Anche il Sud non sfigura: i bagnanti cacciano le ronde

Caro Leonardo Coen, lo riconosco: questa volta Milano ha vinto. Dieci/quindicimila persone in piazza in pieno agosto per dire no alla barbarie, no al razzismo, no al rancore, no alla lotta dei deboli , contro i più deboli, è senza ombra di dubbio una vittoria. Ma se fosse una partita di calcio, una di quelle disfide tra Nord e Sud che ancora appassionano gli italiani, prendi Milan-Napoli, Milano avrebbe vinto, ma l’avversario non avrebbe certo sfigurato.

Dagli spalti entrambe le tifoserie avrebbero applaudito. Tanti applausi agli eroici bagnanti di Castellaneta, città di Rodolfo Valentino, che un giorno d’agosto cacciarono le ronde leghiste dalla loro spiaggia. I “poliziotti verdi”, capitanati dall’onorevole Rossano Sasso, un Salvini alle cime di rapa, per fermare sul bagnasciuga pericolosissimi ambulanti con la pelle nera, sono stati respinti con perdite. “Fascisti, razzisti, andate via”, gli hanno gridato. E loro, poliziotti abusivi, sono scappati. Applausi ad Ivano, “gigante buono” di sinistra e antifascista. A Rocca di Papa si è messo petto in fuori contro “quei quattro cojoni de fascisti” riunitisi per accogliere con fischi, minacce e bandiere nere un gruppo di disperati della nave Diciotti. Anche lui è “popolo”. Ma coltiva da anni sentimenti e idee democratiche e di sinistra. Applausi anche ai catanesi, giovani e meno giovani, donne e uomini, che hanno presidiato il porto di Catania facendo sentire ai poveri cristi sequestrati su quella nave della vergogna la voce di una Italia solidale e accogliente. E standing ovation agli uomini e alle donne della solidarietà quotidiana. Sono gesti naturali, come quello del mio amico Guerino. Gestisce uno stabilimento balneare e gli ambulanti di colore non gli danno fastidio. Li vede, li chiama, li fa avvicinare al suo gazebo e gli allunga una bottiglia di acqua minerale fresca.

A Milano sfilano in 15mila contro il modello di Budapest

Pensa, Enrico: nonostante la città mezza vuota, nonostante il forte vento razzista, nonostante il salvinismo martellante di tv, rotocalchi e social network, ben 10mila milanesi sei giorni fa sono andati a manifestare in piazza San Babila contro l’incontro “sovranista” tra il Trump del Giambellino e il sulfureo premier ungherese Viktor Orban. Tutti e due artigiani di una truce xenofobia di Stato (ricordo che Orban predica la “democrazia illiberale”, ipocrita ossimoro politico per veicolare il concetto – si fa per dire – di un regime in realtà autoritario ed intollerante). La notizia ha fatto il giro del mondo, col sollievo di scoprire che forse c’è dissonanza nel tristanzuolo coro di chi vuole un’Italietta isolata ed emarginata. Milano, certo, è la città più “europeista” d’Italia, è governata dal centro sinistra, possiede un vasto tessuto di associazioni cattoliche e progressiste che operano nel variegato intreccio della solidarietà e della cooperazione. Al voto del 4 marzo l’ondata leghista non ha sfondato, pur essendo la città di Salvini (e di Berlusconi). Anzi.

Così, in un’afosa fine d’agosto, 10mila milanesi antifascisti, antirazzisti e democratici hanno raccolto l’appello di Milano Insieme senza Muri e Sentinelli di Milano (molti mobilitati dalle sinistre e dai sindacati, ma la maggior parte cittadini e studenti mobilitati dall’indignazione). La società civile ha gridato che è ora di “svegliarsi”, che è tempo di “reagire”, che “abbiamo dormito troppo” perché ormai la “deriva autoritaria” rischia di “travolgere le istituzioni democratiche”. Il luogo scelto per la manifestazione è assai simbolico. Al tempo della strategia della tensione, piazza San Babila era una sorta di fortezza dei giovani neofascisti. Allora, i cortei del Movimento Studentesco sfilavano cantando a squarciagola Bella Ciao, sfidando i “sanbabilini”. Spesso scoppiavano scontri durissimi. Pure i 10mila antisovranisti del 28 agosto hanno intonato Bella Ciao: tornata a riprendere i suoi veri accenti di lotta resistenziale.

