Firmata la circolare del Viminale per sgomberi veloci

Il capo di Gabinettodel ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha firmato ieri una circolare diretta a tutti i prefetti sulle procedure di sgombero degli edifici occupati. Le indicazioni del Viminale sono finalizzate ad accelerare le operazioni per liberare gli immobili dalle famiglie che risiedono abusivamente, velocizzando i censimenti dei Comuni per l’individuzione delle “fragilità”. Si tratta di un passaggio chiave, voluto dalle direttive emanate in passato dallo stesso ministero dell’Interno per proteggere minori e gruppi familiari che non hanno possibilità di accedere ad abitazioni alternative regolari. La nuova circolare prevede il coinvolgimento della Guardia di finanza per verificare i reali redditi nel corso dei censimenti. Nello stesso documento il Viminale esprime “il convincimento della necessità di attendere agli sgomberi con la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”. Secondo Piantedosi “le strategie che saranno messe in campo sul tema” potranno “incidere positivamente sulla repressione delle condotte illecite e sulla sicurezza delle nostre città”.

Chi si rivede: riecco la Dc (per la sesta volta)

Ha espresso 16 presidenti del Consiglio, ha raccolto fino al 48 per cento dei voti e, ancora due anni prima dello scandalo Tangentopoli, contava più di due milioni di iscritti. Un patrimonio un po’ datato ma che torna utile anche in tempi di Terza Repubblica. Già, perché in questo fine settimana Gianfranco Rotondi, centrista eletto con Forza Italia, ha annunciato la rinascita della Democrazia cristiana, erede diretta del partito che ha governato l’Italia per quasi cinquant’anni prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi, in un momento in cui l’immagine della Balena bianca era ormai compromessa dall’inchiesta Mani Pulite.

Adesso però i tempi sono maturi, secondo Rotondi, per il grande ritorno dello Scudo crociato: “In autunno ci presenteremo alle prossime elezioni in Abruzzo e puntiamo al 10 per cento”.

Nome e logo saranno quelli tradizionali, resta da vedere se e come il progetto sarà destinato a durare. Non è certo la prima volta, infatti, che i nostalgici della Dc tentano di mettersi insieme: dal ‘94 a oggi è il sesto tentativo di rifondare il partito che fu di Giulio Andreotti, Ciriaco De Mita e Arnaldo Forlani, senza contare la decina di forze politiche (dall’Udc di Pier Ferdinando Casini all’Udeur di Clemente Mastella) che ne erano figlie senza calcarne per intero il nome e il simbolo.

In questi anni, però, le gesta dei neo-democristiani sono finite più spesso nelle aule dei tribunali che sulle schede elettorali. E non per la cattiva condotta dei nuovi esponenti, ma perché dallo scioglimento della Dc in poi varie associazioni hanno rivendicato il possesso legale del vecchio partito, adesso in mano alla formazione di Rotondi.

Già nel 1997 Flaminio Piccoli, ex segretario della storica Dc e presidente della Regione Sicilia, tentò di far rinascere la Democrazia cristiana. Ma era solo l’inizio: nel 2002 sarebbe arrivata la Dc guidata da Giuseppe Alessi, Angelo Sandri e Giuseppe Pizza, che celebrò i suoi congressi in continuità numerica con quelli del pre-Tangentopoli, riprendendo dunque dal XIX (il diciottesimo si era tenuto nel 1989). Lo stesso Angelo Sandri, allontanato dal partito per dissidi interni, ha poi fondato la “sua” Democrazia cristiana, ritenuta altrettanto legittima erede unica e universale dello scudo crociato. E mentre Gianfranco Rotondi si dava da fare con la Democrazia cristiana per le autonomie, la Cassazione metteva ordine, stabilendo che la vecchia Balena Bianca non aveva alcuna continuità con nessuna delle formazioni che ne avevano rivendicato la successione e che, in realtà, non era mai stata sciolta dal Congresso. Per questo, nel 2012, si dovette riconvocare quello stesso vecchio Congresso del 1993 per battezzare un nuovo (si fa per dire) soggetto politico, con l’elezione a segretario di Gianni Fontana. Il nome? Sempre quello: Democrazia cristiana, lo stesso utilizzato due anni dopo da Annamaria Ciammetti per l’ennesima reincarnazione. A Rotondi, adesso, il compito di riprovarci.

