Chemnitz, Pegida e AfD organizzano la “marcia del lutto”

Circa 8.000 aderenti al partito di destra AfD e del dal movimento anti-islamico Pegida hanno nuovamente “invaso” Chemnitz. La polizia della Sassonia ha chiesto rinforzi per fronteggiare la situazione. Una “marcia del lutto”, secondo i leader di AfD e di Pegida, quella che si è svolta a Chemnitz “contro l’islamizzazione dell’Occidente”. Alta tensione anche per la presenza in città di circa 3.500 persone legate ai gruppi di sinistra per una contro-manifestazione. Nei giorni scorsi neonazisti hanno provocato disordini e una caccia all’immigrato dopo la morte di un tedesco in una rissa. La polizia ha arrestato due persone, un iracheno e un siriano, ma l’ordine di arresto è stato poi diffuso da un funzionario del tribunale a un militante di destra, che lo ha pubblicato sul web, soffiando sul fuoco. La notizia falsa era che il tedesco era stato accoltellato per aver difeso la sua compagna da una aggressione. Intanto due agenti e un funzionario di pubblica sicurezza, a Rosenheim, rischiano l’accusa di istigazione all’odio: si sono esibiti in un saluto nazista in pubblico.

Corbyn, l’antisemitismo e il “suggeritore”

Se Theresa May di problemi ne ha in abbondanza, a cominciare dalla Brexit, anche sul fronte dell’opposizione del Regno le acque sembrano tutt’altro che tranquille.

Frank Field, deputato laburista di lungo corso, ha lasciato il Partito – ma non il seggio parlamentare – lanciando un pesante atto d’accusa: il Labour di Corbyn è diventato. “una forza favorevole all’antisemitismo nella cultura politica britannica”, ha scritto nella sua lettera d’addio.

Eletto in un collegio di Liverpool, Field è a Westminster da 40 anni: tra i più anziani in servizio. Qualcuno nel suo partito ha provato a depotenziare le dimissioni parlando di problemi con gli elettori del suo collegio, che non hanno gradito il fatto che il loro deputato su Brexit ha votato con il governo conservatore. “Una scusa per andarsene”, dicono i corbyniani. Eppure, il problema rimane. Che Jeremy Corbyn avesse una posizione filo-palestinese e critica verso Israele, è noto. Da settimane però il leader laburista è al centro di pesanti accuse, riferite ad episodi disseminati lungo il suo percorso politico, riportati ora alla luce dai media.

La settimana scorsa il Daily Mail ha ripescato un video del 2013 in cui Jeremy il Rosso accusava il gruppo dei Sionisti britannici di “mancare del senso dell’ironia inglese”, provocando la reazione indignata dell’ex rabbino capo Lord Sachs.

Se in questo caso più recente Corbyn se l’è cavata precisando che antisionismo e antisemitismo non sono equivalenti, più complicato giustificare la sua presenza a Tunisi nel 2014, alla cerimonia in onore degli assassini della strage di Monaco ’72, quando furono rapiti e uccisi undici atleti israeliani da parte di un commando palestinese.

Grande imbarazzo anche per l’articolo apparso ad inizio agosto sul quotidiano The Times, in cui si ricorda un evento da lui stesso organizzato nel 2010 nel corso del quale un sopravvissuto alla Shoah paragonò Israele al nazismo. In questo contesto, in cui sono maturate le dimissioni di Field, qualcuno punta il dito contro Seumas Milne, spin doctor del leader laburista. È il quotidiano Times of Israel ad affrontare la questione, descrivendo Milne come un motore (neanche troppo) occulto di pulsioni antisemite.

Contro di lui, ex editorialista del Guardian, vengono messe in fila numerose circostanze, ricostruite attraverso le testimonianze di chi negli anni lo ha conosciuto. Studente a Oxford con simpatie maoiste, da giovane trascorre un anno sabbatico in Libano, dove si avvicina alla causa palestinese. Che non abbandonerà mai, fondendola presto con una netta avversione nei confronti della politica Usa in Medio Oriente. Per lui, ricostruisce il quotidiano di Gerusalemme, la Russia di Putin ha diritto di aggredire la Crimea, mentre a Tel Aviv è vietato difendersi dalle aggressioni dei palestinesi nei Territori occupati.

