Casalesi. La sua fidanzata finisce nelle grazie di Angela Barra, amante del boss Francesco Bidognetti, conosciuto come “Cicciotto ’e mezzanotte”, ma la rifiuta. Un ‘no’ che le costerà abusi e angherie: per diversi giorni la ragazza viene sequestrata e violentata per ordine del criminale. Genovese non si dà pace e va di persona a parlare con i vertici del clan. La ferocia della camorra ha una sola risposta: Pagliuca ha sfidato e viene ucciso a Teverola, in provincia di Caserta. Era il 19 gennaio del 1995. Ad ucciderlo il boss e killer del clan Giuseppe Setola, ora rinchiuso al 41 bis, e per quel delitto condannato all’ergastolo in via definitiva insieme ad altri vertici del clan. Per la giustizia Genovese Pagliuca è vittima della camorra, vittima innocente. Per il ministero dell’Interno no, perché in una informativa, confluita nel processo che ha stabilito l’innocenza e l’estraneità di Pagliuca da contesti criminali, viene scritto che frequentava un esponente del clan, una conoscenza giovanile.

Il ricorso dei familiari, ormai ottantenni e provati da questa infinita trafila, è stato accolto dal giudice Vincenzo Pappalardo del Tribunale di Napoli. La sentenza ribadisce “l’estraneità della vittima a organizzazioni criminali”. Finita? Neanche per sogno. Il ministero ricorre in appello suscitando l’ira dei familiari: “Hanno perso il senso di umanità”.

Vaccini, il rientro a scuola tra certificazioni e obblighi

L’obbligo di vaccinazione per l’iscrizione a scuola diventerà flessibile: scatterà solo quando si verificheranno emergenze sanitarie o ci sarà un significativo scostamento dagli obiettivi di copertura fissati grazie al costante monitoraggio e aggiornamento dell’Anagrafe vaccinale nazionale che verrà istituita. In tutti gli altri casi, basterà rispettare le raccomandazioni degli organismi sanitari internazionali. È questa la strada intrapresa con il disegno di legge M5S-Lega, presentato lo scorso 7 agosto in Senato, che punta a introdurre l’obbligo flessibile e superare così la legge Lorenzin del 2017. Ma in attesa che la legge segua il suo iter per l’apertura dell’anno scolastico 2018/2019 si devono seguire le indicazioni presenti nella circolare pubblicata lo scorso 4 luglio dai ministri della Salute e dell’Istruzione, Grillo e Bussetti: è sufficiente presentare l’autocertificazione per le vaccinazioni obbligatorie, anziché la documentazione sanitaria rilasciata dall’Asl. Anche i bambini di nidi e materne sprovvisti della documentazione vaccinale possono essere ammessi con l’autocertificazione. In pratica, è stata prorogata di un anno una modalità che la legge limitava in via transitoria al 2017-18, dal momento che la legge Lorenzin prevedeva che da quest’anno fosse necessario per i genitori presentare il certificato della Asl entro lo scorso 10 luglio.

Nel dettaglio, per i bimbi da 0 a 6 anni e per la prima iscrizione alle scuole (minori 6-16 anni) può essere presentata una dichiarazione sostitutiva di avvenuta vaccinazione anziché la documentazione rilasciata dall’Asl prevista dal decreto Lorenzin. Mentre per la fascia d’eta 6-16 anni – quando non si tratta di prima iscrizione – se lo studente non deve effettuare nuove vaccinazioni o richiami resta valida la documentazione già presentata lo scorso anno, se lo studente non deve effettuare nuove vaccinazioni o richiami.

I vaccini obbligatori sono quindi 10 in base alle scadenza previste dal calendario vaccinale e all’età del bambino. Antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, antiHaemophilus influenzae di tipo b, vengono somministrate con una sola, unica puntura e sono permanenti. Le altre 4 (antimorbillo, antirosolia, antiparotite, antivaricella) resteranno obbligatorie secondo la legge sino a diversa successiva valutazione, dopo una verifica triennale.

