“Lehman è stato il muro di Berlino del capitalismo: ma fa ancora danni”

Un capitalista, dice Marx nella più famosa tra le sue opere, ne ammazza sempre molti altri. Potrebbe essere un buon riassunto del crac di Lehman Brothers, banca d’affari fallita il 15 settembre 2008, dalla cui storia Stefano Massini ha tratto prima una pièce teatrale e poi il bellissimo Qualcosa sui Lehman (Mondadori). A lui abbiamo chiesto cosa rimane della più grande bancarotta della storia degli Stati Uniti.

Come si è avvicinato a Lehman?

Mi colpì come un titano dell’economia avesse potuto collassare in così poco tempo. Ricordo i racconti delle lunghe notti in cui si era deciso, nei consigli di amministrazione, prima il tentativo di salvataggio, poi la bancarotta: pensai che l’immagine di questi grandi finanzieri riuniti per notti intere attorno a un tavolo fosse molto teatrale. Quando cominciai a lavorarci, mi resi conto che più del fallimento, era interessante quello che stavo scoprendo della vicenda della famiglia. Lì mi venne l’idea di scrivere la storia di che cosa era caduto con la banca Lehman.

Il suo libro inizia quasi due secoli fa, a metà dell’Ottocento, in un altro continente. Cosa l’ha colpita di più durante le ricerche?

In ogni storia ci sono elementi potenzialmente interessanti. Poi esistono poche storie che non solo hanno quegli elementi, ma contengono un valore simbolico fortissimo e sono in grado di raccontare un’intera epoca. Diversamente da altre, pur interessanti, dinastie bancarie come Goldman Sachs o Rothschild, la vicenda di Lehman contiene una parabola. Inizia con il commercio dei tessuti, il cotone first choice e poi il tabacco, in una bottega dell’Alabama. Parliamo dei figli di un commerciante di bestiame della Baviera: da qui, nell’arco di poco tempo, la famiglia fa un passaggio che secondo me anche la nostra civiltà occidentale ha fatto, cioè un cammino che dalla concretezza va verso l’astrazione.

Mayer Lehman, nel libro, lo racconta così: “Quando stavamo nel commercio la gente ci dava i soldi e noi davamo in cambio qualche cosa. Adesso che siamo una banca, la gente ci dà lo stesso i soldi ma noi non diamo in cambio niente”.

Esatto. Si arriva, tramite vari passaggi, al denaro che finanzia altro denaro, senza che al fondo ci sia nessun bene reale. La storia della famiglia Lehman contiene questo elemento di dematerializzazione.

Profetico?

I profeti sono coloro che anticipano. Nel mito greco, il dramma di Cassandra è che lei vede prima ma nessuno la crede: il dramma del profeta è sempre non essere creduto. La storia dei Lehman contiene diversi elementi di ‘profezia’, oggi lo possiamo constatare benissimo. Sono sempre stato del parere che nella letteratura noi cerchiamo alla fin fine qualcosa che ci insegni ad affrontare le questioni di ogni giorno. La storia dei Lehman è molto utile: serve a capire dove sono stati commessi gli errori.

Perché ha scelto di raccontare una storia almeno geograficamente lontana, quella appunto del crac Lehman, e non la storia del Monte dei Paschi?

Me lo hanno spesso chiesto anche perché sono toscano. Ma c’è una ragione alla base della mia decisione: quella del Monte dei Paschi è una storia di reati e indagini della magistratura. Quello che rende paradossale per certi versi, e sicuramente incredibile, la storia di Lehman è che non c’è nessun carcere, perché non ci può essere. La patologia per cui è saltata in aria la Lehman è sistemica.

Il suo romanzo è appunto anche una critica feroce a questo capitalismo. Dieci anni dopo cosa abbiamo imparato?

Dicevo che questa è la vicenda di un ordine che in quel momento aveva bisogno di un capro espiatorio per essere raddrizzato. Non è malaffare, è il grido d’allarme di un sistema al collasso. Qui sta il valore simbolico della storia. A distanza di dieci anni possiamo dire che Lehman è stato il muro di Berlino del capitalismo. Con Berlino è caduto il comunismo e per un verso con Lehman è caduto il capitalismo: Soros, dopo il crac, disse chiaramente ‘Questo sistema è finito’. È stata una cesura, un punto di non ritorno. Eppure dopo quel crac tanto fragoroso, una grandissima parte di coloro che rivestivano incarichi dirigenziali dentro Lehman Brothers, hanno trovato analogo impiego con analogo grado presso altri colossi dell’economia…

Dopo il crollo del Muro di Berlino, i partiti di sinistra nel mondo non sono scomparsi. Anzi, abbiamo avuto governi progressisti anche in nome di quelle idee.

