“Il mio viaggio in Polonia del 1971 con le penne biro. E la tombola a casa Sordi”

Due minuti prima di salire sul palco: “Come sto?”. In che senso? “Sono vestito troppo scuro?”. No, stai bene. “E quanta gente c’è in platea?” Circa 1.800 persone. “Cooosa?” Ti aspettano 1.800 persone. “Incredibile”. Sei Carlo Verdone, il Lucio Battisti del cinema. “Non mi rendo conto. Mi stupisco di tutto questo affetto”. Non è falsa modestia, low profile scontato, o ricerca febbrile di partecipazione emotiva altrui. Lui è così e, quando supera il sipario della Versiliana, un sorriso a labbra serrate avvolge i presenti.

Non sai di essere Carlo Verdone…

Non mi sono molto reso conto di ciò che mi è successo, ed è una fortuna; altrimenti, a un certo punto, rischi di diventare un po’ un geometra della tua carriera, ed è là che sbagli e tenti di trovare il film per compiacere il pubblico in sala: ho sempre preferito l’istinto, e con il tempo mi sono reso conto che alcune pellicole hanno anticipato un periodo storico e sociale di questo Paese, con una chiave divertente e un po’ malinconica.

Quanto è importante l’improvvisazione?

(Sullo schermo scorre il monologo finale dell’emigrante in “Bianco, Rosso e Verdone”)

In alcuni casi, come in questo, è al 100 o all’80%; o non è stato rispecchiato il copione o è stata completamente riscritta la scena. L’emigrante doveva parlare a velocità supersonica e per la prima e unica volta; alla fine doveva esplodere in una lingua incomprensibile, a parte ‘l’andatevela a pià tutti nel culo’.

Come l’avete girata?

Ho chiesto alla troupe di lasciarmi solo, venti minuti chiuso in una stanza. Silenzio. Dovevo riepilogare nel cervello le disavventure dell’emigrato. Poi esco, ‘pronti, non fiatate. Ciak si gira’.

Alla fine…

Non so se è stato un colpo di fortuna, talento o altro. Ma la prima è stata quella che poi ho montato; alla fine del monologo tutti mi dedicarono un applauso, e io: ‘Grazie, ma è tremendo doversi ricordare tutti i passaggi’. A quel punto il direttore della fotografia mi ferma: ‘Giriamo una seconda, non possiamo fermarci a una sola, se poi c’è qualche problema siamo nei guai’.

Di nuovo “ciak”…

Il problema è che avevo dato tutto con la prima, ero scarico, sudato fradicio, recitavo rallentato, così mi sono arreso: ‘Basta e se c’è un pelo sulla pellicola, chi se ne frega’.

Per il personaggio, a chi ti sei ispirato?

Nel 1971 sono partito con due amici per la Polonia, viaggio che ha ispirato anche Un sacco bello…

Le calze di nylon in valigia.

Le calze no, solo le penne biro; ma nei film ho spesso riportato esperienze vissute, mi sono preso in giro. A quel tempo eravamo convinti che, grazie alle penne, le calze, i dischi dei Beatles, di Little Tony, di Bobby Solo, ce l’avrebbero data con il frisbee.

Verificato?

Ho rimorchiato al secondo giorno. Comunque quando siamo arrivati all’ostello della gioventù di Bratislava, ho scoperto uno dei più importanti punti di osservazione della mia futura carriera: lì ho trovato una categoria di italiani miserabili, cafoni, cialtroni tanto da farmi sentire cialtrone a mia volta; noi arrivati grazie a una Fiat 127 bianca…

L’ispirazione…

A un certo punto un cafone di Viterbo scende da una Dino (auto utilizzata in Un sacco bello), e mi dice una cosa volgarissima, irripetibile.

Proviamo

No, no, no…

E dai…

Rischio di diventare davvero molto volgare.

Va bene lo stesso.

Entriamo in ascensore e lui arriva abbracciato a una polacca: ‘Sete venuti pure voi pe…’ e con il pugno chiuso mima l’amplesso, e davanti a lei. Noi turbatissimi ci guardiamo: ‘Ma dove siamo capitati?’. E invece la ragazza inizia a sorridere e scopriamo che non ha denti ma solo capsule e ponti in ferro. Scoppiamo a ridere, con garbo. Usciti dall’ascensore tento la frase spiritosa: ‘Ma in quella bocca non rischi di prendere la scossa?’. Lui, senza scomporsi: ‘Aoh, a me i boccagli me li può fa’ pure mi’ nonna!’. Ecco, a quella realtà ho attinto, e quando non pensavo di diventare regista e attore…

Perché in realtà?

Sono laureato in Storia delle Religioni poi ho vinto un premio in Giappone grazie a un mediometraggio sperimentale e Rossellini mi ha accolto nel Centro Sperimentale.

In che anno?

Nel 1972. Quando arrivò il telegramma della vittoria, mio padre disse: ‘Lo dobbiamo mostrare a Rossellini’.

E così…

Convocato da lui al Centro, e dentro quegli stanzoni enormi di epoca fascista, con finestre altrettanto enormi, impossibili da chiudere, mi sentivo angosciato perché non sapevo come creare il buio necessario per mostrare il Super8. ‘Dai Verdone, piazza la cinepresa’; e io: ‘Maestro, la stanza è inondata di luce’; ‘Non importa, avvicina la cinepresa al muro’.

Risultato?

Vide il film come in un francobollo, inoltre l’opera non era neanche parlata, solo immagini, venivo dall’esperienza underground, con immagini rarefatte e psichedeliche.

Quanto durava?

Venticinque minuti e purtroppo la Rai lo ha perso. Ricordo un momento incredibile: salgo sul davanzale della finestra e con la mano aperta tento di coprire il sole che batteva sull’occhio di Rossellini; alla fine distrutto sono caduto, e lui: ‘Si vede che ti piace Antonioni’; peccato che di Antonioni non avevo visto nulla. Bluffai: ‘È vero’.

L’osservazione del quotidiano ha ispirato molti dei tuoi personaggi. Oggi è ancora possibile?