Confermate, invece, le sanzioni per i genitori inadempienti che rischiano sanzioni tra 100 e 500 euro. Come ha ribadito il ministro Bussetti, infatti, i presidi non hanno alcuna responsabilità sulla vericidità delle autocertificazioni. La circolare dei due ministri non ha però incontrato il favore di Comuni e Regioni che stanno emanato provvedimenti per far sì che le scuole si attivino per verificare le autocertificazioni. In primis l’Emilia Romagna che ha già attivato dallo scorso anno l’anagrafe vaccinale; di fatto le famiglie che autocertificassero il falso verrebbero subito scoperte. Il Piemonte, invece, accetterà solo le dichiarazioni di appuntamento, ossia quelle per i vaccini ancora da fare, mentre le Marche stanno preparando leggi apposite per superare l’emendamento che allunga i termini per la presentazione obbligatoria dei certificati di vaccinazione e introdurne l’obbligo. E poi ci sono le disposizioni adottate da singoli comuni che si rifiutano di accettare qualsiasi autocertificazione.

L’asilo nido è un’utopia: a casa 8 bimbi su 10

“No, il posto non c’è, nemmeno quest’anno. Però aspetti fiduciosa che prima o poi qualcuno ritirerà il figlio e lei potrà scalare la graduatoria”. Nella corsa disperata per un posto all’asilo nido, Giovanna Cavaliere – la mamma della piccola Rebecca – è il secondo anno consecutivo che non riesce neanche a presentarsi sulla linea di partenza, perché sua figlia di due anni non ha mai conquistato il posto. “Anche quest’anno – racconta Giovanna – sarò costretta a sborsare 485 euro al mese per pagare l’asilo privato. Né i miei genitori né i suoceri possono tenere Rebecca. La baby sitter mi costerebbe più di quanto guadagno e quando la piccola sta male mi arrangio con la vicina. Del resto, al mio lavoro non posso rinunciare, visto che sommando il mio stipendio a quello di mio marito non arriviamo a duemila euro. La mia sfortuna più grande? Risiedere in un quartiere dove vivono famiglie che stanno economicamente peggio di noi. È una guerra tra poveri”. Insomma, gli asili nido più che un servizio essenziale sono piuttosto un Superenalotto: per due bimbi tra 0 e 3 anni che vincono, ce ne sono 8 che restano a casa. Perché le strutture sono poche, i posti disponibili soltanto il 22,8% per tutti i bambini di quella fascia d’età e i costi eccessivi a carico delle famiglie con significative differenze territoriali. E in questa giornata di riapertura degli asili nido è soprattutto nelle grandi città e al Sud che ci si accorge che l’Italia non è Paese per bimbi.

A dare un po’ di numeri su questa foschissima fotografia è l’analisi dell’Ufficio valutazione impatto (Uvi) del Senato, che nel dossier “Chiedo asilo” offre risposte sul perché in Italia manchino i nidi e cosa si sta facendo per recuperare il ritardo.

Solo in un quarto delle Regioni i bimbi possono contare sui servizi per la primissima infanzia: la media nazionale è del 22,8%, un traguardo assai lontano dall’obiettivo – peraltro modesto – del 33% fissato dall’Unione europea. Ma per rispettare la quota chiesta dall’Ue occorre assicurare un posto a 343.583 bambini nei nidi d’infanzia a finanziamento pubblico, realizzando 162.421 nuovi posti. E i conti si fanno amari: stimando 7.962 euro l’anno il costo medio dell’accoglienza per ogni bambino, le spese di gestione ammonterebbero annualmente, a regime, a 2,7 miliardi di euro. Mentre per l’anno scolastico appena iniziato sono stati previsti appena 239 milioni di euro che, però, fanno parte di un tesoretto di quasi 700 milioni di euro (stanziato con la riforma della Buona scuola) che tra il 2017 e il 2019 le Regioni distribuiscono ai Comuni per potenziare sia i nidi sia le scuole dell’infanzia da 0 a 6 anni (così come prevede la legge 107/2015 che ha trasformato i due segmenti educativi in un unico sistema integrato) per la costruzione/ristutturazione delle strutture, il restauro, la messa in sicurezza e il risparmio energetico di stabili di proprietà delle amministrazioni locali, ma anche per la riqualificazione degli insegnanti.