Ma non era più la stessa sinistra. Non poteva più esserlo, se non a livello testimoniale o nominale. Il sistema cui si riferivano i partiti socialisti e comunisti fino agli anni Ottanta era finito per sempre. Nello stesso modo Lehman è stato uno iato, anche se naturalmente le banche esistono ancora.

Non è cambiato nulla?

Sulle nostre teste c’è un grande cartello di pericolo imminente: adesso lo sappiamo. La prima parte dei Lehman è la storia di un’impresa commerciale che diventa banca. Poi la banca va talmente bene che s’insuperbisce, cominciando a fare il passo più lungo della banca. Fino a che questi comportamenti portano il sistema a un default, la crisi del ’29. Una cosa epocale: suicidi, disastri, disoccupazione alle stelle. Il sistema in quel momento ha una battuta d’arresto. Lehman è tra le pochissime che si salva. Attenzione perché nei trenta, quarant’anni successivi il sistema è ben consapevole del trauma subito. Ma la macchina si rimette in moto e, di fatto, quel che accade nel 2008 è un’altra crisi del ’29. Oggi la situazione è analoga, solo con tempi molto più accelerati. In un mondo interconnesso certa roboante economia sta sostanzialmente facendo finta di nulla. Adesso constatiamo che le minacce nucleari, i missili reali, di un piccolo dittatore coreano riempiono i titoli dei giornali per un po’. Ma poi il dittatore dà la mano a Donald Trump e tutto finisce lì. I missili reali sono una forma di bullismo internazionale. Altro è quello che si compie con i dazi o le grandi speculazioni. Dal crac Lehman abbiamo assistito a un’economizzazione dei conflitti: la guerra oggi si fa con l’economia.

Follia al museo civico, badante col coltello uccide la bibliotecaria

Un gesto inspiegabile. Forse un raptus. Ieri pomeriggio a Canneto sull’Oglio (Mantova) una donna ha accoltellato alcune persone all’interno di un museo del giocattolo storico e altre in piazza Gramsci. Una donna di 54 anni, Paola Beretta, bibliotecaria del museo, è morta. L’accoltellatrice, una badante di origini polacche, è stata fermata da Marco Quatti, comandante della polizia locale di Asolo (Mantova) che era fuori servizio. Le ha lanciato contro una bicicletta ed è riuscita a disarmarla. “Aveva gli occhi fuori dalle orbite – ha detto Quatti all’Ansa –. Teneva in mano due coltelli da macellaio e mi veniva incontro. Io le dicevo ‘mettili giù’ e lei mi urlava ‘vai via’, finché non si è avvicinato un mio amico in bici e io le ho lanciato la bici sulle gambe, disorientandola. Un’altra persona le ha dato una bastonata sulla mano, poi le ho dato un calcio sulla pancia e lei ha mollato i coltelli. Poi è stato facile immobilizzarla”. La vittima si chiama Paola Beretta. Un’altra persona ferita spingeva la madre su una carrozzina. Il terzo è un trentenne della Protezione civile di Asola. La quarta persona rimasta ferita è la signora in carrozzina, che è caduta sul selciato. La badante la notte scorsa aveva già aggredito una persona.

Peppino Impastato e l’amico nero: la foto su Facebook scatena una lite

“Tenetevi Salvini. Lasciate stare in pace Peppino. Egli vola ben più in alto di voi. Eccolo in una foto con uno dei suoi più grandi amici, Binirittu u niuru”, recita il post su Facebook di Salvo Vitale, già compagno di battaglie di Peppino Impastato e oggi professore in pensione e giornalista per diletto, accanto a una foto in bianco e nero degli anni 60 che ritrae, giovani, sorridenti e abbracciati, Peppino Impastato e un amico di colore, Benedetto soprannominato “u niuru’’ (il nero).

Vitale la posta per sottolineare l’indole da sempre antirazzista del militante di Democrazia proletaria ucciso a Cinisi nel ’78 per le sue denunce contro il boss mafioso Tano Badalamenti, la cui memoria è rivendicata anche da CasaPound che lo considera un martire coraggioso della giustizia. Ma quella foto non è piaciuta alla figlia di Benedetto, che abita a Cinisi e su Facebook si fa chiamare Daniela Tempesta, che con toni ultimativi ha intimato al professore di toglierla dal social con una replica al vetriolo: “Devi levare il post perché mio padre non è un immigrato… io parlo a nome suo visto che lui non può e se avesse visto questo post si sarebbe incazzato, non hai nessun rispetto per Binirittu e parli solo per la tua politica del cazzo che non ha mai concluso niente per noi giovani… Peppino è morto ma invano, perché avete fatto della politica un servizio alle vostre tasche…. Faccia di baccalà”.

