Surfisti mascherati sulla cresta dell’onda

La libertà, a volte, è un’onda da prendere al punto giusto. Non troppo presto e nemmeno troppo tardi, altrimenti anche l’onda migliore del mondo porta poco lontano. Lo sanno i surfisti, che chiamano il momento giusto il “point break”. Ma Point break è anche il nome del film di Kathryn Bigelow che nel 1991 portò alla gloria lo sconosciuto Keanu Reeves e consacrò, un anno dopo Ghost, il povero Patrick Swayze, scomparso nove anni fa.

La trama è un mosaico di mare, banche, petti nudi e pistole: il poliziotto Johnny (Reeves) si infiltra in un gruppo di surfisti perché sospetta che tra di loro si nasconda una banda di rapinatori che si diverte ad assaltare banche con indosso le maschere di quattro presidenti americani (Ronald Reagan, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon e Jimmy Carter).

Come sempre in questi casi, il poliziotto finisce per trovarsi un po’ troppo a suo agio nel ruolo, iniziando ad apprezzare la vita da surfista, i nuovi amici (tra cui Bodhi, Swayze) e soprattutto la bella Tyler. Ottimi motivi per tentennare quando il gioco si fa duro e si deve scegliere tra il distintivo e le persone care. Qualunque sia la decisione giusta, Point Break ha segnato una generazione e non solo per il fascino dei protagonisti. Il successo odierno di film e serie tv basate su rapine sempre più geniali viene anche da qui, dall’immaginario creato dai misteriosi surfisti dal volto umano – ma coperto dalle maschere – che nessuno riesce ad acciuffare.

Toto-morti, si punta sul prossimo defunto Kirk Douglas favorito

È il 30 agosto 2018: “Morto Paul Taylor, ballerino, coreografo, direttore artistico, produttore teatrale e maestro di balletto statunitense. È tra gli ultimi membri viventi della terza generazione di artisti di danza moderna americani. Aveva 88 anni. Sulla figura e l’importanza di Paul Taylor nel periodo di passaggio tra la prima generazione dei maestri della Modern Dance e la nascita della corrente del Post Modern non si parlerà mai abbastanza. Molti autori della generazione fiorita negli anni 70 hanno imparato da lui l’uso dello spazio, l’intenzione del gesto, la fluidità del movimento”.

Germe guadagna 30 punti. Germe è uno dei 5.105 nickname che si sfida a colpi di scommesse. Su cosa? Sui morti, quelli celebri, però.

Esiste infatti un portale chiamato Totomorti.com (e il cui sottotitolo recita: Mors tua vincita mea) in cui chi vi accede – previa registrazione – può stilare la propria personale classifica di papabili per il decesso, non più di tre per elenco, su cui scommettere.

Il regolamento è semplice: i personaggi selezionati devono essere in vita e in buona salute. Non possono essere scelti individui condannati a morte, dispersi, sequestrati o la cui morte non sia verificabile. I soggetti devono essere nati tra il 1901 e il 1999. Non sono ammessi in classifica: aziende, gruppi di persone, piante, animali o entità astratte. In caso di vittoria, si accumulano punti e si scala la classifica interna degli iscritti.

Nella home del sito, sulla sinistra, compare la sezione “Morti caldi”, ovvero tutti coloro che sono spirati nelle ultime settimane, come la cantante Aretha Franklin, o Kofi Annan. C’è pure l’ex ministro Gaetano Gifuni.

Al centro campeggia il “Morto del giorno” insieme con il giocatore che ha vinto la scommessa e relativo punteggio. Nella sezione di destra, infine, c’è la classifica dei “Top 50”, ossia i migliori scommettitori. O mietitori.

I gestori del toto-morti tengono a far sapere: “Le scommesse non sono a fini di lucro, ma solo per un divertimento di cattivo gusto. I giocatori non intendono augurare la morte a nessuno”. Alla domanda: “Chi è secondo voi il morto dell’autunno?”, Serenere – altro nickname – risponde: “George Senior Bush, ché ormai gli manca un alluce nella fossa”. E se decidete di registrarvi, ogni volta che effettuerete il login, il sito vi accoglierà con un macabro: “Ciao, è un piacere constatare che sei ancora in vita!”.

