Lady Gaga e i cowboy Coen. Venezia è a stelle & strisce

È nata una stella, e non è solo un titolo: Lady Gaga dimostra che oltre all’ugola c’è di più, ed è buono per i prossimi Oscar, ottimo e abbondante per conquistare la 75esima Mostra di Venezia. Il testimone Stefani Joanne Angelina Germanotta l’ha preso da Barbra Streisand che nel 1976, al terzo A Star Is Born dopo l’originale di William Wellman (1937) e il remake di George Cukor con Judy Garland (1954), duettava con Kris Kristofferson per Frank Pierson: non ne fa sentire la mancanza, e il merito è anche del partner, Bradley Cooper, che abbandonate le Notti da leoni si riscopre uno e bino, ovvero interprete e neo-regista. Tre anni di lavoro preparatorio per lui, e poi la mutua assistenza con Lady Gaga: “C’è stato uno scambio, lui mi ha accettato come attrice e io come cantante”. Una coppia per l’award season stelle & strisce, e ancor prima per il botteghino (uscita il 5 ottobre negli Usa, da noi l’11), ed è presto spiegato: il paso doble di Jackson Maine (Cooper), svelto di chitarra e ancor più di bicchiere, e la cameriera orfana di palco e sogni Ally (Gaga) allinea esecuzioni accorate – la prima volta insieme è stata registrata al Coachella – e romanticismo genuino, centrando tenerezze non addomesticate e battute non pastorizzate. Per tacere di un istantaneo nudo full frontal della Germanotta. Fuori Concorso al Lido, A Star Is Born è troppo lungo e un po’ involuto nella seconda parte, ma tutt’altro che disprezzabile: lacrime come se piovesse in platea, anche quella stampa, perché la chimica tra Gaga e Cooper c’è, si sente (la colonna sonora firmata dai due con il producer Mark Ronson verrà ovviamente distribuita) e si vede.

Merito pure dell’assenza di trucco: “Bradley mi ha detto subito che sul viso di Ally non voleva vedere make-up”. Tra schermo e realtà, la popstar si permette un colpo di rasoio all’industria discografica: “All’inizio della carriera ho detto molti no. Spesso non ero la più bella nella stanza e mi chiedevano di dare i miei pezzi ad altre cantanti. Ma – sorride – avevo già un carattere forte, e ho saputo oppormi e impormi con la mia visione e la mia fisicità”. Questione di naso, che Lady Germanotta sfoggia tra ironia e cazzimma anche nel film: inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Clint Eastwood con protagonista Beyoncé, così non è andata, ma il “chissà se l’avessero fatto loro” annega in Laguna. Dove, per assecondare le seconde visioni di Telluride e Toronto, continuano a passare senza soluzione di continuità gli americani. Di ieri, come l’ultimo Orson Welles di The Other Side of the Wind, un metacinema straniante girato tra ’70 e ’76 e ora completato dall’allora direttore di produzione Frank Marshall con l’aiuto di Peter Bogdanovich, e di oggi, ovvero i fratelli Joel e Ethan Coen. Con The Ballad of Buster Scruggs fanno il secondo western della carriera dopo Il Grinta e un intenzionale omaggio al cinema italiano: “Amiamo gli spaghetti western, che travasiamo nel secondo episodio con James Franco, e ci sono sempre piaciuti i film antologici, specialmente quelli realizzati negli anni 60 nel vostro Paese. Anche se – e Ethan si improvvisa critico – non ho mai capito che c’entrasse Luchino Visconti in una commedia sessuale come Boccaccio ‘70”. Sei episodi, provenienti da storie scritte nell’arco di 25 anni, assemblati assecondando “l’istinto, senza intenzioni postmoderne”, con una “progressione dalla commedia alla cupezza”: i migliori sono i primi, secchi e divertenti, con Tim Blake Nelson nei panni dell’eponimo cowboy canterino e Franco rapinatore sfortunato, mentre quello con il cercatore d’oro Tom Waits e gli ultimi due corali in carovana e diligenza hanno più tempo ma meno fiato, meno idee e più maniera. Distribuisce Netflix, e Joel non ci trova nulla di male: “Finanzia film non mainstream, ed è molto importante per la nostra forma d’arte, a prescindere da come vengano diffusi”. E l’Italia? Oggi passa il primo tricolore per il Leone, Suspiria di Luca Guadagnino, mentre la sezione parallela Sconfini accoglie la “malincomica” opera seconda di Gian-Alfonso Pacinotti, all’anagrafe fumettistica Gipi, Il ragazzo più felice del mondo.