Parole feroci, che uno dei commenti spiega con l’ira della donna per l’appellativo, “niuru’’, tirato fuori da Vitale, “perché questa parola – scrive la figlia – nell’infanzia di mio padre ha pesato”. “Figlio della guerra”, e cioè di una somala residente in paese negli anni 40 e di un soldato americano sbarcato in Sicilia, poi adottato da una famiglia del luogo, Benedetto u niuru oggi è un anziano pensionato che sta male, non frequenta i social e di questa polemica non sa nulla.

Alla figlia, indignata per la foto del padre con uno degli eroi nazionali dell’Antimafia reale che pagò con la vita il suo impegno civile e intellettuale, l’ex compagno di Impastato che non ha intenzione di togliere la foto, ha replicato così: “Nessuno vuole offendere la dignità di tuo padre, che ne ha tantissima e nessuno vuole dire che il colore della pelle, nero, bianco o olivastro, o giallo sia una discriminante. Forse sei tu a pensarlo e credi che sia così anche per gli altri. Ma non è il mio caso… Non capisco perché invece di essere orgogliosa di una foto in cui tuo padre è con Peppino e non mostra alcun pregiudizio razziale, dici che non avrei dovuto pubblicarla. Ho la vaga sensazione che Salvini abbia triturato il cervello anche a te e che la triste conseguenza del clima politico degli ultimi tempi è quella di distruggere, in nome della politica, anche i rapporti umani. Non definisco, come hai fatto tu, la tua faccia, ma ti invito a guardarti allo specchio e a chiederti perché sei diventata così. Senza rancore. Ciao”.

Le commissarie di Corleone sulle orme di Dalla Chiesa

“In queste foto c’è la leggerezza e la professionalità della prima esperienza siciliana di Dalla Chiesa che a Corleone indagò sulla morte di Placido Rizzotto. La sua figura è stata una sorte di leit motiv dal nostro insediamento ed è stata una soddisfazione sentirci dire durante una riunione con la cittadinanza: voi ci state unendo”. Questo raccontano le tre commissarie che da 24 mesi amministrano il Comune di Corleone (Palermo), sciolto per mafia per la prima volta nell’agosto 2016, in seguito a un blitz dei carabinieri. Tre funzionarie del ministero dell’Interno, ma soprattutto tre donne, come raramente accade: Giovanna Termini, viceprefetto e presidente della Commissione; Rosanna Mallemi, viceprefetto aggiunto; Maria Cacciola, funzionario economico finanziario. “È vero, una concentrazione del genere non è consueta. La Sicilia è una società matriarcale ed è nelle sue corde – dice la presidente Giovanna Termini – tanto che a parte i primi momenti qui a Corleone non abbiamo mai avuto alcuna ritrosia”.

I fantasmi dei criminali Totò Riina e Bernardo Provenzano hanno smesso di aleggiare sulla città che adesso vuole cacciar via anche il loro immaginario, dai liquori che richiamano Il Padrino ai manifesti che scimmiottano Marlon Brando e Al Pacino nelle vesti di uomini d’onore. Il prossimo 21 ottobre i corleonesi torneranno a eleggere il proprio sindaco ma prima di andar via le commissarie non stanno tralasciando alcun dettaglio. E con una montagna di carte davanti, elencano i provvedimenti approvati. Una sfilza di regolamenti apparentemente superflui ma concreti.

“Prima di tutto abbiamo voluto tutelare l’immagine della città di Corleone – dice Giovanna Termini – che in questi anni è diventata sintesi delle più grosse nefandezze”. I suoi paesaggi diventarono set pubblicitario per un’auto francese: nello spot si simulava un test per la capienza del cofano con un uomo incaprettato. “Adesso c’è un regolamento comunale e prima di accendere le videocamere si dovrà chiedere l’autorizzazione – continua –, così come per l’utilizzo del gonfalone del Comune che prima veniva portato un po’ ovunque. Si è iniziata la raccolta differenziata che adesso dovrà crescere”.