Non possiamo permetterci di essere ignoranti sulla Cina

Mi sono occupato per molti anni di rapporti con la Cina, per conto della Gran Bretagna, come accademico, uomo d’affari e diplomatico. E mi sono sempre fatto la stessa domanda: cosa vuole la Cina da noi? Cosa pensano i cinesi? Che visione hanno del ruolo della Gran Bretagna nel loro mondo? Lo stesso tipo di dibattito si sviluppa in altri Paesi: in Europa, Asia e Nord America bisogna rispondere a questi quesiti per affrontare l’ascesa prima economia e ora geopolitica della Cina.

Parte della complessità di confrontarsi con queste nuove potenze è la confusione su che cosa sia esattamente la Cina – una tradizionale potenza asiatica confuciana, una minaccia geopolitica di marca marxista-leninista, uno Stato che subisce le regole della globalizzazione o uno che le detta? Le stesse domande che oggi molti si fanno a proposito degli Stati Uniti sotto Donal Trump, con tutte le loro fratture interne. E sono dubbi che riguardano anche altri Paesi d’Euopa. Nel caso della Gran Bretagna, con la Brexit, si è capito che gli inglesi non hanno le idee chiare neppure su chi siano e che ruolo debbano avere loro stessie La spaccatura tra la parte più isolazionista e tradizionalista della società (di solito anche quella più rurale e anziana) e il resto è diventata all’improvviso evidente a tutti.

In questo contesto il rapporto con la Cina finisce per diventare un sottoinsieme delle questioni identitarie interne. La differenza nella visione del mondo e nei valori politici e culturali della Cina, che mai come ora possono influire anche sulle nostre vite, ci costringono a chiederci non soltanto chi sono loro, ma anche chi siamo noi.

Dopo aver avuto a che fare con la Cina per 25 anni ho imparato alcune cose. Negli ultimi decenni i cinesi sono stati isolati, ai margini dell’economia mondiale, cercando disperatamente di recuperare terreno. Come in tutte le relazioni asimmetriche, sentendosi più deboli degli altri hanno sempre cercato di sapere il più possibile di un mondo che invece di loro si curava poco. Questo non significa che la maggioranza dei cinesi sia esperta di Gran Bretagna, America o Australia, ma hanno sempre coltivato una certa curiosità e un livello di conoscenza di base, in molti casi anche della lingua, che semplicemente non è reciproco. Ci sono 200 milioni di cinesi che studiano inglese e soltanto 3000 inglesi che studiano cinese. Anche considerando le percentuali della popolazione il confronto è impietoso.

Ci sono gruppi di occidentali – nel governo, nell’impresa, nella società civile – che hanno bisogno di informarsi sulla Cina e hanno maturato una eccellente competenza. Ma a parte loro c’è ben poco e il dibattito specialistico e accademico sulla Cina scoraggia tutti i non iniziati. Ma questi sono problemi superficiali che possono essere risolti in tempi ridotti con l’istruzione. La vera questione è stabilire quale ruolo vogliamo che abbia la Cina nelle nostre vite. Fenomeni come la Brexit dimostrano un diffuso desiderio di semplificare il mondo, di ritirarsi all’interno delle barriere di un senso condiviso di identità nazionale. In molti hanno difficoltà a confrontarsi con l’Unione europea, percepita come distante e poco comprensibile, figuriamoci quanto può essere difficile immaginare un modo di convivere con una potenza come la Cina che emerge da un passato e da una storia così radicalmente distante.

La conclusione a cui sono giunto è che la questione davvero preoccupante è che abbiamo scelto l’indifferenza verso la Cina come opzione di default. Non pensiamo che meriti abbastanza attenzione: è troppo remota, strana, indecifrabile, anche se i suoi studenti riempiono le nostre università e i suoi prodotti i nostri negozi, i suoi turisti i nostri aeroporti. Gli inglesi, e gli altri europei, sono a loro agio soltanto con una Cina quasi invisibile, ed è così che la vogliono.

