È nata una stella, e non è solo un titolo: Lady Gaga dimostra che oltre all’ugola c’è di più, ed è buono per i prossimi Oscar, ottimo e abbondante per conquistare la 75esima Mostra di Venezia. Il testimone Stefani Joanne Angelina Germanotta l’ha preso da Barbra Streisand che nel 1976, al terzo A Star Is Born dopo l’originale di William Wellman (1937) e il remake di George Cukor con Judy Garland (1954), duettava con Kris Kristofferson per Frank Pierson: non ne fa sentire la mancanza, e il merito è anche del partner, Bradley Cooper, che abbandonate le Notti da leoni si riscopre uno e bino, ovvero interprete e neo-regista. Tre anni di lavoro preparatorio per lui, e poi la mutua assistenza con Lady Gaga: “C’è stato uno scambio, lui mi ha accettato come attrice e io come cantante”. Una coppia per l’award season stelle & strisce, e ancor prima per il botteghino (uscita il 5 ottobre negli Usa, da noi l’11), ed è presto spiegato: il paso doble di Jackson Maine (Cooper), svelto di chitarra e ancor più di bicchiere, e la cameriera orfana di palco e sogni Ally (Gaga) allinea esecuzioni accorate – la prima volta insieme è stata registrata al Coachella – e romanticismo genuino, centrando tenerezze non addomesticate e battute non pastorizzate. Per tacere di un istantaneo nudo full frontal della Germanotta. Fuori Concorso al Lido, A Star Is Born è troppo lungo e un po’ involuto nella seconda parte, ma tutt’altro che disprezzabile: lacrime come se piovesse in platea, anche quella stampa, perché la chimica tra Gaga e Cooper c’è, si sente (la colonna sonora firmata dai due con il producer Mark Ronson verrà ovviamente distribuita) e si vede.
Merito pure dell’assenza di trucco: “Bradley mi ha detto subito che sul viso di Ally non voleva vedere make-up”. Tra schermo e realtà, la popstar si permette un colpo di rasoio all’industria discografica: “All’inizio della carriera ho detto molti no. Spesso non ero la più bella nella stanza e mi chiedevano di dare i miei pezzi ad altre cantanti. Ma – sorride – avevo già un carattere forte, e ho saputo oppormi e impormi con la mia visione e la mia fisicità”. Questione di naso, che Lady Germanotta sfoggia tra ironia e cazzimma anche nel film: inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Clint Eastwood con protagonista Beyoncé, così non è andata, ma il “chissà se l’avessero fatto loro” annega in Laguna. Dove, per assecondare le seconde visioni di Telluride e Toronto, continuano a passare senza soluzione di continuità gli americani. Di ieri, come l’ultimo Orson Welles di The Other Side of the Wind, un metacinema straniante girato tra ’70 e ’76 e ora completato dall’allora direttore di produzione Frank Marshall con l’aiuto di Peter Bogdanovich, e di oggi, ovvero i fratelli Joel e Ethan Coen. Con The Ballad of Buster Scruggs fanno il secondo western della carriera dopo Il Grinta e un intenzionale omaggio al cinema italiano: “Amiamo gli spaghetti western, che travasiamo nel secondo episodio con James Franco, e ci sono sempre piaciuti i film antologici, specialmente quelli realizzati negli anni 60 nel vostro Paese. Anche se – e Ethan si improvvisa critico – non ho mai capito che c’entrasse Luchino Visconti in una commedia sessuale come Boccaccio ‘70”. Sei episodi, provenienti da storie scritte nell’arco di 25 anni, assemblati assecondando “l’istinto, senza intenzioni postmoderne”, con una “progressione dalla commedia alla cupezza”: i migliori sono i primi, secchi e divertenti, con Tim Blake Nelson nei panni dell’eponimo cowboy canterino e Franco rapinatore sfortunato, mentre quello con il cercatore d’oro Tom Waits e gli ultimi due corali in carovana e diligenza hanno più tempo ma meno fiato, meno idee e più maniera. Distribuisce Netflix, e Joel non ci trova nulla di male: “Finanzia film non mainstream, ed è molto importante per la nostra forma d’arte, a prescindere da come vengano diffusi”. E l’Italia? Oggi passa il primo tricolore per il Leone, Suspiria di Luca Guadagnino, mentre la sezione parallela Sconfini accoglie la “malincomica” opera seconda di Gian-Alfonso Pacinotti, all’anagrafe fumettistica Gipi, Il ragazzo più felice del mondo.
Più corto satirico à la Propaganda Live che L’ultimo terrestre, parte da un piccolo fan che “estorceva” schizzetti a Gipi e colleghi vent’anni fa, ma poi evolve tra mockumentary e divertissement, all’insegna della leggerezza: “Non è un film sofisticato, ma piccolino, fatto con pochissimi soldi e una troupe giovanissima”.