Negli Stati Uniti succede qualcosa di simile. Anche il sito Stiffs (letteralmente: “i rigidi”) dà la possibilità ai propri giocatori di scommettere sul passaggio a miglior vita delle “celebrities”, direbbero loro. Qui però la lista personale si allarga, infatti sono ammessi 10 personaggi a giocata. Se la scommessa va a buon fine, ecco che si ottengono punti; punti che, sommati di volta in volta, danno diritto a premi come televisori al plasma, telefoni cellulari, iPod e iPad. Attenzione al regolamento, però: “È vietato uccidere, spaventare o fare ammalare coloro sui quali avete scommesso”.

Nel menu del portale troverete i “newest stiffs” (i rigidi più recenti, ndr): a ognuno di loro è abbinata una freddura tipica del black humour. Come per il senatore repubblicano John McCain, ad esempio, morto il 26 agosto, il cui profilo recita: “Ha tentato di diventare presidente (degli Stati Uniti d’America, ndr) per due volte. Forse era troppo intelligente per questo lavoro”.

E se per caso avete fatto male i vostri conti, lasciandovi sfuggire dalla top ten una puntata sicura, Stiff vi darà una seconda chance, recapitandovi una mail più che esplicita: “ e vi farà recapitare una mail che recita: “Ehi, X ha preso il suo biglietto di sola andata per l’altro mondo, ma tu non avevi scommesso su di lui. Hai un’ultima possibilità di rivedere la tua lista e inserirlo. Se pensi di non essere interessato, è perché probabilmente tu non sei interessante”.

Per i mietitori americani, il primo della lista per la stagione autunnale è l’attore Kirk Douglas (padre di Michael). È il più quotato in termini di punteggio. Tutti lo danno per morto, nonostante se la goda ancora coi suoi 101 anni.

Prigionieri sull’isola del tesoro insieme ai contrabbandieri

Salpammo dalla Turchia a bordo della Panagiotis, carichi come muli da soma, nel settembre del 1980. Nessuno di noi superava i trent’anni, ma Kostas era il più giovane di tutti. Aveva ventidue anni, e per scherzare lo nominammo subito Capitano. Lo sfottevamo perché era il suo primo viaggio. Scattavamo sull’attenti quando passava, poi gli tiravamo una pacca sul collo, di quelle che causano poco dolore ma molto rumore. Kostas era infastidito ma si sforzava di ridere. Non voleva litigare, e alla fine si era anche affezionato. A forza di stare in mare tutti insieme, di sopportare gli umori di quella bagnarola che ci trascinava in giro per il Mediterraneo, un po’ di bene te lo vuoi per forza, e gli uomini dell’equipaggio diventano i tuoi figli, i tuoi fratelli, i tuoi padri. Diventavamo una famiglia.

A bordo eravamo cinque greci e quattro turchi. Fino all’anno precedente c’era stato anche un italiano, Graziano, un marinaio di Lecce, ma poi lo avevano arrestato durante una spedizione. A volte, ci faceva piacere ricordarci di lui. Ci chiedevamo che fine avesse fatto, fingevamo di non sapere che era in prigione. Tra di noi la galera era un argomento proibito, parlarne troppo a lungo portava sfortuna.

Per sostituire Graziano era arrivato Kostas. Era giovane, pensava di conoscere il mare ma aveva navigato solo nelle acque calme dello Ionio, il mare non lo conosceva veramente, non sapeva quanto potesse essere feroce. A Cefalonia, d’estate, organizzava delle gite in barca per i turisti, li portava a Itaca. Se pagavano bene si spingeva insieme a loro fino a Zante. Si era imbarcato sulla Panagiotis per i soldi, come tutti, e lo avevamo preso a bordo perché parlava bene italiano, e ci sarebbe stato utile una volta entrati nelle acque territoriali pugliesi.

Lì, la guardia costiera ci fermava sempre.

Col contrabbando si rischiava la galera, ma i trafficanti pagavano bene e la rotta era la stessa collaudata da anni. Secondo i verbali e secondo le bolle di accompagnamento, la Panagiotis trasportava tappeti.

Tappeti persiani di tutte le misure e di tutti i colori, destinati ai negozi italiani.

Ma nella stiva non c’era nessun tappeto. C’erano invece le sigarette. Dodicimila stecche che sarebbero finite nella rete del contrabbando italiana e che avrebbero fruttato molti soldi.

Così, alla fine di settembre del 1980, partimmo da Adalia e navigammo per tre notti e quattro giorni.

Al tramonto del quarto giorno, tenevamo la rotta al largo delle scogliere frastagliate di Zante, quando Kostas, che in quel momento era in cabina di comando, si precipitò sul ponte. Era verde in faccia, sventolava un messaggio appena arrivato.