La richiesta comunitaria era chiara. Nel 2002 il Consiglio europeo di Barcellona ha posto a tutti gli Stati membri l’obiettivo di “fornire, entro il 2010, un’assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico” e “almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni”. L’Italia ha però raggiunto il primo obiettivo prima del 2010 – nel 2015 il 96% dei bambini di età 4/5 anni frequentava la scuola dell’infanzia – ma sul secondo è ancora in ritardo: meno di un quarto dei piccoli tra 0 e 2 anni trova posto nei servizi per la prima infanzia. E se in Valle d’Aosta vanno al nido 4 bimbi su 10, in Campania ce la fanno solo 6 su 100. Eppure, in questi 10 anni sono stati avviati diversi (e costosi) interventi per aumentare l’offerta zero/tre: a partire dal 2007 lo Stato ha speso circa 1,15 miliardi di euro (in media circa 100 milioni l’anno), a cui va aggiunta l’ultima tranche della riforma della Buona scuola. Senza contare che a questi fondi si sono aggiunte nel corso degli anni anche le risorse comunali: dal 2008 al 2014 i sindaci hanno speso per i servizi zero/tre quasi 8,4 miliardi di euro, mentre le famiglie hanno contribuito in misura crescente ai costi del servizio: la loro quota è passata dal 17,4 al 20,4% della spesa. Ma la distribuzione dei soldi è stata squilibrata: Campania, Calabria, Sicilia e Puglia hanno assorbito il 60% del totale con risultati decisamente deludenti. Nel dettaglio, l’Uvi ha censito 13.262 servizi socio-educativi per la prima infanzia – di cui il 36% pubblico e il 64% privato – che hanno garantito complessivamente 357.786 posti, pari al 22,8% dei bambini italiani tra 0 e 2 anni. Più alta l’accoglienza in Valle d’Aosta (record nazionale: 39,9%), Umbria, Toscana, Emilia Romagna e provincia autonoma di Trento, che hanno raggiunto e superato il target europeo del 33%. In tre Regioni nel sud, Calabria, Campania e Sicilia, meno del 10% dei bambini sotto i tre anni è stato invece accolto in un nido. Maglia nera alla Campania: 6,4%.

Le conclusioni del report dell’Uvi sono chiare: calcolando che il settore privato attualmente copre circa l’11% dell’utenza, per raggiungere il 33% occorrerebbe che i servizi sostenuti da finanziamenti pubblici accogliessero il 22% dei bambini tra zero e tre anni, raddoppiando il numero attuale di utenti (nel 2014 erano 197.328). I bimbi accolti dovrebbero salire a 343.583, ben 162.421 in più.

Un dato che è anche rivisto al ribasso: i posti conteggiati sono ogni anno più bassi perché calano rispetto all’anno precedente le richieste di iscrizione non solo per la bassa natalità, ma anche perché c’è una fetta importante della famiglie che non riescono a sostenere la costosa retta mensile che comprende pasti e pannolini. Tanto che, secondo l’ultima indagine effettuata da Cittadinanzattiva, una famiglia tipo composta dai genitori e il minore sotto i 3 anni con un reddito lordo di 44.200 euro (corrispondente a un Isee di 19.900 euro), arriva a sborsare 301 euro al mese. Ma la situazione è comunque molto disomogenea sul territorio. Se nel Molise la tariffa media è di 167 euro, agli antipodi si colloca il Trentino Alto Adige con 472 euro. A livello di capoluoghi per i nidi si va dai 100 euro al mese di Catanzaro e Agrigento ai 515 euro di Lecco. Gli aumenti più rilevanti negli ultimi tre anni sono stati registrati a Chieti (50,2%), Roma (33,4%), Venezia (24,9%). “Sul tema delle disuguaglianze di accesso ai servizi nel nostro Paese, gli asili nido sono un caso emblematico”, commenta Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva. Che aggiunge: “Ci sono troppe disparità tra i costi che le famiglie devono sostenere a seconda della provincia in cui risiedono, altrettante disparità nell’accesso e aree del Sud del paese in cui il servizio è veramente ridotto al minimo (pochi asili, pochi posti, orari ridotti) il che incide sul livello di occupazione femminile”.

