Di Battista: “Per i potenti è meglio la Lega”

Visto che parla dal Guatemala e che ormai è “un attivista del Movimento e libero cittadino”, l’ex deputato M5S Alessandro Di Battista fa la parte del battitore libero, coscienza critica dei suoi colleghi ora protagonisti del governo gialloverde. In collegamento video con la festa del Fatto che si è chiusa ieri alla Versiliana, Di Battista va dritto sul tema caldo del momento: la revoca della concessione ad Autostrade. E dopo aver sentito quello che il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti ha detto venerdì durante La confessione con Peter Gomez, avverte: “Su Autostrade dobbiamo andarci piano? Andiamoci piano un cazzo!”. Da lontano, ci si può permettere di prendere le distanze dal “contrattista di minoranza”, come Di Battista chiama la Lega. Eppure, l’esponente del Movimento, che ora è anche collaboratore di Loft, ripete che questo governo “va sostenuto perché era l’unica alternativa possibile”.

Non piace, vista da fuori, la rappresentazione che i principali giornali stanno dando dell’esperimento in corso a palazzo Chigi: “Parlano solo e sempre di Salvini, qualunque cosa faccia. Fanno passare il messaggio che lui è Churchill e noi gli sfigatelli…La verità – sostiene Di Battista – è che per l’establishment, per il capitalismo finanziario, la Lega è molto meno pericolosa del Movimento”.

Ha dubbi, l’ex parlamentare grillino, sulla vera natura degli alleati di governo: “Vedremo – dice – se la Lega di Salvini è diversa o se è la Lega maroniana nascosta sotto Salvini. E lo vedremo proprio a partire da come si comportano su Autostrade”. Non ci sta al racconto di Luigi Di Maio come “subalterno” al ministro dell’Interno: “Sta facendo un lavoro pazzesco. È durissimo, ha preso posizioni incredibili sui Benetton: nessuno aveva mai avuto il coraggio di farlo”.

Però, sulle Grandi Opere una cosa da ricordare agli ex colleghi ce l’ha: “Su Tav e Tap è evidente che in campagna elettorale eravamo da soli e adesso non lo siamo più. Ma siamo noi ad aver preso il 33 per cento, non la Lega: loro sono il contrattista di minoranza”. Non bisogna cedere, dice, nemmeno se le pressioni arrivano da oltreoceano: “Esiste la diplomazia, esiste l’Europa. E io dubito che Trump abbia detto: ‘o fate il Tap o vi mando gli F16’. Ci vuole un po’ di orgoglio nazionale, mica siamo una succursale degli Stati Uniti d’America. Ormai pare che se si tira in ballo la sovranità si è fascisti, ma la parola ‘sovranità’ è scritta nella Costituzione”.

E di sovranità, sostiene Di Battista, avrebbero bisogno anche i paesi africani da cui partono ogni giorno i migranti che sognano l’Europa. “Sulla Diciotti c’è stata una metodologia un po’ più dura rispetto al passato, ma quei disgraziati sono stati accuditi e portati in salvo. All’Africa non serve accoglienza, serve libertà”.

“Politici, tornate tra la gente e lasciate le case dei boss”

A chi pensava di disinnescalo, mettendolo a capo della periferica Procura di Catanzaro, Nicola Gratteri lancia un segnale chiaro: “La rivoluzione è iniziata”. Una rivoluzione tranquilla, che parte dal rivitalizzare un ufficio giudiziario dove – racconta – le indagini andavano a rilento, i fascicoli si accumulavano, i magistrati erano demotivati e aspettavano solo la pensione. “Ora il vento è cambiato”, racconta il procuratore di Catanzaro alla Festa del Fatto, intervistato da Gianni Barbacetto e Maddalena Oliva. “Siamo partiti dal fattore psicologico, ricostruendo l’ufficio dall’interno. E riaccendendo l’orgoglio e l’entusiasmo per il lavoro. Arrestiamo dieci persone a settimana per mafia. E stiamo creando le condizioni giuste per rompere la cappa della ’ndrangheta. Un giorno alla settimana il mio ufficio è aperto ai cittadini: come fosse un consultorio. Dovreste vedere che fila: non è vero che i calabresi sono omertosi, è che non hanno nessuno nelle istituzioni di cui fidarsi”.