Secondo i nostri informatori, la Limeniko Soma, la guardia costiera greca, aveva ricevuto una soffiata. Sapeva cosa trasportavamo e ci stavano cercando.

Accogliemmo la notizia con disappunto. Non era la prima volta che capitava. Gazi, un turco pallido e con gli occhi azzurri che sembrava inglese, si incamminò verso la cabina di comando senza dire una parola.

“Cosa facciamo?”, domandò Kostas.

“Ci spostiamo sulla costa”, risposi. “Gazi spegnerà le attrezzature, così non ci localizzeranno”.

“Andiamo verso Zante?”, Kostas si voltò verso la linea sottile che si intravedeva all’orizzonte.

Annuii: “Alla cala di Agios Georgios. Ci nasconderemo lì”.

“Non è possibile. Non a Agios Georgios. C’è una secca”.

“Non c’è nessuna secca”, intervenne un altro dell’equipaggio. “Ci siamo già riparati lì l’anno scorso”.

“No, no, vi dico che c’è una secca! Ci portavo i turisti, questa estate! Ci incaglieremo”. Kostas era agitato. Ignorammo il suo suggerimento, lo spedimmo in coperta e facemmo rotta verso la cala. Il cielo era basso, la notte annunciava tempesta.

La Panagiotis gettò l’ancora nella caletta, al riparo dal mare grosso e dal temporale che infuriò sull’isola per diverse ore.

Per tutta la notte, la Limeniko Soma ci cercò senza trovarci.

Ma la mattina dopo, tornando sul ponte, scoprimmo che Kostas aveva ragione.

La Panagiotis si era arenata. La tempesta della notte, unita alla risacca, aveva creato una lingua di sabbia bianca intorno alla nave, che adesso giaceva inclinata su un fianco, un animale morente.

Dove poco prima c’era solo acqua, adesso c’era una spiaggia. E l’avevamo creata noi.

La luce del giorno però ci rivelò qualcosa di ben peggiore: La nave della Limeniko Soma, che ci sbarrava il passo all’ingresso della caletta.

Gli ufficiali della Guardia costiera avevano già calato le barche, si dirigevano verso di noi.

Dai megafoni gridarono che eravamo in arresto.

Mentre attendevamo che venissero ad arrestarci, mi accorsi che Kostas era accanto a me. Mi voltai verso di lui, mi resi conto che non aveva più paura. Ormai era finita. Nemmeno io avevo paura.

“Vuoi sapere una cosa?”, mormorò Kostas, guardando in alto, verso le scogliere che ancora nascondevano il sole.

“Cosa?”

“Tra vent’anni questa sarà la spiaggia più famosa di tutta la Grecia. E d’estate la gente verrà qui a fotografare il Panagiotis. E quando uscirò di galera, comprerò una nuova barca, e porterò in gita i turisti. E farò molti soldi, molti più di quanti avrei potuto farne con il contrabbando”.

Guardai verso il mare. Gli ufficiali della Limeniko Soma erano così vicini da distinguerne le facce. Pensai che Kostas fosse impazzito.

Vent’anni dopo, seppi che aveva ragione.

Quel primo ottobre del 1980, perdemmo una nave e finimmo tutti in galera. Ma creammo Navagio. La spiaggia più famosa di tutta la Grecia.

Basta cambi, al Nord Europa piace l’ora legale

Che cosa succederebbe in Italia se si abolisse l’obbligo di cambiare da ora legale a ora solare e viceversa? La conseguenza quasi scontata sarebbe un aumento dei costi energetici. Dal 1996 è previsto il cambio dall’ora solare a quella legale l’ultima domenica di marzo, e il passaggio inverso nell’ultima domenica di ottobre.

Questo tema ha in questi giorni conquistato l’agenda politica grazie a una consultazione popolare lanciata dall’Unione europea, svolta tra luglio e agosto. Il regime attualmente in vigore, con una direttiva Ue, mira a effettuare il cambio di orario in maniera coordinata tra i vari Paesi, per armonizzare la transizione dall’ora legale a quella solare e viceversa, minimizzando i contrattempi e gli intralci che comporta un cambiamento di orari non coordinato tra i singoli Stati, specie per il settore dei trasporti e per quello della logistica. A rispondere sono stati 4,6 milioni di cittadini del Vecchio continente, cioè poco più dell’1% della popolazione totale. In Italia “l’affluenza” si è fermata a un minuscolo 0,04%. L’84% di chi ha votato in tutta Europa si è detto favorevole alla cancellazione dell’obbligo di cambio. Tra i nostri connazionali, il 66% ha dichiarato che preferirebbe mantenere sempre l’ora solare (quindi quella che noi applichiamo in estate). Tre intervistati italiani su cinque valutano negativamente gli effetti dello spostamento obbligato delle lancette. Il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha preso atto dell’esito e ha subito detto di volersi adeguare alla decisione del popolo europeo.