Ho rubato dai bar, dalle botteghe, dai seggi elettorali; le strade e le piazze erano teatri; ma negli ultimi anni è diventato sempre più difficile perché è cambiata la società e con lei le persone, e quello che ha ucciso tutto questo, è l’omologazione. Siamo tutti omologati. Stessi tatuaggi, tagli di capelli, calciatori docet, sono loro i veri divi. E poi non c’è più un luogo di ritrovo…

Al bar ci vai sempre…

Sì, ma una volta ascoltavo, oggi sono loro a voler ascoltare me. Ricordo l’ultimo pranzo con Alberto Sordi, era affranto, distrutto, non sapevo stesse male; a un certo punto si guarda attorno e sentenzia: ‘A Carlé, te vedo male: sarà sempre più difficile interpretare questo Paese’. Perché? ‘Nessuno si stupisce più di niente’. È andata così, anche per colpa della tecnologia, la gente non la guardi più in viso, stiamo con lo sguardo basso, immerso nel cellulare. Ci trasciniamo, non camminiamo.

In questi 40 anni cosa hai raccontato dell’Italia?

I grandi attori del passato hanno narrato un’Italia molto importante dal punto vista storico, hanno portato al cinema la guerra, il dopoguerra, il boom economico e le tensioni sociali, e grazie a scrittori come Moravia, Gadda, Flaiano, Zavattini e altri…

E tu?

Con Troisi siamo riusciti a focalizzare la nostra attenzione verso la caduta del maschio e l’evoluzione della donna; perché in quegli anni, quando abbiamo iniziato, avevamo ancora ben presente la rivoluzione femminista, con l’uomo non più legato all’immagine portata avanti dai Gassman o dai Mastroianni…

I seduttori.

Mentre con la nostra generazione la donna non è più oggetto, diventa imprevedibile, lunatica e tenera, l’uomo è all’angolo, insicuro e fragile. Per questo molti miei personaggi sono dei tontoloni.

Tipo Sergio con la Giorgi in “Borotalco”.

Anche in Io e mia sorella sono completamente scavalcato. Abbiamo portato sullo schermo dei drammi vissuti dentro il rapporto affettivo, fino a quando nel 1988 la maggior parte dei miei amici inizia a separarsi: crollava l’istituzione del matrimonio; la mia agenda si era improvvisamente sdoppiata, avevo il numero del lui dalla madre e della lei dalla madre.

“Compagni di scuola”.

Tutti infelici dal punto di vista sentimentale, e poi le nevrosi, la psicoanalisi: si andava in analisi come una delle conseguenze della società del benessere; ricordo la quantità di amiche dedite allo psicologo per comprendere i motivi dell’addio, e pensavo: ‘Che vòi capì? È finita, punto’.

”Ma che colpa abbiamo noi” inizia con l’analista morta con la sigaretta in mano e i pazienti disperati.

È un episodio reale: andavo da un neurologo per problemi di sonno. Un giorno ci torno e sotto al portone trovo trenta persone in lacrime; mi avvicino al portiere: ‘Cosa è successo?’. ‘È morto il professore, è morto il professore!’. Le persone attorno oltre alle lacrime iniziano a urlare: ‘Come faccioooo!’, ‘Sono depressa!’.

E tu?

Mi veniva da ridere e dentro di me, cinicamente, penso: ‘È un grande inizio di film’.

(Sullo schermo parte uno spezzone de “Lo sceicco bianco” con Leopoldo Trieste)

Perché questa scelta?

Spesso la commedia italiana si è esaltata più per i caratteristi che per gli attori protagonisti, e penso a Giacomo Furia, Ugo D’Alessio, i fratelli Carotenuto, Tina Pica e Leopoldo Trieste: lui ha ispirato il personaggio di Furio.

Qui l’ispirazione è nata da un film, mentre in altri casi hai “sfruttato” anche il vicino di casa, come per Mimmo…

Era un condomino del primo piano, mia madre chiedeva di giocare insieme a mio fratello: ‘Stefano domanda sempre di voi, hanno un presepio meraviglioso. Andate, è solo’. Un pomeriggio suonano alla porta, apro e mi trovo davanti a un bambino bassino con un vocione incredibile. Scendiamo a casa sua, ‘tiri in porta?’. Va bene. A ogni colpo il pallone rompeva uno dei vetri della porta del corridoio.

Torniamo alla capacità di saper ‘rubare’, sempre….

Devo copiare la vita, amare la gente; devo stare insieme agli altri, sennò non avrei inventato nulla… Un giorno mi telefona un’amica: ‘Ti chiedo un favore: vieni a casa, oggi pomeriggio c’è un mio spasimante e desidero un consiglio’. Accetto. Entro, lei nervosissima, le unghie in bocca: ‘Ti prego, se ti fa ridere non sbottargli in faccia, è un po’ strano’. Suona il citofono e mi trovo davanti un tizio con il cappello tirolese e tanto di pennetta, il cappotto la sciarpa e una scatola di Baci Perugina: ‘Ti domando scusa per il ritardo, purtroppo c’era traffico, e poi dicono che ce sta la crisi, ma ’ndo sta la crisi? E comunque questi sono cioccolatini per addolcirti la bocca’.

Troppo…

L’ho guardata sconfortato, e lui mi ha ispirato il personaggio della pistola e del porto d’armi e anche Un sacco bello: il qualunquista puro…

(Tocca a uno spezzone de “L’amore è eterno finché dura”)

Un “duello” con Morante.

In alcune scene ero esausto, perché Laura è un’ottima attrice, brava alla prima scena, alla seconda, la terza, la quarta, ma poi te devi ferma’. Mentre lei cerca sempre la perfezione e a volte non ne potevo più, anche perché ero conscio di un fatto: quasi sempre andava bene la prima.

Con Sordi hai passato un Capodanno particolare…

Alberto davanti al pubblico era contagioso, ma in casa cambiava, diventava un monaco che viveva nell’oscurità, con tutte le serrande abbassate, soprattutto da quando nel 1972 è morta la sorella Savina: da allora Sordi ha rinunciato alla feste. Lutto totale. Come un religioso un po’ fanatico.

E un primo dell’anno…

Arrivo alle 11 in punto, la sorella Aurelia mi offre un aperitivo. Rifiuto. Nell’attesa di Alberto mi guardo intorno e vedo alcuni festoni appesi e un tavolo con in cima un mazzetto di fagioli e quattro cartelle, al centro altri fagioli e altre cartelle; all’altro apice il cartellone. ‘Aure’, avete fatto festa?’; e lei: ‘L’ultimo dell’anno è tradizione’; ‘Avete avuto gente?’; ‘No! Io, Alberto ed Ersilia’. Ersilia era la cameriera. ‘E il cartellone chi lo tiene?’. ‘Ersilia’.

Malinconia pura.

La sua grandezza era anche in questo: era come nei film. Però attenzione: Alberto è stato di una generosità enorme, pure troppo; l’errore è non aver lasciato un testamento.