Il tema dell’incontro era: “Mafia e (o è) politica”. La connivenza con la politica fa forte le mafie. “Un tempo era il mafioso ad andare a casa del politico a chiedere assunzioni o favori. Oggi è il politico che va a casa del boss a chiedere pacchetti di voti. In alcuni paesi della Calabria il candidato si fa vedere al fianco del boss in piazza, ed è sufficiente per essere eletto sindaco”. Nei primi otto mesi del 2018 sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose venti Comuni (otto in Calabria): questo sarà un anno record. “E aumenteranno ancora. Perché il rapporto tra mafie e politica è sempre più stretto: la ’ndrangheta sta sul territorio, la politica no”. Tra le organizzazioni criminali, la ’ndrangheta oggi è la più potente. È la più ricca e organizzata, controlla l’importazione di droga in Europa da almeno vent’anni, vende cocaina all’ingrosso, è una multinazionale che ha un giro d’affari di 50 miliardi l’anno, quanto una Legge Finanziaria. E poi, racconta Gratteri, “a differenza di altre mafie – come la camorra, che ha una spropositata rappresentazione mediatica – la ’ndrangheta ha regole serie che fa rispettare, con un inflessibile tribunale interno, ed è fatta da persone serie, che selezionano la loro classe dirigente con metodi ben più rigorosi di quelli della politica”.

Gratteri ha stilato un suo programma di riforma della giustizia. “Non è il quarto segreto di Fatima, è pubblico: qualunque forza politica può presentarlo in Parlamento. Quel lavoro è in mano all’ufficio legislativo, basterebbe procedere”. È stato anche indicato come candidato Guardasigilli ideale da Matteo Salvini. “Preferisco fare il procuratore a Catanzaro. È un lavoro bellissimo. Strappo centimetro per centimetro ogni giorno terreno alla ’ndrangheta, colpevolmente sottovalutata per anni. E ho imparato a capire quando una persona fa sul serio, e quando invece parla per il sondaggio del giorno dopo”. “Non abbiamo un’emergenza immigrazione. Le nostre emergenze sono altre. Certo la ’ndrangheta ha capito che lì ci sono i soldi, e come ha dimostrato la nostra inchiesta sul centro Cara di Capo Rizzuto, prova a intrufolarsi. Ma io sono per una risposta europea al problema”. Qual è l’emergenza più grave, la mafia o la corruzione? “Sono due facce della stessa medaglia, che si alimentano a vicenda”.

“I cittadini vengono prima di Fitch. E il M5S sarà per sempre No Tap”

L’obiettivo principale resta quello: “Il reddito di cittadinanza si farà nel 2019, nella legge di Stabilità ci saranno le coperture per aiutare cinque milioni di poveri”. Con una linea di fondo: “Tra le agenzie di rating e i cittadini, sceglieremo sempre gli italiani”. Dal palco della festa del Fatto, intervistato da Peter Gomez, il vicepremier Luigi Di Maio parla di tutto. Ma anche prima dell’intervista, precisa alcune cose. Per esempio, che non gli risulta la convocazione di una cabina di regia per il governo: “Ne ho letto sui giornali, e ho chiesto ai colleghi cosa fosse…”. Ci saranno invece due consigli dei ministri in settimana, e il principale dovrebbe svolgersi giovedì, quando verrà approvato il disegno di legge anticorruzione. Poi un passaggio sul disastro di Genova: “Cassa depositi e prestiti non entrerà mai nell’azionariato della società Atlantia, le indiscrezioni al riguardo sono false”.

Il reddito di cittadinanza arriverà subito come avete promesso?

Sì, e le coperture verranno introdotte con questa legge di stabilità. Il reddito, assieme alla flat tax e alla revisione della legge Fornero, è una delle tre priorità del nostro governo.

Come farete a scoprire coloro che lo chiederanno e hanno un lavoro in nero?

Chi froderà per avere il reddito rischierà fino a sei anni di galera. Gli strumenti per controllare ci sono, però vanno usati meglio. E gli ispettori del lavoro dovranno lavorare molto di più.

Ma come pensate di beccare un ragazzo che lavora di sera in pizzeria? E poi i tempi della giustizia li conosciamo…

Non aspetteremo i tempi della giustizia, faremo come abbiamo già fatto con Autostrade. E poi chi otterrà il reddito di cittadinanza avrà poco tempo a disposizione, visto che dovrà svolgere lavori socialmente utili per il proprio Comune e dovrà formarsi.