Cambia il Garante: Conte teme lo stallo (e le pressioni di B.)

APalazzo Chigi temono la tempesta perfetta di settembre. Non quella che in giornalese riguarda le finanze italiane, né quella che i meteorologi evocano per stimolare isterismi, ma la nomina del presidente dell’Antitrust. Con un paio di mesi di anticipo, l’avvocato Giovanni Pitruzzella lascia l’incarico il primo ottobre per la Corte di Giustizia europea.

Il premier Giuseppe Conte è inquieto non perché consideri insostituibile Pitruzzella, ma per le modalità previste dalla legge che coinvolgono soltanto i presidenti di Camera e Senato. Decidono in due. Cioè Roberto Fico, che rappresenta la minoranza sempre più pura e sempre meno silenziosa dei Cinquestelle e Maria Elisabetta Alberti Casellati, che non risponde a Forza Italia, l’astratto partito di appartenenza, ma a Silvio Berlusconi, il padrone di Mediaset, interessato a un vertice Antitrust, se non servile, almeno non ostile per diverse ragioni.

Appare assurdo scorgere adesso un punto di sintesi fra le istanze di Fico e Casellati, che devono fondersi per scegliere assieme il capo di un’Autorità che tutela la concorrenza nel mercato italiano per sette anni, uno spazio temporale che in politica pesa il doppio, il triplo.

Quando Pitruzzella fu promosso all’Antitrust, nell’autunno del 2011, al governo c’erano i tecnici di Mario Monti, in Parlamento c’erano Renato Schifani (Senato) e Gianfranco Fini (Camera). A Palazzo Chigi sperano che la convenienza politica risparmi una poltrona così longeva e così rilevante. Qualche settimana fa, è circolata l’ipotesi di pubblicare un bando sui siti di Camera e Senato per raccogliere le candidature di chi ha un profilo adatto a guidare l’Antitrust: un metodo trasparente e semplice per creare un gruppo di partenza da sottoporre ai pareri vincolanti di Fico e Casellati. Non è accaduto e dunque le valutazioni dei presidenti del Parlamento restano discrezionali. Questa vicenda può diventare ancora più complessa se rientra in uno scambio fra gli alleati saltuari leghisti e forzisti, peraltro durante le ultime trattative sul Cda Rai – al momento paralizzato – che incidono sulle direzioni di Viale Mazzini e soprattutto su Marcello Foa, il presidente designato dal governo gialloverde e bocciato in commissione di Vigilanza dall’asse Pd-FI.

I dossier Antitrust – assieme a quelli dell’Autorità di garanzia per le comunicazioni – che toccano (o possono toccare) gli affari di Berlusconi sono innumerevoli. C’è un elenco già ampio e aperto. Per esempio:

1) L’accordo commerciale – al limite del confine industriale – fra Sky Italia e Premium che comprime l’offerta della televisione a pagamento.

2) Le compravendite a ripetizione di Mediaset delle emittenti radiofoniche, col gruppo del Biscione che s’impone tra i privati.

3) Il rispetto dei limiti della concentrazione pubblicitaria.

4) Il rapporto anomalo con il nemico francese Vivendi, che detiene il 29 per cento (di cui il 19 congelato) del capitale di Mediaset e il 23,9 di Telecom.

5) Il progetto di una azienda unica e statale delle torri tv. Il 27 agosto è iniziata l’operazione di acquisto congiunta e totalitaria di “2i Tower”, il veicolo societario di F2I al 60 per cento e di Mediaset al 40 per il controllo di Ei Towers, già partecipata al 40 per cento da Elettronica Industriale del Biscione.

Il fondo strategico F2I ha la pubblica Cassa Depositi e Prestiti fra gli azionisti maggiori con il 14 per cento. Questa mossa vale 1,6 miliardi di euro e genera una monetizzazione di 200 milioni per Mediaset. È l’avvio di un piano che potrebbe terminare con una fusione con Rai Way e una liquidazione miliardaria dal settore di Berlusconi.

