Atlantia: obblighi rispettati. Ma il tecnico li smentisce

Gli investigatori ancora li stanno cercando. Allo stato però non si trovano. E l’ipotesi più accreditata è che non siano mai stati montati. Sì, perché la novità che emerge dall’inchiesta genovese sul crollo del ponte Morandi sono alcuni sensori da mettere sul viadotto per monitorare vibrazioni complessive. Sensori che avrebbero potuto dare avvertimenti fondamentali. Una novità importante, perché è scritta nell’interrogatorio dell’ingegnere Carmelo Gentile del Politecnico di Milano, il professionista che nel novembre 2017, per conto di Spea Engineering (Autostrade), firmò un dossier sulla tenuta del ponte Morandi. Già in quel testo emergevano dati certi sulle criticità dei piloni 9 e 10. Ora però viene messo a verbale che a margine di quel dossier, il Politecnico di Milano aveva suggerito ad Autostrade (Aspi) di installare dei sensori particolari.

L’interrogatorio si è tenuto una decina di giorni fa a Milano. Inizialmente un dialogo informale, poi verbalizzato almeno in parte. Ed è in questa parte che emerge l’ennesima allerta sulla tenuta del ponte. Eppure quei sensori con tecnologia speciale non saranno mai messi. Non solo, davanti all’urgenza, Aspi scelse di metterne altri ma non subito, bensì durante i lavori di retrofitting che sarebbero dovuti partire il prossimo ottobre. L’avvertimento che emerge dagli atti volta non sembra essere stato ascoltato da Autostrade. Che al posto di recepire l’urgenza del consiglio supportata dal dossier, preferì aspettare ancora i lavori migliorativi da 26 milioni di euro. Di più: come ha scritto ieri l’Espresso, nella relazione finale del progetto fatta da Spea emergono tutte le criticità dei piloni, in particolare il 9 e il 10. Il 9 è quello che crollerà la mattina del 14 agosto provocando 43 morti. Nell’atto che è stato visionato anche dal Provveditorato ligure e dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti si leggono questi passaggi: “Lesioni ramificate capillari con risonanze e fuoriuscita di umidità, sulla malta di ripristino, lesioni larghe verticali con estese risonanze, sugli spigoli nella parte alta di quasi tutte le pile”. Per gli stralli in particolare: “Lesioni ramificate capillari con fuoriuscita di umidità; malta di ripristino risonante, interessata da lesioni ramificate capillari con fuoriuscita di umidità con distacchi; placche risonanti evidenziate da lesioni”. E ancora: “Calcestruzzo dilavato, ammalorato evidenziato da rigonfiamenti con zone risonanti e lesionate, con vespaiosità e ferri ossidati”. Chi scrive è Autostrade. Chi legge è il ministero. Tutti, dunque, sapevano. Nulla è stato fatto. Il traffico è proseguito. Qualcuno dentro Autostrade dette l’allarme anche informalmente? Una domanda alla quale, secondo la Procura, si potrà rispondere solo leggendo le email interne. Se il report del Politecnico è del 2017, l’inizio del progetto di retrofitting risale al 2015. Già da allora i tecnici di Aspi erano a conoscenza delle criticità. Eppure ancora ieri, al termine del Cda di Atlantia che controlla Autostrade, un comunicato spiegava (documenti alla mano) di aver adempiuto “agli obblighi concessori”. Una difesa a oltranza definita “indecente” dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Mentre per il vicepremier Luigi Di Maio “far crollare il ponte, causando 43 morti non era nel contratto – scrive su Facebook – Dai Benetton ci aspettiamo solo le scuse e i soldi per la ricostruzione, che non faranno loro. Per il resto consiglio ad Autostrade di tacere”. L’inchiesta prosegue spedita. Ma le carte da analizzare sono tante. Anche per questo il procuratore Francesco Cozzi ha chiesto al ministero di inviare altri magistrati a supporto. Ieri in Procura sono arrivati decine di scatoloni di carte sequestrate e un nuovo video. La rincorsa fallita alla sicurezza del ponte, dunque, sembra la chiave per dare nomi e cognomi agli indagati che allo stato ancora mancano. Non a caso nel progetto messo a punto da Spea si motivano i lavori “migliorativi” con una frase ben poco criptica. Si legge, infatti, “miglioramento standard di sicurezza”. Un dato che è presente anche nelle cinque lettere che Aspi invia, come sollecito, al ministero. A firmarle Donferri Mitelli, storico direttore della Manutenzione di Autostrade. In tutte si legge una richiesta, anche qui ben poco criptica, di fare in fretta. Sappiamo che l’ok finale del ministero è arrivato l’11 giugno, cioè sei mesi dopo la relazione del Provveditorato ligure. Un tempo, in realtà, consono. Ma probabilmente non è questo il punto. Il tema è che molti sapevano o quantomeno erano tenuti a sapere. Ma nessuno ebbe il coraggio di chiudere il ponte Morandi.

