Il prof Napoletano e il cdr del “Sole”, ovvero il concetto di merito

Lasciamo oggi lo spazio di questa rubrica al prezioso comunicato dei comitati di redazione del gruppo Sole 24 Ore: “Ha dell’incredibile la notizia della docenza affidata da Luiss all’ex direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano. A Napoletano è affidato l’insegnamento in ben 4 dipartimenti della materia Le grandi crisi dell’economia contemporanea. Ora, non si vorrebbe maramaldeggiare, ma la cronaca ahimé impone qualche doverosa precisazione: Napoletano è certo persona competente in materia di crisi. Ma, per fortuna, di dimensioni più ridotte, anche se per noi che ancora ne paghiamo le conseguenze, non meno gravi. Ha infatti contribuito in maniera assai significativa all’affossamento dei conti del Sole 24 Ore e di tutte le testate che dirigeva. Fatti, non opinioni, che hanno reso necessaria una ricapitalizzazione (…) sui quali sono in corso indagini della Procura di Milano mentre Consob sembra già essere arrivata a conclusioni gravi (….) Appare incredibile che Confindustria, azionista di riferimento del Sole e promotrice di Luiss, non veda l’inopportunità di un incarico di docente a chi ha contribuito al dissesto dell’unico asset imprenditoriale gestito da Confindustria. Ma forse non è che una conferma del fatto che le relazioni contano più della decenza”.

Postilla. A Confindustria & C. piace parlare di “merito”: ora si spera sia chiaro che non è questione di predicare bene e razzolare male, “merito” – come tutti i termini morali che pretendono di farsi scienza – è proprio un concetto fregatura.

Mail Box

 

Dopo Genova l’arroganza del potere è insostenibile

“Non ci assumiamo la responsabilità” dichiara il portavoce della società autostradale, come a dire “io so’ io e voi non siete un…”. La colpa è del destino cinico e baro.

“Lo Stato è espropriato dai suoi poteri, il concessionario è come se fosse diventato il proprietario di Autostrade”: esclama sconsolato il pm di Genova.

Tali affermazioni dimostrano l’arroganza dei nuovi padroni del mondo da una parte, dall’altra l’estrema debolezza della politica, ridotta a inessenziale appendice dei potentati economici.

La globalizzazione sta ripristinando nel post moderno i rapporti sociali che vigevano nella società del pre-moderno, con la differenza che il potere che gli attuali signori esercitano ha un carattere extraterritoriale e per questo è inattaccabile. Governano il globo sfuggendo a ogni forma di controllo.

Almeno i nobili dell’età feudale dovevano garantire la sicurezza ai servi della gleba, mentre le élite finanziarie globalizzate non hanno alcun obbligo nei confronti dei sudditi.

In un contesto del genere solo un miracolo può rendere giustizia alle vittime del crollo del ponte, anche in considerazione della mobilitazione di gran parte dei media, pronti a starnazzare per sostenere le ragioni e il diritto del più forte.

Maurizio Burattini

 

Il governo, per ora, merita il sostegno popolare

Mattarella è stato applaudito ai funerali di Genova perché stava insieme a Di Maio, Salvini, Conte.

La gente ha ben chiaro che costui appartiene allo stesso ceto politico che ha provocato quel disastro, dunque non c’è un moto spontaneo di affetto per il capo dello Stato, c’è invece – come Travaglio ha sottolineato – una speranza nel nuovo governo che non deve essere disattesa.

Su Salvini, secondo me, Travaglio è troppo severo nel rappresentarlo come disumano e privo di sentimenti. Il Manzoni, parlando del cuore umano, lo definiva un “guazzabuglio”: mi auguro che il direttore del Fatto sia d’accordo.

Il “consueto sorrisetto spavaldo” non lo vedo sulla faccia di Di Maio; l’ho visto sorridere e ridacchiare dopo un intervento (chiamiamolo così) di Sgarbi. Che altro poteva fare? Per il resto, sono d’accordo con Travaglio sul fatto che il plauso implica grande responsabilità e che bisognerà meritarlo.

Per il momento, però, il governo sta lavorando bene e la gente approva.

Adriana Rossi

 

Il dramma del ponte non si può dimenticare come sempre

Avrei due preghiere:

1) Non spegnete (come prevedibilmente faranno tutti gli altri) l’attenzione su Genova e questo dramma nel Paese intero.