Oltre a Mediaset c’è di più, ovvio, e lavorare senza il presidente può rallentare pratiche già lunghe. Con i tagli di Monti, l’Autorità è passata da cinque a tre membri. Oggi ci sono l’uscente Pitruzzella, il magistrato Gabriella Muscolo (scade nel 2021), il giurista Michele Ainis (2023). Quando non c’è unanimità, il voto del presidente è determinante.

In assenza del presidente, secondo il regolamento comanda il consigliere anziano per mandato. Addossare a Muscolo e Ainis la gestione totale dell’Antitrust, mentre le istituzioni litigano, non sarà uno spettacolo del cambiamento.

L’assessore pugliese Giannini: “Lezzi era da prendere a schiaffi”

“Ma quella era roba da prenderla a schiaffoni”. Così l’assessore ai Lavori pubblici e Trasporti della Regione Puglia Giovanni Giannini, riferendosi al ministro per il Sud Barbara Lezzi (M5S), che lo scorso 23 luglio a Bari aveva litigato con il governatore pugliese Michele Emiliano riguardo alla realizzazione del Tap. L’assessore ha pronunciato la frase in un video pubblicato da Borderline 24 che ha ripreso Giannini mentre venerdì era in visita al cantiere nel capoluogo pugliese con il sindaco di Bari Antonio Decaro e un imprenditore. Nel video, Giannini e Decaro fanno riferimento alla conferenza stampa in cui Emiliano e Lezzi litigarono perché il governatore pugliese, il giorno prima, aveva chiesto aiuto su Facebook al pentastellato Di Battista per spostare l’approdo del gasdotto Tap dalla spiaggia di Melendugno (Lecce). Una richiesta che Lezzi definì una “bella sceneggiata”. Così, quando l’imprenditore fa notare a Giannini che a Matera sarebbe arrivato il ministro Lezzi, lui risponde: “Auguri”, aggiungendo che “con voi si comporta bene, è con i livelli istituzionali”. Poi interviene Decaro: “A un certo punto della conferenza ti sei alzato”. “Ma là – risponde Giannini – era roba da prenderla a schiaffoni”.

“Il Pd torna in piazza” (ma deve riempirla)

Tornare in piazza, per dimostrare agli altri, forse un po’ anche a se stessi, di essere ancora vivi. Il segretario del Pd, Maurizio Martina, ha annunciato una grande manifestazione contro il governo il prossimo 29 settembre. Con il congresso alle porte, nel momento peggiore della sua storia, il partito prova a ripartire dalla gente. “La piazza è la scelta giusta”, ragionano i vertici.

“C’è tanta gente che vuole costruire l’alternativa anche manifestando la sua presenza”, ha spiegato ieri Martina all’incontro di Area Dem a Cortona. A dare coraggio al segretario sono stati gli appelli dei militanti alle feste dell’Unità e soprattutto l’ottima riuscita della manifestazione di Milano contro il razzismo. La sede è ancora da ufficializzare ma dovrebbe essere Piazza del Popolo, la stessa della manifestazione flop organizzata da Matteo Renzi a ottobre 2016 a sostegno del referendum costituzionale: allora ci furono circa 15mila persone, ce ne vogliono almeno 40-50 mila per evitare la figuraccia. Per questo la macchina organizzativa, in mano a Gianni Dal Moro e al coordinatore della segreteria nazionale Matteo Mauri, si è già messa in moto.

