“Porcherie sui migranti, le potevamo fare”

Padova

Una frase intercettata dai carabinieri in un’inchiesta sul business dell’accoglienza dei migranti in Veneto e l’ex prefetto di Padova, Patrizia Impresa, finisce nella bufera: “È vero che ne abbiamo fatte di porcherie, però quando le potevamo fare”.

Il funzionario, ora prefetto di Bologna, secondo quanto riporta il Mattino di Padova, avrebbe pronunciato queste parole in una conversazione con il viceprefetto Pasquale Aversa, indagato nell’inchiesta sulla cooperativa Ecofficina che faceva affari d’oro sull’accoglienza dei migranti in Veneto e l’intercettazione sarebbe finita nell’informativa finale dell’inchiesta. L’ex prefetto non è indagato a differenza del suo vice Aversa, a cui i magistrati padovani contestano i reati di frode in pubbliche forniture, truffa ai danni dello Stato e rivelazione di segreti d’ufficio.

Ecofficina (poi Edeco), cooperativa gestita dall’ex consigliere provinciale del Pdl Simone Borile, in pochi anni ha visto lievitare il suo fatturato grazie alla gestione dell’accoglienza migranti. Poi è finita nel mirino dei pm per le condizioni in cui versavano centinaia di richiedenti asilo finiti negli hub in costante sovraffollamento e in condizioni igienico-sanitarie insufficienti. I controlli delle autorità sanitarie sarebbero stati rivelati in anticipo da funzionari della prefettura ai responsabili di Edeco, in grado così di far fronte alle visite ispettive. Il contesto era quello dei numerosi sbarchi del 2016, quando centinaia di profughi dovevano essere collocati in poche ore. “Anche se andiamo a metterli da qualche parte dove non possiamo metterli, qualche cosa la dobbiamo pur fare – si sfogava il prefetto Impresa con il suo vice il 10 ottobre 2016 –. Anche se dobbiamo fare schifezze Pasquà… eh… eh, no… schifezze… noi ci dobbiamo salvare Pasquà”. Il prefetto, secondo i carabinieri, sarebbe stato in quel frangente sotto la pressione del capo del dipartimento libertà civili del Viminale, Mario Morcone, che la invitava ad alleggerire la struttura di accoglienza di Bagnoli di “cento-duecento” persone. Impresa era preoccupata che il suo posto potesse “saltare”. Tanto che in un’altra telefonata con Carmine Valente, direttore dei servizi per l’immigrazione (non indagato) diceva: “Ricordati che se devo cadere… io però faccio cadere Sansone con tutti i filistei”.

Il prefetto Impresa spiega di aver “lavorato in condizioni di assoluta emergenza e in stato di necessità” e precisa di aver “usato il termine ‘schifezze’ non certo per identificare illeciti o fatti vergognosi, ma perché la gestione del fenomeno degli sbarchi negli scorsi anni ha talvolta richiesto di assumere decisioni difficili e non sempre coerenti con i propri principi e convincimenti”. La vicenda è ora sotto la lente di ingrandimento del Viminale.

Procure divise su Salvini: dubbi sull’arresto illegale

Cinque capi d’imputazione e otto ipotesi di abuso d’ufficio: con un messo della Guardia costiera, l’atto di accusa del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, contro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è giunto ieri mattina alla Procura di Palermo, guidata da Franco Lo Voi, che entro 15 giorni lo trasmetterà al Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano, chiamato poi a decidere in 90 giorni.

E in attesa di conoscere data e luogo dell’interrogatorio del ministro, che ha già chiesto di essere sentito dai magistrati, non è detto che la Procura palermitana si limiti a una trasmissione “notarile” ai giudici delle carte dell’inchiesta: se al secondo piano del palazzo di giustizia la parola d’ordine è “stiamo leggendo” le 50 pagine, e non filtrano dichiarazioni, da alcune indiscrezioni sembra che non tutti i reati contestati dall’ufficio del pm agrigentino siano condivisi da quello palermitano.

Tra i capi d’imputazione in dubbio ci sarebbe l’arresto illegale, visto che un arresto formale dei migranti non si è verificato, ed è comunque certo che la Procura abbia intenzione di esercitare fino in fondo i poteri di vaglio che la legge le assegna.