Mantenete una finestra aperta quotidiana.

2) Chiedete al governo a nome di tutti noi (o quasi…) immediata desecretazione della concessione Autostrade (per i Benetton non per l’Italia).

Cristina Simonini

 

I dem ignorano l’uomo della strada, ma lui fa la storia

Sono rimasto basito nel leggere i commenti di certi esponenti del Partito democratico che anziché prendere atto della disapprovazione dell’opinione pubblica, si scagliano contro essa con espressioni indegne di un rappresentante del popolo.

L’uomo della strada non produce opinioni, non fonda partiti, non dirige giornali, non frequenta i festival, non conosce la criticità del linguaggio, ignora i problemi centrali della Tv o del cinema e non dispone di termini filosofici per definire la sua condizione di povero diavolo che lavora per vivere e suppone che sia cosa degna vivere da uomini ragionevoli in un serraglio di postulanti laureati al servizio dell’establishment,

L’uomo della strada, insomma, non fa storia e ha anche il vago sospetto che sia altamente probabile che mai la faccia.

Eppure la vera storia, quella che conta e che non si trova mai nei libri, è proprio questa: quella fatta dagli uomini semplici.

Ed è la sola che regge ancora il mondo.

In tutto questo la risposta dei dirigenti del Partito democratico è stata quella di controllare le quotazioni in Borsa di Atlantia, invocare l’aggiotaggio e chiedere inchieste contro i sobillatori del popolo che applaude i governanti e fischia le opposizioni.

Il narcisismo politico del Partito democratico non contempla la disapprovazione dei loro “sottoposti” che in democrazia rimangono sino a prova contraria, i veri detentori del potere, non solo per l’articolo uno della Costituzione italiana, ma perché decidono chi ci deve governare e forse non lo sanno, ma certe decisioni cambiano la storia.

Pier Luigi Curreli

 

Il sistema partitocratico è peggio di quello mafioso

Il sistema mafioso è più garantista di quello partitocratico. Mi spiego: il mafioso che ti chiede la tangente lo denunci. Nel caso delle convenzioni stipulate dai partiti che ti obbligano a pagare un’indiretta tangente a un privato attraverso il doppio o triplo costo di un pedaggio, cosa e chi denunci?

Vittorio Colavitto

Tennis. Il calcio ha rovinato pure la Davis. Federer ha ragione (ma è anche colpa sua)

La querelle fra il calciatore Gerard Piqué e il tennista Roger Federer che accusa la società del difensore di voler trasformare la Coppa Davis nella Coppa Piqué mi sembra lo specchio di come purtroppo funziona il mondo sportivo. Possibile che anche in una coppa di un altro sport con alle spalle una tradizione che dura dal 1900, debba intervenire il solito arrogante “calcio” per portare i suoi personaggi e il suo modus operandi?

Sebastiano De Pascalis

Hanno distrutto la Coppa Davis. O meglio, l’hanno riformata in maniera tale che non sarà più se stessa: niente sfide interminabili su 5 set, trasferte in giro per il mondo, scelta della superficie più sgradita agli avversari, partite in stadi bollenti e molto poco tennistici. Un pezzo di storia della sport cancellato in un secondo, nel silenzio generale, con un voto quasi plebiscitario dei capi del tennis lo scorso 16 agosto. Forse non è un caso che la colpa sia del calcio, lo sport più capitalistico che ci sia. O meglio di un calciatore, Gerard Piqué, difensore del Barcellona e della Spagna, che è anche il proprietario della società (la Kosmos) che ha sborsato 3 miliardi di dollari spalmati sui prossimi 25 anni per convincere la Itf a cambiare il format del torneo e renderlo più appetibile a sponsor e tv. D’ora in poi si giocherà in sede unica, con partite più brevi e concentrate in una settimana: l’ideale per creare un maxi-evento dal fatturato milionario. Un colpo durissimo agli innamorati di questo sport, che hanno trovato sfogo nelle parole del suo massimo rappresentante. “La Davis non diventi la Coppa Piqué”, ha detto Roger Federer. E un affondo degno delle sue migliori volée. Ha ragione: quanto è successo è una vergogna. Però è troppo facile prendersela con il solito pallone “brutto e cattivo”, arrivato con i suoi soldi a corrompere la purezza del tennis. Se si è arrivati a questo punto è perché tanti campioni, nell’ultimo decennio, hanno snobbato sistematicamente la Davis, vedendola più come un peso per il calendario che come l’orgoglio di rappresentare i colori del proprio Paese. Federer in primis: dopo averla vinta nel 2014, l’ha giocata solo una volta. E lo stesso vale per Djokovic e Nadal, appena 4 e 3 presenze negli ultimi cinque anni, grandi sostenitori della riforma. La maggior parte dei giocatori ha dato parere favorevole, lo stesso vale per le Federazioni (si dice che pure quella italiana alla fine si sia convinta, nel segreto dell’urna). È vero, forse il calcio si è comprato la Davis. Ma qualcuno gliel’ha venduta.