Ma di quali popoli parliamo? La Germania è prima nel volere il cambiamento con il 3,79%, seguita da Austria, Lussemburgo, Finlandia, Estonia e Lituania, Ungheria e Polonia. Grecia, Cipro, Malta e Italia sono i più contrari. Nel Nord Europa dunque la percentuale di abolizionisti raggiunge o supera il 90%. L’Italia resta tra le nazioni più conservatrici. Secondo uno studio citato proprio dalla Commissione europea, il Sud è l’area nella quale si registrano maggiori risparmi energetici dovuti al cambio d’ora. I risultati in Italia di queste efficienze sono comunicati ogni anno dalla società Terna, azienda proprietaria della rete elettrica. In questo momento, i tecnici di Terna non sono in grado di fare una stima preventiva di che cosa potrebbe cambiare se dovessimo smettere di spostare le lancette a marzo e a ottobre. Ma gli ultimi dati offrono qualche spunto di riflessione. Nei sette mesi di ora legale del 2018 si stima che avremo risparmiato 562 milioni di kilowattora (116 milioni di euro).

Nello stesso periodo del 2017 abbiamo risparmiato 567 milioni di kilowattora, che in euro fanno 110 milioni. Parliamo di spiccioli rispetto ai 320 miliardi consumati (e 50 miliardi di euro spesi) annualmente. Se si optasse per rendere stabile l’ora legale, il risparmio estivo resterebbe ma sarebbe compensato da un aggravio in inverno: le mattine sarebbero più buie e fredde, perciò richiederebbero più energia nei luoghi di lavoro e questo aumenterebbe consumi e costi. La questione energetica però non è l’unica.

Ci sono altri fattori da considerare. Per esempio la sicurezza stradale: si stima che il cambio d’ora aumenti gli incidenti nel brevissimo periodo – perché crea stress e stanchezza – ma li riduca nel medio e lungo grazie alla maggiore visibilità della luce.

Stesso discorso per la salute: l’effetto immediato è un aumento di infarti e ictus, quello più spalmato nel tempo è un benessere maggiore generato dalla luce solare e dalla possibilità di fare sport e attività ricreative.

Pronti dunque per una rivoluzione? Fino a un certo punto. “Spetta agli Stati membri decidere se restare all’ora solare o all’ora legale”, in quanto “la scelta del fuso orario resta una competenza nazionale”, assicurano da Bruxelles.

La Giustizia di Trump: un ministro a scadenza

Donald Trump consegna i due mesi, anzi 9 settimane e mezzo, di preavviso a Jeff Sessions: il presidente è generoso, per un datore di lavoro americano, che in genere di settimane ne dà due e basta, ma pare avere fretta di liberarsi della ‘zavorra’ che si trova intorno – o, almeno, di quella che lui considera tale -. E così dopo avere dato il benservito al suo consigliere legale Don McGahn annuncia in tv il preavviso di licenziamento a Sessions.

Con il segretario alla Giustizia, anzi con tutto il Dipartimento della Giustizia, il rapporto è sempre stato d’amore e d’odio; e spesso di odio e basta.

Il presidente s’è sovente comportato come se avesse l’impressione di nutrirsi le serpi in seno: Sessions è incapace di proteggerlo dal Russiagate, da cui s’è chiamato fuori dopo il siluramento del capo dell’Fbi James Comey; e Rod Rosenstein, suo vice, terrebbe addirittura bordone al procuratore speciale Robert Mueller – un altro che, se solo potesse, Trump si leverebbe di torno –.

In una intervista alla Bloomberg, il presidente ha detto che Sessions è sicuro di restare al suo posto almeno fino al voto di midterm del 6 novembre, ma non ha indicato che cosa ne sarà dopo. I media Usa interpretano il silenzio di Trump in modo univoco: la sorte di Sessions, da 20 mesi parafulmine di tutte le ire del presidente in seno al governo – come il generale John Kelly, capo dello staff, lo è da un anno di tutte quelle alla Casa Bianca –, è segnata.

