I 5 Stelle d’accordo ma non troppo: “Il Sud non perda”

Autonomia, non indipendenza. Sì alle competenze legislative, no al surplus fiscale. Accogliere le richieste del Nord, senza dimenticarsi del Sud. Il Movimento 5 Stelle si muove in equilibrio precario sulla strada del regionalismo differenziato, che dovrebbe portare Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna (per cominciare, in futuro anche altre regioni) ad acquisire più poteri e più risorse. A fatti e a parole, loro sono favorevoli, lo prevede la Costituzione ed è stato anche inserito nel contratto di governo.

Il rischio di appiattirsi sulla posizione della Lega e tradire una grossa fetta dell’elettorato, però, è dietro l’angolo. E i parlamentari più attenti alle esigenze del Meridione sono pronti a mettersi di traverso, specie se gli autonomisti dovessero battere cassa per avere più soldi. Per questo i 5 Stelle promettono di vigilare sulla trattativa tra governo e Regioni che dovrebbe concludersi entro l’anno. “Il principio di solidarietà costituzionale non si tocca: se qualcuno dovesse dimenticarselo, glielo ricorderemo noi”, assicura Federico D’Incà, deputato veneto e sostenitore della riforma. A certe condizioni.

La posizione della Lega, un tempo addirittura secessionista, è nota a tutti: resta da capire cosa ne pensa l’altra metà dell’esecutivo. Per ora il Movimento si è espresso soprattutto a livello locale, in Veneto e Lombardia hanno votato a favore del referendum. Adesso la partita si sposta sul piano nazionale e qui bisogna muoversi con cautela: nel M5S ci sono sensibilità diverse.

“Vogliamo favorire le più ampie forme di decentramento”, ha detto il ministro per i Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro. La titolare della delega al Sud, Barbara Lezzi, ha però precisato che la riforma “non può diventare uno strumento per favorire alcune Regioni a scapito di altre”. Prova a far sintesi D’Incà, che ha sostenuto l’autonomia veneta e da anni si occupa del tema: “Crediamo sia una grande opportunità: per noi l’aspetto più interessante è quello normativo, avere leggi più vicine al territorio. Le risorse sono una conseguenza, vanno a copertura delle competenze”.

La pre-intesa, però, resta ambigua sul trattenimento delle entrate fiscali e sui soldi i nodi rischiano di venire al pettine, nel Movimento e nel governo. “Tutti sappiamo che l’autonomia è prevista dalla Costituzione e che ci sono stati dei referendum, su cui ci siamo schierati a favore a livello locale. In generale, però, il vero tema è la perequazione”, avverte Paola Nugnes. La deputata napoletana sostiene la linea della ministra Lezzi: “Al Sud ancora paghiamo scelte politiche sbagliate del passato: il governo del cambiamento deve intervenire su questi squilibri, non generarne degli altri”.

Non sarà facile conciliare questa posizione con il processo innescato dalle tre Regioni (e quelle che potrebbero seguirle). Qualcuno nel M5S già invoca l’intervento del comitato di conciliazione, previsto dal contratto di governo per le “divergenze persistenti” nella maggioranza gialloverde. Tra le ipotesi sul tavolo c’è quella di un processo graduale, che parta solo da alcune competenze (si parla ad esempio di scuola, protezione civile e beni culturali), per estendersi più avanti in caso di risultati positivi. Ma questo significherebbe scontentare il Veneto, che ne ha chieste 23, tutte e subito. E la Lega, che si riscopre “secessionista”, anche se dolce.

Ora “l’autonomia dei soldi”: la Lega resta figlia di Bossi

Negli ultimi anni la Lega ha cambiato faccia: niente più lotta al terrone, basta insulti Tricolore e focus spostato sull’invasione dei migranti. Eppure nei prossimi mesi il Carroccio farà di tutto per portare a casa la più bossiana delle leggi, quella che riporta ai tempi della Padania e della secessione. I toni sono più mitigati di allora, ma il Veneto – in maniera simile alla Lombardia (a guida centrodestra) e all’Emilia Romagna (centrosinistra) – è a buon punto per ottenere il trasferimento in capo alla Regione di ben 23 competenze statali e, soprattutto, delle rispettive risorse economiche.