Lorenzo Vendemiale

Rai in ostaggio, un’altra medaglia per Matteo Salvini

“Leggi tutto quello che puoi. Accumula cultura. Più ne metti insieme, meglio è. Per non cadere nel buco in cui stanno cadendo in molti in questo paese”

(da “Patria” di Fernando Aramburu – Guanda, 2018 – pag. 176)

Raggiunto da altri due capi d’imputazione formulati dalla Procura di Agrigento – sequestro a scopo di coazione e omissione di atti di ufficio – per il caso dei 177 migranti trattenuti sulla nave Diciotti nel porto di Catania, Matteo Salvini ha replicato che queste per lui “sono medaglie”. Lasciamo stare qui la compatibilità fra una tale dichiarazione e la doppia carica di vicepremier e ministro dell’Interno, cioè di responsabile delle forze di polizia, tutore dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini. Da parte di chi ha condiviso per anni il berlusconismo, le polemiche sul cosiddetto giustizialismo e i ripetuti attacchi alla magistratura, non c’è poi tanto da meravigliarsi. Può sorprendere, piuttosto, che un atteggiamento del genere non abbia suscitato finora alcuna reazione del M5S, e in particolare del suo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, un movimento che del giustizialismo – appunto – aveva fatto una bandiera.

Fatto sta che, a parte i poveri migranti della Diciotti, il leader leghista tiene in ostaggio ormai da un mese anche 13.000 dipendenti e 1.760 giornalisti della Rai, ma soprattutto cinque milioni e mezzo di abbonati al servizio pubblico, tuttora acefalo e privo di un vertice pienamente operativo. Per l’esattezza, il “sequestro” dura dal 1 agosto scorso, quando la Commissione parlamentare di Vigilanza non ha ratificato – come le spetta per legge a maggioranza dei due terzi – la nomina di Marcello Foa alla presidenza, bocciando così la scelta del consiglio di amministrazione giallo-verde. Un “no” tanto più pesante perché il nome di Foa era stato indicato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, detentore del 99,56% del capitale azionario dell’azienda pubblica, con una diretta investitura governativa.

In quanto consigliere anziano, lo stesso Foa intanto ha assunto di fatto la presidenza della Rai sotto la protezione di Salvini, piuttosto che declinare per opportunità o decoro questo incarico e magari rinunciare alla nomina. Un “golpe” televisivo, dunque, contro il Parlamento e contro la legge che regola il funzionamento del servizio pubblico. Nel frattempo, a quanto pare la Lega starebbe trattando con Silvio Berlusconi per ottenere i voti del partito-azienda nella Commissione di Vigilanza e portare al vertice di Viale Mazzini il giornalista Fabrizio Del Noce, ex parlamentare di Forza Italia, con l’accondiscendenza e il beneplacito dei Cinquestelle.

A differenza di Foa, però, Del Noce non è un “sovranista” dichiarato, ha lavorato per molti anni alla Rai ed è stato anche direttore della prima rete. Ha il vantaggio perciò di conoscere bene l’azienda e i suoi meccanismi. Fu lui a lanciare le quattro “Del Noce girls”: la bella-e-brava conduttrice Elisa Isoardi, attuale compagna di Salvini e perciò soprannominata “First Lega”; l’ancor più apprezzata Eleonora Daniele, diventata poi giornalista professionista; Caterina Balivo e Veronica Maya. Nel segno del “cambiamento”, resta da vedere come farà in questa ipotesi il M5S ad approvare la nomina di un ex deputato dell’azienda-partito che è tuttora la principale concorrente della Rai. E soprattutto se rimarrà in silenzio, o eventualmente che cosa avrà da dire, il presidente pentastellato della Camera, Roberto Fico, già presidente della Vigilanza, zittito recentemente dal leader leghista sulla questione migranti.