Parlando a un comizio nell’Indiana, poche ore più tardi, Trump ha ribadito il concetto: i dirigenti del Dipartimento della Giustizia e dell’Fbi “devono iniziare a fare il loro lavoro e a farlo bene”, perché “la gente è arrabbiata”. A essere arrabbiato è soprattutto il presidente, deluso da alcuni – come Sessions –, abbandonato da altri come McGahn e, prima, buona parte del suo staff legale; e tradito da altri, il suo avvocato Michael Cohen, il suo ‘editore di fiducia’ David Pecker, e i suoi fidi della Trump Organization.

Tutta gente che s’è scelto lui, come collaboratori o amici. Quando nominò Sessions alla Giustizia, molti a Washington si stupirono: il senatore dell’Alabama aveva fama di ometto né molto tosto né molto furbo, nonostante i vent’anni trascorsi a Capitol Hill. Era stato uno dei primi esponenti dell’establishment repubblicano a credere in Trump e fu premiato. Ma Sessions si trovò presto ‘azzoppato’, come segretario alla Giustizia, dalla vicenda Comey e dall’avere mentito sui suoi contatti con esponenti russi durante la campagna 2016: disse di non averne avuti; poi si scoprì che aveva incontrato due volte l’ambasciatore russo Sergey Kislyak.

A tratti, il gioco di Trump pare logoro. Un sondaggio lo dà in calo: il 60% degli intervistati ne boccia l’operato e solo il 36% lo approva. I dati di Abc/WP sono stati raccolti dopo la condanna dell’ex capo della campagna 2016, Paul Manafort, e le confessioni di Cohen. Netta la maggioranza che sostiene l’indagine sul Russiagate (63%), mentre quasi la metà degli intervistati, il 49%, pensa che il Congresso dovrebbe iniziare la procedura di impeachment di Trump (il 46% è contrario).

Altro guaio per Macron: il “big bang” fiscale

Emmanuel Macron ha ereditato da François Hollande una riforma-grattacapo: l’introduzione della ritenuta alla fonte dell’imposta sul reddito. Una misura che era una promessa di campagna del suo predecessore e che è stata votata nel novembre 2016.

Una volta all’Eliseo, Macron ha rinviato di un anno l’entrata in vigore del testo. Giusto il tempo necessario, aveva spiegato, per “essere pronti”. Quel tempo sta scadendo e la misura diventerà effettiva dal primo gennaio 2019. O forse no.

L’Eliseo ha lasciato planare il dubbio che la riforma possa essere abbandonata (come sperano i sindacati): “Prima di dare la direttiva finale, ho ancora bisogno di risposte”, ha dichiarato Macron in viaggio nei paesi scandinavi. Dubbi velati li ha espressi anche il premier Edouard Philippe sul Journal du Dimanche: “Faremo il punto sulla riforma nelle prossime settimane”. Il responso è atteso il 15 settembre.

La Francia è uno dei rari paesi a non applicare ancora la ritenuta alla fonte dell’imposta sul reddito. In Germania la misura fu introdotta nel 1925 e nel Regno Unito nel 44. Esiste in Italia dal ‘73. Dall’Eliseo non si dice apertamente, ma di fatto si teme che l’amministrazione fiscale non sia tecnicamente pronta e un eventuale caos informatico (in stile millennium bug) sarebbe un disastro per il governo. In questo senso, a rischiare la figuraccia peggiore è il giovane e rampante ministro dei Conti Pubblici, Gérard Darmanin, che da mesi difende la sua riforma. Richiamato da Macron, Darmanin ripete da ore che l’amministrazione è pronta e che il calendario sarà mantenuto. Ma, a qualche mese dalle elezioni europee, le preoccupazioni sono anche politiche. La riforma piuttosto impopolare viene vissuta come “big bang fiscale”. Finora in Francia il pagamento della tassa sul reddito è una questione privata tra i nuclei familiari e il fisco. I francesi dichiarano il loro reddito (dell’anno precedente) in primavera e poi pagano l’imposta in una, tre o 12 rate, senza che sia prelevato nulla dallo stipendio. Con la riforma invece l’imposta verrà trattenuta in busta paga. I francesi si stanno preparando all’idea di ricevere uno stipendio più basso da gennaio ma lo shock psicologico potrebbe essere importante.