Niente di nuovo, beninteso: il referendum dello scorso anno ha riportato al centro del dibattito un margine di manovra che le Regioni hanno dai tempi della riforma costituzionale del 2001. Altre dieci regioni si sono accodate a Veneto, Lombardia ed Emilia, avviando l’iter per la cosiddetta “autonomia differenziata”, ma nessuno è più avanti della fu Padania.

Giovedì Salvini ha fatto visita a Luca Zaia, promettendo di firmare il trasferimento delle competenze non appena arriverà in Consiglio dei ministri. Il nodo più delicato, però, riguarda i soldi che le Regioni chiedono di tenere per sé.

Zaia vuole occuparsi di tutto ciò che è trasferibile: istruzione, ambiente, Protezione civile, sicurezza del lavoro, energia e molto altro. Logica vorrebbe che, assieme alle competenze, fosse trasferita la stessa cifra che oggi lo Stato spende per erogare quei servizi nella Regione. Così promette di fare il ministero agli Affari regionali, ma solo in una prima fase. Dopodiché le cose potrebbero cambiare. Ai tempi del referendum, Zaia millantava di poter trattenere il 90 per cento delle tasse dei suoi residenti. Una follia per i bilanci dello Stato che nessun governo, neppure leghista, avrebbe potuto avallare.

L’ultima idea, che ricalca quella inserita nella pre-intesa siglata tra le tre Regioni e il governo Gentiloni, è quella di trasferire una cifra calcolata in base ai fabbisogni standard (quanti bambini vanno a scuola, quanti chilometri di strade da gestire, eccetera) rivisti però “in base alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali”. Formuletta dietro cui, come spiega l’economista Alberto Zanardi, nell’interpretazione più favorevole ai veneti i fabbisogni delle Regioni più ricche si alzerebbero in maniera automatica rispetto a quelli dei territori con un gettito inferiore.

Per sfregarsi le mani, però, è presto. Al nodo dei trasferimenti stanno lavorando i tecnici del governo con quelli di Veneto, Emilia e Lombardia (Bologna e Milano conducono le trattative insieme), ma il rischio è quello di esporsi a ricorsi di incostituzionalità. Durante la visita veneta lo ha detto anche Salvini: “Con le competenze devono arrivare anche i soldi per gestirle, ma lavoriamo per evitare che il giorno dopo ci siano ricorsi”.

Il riferimento è all’articolo 119 della Costituzione, che stabilisce che lo Stato istituisce un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale. Un patto sociale sancito dalla Carta per cui le Regioni più ricche accettano di destinare le proprie risorse in eccesso ai territori più poveri. Se questo principio venisse leso, allora il castello crollerebbe, con buona pace del residuo fiscale – la differenza tra il gettito di una regione e quanto lo Stato le restituisce – del Nord.

Ma a proposito di tecnicismi, il governo dovrà fare attenzione a come procedere per l’approvazione delle autonomie. Lombardia ed Emilia chiedono un’interpretazione lineare dell’articolo 116 della Carta, secondo cui la legge che concede le competenze debba essere “approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti”.

Il percorso sarebbe quello di un disegno di legge sulla base dell’accordo tra Stato e Regioni da sottoporre poi al Parlamento, dove tutti i partiti, per motivi diversi (alleanze locali e nazionali, colore politico dei governatori) avrebbero difficoltà a far saltare il banco. Il Veneto, invece, spinge per una strada alternativa a suo dire ben più sbrigativa (sempre che non sbatta con l’art. 116): una legge delega con cui il Parlamento incarichi il governo di formalizzare l’autonomia, avendo mano molto più libera rispetto alle ripetute votazioni in aula di un disegno di legge. Tempo un mese, assicurano dalle Regioni, e si saprà che ne sarà delle autonomie.