Csm, il governo intervenga sulle nomine

Lucia Musti è un pm di Modena, nota alle cronache per le (tardive) accuse di scarsa professionalità rivolte agli “esagitati” ufficiali del Noe Scafarto e De Caprio nonché per aver – all’indomani della definitiva assoluzione del primario di cardiologia M. Grazia Modena (arrestata e condannata in I grado per vari reati in quanto accusata, in concorso con altri medici, di sperimentazioni su inconsapevoli pazienti del suo reparto) – affermato: “È stata un’indagine sperimentale e unica esportata anche all’estero, oggetto di studio in altri ordinamenti e in altri Stati.

Tutte le indagini che fanno da apripista uno scotto comunque lo pagano”. Il 26.7 il Csm ha rinominato, per la terza volta, Lucia Musti procuratore di Modena. La terza decisione è arrivata dopo che il Consiglio di Stato, aveva, per la seconda volta, annullato la nuova delibera di nomina della Musti. Si è così avverata la previsione di costei – molto attiva in campo correntizio (Md) e associativo tanto da assurgere nel giugno del 2015 all’ambita carica di presidente della giunta della Anm dell’Emilia Romagna – che, all’indomani dei primo annullamento del Consiglio di Stato, si era detta certa della riconferma. L’ultima decisione rbadisce che il profilo della Musti, procuratore aggiunto di Modena dal 2009 (incarico semidirettivo), è prevalente su quello di Paolo Giovagnoli, Procuratore di Rimini dal 2008 (da anni titolare di incarico direttivo, elemento ritenuto non di poco conto nelle decisioni del g.a.). Il caso rappresenta l’ultimo esempio di quella pervicace tendenza del Csm che – restio a ottemperare alle decisioni di annullamento del g. a. – ripropone con diversa motivazione, il precedente nominato. Ripetute valutazioni in contrasto con più decisioni del Consiglio di Stato si sono già verificate anche a livello di incarichi di vertice quali Pg. aggiunto e 1° Pres. aggiunto della Corte di Cassazione. In quest’ultimo caso, il Csm ha affermato che l’attività di avvocato dello Stato – svolta per 18 anni – era equiparabile a quella svolta in una “magistratura speciale”, laddove il g. a. rilevava che l’Avvocatura dello Stato, secondo legge vigente (art. 211 RD n° 12/ 1941), non poteva rientrare nella nozione di “magistrature speciali”. Il grave è che, a sostegno della decisione del Csm, sono intervenute le SS. UU. della Cassazione che – adite dal Csm per motivi inerenti alla giurisdizione – hanno, con sentenza n° 19787/ 2015, ritenuto che il g.a. aveva superato i limiti del sindacato esterno della giurisdizione e si era sostituito al Csm in una “tipica valutazione di merito” (!!). Tale decisione si pone nella scia di forte protezione dell’attività del Csm inaugurata dalle medesime sezioni con decisione n° 2527/2002 secondo cui la semplice causa di non punibilità riconosciuta ai membri del Csm dalla legge (ordinaria) n° 1/1981 riguardava ogni tipo di responsabilità, non solo penale, ma anche civile, amministrativa, disciplinare, finendo così per riconoscere al Csm uno spazio di totale irresponsabilità che appare, in concreto, di spessore ben più incisivo delle stesse immunità costituzionali.

Un governo del “cambiamento”, dovrebbe senza indugio promuovere iniziative legislative per sancire: a) che la decisione del Consiglio di Stato che annulli, per la seconda volta, una delibera di reiterata nomina sia vincolante per il Csm; b) che la norma di cui all’art. 5 L. 1/1981: “i membri del Csm non sono punibili per le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni e concernenti l’oggetto della discussione” venga sostituita con l’altra: “Non sono punibili le offese pronunziate dal Csm nelle discussioni innanzi al Plenum o alle Commissioni quando le offese concernano l’oggetto della pratica di cui si discute. Ogni altra condotta diversa dalla precedente è sindacabile dall’A. G.”. Gli eccessi del Csm diminuirebbero di colpo.