Alcune aziende, come la banca BNP Paribas, stanno pensando di distribuire la tredicesima lungo tutto l’anno perché l’impatto con la busta paga sia meno deprimente. Macron rischia di brutto. La sua popolarità è ancora scesa (da 37% a 34% in un mese) dopo le dimissioni a sorpresa per tutti, Eliseo compreso, del ministro dell’Ambiente, Nicolas Hulot, personalità molto amata dai francesi. Dopo gli scandali estivi, una nuova polemica agita i media in queste ultime ore. Riguarda lo scrittore Philippe Besson, appena nominato console a Los Angeles. Besson è anche amico della première dame, Brigitte, e un fan dichiarato di Macron, al quale ha anche dedicato una biografia, “agiografica” per certi media. Il presidente ha dovuto smentire le accuse di clientelismo. E ora c’è la questione della riforma fiscale. Le Figaro ritiene che l’Eliseo stia studiando un modo di prendere tempo trasformando il 2019 in “anno di transizione”, cioè imponendo a tutti i francesi il pagamento dell’imposta a scadenza mensile, che sarebbe prelevata dal fisco direttamente dal conto corrente. L’entrata effettiva della riforma slitterebbe così al 2020.

Contro Assad e l’Isis. A Idlib finisce il sogno salafita di Al Nusra

La bomba a orologeria di Idlib sembra ormai sul punto di esplodere. L’ultima roccaforte degli estremisti islamici in Siria si sta preparando all’offensiva di Damasco – supportata dalla Russia e dall’Iran – che potrebbe trasformarsi nella peggior carneficina di una guerra che in otto anni ha fatto più di 350 mila vittime e costretto almeno 5 milioni di persone a lasciare le proprie case.

In questa vasta provincia nel nord-ovest della Siria, al confine con la Turchia, da settimane i ribelli stanno scavando trincee, minando i terreni e ieri hanno fatto saltare due ponti nel tentativo di ostacolare l’imminente attacco dell’esercito di Assad. I ponti distrutti erano situati nella pianura di Al-Ghab, che potrebbe essere uno dei primi obiettivi. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani – una organizzazione che ha base in Inghilterra ed è schierata contro il governo – a distruggere i ponti sono stati i ribelli del Fronte nazionale di liberazione, il principale gruppo armato non jihadista.

La provincia di Idlib, cruciale per i collegamenti con la Turchia, dal 2015 è controllata per il 60 per cento da Hayat tahrir al Sham (Hts) un fronte di gruppi islamisti dominato da al Nusra, di fatto la branca siriana di al Qaeda. “Il comando siriano ha preso la decisione di sconfiggere il Fronte al-Nusra a Idlib, indipendentemente dal sacrificio che può comportare”, ha detto il ministro degli Esteri di Damasco Walid Muallem. L’Onu ha messo in guardia da quella che potrebbe diventare una “catastrofe umanitaria in caso di un attacco su vasta scala” e l’inviato speciale per la Siria, Staffan de Mistura, ha chiesto la creazione di corridoi umanitari per i civili. Nella zona vivono quasi circa tre milioni di persone, la metà costituita dai miliziani che con i loro familiari vi hanno trovato riparo in seguito alla riconquista di quasi tutto il territorio siriano da parte dei soldati di Damasco. Nonostante la Turchia, presente in Siria, abbia tentato di isolare la corrente più radicale dell’Hts per spingerla a creare un fronte unico con i ribelli più moderati, che occupano il restante 40 per cento, i jihadisti sono rimasti compatti e ora si preparano allo scontro finale.

Nel 2016 Jabhat al-Nusra, guidata da Abu Muhammad al-Julani, si era rinominata Jabhat Fateh al-Sham, autoproclamandosi “entità esterna” (senza però rompere l’alleanza con il leader di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri) per cercare di evitare l’iscrizione nella black list delle organizzazioni terroriste internazionali come l’Isis, allora sua principale rivale.

Ma il camouflage non ha dato gli effetti sperati e nel 2017 l’ex Al Nusra ha creato assieme ad altri gruppi di ispirazione salafita Hayyat Tahrir al Sham. L’Hts ha imposto sul territorio di Idlib la legge coranica (sharia) e metodi di controllo simili per brutalità a quelli dell’Isis.