Al “pettine giuridico” dei pm palermitani passeranno due ipotesi di sequestro di persona nei confronti di Salvini, la prima a scopo di coazione dell’Unione europea, per costringerla a redistribuire nei Paesi Ue i migranti della Diciotti, la seconda semplice, e cioè per averli trattenuti a bordo senza uno scopo. E poi l’omissione di atti di ufficio, per non avere indicato, da capo del Viminale, il “porto sicuro” in cui ricoverare la Diciotti con il carico di migranti salvati, visto che l’indicazione di Catania è stata fornita solo come scalo tecnico.

E infine l’abuso d’ufficio, contestato in otto diversi casi. I primi due ancora sulla libertà personale dei migranti: dalla violazione dell’articolo 5 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, “nessuno può essere privato della sua libertà”, a quella dell’articolo 13 della Costituzione, secondo cui “la libertà personale è inviolabile”.

Costituzione violata dal ministro, secondo il procuratore di Agrigento, anche nell’articolo 10 comma 3, che regolamenta il diritto di asilo allo straniero, negato da Salvini. Al quale il pm contesta anche la violazione del Regolamento di Dublino del 2013, che stabilisce i criteri per le richieste di “protezione internazionale”, diritti che a bordo della Diciotti sono rimasti sospesi per dieci giorni, anche nei confronti di donne e bambini.

Sempre in questo contesto, il ministro catalizza la responsabilità di chi non ha informato i migranti della possibilità di richiedere il diritto di asilo, rispondendo anche della violazione dell’articolo 10 ter del Testo unico sull’immigrazione, che prevede che i migranti vengano “tempestivamente informati” del diritto all’asilo, e di non aver consentito il rilascio del permesso di soggiorno ai minori non accompagnati (art. 47, legge Zampa) e dello status di rifugiato alle 11 donne eritree incinte a causa degli abusi subiti in Libia (art. 60, Convenzione di Istanbul).

Infine, non aver indicato alla Guardia costiera il porto di sbarco configurerebbe non solo omissione, ma anche abuso per la violazione del protocollo di coordinamento tra Viminale e Guardia costiera.

A coordinare l’inchiesta contro Salvini è il procuratore aggiunto Marzia Sabella, già nel Pool antimafia che nel 2006 arrivò alla cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano, che da qualche giorno si occupa di un altro fascicolo collegato alla nave Diciotti, che ipotizza l’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reato di competenza della Dda di Palermo, per il quale nei giorni scorsi sono stati convalidati i fermi di quattro scafisti.

Coca-Cola si beve l’inglese Costa, colosso del caffè

Coca-Cola scommette sul caffè e si beve Costa, acquistando la catena di caffetterie inglese per 5,1 miliardi di dollari. Un’operazione, la maggiore per Coca-Cola da oltre 10 anni, con cui entra apertamente in guerra con Starbucks e Nestlè. Costa Caffè è la seconda catena di caffè più grande del mondo dopo Starbucks e la più grande del Regno Unito. È stata fondata nel 1971 dai fratelli Sergio e Bruno Costa, appartenenti a una famiglia di italiani immigrati da Parma in Gran Bretagna negli anni ’60. Il suo successo è cresciuto nel corso degli anni: se nel 1995, quando è stata acquistata da Whitbread per 19 milioni di sterline, aveva solo 39 negozi oggi ne ha più di 3.800 in 32 paesi. Whitbread ha accettato di vendere Costa a un prezzo che è 16 volte più alto dei guadagni lordi – prima di interessi, tasse, svalutazione e ammortamenti – realizzati quest’anno. Per Coca-Cola è un’acquisizione importante per rispondere ai cambi dei gusti dei consumatori, che hanno scaricato la soda troppo gassata e zuccherata, preferendo bevande più salutari. E soprattutto il caffè, che sta sperimentando un vero e proprio boom. Lo dimostrano l’ondata di acquisizioni nel settore.