Autostrada veneta, il sottosegretario: “Tutto da valutare”

“Opere come l’autostrada Pedemontana veneta sono indispensabili per la Lega, ma è chiaro che andrà fatta una riflessione su come sono fatte queste concessioni e sulle condizioni contrattuali. La concessione per la Pedemontana non l’abbiamo preparata noi, però le osservazioni dei 5Stelle vanno valutate. Rivedremo tutte le concessioni, quindi anche quella per la Pedemontana”. A margine dell’intervista rilasciata a Peter Gomez per la festa del Fatto, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti apre al riesame della concessione per l’autostrada veneta, già in costruzione. Tradotto, il leghista non chiude ai dubbi formulati dal M5S locale per bocca del capogruppo in Regione Jacopo Berti, secondo cui “la concessione per la Pedemontana è un regola al consorzio privato che la sta realizzando, peggiore perfino di quello fatto ad Autostrade per l’Italia a Genova, visto che il margine operativo per il concessionario è di circa 8 miliardi”. Accuse che Berti ha lanciato con la silente ma concreta copertura del Movimento nazionale, più che dubbioso sull’opera.

Macron non si tocca, i renziani all’assalto del governatore

È bastato che Zingaretti abbia preso le distanze da Emmanuel Macron, come modello per la sinistra, e sul presidente del Lazio si è abbattuto il fuoco dei renziani. Zingaretti era intervenuto ieri mattina, con una intervista a Repubblica dicendo, anche abbastanza sobriamente: “Escludo di fare come Macron. La nostra storia e il nostro futuro non si può infilare dentro a quel modello elitario, repubblicano ma rappresentativo dei piani alti della società francese”.

Apriti cielo. La falange liberista del Pd, e non solo, lo ha additato come nemico numero uno. Il via arriva dal presidente dei senatori dem Andrea Marcucci che twitta: “Una nuova alleanza per Europa nasce insieme a Macron. I nostri avversari sono i sovranisti”. Sulla stella linea si muovono Alessia Romani, Roberto Giachetti che conia l’hashtag #famosemale, la responsabile Comunicazione Marianna Madia che dice “rischiamo il ridicolo” fino a colui che ormai è un intellettuale organico del renzismo, Giuliano Ferrara che scrive, sempre su Twitter: “È ufficiale, Zingaretti è un coglione”. Nessun commento, invece, dal segretario del Pd, Maurizio Martina.

Reddito di cittadinanza Landini: “Vediamoci”

Un confronto sui temi del lavoro e sul reddito di cittadinanza. Maurizio Landini, ospite della festa del Fatto quotidiano in Versilia, lo ha chiesto esplicitamente alla viceministra dell’Economia, Laura Castelli, esponente del M5S, a nome della Cgil. “Poi ognuno prenderà le decisioni che crede, ma confrontatevi con noi sul merito delle proposte”. La viceministra ha soltanto assentito, senza prendere impegni, ma nel corso del dibattito i punti di contatto tra le posizioni radicali del sindacalista Cgil, che ha infiammato più volte la platea, e l’esponente del Movimento 5 Stelle si sono ripetute. Landini, ad esempio, ha detto di aver apprezzato i primi passi di contrasto alla precarietà contenuti nel decreto Dignità anche se ha attaccato frontalmente i voucher che vengono utilizzati per “rendere più ricattabile il lavoro”. Poi ha invitato il governo a prendere visione delle proposte del sindacato in tema di riforma degli ammortizzatori sociali e di misure, come il “reddito di garanzia” per coloro che sono alla ricerca di un lavoro. Castelli ha annunciato che il reddito di cittadinanza “ci sarà sicuramente nel 2019 e lo vedremo già nella legge di Bilancio” e ha assicurato che le misure contro la precarietà sono “solo l’inizio” delle politiche del lavoro dell’attuale governo.