C’è, quindi, poco da stupirsi se in Italia nel 2017 sono nati solo 464 mila bambini, il 2% in meno rispetto al 2016 quando se ne contarono 473 mila. Cifre che per l’Istat battono il precedente record di minimo storico dall’Unità d’Italia, registrato nel 2016. Un dato che relega il Belpaese in fondo alla classifica della natalità in Europa: da noi il tasso di natalità è del 7,8% – spiega l’Eurostat –, contro numeri a due cifre di Irlanda (13,5%), Svezia e Regno Unito (11,8%) e Francia (11,7%).

Inoltre, se in Italia un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità, negli altri Stati l’occupazione delle neo mamme mostra un percorso a U (forte discesa nei primi tre anni di vita del bambino e un graduale ritorno al lavoro in seguito). A fare la differenza sono, infatti, il mix di interventi messi in campo da decenni nel Vecchio continente in grado di incentivare la natalità e il lavoro femminile. La ricetta con cui si aiutano le donne a fare figli è chiara: soldi in tasca subito (assegni legati alla maternità), aiuti nella cura dei bambini (dagli asili nido alle baby sitter di famiglia), congedi parentali più flessibili e benefit vari (spesso a sostegno dei redditi più bassi).

Quelli che non ti dicono mai il nome

Sono sulla passeggiata di Ponza, bellissima, piena di gente, festosa, tutti ballano e cantano Vamos alla playa oh, oh, oh in un’isola che di playa non ne ha. Incontro tanta gente. “Buonasera, ciao, bentornato!”, saluto, ma non riconosco le persone perché credo di soffrire di prosopagnosia. Ho davanti un volto a me noto, mi è familiare, ricordo i dettagli del suo viso, ma non so chi sia! L’ho appena salutato e baciato calorosamente, ma non so proprio dove lo abbia conosciuto, non ho la più pallida idea di come si chiami. Così inizio a indagare con vaghe domande: “Ciao, come stai, che fai qua?”. E lui: “Bene, bene, sono in vacanza”. “Beh certo, anche io. Quanto ti fermi? Quando torni a Roma anzi a Padova-Milano-Crotone?”. “A Roma il 28!”. “Ah. E abiti sempre lì in via del Cors… dove abiti?”. “No, io sto sempre dalle mie parti”. Ma quali parti, non me lo dice! Allora cerco disperatamente di scoprire il lavoro che fa. “Il lavoro tutto bene, sì?”. “Sì,sì.”. “Ma sei sempre lì in…?”, una domanda che può significare in fabbrica, in ufficio, in uno studio notarile, in una casa di appuntamenti e lui dice: “Sì! E chi si muove da lì!”. Ma da lì dove? Non ho capito, il maledetto non dice dove lavora! “Beh, allora tanti auguri per il tuo lavoro, sempre quello. No? Il tuo lavoro è un lavoro che stanca molto, no? Un po’ di vacanza ci vuole perché questo tuo maledetto lavoro ti stanca, giusto? Ti stravolge…”. Non si esprime. Niente. Può essere chiunque, anche il figlio della mia portiera o forse uno della famiglia Agnelli, oppure suona alla filarmonica o fa il travestito sulla circonvallazione. Vivrò questo periodo di vacanza con un atroce dubbio, chi è quello che ho salutato con tanto affetto sulla passeggiata di Ponza? Oddio, se fosse mio cugino? A proposito, ma come si chiama mio cugino? Quelli che non ti dicono mai il nome.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Il ruolo dei due consoli romani nella res pubblica