Le scommesse principali riguardano il settore del turismo e quello dell’agroalimentare. “Abbiamo contribuito a dar vita a un marchio – dice Rosanna Mallemi – che identifichi tutti i prodotti di Corleone e si è promosso un turismo che mette a sistema circuiti religiosi, beni confiscati e prodotti delle terre sottratte alla mafia”. Una vera missione in una città in cui anche il figlio di Provenzano faceva da guida ai Mafia-Tour, utilizzando come base un bene comunale. Durante l’ultima amministrazione i tentacoli della famiglia mafiosa locale erano arrivati a gestire la riscossione delle tasse comunali passando dal 73% al 25% di tributi incassati. “Per prima cosa abbiamo previsto delle rateizzazioni e la città ha risposto positivamente – continua Cacciola – però preferiamo non dare dei dati perché anche chi non ha pagato ha ancora tempo. Anche i familiari dei boss, nonostante qualche titolo sensazionalistico sui giornali, stanno iniziando a pagare”. E in città è palpabile la riluttanza nei confronti della stampa mainstream che, soprattutto in occasione della morte degli storici boss di mafia, si è catapultata in una città che adesso ha voglia di normalità. “Abbiamo assistito a scene molto toccanti. Corleone è fatta da giovani universitari e professionisti che fanno la spola con Palermo, associazioni che si impegnano sul territorio – dicono – e abbiamo avvertito un forte legame con la storia positiva, a partire dal prefetto Dalla Chiesa. Lo scorso anno i ragazzi hanno organizzato un concerto Gospel proprio in sua memoria, quest’anno non abbiamo fatto altro che raccogliere il loro spunto”.

Per l’anniversario dell’uccisione del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso il 3 settembre 1982 dopo appena cento giorni dal suo arrivo a Palermo, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro) a partire da domani nel chiostro del Complesso Sant’Agostino sarà allestita una mostra con 40 foto del fotografo Pietro Olivieri (1913-1983) che raffigurano il primo periodo siciliano iniziato proprio il 3 settembre 1949 quando al giovane capitano fu affidato il comando della compagnia di Corleone. Al generale sarà intitolata anche la sala convegni del Complesso e un annullo filatelico. “In questi contesti la modalità è quella di dividere ma l’insegnamento di Dalla Chiesa è proprio il contrario. L’ordinarietà qui diventa straordinarietà, ma la gente chiede soltanto di essere ascoltata e questo abbiamo provato a fare. Tutti allo stesso livello”.

Nigeriano pulisce le strade e viene multato per 100 euro

Puliva i marciapiedi di Verona con spazzolone e paletta, ma un migrante nigeriano è stato multato di 100 euro dalla Polizia municipale per accattonaggio perché al suo fianco è stato trovato un bicchiere per la raccolta delle offerte dei passanti. L’episodio, riferito dai giornali locali, è stato denunciato da Giovanni Gabanizza, storico leader di Sinistra Italiana. “La motivazione della multa riguarda il fatto che avrebbe impedito l’accesso al marciapiede – spiega Gabanizza – e svolto azioni di accattonaggio, ma sono pronto a testimoniare che l’uomo non ostruiva un bel niente”. Quanto ai soldi, aggiunge, il migrante “aveva solo posto un cartoncino piegato e appoggiato al muro per far sapere che per quel lavoro aveva acquistato spazzoloni, sacchi e scope, ragion per cui ringraziava chi eventualmente voleva aiutare questo lavoro volontario. Se fosse stato un bianco non lo avrebbero sanzionato”. L’amministrazione comunale di Verona replica attraverso l’assessore alla Sicurezza Daniele Polato: “C’è un Regolamento di Polizia urbana e gli agenti (…) sono obbligati ad applicare le regole, che sono uguali per tutti. (…) Se l’uomo si fosse limitato a pulire la strada senza chiedere l’elemosina non sarebbe stato multato”.

Sbarchi “fantasma”: in 66 su sei natanti arrivano a Lampedusa

Sei barche sono state bloccate nella notte tra venerdì e sabato a Lampedusa, natanti leggeri che partono spesso dalla costa tunisina e spesso sfuggono ai controlli, ma non sempre. La notte scorsa i carabinieri hanno prima bloccato tre natanti, con a bordo 30 persone, che erano appena approdati a molo Favarolo e poi un’altra piccola imbarcazione, con sopra altri 14, che era riuscita a spingersi fino a cala Palme. La Guardia costiera, invece, nelle acque antistanti alla più grande delle isole Pelagie, ha intercettato e fermato, altri due natanti con a bordo 8 e 14 tunisini. Tutti i 66 migranti sono stati portati all’hotspot di contrada Imbriacola.

A volte arrivano anche fino alla Sicilia. Nell’agrigentino gli investigatori continuano a cercare le persone che si trovavano a bordo della piccola imbarcazione lasciata sull’arenile della spiaggia di Giallonardo a Realmonte (Ag). Insieme ai vestiti bagnati abbandonati chiari segni di uno sbarco fantasma di migranti. Carabinieri e polizia stanno setacciando l’area, spingendosi fino a Porto Empedocle e Siculiana. Un gruppo di migranti era arrivato due giorni fa a Lampedusa su un barchino trainato da un peschereccio tunisino.