“L’ho sempre considerato più un propagandista che un giornalista”, sussurra un ex collega del Guardian. “È un radical-chic per cui tutti coloro che si oppongono alla potenza Usa meritano di essere sostenuti”, chiosa Dave Rich, autore della monografia La questione ebraica della sinistra: Corbyn e l’antisemitismo.

A Westminster, però, c’è più prosa che ideologia. In molti si chiedono se l’uscita di Field e le difficoltà di Corbyn non preludano al ritorno in grande stile nel Labour dei fedeli di Tony Blair nella campagna d’autunno

Altro che tregua: ambasciata italiana sotto i missili

Razzi contro l’hotel al-Waddan, minaccia reale sull’ambasciata italiana in Libia. Tripoli, fino ad oggi unico baluardo di sicurezza in un paese in frantumi, ridotta ormai ad una polveriera. I combattimenti tra milizie ostili si sono spostati dalle zone periferiche fino al cuore della città, tra sedi diplomatiche e gli alberghi frequentati dagli occidentali.

I governi di Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti “condannano fermamente la continua escalation di violenza a Tripoli e nei suoi dintorni, che ha causato molte vittime e che continua a mettere in pericolo la vita di civili innocenti”.

Inoltre nella nota si ribadisce il “costante sostegno al piano d’azione delle Nazioni unite, come ricordato dal presidente del Consiglio di sicurezza il 6 giugno e dal rappresentante speciale delle Nazioni unite, Ghassan Salamé, il 16 luglio. Invitiamo tutte le parti ad astenersi da qualsiasi azione che possa mettere in pericolo il quadro politico stabilito con la mediazione dell’Onu, e pienamente sostenuto dalla comunità internazionale”.

Secondo il Libya Times, il missile che ha colpito l’hotel aveva come bersaglio la nostra sede diplomatica. Il personale dell’ambasciata ha smentito. I colpi di mortaio caduti nella mattinata di ieri hanno fatto tre feriti e provocato danni all’hotel che si trova a venti metri dall’ambasciata. Il reggente, Giuseppe Perrone, è fuori sede e a questo punto non è improbabile che il suo rientro venga posticipato. Oltre all’hotel al-Waddan, altri razzi sono caduti a ridosso di edifici governativi, tra cui il palazzo presidenziale, gli uffici del presidente al-Sarraj. L’autorità governativa non riesce a garantire l’ordine e la sicurezza. Le tregue decretate da lunedì scorso si sono realizzate solo a parole. Gli scontri tra milizie rivali non si sono mai fermati e fino a ieri, secondo fonti ufficiali, avrebbero causato oltre 40 morti, in maggioranza civili, e 150 feriti. Nel pomeriggio, dopo vari rifiuti e consensi, la milizia principalmente coinvolta, la Settima Brigata di Tarhouna, centro a sud di Tripoli, ha aderito alla terza tregua in quattro giorni, nonostante colpi di artiglieria siano stati sentiti in varie zone della città anche dopo l’annuncio del cessate-il-fuoco.

Il gruppo militare cerca di guadagnare territorio e pezzi di città, dopo aver preso il controllo della parte sud-orientale. Il continuo tira e molla, tra tregue e ostilità, è dettato anche dalla rivendicazione successiva all’attacco aereo governativo alla sua roccaforte subìto tre giorni fa. Di contro, oltre all’apparato militare fedele al governo, c’è la milizia al-Bugra (la mucca in arabo), la stessa che otto mesi ha attaccato l’aeroporto Mitiga provocando 11 morti e 37 feriti. Aeroporto nel mirino anche venerdì sera. I voli da e per Mitiga sono stati di nuovo interrotti e dirottati su Misurata, 200 km a est. I combattimenti, infatti, hanno raggiunto anche lo scalo, dove passeggeri e personale di volo sono stati evacuati. Con l’aeroporto off limits e la città insicura, cambiano i piani e le strategie delle organizzazioni internazionali che si occupano di solidarietà e di sostegno alle migrazioni.