Più corto satirico à la Propaganda Live che L’ultimo terrestre, parte da un piccolo fan che “estorceva” schizzetti a Gipi e colleghi vent’anni fa, ma poi evolve tra mockumentary e divertissement, all’insegna della leggerezza: “Non è un film sofisticato, ma piccolino, fatto con pochissimi soldi e una troupe giovanissima”.

E Sordi “ammericano” guardava “gli asini che volano nel ciel”

A zonzo. Un vecchio motivetto che contiene la fenomenologia dell’inconcludenza. Per molti versi apparentato con la poetica di Laurel & Hardy. Fino a un fatale incontro che intreccia in modo stravagante le parabole della musica italiana e del cinema comico d’oltreoceano. Ma andiamo con ordine. Cominciamo dal testo di A Zonzo: “Zonzo, paese di pace, paese d’amore / dove trascorrere tutta la vita vorrei / dolci sentieri di sogno fra tenere aiuole / angolo di paradiso chissà dove sei. / Vado a zonzo dove il cielo è sempre blu / odo i passeri che svolazzano sopra gli alberi / e mi cinguettano di lassù – quanta poesia, oh!”. Mica male, no? Le parole sono di Riccardo Morbelli, autore radiofonico che ebbe il suo successo con I Quattro Moschettieri, che tra il 1934 e il ’37 furono una fissazione per i ragazzini italiani. A Zonzo Morbelli la scrive in tempi più bui, nel ’42, per dar voce alle note del maestro Gino Filippini, l’autore del Quartetto Cetra e Gino Latilla. La canzone viene affidata a un cantante torinese appena ventenne, da poco assunto nella scuderia Eiar, che ha gli studi di trasmissione proprio nel capoluogo piemontese: Ernesto Bonino, che debutta in radio il 5 gennaio del ’41 eseguendo Tango Argentino e viene apprezzato per il suo stile modernista tendente allo swing e per l’aspetto da uomo piacente e rassicurante, secondo i canoni dell’epoca.

Ad accompagnare Bonino nell’esecuzione di A Zonzo sarà l’orchestra del maestro Cinico Angelini, uno dei due conduttori che vanno per la maggiore nella radiofonia nazionale. Che in quel frangente ebbe la meglio su Pippo Barzizza, di orientamento musicale più progressista e “americano”. Eppure lo stile con cui Angelini confeziona l’esecuzione di Bonino è tutt’altro che conservatore e mostra un occhio attento a quel poco di hollywoodiano che in quegli anni il mondo dello spettacolo italiano percepisce, rinchiuso nella nicchia dove si cercano distrazioni dalla disfatta di El Alamein e dall’inizio dell’ultimo anno dell’Era Fascista. Angelini lavorò egregiamente: le atmosfere ricordano quelle del canto armonizzato del Trio Lescano (le sorelle ebree-olandesi Leschan italianizzate nel ’42 su diretta proposta di Mussolini, per evidenti imbarazzi razziali). Bonino dal canto suo continuerà una carriera onorevole, trasferendosi negli Usa nel ’52 a cantare i classici del jazz nei locali di New York e di Miami. Si riaffaccerà in Italia nel ’62 a un Sanremo a cui partecipa con una canzone di Carosone. Ma la storia di A Zonzo va altrove. Alla fine della guerra, nei cinema italiani che riaprono, viene accolta alla grande una pellicola con Stanlio e Ollio del 1939: I diavoli volanti. È la storia di due pescivendoli americani in vacanza a Parigi. Ollio s’innamora di Giorgetta, figlia del padrone dell’albergo in cui alloggiano, che però è già sposata. Disperato, Ollio tenta il suicidio buttandosi nella Senna, ma viene dissuaso da un uomo che gli consiglia di arruolarsi nella Legione Straniera. Le durezze del servizio militare non fanno per loro, ma ormai è tardi: una serie di disastri li conduce davanti al plotone d’esecuzione. Fuggiti da una botola, Stanlio e Ollio finiscono ai comandi di un aereo che non sanno pilotare. Il velivolo precipita e Ollio muore. Stanlio rimasto solo e triste, torna in America, dove un giorno, in un bosco, si sente chiamare da un fischio: è Ollio, reincarnatosi in un cavallo con baffi e bombetta. I due amici sono di nuovo insieme. La scena più celebre del film è il numero musicale nel cortile della Legione Straniera. Accompagnati dall’orchestra militare, Stanlio e Ollio improvvisano una versione, cantata e danzata, di Shine on, Harvest Moon, brano vaudeville d’inizio 900. Ma nella versione italiana del film si appronta qualcosa di più familiare per la nostra platea. L’idea è del giovane Alberto Sordi, che si occupa stabilmente di doppiare Hardy.