Gestori in Ferrari, “porcherie” e cibo avariato ai migranti

Un magistrato stava indagando: “Ha mandato un ordine di perquisizione di Bagnoli”. Così l’ex prefetto di Padova Patrizia Impresa (non indagata, ora a Bologna) avvisava il suo vice Pasquale Aversa (indagato e rimosso) dei controlli nel centro di accoglienza gestito dalla Ecofficina di Simone Borile (indagato). La struttura era stracolma. “Vuoi avvisare…”, dice lei. “Ecofficina. Lo devo avvisare?”, replica lui. “Direi di sì”, conclude. L’intercettazione – pubblicata ieri dal Mattino di Padova – rivela i forti legami tra funzionari del ministero dell’Interno e alcune società impegnate nell’accoglienza durante gli anni dei flussi più massicci. Il caso non è unico, Salvatore Buzzi insegna. Molte sono le inchieste recenti che rivelano il malaffare dei gestori, le connivenze di funzionari pubblici, gli interessi della politica e della criminalità.

 

Veneto, la prefetta e le “schifezze, ma lecite”

“Ne abbiamo fatte di porcherie, però quando le potevamo fare”. Così il prefetto Impresa parlava di gestione dei migranti ad Aversa, indagato in un’inchiesta della Procura di Padova sulla cooperativa Ecofficina che faceva affari d’oro sull’accoglienza dei migranti: nel 2016 è arrivata a fatturare quasi 20 milioni. Il primo bilancio della società nel 2011 era di 114 mila euro. Al centro dell’inchiesta, il sovraffollamento nei centri di Cona (Venezia) e Bagnoli di Sopra (Padova): i profughi dormivano perfino in cucina. E non preoccupavano neanche le ispezioni a sorpresa, grazie alle soffiate agli indagati: “Stamattina viene la collega per i controlli”, dice una funzionaria della Prefettura. Non è tutto. Secondo un ex dipendente di Ecofficina, a Cona, c’erano “due stanze con ospiti femminili. (…) Alcuni ragazzi uscivano dalla stanza allacciandosi la cintura dei pantaloni. C’erano voci, in particolare sulla tariffa delle prestazioni, di 10 euro”.

 

In Toscana, le convenzioni false del parroco

“Quanti ce ne ha messi?”. “Parecchi, più di quanti pensa lei, ho fatto il mio dovere. Lei pensi a un numero, di più!”. Ottorino Stantetti, amministratore della Eurotravel Srl – finito giovedì ai domiciliari con l’accusa di frode in pubbliche forniture – parlava così del sovraffollamento dei centri per migranti. Anche a Firenze, la regola era infilare più persone possibili negli alloggi. Stantetti è coinvolto in un’inchiesta nata da alcuni sopralluoghi dei carabinieri nei sette centri fuori Firenze: durante uno di questi in un ex albergo di Impruneta gestito dalla coop “Il Cenacolo” gli agenti avevano trovato 69 posti letto rispetto ai 20 previsti.

Anche qui, i controlli venivano elusi: “Prima dell’ispezione – racconta un migrante ai carabinieri – arrivava una persona che toglieva un letto per camera e mandava via una persona per ogni stanza”.

Non solo: secondo alcuni racconti fatti agli investigatori, ai migranti veniva fornito cibo scaduto o avariato e le lenzuola venivano cambiate una volta ogni tre mesi. Inoltre – è l’accusa – i gestori delle coop facevano soldi evitando di dare ai migranti il pocket money (2,50 euro netti di cui avevano diritto) e le ricariche telefoniche da 15 euro.

A Prato, invece, a luglio sono finiti indagati i vertici delle cooperative “Verde Mela” e “Humanitas” per aver ospitato i migranti in cinque appartamenti privi di autorizzazioni, mentre a Grosseto finirà a processo con l’accusa di turbativa d’asta e appropriazione indebita l’imprenditore Guido Pacchioni che, per i pm di Siena, avrebbe fatto sottoscrivere a un parroco (indagato) una convenzione fasulla per accedere agli appalti: 600 mila euro destinati ai migranti sarebbero finiti nelle tasche di Pacchioni e dei collaboratori.

 

Anche a Latina facevano “come Mafia Capitale”

Stipendi gonfiati e affari in famiglia. Sono alcune delle accuse della Procura di Latina ai gestori di due onlus, “Ginestra” e “Azalea”, che gestivano l’accoglienza di migranti a Fondi e nei comuni vicini.