Abbattuta a Roma nel 510/509 a.C. la monarchia e introdotta la res publica, la giovane democrazia militare era guidata da due magistrati eletti dal popolo e collegiali: i consoli. Secondo la collegialità romana, ciascun console era titolare del potere nella sua interezza e poteva assumere qualunque decisione purché non incontrasse il veto del collega che, anch’egli titolare dell’intero potere, in disaccordo avrebbe potuto bloccare l’altro o essere a sua volta bloccato. Per evitare paralisi, il pragmatico genio costituzionale romano aveva introdotto escamotage vari, come il turno e il sorteggio: in pace i consoli si avvicendavano nell’esercizio concreto del potere per un mese, mentre in guerra il turno durava un giorno per ciascuno. Non era certo un sistema perfetto ma per lungo tempo funzionò. Ora, in Italia, parrebbe che i due vicepresidenti Salvini e Di Maio, divisi su tutto, stiano politicamente replicando questa dinamica. Revoca concessioni e nazionalizzazione autostrade sì e no; taglio pensioni elevate sì e no; flat tax o reddito di cittadinanza? La cifra dell’azione politica del governo sarebbe il continuo e reciproco veto tra i due capi di due partiti politici. Sotto il profilo giuridico-istituzionale è una colossale sciocchezza proporre affinità con Roma (chi la teorizzasse dimostrerebbe ignoranza del diritto costituzionale romano); inammissibile anche perché lo spazio occupato dai due litiganti in realtà spetta al presidente del Consiglio Conte che, invece di tacere sempre, dovrebbe imporre sì collegialità e almeno un mese di silenzio a turno ai due, per evitare l’unico vero effetto: quella paralisi dello Stato che gli antichi patres tendevano a evitare.

Galante Garrone e Calamandrei: il senso della Costituzione

L’autore è Alessandro Galante Garrone, un nome che ha fatto da guida e da riferimento a tanti adolescenti torinesi dell’immediato dopoguerra, sul senso e il valore di essere antifacisti. Il libro è dedicato a Calamandrei (Biografia morale e intellettuale di un grande protagonista della nostra storia, Effepi Libri), il personaggio che – dopo avere partecipato alla scrittura della Costituzione – si è impegnato a guidare un’Italia nuova e pulita lungo un percorso nobile di solidarietà fraterna, un Paese senza odio e senza confini, dopo una guerra che ha attraversato le terre desolate della morte a milioni e del deliberato e bene organizzato sterminio di popoli. Né Galante Garrone né Calamandrei si fidavano dello slancio spontaneo verso il bene di coloro che erano sopravvissuti a una guerra di stragi. Galante Garrone ha preso subito la bandiera della democrazia, dimostrando che niente vive senza l’impegno (il dovere) e la partecipazione di ciascuno cittadino. Calamandrei ha spinto sulla scena ancora disadorna dell’Italia povera e incerta di allora, i diritti delle persone, i diritti della Costituzione, i diritti umani, i diritti civili che, in seguito, i partiti, con l’unica clamorosa eccezione di Marco Panella, di Emma Bonino, del Partito Radicale, avrebbero tralasciato come se fossero solo l’ornamento, non la materia prima della democrazia.

Ma l’imbarazzo deve essere grande, per chi prende in mano ora questo libro (che è una ristampa da un’Italia lontana) e lo confronti con l’Italia che stiamo vivendo adesso, dove i diritti umani di rom, migranti e poveri vengono non solo trascurati ma deliberatamente e fisicamente offesi perchè i più deboli non contano. Governare con le false promesse, in un castello di illusioni e invenzioni, ha portato a precipitare in un triste retro-cortile senza cultura, senza storia, senza solidarietà, senza alcun interesse per sentimenti e diritti, dove conta solo il compiacimento del proprio personale potere. Questo libro arriva dal passato in un tempo in cui si usa lo slogan “prima gli italiani”, che farebbe inorridire chiunque ha combattuto per la libertà, e ha scritto e insegnato la Costituzione italiana. Perciò Galante Garrone e Calamandrei servono oggi all’Italia come le navi ong e la Guardia costiera italiana servono a salvare migranti, benchè l’ordine di questa repubblica sia di voltare le spalle.