Oltre a in “Viaggio con papà” ci hai lavorato in “Troppo forte”…

In realtà quella parte l’avevo scritta per Leopoldo Trieste, poi il produttore decise per Sordi. Per carità, è andata bene così, però lì ha forzato un po’ troppo il ruolo, con Leopoldo sarebbe stato diverso. E sempre grazie ad Alberto ho capito come tutti, anche i grandi attori, poi finiscono con un velo di tristezza…

Che episodio?

Alla fine di un pranzo, Sordi malato, scende le scale. Scivola. Casca a terra. Il parcheggiatore appoggiato alla macchina, sigaretta in bocca, sentenzia: ‘Se semo invecchiati eh, Albè?’. Sono rimasto allibito. E ho capito come tutto, nel crepuscolo, svanisce e diventa presa per il culo.

A Roma c’è un po’ il gusto del cinismo, della presa in giro.

Anni fa, sul Lungotevere, mi affianca una motocicletta con un tizio senza casco: ‘Ma sei Verdone?’. Sì. ‘Mamma mia, a Roma ce sta er Papa e ce stai te. Fermate. Fatte abbraccia’, e famme gli auguri a mi’ fratello che è ricoverato’. Non posso sottrarmi. Lo chiamo: ‘Pronto Alfio, ciao sono Verdone’. E lui: ‘Ma chi cazzo sei?’.

Perfetto…

Il motociclista insiste e mi strappa pure un’imitazione. Alla fine quando se ne va mi regala una battuta formidabile: ‘Grazie per avermi regalato il sorriso a un’adolescenza de merda’.

Sei l’ultimo ad aver creato dei caratteristi diventati poi importanti…

Lella Fabrizi è la nonna che tutti noi avremmo voluto. Ma Sergio Leone era preoccupatissimo: ‘Ha 300 di colesterolo, questa ce more sul set. Poi il film lo paghi tu!’.

Aveva ragione?

Con lei mi ero raccomandato: ‘Per favore, stia a dieta’, ‘Nun te preoccupà’. Al terzo giorno già cucinava l’amatriciana alla troupe; alla fine del film pesavo quattro chili in più.

Quanti colleghi ti chiedono consigli medici?

La sera c’è sempre qualcuno che mi rompe le palle mentre sto cenando. Ma ormai sono diventato come il medico di Viaggi di nozze e rispondo: ‘No, non mi disturbi affatto’. E più o meno ci prendo.

(E così Carlo Verdone ha la ricetta del sorriso e della salute…)

I Ferragnez sposi, tripudio a Noto (e su Instagram)

Dopo quella dei poveri ostaggi della Diciotti, il Paese si trova a gestire una nuova emergenza umanitaria: gli ostaggi del matrimonio dei Ferragnez. Centocinquanta persone prelevate dalle loro abitazioni, deportate su un aereo in Sicilia, obbligate a posare con dei pupazzi con le fattezze degli sposi e con l’ansia di avere l’espressione giusta pure quando stanno digerendo la cassata al ricevimento, perché se finisci con una faccia di merda abbinato all’hashtag #theFerragnez su Instagram, in questi giorni, ti tocca una gogna che neppure i ladri di patate nel Medioevo.

A ogni modo, che le nozze tra i due siano l’evento mediatico dell’anno, è una certezza. E se sottovalutate la portata del fenomeno, vi ricordo che due giorni fa, alla festa dell’Unità a Torino, per Chiamparino c’erano 30 persone, a Noto, sotto il balcone, per i Ferragnez pomicianti, ce n’erano 2000. Più 20.000.000 su Instagram. Segno che la propaganda 2.0 si fa dai balconi come certa vecchia politica, come l’Angelus del papa, come i saluti nei royal wedding.

Del resto, che la Ferragni sia un genio della comunicazione non si discute. Lei decide, Fedez esegue. Fedez non è lo sposo. È il suo paggetto quando la accompagna alle feste, il suo migliore amico quando la bacia impacciato, sua mamma quando piange per i discorsi degli amici, la sua terza sorella quando accetta di indossare camicie con “thefarragnez” cucito sul taschino. E infatti si chiamano Ferragnez, mica Fedagni. Manco i nomi hanno amalgamato equamente. È tutto sbilanciato e la bilancia – nonostante i suoi 44 chili scarsi, altro miracolo – pende tutta a favore di Chiara. Basta guardare la bacheca di Federico-Fedez per capire che lui – nella sua vita – da quando è il naturale prolungamento della fashion blogger più famosa del mondo, non decide più neppure la marca delle sue mutande. Giusto un paio di foto di concerti e poi un tripudio di ritratti di famiglia, bagnetti in piscina col pupo che a 5 mesi ha più primi piani di Kate Moss dal ’91 a oggi, baci fotografati su letto, scogli e sott’acqua in stile laguna blu, ritratti sulla canoa gonfiabile Supreme col sottotesto “e voi sfigati che galleggiate sui coccodrilli comprati al parcheggio di Chieti scalo”.

Figuriamoci se ha deciso qualcosa di questo matrimonio che già di per sé è un evento ridondante, quasi blasfemo: come i preti sono sposati con Dio, Chiara Ferragni è sposata con i suoi follower. Tant’è che al suo matrimonio c’erano solo loro. Un manciata di amici, nessun famoso, a dimostrazione che nella sua vita e in quella di Fedez, tolto il virtuale, resta poco. O tanto, a seconda dei punti di vista. Intanto, andiamo ad analizzare il matrimonio nei suoi passaggi salienti:

A) L’aereo Alitalia brandizzato “theferragnez”. Il fatto che Fedez e un centinaio di invitati abbiano avuto un gate dedicato, più poggiatesta, snack e minchiate varie tutte sponsorizzate, ha fatto molto irritare Di Maio, il quale vuole vederci chiaro. Gigì, te lo spiego io: dopo lo spot con quel simpaticone di Farinetti, la gente piuttosto che volare Alitalia, saliva sul Tupolev altrimenti detto “bara volante”, per cui investire sul matrimonio di due che insieme hanno 20 milioni di follower e una copertura mediatica che manco le ultime 160 sparate di Salvini su qualunque cosa, mi pare comunque un passo in avanti. Inoltre, sei ministro del Lavoro, per cui sappi che questi due producono almeno il 2% del Pil nazionale. Infine, che Alitalia sia passata dalle calze coprenti rosse delle hostess a Chiara Ferragni, mi pare una buona notizia pure per la camera della moda.