I giornalisti tv e la difficile arte di avere i politici ospiti in studio

Per vedere se e quali saranno gli effetti del governo del cambiamento sulla tv pubblica, bisognerà aspettare ancora. Un problema però – dice chi la tv la fa – si ripresenterà nella stagione video che sta per cominciare: l’allergia dei leader al contraddittorio. Ospiti del dibattito condotto da Luca Sommi ieri alla festa del Fatto, Bianca Berlinguer, Giovanni Floris e Paolo Del Debbio si sono trovati d’accordo sul punto. “L’intervista coi leader viene fatta singola, ma non è una cosa iniziata con Lega e M5S, succedeva anche con Pd e Forza Italia – nota Berlinguer –. Questo è il modo con cui si rapportano all’informazione: un limite del dibattito televisivo che purtroppo anche noi abbiamo accettato”. Secondo Floris è anche una questione di pubblico che ha cambiato “gusto”: “Un tempo anche se mettevi l’ultima fila di Forza Italia e l’ultima fila dei Ds, la gente seguiva comunque, si immedesimava. Ora – prosegue il giornalista di La7 – non ci sono piu appartenenze, non ti ritrovi nella Ravetto o in Fassino, ma solo nel leader”. Del Debbio – fino allo scorso anno colonna dell’informazione Mediaset, accusato di aver portato voti ai “populisti” –, a proposito di seconde file, ricorda che per la tv serve allenarsi: “Se le seconde file non hanno il fisico per trasmissioni come la mia, studiassero. Però senza il leader che acchiappa i voti dietro cui nascondersi, sono rimasti allo scoperto”. In ogni caso, l’informazione politica in tv tira ancora. Tanto che una rete internazionale come Discovery, solo in Italia, ha deciso di investire anche in questo settore. “Crozza per noi è stata la scelta piu importante – ha spiegato ieri la responsabile dei contenuti dei canali, Laura Carafoli –. Poi abbiamo investito su altre produzioni di informazione e di racconto della realtà come Loft. Ora arriverà anche Virginia Raffaele”.

“Voglio un confronto con i 5Stelle. E il Pd può cambiare nome”

“Meno Macron, più equità”. Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del Pd, si fa intervistare da Peter Gomez alla festa del Fatto mentre risuonano le polemiche di queste sue parole rilasciate a Repubblica. La sua presa di distanza dal presidente francese provoca la reazione di molti renziani. Tra cui Roberto Giachetti, caustico: “Lanciare la propria candidatura alla guida del Pd attaccando Macron, tra i pochi argini ai nazionalismi, mi sembra una cosa geniale: famose der male”.

Zingaretti, lei è stato comunista?

Sono stato iscritto alla Federazione dei giovani comunisti, ed è stata una bellissima esperienza.

Cosa ha pensato quando il Pd ha abolito l’articolo 18?

Nella mia esperienza politica non ho mai sostenuto Renzi, non ho mai fatto parte di cordate e ho sempre difeso la mia autonomia. Ma se la sinistra italiana è in queste condizioni non è solo per quanto successo negli ultimi quattro anni. Il punto è che la sinistra non ha più trovato il modo di difendere i diritti.

Non ha risposto sull’articolo 18.

Penso che non bisognasse partire da lì.

Qual è la sua idea di partito?

Magari il problema fosse solo quello di cambiare leader per poi ricominciare a vincere. Il tema è molto più complesso. Vorrei un partito che vada ben oltre l’esistenza di un leader, che da solo non può risolvere tutti i problemi. In questi giorni nel governo un singolo leader sta facendo valere la sua identità e l’esecutivo paga un prezzo altissimo.

Stando ai sondaggi, la maggioranza degli italiani è dalla parte di questo governo.

È giusto che questa maggioranza governi. Ma la difficoltà che sta attraversando non sono marginali, e il M5S appare come vittima e complice dell’azione di governo.

Perché una grande parte del Pd si è schierata con Autostrade per l’Italia sulla vicenda di Genova?

Non credo che questa sia la ricostruzione corretta di quanto accaduto. Dire ‘non sappiamo di chi è la colpa ma intanto togliamo la concessione’ non mi piace: siamo in uno Stato di diritto.

Da un punto di vista civilistico il concessionario è per forza responsabile.

Quella concessione va totalmente rivista. Ma non credo all’illusione che si debba tornare ai carrozzoni che hanno distrutto l’Italia e che sono stati il cuore della corruzione.

Oggi molti l’hanno attaccata per le parole su Macron, tanto che su Twitter Giuliano Ferrara le ha dato del “coglione”. Lei contrasta davvero “l’unico che può arginare il populismo”?