L’irreperibilità telefonica: blasone nel codice del potere meridionale

Nino Strano, i lettori lo ricorderanno – per la sua irresistibile simpatia, e non solo per la mortadella mangiata al Senato contro un Romano Prodi dimissionario – chiama al telefono Ruggero Razza, assessore alla Sanità della Regione siciliana, ma non riceve risposta. Richiama, telefona ancora, lascia messaggi, scrive sms e qualche volta – stac! – si ritrova con l’orecchio sfregiato da un clic. Appunto, respinto.

La fatica di Strano è di tutti: il giovane assessore è irreperibile a chiunque, ma l’estroso senatore prende carta e penna e invia al politico attualmente in auge una raccomandata con ricevuta di ritorno dove, tra le comunicazioni, scrive: “… da un giovine quale Ella è, verso un uomo di 68 anni quale io sono, mi aspettavo una risposta garbata e non il silenzio; ma non la disturberò mai più, non la cercavo certo per interessi personali perché una persona come me non avrà mai bisogno di un baldo giovine qual è lei!”. Senza nulla a pretendere, il caso di dire. Come nella famosa lettera della “moria delle vacche” di Totò e Peppino.

Il non rispondere alle chiamate è una sorta di blasone nel codice del potere meridionale se ancora molti anni fa, un altro assessore siciliano, non rispondeva a nessuno quando già gli amici – per tastarne l’importanza – facevano un esperimento. Chiamavano Massimo D’Alema a Palazzo Chigi e questi dopo solo cinque minuti richiamava. Telefonavano quindi a Silvio Berlusconi, al tempo capo dell’opposizione, e questi, educatissimo, si metteva all’ascolto.

Come anche lo stesso Francesco Cossiga, disponibilissimo oltre che dal suo Motorola, anche dal baracchino con cui dal Quirinale comunicava e picconava. Tutti, insomma, rispondono. L’assessore, invece, no. È uno spagnolismo, forse stucchevole, ma con un fondamento antropologico perché il telefono portatile – non a caso “cellulare” – altro non è che un guinzaglio. Chi si dichiara pronto è sempre pronto (alla chiamata altrui). Chi lo adopera è un “sottomesso”. Lo squillo che trilla ovunque, in qualunque situazione – sia a pranzo, o quando si fa l’amore – è un richiamo all’immediata disponibilità. Fu il solo Umberto Eco a intuire già negli Anni ’80 il forte carico simbolico del nuovo elettrodomestico. E lo fece con un solo esempio: “Avete mai visto Gianni Agnelli prendere dalla tasca il telefono per dirsi pronto?”. Ci vuole, insomma, il vento in Chiesa, ma non al punto di spegnere le candele.

Franco Battiato, a un musicista che non gli rispondeva mai, ma per noncuranza – e mai lo richiamava, ma non per superbia – beccandolo per strada ebbe a dirgli: “Almeno in bagno, seduto sulla tazza, lo guarderai il telefono… e non lo vedi che ti sta cercando il Maestro Battiato? Tira lo sciacquone e chiama!”.

Altro che euroscettici. Il nuovo dilemma avanza: il cambio dell’ora legale

Ciao Selvaggia, volevo condividere con te l’angoscia che mi pervade nel sapere che l’Europa sta per affrontare una sfida epocale, che potrebbe decidere delle sue e delle nostre sorti come già fu ai tempi dei nostri padri fondatori, di Churchill che deve decidere se arrendersi o resistere all’avanzata nazista, di De Gaulle alle prese con un paese occupato, di De Nicola davanti a una repubblica tutta da inventare. E non sto parlando delle minacce di Trump alla nostra economia, della crisi del Mediterraneo che non trova soluzione o del riaccendersi della tensione tra Ucraina e Russia. No, ma di un problema che da giorni l’Unione europea sta maneggiando coi guanti e con le pinze, troppo incandescente perchè si possa affrontare a cuor leggero: il problema dell’ora legale.