Avete annunciato il disegno di legge anticorruzione: perché dentro non ci sarà la cosiddetta legge Viareggio per aumentare i tempi della prescrizione? Dicono che l’abbiate rinviata.

Non mi risulta. Ma i dettagli sul ddl li dirà il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Lei è appena tornato dall’Egitto, dove ha incontrato il presidente della Repubblica al-Sisi. Uscito dall’incontro, lei ha riferito una frase di al-Sisi: “Giulio Regeni è uno di noi”. Ma non era meglio dire le cose come stanno, ossia che l’Egitto è un importante partner commerciale dell’Italia? La verità sulla morte di Regeni non l’avremo mai.

I nostri rapporti commerciali con l’Egitto potranno normalizzarsi solo quando avremo la verità sulla morte di Regeni. Nelle prossime settimane si incontreranno le procure di Roma e Il Cairo.

Quando ce ne andremo dall’Afghanistan?

Il prima possibile.

Lo spread continua a salire e il rapporto dell’agenzia di rating Fitch contiene un outlook negativo, ossia prospettive in peggioramento per la nostra economia.

Vorrei che quel report di Fitch venisse letto attentamente, perché contiene giudizi sulla coesione della maggioranza e mette in guardia dalla legge di bilancio. Ora siamo a un bivio storico. E qualora dovessimo essere chiamati a scegliere tra le agenzie di rating o il mettere al centro i cittadini, sceglieremmo sempre gli italiani. Rispetto le agenzie di rating, ma è per ascoltarle che sono stati fatti il Jobs Act e i regali alle banche.

Cosa farete con la prossima manovra?

Dobbiamo realizzare quanto abbiamo promesso: reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della Fornero. Se non ci riusciremo vorrà dire che ci sarà stato qualcosa non va, e che dovremo andare a casa.

Salvini ha attaccato i magistrati come faceva Berlusconi. E voi vi siete limitati a dire che i giudici vanno rispettati.

Con la Lega non andiamo d’accordo su tante cose, a cominciare dai toni. Ma Salvini lo conoscevamo già. Noi dobbiamo fare quanto scritto nel contratto di governo e non altre cose, come la riforma di giustizia di cui si è sentito parlare.

Gli sbarchi sono calati.

Vero, ma dirlo fa arrabbiare gli italiani, perché c’è il tema del controllo dell’immigrazione, soprattutto nelle periferie, e della sua percezione. E dobbiamo tenerne conto.

I migranti che non arrivano qui spesso muoiono nei lager. Dobbiamo accettarlo?

La Ue deve aumentare i fondi per la cooperazione, così da tutelare i diritti umani soprattutto nei paesi nordafricani. Ma non è aumentando gli sbarchi che si ridurrà questo fenomeno.

Capitolo Genova: voi volete la nazionalizzazione delle autostrade. Ma l’Anas non pare poterle gestire.

Innanzitutto sono 15 giorni che non sento una parola dai Benetton. E a gente di questa disumanità non permetterei di gestire neppure una sedia. Con la gestione pubblica abbasseremo i pedaggi e faremo investimenti nella manutenzione. Non cercheremo utili.

Dopo aver incontrato Trump, il premier Conte ha definito il gasdotto Tap un’opera stategica. Ma in campagna elettorale avevate promesso che l’avreste bloccato.

Abbiamo sempre detto che il Tap non è utile, però la Lega vuole farlo. Come per tutte le grandi opere ci sarà un’analisi dei costi e dei benefici, e troveremo una soluzione in base ai risultati. Ma noi 5Stelle siamo e saremo sempre no Tap.

Ma mi faccia il piacere

Avanti. “Autostrade: avanti con i piani di ricostruzione” (Corriere della sera, 29.8). Chi rompe incassa e i morti sono nostri.

Urbi et Orban. “Migranti, asse Salvini-Orbàn: ‘Fermare gli arrivi è possibile’” (Corriere della sera, 29.8). Soprattutto nel Mar di Ungheria.