B) L’assenza di J-Ax e di Rovazzi, ovvero di coloro che fino a due giorni fa erano colleghi e amici fraterni di Fedez, dimostra che il nuovo assetto della coppia è: “Federì, la prossima che mi levi dalle balle è tua madre. Poi molli X-Factor. Poi basta concerti. Poi t’impari a farmi il contouring e t’assumo come truccatore a 1.200 euro al mese”.

C) La Ferragni ha scelto Noto come location del matrimonio perché così all’estero la tradurranno con “Famous”, che fa brand. Il sindaco di Noto, Corrado Bonfanti, ha ingenuamente svelato che il suo regalo agli sposi è un libro sull’architettura barocca di Noto che l’amministrazione ha fatto tradurre dal tedesco. Considerato che l’ultimo libro letto dai due sarà “Capire il mondo – Il mio sussidiario”, direi che sarebbe stato meglio farglielo avere in versione instagram.

D) Sull’altare, lo sposo, di blu vestito, ha fatto un pippone di 10 minuti su quanto con Chiara sia stato bello bruciare le tappe, su quanto a lei abbia rivelato segreti che nessuno sapeva, su quanto loro due funzionino insieme. Lei, di pizzo bianco vestita, ha detto sinteticamente: “Non importa quanto io possa viaggiare, sarai sempre la mia casa”. Il che vuole dire: quando torno, fammi trovà sempre il polpettone caldo nel forno e i pigiami stirati con l’appretto.

E) Gli sposi, per la loro festa privata, hanno fatto montare un enorme pannello, alto circa 7 metri, che ha chiuso alla vista l’interno della Loggia del Mercato. Giustamente, non era bello vedere dal vivo quello che facevano, quando si poteva tranquillamente ammirarlo in una delle 150 dirette instagram degli invitati. Gli sceneggiatori di Black Mirror sono già all’opera.

F) La guest star musicale dell’evento dell’anno è stata addirittura Giusy Ferreri, che dopo Roma, Bangkok e le favelas aveva evidentemente bisogno di esibirsi in un posto in cui non si rischi la vita dopo il tramonto, che sia per le buche sul manto stradale o per i proiettili vaganti. La scelta della cantante è chiara: dopo il disastroso tributo ad Aretha Franklin nel giorno della sua scomparsa, Giusy ha optato per un tributo a Fedez per essere sicura di non esser più stonata del cantante a cui intoni i propri omaggi.

G) I Ferragnez, va detto, sono almeno coscienti di esser ricchi sfondati e pertanto, al posto della lista nozze da Supreme, hanno deciso di organizzare una raccolta fondi per aiutare un loro fan bisognoso, come se già non fosse condizione bisognosa d’aiuto essere un fan dei Ferragnez.

La generosità degli ospiti ha però stentato a decollare, un po’ come il Tupolev di cui sopra: la raccolta online, fino a ieri sera, aveva fruttato 23.000 euro. Ciò significa che ogni invitato ha donato meno di 150 euro, che con l’inflazione è la paghetta che ti mette in mano la zia Rosy dopo il pranzo. Considerato però che le donazioni sono aperte a tutti e che i Ferragnez contano 20 milioni di follower in due, la media delle donazioni si attesta su un millesimo di euro pro-capite. Noi poveri, a scuola, quando rompevamo i porcellini per i bambini poveri in Africa raccoglievamo qualcosa in più. Che #Taccagnez.

La politica va ai funerali di McCain mentre Trump gioca a golf

Si sono tenuti ieri, nella Cattedrale Nazionale di Washington, i funerali dell’ex leader repubblicano John McCain, morto a 81 anni a causa di un tumore al cervello.

Alla cerimonia, secondo le ultime volontà dello stesso McCain, non ha partecipato il presidente americano Donald Trump con il quale l’ex senatore aveva un pessimo rapporto e che ha passato la giornata sui campi da golf. Presenti invece gli ex presidenti americani Barack Obama e George W. Bush i quali, sempre seguendo le indicazioni dell’eroe della guerra in Vietnam, hanno tenuto l’orazione funebre. Bush ha ricordato il compagno di partito, sconfitto alle primarie del 2000, come un avversario in politica, ma un amico nella vita aggiungendo “mi mancherà”. Anche Obama ha ricordato McCain come un politico molto diverso ma con il quale “non ho mai dubitato di essere sulla stessa barca”. Anche la figlia di McCain è intervenuta e ha criticato indirettamente l’attuale presidente statunitense dicendo: “L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande, perché l’America è sempre stata grande”. L’intervento conclusivo è stato dell’ex segretario di Stato Henry Kissinger, 95 anni, che ci ha tenuto a ricordare il coraggio dell’ex senatore repubblicano durante il conflitto in Vietnam.

Presidenziali, il Tribunale elettorale sbarra la strada a Lula con una legge approvata da lui

Il Tribunale elettorale superiore (Tse) di Brasilia ha negato ieri all’ex presidente Luis Inacio Lula da Silva la possibilità di candidarsi alle elezioni presidenziali che si terranno il 7 ottobre, vista la sua condanna in secondo grado per corruzione. La decisione del Tse era stata già data per scontata da larga parte dei media ed è legata alla legge Ficha Limpa, approvata nel 2010 dallo stesso Lula, che proibisce ai politici condannati di candidarsi. Il Partito dei lavoratori (Pt) ha ora dieci giorni per cambiare il suo candidato principale: potrebbe essere l’ex sindaco di San Paolo, Fernando Haddad. La reazione del Pt alla sentenza non si è fatta attendere e i suoi membri hanno fatto sapere di essere pronti a presentare ricorso al Supremo Tribunale Federale (Stf) e a lottare “con ogni mezzo” pur di poter candidare il loro leader. La figura di Lula, al momento in carcere per via della condanna, continua a dividere a metà il Paese come dimostrato dai sondaggi che in caso di una sua candidatura lo darebbero in testa al 39% seguito al 22% dal leader dell’estrema destra, Jair Bolsonaro: quest’ultimo senza la non candidatura dell’ex presidente Lula si ritroverebbe in testa, con il Pt targato Haddad che scenderebbe dal 39 al 4%.

“Basta artigli Usa, l’Europa appartiene alla Russia”

A metà settembre ci saranno le esercitazioni militari più vaste dalla Guerra Fredda: le Vostok 2018 (Oriente 2018). È un dispiegamento di muscoli militari necessario, un allenamento utile o entrambi?