Decreto Dignità non ferma l’emorragia: più precari e inattivi

Ad aumentare sono solo i lavoratori precari e i cittadini inattivi, cioè quelli che non hanno un impiego e nemmeno lo cercano, spesso perché scoraggiati. I dipendenti a tempo indeterminato, invece, continuano la discesa senza freni. Anche a luglio i dati Istat sul mercato del lavoro sono negativi. Per il secondo mese di seguito il numero totale di occupati è diminuito: questa volta di 28 mila unità (tasso di occupazione al 58,7%). Come al solito si tratta di una somma algebrica data dalla combinazione di diversi fattori: 44 mila stabili in meno, 8 mila in più con un rapporto di lavoro a termine e altri 8 mila autonomi in più. Il primo mese di operatività del decreto Dignità, con la stretta sui contratti a tempo determinato, non ha disinnescato la corsa del precariato, che ormai si registra da anni. Era prevedibile che le nuove norme non avrebbero fatto miracoli nell’immediato. Sono prima arrivate con decreto a inizio luglio, ma poi sono state modificate ad agosto con la conversione in legge (che ha previsto un periodo transitorio nel quale non si applicano l’obbligo di causale e i limiti ai rinnovi). Proprio per questo, Michele Tiraboschi, docente universitario ed esponente del centro ricerche Adapt, suggerisce cautela nell’interpretare i dati di luglio. “L’aumento del lavoro temporaneo lo osserviamo da tempo – spiega al Fatto – da quando è iniziato il travaso dall’industria ai servizi”. “A luglio le aziende hanno agito in maniera schizofrenica – prosegue – alcune hanno accelerato i rinnovi prima dell’entrate in vigore del decreto, altre si sono fermate in attesa di conoscere i contenuti della conversione”. Anche il dato sugli inattivi, aumentati di 89 mila unità, si potrebbe prestare a una lettura alla luce del decreto: “Una parte dei lavoratori a tempo determinato non rinnovati – conclude Tiraboschi – potrebbe essere passata nell’inattività o nel nero”. I veri effetti, comunque, si potranno giudicare solo nei prossimi mesi.

Ilva, i sindacati proclamano lo sciopero

Dopo averlo più volte minacciato, i sindacati hanno proclamato lo sciopero in tutti gli stabilimenti Ilva per martedì 11 settembre. Subito dopo, sono stati convocati al ministero dello Sviluppo economico per mercoledì 5. Si avvicina insomma la resa dei conti sul futuro del gruppo siderurgico: Arcelor Mittal (Am) sta per tornare al tavolo con i segretari dei metalmeccanici di Cgil, Cisl, Uil e Usb. Ci sarà anche il ministro Luigi Di Maio e sarà una delle ultime occasioni per cercare un accordo sui posti di lavoro da salvaguardare nell’ambito del passaggio dell’acciaieria dall’amministrazione straordinaria (cioè lo Stato) al colosso mondiale dell’industria siderurgica. Sullo sfondo, però, resta l’alea che avvolge la decisione del governo, ancora intento a scegliere se lasciare o non lasciare l’Ilva nelle mani dei vincitori di una gara ritenuta “illegittima”. E ancora non si conoscono i dettagli del parere fornito dall’Avvocatura dello Stato, chiamata a pronunciarsi sull’opportunità di una revoca della procedura messa in atto dal precedente governo (con Carlo Calenda allo Sviluppo economico). I sindacati hanno confermato lo sciopero per l11 settembre anche dopo l’invito del governo, ma è evidente che quel passaggio sarà fondamentale e un buon esito, e alla decisione del governo sulla gara, potrebbe portarli a revocare la mobilitazione.

La prima tappa è quella di mercoledì: Fiom, Fim, Uilm e Usb sono stati convocati alle 14 e ci si attende che Arcelor Mittal si presenti con una proposta sull’occupazione che sia migliore di quella portata all’ultimo tavolo del 6 agosto. L’azienda era partita dicendo di essere disposta ad assumere solo 10 mila lavoratori tra i 13.500 attualmente in forza all’Ilva in amministrazione straordinaria. Per quelli rimasti fuori ci sarebbe stato un piano di prepensionamenti, per chi ha l’età, o incentivi alle dimissioni volontarie. C’era anche l’idea di costituire una nuova società, da incaricare per le bonifiche ambientali, per assorbire temporaneamente gli esuberi. Il problema però è che i sindacati vogliono garanzie per ogni singolo lavoratore. Il che significa che Arcelor Mittal dovrebbe impegnarsi a riassumere tutti quelli eventualmente rimasti fuori da questo piano di pensioni anticipate ed esodo incentivato. Su questo è finora stata refrattaria poiché teme che proprio la certezza di essere riassorbiti rappresenterebbe un disincentivo a lasciare l’azienda con il premio economico.