Ed ecco che a musicare la gag di Stanlio e Ollio nel cortile del forte, riaffiorano le note di A Zonzo, intonate dallo stesso Sordi col caratteristico accento “ammericano” utilizzato per dar voce ad Hardy, ma con un testo interamente nuovo, vergato da lui stesso. Il brano stavolta si chiama Guardo gli asini che volano nel ciel: non c’è più l’immaginaria città di Zonzo ma il testo è altrettanto onirico, sfociando nel calembour o meglio, nella psichedelia: “Guardo gli asini che volano nel ciel / ma le papere sulle nuvole si divertono / a fare i cigni nel ruscel bianco come inchiostro. Vanno i treni sopra il mare tutto blu / e le gondole bianche sbocciano nel crepuscolo / sulle canne dei bambù Du du du du du”. Un capolavoro surreale, ripreso poi da Natalino Otto e trasformato in un classico della bizzarria della nostra canzone del 900.

Stanlio e Ollio, i pasticcioni candidi senza happy end

Si può partire da punti diversi per inoltrarsi nella storia e nei simboli contenuti dentro al successo della coppia comica più popolare di tutti i tempi, quella assortita da Arthur Stanley Jefferson (alias, in Italia, Stanlio) britannico del Lancashire, sbarcato in America al seguito di Charlie Chaplin, e Norvell Hardy (Ollio), nativo del placido Sud degli Stati Uniti, figlio di albergatori. Se per cominciare il discorso cercassimo un’istantanea rivelatrice, si potrebbe ad esempio optare per il loro celebre look in the camera, lo sguardo che entrambi (ma Ollio in particolare) rivolgevano dritto dentro l’obiettivo della cinepresa, rivolgendosi proprio a noi, seduti a osservarlo. Apparentemente si trattava di una sgrammaticatura nella regola della finzione cinematografica, quella che ci vuole silenziosi e invisibili voyeur, a seguire il dipanarsi di chissà quale vicenda. In effetti era un geniale gesto di rottura che stendeva un filo di percepibile complicità tra attore e spettatore. Ollio, sconsolato per l’ennesimo disastro provocato dal compare e in assenza di accessibili rimedi, si sfogava con noi: che diavolo posso farci se vivo con un cretino?