San Valentino. “La risposta a chi mi critica (per il selfie al mare con la moglie, ndr) si chiama amore” (Danilo Toninelli, M5S, ministro dei Trasporti, 21.8). “In piazza il 29 settembre contro il governo dell’odio” (Maurizio Martina, reggente del Pd, 31.8). Torna felicemente il Partito dell’Amore. Infatti il 29 settembre è il compleanno di B.

Pussa via. “Selfie di Toninelli: ‘Vado al mare’. FI: ‘Si dimetta’” (il Giornale, 22.8). Si vergogni, non ha neppure un villone in Costa Smeralda.

C’è chi può. “Ripartiamo dai fischi: tanti sentono il Pd distante, ma battere Lega e 5S si può” (Maurizio Martina, reggente del Pd, Repubblica, 22.8). Basta non essere Martina,

DocuRenzi. “Dietro le quinte del set di Renzi: ‘Sono come Virgilio nella mia città’” (La Stampa, 21.8). “Sul set del docufilm di Renzi. Benigni leggerà Dante” (Corriere della sera, 22.8). Invece Beatrice la fa la Boschi.

Talis pater. “La figlia di Almirante: Salvini sembra mio padre” (Corriere della sera, 24.8). E per lei e per lui è un complimento.

L’estremo oltraggio. “Ehi, Vincio. Ehi, amico mio compango, amore infinito. Ehi Rolling Stones, Picasso, Baudelaire. Ehi tiratore scelto, mitico alchimista, sognatore solitario, lanciatore di travi e cultore di pagliuzze. Ehi, sei uscito e lo hai detto. Mio adorato James non ti mollerò e ora andiamo insieme a ritirare il Premio Strega” (Guelfo Guelfi, ex ghostwriter di Renzi, ex consigliere di amministrazione della Rai, in morte di Vincino, Il Foglio, 22.8). Lo portano via.

Capitano di sventura. “Messaggio da parte della Lega dell’Abruzzo: se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa. Occhio!!” (Giuseppe Bellachioma, segretario Lega Abruzzo, rivolto ai magistrati che hanno indagato Salvini per il caso Diciotti, Facebook, 23.8). A parte la minaccia squadrista, siamo curiosi: in che senso sarebbe “Capitano” uno che vieta l’ingresso in Italia di una nave militare italiana?

Il nuovo che avanza/1. “Il nuovo partito di Salvini” (Corriere della sera, 31.8). Si chiamerà ageL, così evade pure la tassa sulle insegne.

Il nuovo che avanza/2. “Calenda: nuovo nome alle Europee o il Pd perderà” (Carlo Calenda, 31.8). Cambiati pure il nome, ma guarda che con quella panza e quel triplo mento ti riconoscono lo stesso.

Debolezze. “La Toscana che non perdona i Dem: ‘Hanno dimenticato i più deboli’” (Repubblica, 31.8). Cioè se stessi.

Avellona. “Mi accusano di aver copiato le linee programmatiche con cui intendo governare Avellino da quelle presentate dal sindaco (di FI, ndr) di Verona? E’ stato utile ricalcare quelle linee che condividiamo…” (Vincenzo Ciampi, sindaco M5S di Avellino, 30.8). S’è messo al balcone di Giulietta e ha cercato Romeo.

Colpa di Virginia. “E’ forse possibile che sporgendosi un po’ dal balconcino del suo studio, la sindaca Raggi riesca a scorgere lo squarcio nel tetto della chiesa dedicata a San Giuseppe dei Falegnami. Quali sentimenti potrebbero accompagnare lo spettacolo non saprei: dolore, sgomento, forse rammarico, sicuramente preoccupazione perchè anche se non è certo lei la responsabile diretta dell’ennesimo disastro, l’ultima conferma che la città da lei gestita si trova in stato comatoso dovrebbe gettarla, in quanto amministratrice, nella disperazione” (Corrado Augias, Repubblica, 31.8). Per la cronaca: la chiesa il cui tetto è crollato è sotto il controllo di Soprintendenza, Confraternita e Ministero. Quindi chi deve disperarsi? La soprintendente-monsignora-ministra Raggi.

Il titolo della settimana/1. “Il premier Conte sull’orlo di una crisi di nervi” (il Giornale, 31.8). Pare quasi di vederlo, tutto sudato e spettinato, con la camicia di forza.

Il titolo della settimana/2. “Asia Argento da vittima a carnefice: soldi al baby attore che l’ha accusata” (La Stampa, 21.8). Perchè, dopo averlo pagato l’ha pure assassinato?