In alcune riunioni informali della trattativa, Am aveva provato ad allargare l’offerta, promettendo di prendere 10.200 lavoratori subito e massimo altri 300 rimasti eventualmente fuori a fine piano. Anche questa proposta però era stata ritenuta insufficiente dai sindacati. Adesso però il tempo stringe ed è interesse anche dell’impresa trovare un accordo con i sindacati. Due giorni dopo l’incontro, comunque, il governo renderà pubblico il parere dell’Avvocatura e scioglierà la riserva sulla decisione (oggi è atteso quello del ministero dell’Ambiente, che non dovrebbe portare allo stop). Il 15 settembre scadrà l’amministrazione straordinaria e bisognerà formalizzare il passaggio di consegne, anche perché i commissari hanno già detto che l’acciaieria ha ormai le casse azzerate.

Fitch rimanda il taglio. E la crescita rallenta

Anche Fitch rimanda l’atteso verdetto sui conti pubblici italiani. Ieri l’agenzia di rating ha lasciato immutato il giudizio sull’affidabilità del debito pubblico a due gradini sopra il livello di “non investimento”, ma ha rivisto la previsione sul futuro (l’“outlook”) da stabile a negativo, preludio a una possibile bocciatura visto che “gli impegni del governo non sono compatibili con l’elevato debito”. Se tutte le agenzie bollassero come spazzatura i titoli italiani le banche non potrebbero più darli a garanzia dei prestiti della Banca centrale europea, ma lo scenario resta ancora remoto. Nei giorni scorsi l’altro colosso Usa Moody’s aveva rimandato il giudizio in attesa di vedere i documenti di bilancio su cui il governo imposterà la manovra. Lunedì partiranno le riunioni tematiche in seno all’esecutivo guidate dal ministro dell’Economia Giovanni Tria di ritorno dalla missione in Cina. Lo spread tra i titoli a dieci anni italiani e tedeschi è salito a 290 punti base.

La decisione di Fitch arriva in un contesto atteso, ma non meno pericoloso, di rallentamento del tasso di crescita del Pil. Ieri, in sostanza, lo ha confermato anche la nota sui conti economici trimestrali dell’Istat (in linea con la stima di qualche settimana fa) che vede il Pil aumentare solo dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti: cresceva il doppio tra luglio e settembre 2017 e un decimale di più negli ultimi due trimestri. Per dare un’idea, tra le economie più grandi solo la Francia ha una dinamica simile (ma il Pil lì cresce di più rispetto all’anno precedente: +1,7 contro +1,2%), mentre gli Usa nel trimestre segnano un +1%, la Germania +0,5 e il Regno Unito +0,4.

Analizzando i dati Istat, però, ci sono almeno un paio di cose da sottolineare. La prima era attesa: la crescita a fine anno sarà inferiore a quella scritta dal governo Gentiloni nel Documento di economia e finanza, un +1,5% che già aveva destato qualche perplessità ad aprile (l’Upb lo definì “allineato al limite massimo delle stime del panel dei nostri previsori” per giudicare senz’altro ottimistico il numero per il 2019). La nota di aggiornamento al Def di settembre, il primo atto di Tria, dovrà quindi correggere il numero: probabilmente si scenderà a +1,2%. Questo ovviamente potrebbe avere un effetto anche su deficit e debito in rapporto al Pil, ma marginale: a spanne, e senza altre correzioni, si calcola sia la metà della mancata crescita (0,15%). Il rallentamento del Pil, peraltro, potrebbe persino consentire a Tria e al governo di rifiutarsi con più forza ad una manovra correttiva che finirebbe per accentuare la frenata (“nessuna manovra pro-ciclica”, ha detto il ministro).

Meno mediatico dell’effetto sui conti pubblici, ma più rilevante quanto al peso sulla posizione dell’Italia anche rispetto ai mercati finanziari è la scomposizione del dato sul Pil: il risultato del secondo trimestre è infatti dato dal contributo positivo della domanda interna (soprattutto gli investimenti fissi lordi) e da quello negativo della componente estera. Scrive Istat: “L’ampio contributo negativo della domanda estera netta è derivato dall’effetto congiunto di un lieve calo delle esportazioni (-0,2%) e di un marcato recupero delle importazioni (+1,8%)”.