Ora legale sì? Ora legale no? Li vedo lì, col piglio dell’artificiere che sa che se taglierà il filo sbagliato, quello rosso al posto di quello blu, condannerà se stesso e tutta una città all’esplosione, le gocce di sudore sulla fronte a rendere tutto più difficile. Prima il referendum in tutta Europa (ma tu l’hai ricevuta la scheda? Io no, forse stava insieme ai fascicoli dei Testimoni di Geova) per capire quali e quanti tra i cittadini fossero a favore dell’abolizione del cambio di orario a cadenza semestrale. Poi, appurato che non gliene fregava una cippa a nessuno, le remore nell’applicare una decisione univoca che avrebbe avuto tanto il sapore di tirannia. Quindi i titoli sui giornali, per giorni, di quelli che la gente si butta dallo strillone a comprarne venti copie perchè no, non è possibile restare nell’ignoranza in questi attimi di febbrile attesa. Capannelli agli angoli delle strade, risse tra fautori dell’ora legale e quelli dell’ora solare, con i primi che urlano agli altri ‘corrotti!’ e i secondi invece ‘contro natura!’, perfino qualche millenarista con gli abiti ridotti a stracci a gridare a destra e a manca che ‘la fine è vicina, moriremo insonni!’. Alla fine, quando tutto sembrava perduto, quando il popolo senza sicurezze abbandonava la fede tradizionale (nell’orologio) per adorare gli idoli (la clessidra e la meridiana, ma persino il ciclo lunare) ecco che l’Unione Europea, finalmente, si pronuncia: ognuno faccia un po’ come cazzo gli pare, per dirla alla Guzzanti. Voi svedesi volete l’ora legale? Tenetevela! Voi greci no? Levatela! Ma che volete da noi? Ma infatti, che vogliamo da loro Selvaggia? Che affrontino con autorevolezza i dittatori? Che proteggano la nostra economia dalla follia del biondo col parrucchino? Che ci diano una mano, a noi e a quei poveri cristi che sbarcano tutti i giorni? Ma certo che no, che sciocchezza sarebbe. Vogliamo solo che ci dicano dove mettere le lancette. Io avrei un consiglio per loro su dove mettersi qualcos’altro.

Franco

Caro Franco, non farmi l’euroscettico, leggo della bontà nelle tue parole e tu sai meglio di me che in questo periodo storico o sei pro a tutto o sei contro a tutto, le sfumature fanno cento frustate in piazza.