Macron qui?

Non bastando tutti quelli che lavorano per Salvini in Italia, ora ci si mette pure Macron. Il quale, con tutto quel che avrebbe da fare a casa sua per schivare i due terzi dei francesi che vogliono già prenderlo a calci nel sedere un anno dopo la plebiscitaria elezione, pensa bene di proporsi come il salvatore dell’Europa, ma anche del mondo e forse pure dell’universo, da Salvini. Col risultato di far sentire e apparire il nostro Cazzaro Verde molto più importante di quanto non sia. E di instillare in tutti gli italiani, anche nei più antisalviniani, una domanda angosciante: ma siamo proprio sicuri di voler essere salvati da Macron? Cioè dal gattopardo parigino creato nei caveau di banca Rotschild per fingere di cambiare tutto lasciando tutto com’era? Cioè dal finto buonista che ci dà lezioni di accoglienza e poi fa massacrare i migranti alle frontiere di Ventimiglia e Bardonecchia, donne incinte comprese? Risposta scontata: no, grazie. Basta vedere che fine han fatto i Macron e i Micron de noantri, che un anno fa si spellavano le mani e si sbucciavano le ginocchia al suo cospetto, favoleggiando di un “asse Berlino-Parigi-Roma” che esisteva solo nelle loro menti bacate. Fino all’altroieri, prima di ridursi a documentarista di se stesso, Renzi progettava una versione alla fiorentina o all’amatriciana, di En Marche!. E Calenda, noto frequentatore di se stesso, si spacciava per la vera risposta italiana a Macron. Una gara di lingue al più Macron del reame.

Renzi, in preda alla sindrome di Pippo Baudo, credeva di averlo inventato lui: “Bravo Macron: la sfida inizia adesso. Una sfida che riguarda anche l’Italia. Avanti, insieme”. Andrea Romano, sua mosca cocchiera, confermava: “Macron si è ispirato ad alcune proposte di Renzi, il suo programma somiglia a quello di Matteo, come il bonus cultura dei 500 euro (sic, ndr). La linea è la stessa: un europeismo solido e riformista, contro la conservazione e l’establishment”. Lui che stava con D’Alema, Montezemolo e Monti. Il particolare che Macron aveva vinto, mentre Renzi aveva già perso le Comunali e il referendum, e si avviava a perdere trionfalmente le Politiche, sfuggiva ai più. Renzi raccontò al Corriere che, un giorno che stava con Obama, “ho chiamato Macron e gli ho detto: ‘Sono l’assistente personale del presidente Obama, glielo passo’…”. E tutti giù a ridere. Anche Napolitano, che porta sempre buono, volle dire la sua: “Il voto francese smentisce le tesi catastrofiste circa la possibilità di bloccare l’ascesa del populismo nella nostra Europa”. Infatti subito dopo i sedicenti Macron nostrani spianarono la strada ai “populisti”.

Tal Sandro Gozi assicurava di essere, qui nella cinta daziaria, il “miglior amico” di Macron, come se da piccoli giocassero a biglie insieme. La Stampa svelò che Gozi addirittura “è stato uno dei primi a cui il 39enne Emmanuel rivelò di voler fondare un movimento”. In Francia, ma non solo, quando uno vuol fondare un movimento, telefona a Gozi per chiedere il permesso; e lui, magnanimo, accondiscende. Ecco il suo prezioso consiglio all’amico Emmanuel per vincere: “Fai attenzione (si danno del tu, ndr) a non farti strumentalizzare, sei un uomo ambizioso ma semplice”. Come tutti i dirigenti della Rothschild e ministri dell’Economia, legatissimi a Confindustria e all’Arabia Saudita: praticamente un senzatetto. Figurarsi gli attacchi di gelosia degli altri migliori amici italiani di Macron: Monti, Letta e persino la Madia, che cinguettò giuliva: “Il suo messaggio più forte è che si può riuscire a cambiare l’Europa attraverso la forza della politica”. Infatti s’è poi visto com’è cambiata l’Europa. A questo punto voi direte: e Gennaro Migliore? Stavamo quasi per dimenticarlo: “L’analogia fra Macron e Renzi sta nella loro capacità di innovare la sinistra… Siamo nel corso di una catastrofe del riformismo storico, solo due luci possono invertire la tendenza: Macron e Renzi”, proclamò per la gioia dell’amico transalpino, già peraltro eccitatissimo per gli endorsement di Maurizio Martina (“Segnale fondamentale per tutti i riformisti progressisti europei”) e Valeria Fedeli (“Macron mi somiglia, in fondo la mia scelta di appartenere a un’innovazione del centrosinistra in Italia può essere vista in positivo rispetto a quello che accade in Francia”).