Il trend, insomma, potrebbe essere quello di un peggioramento della posizione netta dell’Italia rispetto al resto del mondo: una bilancia commerciale positiva – oltre ad essere l’unico fine delle politiche adottate dal 2011 ad oggi – è anche un indicatore fondamentale per tranquillizzare gli investitori. È appena il caso di ricordare che, per consenso unanime, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani” fu in realtà dovuta agli squilibri commerciali. Allora come oggi, però, la Germania si rifiuta di ridurre il suo surplus nonostante violi da anni le pur blande norme sugli squilibri macroeconomici nell’Eurozona: l’altro modo è quello usato finora, la compressione della domanda interna, inattuabile però per i partiti al governo.

 

Le pile di ponte Allaro si abbassano: divieto di transito ai Tir

L’Anas ha disposto il divieto di transito ai mezzi pesanti superiori alle 7,5 tonnellate e il contestuale limite di velocità a 30 chilometri orari sul ponte Allaro della strada statale 106 “Jonica”, nella Locride (Reggio Calabria). Il divieto è stato imposto dall’Ente nazionale per le strade dopo che dal sistema di monitoraggio topografico è emerso l’abbassamento delle pile 5 e 6 del ponte. “Il provvedimento si è reso necessario – è scritto in un comunicato dell’Anas – a seguito degli abbassamenti delle pile 5 e 6 del ponte. Pertanto, anche alla luce delle risultanze di apposite consulenze scientifiche, si è ritenuto opportuno inibire il transito ai mezzi pesanti superiori alle 7,5 tonnellate”. Per i veicoli “in direzione nord” – continua la nota – è previsto l’itinerario alternativo con avvio a Locri, percorrenza delle strade statali 106 Var/B e 682 ‘Jonio-Tirreno’ con immissione in A2 ‘Autostrada del Mediterraneo’ fino allo svincolo di Lamezia Terme e percorrenza delle statali 280 ‘Dei Due Mari’ e statale 106 Var/A. Per i veicoli diretti verso Reggio Calabria si potrà effettuare il percorso inverso”.

Danni a 1432 ditte. Allo studio gli aiuti: finanziamenti e sgravi

Sono già molte, ben 1.432 di cui 95 con più di 50 dipendenti, le aziende che hanno subito danni diretti per il crollo del ponte Morandi a Genova. Un numero più preciso si avrà entro un mese, quando gli interessati avranno inviato il modulo pubblicato sul sito della Camera di commercio di Genova. Al momento, il danno è già alto. Regione Liguria, Comune e Camera di commercio hanno mappato le aziende danneggiate in modo diretto o indiretto, quelle 1.432. Quaranta, che si trovano nella zona rossa, hanno subito danni diretti. “Ma attraverso il numero verde abbiamo raccolto la preoccupazione di imprese che si trovano ben aldilà della zona interessata”, spiega Maurizio Caviglia, segretario generale della Camera di commercio cittadina.

Confindustria Genova ne ha contate venti nella zona rossa, con problemi di accesso e operatività, da Ansaldo Energia fino alle più piccole. Poi ci sono le attività più lontane, che con il crollo del ponte hanno perso clienti e fatturati. “Vogliamo aiutare le aziende a rialzarsi e ripartire”, ha detto l’assessore regionale allo Sviluppo economico Andrea Benveduti. Si pensa a finanziamenti, equi risarcimenti, forme di agevolazione e sgravi fiscali.

Aziende strategiche allo Stato

L’articolo di Salvatore Settis, apparso sul Fatto del 25 agosto 2018, dal titolo “Impariamo da Genova a salvaguardare l’Italia”, merita, a nostro avviso, un ulteriore approfondimento sulle “cause” che impediscono da tempo ai nostri governi di porre in essere gli investimenti necessari per evitare i disastri come quello del ponte di Genova.

A parte le personali responsabilità, che saranno accertate dalla magistratura, non si può prescindere dal porre in evidenza che esistono anche cause esterne che ci costringono a inseguire i danni, piuttosto che a prevenirli. Diciamo subito che si tratta del sistema economico finanziario in atto, che ha soppiantato il vecchio sistema keynesiano, che ci ha consentito, nei primi 30 anni del dopoguerra, il cosiddetto “miracolo economico italiano” (un sistema “misto” nel quale convivevano con reciproco beneficio industrie strategiche pubbliche e private), con un sistema economico predatorio, nel quale le imprese pubbliche e i servizi pubblici essenziali sono stati ceduti, a bassissimo prezzo, a società private, le quali non “investono più in prodotti”, ma acquistano altro danaro per poi divenire proprietari di altri beni reali già esistenti. Si è affermato, insomma, il pensiero neoliberista. È un sistema balordo che si fonda su tre principi: a) la ricchezza deve essere nelle mani di pochi; b) lo Stato (e cioè il Popolo) deve essere estromesso dall’economia; c) tra gli attori economici deve esistere una “forte competitività”. L’assurdità di questo pensiero è smentito dal pensiero keynesiano che si fonda su due semplici principi: a) la ricchezza deve essere distribuita alla base della piramide sociale, poiché sono i lavoratori che vanno ai negozi, sono questi che chiedono prodotti alle aziende e sono queste ultime che assumono lavoratori e producono, creando così un circolo virtuoso (laddove il pensiero neoliberista, come provano i fatti, porta alla disoccupazione, alla miseria, e, in prospettiva, all’accumulazione della ricchezza una oligarchia di individui).