Mi attaccano perché capiscono che per la prima volta si sta muovendo qualcosa di competitivo. Io penso due cose sull’Europa. Primo, chi si definisce sovranista è il primo a mettere in discussione la sovranità nazionale. Secondo, non si può picconare l’unico livello che esiste per difendere questo Paese: se muore la barriera europea qua arrivano tutti e si comprano tutto. Io non abbandono l’euro per andare sul rublo. Alle Europee il Pd dovrà costruire un’alleanza con tutte le forze europeiste, anche con Macron. Ma noi siamo diversi da lui: quindi sì difendere l’Europa con Macron, ma non fare diventare il Pd quella cosa lì.

Quale è il suo progetto?

Si parte il 13 e 14 ottobre a Roma in un grande appuntamento che si chiama ‘Piazza grande’. Voglio ricostruire valori e classe politica. Sono vecchi quelli della ditta (i bersaniani, ndr) e vecchi quelli che si sono proclamati nuovi.

Calenda insiste: chiede di cambiare il nome al Pd.

Non lo escludo affatto, ma solo al termine di un percorso. Se questo porterà a una identità diversa, vedremo se si dovrà cambiare il nome al partito.

Secondo lei rischiamo il fascismo?

I rischi per la nostra democrazia sono inquietanti e pericolosi. Io sono stato indagato per tre anni e non ho mai pensato di accusare alcun magistrato. Per questo reagisco quando vedo l’arroganza di chi ha il potere e pretende l’impunità (Matteo Salvini, ndr).

Si è sempre detto che lei fosse favorevole al dialogo con i 5Stelle.

Su questo si è fatta molta confusione. Penso che paghiamo ancora il prezzo della sceneggiata in streaming con Bersani di 5 anni fa. Di fronte all’esigenza di fare un governo si scelse di umiliare un leader che aveva vinto le elezioni.

Ma con i 5Stelle riaprirà il dialogo?

Sono convinto che gli elettori del M5S e quelli della Lega e della destra non siano la stessa cosa. Voglio aprire un confronto, ma non per accordicchi, piuttosto per una sfida culturale.

Si confessi a Matteo Renzi.

Caro Matteo, è andata così, ma ora, in una posizione diversa, prova a dare una mano.

“Se sequestrano i soldi la Lega giovedì è finita”

Un avvertimento ai vertici della Guardia costiera, che nel caso della nave Diciotti non hanno “rispettato gli ordini”, l’annuncio che la prossima settimana il ddl anticorruzione arriverà in Consiglio dei ministri, qualche stoccata al “permaloso” Salvini e infine una constatazione piuttosto amara: “Se la magistratura conferma la sentenza sul sequestro dei fondi alla Lega, il 6 settembre siamo finiti”. Durante La confessione di Peter Gomez, alla festa del Fatto Quotidiano in corso alla Versiliana, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, non si tira indietro. E a Umberto Bossi, il “padre padrone” caduto in disgrazia, dice: “Dicevi sempre che ero troppo buono per fare politica. Forse sono diventato cattivo, anche con te”.

Giorgetti, è vero che ha messo a Palazzo Chigi una foto di Matteo Renzi, come monito per i suoi colleghi: “Oggi ci siamo, domani chissà”?

Veramente la foto era della Boschi, ma fa lo stesso. Il pericolo che la gente si stufi esiste. È come in Formula Uno: vince chi accelera, ma anche chi sa frenare, altrimenti alla prima curva vai fuori. Matteo Salvini sa ascoltare la pancia dell’elettorato: quando gli suggerirà di frenare, frenerà.

Cominciamo dal nodo principale: l’immigrazione. Da padri di famiglia, come potete restare indifferenti a quello che succede in Libia?

La domanda che dobbiamo farci è: cosa fa l’Europa per l’Africa? In Libia vedo la stessa logica del colonialismo anni 50. Gli interessi commerciali sono gli stessi, i Paesi europei – alcuni in particolare – mantengono gli stessi governi fantoccio pur di continuare ad avere lo sfruttamento delle materie prime. La verità è che in Libia non esiste un governo democratico. Se continuiamo a dire che Serraj lo è, mica possiamo mandare i Caschi blu. La comunità internazionale deve porsi questo problema.