Dall’inchiesta (che ha “analogie con Mafia Capitale”, secondo il procuratore aggiunto Carlo Lasperanza) è emerso che dei 32 euro al giorno stanziati per le spese di accoglienza di ogni migrante, ne venivano spesi pochissimi per lo scopo reale. “Stai a spende’ un euro e 66 a testa per pranzo e cena”, è una delle intercettazioni. Invece 2.500 euro sarebbe stati usati per il battesimo del figlio di uno degli indagati.

 

Benevento, auto di lusso e barche all’imprenditore

A Benevento sono state chiuse le indagini sul “re dei migranti” Paolo Di Donato, ai domiciliari dal 21 giugno per truffa e corruzione. L’imprenditore ha sfornato dichiarazioni dei redditi di quasi mezzo milione di euro, girava in Ferrari, postava foto su lussuose barche: era il dominus del consorzio Maleventum, gestore di 13 centri di accoglienza per un totale di quasi 1000 ospiti. Stipati in strutture fatiscenti e senza acqua calda, i rifugiati venivano alimentati a colazione “con latte allungato con acqua altrimenti non bastava per tutti”, secondo il verbale di un dipendente del consorzio costretto a lavorare 80 ore a settimana per circa 1.000 euro al mese. Era stato assunto, a sua detta, per intercessione di una politica.

E infatti Di Donato vantava amicizie politiche: veniva intercettato al telefono con uomini dello staff del sottosegretario Ncd Gioacchino Alfano e dichiarava (o millantava) buoni rapporti “con persone vicine ad Alfano”, alludendo all’ex ministro dell’Interno. Secondo l’accusa, l’imprenditore “risparmiando” su vitto e alloggio dei migranti avrebbe ottenuto, guadagni stratosferici. Anche grazie a un appoggio in Prefettura, a Benevento. Si tratta di Felice Panzone (sospeso per un anno). Il 5 febbraio 2016, Panzone avvisa i gestori dei centri di una ispezione: “Passate la cera”. E in un’altra intercettazione, dice: “Tuo figlio vuole guadagnare 10 mila euro al mese? 10 migranti, 10 mila euro al mese lordi, utili 30-35%. Me lo mandi, io gli spiego come si fa”.

E ancora: “Il capo di gabinetto mi porta giornalisti, amici di infanzia per aiutare signore da inserire come traduttrici, interpreti”.

 

Il Cara di Capo Rizzuto, bancomat delle cosche

Migranti a digiuno o quasi se si considera quello che il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha definito “cibo che solitamente si dà ai maiali”.

Il tutto mentre la ’ndrangheta si spartiva i soldi per l’accoglienza che dovevano servire alla gestione del Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), diventato “bancomat delle cosche”. Siamo nel maggio 2017 e la Dda arresta 67 persone. Gli indagati dell’inchiesta sono molto di più: 108 quelli ora sotto processo.

L’imputato principale è l’ex governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, “il Buzzi calabrese”: dalla cena con Angelino Alfano, con tanto di foto ricordo, agli uomini della cosca Arena il passo è breve. In 10 anni, dalle sue mani sono passati circa 100 milioni di euro di soldi pubblici. Sul banco degli imputati c’è pure don Edoardo Scordio, il parroco di Isola che ha ricevuto “senza alcun titolo, cospicue erogazioni di denaro dalla Misericordia”: per gli inquirenti 3 milioni e mezzo di euro portati in Svizzera.

 

A Mineo, posti di lavoro in cambio di voti

L’ultima dichiarazione è di Salvini, a Catania, il 14 agosto: “Lo chiuderemo”. Di proroga in proroga (il bando è stato prorogato fino al 30 settembre) il Cara di Mineo resta aperto e in questi 12 mesi ha continuato a pesare sulle casse dello Stato per quasi 10 milioni di euro. Quattro i filoni d’inchiesta, il principale, collegato con “Mafia Capitale”, con 15 imputati è già in dibattimento a Catania (Luca Odevaine ha patteggiato e il sottosegretario Giuseppe Castiglione è processato a parte con il giudizio immediato), gli altri, condotti dalla procura di Caltagirone, hanno portato a galla le mille facce del business legato alla politica, a partire dai posti di lavoro per i candidati trombati o per i consiglieri comunali rimasti disoccupati.