Tempi duri Quando a Hollywood gli attori contavano poco

Per gli studiosi dei canoni della comicità, era una rivoluzione, nata nella mente di chi, evidentemente, stava interpretando il mestiere di “uomini che fanno ridere” con un gusto della sperimentazione che andava oltre le routine di schemi garantiti. Già: Stan Laurel e Oliver Hardy vivono la loro lunga e sbalorditiva carriera nella Hollywood classica, camminando su questo filo nascosto. Da un lato assoggettandosi a un sistema produttivo diverso da quello attuale del divismo e dei guadagni stellari, improntato a gerarchie ferree di cui gli attori raramente abitavano i piani alti, sottoposti a massacranti ritmi di lavoro che finivano per privilegiare la quantità alla qualità – altrimenti come si possono girare 106 film sempre con lo stesso partner? Al tempo stesso questi due workhaolic mettevano in piedi 8 pellicole ogni santo anno, su sceneggiature che erano poco più che pretesti, infilandoci una serie di novità accuratamente dosate. Perché nel loro lavoro il primo comandamento era la riproposizione delle gag che funzionavano, sempre quelle stesse su cui la slapstick comedy è basata. Si trattava di rifare, non di inventare, perché se una cosa faceva ridere, andava ripetuta con variazioni minime: il pubblico avrebbe continuato a ridere, e a nessuno sarebbe venuto in mente di protestare. Ma Stanlio e Ollio fecero di meglio: si mantennero sempre magnificamente all’interno del mainstream, serializzandosi, tipicizzandosi e diventando figure riconoscibili nelle loro prerogative, facendolo ridere non appena le prime disgrazie si abbattevano sui loro beniamini. Al tempo stesso però Stanlio e Ollio s’impadronirono di quello spessore di umanità che solo Chaplin e Keaton avevano saputo raggiungere. Oppure, sempre per restituire attenzione a questi capostipiti del cinema, si può partire da una notizia d’attualità: la Bbc Films presenta ora Stan and Ollie, pellicola scritta da Jeff Pope (Philomena) e diretta da Jon S. Baird (Vinyl), e celebrazione del leggendario sodalizio tra Laurel e Hardy, focalizzata sul viale del tramonto dei due attori. Siamo nel 1953 e da tempo ormai la coppia è considerata un residuo irrecuperabile della comicità dei tempi andati. Non girano più film, anche perché Atollo K, l’ultimo col quale hanno avuto l’ardore di misurarsi, s’è rivelato una porcheria inguardabile. Eppure, con l’ostinazione degna dei loro vecchi personaggi senza cervello, i due comici non optano per la pensione, ma scelgono di continuare. Del resto le loro finanze sono meno floride di quanto dovrebbero, piagate da un’esistenza non inappuntabile: Hardy è un giocatore incallito, Laurel è inseguito da un nugolo di ex-mogli che vogliono spolparlo ed entrambi non rinunciano al vizietto della bottiglia e delle compagnie femminili. Dunque s’imbarcano in una tournée teatrale europea che sembra nascere sotto i peggiori auspici. Ma la classe non è acqua e la platea sa riconoscerla. Così, poco alla volta, il disastro annunciato dalle sale vuote delle prime serate, si trasforma in celebrazione, sebbene i tempi siano irrimediabilmente cambiati e la nostalgia sfiori il dolore. Nel film, a impersonare Stanlio e Ollio sono stati chiamati due attori di razza: l’inglese Steve Coogan sfrutta la sua sbalorditiva somiglianza naturale con Laurel per assorbirne la fluida flemmaticità, il suo lavorare di controtempi e allusioni. Ma John C. Reilly è titanico nel restituire la pneumatica corpulenza di Oliver Hardy, insieme alla sua imperturbabile dignità attraverso raffiche di sventure incommensurabili. Insieme i due attori intercettano il segreto dei maestri originali: la forza delle anime candide, l’ignoranza del male, il destino di vivere come bambini mai cresciuti. Soprattutto resuscitano la loro lunga commedia, in cui tutto si distrugge (case, matrimoni, oggetti, i connotati dei rivali) eppure tutto miracolosamente rimane puro. Del resto questi erano i comici della Grande Depressione, quelli chiamati a far dimenticare nel buio della sala cinematografica, il disastro là fuori e la scomparsa delle speranze. Non a caso sovente le storie di Stanlio e Ollio non hanno happy ending e si chiudono con la perplessità dei due protagonisti (ammesso che sopravvivano) seduti su un cumulo di rovine fumanti. Stan e Ollie sono la popolarizzazione di Vladimiro ed Estragone di Aspettando Godot, con la magnifica promessa che alla prossima proiezione ricominceranno tutto da capo, le sberle, gli inseguimenti e lo sbriciolamento del loro mondo.

E poi si ricomincia Pianti e capelli arruffati e solite legnate

Sempre straordinari nelle pause, negli one-on-one tra i caratteri, nelle loro conversazioni demenziali, fin quando Ollio rimprovera aspramente Stanlio dicendogli “Ecco che mi hai cacciato in un altro bel pasticcio!” e l’altro, non sapendo come adeguarsi (o sapendolo benissimo), comincia a frignare. Il pianto di Stanlio, le reazioni di spudorata ingenuità di Ollio, i capelli arruffati, diventano la variazione comica che eccita lo spettatore (Benito Mussolini e Pio XII inclusi, inveterati fans), funzionando come la chiavetta che carica un meccanismo a molla. Il conto alla rovescia è già cominciato e di lì a pochissimo pirotecniche legnate, spintoni e crash ricominceranno a scatenare l’ilarità. Perfino nell’Italia autarchica e fascista, Laurel e Hardy si aprirono una feritoia che presto divenne un canyon: il cravattino a farfalla che Ollio faceva roteare, era più popolare di qualsiasi trovata delle pallide imitazioni di casa nostra. All’avvento del cinema sonoro, il contributo decisivo al successo del duo d’oltreoceano sarebbe arrivato dalla genialità dei loro doppiatori, Mauro Zambuto (Stanlio) e Alberto Sordi (Ollio), che hanno l’intuizione d’accentuare ciò che Hal Roach, il produttore americano, aveva imposto ai due comici: loro, agli albori del cinema sonoro, avevano dovuto replicare la stessa scena in più lingue per le diverse edizioni internazionali, leggendo il gobbo e dando vita, nel caso dell’italiano, a un’involontaria parodia della nostra lingua. Sordi e i suoi di quegli strafalcioni faranno tesoro, estremizzandoli e generando a tutti gli effetti una nuova lingua bofonchiata, la cui caratteristica è la vagotonicità degli accenti. Insomma, ancora oggi seguendo queste imprese ci aggiriamo in un caravanserraglio dell’arte d’arrangiarsi che liquidiamo troppo sbrigativamente col concetto di “magic” del cinema delle origini.