Ci hanno circondato di basi militari Nato! Perché ora? Per la retorica ostile di Trump! L’incomprensione dell’Europa rende la Russia spaventata verso l’Occidente. Vediamo che il Regno Unito è nemico, gli Usa sono ostili, la Francia ci guarda male, la Germania dipende dal nostro gas, ma comunque ci guarda storto. Facciamo queste esercitazioni perché è la cosa giusta: abbiamo perso troppi milioni di persone nell’ultima guerra. Negli anni 90, con Eltsin e company, ci hanno praticamente disarmato. Dopo quello che è successo in Ucraina, dove sono arrivati ufficiali americani, francesi, europei a fomentare una guerra con la Russia, ci siamo svegliati. Tutta la popolazione ha la sensazione che vogliono farci obbedire ai dettami americani e a quelli della banda dei paesi europei. In Russia aspettiamo una napadenia, un attacco da parte dell’Occidente, magari non diretto, ma che arriverà dal confine ucraino.

300 mila soldati, mille aerei, 36 mila corazzati verranno dispiegati contemporaneamente.

Fosse stato per me, sarei stato ancora più duro di Putin. Avrei ricostruito con l’intelligence una guerra segreta. Le esercitazioni vanno fatte più spesso, è necessario: l’occidente ci minaccia, questo è quello che ci rimane.

Ci saranno unità militari mongole e cinesi. Vecchi alleati, nuove strategie.

Lo sento per la prima volta. Se è così, sono felice.

È nuova Guerra Fredda tra Europa e Russia?

Geograficamente l’Europa appartiene alla Russia, più di quanto la Russia appartenga all’Europa. Nella parte europea della Russia ci sono 118 milioni di persone. Scusateci: allora la popolazione europea più popolosa siamo noi. Non è necessario che diventiamo paesi fratelli, nemmeno amici: basta il rispetto reciproco e gli europei, per cominciare, potrebbero liberarsi degli artigli degli Stati Uniti.

Per la Nato è una sfida aperta. E per i russi in patria?

Il nostro popolo è vicino al Cremlino, le esercitazioni le osserva con grande entusiasmo. Tutto ciò che dimostra la nostra forza piace. I russi si sono svegliati dal letargo dei valori occidentali, sono tornati alla strategia sovietica della forza. Hanno capito che ci hanno ingannato, e ora inganniamo noi. Poi perché la Nato non ha partecipato alle operazioni contro l’Isis? Ma in generale, perché ammassa truppe ai nostri confini?

La Russia conduce una guerra parallela con gli hacker, dicono a Washington. La Russia è intervenuta nelle elezioni americane del 2016?

Senti da che pulpito arriva la predica. L’America è intervenuta in tutto il mondo, compra ministri, agenti della Cia diventano capi di stato. Dopo la guerra è intervenuta in Italia, in Francia, corrompendo sindacati, forze politiche. Tutto questo lamento per l’intervento russo nelle elezioni Usa è una lotta interna dell’establishment americano. La Russia ha monitorato le elezioni, ma quello che dicono negli Stati Uniti è demagogia.

Il Cremlino è accusato di fare propaganda con i suoi canali di stato all’Ovest. Ma che influenza ha la propaganda sui russi?

Abbiamo la stessa vostra propaganda. L’unica cosa che si può sottolineare del nostro regime è un fatto: abbiamo lo stesso capo di stato dal marzo 2000. Un capo a cui imputo numerosi difetti, come l’indecisione psicologica verso l’Ovest. Ma se si cambia leader ogni 4 anni lo Stato viene gestito meglio? Per il momento Putin funziona abbastanza bene, ma la Russia è piccola per lui. I russi vogliono le città del Kazakistan del nord, le città russe in Ucraina: Charkov e Odessa. L’Italia, se avesse potuto, non avrebbe rifiutato Nizza.

Politica interna: la riforma delle pensioni ha generato malcontento, Putin non ha mai perso tanti punti nei sondaggi e sono in programma proteste per le strade.

Si sta esagerando con ‘l’insoddisfazione generale’ in Russia. Nel 2004 c’è stata la monetizzazione del debito ed è stato occupato il ministero dello sviluppo economico. Ora non ci sono questi gesti eclatanti di malcontento. Sì, i pigri comunisti si sono un pochino risvegliati, l’opportunista Navalny tenta di guadagnare punti alle manifestazioni contro la riforma. Ma i gruppi che lo sostengono come l’Alfa Group, Fridman, il banchiere Lebedev, non hanno abbastanza forze per esaltarlo politicamente. Se qualcuno prenderà davvero il posto di Putin sarà un suo fedele:, Medvedev o la donna di ferro, Valentina Ivanova Matvienko. Ma, attenzione, Putin è solo il frontman di un gruppo che gestisce il Paese. Si tratta di 30 clan, composti da servizi segreti, potenze economiche, personalità emblematiche influenti, banche. Putin è solo il più convincente, quello che parla meglio. Ma è stupido pensare, come ritiene l’Ovest, che sia onnipotente. È solo “uno dei”.

Torniamo alla riforma e ai cortei.

La riforma: noi di Altra Russia vorremmo ridurre il periodo dei giovani nelle scuole e non aumentare quello degli anziani a lavoro. Vogliamo dare il diritto al lavoro, al matrimonio, la possibilità di voto ai ragazzi di 14 anni, questo ringiovanirà il Paese.

In Europa tornano i nazisti?

Sul tema migranti in Europa i cittadini chiedono ai governi di essere più rigidi. È una richiesta che si palesa sempre più chiaramente in Germania, Italia, Ungheria, nei Baltici e negli altri ex Paesi alleati di Hitler. I nazisti mascherati ci sono sempre stati in Europa, ma credo che prenderà piede più il razzismo del nazismo.

Pazzo Venezuela, ti salverai soltanto grazie ai dollari

In Venezuela un rotolo di carta igienica ha un volume all’incirca triplo rispetto a quello delle banconote che servono per acquistarlo. In altri termini, la moneta venezuelana, il bolivar, vale meno della carta su cui è stampato. In Venezuela un kg di pomodori costa l’equivalente di 17 euro (ossia svariati milioni di bolivar), mentre un kg di carne vale 33 euro (per un Big Mac occorre lo stipendio di un mese e mezzo) e una saponetta 12 euro. Il motivo è semplice: quando la moneta, a causa delle spese pubbliche fuori controllo, diventa un tragico simulacro di valore reale, l’economia collassa e nessuno produce alcunché. Masse sempre più mastodontiche di banconote inseguono futilmente beni sempre più rari.