Vergognarsi o no per i turisti italiani?
Cara Selvaggia, sono tornata da una settimana dalle vacanze e non riesco ancora a metabolizzare quello che è accaduto, soprattutto mentre sfoglio i giornali e leggo le solite accuse ai migranti condite dagli immancabili post di Salvini il fomentatore. Ti spiego. Ho avuto un inverno molto duro per via di un incidente sugli sci che ha limitato molto la mia attività motoria, per cui ho rinunciato al mio solito viaggio d’avventura e ho optato per due settimane alle Maldive con mio marito. C’ero già stata almeno 30 anni fa e lo ricordavo un paradiso. In effetti, lo è ancora, ma 30 anni fa ero finita in un atollo con una trentina di stranieri, ad agosto sono capitata in un atollo con una settantina di italiani. Non sono mai stata snob nei confronti dei miei connazionali, ma questa esperienza mi ha reso tale, credimi. Intanto c’erano almeno dieci coppie in viaggio di nozze alcune delle quali si sono ritrovate nella busta il regalo dell’agenzia di viaggi senza aver neppure capito in che parte del mondo sarebbero finite. Gente che non era mai uscita dal raccordo romano o dalla tangenziale di Napoli. Una sera a cena una tizia ha urlato al telefono alla madre che voleva tornare a casa perché “qui ci sta solo il mare, io non so nuotare, che cazzo faccio?”. Era salita sull’aereo convinta che alle Maldive ci fossero dei centri commerciali e baite in alta quota, evidentemente. Inoltre, quasi tutti ignoravano il fatto che i maldiviani sono musulmani, nonostante tutte le guide invitino al rispetto dei loro usi, credenze e costumi, vedevo continuamente coppie avvinghiate sui lettini o in acqua in posizioni ambigue, che il personale maldiviano notava con aria tra l’infastidito, il curioso e il turbato. Infine, tre ragazze italiane in tre giornate diverse sono state invitate a rivestirsi perché in topless in spiaggia, nonostante il topless alle Maldive sia vietato. Una di loro ha discusso col responsabile del villaggio dicendo: “Se questi sono preistorici, non è colpa mia!”. Morale: alla faccia di Salvini, ho passato 15 giorni a vergognarmi di essere italiana.

Lucia

Salvini ti risponderebbe che mentre tu – radical chic – te la spassavi alle Maldive, tanti italiani le vacanze se le sognavano dal tinello della loro casa senza tetto. Io invece ti dico che viaggio molto e sì, spesso, mi sono vergognata di alcuni turisti, #perprimigliitaliani.

 

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com

Ai clericali non resta che lo scisma (e giovedì 6 si ritrovano al Senato)

Sembra quasi la trama dell’ultimo, recentissimo teo-thriller di Glenn Cooper, I figli di Dio: un petroliere texano, amico del presidente americano, che promuove e finanzia uno scisma tradizionalista della Chiesa, nel segno dell’arida Dottrina.

La suggestione del complotto anti-Bergoglio è stata esplicitata dall’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti, che ha evocato “forze oscure” contro Francesco, tra cui “petrolieri o grossi gestori della finanza”. Ovviamente al centro di tutto ci sono i veleni, i sospetti, le polemiche scatenate dal dossier a scoppio ritardato dell’ambiguo monsignor Carlo Maria Viganò (nella foto) sulle presunte coperture di Bergoglio alla lobby gay del Vaticano. Ciò che colpisce in questa vicenda sono il metodo e i protagonisti. Come se l’opposizione antifrancescana fosse venuta allo scoperto una volta per tutte per tentare “la spallata” finale al papa.

È una traiettoria iniziata tre anni fa, con l’obiettivo di costringere Francesco alle dimissioni oppure, in caso di fallimento, di causare uno scisma, come documentato da Millennium nel luglio di un anno fa. Nell’ampia zona grigia che detesta Bergoglio, le fazioni sono varie e hanno usato ogni mezzo: la bufala del tumore al cervello; manifesti anonimi di protesta; la faida interna dei Cavalieri di Malta; i nuovi Vatileaks sulle riforme bloccate; le scelte sbagliate del corso “rivoluzionario” (tipo il cardinale Pell); i Dubia all’Amoris Laetitia sulle aperture ai divorziati.

E se dall’altra parte dell’oceano ormai è chiaro che gli americani non vogliono più Francesco, in Italia la cassa di risonanza di questa lunga campagna mette in campo sempre le stesse firme: dai blog della destra farisea al clan di autorevoli vaticanisti come Magister, Tosatti e Valli.

L’atteggiamento di Francesco dà però la certezza che resisterà anche questa volta. Così si profila sul serio l’ipotesi dello scisma. Altrimenti il potente neocardinale Angelo Becciu avrebbe fatto a meno di rivolgere un sibillino appello all’unità della Chiesa. Vedremo. A partire da giovedì prossimo, quando la figura del cardinale Caffarra verrà ricordata al Senato dal suo “collega” americano Burke, l’antipapa per antonomasia che ritiene Bergoglio un “traditore”.