Si torna all’antico: pullman e treni speciali, coinvolgimento dei segretari regionali (in particolare delle Regioni più vicine e popolose, come Toscana, Emilia-Romagna e Campania, da cui ci si aspetta il contributo maggiore) e anche dei circoli. “Vogliamo dare un segnale: con tutti i suoi limiti, il Pd resta uno dei pochi punti di riferimento per la parte d’Italia che non si riconosce nel governo.”, spiega Mauri. Resta da capire chi ci sarà in piazza. L’evento vuole essere aperto a tutti: qualche contatto è stato già preso con i sindacati, bacino storico delle manifestazioni della sinistra. C’è chi si augura che possano unirsi altre forze politiche, magari gli ex compagni di Liberi e uguali, ma per il momento è tutto in alto mare. “Nessuno ci ha invitati”, spiega Roberto Speranza. “Massimo rispetto per il Pd e per la scelta di tornare fra la gente, ma noi non siamo disponibili solo per riempire le piazze degli altri: parteciperemmo a condizione di condividere percorso e organizzazione”. Bisogna stare attenti anche a non alimentare ulteriori divisioni interne: “Va bene manifestare, ma solo se si pongono temi precisi, propositivi e rivolti alla società civile: un’opposizione a prescindere contro il governo non ha molto senso”, precisa Francesco Boccia, di Fronte Democratico. Del resto chi si aspetta che la manifestazione sia un punto di ripartenza, per lasciarsi definitivamente alle spalle l’era renziana, potrebbe rimanere deluso già dal nome: si chiamerà “L’Italia che non ha paura”, sembra quasi uno degli slogan dell’ex premier.

Dopo i difficili mesi post voto del 4 marzo (“la sconfitta più dura dal 1948”, secondo l’ex ministro Minniti), il Pd ha disperato bisogno di riaffermare la sua presenza. La piazza romana è l’ultima spiaggia, il rischio dell’effetto boomerang resta dietro l’angolo. Dal M5s sono già partiti i primi attacchi: “Sarà un appuntamento fra pochi intimi, come alle urne”, ha ironizzato il sottosegretario Manlio Di Stefano. L’ultima volta, il 1° giugno a difesa della Costituzione e del presidente Mattarella, non andò troppo bene. Il 29 settembre non si può fallire.

Via la legge “ad cognatum” ma non per i parenti di Renzi

Il disegno di legge Anticorruzione su cui lui e il Movimento puntano forte è ormai pronto. E nel testo, che in settimana arriverà in Consiglio dei ministri, il Guardasigilli a 5Stelle ha inserito anche una nuova norma che vale come un segnale, politico e simbolico. Ossia il ripristino della procedibilità d’ufficio per il reato di appropriazione indebita, cancellata al suo ultimo respiro dal governo Gentiloni. Ma nell’attesa il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha già detto due no, indiretti ma rumorosi, a due ex esponenti del Pd, Anna Finocchiaro e Felice Casson (poi passato ad Articolo Uno). Con l’ex capogruppo dem che non potrà lavorare al ministero, ma dovrà accettare una sede dove tornare a fare il magistrato. Mentre Casson non otterrà il posto di magistrato di collegamento a Parigi.

Così ha deciso il dimaiano Bonafede, uno dei maggiorenti del M5S, in questi giorni concentrato sugli ultimi ritocchi al ddl Anticorruzione. Nel quale ci sarà anche la procedibilità d’ufficio per l’appropriazione indebita (quasi) abolita dal governo Gentiloni, con un decreto legislativo deliberato dal Consiglio dei ministri il 21 marzo, due giorni prima che si insediasse il nuovo Parlamento, e poi varato il 10 aprile.

E fu un’ottima notizia per i due fratelli del cognato di Matteo Renzi, Andrea Conticini, indagati proprio per quel reato con l’accusa di aver destinato a conti bancari a loro riconducibili soldi ricevuti ufficialmente per fare beneficenza ai bambini africani. E secondo la Procura di Firenze si parla di tanto denaro, circa 6,6 milioni di dollari. Ma a oggi Luca e Alessandro Conticini non sono perseguibili, senza la querela delle associazioni che versarono il denaro alla loro società, la Play Therapy Africa. Perché il precedente governo guidato dal renziano Gentiloni ha reso il reato procedibile solo su querela di parte, tranne che per pochi casi. E così la Procura toscana ha scritto all’Unicef e ad altre associazioni umanitarie statunitensi e australiane, chiedendo loro di denunciare i Conticini. L’unica via per contestare ai due quel crimine che commette “chiunque che per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso”. Un’accusa che si associa a quella di riciclaggio, per cui è indagato anche il cognato dell’ex premier, Andrea. Dal governo gialloverde, ovviamente, hanno seguito la vicenda. E l’ha seguita anche Bonafede, che ha deciso di intervenire. Così riecco la procedibilità d’ufficio, che non varrà per i Conticini (si applica sempre la norma più favorevole all’indagato). Ma il segnale arriverà ugualmente, con una nuova formulazione dell’articolo 649 bis del codice penale: “Si procede d’ufficio qualora ricorrano circostanze aggravanti a effetto speciale, ovvero se la persona offesa è incapace per età o per infermità o se il danno arrecato alla persona offesa è di rilevante gravità”.