L’obiettivo principale è sconfiggere Assad e opporsi agli accordi di Astana tra Turchia-Russia e Iran che invece le cosiddette fazioni jihadiste meno estremiste, come Ahrar al Sham, presenti sull’altra porzione della provincia, hanno accettato. Al Nusra ha goduto per anni del sostegno della Turchia i cui servizi segreti l’hanno rifornita anche di armi. In seguito all’alleanza opportunista di Ankara con Mosca e Teheran, il gruppo a capo dell’Hts è diventato un nemico per il presidente turco Erdogan che sostiene l’esercito libero siriano.

Ankara insomma non è riuscita a mettere un freno al caos di gruppi rivali a Idlib e ora teme un’ondata di profughi. Mosca del resto sembra intenzionata a non risparmiare i jihadisti che hanno creato un micro Stato Islamico nel nord della Siria alternativo al fu Califfato di Al Baghdadi.

Il documento per la parità di genere in Mostra

Raccolta dati e iscrizioni alla Mostra, trasparenza e parità di genere nelle nomine e mantenimento alta quota femminile a Biennale e Mostra. I punti salienti della “Carta 5050×2020” firmata ieri dal presidente della Biennale Paolo Baratta e il direttore della Mostra Alberto Barbera per iniziativa del Movimento 5050×2020, Dissenso Comune, Women in Film, TV & Media Italia. (amp)

Piove sul bagnato: Amazon cancella “A Rainy Day in New York” di Allen

Quando la barca affonda anche Amazon scappa.

L’azienda statunitense ha fatto sapere ieri che non distribuirà A Rainy Day in New York l’ultimo film diretto da Wood Allen. Il famoso regista è da mesi al centro di polemiche dopo le accuse della figlia adottiva Dylan Farrow di essere stata abusata da lui quando era bambina. Accusa dalla quale è stato assolto già in due occasioni.

La decisione di Amazon sancisce la cancellazione della controversa pellicola che aveva al centro della trama la storia di amore fra un 44enne e una 15enne.

Un tema delicato, specie dopo le accuse al celebre cineasta che avevano scandalizzato il mondo di Hollywood al punto che gli stessi attori che hanno partecipato alle riprese dirette da Allen ne avevano – negli ultimi giorni – preso le distanze: Ellen Page, Greta Gerwing, Micheal Caine avevano dichiarato che non avrebbero mai più lavorato con lui mentre Griffin Newman e Rebecca Hall avevano deciso di donare il compenso ricevuto per A Rainy Day in New York al movimento Time’s Up che si occupa di fornire assistenza legale gratuita alle donne vittime di violenza sessuale.

Tempi duri dunque per l’autore di “Manhattan” che dopo aver visto il proprio genio acclamato dal pubblico e aver vinto ben quattro Oscar è stato isolato anche dai colleghi, al punto che ha già annunciato che l’anno prossimo, per la prima volta dal 1981, si prenderà una pausa dal cinema e non girerà nessun film.

Apparso a giugno in una tv argentina, Allen aveva sfoggiato una sorprendente calma respingendo chiaramente le accuse di molestie della figlia adottiva che sarebbe stata, a suo dire, influenzata, dalla ex moglie Mia Farrow. Il regista si era inoltre lamentato di essere stato accostato, dopo la nascita del movimento #MeToo, ad Harvey Weinstein, l’ex produttore di Hollywood accusato da almeno ottanta attrici di aver approfittato della propria posizione di potere per abusare di loro.

“Sono un grande sostenitore del movimento #MeToo e credo che dovrei esserne il portavoce, perché ho lavorato nel cinema per 50 anni e nessuna delle mie collaboratrici e attrici si è mai lamentata di me”: aveva aggiunto il regista attirandosi così le ire della figlia adottiva Dylan Farrow che a stretto giro aveva replicato: “Tutto ciò che lui dice non fa parte di una strategia da Pr nel tentativo di minare la credibilità delle accuse nei suoi confronti.

Siamo tutti più saggi ora sull’argomento e sappiamo che gli uomini potenti agiranno per sminuire e silenziare le loro vittime”.

Non è la prima volta che i parenti inguaiano il celebre cineasta: già anni fa fece discutere la sua scelta di sposare Soon-Yi Farrow Previn , un’altra figlia adottiva.

Ed è stato proprio un altro figlio, Ronan Farrow, che da giornalista del New York Times ha scoperchiato il caso delle molestie di Weinstein che, con il conseguente movimento del #MeToo, ha reso l’ambiente delle cinematografia americana molto ostile nei confronti di chi, come il padre, sia accusato di molestie e abusi sessuali.

Insomma una riunione della famiglia Allen in questo periodo sarebbe quantomeno esplosiva.