La Procura continua ad indagare anche sull’offerta di un posto di lavoro nel Cara alla fidanzata di un consigliere comunale di minoranza in cambio di un passaggio allo schieramento di maggioranza, e altri due filoni riguardano appalti affidati senza bando sempre alle stesse coop. A Trapani, invece, l’ultima inchiesta è di luglio: arrestato Norino Fratello, cuffariano della prima ora nell’Udc, ex deputato regionale eletto con i voti della mafia nel 2001, accusato di intermediazione fittizia di beni e bancarotta fraudolenta per avere gestito quattro coop con i prestanome. E sempre a Trapani è aperta da quattro anni un’indagine che coinvolge l’ex direttore della Caritas Sergio Librizzi, condannato a 9 anni per violenza sessuale nei confronti di minori extracomunitari, ospitati nei centri: in cambio del visto per lo status di rifugiato avrebbe preteso dai ragazzi prestazioni sessuali accertate in otto casi.

Il premier croato respinge le accuse di violenza

Ha respinto le accuse rivolte alla polizia il premier croato Andrej Plenkovic. Le forze di frontiera schierate sul confine con la Bosnia-Erzegovina sono al centro di denunce di maltrattamento e violenza nei confronti dei migranti che tentano di risalire verso nord al nuova rotta Balcanica. Plenkovic ha rivendicato il ruolo della Croazia nella difesa del confine esterno della Ue. In una intervista al quotidiano tedesco Die Welt il premier croato ha detto che la polizia si limiterebbe ad attuare le norme nazionali e europee, compreso il codice Schengen e il regolamento di Dublino. Molti migranti respinti nella zona nord ovest della Bosnia hanno denunciato di essere stati colpiti violentemente dalla polizia di frontiera in zona croata, dopo aver varcato il confine attraversando i boschi. Secondo le loro testimonianze, subito dopo il fermo, gli agenti di Zagabria distruggerebbero i cellulari, sottraendo, tra l’altro, i soldi illegalmente. Diverse Ong presenti in zona riferiscono che i migranti arrivano nei campi, dopo l’espulsione dalla Croazia, con ferite evidenti.

I video visti dal Papa sono credibili, la foto no

Serve una doverosa premessa: le torture nei centri di detenzione di Tripoli – ufficiali e non ufficiali – sono vere e attuali, certificate, come raccontiamo in questa pagina, dall’ultimo rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite. C’è la realtà e c’è poi la narrazione. È il caso di un articolo di Avvenire che ha scatenato polemiche e controinchieste. Al centro del contendere, l’autenticità di alcuni video che documentano quelle torture.

Tutto ha inizio sull’aereo papale, di ritorno dall’Irlanda. È il 27 agosto, Bergoglio racconta ai giornalisti presenti: “Ho visto in un video che cosa succede a coloro che sono mandati indietro e che sono ripresi dai trafficanti. È doloroso, agli uomini praticano torture, le più sofisticate”. Il giorno dopo, martedì 28 agosto, il quotidiano cattolico Avvenire pubblica un articolo descrivendo alcuni dei video visionati da Papa Francesco. L’articolo è firmato da Nello Scavo, che da tempo segue il tema della migrazione. La pagina è illustrata da due fotografie, definite dalla didascalia come fotogrammi dei video. Un errore materiale, come vedremo.

Alle 10.48, su Twitter, tale Francesca Totolo chiede a Scavo di fornire la fonte dei video. Alle 12.34, l’account IamJamesTheBond – in stretto contatto con la stessa Totolo – accusa Avvenire di aver pubblicato una notizia falsa, spiegando che una delle due fotografie proverrebbe dalla Nigeria. Chi sono questi due debunker? Francesca Totolo è una collaboratrice del giornale di CasaPound Il Primato nazionale. È l’autrice della storia delle “unghie smaltate” di Josepha, la donna africana salvata dalla Open Arms. L’utente IamJamesTheBond è un anonimo, attivo in Rete dall’aprile 2017, specializzato nel preparare dossier contro le Ong.

Mercoledì 29 agosto il Primato nazionale pubblica un articolo firmato da Davide Di Stefano, esponente di CasaPound, sostenendo che “Avvenire ci ha spacciato una fake news bella e buona grazie al lavoro del bufalaro Nello Scavo”.

Il giorno dopo, 30 agosto, Avvenire spiega: “Nel creare la didascalia della foto abbiamo erroneamente scritto che erano frame. Ma i filmati esistono, sono drammatici e sono stati consegnati alla magistratura”. Il Fatto Quotidiano ha visionato alcuni filmati che provengono, secondo fonti Caritas, da migranti e rifugiati giunti in Italia che dicono che “questo è quello che avviene in Libia, sono i filmati che mandano alle famiglie per costringerle a pagare”. Nessun elemento materiale consente di escludere che sia vero, ma neppure il contrario. Dalle prime analisi tecniche, però, non emergono manipolazioni dei filmati.