Anche a destra era tutto un tubare. Sallusti paragonò Macron al padrone: “Non sappiamo se Macron sarà come Berlusconi, cioè talmente sicuro di sé da non aver paura di unire”. Brunetta se ne appropriò: “È un lib lab come me”. E pure Sacconi, che almeno aveva capito tutto: “Macron confermerà le importanti riforme del lavoro e dell’economia”. Infatti il fighetto dell’Eliseo ha confermato, anzi peggiorato le controriforme antisociali di Hollande. E, dopo un anno, già sta sulle palle a quasi tutti. Una picchiata persino più repentina di quella di Renzi, che almeno, per guadagnare tante antipatie, di anni ne ha impiegati quattro. Ora l’aspirante segretario del Pd Zingaretti chiede “meno Macron e più equità”. Non sappiamo chi o che cosa abbia portato sfiga al Napoleone fallito. Ma un sospetto ci assale, legato a una dichiarazione a caldo sulla sua elezione: “Nasce in Francia ciò che in Italia era sorto con il Pd”. A parlare era, toccando ferro, Piero Fassino. Se davvero Macron aveva tutti quegli amici italiani, qualcuno avrebbe dovuto suggerirgli i debiti scongiuri. Invece nessuno lo avvertì. Neppure quando si schierò con lui l’arma più letale del giornalismo mondiale: Giuliano Ferrara che, in tandem col rag. Cerasa, lo definì “una ciambella col buco” e “il presidente europeista, riformatore, mondialista, liberale, a meno di eventi imprevedibili”. Tipo, appunto, l’appoggio congiunto e concomitante di Fassino e Ferrara.

Meglio i talebani dei 100mila Pirandello

L’estate sta finendo: tocca “tornare ai fondali di carta, alle porte che non chiudono, al suggeritore sotto la cupola, alle luci di ribalta, al pezzetto di pompiere dietro le quinte” (Flaiano). O forse no: prima di rincantucciarsi in un teatro-teatro, ci si può attardare al RomaEuropa, che chiude la bella stagione dei festival 2018, dal 19 settembre al 25 novembre, in luoghi sparsi per la città, dal Testaccio all’Auditorium, con ospiti come Anagoor, Deflorian/Tagliarini, Mario Martone, Motus

Ma veniamo ai cartelloni d’autunno: sempre nella Capitale, all’Eliseo, si segnalano Le rane di Aristofane, dirette da Giorgio Barberio Corsetti e interpretate da Ficarra e Picone (dal 27 novembre al 9 dicembre). Il Nazionale rilancia invece con Barry Lindon, adattato e diretto da Giancarlo Sepe (all’Argentina dal 23 ottobre al 4 novembre), e The Deep Blue Sea di Terence Rattigan, firmato da Luca Zingaretti (regia) e Luisa Ranieri (primattrice), dal 20 novembre al 2 dicembre. La pièce – in tournée in mezza Italia – passerà anche alla Pergola di Firenze (9-18 novembre), che punta, in inizio di stagione, sul John Gabriel Borkmandi Ibsen con Gabriele Lavia e Laura Marinoni, diretti da Marco Sciaccaluga (20-25 novembre).

I titoli più curiosi affollano, però, i teatri milanesi: molto atteso è il dittico su Afghanistan – Il grande gioco ed Enduring Freedom – un affresco a più mani e in cinque episodi di due secoli di storia e rapporti tra Occidente e Asia Centrale. La produzione è made in Elfo, la regia è di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, mentre le repliche, a giorni alterni, saranno dal 23 ottobre al 25 novembre (oltre alle piazze fuori Milano). Sempre all’Elfo, dal 5 dicembre al 13 gennaio, incuriosisce l’adattamento del bestseller Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon.