L’agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, Aics, era pronta a far partire acqua e cibo per le migliaia di migranti stivati nei centri di detenzione per ora considerati sicuri. Missione cancellata all’ultimo momento, se ne occuperà il World Food Program. Per tre giorni i prigionieri erano rimasti senza beni di conforto dopo la fuga delle guardie.

Aics aveva raccolto ingenti scorte da trasferire nelle prigioni dove i vertici del Dcim, il ministero libico dell’immigrazione, non riescono più a gestire la situazione. Due dei centri ‘ufficiali’, Ein Zara-Salahdin e Trik al-Matar, sono stati chiusi dopo che guardie e personale erano fuggite prima di finire nel tiro incrociato delle milizie. Il convoglio di aiuti doveva partire da Tunisi per poi arrivare a Tripoli attraverso Misurata. Obiettivo principale il centro di detenzione di Trik al-Sikka: “Siamo al collasso. Gli spazi sono insufficienti, ci sono oltre 2.000 migranti ammassati uno sopra l’altro” denuncia un dirigente del campo che si trova ad un chilometro dall’ambasciata italiana.

Trump minaccia di stracciare l’accordo commerciale Nafta

Il presidente Usa Donald Trump prosegue con la sua politica protezionistica. Ieri è tornato a minacciare di escludere il Canada dal trattato di libero scambio nordamericano (Nafta, North american free trade agreement). E se le cose non si mettono per il verso giusto, minaccia di abolire del tutto il trattato in vigore dal 1994 tra Usa, Canada e Messico. Twittando durante i funerali del senatore John McCain, Trump ha scritto: ”Non c’è necessità politica di mantenere il Canada nel nuovo accordo Nafta. Se non facciamo un accordo giusto per gli Usa dopo decenni di abusi, il Canada sarà fuori”. La dichiarazione arriva il giorno dopo la sospensione fino a mercoledì dei colloqui con Ottawa. ”Il Congresso non dovrebbe interferire con questi negoziati o io semplicemente metterò fine del tutto al Nafta e sarà molto meglio”. Ha poi aggiunto: ”Ricordate, il Nafta è stato uno dei peggiori accordi commerciali mai fatti. Gli Usa hanno perso migliaia di imprese e milioni di posti di lavoro. Stavamo meglio prima del Nafta, che non avrebbe mai dovuto essere firmato“.

Il pastore ottantenne sconfigge Benetton e soci

Meglio lasciarlo tranquillo, lo zio Ovidio. Anche ora che sa di aver vinto la sua battaglia contro gli immobiliaristi della Sitas, la società proprietaria del cantiere da 150 mila metri cubi che rischiava di cancellare, insieme al vecchio stradello del suo podere, un angolo di paradiso nella Sardegna Sud-Occidentale, fra Capo Malfatano e Tuerredda.

Il 18 agosto il Tribunale di Cagliari ha decretato il fallimento della società, partecipata dai gruppi Benetton, Toti e Montepaschi di Siena che sulla costa ancora vergine, a trecento metri dal mare avrebbe voluto realizzare un gigantesco resort con piscine, centri benessere, ville. Operazione andata in fumo per la caparbietà del vecchio pastore (88 anni) che come un piccolo Davide si è opposto, rifiutando anche un assegno da 700 mila euro, al gigante Golia le cui costruzioni avrebbero imposto la deviazione dell’accesso alla sua proprietà.