Un’innovazione necessaria anche per combattere la corruzione, sostengono i tecnici del ministero nella relazione sulla norma. Perché “sebbene non si tratti di un delitto contro la Pubblica amministrazione, il reato di appropriazione indebita è strumento che consente comunemente (come il reato di falso in bilancio o i reati tributari) di formare provviste illecite utilizzabili per il pagamento del prezzo della corruzione”. Ma non solo. C’è anche l’esigenza, scrivono sempre i tecnici, di “prevenire censure di incostituzionalità, prospettabili sotto il profilo dell’eccesso di delega, delle norme introdotte in materia con il decreto legislativo 36 del 10 aprile 2018”. Ossia quello voluto da Gentiloni.

Ma in questi giorni, il Guardasigilli ha fatto anche altre scelte, pesanti. Perché Bonafede ha scritto al Csm, spiegando che non intende utilizzare a Via Arenula l’ex ministra Finocchiaro, magistrato in aspettativa. Era stato il precedente ministro della Giustizia Andrea Orlando, il 18 aprile scorso, a chiedere al Csm di destinarla al Dipartimento per gli Affari di giustizia con funzioni amministrative, e l’ente di autogoverno dei giudici aveva approvato la richiesta. Però ora è arrivato il muro del nuovo ministro. E il Csm dovrò trovare una sede dove Finocchiaro torni a fare il magistrato. Ma Bonafede ha respinto anche un’altra richiesta arrivatagli direttamente da Orlando, ossia quella di nominare l’ex senatore e pm, Felice Casson, come magistrato di collegamento a Parigi. In via Arenula si dicono convinti che non serva coprire quel ruolo. E hanno calato un altro no.

Un muro che vale anche come risposta alla decisione di Orlando di nominare in aprile alla direzione degli Affari penali Donatella Donati, già capo segretaria del suo sottosegretario Gennaro Migliore. Nel ruolo che fu di Giovanni Falcone, Bonafede avrebbe voluto il procuratore di Palermo Nino Di Matteo. Ma la nomina di Donati con contratto triennale, a elezioni già avvenute, ha cancellato i suoi piani. E a distanza di mesi, il ministro a 5Stelle ha presentato il conto.

1° Raikkonen 2° Vettel. Dopo 18 anni a Monza le Ferrari in prima fila

”Una grandesensazione, non potevo scegliere posto migliore per fare la pole: nel Gran Premio di casa davanti a tutti i nostri tifosi”. Kimi Raikkonen e la sua Ferrari partiranno davanti a tutti oggi (il via alle ore 15.10) nel Gran Premio d’Italia di F1. Il finlandese ha stabilito il miglior giro con il tempo di 1’19’’119 precedendo il compagno di squadra Sebastian Vettel (1’19’’280). Dalla seconda fila scatteranno le Mercedes: quella dell’inglese Lewis Hamilton (1’19’’294) dalla terza posizione, quella del finlandese Valtteri Bottas (1’19’’656) dalla quarta. Un en plein della Ferrari nel sabato delle qualifiche mancava dal 2000 quando riuscì nell’impresa la coppia Michael Schumacher-Rubens Barrichello. Grazie all’exploit in qualifica, Raikkonen interrompe un digiuno di pole (sono 18 in carriera) che durava dal Gp di Monaco del 2017 e lancia un messaggio forte all’ad Camilleri e al team principal Arrivabene, che devono ancora decidere se confermarlo per la prossima stagione. In classifica generale comanda Hamilton con 231 punti, 17 di vantaggio su Vettel. Nella graduatoria riservata ai costruttori Mercedes (375 punti) avanti con 15 lunghezze sulla Ferrari.