Curare questo approccio mentale non è facile perché non implica soltanto più studio, ma un completo cambio di prospettiva e rimettere in discussione la nostra stessa identità. L’idea che l’Europa rappresenti valori assoluti di libertà, pragmatismo e virtù democratica mentre la Cina si muove su un piano morale inferiore è il grande non-detto nel nostro atteggiamento verso la Cina. E affrontare questo punto ci costringe a fare qualcosa che finora siamo sempre riusciti a evitare: ridimensionare i nostri valori e la nostra percezione di noi stessi.

C’è un detto apocrifo attribuito a Confucio: l’apprendimento è efficace in tre modi, imitando qualcuno individuato come modello, e questo è molto più efficace; attraverso la lettura, che è il modo più superficiale; oppure con l’esperienza, che è il più duro. L’esperienza sarà la via attraverso la quale la Gran Bretagna dovrà definire un nuovo rapporto con la Cina dopo la Brexit. E il resto del mondo starà ad osservare come andrà. Può trasformarsi in una faticosa ma istruttiva lezione per tutti gli altri. Per capire che per conoscere davvero gli altri, è meglio prima conoscere se stessi per evitare che siano gli altri a insegnarci chi siamo davvero.

Le democrazie sono imperfette

Alle democrazie manca sempre qualcosa. È giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo.

Democratico è quello che deve essere soggetto al controllo del popolo: governanti, rappresentanti, assemblee elettive, leggi, non, però, la burocrazia, le Forze Armate, la magistratura, le istituzioni scolastiche che debbono rispondere a criteri di efficienza ed efficacia, di conseguimento degli obiettivi decisi dai rappresentanti e dai governanti. Il popolo deciderà poi se, come, quando fare circolare quei rappresentanti e governanti, cambiarli, meglio non usando il criterio burocratico del limite ai mandati tranne per le cariche elettive di governo che hanno la possibilità di sfruttare il loro potere per influenzare la propria rielezione.

La democrazia riguarda esclusivamente la sfera politica, quella nella quale si affida a qualcuno il potere di decidere “secondo le forme e i limiti della Costituzione”. È ciascuna Costituzione a stabilire quelle forme e i relativi limiti. Qualcuno deve arbitrare relativamente alle forme e ai limiti. Dalla Costituzione Usa in poi quel qualcuno è una Corte costituzionale, il “giudice delle leggi”, la cui esistenza e la cui attività non vanno a scapito della democrazia tranne quella interpretata in chiave populista dove il popolo deciderebbe tutto con il suo voto, a prescindere dalle forme e dai limiti, finendo spesso nelle braccia di leader populisti e demagoghi e con loro fuoriuscendo dalla democrazia. Certo, ci sono anche casi nei quali è la democrazia che “fuoriesce” dal popolo (e da se stessa) ovvero meglio isola i governanti dal popolo. Succede quando una coalizione di strutture raggiunge accordi di non belligeranza e non interferenza e si irrigidisce dando vita ad autoritarismi centrati sul riconoscimento di reciproche sfere di influenza: la burocrazia statale, le Forze Armate, i grandi gruppi industriali, spesso la Chiesa.

Nella misura in cui la democrazia è pluralismo competitivo, le coalizioni autoritarie nascono raramente e durano (relativamente) poco. Si trovano nei Paesi a noi vicini soprattutto in Russia e in Turchia, che soltanto qualche commentatore avventato può definire “democrazie autoritarie”. In Russia e Turchia non manca qualcosa alla democrazia. Manca la democrazia. L’obiezione che in entrambe c’è democrazia poiché si vota va fuori bersaglio. Le elezioni democratiche debbono essere libere, competitive e eque. Nulla di tutto questo né in Russia né in Turchia né, naturalmente, in molte altre situazioni, ad esempio, in Zimbabwe. Laddove i cittadini non godono pienamente dei diritti politici, per esempio quello di candidarsi, di dare vita a organizzazioni (persino, partiti) e di fare campagna elettorale e, spesso, vedono i loro diritti civili calpestati, in nessun modo è possibile considerare “democratiche” quelle elezioni. Tuttavia, anche alle elezioni democratiche può mancare qualcosa, per esempio, gruppi selezionati e discriminati di elettori.