Il 30 agosto, il quotidiano La Verità pubblica un lungo articolo accusando Avvenire e Repubblica – che aveva ripreso l’inchiesta del quotidiano cattolico, con un editoriale a firma Francesco Merlo – di aver pubblicato “foto e video falsi”. L’autore, Francesco Borgonovo, cita tre video: il primo, sostiene l’autore, sarebbe stato girato in Brasile; per quanto riguarda il secondo “non c’è nessuna prova che sia stato ripresi in Libia”; sul terzo, La Verità scrive che “la provenienza è incerta”. Comparando la descrizione dei filmati appare chiaro che i video raccontati da Avvenire e da La Verità sono in parte differenti. Nello Scavo aveva descritto altri filmati, salvo il terzo, riferito a una decapitazione.

“Ancora torture ai migranti pure nei campi di al-Sarraj”

È il tono che colpisce: secco, come si conviene a un documento ufficiale. Eppure, l’ultimo rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, affonda la lama nel punto più delicato del dossier Libia, le condizioni dei migranti e dei rifugiati. Tema caldo, centrale, direttamente collegato con la politica italiana avviata da Matteo Salvini sul Mediterraneo centrale.

Il calo degli arrivi – iniziato nell’agosto 2017, quando al Viminale governava Marco Minniti, rafforzatosi con il leader leghista – in Italia non è a risultato zero.

Che accade dall’altra parte del mare? La risposta è arrivata il 24 agosto, firmata dalla più alta carica dell’Onu: “I migranti e i rifugiati continuano a essere esposti alla privazione della libertà e alla detenzione illegale – scrive Guterres – in centri ufficiali e non ufficiali”. Un punto chiave. Non ci sono infatti dubbi sulle condizioni all’interno dei campi di prigionia gestiti dai trafficanti: i fascicoli delle Procure italiane che indagano sugli scafisti sono pieni di testimonianze durissime. Il vero punto è quello che accade nei centri di detenzione gestiti dal governo di al-Sarraj, dove vengono portati i naufraghi salvati dalla Guardia costiera libica, finanziata e formata dal governo italiano. Quella parola, “ufficiali”, inserita nella denuncia del rapporto Onu ha dunque un valore politico di rilievo. Prosegue il dossier: ci sono “torture, includendo violenze sessuali, rapimenti a scopo di riscatto, estorsioni, lavoro forzato e esecuzioni extragiudiziarie”.

Il rapporto del Consiglio di sicurezza dell’Onu evidenzia anche la correlazione tra la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale con l’aggravamento delle condizioni dei migranti in Libia: “Il numero dei detenuti – si legge nel documento – è aumentato a causa dell’aumento delle intercettazioni in mare (effettuate dalla Guardia costiera di Tripoli, ndr) e la chiusura delle rotte marittime ai migranti, prevenendo la loro partenza”. Se da una parte si evita il rischio dell’attraversata, dall’altra le condizioni dei campi dove vengono portati, quando sono raccolti dai libici, sono inumane. Chi sono gli autori delle torture e delle detenzioni giudicate illegali? Guterres lo spiega chiaramente: “I perpetratori sono ufficiali dello Stato, gruppi armati, trafficanti di uomini e gang criminali”.

Le condizioni sono particolarmente critiche nel centro di Zuwarah, città portuale a circa 100 chilometri a ovest di Tripoli. Il campo era già stato oggetto di denunce da parte di Medici senza frontiere lo scorso maggio: “La situazione è critica. Invitiamo con forza tutte le agenzie internazionali presenti in Libia, i rappresentanti dei Paesi di origine e le autorità libiche a fare tutto il possibile per trovare una soluzione per queste persone entro i prossimi giorni”, aveva dichiarato Karline Kleijer, responsabile per le emergenze di Msf. Guterres usa parole ancora più gravi: “Unsmil (missione Onu in Libia, ndr) ha raccolto informazioni sulle condizioni di detenzione, sulle torture e sugli abusi commessi a Zuwarah, centro gestito dal Dipartimento per la lotta all’immigrazione clandestina”. Agli ispettori Onu è stato impedito di proseguire l’inchiesta nei tanti campi di detenzione ufficiali: “Unsmil non ha potuto monitorare il rispetto dei diritti umani in nessuna struttura sotto il controllo dello stesso Dipartimento, a causa di ostacoli burocratici imposti dall’Ufficio di protocollo del ministero degli Affari esteri e dalle relazioni pubbliche del ministero dell’Interno libico”, si legge nel rapporto.

Situazione destinata ad aggravarsi con il deterioramento della sicurezza in Libia.