Gli scrocconi del Gran Premio ci costano più di 130 mila euro

Il governo bicefalo si sdoppia anche sul Gran Premio di Monza di Formula 1 che si corre oggi. Da una parte il drappello leghista, Matteo Salvini in testa che ieri ha voluto assistere alle prove. E poi gli altri che hanno accettato di buon grado l’invito dell’Aci, ente pubblico, per partecipare all’evento senza pagare il biglietto dopo essersi fatti coccolare per un paio di giorni con cene, pranzi e albergo di lusso. Dall’altra i 5 Stelle che hanno preferito dire “no, grazie”. Per importanza in cima all’elenco dei leghisti c’è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, che avendo la delega per lo Sport era titolato ad esserci. E poi una ministra, Erika Stefani, responsabile per gli Affari regionali, e un sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. I 5 Stelle, invece, hanno giocato d’anticipo: quando più di una settimana fa si è messa in moto la giostra degli inviti, i capigruppo di Camera e Senato, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, hanno caldamente consigliato tutti i parlamentari, ministri e sottosegretari vari appartenenti al Movimento di pagarsi biglietto e trasferta di tasca propria se volevano assistere al Gran Premio. Rifiutando così l’idea di scroccare soldi pubblici. Perché quelli spesi dall’Aci per Monza sono proprio soldi pubblici. E chi tra i 5 Stelle, nonostante gli avvisi, ha ricevuto ugualmente biglietto e invito, ha poi declinato l’offerta. È successo al sottosegretario ai Trasporti, Michele Dell’Orco, alla sottosegretaria all’Agricoltura Alessandra Pesce. Pure il sottosegretario per la Pubblica amministrazione, Mattia Fantinati, è stato costretto in extremis a fare marcia indietro, un po’ come gli era capitato quando accettò l’invito al meeting di Comunione e Liberazione e il Movimento – che non la prese bene – fece virare il suo discorso in un attacco alla “lobby che fa affari in nome di Dio” .

 

Da Ferrovie alla Finanza: tutti all’autodromo

Il manipolo leghista del Gran Premio è inserito in un elenco di 140 invitati dall’Aci (più relativo accompagnatore) di cui Il Fatto Quotidiano è entrato in possesso. Tra i prescelti c’è un po’ di tutto, tanto che si fa fatica a capire quale sia il criterio di selezione adottato. C’è il nuovo amministratore delle Ferrovie, Gianfranco Battisti, inserito però in qualità di presidente di Federturisimo di Confindustria. Poi il presidente della Corte dei Conti, Angelo Buscema, il comandante della Guardia di Finanza di Milano, Paolo Kalenda, il segretario generale della Corte dei conti, Franco Massi, l’ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, Aurelio Misiti, il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Francesco Paolo Sisto di Forza Italia. Più una sfarinata di consiglieri di Stato, dirigenti ministeriali, qualche giornalista. Infine il pattuglione di 11 dirigenti di Sara, l’assicurazione quotata in Borsa di cui proprio il presidente dell’Aci, Angelo Sticchi Damiani, è diventato da poco il presidente incarnierando così l’ennesima carica in un palmares di primissimo livello. In seguito allo scambio Aci-Renzi di tre anni fa (box qui a fianco) Sticchi è diventato vice presidente della Fia (Federation Internationale de l’Automobile) accanto al presidente Jean Todt. E poi Sticchi presiede pure Aci Informatica che è una controllata dell’Aci ricoprendo così allo stesso tempo il doppio ruolo di controllore e controllato.

Per l’evento Gran Premio all’Aci non hanno badato a spese. Da un calcolo approssimativo e volendosi tenere bassi la cifra impegnata è di almeno 130 mila euro. Prima di tutto ci sono i soldi per l’abergo, l’hotel Michelangelo di Milano, un 4 stelle da 200 euro a notte: circa 50 mila euro il totale sborsato. Poi il noleggio di una quarantina di pullmini, soprattutto Viano Mercedes, per il via vai dall’albergo all’autodromo. Più una Maserati Ghibli per il presidente. Secondo calcoli di fonti interne all’Aci sono altri 60 mila euro. Poi ci sono le cene varie, alcune più ristrette e costose per soli vip, altre allargate a una platea più ampia, e qui siamo su una spesa di circa 20 mila euro. E non è finita perché nel conto deve essere messo pure un pullman da una cinquantina di posti.