In troppi Stati del Sud degli Usa gli afro-americani si vedono privati del diritto di voto con vari accorgimenti burocratici: requisiti di residenza, di registrazione nelle liste elettorali, di conoscenza della Costituzione. Altrove, le assemblee statali a maggioranza repubblicana fanno ricorso scientifico al gerrymandering, la manipolazione dei collegi elettorali. Quando le leggi elettorali danno scarso potere agli elettori, sottraendo loro qualsiasi possibilità di influenzare la scelta dei parlamentari siamo di fronte ad un deficit democratico (Rosato, de te fabula narratur). Le democrazie si reggono su un’unica eguaglianza assoluta, quella di fronte alla legge: isonomia. Non è un’eguaglianza che esiste in natura. Deve essere creata e alimentata, mantenuta e riprodotta in continuazione. La democrazia è rule of law, governo della legge. Nessuna democrazia ha mai promesso l’eguaglianza di risultati. Non soltanto impossibile da conseguire, un’eguaglianza di questa specie impedirebbe a ciascuno di noi di soddisfare effettivamente le sue priorità e le sue preferenze. Non desidero più denaro, ma più tempo libero. Mi impegno a lavorare di più per un certo periodo della mia vita per fare il critico d’arte in un altro periodo. Nelle democrazie esiste pluralismo delle scelte, ma, a seconda dei tempi e dei luoghi, nelle democrazie c’è sempre un deficit di risorse per soddisfare tutti i desideri, tutti i bisogni. Saranno, però, i cittadini a decidere quanto risparmiare, quanto spendere, come e quanto ridistribuire. E avranno regolarmente la possibilità di cambiare le loro preferenze nel corso del tempo.

Spesso le democrazie sono deficitarie per quel che riguarda il ruolo e il potere politico delle donne che si traduce in gravi diseguaglianze sociali e economiche. Le quote rosa non risolvono il problema e possono persino essere anti-costituzionali. Tocca alle donne sfidare il potere politico maschilista non limitandosi a salire sulle code dei potenti e a farsi portare là dove si trovano le cariche che, come vengono attribuite/elargite, potranno essere revocate.

Last but not least, nelle democrazie può manifestarsi un deficit di leadership. Fermo restando che, periodicamente, si riscontrano deficit di capacità e qualità nel mondo dell’industria, diciamo meglio, fra i capitalisti, nell’accademia, nel giornalismo, nelle squadre di calcio e nell’atletica, i deficit di leadership politica hanno conseguenze più gravi. Raramente le democrazie selezionano i “migliori” (qualità di quasi impossibile definizione), ma in democrazia, costoro sono, per definizione, i vincenti nelle elezioni competitive. Raramente i migliori in un sistema politico dedicano le proprie energie alla politica. Molto diffusi in Italia l’antiparlamentarismo e l’antipolitica danno un grande contributo a tenere i migliori, con pochissime eccezioni, lontani dalla politica. Però, quello che conta è che un regime democratico rimanga sempre competitivo e aperto. La leadership di buona qualità riuscirà ad affermarsi. Naturalmente, i migliori dovranno “sporcarsi le mani”, conquistare i voti. Dovranno contare sull’esistenza di molti cittadini interessati alla politica, informati sulla politica, partecipanti, non solo con il loro voto, alla politica.

Le democrazie hanno gravi deficit se questi cittadini sono pochi di numero, poco interessati e poco informati, partecipanti infrequenti e fluttuanti. La democrazia esisterà comunque, ma il suo funzionamento difficilmente sarà soddisfacente e la sua qualità risulterà modesta, ma corrisponderà alla situazione che i suoi cittadini si sono costruita e meritata. Al cittadino non competente e non partecipante, che si irrita e protesta, allora diremo cura te ipsum. Se la democrazia è potere del popolo, il popolo ha il dovere civico di prepararsi per esercitarlo in maniera appropriata riducendo al massimo i suoi deficit cognitivi e partecipativi.

Yes, we can.