Per l’antesignano dei governi populo-sovranisti c’è un epilogo catastrofico: 9 venezuelani su 10 sono sotto la soglia di povertà (cioè denutrizione) e le attività economiche private sono evaporate. La produzione (sopravvissuta) di petrolio tiene in vita qualche scampolo di normalità a cui si attacca la popolazione disperata che è rimasta mentre 3 milioni di connazionali hanno dato vita a un esodo simile a quello dei profughi siriani.

Del tutto incompetente, e dedito a una feroce repressione, il caudillo rosso Maduro sforna da anni misure economiche sempre più strampalate e autolesioniste. L’introduzione di una criptomoneta il petro, in teoria legata al petrolio, ma che in pratica nessuno usa, è stata un boomerang. Non è tutto: il 21 agosto il governo ha lanciato il bolivar sovrano (legato al petro per imbonire i creduli). L’unica novità sostanziale sono i 5 zeri in meno rispetto alla precedente valuta (denominato con sprezzo del ridicolo “bolivar fuerte”) ma l’inutilità è identica. Per il popolo un altro calvario, visto che le nuove banconote distribuite dai bancomat non erano sufficienti e tutta la nazione si è bloccata (in parte anche per le proteste indette dall’opposizione).

L’inflazione non verrà certo debellata da queste panzane o dalle altre misure dell’ennesimo piano di stabilizzazione chiamato spregiativamente “Madurazo”: svalutazione del 96% rispetto al dollaro, aumento dell’Iva e della benzina, aumento di 35 volte del salario minimo (percepito da quasi tutti i venezuelani) ma che le imprese non sono in grado di pagare, e amaris in fundo un bonus di riconversione a spese del governo per due anni (e i fondi?). Persino all’interno del regime qualcuno ritiene che una tragedia immane non sia evitabile con Maduro al potere. Presto o tardi interverrà l’esercito.

Stabilizzare l’economia richiederà un programma di molti anni lungo 4 linee: 1) Il bolivar (sovrano o meno) dovrà essere rimpiazzato dai dollari dei gringos cominciando a mettere in circolazione le esigue riserve della Banca centrale (successe anche in Zimbabwe) e, man mano che affluiscono, i proventi in valuta delle esportazioni di petrolio. 2) Negoziare con il Fondo Monetario Internazionale un prestito di 50 miliardi di dollari per coprire le spese correnti dello Stato fin quando il fisco non torni in salute. 3) L’industria petrolifera, oggi al collasso, dovrà aprirsi a capitali e società internazionali per essere completamente ristrutturata e modernizzata. Per fortuna, le riserve di petrolio, tra le maggiori al mondo, attiveranno la salivazione di molti. 4) Il settore bancario, al momento solo una pantomima, andrà ricapitalizzato (con fondi in buona parte stranieri) e messo in grado di funzionare per finanziare la ricostruzione del Paese (come dopo una guerra) e lo sfruttamento di risorse minerarie da sogno.

L’economia sarà completamente dollarizzata, capitali stranieri a dettar legge e una faticosa china da risalire per attenuare i morsi della fame, solo grazie alla benevolenza della comunità internazionale.

Il vero rapporto con Dio va al di là dei formalismi e delle usanze ipocrite

In quel tempo, si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”. Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

(Marco 7,1-8.14.15.21-23).
Gesù e i suoi discepoli sono ancora una volta contestati per comportamenti ritenuti non conformi alle pratiche religiose e morali tradizionalmente e comunemente vissute nel mondo giudaico. Non si tratta tanto dell’interpretazione della Scrittura, ma dell’uso che ne viene fatto per assecondare opportunismi, giustificare doppiezze di vita, tollerare incoerenze idolatriche, eccezioni ai precetti, riti più o meno consentiti, insomma per nascondere la mentalità farisaica che Gesù sconfessa come ipocrisia: maschera del bene!

Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure? La critica alle azioni dei discepoli riguarda una questione importante che è quella che stabilisce il rapporto tra puro e impuro, tra Scrittura e Tradizione, che rimanda all’autentica relazione con Dio senza trascurare il Suo comandamento, senza annullare la Sua Parola.

Farisei e scribi vogliono ingabbiare Gesù e il suo insegnamento entro mani più o meno lavate, tra oggetti e stoviglie purificate, in ritualismi senza cuore e pratiche formali, tra abiti e pendagli e liturgie esteriorizzanti. Fan tutti così! O, l’altro principio rischioso che nell’Evangelii gaudium Papa Francesco vuole scardinare del ‘si è sempre fatto così!’ Guai se il cuore è lontano da Dio e dall’uomo! Gesù Maestro ricorre a Isaia per stigmatizzare l’ipocrisia dietro cui si può nascondere il fariseo o il cristiano, il miscredente o il praticante, in realtà ogni uomo: Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti (…): “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.

È svelata la mentalità che riduce la relazione con Dio all’osservanza materiale dei precetti che fa “sentire a posto” con Dio, quasi che gli si pagasse il tributo del culto o l’esecuzione casistica di ogni norma. Gesù scardina la tradizione che avete tramandato voi, degli uomini! Il suo Vangelo è libero e nuovo, aiuta e sostiene la vita, afferma ciò che è vitale per l’esistenza gioiosa e consapevole di ogni uomo; soprattutto quando la vita è minacciata, oppressa, offesa, negata! Solo la coscienza ha la possibilità di rendere pure o impure le cose. Quando si apre all’opera di Gesù il cuore scopre che il mondo è buono, che le cose sono piene di parole d’amore. Siamo riportati al centro felice della vita perché la fede e la libertà sviluppano insieme un nuovo modo di vivere nella prossimità della carità e nella fecondità della verità.