Il titolo della settimana/3. “Tajani: ‘Forza Italia sta coi pensionati’” (il Giornale, 31.8). Soprattutto con uno.

 

Con il politicamente corretto addio Lolita, Carmen e pure Alice

Adesso basta, è ora di schierarsi: stiamo con l’artista, maledetto, imperfetto, fallibile, pericoloso, disperato, che irresponsabilmente e indipendentemente da salite e cadute della sua biografia crea bellezza, divertimento, meraviglia durevole, o con questi padroni del silicio, virtual-capitalisti del terzo millennio, miliardari in dollari o bitcoin per meriti che afferiscono poco al sacro fuoco e molto all’opportunismo, che si accodano alla moda del momento a puri scopi pubblicitari e senza intelligenza né grazia censurano l’opera del primo additandolo come depravato?

Ma come si permette Jeff Bezos, il capo di Amazon (che evidentemente non trova immorale guadagnare 250mila dollari al minuto), di parlare a nome della moralità pubblica ritirando la distribuzione del nuovo film di Woody Allen, A Rainy Day in New York, sulla scia sterilizzatrice del #MeToo? Naturalmente, come sempre quando si parla delle scelte di questi signori, c’entrano gli affari: Bezos ha temuto che il nuovo film di Allen, storia di un 44enne che ama una 15enne, soffrisse al botteghino gli effetti collaterali del movimento anti-molestie che ha colpito l’Occidente, nonché gli strascichi della vecchia accusa mossa ad Allen dall’ex moglie Mia Farrow di aver violentato la figlia adottiva Dylan. Dunque, niente cinema e niente streaming, come se un film fosse un video dell’Isis o un manuale di istruzioni, e gli spettatori degli imbecilli lobotomizzati pronti a riprodurre le efferatezze che vedono sullo schermo, tra le quali, non sia mai, quella di corteggiare una donna senza l’autorizzazione dei social. Se i produttori di allora avessero applicato il criterio demente con cui Bezos protegge i suoi quattrini (il pubblico è scemo e potrebbe punire gli incassi) non avremmo visto Manhattan (1979), dove il personaggio interpretato da Allen è un 42enne che ha una relazione con una 17enne. Si deduce che Bezos toglierà dal catalogo di Amazon anche Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, capolavoro del presunto pedofilo Lewis Carroll, e i dvd di Lolita, quello di Kubrick e il remake di Adrian Lyne, così come il capolavoro di Nabokov, e tanto più il suo prototipo, L’incantatore, che agli occhi dei non puri apparirà torbido come la pece (giacché sospettiamo ci sia ancora chi crede che Lolita sia un romanzo sul sesso coi minori e non sulla morte).

Sono le regole del mercato, e certo non si scoprono oggi. Ma la novità inquietante è che ad occultare la censura oggi ci sia la guaina di un politicamente corretto che sta facendo più danni di quanti ne facessero i molestatori.

Sorprende, ma neanche tanto, che i geni della comunicazione tipo Bezos ragionino come Dario Nardella, che cambiò il finale della Carmen presentata al Maggio fiorentino perché l’inconveniente che la protagonista morisse poteva offrire un incitamento a potenziali femminicidi melomani. Qualcuno, tra cui noi, calcolò che con questo criterio andrebbe decimato circa il 60% delle più alte opere d’arte e d’ingegno, dai greci al Settecento, da Dante a Shakespeare a Sade. Prima o poi qualcuno censurerà pure il mare color del vino di Omero, in quanto invito all’alcolismo. E si copriranno i capolavori di Caravaggio perché ha ucciso un uomo. Forse questi nuovi padroni del mondo vogliono somministrarci solo polpettoni innocui per renderci innocui, mentre loro continuano a fare il bello e il cattivo tempo, ad esempio sfruttando i lavoratori. Certo è che hanno tutti i vantaggi a creare un mondo senza sogno, tutto realtà virtuale, in cui la moralità è sostituita dal moralismo e la pornografia somministrata sotto controllo a favore della repressione; sta alle persone di cuore e intelligenti mettere un freno al loro potere.