La nuova vita di Felipe, l’ingegnere argentino che sa unire cibo e stelle

Signore e Signori, ho deciso di raccontarvi Felipe. In questi tempi in cui il mondo sembra diventare una immensa frontiera, la sua storia vi farà bene. Nulla di straordinario, ma un’aura romantica questo sì. La patria di Felipe è Buenos Aires, e lui ha 28 anni. Parla un italiano sciolto nella musicalità argentina, e all’occorrenza parla benissimo l’inglese. Maglietta girocollo arancione e barba castana, l’ho incontrato in Umbria, dove lavora e dove spera di stare per un po’ di tempo. Impossibile non notarlo. In Italia è arrivato per gli studi più alti in grado. Un master al Politecnico di Milano, dopo essersi laureato in ingegneria in Argentina. Una scelta pensata. “Perché da voi è diverso, l’università ha visioni più larghe. Al mio paese potevo fare solo ingegneria-ingegneria. Mentre io volevo fare insieme ingegneria e design industriale. Tecnica e bellezza. L’Italia era l’ideale. E al Politecnico era possibile. Volevo tenera la mente larga”.

A Felipe è piaciuto, ama l’idea di progettare il bello, è tornato a scrivere la tesi a casa sua. Ma poi ha deciso pure che in Italia ci sarebbe rimasto. Perché prima della laurea gli era piaciuto un lavoro che con l’ingegneria non c’entra praticamente nulla. Un ostello a Milano, un andirivieni di ragazzi da tutto il mondo, una mescolanza continua di vite e di racconti, conoscersi e darsi appuntamento a chissà quando e chissà dove. Feste in gruppo, incontri culturali, un bendidio di ambiente che lo ha fatto diventare “Felipe l’argentino”, ospite gentile e infaticabile, garanzia di un ottimo spagnolo-italiano per i giovani in arrivo dall’America latina. Solo non gli piaceva il posto dove aveva dovuto prender casa. I quartieri con enormi caseggiati tra viale Monza e via Porpora, a nord-est della stazione centrale, non esattamente una poesia per chi ha in vena l’allegria argentina. “Così quando ho saputo che c’era una posizione in un nuovo ostello in Umbria non ci ho pensato”.

Sorride e indica il fluttuare dolce delle colline coltivate a girasole, l’alternarsi di ogni gradazione di verde, le torri medievali, Assisi di fronte a noi. Racconta che sua madre fa l’avvocato e suo padre offre servizi di vigilanza. Che quando era stato via aveva avuto malinconia dell’Italia e del suo lavoro. Parla con me scambiando scampoli di dialogo con un’altra ragazza argentina e con un paio di ventenni nord-europei. Lavora senza interruzione, risolvendo problemi organizzativi, spostandosi con il piccolo furgone per questa e quella urgenza. Ormai di questi posti ha imparato ogni segreto. “Solo Foligno non conosco molto, per il resto ho preso familiarità con i punti panoramici più belli, anche per accompagnarci amici e ospiti, ogni tanto lo chiedono”.

Nella sera che porta la frescura Felipe sta chino accanto al fuoco che lo fa sudare. Prepara una grigliata per gli ospiti. Lo sa fare bene, e si vede, suscita l’entusiasmo dei bambini. “Ma in Argentina tutti sanno fare bene le grigliate. Non c’è lo specialista, chi invita la fa. Tra la carne e gli spazi all’aperto, l’unica cosa che conta è avere una buona griglia”. Va avanti ore, senza scomporsi accanto al fuoco. Arrosticini, scamone, salsicce. Lo guardo e penso che è venuto in Italia per fare il master al Politecnico e che ora è questo il suo lavoro e lui è felice. Si mescola agli ospiti, prende un po’ di vino con loro, acclamato come un demiurgo in almeno tre lingue. “Qui c’è un progetto”, mi dice, “che mette insieme la bellezza con il viaggio, l’immensità del mondo con i momenti di raccoglimento”. Vede in piazza un bimbetto che gioca a palla, fa un tiro forte di sinistro, io non ci faccio caso. “Come Diego”, esclama invece lui, pensando a Maradona, l’idolo inarrivabile della sua gente, “e anche come Messi”. Argentino fino al midollo. Ma il fatto è che anche questa terra non gli basta. Così quando la notte si fa fonda Felipe Menzella offre ai viaggiatori di passaggio il servizio più pregiato. Il momento (con guida) al telescopio. Quella mania di tenere insieme tecnica e bellezza lo ha portato a studiare l’universo. Accanto a lui si susseguono i turisti, soprattutto le turiste in verità, e lanciano gridolini. “Marte, è davvero Marte?”, “Guarda gli anelli di Saturno”. Lui si compiace e racconta di come sia stupenda la via Lattea in Argentina. Una turista adulta cerca di stargli alla pari narrando Favignana, ma lui la batte per immagini ed emozioni. E quando racconta della via Lattea che da loro, e anche in Uruguay ammette, sta un piano sopra le stelle, la gara è vinta. Un gol da Maradona.