Il Piccolo propone La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton, prima produzione italiana del regista Leone d’Oro Declan Donnellan (allo Strehler dal9 ottobreal16 novembre e in tour), e il cult Hamletmachine di Heiner Müller nella versione di Robert Wilson (allo Studio Melato dal16 al20 ottobre). Tra le aperture torna invece Moni Ovadia con Dio ride, al Grassi dal 2 al 14 ottobre. Altro prestigioso palco meneghino, il Parenti, ospita (e coproduce con il Nazionale toscano) il nuovo lavoro di Filippo Timi, dal 30 ottobre 11 novembre: Un cuore di vetro in inverno, “storia di un cavaliere umbro che parte per combattere un drago”. Come ripresa c’è, poi, dal 2 al 21 ottobre Buon anno ragazzi, scritto da Francesco Brandi e diretto da Raphael Tobia Vogel, entrambi appena insigniti del Premio Enriquez.

Anche il neo nominato Nazionale di Genova ripropone una rodata e blasonata pièce di drammaturgia contemporanea, Geppetto e Geppetto di Tindaro Granata (al Mercato, dal 16 al 20 ottobre); per la nuova produzione si affida invece alla istrionica Milvia Marigliano con Alda. Diario di una diversa, al Duse dal 24 ottobre al’11 novembre. Poco più su, a Torino, lo Stabile azzarda l’operazione più coraggiosa dell’anno: Arlecchino servitore di due padroni diretto e interpretato da Natalino Balasso, al Carignano dall’8 al 28 ottobre. Qui fa tappa anche La maladie de la mort della Duras, diretta da Katie Mitchell (3-4 novembre) in una felicissima cooproduzione internazionale, che vede insieme Francia (Bouffes du Nord et al.), Lussemburgo, Scozia, Belgio, Inghilterra (Barbican), Olanda e Italia con Torino, appunto, Roma, Prato ed Ert. L’Emilia Romagna Teatro produce, inoltre, La Gioia di Pippo Delbono (allo Storchi di Modena dall’8 all’11 novembre) e L’anima buona del Sezuan con Elena Bucci e Marco Sgrosso all’Arena del Sole di Bologna dal 28 novembre al 2 dicembre.

Al sud funzionano, infine, i classici: al Mercadante di Napoli, dal 24 ottobre all’11 novembre, debutta la Salomè di Wilde, diretta da Luca De Fusco e interpretata, tra gli altri, da Eros Pagni e Gaia Aprea. A Catania una delle aperture di stagione è affidata a Michele Placido, al Verga il 20 ottobre, con Sei personaggi in cerca d’autore.

Il Nobel siciliano sarà l’autore più rappresentato del 18/19: oltre a Placido, si contano Carlo Cecchi con Enrico IV (Napoli e Roma); Liliana Cavani con Il piacere dell’onestà (Torino); Lavia con I giganti della montagna (Milano); Filippo Dini con Così è (se vi pare) (Torino); Scimone e Sframeli con Sei, tratto dai Sei personaggi (Torino); Alessio Bergamo con Il giuoco della parti (Roma). Uno, nessuno e centomila Pirandello. È andata così.

Afghanistan.
Il grande gioco. Enduring Freedom

Dal 23 ottobre al 25 novembre all’Elfo (Mi)

Madonna e U2. Le star tra palco e dischi in uscita. Paul Simon Corona Park (New York)

Controllate agenda e portafoglio. Se vi è avanzato qualche soldino alla fine dell’estate, valutate un viaggetto lampo a New York. Il 22 settembre, al Corona Park di Flushing Meadows, Paul Simon terrà il concerto finale dell’Homeward Bound Tour e soprattutto della sua mitica carriera. A due passi da dove tutto era cominciato.

Tra pochi giorni, il 7, l’evento sarà corredato dall’uscita dell’album In the blue light, vecchie e luminose canzoni, non le più note tra quelle di Simon, ma risuonate con spirito contemporaneo. Gli amanti del grande rock avranno di che spendere, da qui alla fine dell’anno. Ecco Prince con Piano & Microphone 1983, un gioiellino unplugged, il compianto folletto di Minneapolis colto in magnifica solitudine interpretativa. Occhio all’ex leader dei Jam, Paul Weller, True meanings; o a Elvis Costello, che in Look now mescola vecchio e nuovo repertorio, in compagnia dei suoi Imposters, di Burt Bacharach e Carole King.