Marras, visti i primi lavori per la struttura da 500 posti, aveva subito interpellato un avvocato, accendendo una causa civile per il ripristino del vecchio tracciato cancellato dal cemento. A nulla erano valse le argomentazioni della società che opponeva l’interesse superiore dei lavori a quello del mantenimento della stradina di campagna: il giudice aveva riconosciuto le ragioni del pastore, comproprietario dell’area, ordinando la demolizione di quanto costruito, compresi cancelli e recinzioni. Era l’inizio della grande battaglia, a cui si è affiancata anche Italia Nostra con un ricorso che aveva portato all’annullamento delle precedenti autorizzazioni regionali a costruire, considerate illegittime a causa dello “spacchettamento” del progetto in cinque lotti che aveva consentito di aggirare l’autorizzazione d’impatto ambientale. Dal Tar al fino al Consiglio di Stato, tutti i gradi di giudizio hanno confermato le ragioni di Marras e lo stop al cantiere, fino all’epilogo di pochi giorni fa. Ma il fallimento della Sitas potrebbe rivelarsi una vittoria a metà, come spiega la nipote di Ovidio, Consolata. Perché la Sitas ha costruito su terreni che sono in comunione dei beni, gravati dalle ipoteche a suo tempo accese dalla società e che ora pesano, paradossalmente, anche sul vecchio podere dei Marras. Poi ci sono i danni: i muri grezzi sono ancora lì, e non si sa chi li dovrà demolire. “L’incertezza è tanta e occorre continuare a vigilare”, spiega Maria Paola Morittu, responsabile di Italia Nostra Sardegna. “Intanto c’è la causa contro la Regione”. È c’è un’altra incognita: “Siamo davvero sicuri che il progetto non vada più avanti o c’è il rischio che qualcuno lo riprenda? Il progetto uscito dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra se si ripescasse il contestatissimo articolo 43, stralciato a luglio dall’esame della nuova legge Urbanistica della Sardegna”. L’articolo infatti prevedeva l’introduzione di deroghe specifiche al Piano Paesaggistico regionale nel caso di “grandi progetti di rilevanza economico-sociale”, da valutare caso per caso. Un vulnus che riaprirebbe le porte ai grandi speculatori immobiliari nell’isola.

“Autostrade, i vertici sapevano dei rischi ma persero tempo”

Risalita e ormai chiara l’intera catena di comando che all’interno di Autostrade per l’Italia (Aspi) si è occupata del progetto d’intervento migliorativo per il ponte Morandi, ora la Procura e la Guardia di finanza si concentrano sul Consiglio di amministrazione di Aspi e in particolare sulle presunte responsabilità delle prime tre figure di vertice, ovvero il presidente Fabio Cerchiai, l’amministratore delegato Giovanni Castellucci e il capo generale delle operazioni Paolo Berti. Allo stato i tre manager non risultano indagati. Ma certamente il verbale e tutti gli allegati che animarono la seduta del Cda in cui si approvò il progetto di retrofitting (costo 26 milioni di uro) sono ritenute centrali dagli investigatori. Ma c’è di più: secondo gli investigatori vi è infatti la certezza che su quei tavoli, presieduti dai tre manager, arrivarono le carte riguardanti la criticità del ponte. Diversi i documenti visionati.

In particolare, secondo fonti giudiziarie, il Cda lesse il progetto licenziato da Spea Engineering che proprio sulle pile 9 (quella crollata il 14 agosto scorso e che ha provocato 43 morti) e 10 in più passaggi scrive: “Lesioni ramificate capillari con risonanze e fuoriuscita di umidità, sulla malta di ripristino, lesioni larghe verticali con estese risonanze, sugli spigoli nella parte alta di quasi tutte le pile”. Per gli stralli in particolare: “Malta di ripristino risonante, interessata da lesioni ramificate capillari con fuoriuscita di umidità con distacchi; placche risonanti evidenziate da lesioni”. Anche in questo caso le date sono fondamentali. Il verbale del Cda che licenzia il progetto risale alla fine di marzo. Ancora prima però Michele Donferri Mitelli, il capo della Manutenzione di Autostrade, invia una lettera al Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (Mit). È una lettera breve ma molto decisa e dove in sostanza Aspi avverte il governo che loro procederanno comunque all’avvio del procedimento di gara anche senza il via libera della Direzione vigilanza sulle concessionarie autostradali diretta dal dottor Vincenzo Cinelli. Una scelta motivata con una frase in fondo neutra: “Per accelerare i tempi amministrativi”. Secondo la ricostruzione della Procura quella più che amministrativa era invece un’accelerazione tecnica e consapevole dell’urgenza. La parola “sicurezza” non compare in questa missiva che anticipa di pochi giorni l’approvazione del Cda di Aspi.