La foto della bici regalata a Renzi vale 300 mila euro

Gli esperti di product placement sono divisi e si capisce, mica facile trattare un premier come una Chiara Ferragni o un qualsiasi influencer su Youtube. Quanto può valere quel sorriso appoggiato a un prodotto? Qualche decina di migliaia di euro fino a un massimo di 300 mila, rispondono tentando vari calcoli e ragionamenti. Ma è Matteo Renzi a portarceli, perché a questo punto è certo che si sia tenuto la famosa bici Colnago donatagli il 3 novembre 2016 in occasione di una visita istituzionale alla sede dell’azienda di Cambiago della quale ha fatto poi bella mostra sui social, con tanto di sottolineatura sul fatto che sia stato un bel regalo dello storico marchio. E dunque non è secondario quantificare oggi sul mercato “l’effetto Renzi” per la blasonata azienda delle due ruote, alla quale, di fatto, ha prestato il proprio volto.

Di certo non l’ha più restituita, nonostante Renzi fosse tenuto a farlo subito per legge, ottemperando a un decreto Prodi del 2007 dalla formulazione tassativa: i rappresentanti del governo (e le loro famiglie) non possono portare a casa oggetti dal valore superiore a 300 euro. Devono lasciarli a Palazzo Chigi (dove saranno protocollati) oppure, se si è proprio affezionati a una regalia, possono decidere di riscattarla, pagando la quota in eccedenza. L’ex Rottamatore-ciclista non ha seguito nessuna delle due strade. Neppure una volta lasciato l’incarico in virtù del quale la Colnago ha realizzato una versione speciale di uno dei suoi prodotti di punta. La certezza, se ce ne fosse bisogno, arriva da documenti ufficiali che ogni lettore può leggere: l’elenco ufficiale dei doni registrati dalla Presidenza del Consiglio, una lista aggiornata a maggio 2018 che il Fatto ha ottenuto tramite accesso agli atti al Segretariato Generale. Nella quale la bici, ça va sans dire, non c’è. Non perché valga meno di 300 euro, sia chiaro. Il 25 aprile scorso Renzi è apparso in piazza a Firenze in sella al gioiello a due ruote e ha twittato di gioia per essere a zonzo con la “sua” Colnago. Subito ilfattoquotidiano.it ha cercato di capire perché fosse ancora nella disponibilità dell’ex premier e quale fosse il valore dell’oggetto che evidentemente ha trattenuto per sé. Dall’entourage di Renzi e dalla Presidenza del Consiglio non sono mai arrivate risposte, nonostante le numerose sollecitazioni.

Dalla Colnago, invece, hanno fatto sapere in via informale che era impossibile fare una valutazione precisa, perché si tratta di un modello unico, realizzato appositamente per Matteo Renzi. La base è della Colnago Impact (che costa circa mille euro), ma quella dell’ex segretario Pd è in fibra di carbonio (e non in alluminio), particolare che, unito alla colorazione personalizzata e al logo di Firenze sulla forcella, ne fa aumentare il valore. Di quanto? A sentire i rivenditori ufficiali Colnago, la bici viola non vale meno di 1.500 euro, stima destinata a salire a dismisura nel mercato parallelo dei collezionisti. Inutile, ad aprile scorso, cercare di avere conferme dall’azienda lombarda: voglia di parlare pochissima, anche perché dopo il 3 novembre 2016 in Rete è stato un tourbillon di critiche e polemiche. A una buona fetta dei puristi del pedale quel regalo a Renzi non è piaciuto. Poco male. Anche perché la Colnago ha comunque potuto usufruire di una straordinaria pubblicità, più o meno diretta. Non capita tutti i giorni, del resto, di avere un presidente del Consiglio come testimonial di un proprio prodotto. Renzi, insomma, è stato una sorta di influencer. Una Chiara Ferragni a sua insaputa. Si parla di soldi veri, tanti soldi.