La percezione del numero di migranti, in Italia, è decisamente sovradimensionata rispetto alla realtà. Che responsabilità avete voi leghisti in tutto questo?

Ne abbiamo, certo. Gli italiani quella percezione già l’avevano, ma noi abbiamo portato in tv uno (Matteo Salvini, ndr) che diceva esattamente quello che loro sentivano.

Nel caso Diciotti siete arrivati a vietare lo sbarco di una nave della nostra Guardia costiera.

Bisogna chiedersi perché la Diciotti sia entrata nelle acque maltesi, visto che di solito i militari rispettano gli ordini. È un avvenimento che resta da chiarire in tutti i suoi aspetti. Il povero ministro Toninelli si sta chiedendo questa e tante altre cose.

C’è un problema con la Guardia costiera?

Assolutamente sì. Siamo il governo del cambiamento, interverremo anche qui.

Cosa ne pensa dell’indagine a carico del ministro dell’Interno Salvini?

Mi sono convinto che il magistrato volesse a tutti i costi indagarlo e che a lui non dispiacesse. Dunque sono tutti contenti, Salvini e il magistrato.

Con i magistrati avete un’altra questione in sospeso, quella che riguarda i soldi della Lega. State pensando a un nuovo partito, come ha scritto ieri il Corriere?

La magistratura ha già sequestrato tutti i soldi che avevamo. Il punto è se verranno presi anche i proventi futuri: noi contestiamo il fatto che questo avvenga di fronte a una sentenza che non è definitiva, ma solo di primo grado. Comunque, se mercoledì i giudici dovessero decidere in questo senso, noi il 6 settembre siamo finiti.

Dunque nasce un nuovo partito unico del centrodestra?

Non abbiamo tempo per fare nessuna opa, più o meno ostile, su Berlusconi. E poi in questo momento le idee della Lega sono molto più attrattive di quelle portate avanti da Tajani che adesso, mi sembra, è il responsabile di Forza Italia.

Cosa pensa della revoca delle concessione ad Autostrade dopo il crollo del ponte Morandi?

Penso che vada fatta senza indugi. Diverso è quello da fare dopo. Le strade sono due: o entra lo Stato, con Anas o chi per lei – ma io non penso ci siano le strutture tecniche necessarie – oppure si rimette a gara la concessione, a condizioni diverse. Nel governo, durante il Consiglio dei ministri che si è tenuto a Genova, c’erano diverse idee. Conte ha detto ‘datemi fiducia, valuto io da avvocato’. Dunque, il primo obiettivo è la revoca, poi ne discutiamo politicamente.

La Lega votò il cosiddetto “salva Benetton”. Come si arrivò a quel voto?

Ci venne venduta come una norma che caricava i privati di un sacco di oneri, in cambio della concessione. La verità è che la Pubblica amministrazione è inerme di fronte al privato. Toninelli ce l’ha detto: ‘Avete presente che struttura ho a disposizione per fare i controlli?’. L’età media dei funzionari è over 50, i giovani sono tagliati fuori. Il pubblico non sa fare i progetti, non sa verificarli. Per questo soccombe.

I Benetton la Lega l’hanno finanziata. Si aspettavano qualcosa in cambio?

Certo, oggi è imbarazzante. Ma noi come Lega non abbiamo mai avuto pressioni, quella fu una operazione di clamoroso lobbismo.

Flat tax e reddito di cittadinanza: come controllerete che non ci sia comunque chi evade e chi lavora in nero? Come lo conciliate con la cosiddetta pace fiscale, che poi è un condono?

La pace fiscale è propedeutica a un nuovo inquadramento del sistema fiscale. La dote di conoscenze in capo all’amministrazione è enorme, ma anche qui serve qualcuno in grado di leggere i dati e di capire cosa ci sta a monte. Non faremo nessuna pace fiscale senza lotta all’evasione.

Sforerete il 3 per cento?

Se serve a mettere in sicurezza il Paese, anche sì. Credo sia interesse anche dell’Europa.

Lei non usa i social.