 

La scelta dei fornitori e i dubbi sulle regole

Trattandosi di soldi pubblici è lecito chiedersi quali siano state le procedure di gara per la scelta dei fornitori. Che tipo di pubblicità è stata data all’evento, quali avvisi sono stati presentati? Responsabile dell’ufficio che ha impegnato i fondi Aci è il direttore centrale Vincenzo Leanza, ma il responsabile della trasparenza e dell’anticorruzione è stato consultato? E i fornitori sono gli stessi dell’anno scorso o ne sono stati inseriti di nuovi? Quali sono state le regole e le norme applicate? L’Aci si finanzia soprattutto con i soldi degli automobilisti costretti a pagare al Pubblico registro automobilistico-Pra 27 euro in occasione dell’acquisto di una macchina. In totale fanno circa 200 milioni di euro l’anno.

Balle percepite

Siamo il Paese più credulone, o più disinformato, o tutt’e due le cose insieme, del mondo occidentale. Lo dice una ricerca di Bobby Duffy, direttore della sezione inglese di Ipsos, che ha interpellato un campione di 50 mila cittadini di 13 diverse nazioni e sta per pubblicarla nel libro I pericoli della percezione. Chi volesse spiegare la cosa con la solita litania sulle fake news del web filopopulista si legga la classifica degli altri Paesi e scoprirà che le balle attecchiscono e proliferano tanto in quelli governati dai cosiddetti “populisti” (come il nostro e l’America di Trump), quanto in quelli governati dalle vecchie élite mainstream (la Francia di Macron, la Spagna di Sánchez, il Canada di Trudeau ecc.). La spiegazione del nostro record è un po’ meno semplice e semplicistica. E risale all’annosa tara che ammorba l’informazione italiana da ben prima dell’avvento dei social, quand’era ancora monopolio incontrastato di tv e giornaloni: il gigantesco conflitto d’interessi tra affari, politica e media. Esempio: la maggioranza degli italiani pensa che gli islamici siano il 20% della popolazione, invece sono il 3,7%. E secondo l’istituto Cattaneo, gl’immigrati percepiti in Italia sono il 25%: cioè crediamo di avere il quadruplo di immigrati rispetto a quelli reali e pensiamo pure che siano tutti musulmani, mentre lo sono soltanto per la metà. Sarà tutta colpa di Salvini, o dei 5Stelle, o di Minniti che hanno preso di petto la questione? Chi lo pensa dimentica che per vent’anni e passa non solo la Lega, ma anche FI e il Pd hanno cavalcato l’“emergenza immigrazione”, associandola disinvoltamente all’“emergenza sicurezza”, a puro scopo propagandistico: o per raccattare voti a buon mercato, o per creare armi di distrazione di massa da altri problemi più urgenti.

I “pacchetti sicurezza”, che spacciavano per sicurezza la rassicurazione senza far nulla per rendere le persone più sicure, si sono susseguiti sotto i governi (e le amministrazioni locali) di centrodestra e centrosinistra. Che, essendo padroni delle tv, gonfiavano o sgonfiavano l’allarme a seconda delle esigenze del momento. Non c’è Paese al mondo con tanta cronaca nera, tanti delitti, tanto sangue e tanti migranti (non certo esclusivisti del crimine) nei tg e nei talk politici. Come i generali argentini che invasero le Falkland per distrarre il popolo dalla devastante crisi economica, così oggi Salvini (e ieri tanti suoi emuli) drammatizza il tema degli sbarchi (peraltro ormai ridotti al lumicino rispetto al passato) perché nessuno gli chieda conto delle promesse passate in cavalleria.