Questo sistema predatorio, dopo l’assassinio di Aldo Moro e con la complicità dei nostri governi, si è esteso all’Italia, la quale è stata onerata di debiti dal mercato globale e non ha saputo far di meglio che vendere le proprie fonti di produzione della ricchezza: le autostrade, le rotte aeree, le frequenze tv, i demani, e persino le isole e le montagne sopra Cortina d’Ampezzo.

Cedere a privati le fonti produttive di ricchezza (che nel sistema keynesiano davano un grande apporto all’attivo di bilancio) è un “danno” ed è fuorviante affermare che il privato produce meglio del pubblico. Ciò può essere vero se si tratta di una piccola azienda, ma non può certo dirsi di chi guadagna attraverso la riscossione di “tariffe”, come è nel caso dei servizi pubblici. Insomma la cessione a privati dei profitti riscossi a seguito di privatizzazione è una vera e propria cessione a un singolo di un bene di tutti.

La verità è che le industrie strategiche che riguardano fonti di energia o sevizi pubblici essenziali, come prescrive l’art. 43 della Costituzione, devono essere in mano pubblica o di “comunità di lavoratori o di utenti”. Sono fonti di produzione che producono guadagni ingenti e certi, legalmente previsti (tariffe per l’energia, autostrade ecc.), che non possono essere donati a singoli privati. Se l’Italia si riprendesse quanto ha incostituzionalmente ceduto a privati, disporrebbe delle somme necessarie per il buon funzionamento dei beni e dei servizi in questione. Come nota Settis, occorrono i controlli, ma una cosa sono i controlli che lo Stato può esercitare su una società privata concessionaria, e altra cosa sono i controlli di diritto pubblico che lo Stato può esercitare sui manager o i funzionari pubblici. Insomma, dopo le esperienze fallimentari delle privatizzazioni, l’imperativo da seguire è: nazionalizzare, ovviamente non tutto, come osserva Settis, ma assolutamente le imprese strategiche e riconquistare così una parte importante dell’attivo del bilancio. Solo così potremo salvare l’Italia.

 

La A25 è a rischio. La resa del ministero: “Controlli mai fatti”

La lettera è di martedì scorso e svela un quadro desolante sulla resa della burocrazia ministeriale e sui rapporti opachi tra governo e concessionarie autostradali già visto nel disastro di Genova: nel 2018 il ministero delle Infrastrutture non è in grado di dire se un’autostrada sia sicura, anche se dubita che lo sia, visto che non ha effettuato i controlli per mancanza di personale. La questione riguarda l’autostrada Roma-Pescara-L’Aquila, ma forse è lo spaccato di un fenomeno più grande.