Stop al film “scabroso”

L’americana Amazon ha annunciato due giorni fa la decisione di cancellare la distribuzione di “A Rainy Day in New York”, storia di amore fra una 15enne e un 44enne, diretta da Woody Allen. Al di là della trama giudicata sconveniente, sul regista pesa l’accusa dalla figlia adottiva Dylan Farrow, che denuncia di aver subito violenze da bambina. Amazon è solo l’ultima ad aver abbandonato il cineasta (che si è sempre dichiarato innocente): a Hollywood – sensibilissima al tema dopo l’affaire Weinstein e la conseguente nascita del movimento #MeToo – sono stati in molti a scaricarlo, compresi alcuni attori del suo ultimo film.

Facile gridare dal Lido: “Ridateci Woody, vittima del conformismo”

Il vaso è colmo? Può darsi. Ma perché si rompa bisogna conoscerne a fondo il materiale e quello di cui è fatto Woody Allen suona infrangibile, almeno da quanto si percepisce fra i corridoi della Mostra veneziana: il grande regista newyorkese resta intoccabile, almeno per chi è spiaggiato al Lido, a migliaia di chilometri di distanza. Facile, però. Al di là delle vere ragioni (mercato o morale?) che hanno spinto Amazon a “sganciarsi” dal premio Oscar – cancellando l’uscita del suo ultimo film A Rainy Day in New York, storia d’amore tra un quarantenne e una quindicenne: non si fa –, il popolo veneziano lo difende a prescindere, a partire dall’urlo di un critico all’apparire di “Amazon Studios present” fra i titoli di testa del film di Mike Leigh: “Ridateci Woody Allen!”. Non sono mancati gli applausi per il regista “peccatore”.

Impossibile trovare da queste parti chi sostenga la decisione del gigante editoriale, in qualunque categoria professionale si vada a esplorare: eppure, fino all’altro ieri, erano tutti amici del #MeToo, tutti a correre appresso ai fotografi per la photo opportunity di “Carta 5050X2020”, il nuovo manifesto per la parità di genere. Il vento cambia in fretta, lo sa bene Asia Argento.

“Una posizione assurda quella di Amazon, che si aggraverebbe se la motivazione del dietro-front fosse legata ai contenuti del film: in tal caso sarebbe censura e se si comincia a censurare il contenuto artistico è finita”, dichiara Margherita Chiti, a capo dell’acquisizione della casa di distribuzione Teodora. “Ognuno è libero di dare il giudizio morale ed etico che vuole però questo non deve mescolarsi all’aspetto artistico, a condizione naturalmente che non ci siano situazioni giudiziarie acclarate”, spiega Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema. “Noi per esempio stiamo coproducendo il nuovo film di Roman Polanski, figura controversa ma dal caso giudiziario archiviato”. E sempre dall’industria cinematografica arriva l’opinione di Francesco Melzi D’Eril, co-produttore di Luca Guadagnino per Suspiria e Call Me By Your Name: “Un grande artista, prosciolto da ogni accusa più di vent’anni fa, vittima collaterale degli eccessi del #MeToo, dell’ipocrisia e del conformismo di Hollywood e del corporate americano”.

Sul versante dei colleghi di Woody a parlare sono Salvatore Mereu (qui nella veste di presidente di giuria di “Venezia Classici”), che vede in quanto sta accadendo “un meccanismo pericoloso”, e i giovani gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo (quest’anno esplosi con l’esordio pluripremiato La terra dell’abbastanza), che s’indignano rispetto a una realtà che potrebbe “farci salutare un maestro per sempre, portandoci a dire ‘ci mancherai Woody’”.

Anche la stampa prende le difese del regista di Manhattan e tanti capolavori. “Mi sembra una vera scemenza” è la sintesi di Paolo Mereghetti del Corriere della Sera alla quale fa eco Emiliano Morreale di Repubblica con un definitivo “Inaudito”. Se per Luis Martìnez di El Mundo “si tratta dell’ennesimo tassello di una generalizzazione grave e dannosa sia per chi ne è vittima sia per chi ne è l’accusatore”, per Rita Di Santo del britannico Daily Mirror la questione va osservata “da una prospettiva americana. Se per noi tutto questo suona assurdo, in America si respira un’atmosfera senza precedenti rispetto al tema della parità e dell’emancipazione femminile. Per questo non fanno sconti a nessuno, neppure ad Allen”. La carissima Venezia, invece, ha deciso di fargliene.