Di “sicurezza” e di lavori necessari in questo senso ne scriverà (sia al Mit sia al Provveditorato ligure) lo stesso Donferri nelle settimane precedenti. I verbali del Cda sono stati i primi documenti a essere sequestrati su indicazione diretta della Procura che li ha subito visionati. Va detto che gli atti arrivati in assemblea al Cda in quel marzo erano già sui tavoli ministeriali inviati dal provveditore Roberto Ferrazza.

Insomma con il cerchio di ruoli, compiti e atti visionati chiuso attorno al Cda di Autostrade il primo lavoro investigativo si avvia a una rapidissima conclusione. Allo stato domani in Procura verranno consegnati tutti gli organigrammi ricostruiti almeno fino al 2015, data fondamentale perché è in questo anno che nasce il progetto di retrofitting con la prima consulenza affidata a Ismes e poi al Cesi. Èquesto dossier che fissa un primo punto di criticità e di allerta sul Morandi. Non a caso, il rapporto è stato sequestrato dalla squadra Mobile di Genova che contestualmente ha sentito i firmatari del report. Ancora una volta dai verbali emerge un allarme sulla stabilità delle pile 9 e 10 che secondo gli interrogati non è stato ascoltato da Aspi o quantomeno seguito con troppa lentezza. La storia si ripete.

Era già successo per i sensori da applicare sul ponte e, secondo gli inquirenti, mai messi. Sensori consigliati dagli ingegneri del Politecnico di Milano. La Guardia di finanza sta anche lavorando alla ricostruzione degli organigrammi per Mit e Aspi che risalgono agli anni Ottanta, periodo ritenuto fondamentale perché è di quell’epoca il primo report di allarme sui materiali firmato dallo stesso Riccardo Morandi. Pochissimi dubbi, infine, sulla caduta del ponte, provocata da un cedimento dell’impalcato che ha poi prodotto la rottura degli stralli. In questa ricostruzione è fondamentale un video tratto dalle telecamere di sorveglianza di una società. Per questo fin da subito la Procura ha ritenuto inutile l’ultimo video reso pubblico ieri e tratto dalle telecamere di Autostrade che non riprendono la caduta perché non posizionate sul punto. Nessun rilievo, infine, viene dato al presunto giallo del black out delle telecamere stesse e ritenuto dalla polizia invece un normalissimo e ragionevolissimo guasto tecnico. Insomma, la prima fase dell’indagine sul Morandi è chiusa. Ora si attende solo la lunga lista degli indagati.

La verità sulle stragi di mafia e “un urlo” per Rita Borsellino

“Non ci sono più magistrati che intendono sacrificarsi per cercare la verità sulle stragi come Nino Di Matteo”. A un mese dal deposito delle motivazioni della sentenza sulla Trattativa e a due da quelle del Borsellino Quater è il fratello del giudice ammazzato in via D’Amelio a dare una fotografia dell’attuale situazione giudiziaria italiana: salvo poche eccezioni, nessuna procura sembra essere attiva sulla ricerca dei colpevoli delle stragi. Sul palco della Festa del Fatto Quotidiano, Salvatore Borsellino ha presentato il libro di cui è stato curatore “La Repubblica delle stragi” (Paper First) insieme a uno degli autori Fabio Repici, al vicedirettore del Fatto Marco Lillo e al coordinatore di Fq Millennium Mario Portanova. “Nel corso del nostro lavoro”, ha detto Repici, “ci siamo resi conto che non c’è un grande vecchio che ha regolato tutte le stragi. Ma molti nomi e strutture si ripetono”. Da qui Borsellino ha chiesto che si riparta: “Sono ottimista, ma la strada è ancora impervia”. Poi, al pubblico che chiedeva un minuto di silenzio per sua sorella Rita Borsellino, appena scomparsa, Salvatore ha detto: “Non voglio più minuti di silenzio, preferisco urlare il suo nome”.

