Salpammo dalla Turchia a bordo della Panagiotis, carichi come muli da soma, nel settembre del 1980. Nessuno di noi superava i trent’anni, ma Kostas era il più giovane di tutti. Aveva ventidue anni, e per scherzare lo nominammo subito Capitano. Lo sfottevamo perché era il suo primo viaggio. Scattavamo sull’attenti quando passava, poi gli tiravamo una pacca sul collo, di quelle che causano poco dolore ma molto rumore. Kostas era infastidito ma si sforzava di ridere. Non voleva litigare, e alla fine si era anche affezionato. A forza di stare in mare tutti insieme, di sopportare gli umori di quella bagnarola che ci trascinava in giro per il Mediterraneo, un po’ di bene te lo vuoi per forza, e gli uomini dell’equipaggio diventano i tuoi figli, i tuoi fratelli, i tuoi padri. Diventavamo una famiglia.
A bordo eravamo cinque greci e quattro turchi. Fino all’anno precedente c’era stato anche un italiano, Graziano, un marinaio di Lecce, ma poi lo avevano arrestato durante una spedizione. A volte, ci faceva piacere ricordarci di lui. Ci chiedevamo che fine avesse fatto, fingevamo di non sapere che era in prigione. Tra di noi la galera era un argomento proibito, parlarne troppo a lungo portava sfortuna.
Per sostituire Graziano era arrivato Kostas. Era giovane, pensava di conoscere il mare ma aveva navigato solo nelle acque calme dello Ionio, il mare non lo conosceva veramente, non sapeva quanto potesse essere feroce. A Cefalonia, d’estate, organizzava delle gite in barca per i turisti, li portava a Itaca. Se pagavano bene si spingeva insieme a loro fino a Zante. Si era imbarcato sulla Panagiotis per i soldi, come tutti, e lo avevamo preso a bordo perché parlava bene italiano, e ci sarebbe stato utile una volta entrati nelle acque territoriali pugliesi.
Lì, la guardia costiera ci fermava sempre.
Col contrabbando si rischiava la galera, ma i trafficanti pagavano bene e la rotta era la stessa collaudata da anni. Secondo i verbali e secondo le bolle di accompagnamento, la Panagiotis trasportava tappeti.
Tappeti persiani di tutte le misure e di tutti i colori, destinati ai negozi italiani.
Ma nella stiva non c’era nessun tappeto. C’erano invece le sigarette. Dodicimila stecche che sarebbero finite nella rete del contrabbando italiana e che avrebbero fruttato molti soldi.
Così, alla fine di settembre del 1980, partimmo da Adalia e navigammo per tre notti e quattro giorni.
Al tramonto del quarto giorno, tenevamo la rotta al largo delle scogliere frastagliate di Zante, quando Kostas, che in quel momento era in cabina di comando, si precipitò sul ponte. Era verde in faccia, sventolava un messaggio appena arrivato.
Secondo i nostri informatori, la Limeniko Soma, la guardia costiera greca, aveva ricevuto una soffiata. Sapeva cosa trasportavamo e ci stavano cercando.
Accogliemmo la notizia con disappunto. Non era la prima volta che capitava. Gazi, un turco pallido e con gli occhi azzurri che sembrava inglese, si incamminò verso la cabina di comando senza dire una parola.
“Cosa facciamo?”, domandò Kostas.
“Ci spostiamo sulla costa”, risposi. “Gazi spegnerà le attrezzature, così non ci localizzeranno”.
“Andiamo verso Zante?”, Kostas si voltò verso la linea sottile che si intravedeva all’orizzonte.
Annuii: “Alla cala di Agios Georgios. Ci nasconderemo lì”.
“Non è possibile. Non a Agios Georgios. C’è una secca”.
“Non c’è nessuna secca”, intervenne un altro dell’equipaggio. “Ci siamo già riparati lì l’anno scorso”.
“No, no, vi dico che c’è una secca! Ci portavo i turisti, questa estate! Ci incaglieremo”. Kostas era agitato. Ignorammo il suo suggerimento, lo spedimmo in coperta e facemmo rotta verso la cala. Il cielo era basso, la notte annunciava tempesta.
La Panagiotis gettò l’ancora nella caletta, al riparo dal mare grosso e dal temporale che infuriò sull’isola per diverse ore.
Per tutta la notte, la Limeniko Soma ci cercò senza trovarci.
Ma la mattina dopo, tornando sul ponte, scoprimmo che Kostas aveva ragione.
La Panagiotis si era arenata. La tempesta della notte, unita alla risacca, aveva creato una lingua di sabbia bianca intorno alla nave, che adesso giaceva inclinata su un fianco, un animale morente.
Dove poco prima c’era solo acqua, adesso c’era una spiaggia. E l’avevamo creata noi.
La luce del giorno però ci rivelò qualcosa di ben peggiore: La nave della Limeniko Soma, che ci sbarrava il passo all’ingresso della caletta.
Gli ufficiali della Guardia costiera avevano già calato le barche, si dirigevano verso di noi.
Dai megafoni gridarono che eravamo in arresto.
Mentre attendevamo che venissero ad arrestarci, mi accorsi che Kostas era accanto a me. Mi voltai verso di lui, mi resi conto che non aveva più paura. Ormai era finita. Nemmeno io avevo paura.
“Vuoi sapere una cosa?”, mormorò Kostas, guardando in alto, verso le scogliere che ancora nascondevano il sole.
“Cosa?”
“Tra vent’anni questa sarà la spiaggia più famosa di tutta la Grecia. E d’estate la gente verrà qui a fotografare il Panagiotis. E quando uscirò di galera, comprerò una nuova barca, e porterò in gita i turisti. E farò molti soldi, molti più di quanti avrei potuto farne con il contrabbando”.
Guardai verso il mare. Gli ufficiali della Limeniko Soma erano così vicini da distinguerne le facce. Pensai che Kostas fosse impazzito.
Vent’anni dopo, seppi che aveva ragione.
Quel primo ottobre del 1980, perdemmo una nave e finimmo tutti in galera. Ma creammo Navagio. La spiaggia più famosa di tutta la Grecia.