Ecioè la flat tax, l’abolizione della legge Fornero, il rimpatrio dei 600 mila clandestini (derubricato a “grossa sparata” dallo stesso sottosegretario leghista Giorgetti), la legittima difesa (anzi offesa) per tutti. Ma anche il centrosinistra che trascura le paure delle persone più deboli e indifese sbattendo loro in faccia le statistiche sul calo percentuale dei reati non aiuta una corretta percezione della realtà: se le rapine sono meno che in passato, non è che chi viene rapinato s’incazzi di meno. Anzi, se qualcuno tenta di consolarlo con la statistica sulla diminuzione delle rapine, s’incazza due volte. Idem per vitalizi e pensioni d’oro: se uno non ha un euro per campare e un politico gli dà una pacca sulla spalla e gli spiega che vitalizi e superpensioni incidono sul bilancio dello Stato solo per poche centinaia di milioni, come minimo gli prudono le mani.

Per quanto abile a dirottare dove vuole lui gli occhi, la testa e soprattutto la pancia di milioni di italiani, Salvini non è né l’unico né il principale artefice delle nostre percezioni sballate. Molto più grave e preoccupante – ricorda Nando Pagnoncelli – è “il nostro livello di istruzione troppo basso, con il 16,3% di laureati sulla forza lavoro”. E soprattutto l’asservimento alla politica e alla finanza dell’informazione che dovrebbe smentire le imposture del potere, ristabilire la verità e dettare l’agenda con la giusta scala di priorità.
Prendiamo il crollo del ponte Morandi a Genova, con 43 morti. Chi, dalle cattedre improbabili del pensiero unico mainstream, punta il dito contro i social populisti come depositari delle fake news dovrebbe rispondere a una domanda molto semplice: cosa avremmo saputo della gestione delle nostre autostrade e dunque delle responsabilità politico-amministrative della catastrofe, senza un paio di quotidiani liberi (fra cui il Fatto) e una moltitudine di siti e social indipendenti? Quasi nulla. Nei primi giorni nessun giornalone o grande tg osava nominare i Benetton, preferendo parlare genericamente di “Atlantia” e“Autostrade per l’Italia”, come se fossero entità astratte, o idee platoniche. Poi, a furia di insistere, abbiamo imposto il tema del concessionario privato che ingrassa da 20 anni su un bene pubblico senza obblighi né controlli.

E anche gli altri – quelli che a loro volta ingrassano sulla pubblicità e le sponsorizzazioni della nota famiglia trevigiana – hanno dovuto arrendersi e fare quel nome. Le peggiori fake news sono quelle che non si vedono: si chiamano omissioni e non temono smentite. Se uno mi racconta una cosa, mi domando se sia vera o falsa; ma, se uno non mi racconta nulla, non mi viene neppure la tentazione di andare a verificare. Per questo, da nove anni, prendendoci gl’insulti da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, passiamo ai raggi X le “verità” ufficiali e riempiamo il Fatto di fatti, senza tacere nulla di ciò che sappiamo e allegando i documenti perché tutti possano controllare. L’abbraccio di migliaia di lettori, ogni giorno in edicola e in abbonamento e anche quest’anno alla festa della Versiliana, ci fa sentire almeno un po’ utili.

Dal giudice cortesie per Kyrgios: quel sostegno che aiuta a vincere

Mohamed Lahyani, uno degli arbitri di tennis più famosi al mondo, da ieri l’altro ha sbaragliato la concorrenza. Dopo il match di 2° turno degli Us Open tra l’australiano Nick Kyrgios e il francese Paul Pierre-Hugues Herbert, il 52enne giudice di sedia svedese è entrato nella storia. Kyrgios è in grande difficoltà: sta perdendo (4-6, 0-3) e si muove svogliato sparacchiando alle stelle dritti e rovesci in quantità. Al cambio di campo Lahyani abbandona la sua posizione e si avvicina a quel che resta di Kyrgios. “I want to help you, I want to help you. I know you, you’re great for tennis” (“Ti voglio aiutare, ti voglio aiutare. Ti conosco, sei bravo a giocare a tennis”). Parole affettuose che scuotono l’australiano. E ribaltano il match. Da quel momento Herbert conquista 6 giochi, Kyrgios 18.

A fine match un’imbarazzata nota degli organizzatori fornisce la seguente versione: “Lahyani si è voluto soltanto sincerare delle condizioni fisiche di Kyrgios”. Su Twitter l’amaro commento di Herbert, lo sconfitto: “Va bene tutto, ma non prendetemi per i fondelli”.