Stanlio e Ollio fanno ancora ridere con la stessa meravigliosa puntualità con cui un carillon si riavvia appena si apre il suo coperchio. E questo nuovo film ridarà ora fiato alla loro parabola, diventando pretesto per un bel po’ di repliche dei vecchi bianco e nero. Ottima notizia: perché i clown non tramontano mai, fanno da contraltare alla nostra vita e non c’è niente da guadagnarci a dimenticarsi della loro esistenza.

Insulti su Facebook di un agente veneto. Il Viminale indaga

L’agente è un hater. Su Facebook non risparmiava insulti a nessuno, neanche a una ragazzina violentata. “Se l’è cercata”, è il senso della frase scritta su Facebook da Mauro Maistro, poliziotto del commissariato di Adria (Rovigo) sullo stupro di una 15enne a Jesolo, episodio per il quale i suoi colleghi hanno arrestato un 25enne senegalese.

I bersagli dei suoi insulti erano molti: Laura Boldrini, l’ambasciatrice di Malta in Italia, i migranti sbarcati dalla Diciotti, le rom sorprese a rubare nelle palazzine di Genova dopo il crollo del ponte Morandi, altre vittime di stupri e infine Stefano Cucchi, a cui è stato dedicato un film: “La celebrazione di una persona che valeva poco da vivo e che da morto è diventato un affarone”. A denunciare pubblicamente il comportamento dell’agente è stata Selvaggia Lucarelli. La Questura di Rovigo, da cui dipende il commissariato di Adria sta svolgendo accertamenti sulla sequela di post attribuiti al profilo di Maistro, che sarebbe tuttora in servizio. La vicenda sarà approfondita anche dal ministero dell’Interno.

Da Noto a Bari, l’Italia fatta a pezzi

Non è certo un singolo dramma – in questo caso un singolo crollo – a indicare lo stato di salute di un Paese, delle sue competenze tecnico scientifiche e del suo patrimonio. In pochi decenni, però, l’Italia ha mandato in fumo o in polvere opere di importanza fondamentale per cause impensabili in qualsiasi altro Paese del mondo. Basta ricordarne qualcuna: la Cappella della Sacra Sindone, andata a fuoco dopo che una lampada lasciata accesa diede fuoco ad alcuni solventi utili per il restauro, il Petruzzelli di Bari con un incendio doloso che nessun dispositivo di prevenzione poté segnalare, la Fenice di Venezia distrutta per l’inesistenza di un sistema a norma contro le fiamme, la Cattedrale di Noto, crollata come sabbia poiché non venne mai dato il via ai lavori finanziati. Oltre i centri distrutti dai recenti terremoti per l’inosservanza delle leggi antisismiche, persino il viadotto Morandi di Genova costituiva, malgrado tutto, il simbolo di un’utopia modernista citato in tutti i manuali di storia dell’architettura.

Da un singolo crollo non si deve in alcun modo generalizzare, tantomeno per San Giuseppe dei Falegnami, a Roma, per il quale bisogna dare assoluto credito alla Soprintendenza riguardo la qualità degli interventi effettuati. Ma la successione serratissima degli episodi recenti impone una riflessione.

Da quando è stata inventata dall’illuminismo, la tutela del patrimonio costituisce la religione laica dello Stato. La capacità di sottrarre dalla distruzione i documenti storici di una comunità rappresenta da allora la garanzia fornita dalla scienza a sostegno di una società consapevole e per questo libera. Il patto su cui si basarono le democrazie liberali, fu fondato sull’esaltazione delle capacità razionali dell’uomo, stabilendo un sistema gerarchico di istituzioni e di valori per il progresso della scienza: un sistema scolastico per emancipare i singoli, un sistema sociale contro l’esclusione dei migliori, un’impalcatura universitaria e professionale a orientamento delle scelte politiche e civili. Un modello di società che proprio nella conservazione del patrimonio misura simbolicamente la sua efficacia.