Veltroni e i suoi: più renziani di Renzi

Hanno ragione Padellaro e Cacciari. Padellaro quando osserva che Veltroni dovrebbe venire al dunque, isolare cioè i nodi politici cruciali oggi. Cacciari a rimarcare che Veltroni è tra coloro che portano responsabilità dell’attuale condizione agonica del Pd. In breve, che, nella sin troppo lunga omelia affidata da Veltroni a Repubblica, paradossalmente, merita notare semmai ciò che manca e cioè l’abbozzo di un’autocritica. In più occasioni, ho avuto modo di argomentare che l’esito infausto del corso renziano affonda le sue radici nel Pd versione veltroniana.

Solo per titoli: la “religione” del maggioritario con elementi di democrazia d’investitura nel partito e nelle istituzioni; l’inopinata accelerazione verso una semplificazione bipartitica che mal si concilia con la storia politica nostrana; la declamata vocazione maggioritaria risoltasi nella presunzione dell’autosufficienza del Pd, nel rifiuto delle alleanze; il cedimento a una suggestione “molto lib e poco lab” della base ideologico-programmatica del Pd con la retorica della innovazione a discapito della montante domanda di protezione dei ceti più deboli (evidentissima nel suo discorso del Lingotto); una forma partito che fa perno sul leader, come si evince dallo statuto da lui dettato con le cosiddette primarie nelle quali tutta si risolve la contesa congressuale. Renzi ha esasperato tali premesse (specie la personalizzazione e lo spirito divisivo), ma esse erano già poste.

Chi ha seguito la decennale parabola del Pd sa bene che i seguaci di Veltroni sono stati i più organici sostenitori di Renzi. Essi si autodefinirono “montiani” nel Pd (a proposito di schiacciamento sull’establishment) e furono in prima linea nella riforma costituzionale che, se fosse passata, oggi consegnerebbe a maggioranza e governo giallo-verde un potere esorbitante. Dunque acuirebbe la minaccia di quella democrazia illiberale che oggi inquieta Veltroni.

Ancora: sodali di Renzi, essi hanno condiviso il suo ostinato diniego anche solo a una interlocuzione con i 5 stelle (almeno ad andare a vedere le carte), contribuendo così irresponsabilmente a consegnarli all’abbraccio con Salvini. Oggi sembra che Veltroni lo giudichi un errore. Non poteva farsi sentire a tempo debito, quando Renzi teneva in ostaggio il partito? Ma dobbiamo risalire più indietro. Non è un caso che, nella cerimonia per il decennale del Pd, ancora Renzi sostanzialmente regnante, il celebrante sia stato lui e Prodi neppure sia stato invitato.

Come a riconoscere un’ascendenza da Walter e a marcare la distanza da Romano. Del resto, l’ascesa alla leadership del Pd da parte di Veltroni è coincisa con la caduta del secondo governo Prodi. Che, d’accordo, già vacillava per le sue interne contraddizioni. Ma indiscutibilmente la causa prossima della crisi fu il solenne annuncio-impegno da parte di Veltroni di mollare tutti gli alleati, avviando con Berlusconi un negoziato sulla legge elettorale che cancellasse ogni soggetto terzo rispetto a Pd e Pdl.

Anziché fare un cenno di autocritica, Veltroni si ostina a celebrare come un suo grande successo il 33% del 2008 (che lui arrotonda al 34%). Tacendo tre dettagli: quel risultato fu conseguito al prezzo della desertificazione del campo del centrosinistra, della eliminazione dei potenziali alleati; fu consegnata a Berlusconi una maggioranza parlamentare della quale nessuno mai, neppure De Gasperi, aveva goduto; è concettualmente singolare che un teorico del bipolarismo giudichi (esaltandolo) il risultato elettorale sulla base del consenso al partito singolo e non alla distanza tra i due schieramenti antagonisti. Ripeto: mai così grande. Una disfatta, seconda solo a quella recente di Renzi il 4 marzo scorso.

Questo promemoria non rappresenta un gratuito accanimento critico retrospettivo, ma risponde all’esigenza di correggere la linea su questioni ancora oggi decisive: che la sinistra si rinnovi ma non smarrisca la sua bussola, ovvero l’uguaglianza, e il rapporto con i ceti popolari; che dunque non si faccia del Pd il partito dell’establishment; che si provi a mettere su un’alleanza larga, plurale, inclusiva e alternativa non genericamente ai populisti ma alla destra; che non si faccia di ogni erba un fascio con la tesi renziana secondo la quale 5 Stelle e Lega pari sono (addirittura favorendo la loro assimilazione), ma che si distingua, si interloquisca e si faccia leva sulle palesi contraddizioni di quel contratto di governo… In una parola, che si faccia politica.