Ma se è impossibile quantificare sul mercato l’effetto Renzi sulle bici Colnago, secondo alcuni esperti di marketing contattati da il Fatto Quotidiano, per un servizio del genere l’azienda avrebbe dovuto sborsare una cifra che va da qualche decina di migliaia di euro fino a un massimo di 300 mila euro. La somma tiene conto di tre fattori: la grande notorietà del personaggio, il suo essere divisivo (il che fa abbassare e non di poco un ipotetico compenso, che – sia chiaro – ovviamente non c’è stato) e la durata della ignara sponsorizzazione. In tal senso, nel 2016, la scena di Renzi in sella ha fatto il giro dei tg, dei giornali e del web; a maggio 2017 l’ex premier ha postato la bici sulla sua pagina Facebook con oltre un milione di follower e la sua presenza a Firenze ad aprile scorso è stata notizia riportata da tutti i media.

Certo, al netto del product placement, è logico nonché auspicabile che un premier debba promuovere le eccellenze del made in Italy. Lo è meno il fatto di portarsi a casa l’eccellenza in questione, facendosi beffa di una norma molto chiara e oltretutto ben conosciuta dallo stesso Renzi. Che nella sua carriera da premier ha restituito 15 oggetti ricevuti in dono durante le varie visite istituzionali. Come detto, nel solito elenco ufficiale la due ruote Colnago non compare, al pari di un’altra bici, quella Shimano trasportata in Italia dai giapponesi su ordine del premier Shinzo Abe e provata dal fiorentino su strada in Versilia. Insomma, le bici a Renzi ‘garbano’ proprio tanto. Non c’è neppure traccia del famoso Rolex a lui destinato, piovuti dal cielo sabbioso di Ryad durante la delegazione italiana al seguito del premier nel novembre 2015, come raccontato dal Fatto lo scorso 5 agosto. E qui parliamo di oggetti da almeno 15mila euro cadauno. E allora, cosa ha restituito Renzi lasciando il suo incarico?

A scorrere l’elenco si direbbe cose di poco valore che nessuno, probabilmente, avrebbe saputo bene dove collocare in casa. Ecco alcuni esempi tratti dal censimento. Nella lista figura un colorito piatto con annesso “vestito locale” gentilmente offerto dal presidente del Ghana Mahama, nel luglio 2015. Un modellino della Turkish Airlines, una scultura dei “Carabinieri nella tormenta”, una ciotola blu cobalto, un portacandele in legno di artigianato locale offerto dal primo ministro serbo, scatola con sei bicchieri in argento di produzione azera. Tutti “devoluti a fini istituzionali”, ma ancora lì a ingombrare depositi e quadreria del secondo piano della Segreteria generale della Presidenza al civico 96 di via Mercede. Non si capisce a che scopo abbia lasciato anche un poco commerciabile “Ritratto del presidente Matteo Renzi” calorosamente donato dal presidente della Repubblica del Congo in occasione di uno dei primi viaggi del fiorentino nei panni di premier. Il suo ritratto non lo vuole neanche lui, la sua passione – si è capito – è per altre cose. E se le tiene strette.