Il crollo sistematico dei beni culturali italiani, dunque, significa molto di più di puntuali incurie, ma emerge come segno di un sistema democratico che non funziona. Non è mistero il disprezzo con cui negli ultimi decenni è stata umiliata ogni forma di competenza tecnica o scientifica in nome di un approccio del tutto populistico alla democrazia. Il parere degli esperti è stato spazzato via in nome dei desideri ondivaghi della maggioranza, in un dibattito politico e istituzionale basato sulla demagogia, sulla negazione dei fatti e su un egualitarismo che ha perseguito la demolizione delle istituzioni fondamentali per il progresso civile.

Coloro che occupano ruoli di responsabilità conoscono oggi la difficoltà di affidarsi a pareri tecnico-scientifici davvero indipendenti, avvertono l’invadenza della politica nelle commissioni di sicurezza di ogni ordine e grado o i macroscopici conflitti di interessi in quelle affidate alle amministrazioni locali, si confrontano faticosamente con legislazioni fumose scritte da tecnici non necessariamente competenti. Tutti problemi con un impatto immenso sulla competitività economica dovuti al declino del sistema scientifico – quindi democratico del Paese – che si accompagna allo scadimento dell’immagine dell’Italia, da culla del Rinascimento a Paese della pastasciutta. Un degrado scientifico e intellettuale – e quindi sociale – su cui è indispensabile e urgentissimo agire.

 

Twiga, sequestrata la pagoda in spiaggia della Santanchè

Brutto rientro per la senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè. Appena due giorni fa, “la pitonessa” sfilava sul red carpet alla Mostra del Cinema di Venezia, fasciata da un abito dorato. Ieri, a fasciare di sigilli bianchi e rossi la pagoda da lei frequentata, al Twiga, lo stabilimento balneare di Marina di Pietrasanta di cui è pure socia, ci ha pensato la Guardia costiera, su ordine della Procura di Lucca.

Il manufatto è stato sottoposto a sequestro per “innovazioni non autorizzate su area demaniale marittima”, hanno fatto sapere dalla Capitaneria di Porto di Viareggio, che ha apposto i sigilli, segno che sono state aperte le indagini per un’ipotesi di reato connessa alla difformità rispetto a quanto autorizzato dall’Ufficio demanio del Comune. Da gossip estivo, la pagoda del Twiga plana così nella cronaca giudiziaria. Il manufatto, 30 metri quadrati circa con impianto elettrico, fa discutere da settimane. Un consigliere comunale del Pd, Ettore Neri, aveva fatto un’interrogazione per sapere se fosse in regola. Il botta e risposta sui social e sui giornali, tra lui e la Santanchè, aveva divertito i lettori. Il sindaco di centrodestra, Alberto Giovannetti, si era erto a paladino dell’estetica della pagoda, mentre il demanio ordinava di rimuoverla entro il 23 ottobre.

Roma, un altro crollo ai Fori. Massi dalla Rupe Tarpea

Un altro cedimento. Sempre a Roma. A 24 ore di distanza dal crollo del tetto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, dall’altro lato del Campidoglio, ieri c’è stata una piccola frana.

Alcuni massi sono caduti giù dalla Rupe Tarpea, a due passi da Foro Romano: si tratta dei “frammenti edilizi moderni, ovvero una sorta di ‘tamponi’ realizzati in epoca moderna sulla rupe, con dei pezzettini di tufo”, fa sapere la Sovrintendenza capitolina ai Beni Culturali.

Anche stavolta, per fortuna, nessun ferito. E rispetto a San Giuseppe dei Falegnami, il crollo è stato di entità enormemente inferiore.

Proprio su quanto accaduto nella chiesa costruita a fine 1500 è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Roma: il pm Stefano Pesci che indaga per disastro colposo. È stata avviata anche un’indagine interna richiesta dal ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, d’intesa con il segretario generale del Mibac, Giovanni Panebianco, che punta a “un’immediata ispezione presso la Soprintendenza Speciale di Roma per acquisire la documentazione relativa alle caratteristiche e alle tipologie di intervento eseguite negli ultimi anni, per un dettagliato accertamento degli aspetti di pertinenza del ministero”.

Si faranno quindi accertamenti sui restauri più recenti. Il primo, quello della facciata e di parte del tetto, è stato realizzato fra il 2012 e il 2015 dalla Aspera Spa (747.621,48 euro), per conto della Progetto Bema Srls e con la direzione lavori dell’Ufficio Beni Culturali del Vicariato di Roma. E poi c’è stato un ultimissimo intervento, a fine 2016 – post terremoto di Norcia – chiesto dall’ormai estinta Soprintendenza Archeologica di Roma.