Non ho tempo e piuttosto che mettere un altro a scrivere al posto mio, lascio perdere.

Dicono che lei sia il Gianni Letta di questo governo.

Io però ho preso i voti.

La chiamano Richelieu.

Io faccio il mediatore.

È complicato?

Il problema vero è metterli insieme in una stanza. Uno è in Cina, l’altro fa il videomessaggio… A settembre hanno finito di fare i giri e vedrete le soluzioni.

Cosa ne pensa delle critiche del presidente della Camera Roberto Fico?

L’opposizione non esiste più, ce la facciamo da soli.

Qual è il peggior difetto di Matteo Salvini?

Se gli fai una critica, può prenderla male.

Ricorda quando dicevate “Roma ladrona, la Lega non perdona”?

Abbiamo perdonato.

In migliaia a Lesbo e in altre isole greche: allarme dell’Unhcr

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) esorta il governo greco a risolvere la situazione nei centri di accoglienza e identificazione (RIC) del Mar Egeo, noti come “hotspot”, ricordando che sono “seriamente sovraffollati”, il che “significa che migliaia di richiedenti asilo e migranti, tra cui molti bambini, vivono in condizioni misere”. Alcuni sono in questi centri da più di sei mesi. “L’Unhcr invita le autorità ad accelerare quanto più possibile le procedure di trasferimento delle persone; a incrementare la capacità ricettiva per ospitarle; a migliorare rapidamente le condizioni nei centri di accoglienza”, si legge in una nota diffusa dall’agenzia Onu, che segnala che “la situazione sta raggiungendo un punto critico al Ric di Moria, sull’isola di Lesbo, dove più di 7 mila richiedenti asilo e migranti sono stipati in rifugi pensati per 2 mila persone. Un quarto di questi sono bambini”. Nei centri di accoglienza sulle isole di Chios e Kos, invece, le persone ospitate sono ormai il doppio rispetto alla capacità di accoglienza delle strutture. “Simili livelli di sovraffollamento – afferma l’Unhcr – non si verificavano dal mese di marzo 2016, quando gli arrivi erano molto più numerosi”.

Tripoli, scontri armati e vittime. L’Onu: “Torture sui profughi”

Scontri, decine di morti e una guerra diplomatica senza esclusione di colpi. La situazione in Libia è a un passo dal caos, mentre il Segretario generale delle Nazioni Unite rilancia le dure accuse sul rispetto dei diritti umani a Tripoli nei confronti dei migranti. L’ultimo report, datato 24 agosto, rafforza le denunce dello scorso febbraio: “I migranti e i rifugiati – scrive il Segretario generale dell’Onu – continuano a essere esposti a privazione di libertà e a detenzione arbitraria in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali; a torture, stupri, estorsioni, lavoro forzato e esecuzioni extra-giudiziarie”. I responsabili vanno cercati, spiega Guterres, tra “ufficiali dello Stato, gruppi armati, trafficanti di uomini e gang criminali”. Una situazione che si è aggravata con l’aumento dei migranti detenuti, “a causa delle aumentate intercettazioni in mare e della chiusura delle rotte ai migranti”.

Gli scontri attorno a Tripoli, intanto, proseguono e si aggravano. Secondo fonti locali sarebbero 30 i morti e quasi cento i feriti. Tra i protagonisti del nuovo conflitto vi sarebbe la 7ª Brigata legata a Salah Badi, miliziano “che giocò un ruolo rilevante negli scontri del 2014 che devastarono la capitale libica”, secondo quanto segnala il sito del quotidiano emiratino The National. Badi sarebbe rientrato in Libia dalla Turchia, e martedì scorso è apparso in un video lanciando un appello ad attaccare a Tripoli.

Se in strada si spara, nei corridoi della diplomazia la tensione è alta, soprattutto tra Italia e Francia. Il sito Africa intelligence, ritenuto vicino a Parigi, nei giorni scorsi aveva diffuso un articolo sostenendo che Roma era pronta “a sacrificare l’ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone per fare un favore ad Haftar”. Ieri la Farnesina ha smentito categoricamente la notizia, definendola “infondata e strumentale”.