La dissennata scelta di Benevento: laurea honoris causa a Gigi D’Alessio

Il Conservatorio di Musica di Benevento s’intitola a Nicola Sala. Nato nel 1713 e morto nel 1801, è il più importante sannita fra i grandi della Scuola Napoletana, che di autentici napoletani conta solo Porpora, e di quasi napoletani Jommelli e Cimarosa, aversani, e Durante, di Frattamaggiore; mentre due vertici, Leo e Paisiello, sono salentini. Oggi Sala è noto agli specialisti, perché le sue dotte composizioni sono uscite dal repertorio; gli si deve un bellissimo Stabat mater. Ma nel Settecento e nell’Ottocento Sala, allievo di Leonardo Leo, che con Alessandro e Domenico Scarlatti è il più importante contrappuntista del Settecento, secondo solo a Bach, godeva di grandissima fama quale didatta di contrappunto; i trattati di contrappunto, come allora si chiamavano, erano in fatto trattati sulla stessa arte della composizione. I suoi tre volumi pubblicati nel 1794 sotto il titolo di Regole del contrappunto pratico erano considerati nella prima metà dell’Ottocento il miglior trattato di composizione, superiore allo stesso Gradus ad Parnassum di Johann Joseph Fux. Verdi, ch’ebbe quale solo insegnante di composizione l’altamurano Vincenzo Lavigna, severissimo contrappuntista uscito dal napoletano Conservatorio di Santa Maria di Loreto, si formò su Sala oltre che su Scarlatti e Leo.

La premessa è necessaria a meglio comprendere segue. Mi si segnala che il Conservatorio di Musica di Benevento, su proposta del sindaco Clemente Mastella, sta valutando la possibilità di conferire una laurea honoris causa al “cantante” Gigi D’Alessio “per aver portato la canzone napoletana nel mondo”. Io sono un insegnante di Conservatorio dimissionario dal 1994 perché il decadimento della paidèia musicale mi aveva disgustato; non posso dare le dimissioni due volte; se fossi insegnante a Benevento, nel nome di Sala mi dimetterei.

Il direttore del Conservatorio di Benevento, che parla di “proposta pop” e di un “progetto artistico didattico in cui sarà coinvolto Gigi D’Alessio”, forse sa chi sono Bach e Beethoven; di certo non sa che cos’è la canzone napoletana. La canzone napoletana (su di essa si legga, da ultimo, il meraviglioso libro La canzone napolitana di Roberto De Simone, Einaudi, 2017) ha una storia ottocentesca quanto a compositori: fra i quali sommi come Donizetti, Mercadante e Tosti; storia che continua nel Novecento con autori meno paludati ma sovente geniali. Sotto il profilo degli interpreti, tocca il vertice con Enrico Caruso, ch’è stato il più grande cantante di tutti i tempi; gli si affiancano dei ragazzini come Beniamino Gigli, Tito Schipa, Mario Del Monaco. Fuor del canto classico, grandissimi interpreti, dei quali il mio preferito è il raffinatissimo Gennaro Pasquariello, da Sergio Bruni a Mario Abbate ad Aurelio Fierro allo stesso Nino Taranto, l’hanno ancora onorata. Credevo, dunque, che la canzone napoletana fosse stata “portata nel mondo” da Caruso, Gigli, Schipa, Del Monaco e Pasquariello; apprendo che l’ha portata questo D’Alessio. A me pare che la distanza intercorrente fra Caruso e lui sia la stessa che passa tra Omero e quei dentisti o avvocati (spesso dai capelli tinti) che per egolatria pubblicano a proprie spese “poesie” (senza metro né rima, ovviamente) e le mettono nella sala d’attesa del loro studio. Ma D’Alessio, mi dicono, è popolare, richiesto, pagatissimo.