Prima di tutto, inquirenti e tecnici ministeriali vogliono capire come sia stato possibile, a fronte di una lunga e ripetuta operazione di restauro, non aver risolto la probabile usura cui erano sottoposte le capriate di legno che sorreggevano il tetto. Oppure, peggio, se proprio questi interventi hanno influito sulla tenuta di assi e staffe.

Anche solo il cedimento di uno dei “tiranti”, infatti, secondo le prime valutazioni, potrebbe aver determinato “un effetto domino” tale da portare al crollo di giovedì pomeriggio.

La relazione tecnica dei Vigili del Fuoco, allegata all’informativa dei carabinieri del Nucleo Tutela, per ora contiene solo la dinamica cronologica dei fatti e alcune ipotesi non supportate da perizie tecniche approfondite. Fino al tardo pomeriggio di ieri, infatti, i pompieri sono stati impegnati soprattutto nella messa a sicurezza del sito – sarà cinturata e coperta – e delle 25 preziosissime opere d’arte, fra cui “La natività” di Carlo Maratta.

Il crollo della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami ha riaperto l’annoso dibattito sulla conservazione del patrimonio artistico italiano. Durante il tavolo tecnico di ieri mattina, Bonisoli è tornato a chiedere una task force per verificare lo stato delle chiese antiche di Roma, proposta accolta con favore dal Soprintendente speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma. “Non doveva succedere – ha detto il ministro –. Non partiamo da zero, ne abbiamo già parlato all’interno del Governo e sarà una priorità dei prossimi mesi”. Lancia un appello a Bonisoli, chiedendo soprattutto “professionalità”, Rita Paris, direttrice del Parco Archeologico dell’Appia Antica, che solo due anni fa ha subìto un crollo a un’altra chiesa, sebbene di portata minore: “Non bastano i soldi, servono persone competenti. La legge sui lavori pubblici non può essere applicata tout court ai beni culturali”.

A Roma perquisiti 4 di Forza Nuova: apologia del fascismo

La Digos di Roma ha eseguito giovedì mattina quattro perquisizioni nei confronti di militanti di Forza Nuova e di Lotta studentesca – organizzazione giovanile del partito fondato da Roberto Fiore – accusati di aver partecipato all’assalto alla sede del Partito democratico di via Chiovenda, nel quartiere Tuscolano a Roma, la notte del 1 luglio. I responsabili dell’azione, dopo aver imbrattato con scritte inneggianti al fascismo i muri della sede del Pd e sottratto la bandiera della vicina sede di Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, hanno minacciato i presenti all’interno del circolo al grido “Qui comandiamo noi, siamo fascisti. Se avete qualche problema uscite fuori. Siamo fascisti, comandiamo noi”. Nel corso della perquisizione sono stati sequestrati documenti, una mazza da baseball con le scritte “Dux Mussolini” , “Boia Chi Molla” e l’immagine del Duce e del fascio littorio, un casco con impressa una svastica, alcuni coltelli nonché altro materiale con simbologia fascista. I quattro – già noti alle forze di polizia e membri degli Ultras di Roma e Lazio – sono indagati per minacce, danneggiamento e apologia del fascismo.

Virginia Raggi risponde alla Ferilli: “Che fatica cambiare Roma”

i rifiuti, le buche, il traffico: l’impressione che Roma sia sempre la stessa. E il faticoso tentativo di un “cambiamento duraturo”, che Virginia Raggi indica come il vero obiettivo del suo mandato. Su Panorama la sindaca ripercorre i primi due anni del suo mandato: a intervistarla, però, è Sabrina Ferilli, che veste i panni della giornalista ma resta prima di tutto una romana, innamorata e a volte esasperata dalla sua città. Le domande riguardano la vita quotidiana nella Capitale, dagli autobus in perenne ritardo all’immondizia nei cassonetti. “Io ti ho votata, ma sembra che certe cose neanche Virginia possa risolverle”. Raggi risponde punto su punto, rivendicando l’inizio di una rinascita per Roma: “È una città sterminata – spiega – e l’attenzione si concentra sulla buca sotto casa. Ma chi vive nelle zone interessate dagli interventi che stiamo facendo vede la differenza”. E sulla domanda finale (“Per quale risultato ti piacerebbe essere ricordata?”) non ha dubbi: “Vorrei restituire ai cittadini la fiducia nella politica”.

Renzilandia, scatta la rivolta anti-Lotti per le candidature

Toscana andata e ritorno. Da qui nel 2014 era partita la scalata al potere del giovane Matteo Renzi e proprio qui, quattro anni e molte sconfitte dopo, si sta consumando una guerra fratricida proprio all’interno del fronte renziano, un tempo unito e compatto intorno alla figura dell’ex segretario del Pd.