E domani è pure domenica.

Nobel per la Letteratura: i ribelli tornano per fare i furbi

Il termine ultimo per prendere una decisione scade oggi. Ed è prevista per il 6 settembre la prima riunione operativa in cui si stabiliranno – attraverso l’elezione dei nuovi eletti – le basi per il “repulisti” dell’Accademia dopo lo scandalo molestie e favori che a maggio ha travolto Katarina Frostenson e suo marito Jean-Claude Arnault. Ma nulla sembra cambiato. A poche ore dallo scoop di giovedì pubblicato dal quotidiano Svenka Dagbladet sul rientro di tre dei membri “dimissionari” per protesta contro lo tsunami Frostenson, infatti, arriva nella mattina di venerdì la smentita. Sara Danius, Peter Englund e Kjell Espmark – le tre schegge impazzite dichiarano che “non torneremo a sedersi sui rispettivi scranni dell’Accademia, ma che eventualmente potrebbero partecipare a votazioni importanti, nient’altro”.

Dunque, niente cambia perché tutto cambi. Perché una cosa è certa: con i voti dei desaparecidos (lo statuto accademico non prevede dimissioni essendo le cariche a vita) si potrà arrivare ad un nuovo assetto all’interno dell’Istituzione che elegge il premio per la Letteratura. A chiederlo espressamente nei giorni scorsi era stata la stessa Fondazione Nobel, che addirittura spingeva i membri restanti a sfilarsi anche loro dall’Accademia. “Unico vero repulisti in grado di dare un segnale anche a livello internazionale di riacquisita credibilità”. Tutto bene allora? No.

Intanto, in cambio di questo loro “appoggio alla ricostruzione dell’Accademia di Svezia”, Danius, Englund e Espmark – stando all’Svd – avrebbero chiesto lo scalpo di Horace Engdahl, segretario dell’Istituzione nonché “amico” della famiglia Frostenson e tra coloro che avrebbero firmato i contributi pubblici destinati all’associazione francese di Jean-Claude Arnault. Se questo “scambio” fosse confermato, sarebbe chiaro che i giochi di potere all’interno dell’Accademia sono tutt’altro che sopiti. Anzi, quella dei tre membri “anti-Frostenson” di rientrare solo per il voto dei loro rispettivi sostituti si potrebbe leggere proprio come un modo per bloccare le nomina di poeti e scrittori vicini alla fazione rivale. Altroché “ruolo costruttivo”, dunque. Danius e compagnia non si arrendono, e mandano così un messaggio preciso a Engadhl, non vi lasceremo soli a fare i vostri giochi. Questo perché, come scrive la commentatrice di Svd, se da una parte Danius, Englund e Espmark “vogliono assicurare ai propri fan di aver chiuso con quel mondo travolto dallo scandalo”, allo stesso tempo “assicurano al mondo culturale di assumersi la responsabilità di cercare di salvare l’istituzione”.

E con essa, gli interessi correlati, soprattutto. A fermarsi in seguito al discredito gettato sull’Accademia dalle accuse di molestie e di frode ai Frostenson, non è stata soltanto l’assegnazione del Nobel per la Letteratura (mancanza non da poco, certo), ma anche l’assegnazione dei fondi per la letteratura, ad esempio. Quelli – tra gli altri – che in Svezia sono fondamentali per qualsiasi scrittore che voglia pubblicare un libro e che consistono in una rendita mensile fino a stesura completata dell’opera. Per non parlare delle pubblicazioni legate all’Istituzione, che senza le riunioni degli accademici non possono essere approvate. Una vera e propria paralisi, di fatto, che rischia di andare oltre la brutta figura del Nobel e che – a lungo andare – potrebbe costare caro anche alle case editrici svedesi.

Ad aggravare la situazione sono le dichiarazioni rilasciate da Carl-Henrik Heldin, presidente della Fondazione del premio Nobel. “E ovviamente una buona notizia che vogliano partecipare alle elezioni”, ha dichiarato Heldin sulla decisione dei tre membri, sottolineando che “è la strada giusta per la ricostruzione dell’Accademia. “Ma – spiega – tendere una mano non è sufficiente a restituire la fiducia. Questo è solo il primo passo nel lungo processo di restauro che non è in alcun modo completo. Devono lavorare sodo per superare i problemi esistenti”, ha concluso il presidente. Lungo percorso che il mondo della Letteratura spera si concluda se non altro prima delle candidature al Nobel del 2019.