“Che vergogna la concessione ad Autostrade: ritorni lo Stato”

“Da cittadini si provano umiliazione e vergogna per lo Stato che ha firmato quella concessione ad Autostrade. Se il governo è davvero quello del cambiamento la revochi”. Ovvero “metta a gara e si ritorni a un ruolo proprio dello Stato”. Dal palco della festa del Fatto Quotidiano, tre docenti, esperti di finanza pubblica e infrastrutture, Marco Ponti, Giorgio Ragazzi e Ugo Arrigo, hanno parlato della tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova esprimendosi su quello che è stato fatto e soprattutto su quello che dovrà fare l’esecutivo.

Intervistati dall’inviato del Fatto Antonio Massari, i tre hanno espresso la loro idea sulle misure più urgenti da affrontare. Secondo Ragazzi, consulente ed ex docente di Scienza delle finanze e autore del libro I signori delle Autostrade, “si parla in astratto di quelli favorevoli o sfavorevoli alla nazionalizzazione senza tener conto il ruolo dei concessionari. Visto che la nostra è una rete matura, l’unico investimento possibile è la terza o quarta corsia. Il resto è manutenzione. Se non esiste uno Stato capace di farla, allora chiudiamo tutto”. Anche Ponti si è detto “favorevole all’abolizione del sistema concessorio”. Ma con dei paletti: “Non si torna al pubblico. Si torna alle funzioni proprie dello Stato, la pianificazione e il controllo, poi si va in gara. Non occorrono concessioni cinquantennali: basta fare gare periodiche. Quello che può fare il mercato lo deve fare il mercato. Ma le concessioni quarantennali sono l’antitesi di una qualche pressione concorrenziale”. Infine Arrigo, docente di Economia Politica e Finanza Pubblica all’università di Milano Bicocca: “Anche io sono favorevole alla nazionalizzazione, rispetto a una concessione asimmetrica. Chi l’ha sottoscritta esonera Autostrade da qualsiasi conseguenza economica dei suoi comportamenti. Io sono la controparte, posso fare tutto quello che voglio e i profitti me li devi pagare”.

“Basta parlare, il governo pensi ai fatti”

Il timore per le tante, troppe dichiarazioni di esponenti del governo “che destabilizzano i mercati”, e l’auspicio di fatti concreti, da parte della maggioranza. Ma anche la speranza che l’Europa non faccia muro a prescindere contro il governo. Sul palco della Versiliana Antonio Padellaro, fondatore ed ex direttore del Fatto, e Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e presidente della Longanesi, hanno scambiato riflessioni sulla politica italiana, incrociando l’analisi sui primi passi dell’esecutivo di Lega e M5S con la situazione economica e i riflessi del disastro di Genova.

Nel corso del dibattito moderato da Silvia Truzzi, De Bortoli è stato severo con l’esecutivo: “Trovo irresponsabile continuare a fare dichiarazioni che ci costano caro sui mercati, spero che il governo dica presto qual è la sua linea sui conti pubblici. E si smetta di fare promesse che non possono essere mantenute”. E anche sulla gestione del crollo di Genova, l’ex direttore del Corsera ha espresso riserve: “Ho trovato fuori luogo tutta la polemica sulla nazionalizzazione delle autostrade, la proprietà pubblica non è garanzia di sicurezza. Piuttosto serve uno Stato regolatore che chieda conto di quello che fanno ai concessionari”. Anche Padellaro ha esortato l’esecutivo a “porre fine per almeno tre mesi alla campagna elettorale permanente, perché ora è tempo di dire basta alle parole e fare i fatti”. Ma perché arrivino, ha sostenuto, serve la cooperazione dell’Unione europea. E allora “se l’Europa ci vuole aiutare, dia una mano alle persone serie che pure ci sono in questo governo, come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte”. Ma si è parlato come inevitabile anche di immigrazione, con De Bortoli che ha accusato: “Le posizioni del governo ci hanno portato all’isolamento in Europa, tanto che una buona proposta come quella della ministra della Difesa Trenta sulla rotazione dei porti per le missioni è caduta nel vuoto”. Mentre Padellaro ha sottolineato l’immobilità della Ue sul tema: “E questo è il miglior regalo che si possa fare a Matteo Salvini, il modo per mandarlo al 40 per cento dei consensi”.