Mentre Renzi gira per Firenze a registrare il suo documentario paragonandosi a Virgilio, a finire nel mirino dei renziani è Luca Lotti, potente ex ministro dello Sport e suo plenipotenziario in Regione. L’oggetto del contendere è la poltrona di segretario regionale del Pd che sarà assegnata con le primarie aperte del prossimo 14 ottobre, ma non solo: chi vincerà il congresso di autunno “avrà mano libera sulle candidature delle Amministrative di Prato, Livorno e Firenze nel 2019 e soprattutto delle Regionali 2020”, dice al Fatto Quotidiano un renziano della prima ora.

Le aspirazioni alla poltrona di governatore di Lotti ormai sono note e proprio per questo durante l’estate il “biondo” di Montelupo, insieme al fedelissimo ex sottosegretario alle Telecomunicazioni, Antonello Giacomelli, ha riunito per ben tre volte i renziani toscani per cercare una figura che potesse unire almeno la maggioranza del partito: alla fine la quadra è stata trovata sul nome di Massimiliano Pescini, sindaco 44enne di San Casciano in Val di Pesa (nel Chianti), ma il metodo con cui è stato scelto (quello dei “caminetti”) e lo strapotere di Lotti in Regione non sono piaciuti a molti anche tra i renziani.

Così, alla fine, ha deciso di scendere in campo per il ruolo di segretario regionale anche l’ex deputato dem Federico Gelli. “Serve ricostruire una comunità – ha scritto su Facebook – e un partito che torni a essere presente nelle città, nei quartieri (quelli più periferici), nel mondo del lavoro, della scuola, del volontariato e che non vada a bussare alle porte dei cittadini solo nelle scadenze elettorali”.

Gelli, di professione medico e dal 2013 presidente del Cesvot (associazione di volontariato della Toscana), è stato uno dei sostenitori più accaniti di Renzi fino a gennaio scorso, quando l’allora segretario del Pd gli chiese di candidarsi a sindaco di Pisa, poi conquistata a giugno dalla Lega. Il deputato pisano però rifiutò perché voleva continuare a lavorare in Parlamento e così, dopo due mesi, Renzi decise di escluderlo dalle liste Pd, costringendolo a ritornare a fare il medico.

Oggi, però, Gelli è sostenuto anche da molti renziani della prima ora tra cui l’assessore regionale Stefania Saccardi (anche lei aspirante presidente della Regione), i consiglieri regionali Monia Monni e Francesco Gazzetti e addirittura l’ex deputato boschiano Marco Donati. Sono loro che si opporranno al prossimo congresso al blocco di potere rappresentato da Luca Lotti e dagli ex segretari regionali Dario Parrini e Antonio Mazzeo: “Non condivido il modo in cui è stato guidato il partito toscano in questi anni – dice Monni –. È stato chiuso, autoritario e poco tra la gente. Il Pd riuscirà a rialzare la testa solo se si aprirà al proprio esterno e la smetterà di prendersela contro chi dissente dalla posizione ufficiale. Gelli può essere la figura giusta per ripartire da qui”.

La candidatura di Gelli, che può contare su un consenso molto ampio nel mondo del volontariato e della sanità, ha messo paura ai lottiani che in queste ore si stanno muovendo per trovare un terzo nome: da ultimo sta girando quello della senatrice Caterina Bini, ma non è escluso che sia lo stesso Lotti a scendere in campo in prima persona. “Nelle ultime ore si sta consumando una rivolta tutta fiorentina contro Lotti per convincerlo a ritirare la proposta di Pescini e passare con Gelli”, conferma al Fatto un renziano di peso. Lo scontro per la segreteria regionale del partito però è solo l’ultimo episodio di una insurrezione interna contro il gruppo dirigente rappresentato proprio da Lotti: tutto ebbe inizio poco più di un anno fa quando il Comune di Firenze guidato da Dario Nardella e l’allora ministro dello Sport finirono contro in tribunale per il pergolato costruito fuori dalla abitazione fiorentina di quest’ultimo, poi c’è stata la rottura di Siena con la candidatura a tutti i costi dell’ex sindaco Bruno Valentini e infine la contrarietà di diversi consiglieri regionali dem sulla proposta proprio di Lotti di modificare il “Toscanellum” eliminando il ballottaggio.

Ora, la nuova diatriba sul segretario del partito: “Questo sarà il vero redde rationem”, dicono nel partito.