Dall’Inghilterra anni Ottanta riemergono Boy George e i Culture Club: Life è il disco del ritorno dopo due decenni di silenzio. Un reduce dei Sessanta? Rod Stewart in veste crooner per Blood red roses. Dai Novanta resistono l’ex frontman dei Verve, Richard Ashcroft (Natural rebel), il redivivo Slash dei Guns N’ Roses in versione solista (Living the dream), i vertiginosi elettro-dancer Prodigy (No tourists), i superstiti del grunge Mudhoney (Digital garbage), mentre dalle nebbie del tempo riemerge Yoko Ono: Warzone è la sua raccolta di inni pacifisti, ma riarrangiati. Madonna è decisa a presidiare ancora i dance floor con un album all-stars (Nicky Minaj, Ariana Grande); il 9 novembre vedrà finalmente la luce Simulation Theory dei Muse dopo una lunga gestazione in studio e le voci su un esito più sperimentale che mai. Per l’annunciatissimo disco solista di Bruce Springsteen, ispirato al pop degli anni Cinquanta, bisognerà probabilmente attendere il 2019. E così per i Pearl Jam. Mentre il 12, 13 e 14 settrembre arriva in Italia anche David Crosby.

Gli italiani? Tutti pronti per rinfrescare le rispettive discografie: il 21 settembre esce Love dei The Giornalisti, il 12 ottobre 8 celebrerà la ritrovata unione dei Subsonica, con un ventaglio di date in Europa, ma non in Italia. Attesissimo anche Duello, il nuovo album di inediti di Claudio Baglioni, dopo Con voi del 2013. Claudio celebrerà il cinquantennale della carriera con una tournée intensiva che partirà all’Arena di Verona il 14, 15 e 16 settembre. Solo con il nuovo anno si tufferà nella seconda avventura da “dittatore artistico” di Sanremo. Sempre all’Arena scaligera, il 23, Antonello Venditti sarà il protagonista del primo dei due concerti di gala del quarantennale di Sotto il segno di pesci (che uscirà in edizione risuonata): il secondo show sarà il 21 dicembre al Palalottomatica di Roma.

L’8 settembre notte all’Arena anche per Andrea Bocelli, beneficenza e supercast, in attesa dell’album Sì, il 26 ottobre, tutto con brani originali. Il 21 settembre uscirà anche il nuovo di Shel Shapiro e Maurizio Vandelli Love and peace. Pronto a essere sfornato è anche un lavoro di inediti di Eros Ramazzotti (probabili duetti con Jovanotti e Rovazzi), così come per Marco Mengoni, Elisa, Alessandra Amoroso e Loredana Berté, undici anni dopo il suo ultimo disco. E un live di Patty Pravo, un altro di Caparezza o un box di quattro cd, Universi paralleli, per Franco Battiato.

Sul palco? Subito Imagine Dragons, The National, 30 Seconds to Summer, Youssou N’dour, Laura Pausini, Edoardo Bennato. Ovviamente il poker di date degli U2 ad Assago (11-12-15-16 ottobre); gli Europe sempre a ottobre e così Biffy Clyro, Saxon, Rasmus, gli America, Ben Harper, Luca Carboni.

E cinque serate al Fabrique di Milano per J-Ax dopo la separazione “amichevole” da Fedez; Bryan Adams a novembre, Cesare Cremonini, Morcheeba, Ultimo, Ghali, Salmo, Negramaro, i giovanissimi-rivelazione Maneskin alla prova del fuoco pure con un cd.

E gli Spandau Ballet, in pista con il nuovo cantante Ross Wild dopo l’uscita di Tony Hadley.

Se vi saranno avanzati altri soldi, ricordatevi che a quel punto sarà già Natale.

Non solo i 70 anni di Tex: l’Estate di Tota e le oscurità di Nina Bunjevac

Ecosì è arrivato anche a compiere 70 anni: la lettura obbligata dell’autunno sarà il numero 695 di Tex, L’ultima vendetta, a colori come tutti quelli di anniversario. La copertina – sempre di Claudio Villa – evoca un lontanissimo Tex 200 e la storia, di Mauro Boselli e Giovanni Ticci, segue uno schema della tradizione: Tex che rivela aneddoti di un passato che continua a stratificarsi (qui si parla di un rodeo). L’albo, in edicola il 7 settembre, segna l’inizio delle celebrazioni, come sempre sobrie, della Sergio Bonelli editore per il compleanno del suo eroe più longevo. Sempre della Bonelli vale la pena monitorare Deadwood Dick di Michele Masiero e Corrado Mastantuono, il primo titolo della collana Audace (antico nome della casa editrice) che vuole proporre fumetti più liberi dalle usuali gabbie politically correct: il primo volume era solo un Tex con più parolacce, ma può migliorare.