Il cielo poco stellato dei 5Stelle tra Al Sisi e la guerra afghana

Giovedì Marco Travaglio sottolineava le cose che non funzionano nel governo gialloverde focalizzandole soprattutto sulla Lega e sulla ubiqua e martellante presenza di Salvini. Bene. Ma qualcosa che non funziona c’è anche nei 5stelle. Non in politica interna dove col loro programma sociale hanno il difficilissimo compito di rimontare una situazione che si è creata nei decenni. Ma in politica estera. Una persona perbene come Luigi Di Maio non va a trovare, tutto soave, attuzzi e moine, un tagliagole come il generale Abdel Fatah Al Sisi, per discutere, fra le altre cose, del ‘caso Regeni’. Non tanto perché è inutile. Dubito molto che Al Sisi si presenti spontaneamente al Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone per farsi arrestare, dato che è evidente che l’ordine di assassinare Regeni se non direttamente da Al Sisi dipende dalla filiera dei servizi segreti da lui controllati. Il ‘caso Regeni’ non è che un pulviscolo delle infamie che sono state perpetrate in Egitto negli ultimi anni. Ricapitoliamole perché tutti, in Italia e nel liberale e democratico Occidente, sembrano essersene dimenticati.

Nel 2012, nell’ambito delle cosiddette ‘primavere arabe’, in Egitto era stato deposto il dittatore Hosni Mubarak e proclamate le prime elezioni libere in quel paese vinte dall’avvocato Mohamed Morsi leader dei Fratelli Musulmani. Una vittoria che oltre ad avere tutti i crismi della legalità era giustificata dal fatto che i Fratelli erano stati per anni gli unici veri avversari della dittatura di Mubarak, pagando prezzi altissimi (carcerazioni, assassinii), mentre i cosiddetti ‘laici’ che tanto piacciono al democratico e liberale Occidente se ne erano stati ben al coperto. Dopo un anno e mezzo il legittimo governo di Morsi fu rovesciato con un colpo di Stato militare guidato proprio da Al Sisi, con l’appoggio del sempre democratico e liberale Occidente (all’epoca l’allora presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, che come Salvini non sa tenere un cecio in bocca, si spinse ad affermare che Al Sisi era “un grande uomo di Stato”). La deposizione violenta di Morsi fu giustificata con una motivazione a dir poco grottesca: l’inefficienza del governo dei Fratelli. A parte il fatto che essendo stati alla macchia o in galera per decenni i Fratelli non potevano avere maturato una cultura di governo (così come non l’hanno maturata, ma per motivi meno sanguinosi, i 5stelle in Italia), se si dovesse legittimare un colpo di Stato per l’inefficienza di un governo, e solo dopo un anno e mezzo dal suo insediamento, in Italia i colpi di Stato avrebbero dovuto essere almeno, dai primi anni Ottanta in poi, una trentina.

La beffa delle beffe era che Al Sisi era stato il braccio militare di Mubarak: a una dittatura se ne sostituiva un’altra ancora più feroce. Al Sisi fece mettere in galera Morsi e tutta la dirigenza dei Fratelli e col pretesto di una manifestazione a favore di Morsi, dove era stato ucciso un poliziotto, dico uno, fece assassinare 2500 Fratelli cui seguirono circa 2500 desaparecidos fra cui c’è anche Giulio Regeni, trovato in seguito cadavere e con segni di tortura (perché i servizi segreti egiziani non hanno nemmeno l’abilità della mafia che fa sparire la gente in qualche pilone di autostrada). In ogni caso, se vogliamo essere schietti, e noi lo vogliamo, qualche ragione in quell’occasione i servizi egiziani ce l’avevano: non si va in quell’Egitto a fare un’improbabile inchiesta sui ‘sindacati indipendenti’ (una responsabilità grave ce l’ha anche l’Università di Cambridge: non si manda in quell’Egitto un ragazzo quantomeno sprovveduto).

Dopo di che Al Sisi ha abolito tutte le libertà civili che tanto piacciono al liberale e democratico Occidente e per le quali lo stesso Occidente, quando gli fa comodo, è disposto a muover guerra a destra e a manca (Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011). Il risultato di questa bella operazione nel regno dei Faraoni è che 10.000 egiziani sono andati a fare i foreign fighters per lo Stato Islamico e che il Sinai è oggi in mano all’Isis.