Il ricordo di Moro e l’eterno dilemma sul trattare con le Br

Dall’attualità più stretta al passato oscuro della storia repubblicana, nel pomeriggio dell’ultimo giorno alla Versiliana. “Moro: quando lo Stato non trattava” è il titolo dell’incontro in cui Fabrizio D’Esposito ha dialogato con lo storico Miguel Gotor (che sul Fatto ha ricostruito in una serie di articoli il sequestro e l’omicidio dello statista democristiano), con Ettore Boffano (già vicedirettore del Fatto, applauditissimo quando ha menzionato i nomi dei cinque uomini della scorta assassinati in via Fani) e con il magistrato Gian Carlo Caselli, all’epoca giudice istruttore a Torino, impegnato nel primo processo ai capi storici delle Br. “Rischiamo di essere caricaturali se sosteniamo che chi era per la linea della fermezza voleva la morte di Moro e chi era per la trattativa voleva salvarlo. È tutto molto più complicato. Certo, non si può mai metter in relazione la morte di un uomo ad un’utilità”, ha detto Gotor. “Io allora ero fermamente convinto che con i terroristi non si dovesse trattare”, ha detto Caselli. “Oggi lo sono ancora di più. Anche sul piano umano ed etico è terribile dire che quella scelta sia stata giusta”.

L’assemblea annuale con i soci di Fatto: “Quotati entro il 2018”

La societàeditoriale Fatto Quotidiano si quoterà in Borsa, al mercato Aim, entro la fine del 2018 e quoterà al massimo il 25% del suo valore. È quanto illustrato dall’ad Cinzia Monteverdi, insieme a Marco Travaglio, Antonio Padellaro e Marco Lillo, durante l’assemblea con i “soci di Fatto” che si è tenuta ieri durante la festa in Versiliana . “Quanto potrà essere valutata la società non lo sapremo prima di ottobre – ha anche detto Monteverdi – poiché le analisi di advisor e global coordinator sono ancora in corso”. “Già quattro anni fa volevamo intraprendere questi rami di diversificazione – ha spiegato l’ad – ed erano già oggetto di un possibile percorso di quotazione, ma ci siamo fermati per non far rischiare i soldi agli investitori esterni. Abbiamo preferito, visto che avevamo delle riserve importanti, iniziare il percorso da soli. Poi, siccome tutte le cose differenti che abbiamo fatto ci hanno dato segnali positivi, possiamo dire che oggi vale la pena affrontare un percorso di quotazione, per investire maggiormente e per fare il vero salto, per andare a sviluppare questi trend che in tutte le aree ci danno segno più e che funzionano”.

Nomine, “sulla Rai la solita spartizione”

Un confronto sullo stato dell’informazione, ieri sul palco della Festa del Fatto tra il direttore del Tg La7 Enrico Mentana e Milena Gabanelli, fondatrice di Report e ora firma del Corriere della Sera.

Nel dibattito coordinato da Paola Zanca, è Gabanelli la più dura: “Perché giornali e tv riprendono l’ultima dichiarazione dell’ultimo eletto? Un tempo le chiacchiere da bar dei politici restavano tali”. È successo, dicono, anche sulla tragedia del ponte di Genova: “Mi si rizzano i capelli quando un premier dice che non si possono aspettare i tempi della giustizia: una fake news di Stato”, sostiene Mentana. Anche per Gabanelli, l’annuncio della revoca della concessione a tragedia appena accaduta è “una sparata e mi indigna come i giornali l’abbiano ripresa. Chi costruisce poi? – si chiede la giornalista – Le responsabilità non si decidono lanciando un cappio al collo. I concessionari devono pagare caro e tutto, ma a fatti accertati”.

Mentana allarga il discorso al Pd: “Non ci si concentra più sull’elaborazione politica, ma sugli slogan. Per Zingaretti il Pd deve diventare primo sul web: ma che vuol dire?”. Però le responsabilità, ammettono Mentana e Gabanelli, sono anche dei mezzi di informazione. Per vari motivi. “I giornalisti che hanno amici che contano sono più accorti” punge la giornalista. Che però precisa: “Continuo a difendere l’informazione pubblica, è garanzia di imparzialità. A Report mi hanno fatto mandare in onda tutto. Dove altro avrei potuto farlo?”. Però viale Mazzini era e resta terra di conquista. “Questo governo sta facendo come gli altri, spartendosi le poltrone” osserva Gabanelli. E il futuro? “La carta è destinata a finire – sostiene Mentana – Tra 4 giorni parte la società che gestirà il mio sito, fatto dai giovani per i giovani. Per me è il momento di restituire qualcosa”. Ma non solo: da stasera ogni lunedì Gabanelli in coda al Tg de La7 racconterà le inchieste di cui scrive sul Corsera nella rubrica Dataroom.