Però c’è anche l’opposizione, cioè innanzitutto il Pd. E anche sui dem De Bortoli è stato secco: “Non capisco cosa aspetti il Pd a fare un vero congresso. E invece del cambio di nome dovrebbe preoccuparsi di cambiare il suo atteggiamento”. Mentre Padellaro si è soffermato sui rapporti tra dem e Movimento: “Il popolo dei 5Stelle è formato da molti che hanno lasciato il Pd. Ma il problema ora non è farli tornare a casa, bensì mostrare loro che il partito è in grado di dialogare con il Movimento: va creata una convergenza, perché Salvini prima o poi aggregherà il mondo della destra”.

La sinistra si è perduta: i 12 punti per ripartire

Prove generali di una nuova sinistra: sul palco della Versiliana, nella terza giornata della festa del Fatto, Antonello Caporale ha fatto “scrivere” il manifesto del partito che non c’è. Autori dei dodici punti programmatici, gli ospiti chiamati “alla ricerca della sinistra perduta”: Tomaso Montanari e Anna Falcone, che hanno animato l’esperienza del Brancaccio, l’ex sindaca di Molfetta Paola Natalicchio, oggi in consiglio comunale per Sinistra Italiana, e Giuseppe Provenzano, voce critica del Partito democratico.

Ognuno di loro ha analizzato gli errori e le responsabilità del fallimento elettorale del 4 marzo, dovuto in gran parte – per usare le parole di Montanari – “al sacrificio del progetto in cambio della corsa ai posti in Parlamento”. Ma tutti si sono detti convinti che rimuginare sul passato serva a ben poco. “È necessario che sia avvenuto lo scandalo di un Paese senza sinistra”, riassume Provenzano, ma ora è il momento di “superare la rabbia”, spiega Falcone e di provare di nuovo a “far sognare le persone”.

Per questo Caporale ha tentato l’esperimento (riuscito, a sentire gli applausi del pubblico) di piantare le fondamenta della nuova sinistra nel giro di un’ora: tre proposte ciascuno, per stabilire il denominatore comune di un soggetto diverso. Secondo Provenzano, bisogna ricominciare innanzitutto dal “ripristino di una tassa di successione, dal ridurre l’orario di lavoro a parità di salario e dal garantire scuole a tempo pieno, in tutta Italia per tutti”. Paola Natalicchio battezza il primo pacchetto di provvedimenti da approvare come il “Blocca Italia”, dove “bloccare” significa “salvare”. Tradotto, un “centralismo ambientalista” che contempli un piano di salvaguardia ambientale e paesaggistica, una legge nazionale sul consumo di suolo, norme condivise sul porta a porta e un sistema di welfare “di montagna”, ovvero rivolto alle centinaia di Comuni italiani che sono rimasti “isolati” dal sistema assistenziale nazionale. Poi, dice l’ex sindaca di Molfetta, bisogna lavorare a una riforma della scuola (in cui il tema del sostegno sia centrale) e ai diritti civili, da dare anche dalla “vergogna” dei bambini dimenticati per il no alla stepchild adoption.

Per Tomaso Montanari invece i il primo tassello da rimettere al centro sono le nazionalizzazioni, “il ritorno dello Stato nei gangli vitali del Paese”. Poi la nuova sinistra non può che battersi per “la progressività fiscale, il contrario della flat tax” e per un “reddito di cittadinanza vero che – spiega lo storico dell’arte – per me non è timido come quello del M5S, ma più simile a quello che propone don Ciotti con Libera”. Infine, i tre punti programmatici “votati” da Anna Falcone, che torna a chiedere una riduzione dell’orario di lavoro, “ma con un aumento dei salari” e due questioni che, da avvocato, le stanno particolarmente a cuore: “Dobbiamo riappropriarci culturalmente dei nostri diritti: altro che quell’oretta di educazione civica che si fa a scuola, bisogna conoscere le leggi e le regole dell’economia”. Infine, la sinistra deve lottare per una giustizia che funzioni: “Se subisco un torto – conclude Falcone – devo poter aver diritto ad avere delle risposte dallo Stato”.