Dopo l’incontro col tagliagole, Luigi Di Maio ha sostenuto che le relazioni tra Roma e Il Cairo vanno rinsaldate lodando la presenza di Eni che è rimasta, “anche nel periodo più difficile”, diventando una realtà importantissima. Faccio notare l’ipocrisia di quell’inciso “anche nel periodo più difficile”, cioè quando si massacravano e si incarceravano gli oppositori. Insomma siamo alle solite: non olet.

Intanto siamo sempre presenti in Afghanistan. Di ciò che succede in Afghanistan nel liberale e democratico Occidente nessuno parla. Per forza: lì gli occupanti siamo noi. Il 13 agosto i talebani con un attacco militare, e non con kamikaze disposti a farsi saltare in aria in mezzo alla gente, questo lo fa l’Isis, erano riusciti a conquistare l’importante città di Ghazni, 150 chilometri da Kabul.

Per ristabilire la situazione sono intervenuti gli americani con 23 raid di bombardieri e droni. Loro i boots on the ground non ce li mettono, a lasciarci la pelle sono i soldati del cosiddetto ‘esercito regolare’ afghano, dei poveri ragazzi che in questa guerra civile, da noi provocata e che ha ulteriormente impoverito un Paese già poverissimo, non hanno scelta: per guadagnarsi il pane quotidiano o vanno a combattere, senza alcuna convinzione, per il governo fantoccio di Ashraf Ghani o si arruolano, un po’ più motivati, con i talebani, altri fuggono verso l’Europa. Il 21 agosto, primo giorno della ‘festa del Sacrificio’, Eid al Adha, l’Isis ha attaccato Kabul con razzi e bombe di mortaio (ma chi glieli dà? I talebani non dispongono nemmeno di uno stinger). Il numero dei morti non è stato precisato.

Ma come l’Isis, che in genere si fa saltare in aria in mezzo ai civili, soprattutto sciiti, non è considerato il più grave pericolo per l’Occidente? Sì, quando colpisce in Europa, se lo fa in Afghanistan chissenefrega. A combattere l’Isis in Afghanistan lasciamo i talebani che, stretti fra i guerriglieri di Al Baghdadi e gli occupanti occidentali, perdono terreno a favore appunto dei terroristi islamici. Una strategia molto intelligente quella Occidentale: guerra ai resistenti afghani, laissez faire con i terroristi islamici.

Alla Versiliana dell’anno scorso Alessandro Di Battista, da me incalzato, promise che se i 5stelle fossero andati al governo avrebbero ritirato il contingente italiano a Herat che, fra le altre cose, ci costa 1,3 milioni di euro al giorno, vale a dire 474 milioni l’anno. Se il governo gialloverde non rispetterà l’impegno preso da Di Battista, non crederò più a una sola parola né di Di Battista, né di Di Maio, né di Davide Casaleggio, né degli altri bravi ragazzi dei 5stelle. Compagni addio.

Becciu: “La Chiesa stia col Papa o ci saranno gravi rischi”

“Se ci ritroviamo uniti al Papa la Chiesa si salverà. Se invece creiamo divisioni – ahimé – la Chiesa rischia gravi conseguenze”, l’ha detto ieri, proprio al sito ufficiale della Santa Sede, non un cardinale qualsiasi, ma Angelo Becciu, da poco ex sostituto agli affari interni della Segreteria di Stato, considerato tra i pelati più influenti d’Italia e del Vaticano. Il nuovo prefetto (cioè ministro) per le Cause dei Santi si riferisce alla questione delle accuse – con richiesta di dimissioni di Francesco – dell’ex nunzio Viganò sugli scandali pedofilia negli Stati Uniti: “Ho visto molto sconcerto nella gente. Faccio mio lo sconcerto della gente e soffro con loro; rinnovo – come gli stessi cristiani cattolici hanno fatto – la mia vicinanza al Santo Padre e la disponibilità d’animo a difenderlo sempre”. Poi conclude: “Auspico quello che abbiamo ricevuto come insegnamento fin da bambini: il Papa si ama e lo si ama fino in fondo. Dal Papa si ricevono e si accolgono tutte le sue istruzioni, indicazioni e parole”. In una Chiesa sempre più divisa, Becciu, nonostante abbia cambiato “lavoro”, fa sapere che sta sempre con Jorge Mario Bergoglio.