Visto che a Napoli c’è il più antico Conservatorio del mondo, suggerisco al suo direttore: invece che nominare Direttore Emerito il maestro Roberto De Simone, attribuisca la qualifica a Nino D’Angelo. Questi mi pare l’omologo di D’Alessio. Per la lectio magistralis ci si munirà di traduzione simultanea del casoriese all’italiano.

www.paoloisotta.it

“Suspiria”, più che horror è uno splatter danzante

“Donne potenti, non vittime. Da sempre il mio cinema indaga l’universo femminile con complicità e piacere”. Affrancate dal #MeToo, sono le streghe di Luca Guadagnino, ovvero madri non remissive, assertive, di più, terribili: “Suspiria è un film sul terribile nei rapporti interpersonali, nel femminile e nella storia”. Rifacendo il classico di Dario Argento del 1977, si sposta da Friburgo a Berlino, in realtà il varesotto, dove la giovane e ambiziosa danzatrice americana Susie Bannion (Dakota Johnson, che ritrova il regista dopo A Bigger Splash) arriva per unirsi alla prestigiosa Markos Tanz Company, guidata da Madame Blanc (l’aficionada Tilda Swinton, qui una e trina…).

Non è una scuola ordinaria, le danzatrici-streghe sono divise – c’è chi vuole l’invisibile Markos per guida, e chi la carismatica Blanc – e per di più accadono strane sparizioni, come quella della giovane Patricia (Chloë Grace Moretz), in cura da un anziano psicoanalista (il sedicente Lutz Ebersdorf…). Fuori non va meglio, Berlino è divisa, la Repubblica Federale Tedesca squassata dagli attentati della Baader-Meinhof: “Volevo il Muro per veicolare esclusione, colpa e memoria; l’autunno tedesco, ossia i nostri anni di piombo, tra insicurezza politica e terrorismo per amplificare l’angoscia”. Il lavoro sull’inconscio ha la paletta balthusiana del direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom (Call me By Your Name), mentre l’ispirazione principe è Germania in autunno, realizzato nel ’78 da un collettivo in cui spiccano Alexander Kluge, Volker Schlöndorff e Rainer Werner Fassbinder. Altro autore caro a Luca è Pasolini, di cui evidenzia Salò, “che dovrebbero vedere tutti, anche Matteo Salvini”. Insomma, se accoglie tutti i consigli, il ministro dell’Interno a fine Mostra si ritrova una bella videoteca.

Tornando a Suspiria, le coreografie riecheggiano quelle di Pina Bausch, Mary Wigman e Sasha Waltz, e la prima colonna sonora firmata da Thom Yorke, “inizialmente titubante temendo fosse musica dell’orrore”, accompagna senza prevaricare. Con un risultato non calcolato: la somma delle sue parti è superiore al film, che al di là dell’eccessiva lunghezza (152’) offre le cose meno convincenti proprio nel suo cuore, nell’intreccio spezzato di danza e magia.

Lacrime, tenebre e, appunto, sospiri, non c’è horror, al più uno splatter innocuo, non c’è nulla che disturbi davvero, e forse nemmeno stupisce: nei fatti, è come se a Guadagnino interessasse di più l’atmosfera, splendidamente e puntigliosamente rievocata, la sorellanza non stregata e la Storia anziché questa storia. Per dire, un suo film su quegli anni di RAF, su quel cortocircuito di creatività artistica e distruzione politica per quel che s’intuisce avrebbe le stimmate del capolavoro o giù di lì.

Eccezion fatta per la “sottotrama” del terapeuta, Suspiria avvince quando è centrifugo anziché centripeto: è meglio nel sociale che nello “psicomagico”, meglio sotto il sole, ovvero pioggia e neve, che nelle tenebre. In Concorso alla 75esima Mostra di Venezia, dunque, Guadagnino conferma coraggio artistico, stravaganza poetica e maestria stilistica, e sono medaglie invidiabili. Ma l’horror, anche questo così spurio, non è il suo territorio o comunque non l’ha fatto suo.

Sempre per il Leone, il polar francobelga di David Oelhoffen Frères ennemis, con i bravi Matthias Schoenaerts e Reda Kateb, non va oltre un’onesta riproposizione dei canoni del genere, mentre assai più lusinghiero è il giudizio su Peterloo, scritto e diretto dall’inglese Mike Leigh. Tornando al massacro di St. Peter’s Fields a Manchester nel 1819, quando i manifestanti per il suffragio universale vennero falciati dalle forze governative, inquadra fluviale (154’) e indomito una sconfitta di tutti, e della democrazia per prima: incolpevoli i povericristi, rei tutti gli altri, a partire dal retore bellimbusto e progressista Henry Hunt (Rory Kinnear). Ecco, Peterloo lo consigliamo a Matteo Renzi.