 

Il portavoce di Salvini comunica

Matteo Salvini, 31 agosto: “Al Premio Capalbio i soliti radical chic si indignano sugli immigrati clandestini al grido di ‘è colpa di Salvini’. Roberto D’Agostino, fondatore di Dagospia, li smonta in due minuti”. L’annuale cerimonia si chiama Premio Capalbio (presidente Nicola Caracciolo). È avvenuta il 25 agosto. Si premiano libri, si donano targhe, c’è qualche intervista, una breve riflessione dedicata ad autrici e autori premiati, quasi solo con attestazioni di stima. A me è stato chiesto di presentare uno di questi premi, e il premiato. Ho preso l’iniziativa, però, prima di parlare del libro, di fermare per un minuto l’attenzione sul sequestro in corso di 177 naufraghi stremati dalle torture in Libia e dal salvataggio in mare, a opera dell’ormai celebre nave militare italiana Diciotti. Ma a quella nave, che aveva appena onorato la nostra Marina salvando disperati dal naufragio, è stato negato lo sbarco in un porto italiano. Attenzione. Il regime nel quale ora stiamo vivendo ha adesso come modello quello del premier Orbán d’Ungheria, un Paese in cui sono stati azzerati i giornalisti e i magistrati, un regime vendicativo che sconsiglia dissensi. Non mi aspettavo, devo dire, che l’eroe di Orbán sarebbe stato rappresentato, anche in un tranquillo evento culturale italiano, da un emissario travestito da premiato, con il compito di inscenare un comizio leghista per stabilire che in nessun luogo o circostanza si critica impunemente l’asse Lega-Orbán. Devo precisare che, a questo punto, fra tanti illustri presenti, soltanto Giovanni Maria Flick ha sostenuto e ripetuto la denuncia del sequestro di profughi e marinai italiani in un porto italiano. La vendetta, però, era già preparata.

L’evento Premio Capalbio è stato interrotto da qualcuno, riconoscibile ma non credibile, che è saltato sul palco, si è impossessato del microfono e ha subito ammonito con veemenza: “Qui non si parla della Diciotti. Qui si parla del ponte di Genova!”. Queste, ci è stato fatto capire, sono le direttive del regime “frontiere chiuse”. Perché? Perché sì. La sorpresa è stata di scoprire che, come avete appena letto dai ringraziamenti di Salvini, il messo del nuovo corso è Roberto D’Agostino, a cui, per ragioni finora ignote, è stato affidato il compito di perdere la faccia pur di difendere le frontiere chiuse dell’asse Salvini-Budapest. Ne parlo, e mi spiace, perché lui stesso, D’Agostino, si è autocongratulato dando immediata notizia dell’evento un po’ umiliante (ubbidienza pronta, cieca e assoluta), con un comunicato di vittoria pubblicato a cura di Dagospia. Dunque, da un lato il famoso giornalista, finora osservatore divertito dei fatti degli altri, ha usato tutta la paccottiglia disponibile su Capalbio, da trent’anni a questa parte, compresi radical chic e champagne, l’invenzione di migranti cacciati e la vanagloria culturale e politica dei bagnanti locali. Tutto ciò pur di aggredire il bersaglio cercato (come avete capito, la sua scenata un po’ teatrale, un po’ triste, si riferiva a me, perché ero stato, un momento prima, a ricordare la presa in ostaggio di migranti e marinai della Diciotti, già definito “uno che fa schifo” dall’eroe di Orbán e mandante di Dagospia. Poi l’improvvisato sottufficiale ha detto – sembra incredibile ma cito dal testo che lui stesso ha pubblicato –: “Voi alzate il ditino su quel trucido di Salvini, ma nemmeno una parola è stata spesa sulla strage di Genova”. Verificate la frase. Benché priva di senso, è stata detta e scritta da un uomo che, di solito, ha controllo e ironia. Chiunque avrebbe potuto rispondere che i naufraghi della Diciotti erano, in quel momento, e fino all’intervento del Vaticano, tenuti in ostaggio, e non si può smettere di denunciare un delitto in corso. Le vittime di Genova sono state travolte dalle macerie di costruzioni pericolose per tutti e di controlli mai fatti, compresi due governi Lega-Berlusconi. Non resta che il cordoglio e l’allarme di tutti, e un’indagine implacabile della magistratura.

Ma questa risposta non c’è stata perché Dagospia, a nome di Salvini, non ha mai mollato il microfono (il sindaco ha dovuto lottare per riaverlo) e ha buttato in aria un evento culturale a nome di Salvini. La ragione? Qualcuno aveva denunciato, per meno di due minuti, il sequestro di migranti sofferenti, torturati, malati, come era già stato certificato da medici e da giudici. Morale: state attenti. Se si sparge la voce (gli informatori ci sono sempre) che dite male del regime, adesso sapete che D’Agostino viene a cercarvi a casa. Niente aiuta Orbán e il suo eroe come l’imbroglio, la confusione e il cambiare le carte in tavola. Niente è più utile dei professionisti delle fake news. Forse non lo sapete, ma sulla Diciotti, durante la famosa attesa, si brindava a champagne. Si potrebbero chiedere i danni all’erario, per tutte quelle giornate passate al sole, con i soldi degli italiani.

Mail box

 

Il bisogno della sinistra di capire il conflitto sociale

La lettera di Veltroni a Repubblica ha il merito di far emergere per difetto il concetto che la sinistra ha perso in tutti questi anni e che farebbe bene a ritrovare, studiare e individuare nelle nuove modalità in cui esso si esprime nella società. Parliamo del concetto del conflitto. Probabilmente lo scollamento della sinistra riformista e della stessa sinistra radicale dalla società, infatti, risiede nell’avere smarrito nella logica quanto invece andava crescendo esponenzialmente nella realtà. Sia per una propria miopia che per una difficoltà oggettiva a seguire le venature che il conflitto sociale del terzo millennio covava sottotraccia in una società quasi invertebrata. Una società fluida in cui non si percepivano più neanche i muscoli e con essi la loro stessa fisiologia antagonista. E se da una parte la sinistra riformista perdeva sempre di più la categoria del conflitto quale strumento logico di interpretazione del reale, dall’altra la sinistra radicale ha avuto la sprovvedutezza di scambiare la categoria del conflitto con quella della conflittualità. Ma quest’ultima è cosa ben diversa: il conflitto si studia, si individua, si interpreta e si rappresenta all’interno delle istituzioni mentre la conflittualità è ideologia e si schiamazza. Se c’è dunque un punto da cui bisogna ricominciare per un fronte che voglia essere sinceramente progressista è quello del paziente studio del progresso che ha conosciuto storicamente la categoria del conflitto nel gran libro della società; del suo studio, dell’intendimento e della rappresentazione nelle istituzioni parlamentari. È un compito immane soprattutto nelle condizioni in cui versa lo stato del sapere delle classi dirigenti in Italia e in Europa; probabilmente nuove se ne dovranno attendere; che si facciano, da scrittura irriflessa, lettura e narrazione autocosciente di questo stesso libro. Eppure intanto bisogna ricominciare.