Grillo: “Teniamo in equilibrio il rapporto con i nostri alleati”

L’accordodi governo tra Lega e Movimento 5 Stelle resta in equilibrio. Forse non è soltanto una constatazione quella di Beppe Grillo, il fondatore del Movimento che ormai da tempo ha compiuto “il passo di lato” in favore del nuovo capo politico Luigi Di Maio. Ieri Grillo ha incontrato a Milano l’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica, in questi giorni in Italia per una serie di incontri. Grillo ha ricordato gli esordi del Movimento: “È nato dagli spettacoli che facevo, parlavo di economia, politica, tecnologia. Un comico e un manager della Olivetti (Gianroberto Casaleggio, nda) hanno creato questa cosa inaspettata, una bomba, nata senza soldi”. Dai primi V-day, “l’utopia si è realizzata anche se nessuno lo pensava”. Fin poi all’intesa con la Lega sul contratto di governo, unica condizione che ha permesso al Movimento di allearsi con un altro partito: “Siamo arrivati al governo mettendoci il rapporto con questa Lega che teniamo in equilibrio, con un accordo con dei programmi precisi”, ha detto ancora Grillo prima di rilanciare l’idea del reddito universale, ritenuto una “priorità del Movimento 5 Stelle”.

“È una secessione, crea italiani di serie B”

Il professor Gianfranco Viesti, docente di Economia applicata all’Università di Bari, tre giorni fa ha lanciato una petizione su Change.org. Il titolo dice tutto: “No alla secessione dei ricchi”. Sotto accusa da parte di Viesti, di una quarantina di colleghi e degli oltre tremila firmatari, c’è soprattutto il Veneto, che propone una legge delega che ricalcoli il fabbisogno standard – e dunque i soldi da trasferire in Regione assieme alle competenze – tenendo conto anche del gettito fiscale dei residenti. Più è alto il contributo dei cittadini, maggiore deve essere quel che torna nei territori.

Professor Viesti, che c’è che non va nelle richieste delle Regioni?

Se una Regione chiede una competenza, ci si aspetta che lo Stato trasferisca le stesse risorse che prima impiegava per svolgere quella funzione, non di più. Anche perché l’equazione è semplice: se si danno più soldi alle Regioni ricche, se ne daranno meno alle altre più povere.


È un problema costituzionale?

Non sono un costituzionalista, ma c’è senz’altro un tema di diritti se per ricevere servizi fondamentali devo essere nato in una Regione ricca.

La Costituzione però prevede che si possano ottenere competenze.

Certo, ma infatti non ho nulla in contrario a chiedere competenze se c’è un vantaggio a trasferirle, tanto è vero che anche diverse Regioni del Sud hanno avviato la procedura. Credo però che se il Veneto chiede 23 competenze lo faccia più come presa di posizione politica che perché ritiene di poter fornire un servizio migliore in ogni settore. E lo Stato dovrebbe rifletterci.

Se si arrivasse in fondo con l’iter sarebbe un problema?

Si tratterebbe di una secessione di fatto, il Veneto otterrebbe un livello di indipendenza molto alto. Mi sembra un po’ troppo comodo fare gli italiani quando torna bene e poi rivendicare questo enorme potere a casa propria.

Qual è l’obiettivo della vostra petizione?

Intanto far sì che si discuta in maniera critica del tema, anche perché in questa partita la controparte delle Regioni è una ministra leghista (Erika Stefani, titolare degli Affari regionali, ndr), che è la prima sostenitrice del federalismo. Parlare di “autonomia differenziata” suona come qualcosa di molto tecnico, invece qua si tratta di diritti, di scuola, di sicurezza.

E poi?

Chiediamo che si rispetti il Parlamento, luogo ideale per discutere un tema così importante, senza che sia data carta bianca al governo attraverso una legge delega. Con una manovra del genere rischiamo di trovarci italiani di serie A e italiani di serie B, ancor più di come ci siano adesso.

La questione è salvaguardare il patto sociale?

Certo, quello previsto dalla Costituzione. Guardi, altrimenti io stesso mi farò promotore di un referendum per separare Milano dal resto della Lombardia, o per ottenere l’indipendenza di via Montenapoleone dal resto di Milano. È lo stesso identico principio: i più ricchi che chiedono di stare da soli.