Il 28 agosto Placido Migliorino, dirigente della Direzione che vigila sulle concessionarie autostradali e responsabile dell’ufficio ispettivo di Roma prende carta e penna e risponde dall’associazione abruzzese Nuovo Senso Civico Onlus: “La drastica riduzione di personale di quest’ufficio – spiega – non ha consentito negli ultimi anni di effettuare visite ispettive adeguate per verificare lo stato di degrado delle infrastrutture assentite in concessione”. Cinque giorni prima l’associazione aveva inviato alla sua direzione – da un anno guidata da Vincenzo Cinelli – un esposto, notificato a nove procure, in cui chiedeva una cosa banale: lo stato di sicurezza della Strada dei Parchi (la A24 e la A25) del gruppo Toto, 281 chilometri, 197 viadotti che collegano il Lazio con l’Abruzzo. Da foto e articoli di giornale, allegati all’esposto, emerge che “molte delle opere risulterebbero contraddistinte da disfacimento del copriferro, da grave ossidazione dei ferri nonchè da distacco di calcestruzzo”. La risposta di Migliorino, 14 giorni dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, è un monumento all’autotutela burocratica. Spiega che “le uniche attività che quest’ufficio ha potuto espletare con le residue risorse rese disponibili sono state limitate all’effettuazione delle visite Pam (ordinaria manutenzione, ndr) e alle verifiche dei lavori dell’antiscalinamento. Conseguentemente – prosegue – non è possibile, allo stato attuale, dare un riscontro sui contenuti tecnici citati nella missiva”, ma nello stesso tempo “si condivide la manifestata preoccupazione resa dal Nuovo Senso Civico Onlus, sulla base delle poche visite eseguite da quest’Ufficio negli anni passati, circa la necessità di interventi urgenti di manutenzione ordinaria e straordinaria, oltreché per la messa in sicurezza ai fini sismici delle opere”. La lettera si chiude con un resa totale: “L’Ufficio potrà eseguire visite di dettaglio per valutare l’effettivo avanzamento dello stato di degrado delle opere non appena saranno rese disponibili adeguate risorse di personale”. Mancano infatti gli uomini, visto che i costi delle ispezioni sono a carico dei concessionari. Proprio martedì, in audizione al Parlamento, il ministro Danilo Toninelli ha dipinto un quadro desolante: in 10 anni il personale che deve vigilare è passato da 250 a 110 persone (non tutte qualificate), il budget per pagarli si è dimezzato (da 16,7 a 7 milioni) e i controlli calati dal 2011. “Ho l’impressione – ha spiegato – che il sistema dei controlli sia stato indebolito per favorire i concessionari”.

In questo scenario, il ministero fornisce due versioni diverse. La manutenzione ordinaria spetta al concessionario ed è regolata dalla concessione del 2009 (25,8 milioni l’anno fino al 2030). Secondo la relazione ispettiva del ministero, del 2016, è sempre stata effettuata. La lettera di Migliorino parla invece dell’urgenza di “una manutenzione ordinaria e straordinaria” e sembra confermare i dubbi dell’associazione che chiede al ministero “se l’eventuale difetto di manutenzione ordinaria abbia in qualche modo generato un ammaloramento tale da rendere necessari lavori di tipo straordinario”. Anche perché nel 2013 non ci sono stati controlli; solo 5 nel 2014, 33 nel 2015 e 34 nel 2016, anno in cui si segnalano 48 “non conformità non sanate” su 338 registrate. “Se Migliorino aveva dubbi, perché non ha avviato la messa in mora per la revoca della concessione?”, spiegano da Strada dei Parchi, che in una nota rassicura sulla sicurezza del tracciato e definisce “grave” la lettera visto che “finora per la manutenzione ordinaria sono stati spesi 700 milioni”, mentre quella straordinaria, come l’antiscalinamento per evitare che i tratti dei viadotti si scollino, è stata fatta “su nostra richiesta”.

Qui si apre un altro capitolo. L’autostrada risale al 1969 e non è a norma antisismica. Dal 2013 i lavori sono rimasti fermi per lo stallo sul nuovo Piano economico finanziario della concessione, che nelle proposte iniziali di Toto valeva 6 miliardi (cifra oggi dimezzata). Nel 2017 con una legge il ministero ha impresso un’accelerazione dopo il sisma di Amatrice (l’autostrada è rimasta danneggiata). L’antiscalinamento è la parte conclusa dei lavori straordinari. Ne mancano altri e li deve pagare lo Stato, ma i soldi non arrivano. La società ha chiesto un anticipo di 192 milioni sui fondi già stanziati ma per il 2022, mettendo le mani avanti. “Ove non avvenisse – ha scritto al Mit – saremmo costretti a rinviare l’apertura dei cantieri, con ovvie conseguenze per la sicurezza, declinando sin d’ora ogni responsabilità”. Mancano gli interventi più urgenti come “le sistemazioni delle pile dei viadotti più deteriorate”. Finora il ministero ha risposto che l’urgenza riguardava solo l’antiscalinamento, ora un suo dirigente dice che è urgente fare tutto. Lo stesso giorno al ministero gli uomini di Toto incontravano quelli di Toninelli per lo sblocco dei fondi. Ora chi percorre l’autostrada dovrà sceglie di chi fidarsi.