Giuseppe Cappello

 

I 5 Stelle corrono il rischio di appiattirsi sul Carroccio

Non mi sono mai fatto molte illusioni sulla possibilità che Matteo Salvini e la sua Lega volessero davvero cambiare questo Paese e ora mi chiedo come intendano i vari Luigi Di Maio e il Movimento 5 Stelle a riporto gestire un rapporto con il leghista.

Il vicepremier Salvini sta infatti utilizzando questo governo per proporre la sua solita propaganda, per occupare più spazio possibile sulla scena politica e, infine, dettare e imporre la sua visione dell’Italia che non credo sia molto diversa da quella che il suo partito ha seguito negli ultimi 25 anni.

Ed ecco quindi la guerra ai migranti (ottimo tema di distrazione di massa), senza peraltro proporre e lavorare per risolvere in concreto il problema, l’attacco alla magistratura nella miglior tradizione berlusconiana, l’occupazione del potere per sistemare amici e affini e non per far funzionare meglio questo nostro disastrato Paese e una visione delle infrastrutture che tende a non scontentare i concessionari e a continuare con le opere inutili.

E il Movimento 5 Stelle in tutta questa pantomima come contrasta il gattopardesco Matteo Salvini?

Finora hanno dato la sensazione di non voler disturbare ‘l’alleato di contratto’.

Ma più il tempo passa più sembra evidente che il prezzo pagato allo scomodo alleato rischia di costare ben più di qualche punto percentuale di consenso.

Quello che è in gioco è l’idea stessa di un cambiamento vero nella politica italiana in cui molti elettori avevano sperato e che giorno dopo giorno sembra allontanarsi per l’incapacità dei 5Stelle di contenere, contrastare e limitare il “cazzaro verde”.

Quindi se i 5Stelle non si danno una mossa ne vedremo la lenta, ma inesorabile consunzione.

Leonardo Gentile

 

Gli italiani sono meglio di come li descrive la Lega

Fortuna vuole che gli italiani abbiano un senso umanitario spiccato, altrimenti personaggi come Matteo Salvini avrebbero la meglio. La sua ostinazione nell’opporsi ai migranti ha chiare mire elettorali.

L’opposizione, infatti, non propone possibili soluzioni ragionate e logiche, solo slogan che vanno a solleticare gli istinti più bassi delle persone. Una massa, peraltro esasperata da una politica che, in generale, non sa affrontare i problemi sociali.

Non è semplice farlo, i poteri forti sono sempre un passo più avanti, sanno come condizionare le decisioni. La coalizione giallo-verde (Movimento5 stelle più Lega) è un obbrobrio creato dal Pd renziano (un disastro, una tragedia).

Il giallo, si agita a dismisura e anche se animato da buone intenzioni è comunque ostacolato da una grave imperizia politica.

Mentre il verde di Salvini sembra un rigurgito mussoliniano, sconclusionato e pasticcione.

Soprattutto a Salvini sembra mancare un minimo di preparazione storica e il senso basilare del rispetto civile e umano.

La sua superficialità è sconvolgente. La sua approssimazione allucinante, il suo machismo umiliante.

Insistere sulla migrazione, prendersela con i poveri, è quanto di più meschino ci possa essere.

L’Italia, per vari motivi, è predisposta all’accoglienza: un politico con assennatezza e coraggio, dovrebbe porre la questione in Europa in modo adeguato, puntando a una realtà di fondo inconfutabile: l’Occidente ha creato il problema dell’emigrazione, l’Occidente lo deve risolvere.

Non può certo farlo non facendo niente o agendo male al servizio del razzismo.

Dario Lodi

Imprese d’Italia, questa è l’ora di aiutare Genova

“Si è parlato di ricostruzione, investimenti, gestione delle Autostrade… Ma chi pensa alle famiglie delle 43 vittime? Chi pensa e chi vorrà, tenacemente, capire e sapere la verità di ciò che è accaduto?”.

Associazione Familiari Vittime strage di Viareggio

 

Sono trascorsi soltanto 16 giorni ma nell’Italia dalla memoria cortissima, chi si ricorda dei familiari dei 43 morti della strage di Genova sono i familiari dei 33 morti della strage della stazione di Viareggio del 29 giugno 2009. Che nove anni dopo sono ancora in attesa del processo di appello. “Orfano di un pezzo di verità – scrivono nel volantino distribuito alla Festa del Fatto della Versiliana – poiché capi d’imputazione (come l’incendio colposo), nonostante le condanne (dei vertici delle ferrovie, ndr), saranno prescritti”. Infatti nell’Italia dei senza vergogna e delle lacrime di coccodrillo avviene che l’allegra brigata Atlantia-Autostrade-Benetton sostenga di avere adempiuto agli “obblighi concessori”. Quando è accertato che tutti quelli che dovevano sapere che il ponte Morandi era a rischio crollo lo sapevano. Tranne i 43 morti e le decine di feriti che il 14 agosto ci passavano sopra.

A dimostrazione che appellarsi al responso della magistratura, per stabilire colpe e responsabilità comunque percepibili a occhio nudo, è certamente cosa buona e giusta in uno Stato di diritto. Ma farlo con il retropensiero che tanto i tempi della giustizia italiana sono quelli che sono e che quando si arriverà a una sentenza definitiva probabilmente di quella tragedia l’opinione pubblica avrà solo un labile ricordo, è pura e semplice (purtroppo non punibile) malafede. Senza contare la vergogna delle prescrizioni ammazzagiustizia, come dimostra la tragedia di Viareggio. Istituto i cui tempi andrebbero estesi soprattutto quando si tratta di reati con un forte impatto civile. Come del resto promesso dai Cinquestelle ma che il contratto di governo prevede purtroppo in una forma edulcorata.

Infine, una proposta per gli sfollati di Genova. Centinaia di famiglie costrette a non ritornare piu nelle case minacciate dai resti pericolanti del viadotto. Senza neppure essere in grado di recuperare le suppellettili indispensabili. A parte gli interventi di prima necessità assicurati da Comune e Regione, va apprezzata l’iniziativa di Intesa Sanpaolo che ha cancellato i mutui sottoscritti dagli inquilini per gli appartamenti non più abitabili. In attesa che l’esempio sia seguito dalle altre banche interessate sarebbe altrettanto lodevole se certi marchi dell’arredamento o dei salotti o delle cucine che spendono somme gigantesche in ossessivi spot televisivi donassero a quelle famiglie sfortunate l’occorrente per potere ricominciare una vita. Oltretutto con un ritorno di immagine di indubbio valore etico. Suggerisco uno slogan: ‘Poltrone e sofà gli artigiani della solidarietà’.