In questi giorni di fine estate è lettura appropriata, appunto, Estate di Alessandro Tota, appena uscito per Oblomov, il racconto di estati baresi un po’ decadenti, con tragedie, droghe e ravvedimenti. Tota è uno di quegli autori italiani che non delude mai.

Viste le polemiche recenti su Asia Argento e #MeToo, il titolo del momento è Bezimena – Anatomia di uno stupro, della bosniaca-canadese Nina Bunjevac, sfuggita a tre tentativi di violenza, in uscita per Rizzoli. Pagine nerissime in cui galleggiano poche parole di testo a fronte di tavole mute, disturbanti nella loro fissità dettagliata che rende ancora più morbosi incubi sessuali raccontati.

 

 

Rivoluzione d’ottobre: Picasso e Klee

Apriamo le porte ai rivoluzionari: Picasso, Courbet, Warhol, Duchamp. Questi sono solo alcuni dei nomi, o meglio, dei geni ribelli che i musei italiani accoglieranno nell’autunno 2018.

La rivoluzione è metamorfosi. Non a caso, si intitola Picasso. Metamorfosi l’esposizione a Palazzo Reale a Milano, in cui il maestro spagnolo re-inventa l’arte e la mitologia classica: vasi, statue, rilievi e le loro raffigurazioni – tori, minotauri, scene di vita, di morte e di eros – secondo Picasso. Proprio come le opere in cui Klee rilegge l’arte primitiva e paleocristiana esposti in Paul Klee. Alle Origini dell’Arte al Mudec.

Rileggere il principio delle cose è un modo di trovare il sé, di “indagare l’inconscio” direbbe Freud il cui pensiero illuminò l’opera di Duchamp, in mostra a Palazzo Blu di Pisa Da Magritte a Duchamp – 1929. Il grande Surrealismo dal Centre Pompidou: un’occasione per ammirare, tra capolavori di Giacometti e Magritte, la sua Gioconda coi baffi, L.H.O.O.Q. Perché rivoluzionario è anche il modo in cui si guardano le cose di sempre: Courbet traghettò l’arte paesaggistica francese da un orpelloso ideale romantico verso la pittura di realtà. Più di 50 i capolavori esposti in Courbet e la Natura a Ferrara, Palazzo dei Diamanti. Uno sguardo altro fu quello dei surrealisti, cui la Fondazione Ferrero di Alba dedica Dal Nulla al Sogno. Dada e Surrealismo dalla Collezione del Museo Bojimans Van Beuningen, e degli impressionisti, in mostra a Palazzo Zabarella a Padova in Gauguin e gli Impressionisti. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard. Eversiva è pure la meraviglia di Marc Chagall: ad Asti, a Palazzo Mazzetti, Chagall. Magia e Colore con più di 150 lavori tra dipinti, disegni, incisioni da cui riverbera una visione dell’universo tra onirico e atavico.

E non si può parlare di ribellione al canone, senza citare la Pop-Art. Sarà protagonista Warhol su tutti e in più declinazioni: Camera Pop. La Fotografia nella Pop Art di Andy Warhol, Schifano & Co al centro Italiano per la Fotografia di Torino; Warhol e New York Anni ’80 a Bologna, Palazzo Albergati con lavori di Basquiat, Haring, Jeff Koons; la ricchissima esposizione Andy Warhol al Complesso del Vittoriano a Roma – con più di 170 lavori, tra cui la serie dedicata a Marilyn Monroe – che ospita anche “Pollock e la Scuola di New York”: 50 capolavori (tra cui Number 27, la tela di Pollock lunga più di 3 metri) insieme a Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline.

E la rivoluzione del pensiero, l’A.I., è al centro della mostra-riflessione LOW FORM. Immaginari e Visioni nell’Era dell’Intelligenza Artificiale al MAXXI di Roma, che propone anche la prima personale dedicata a Zerocalcare, da sempre narratore della rivolta delle nuove generazioni contro il sistema.

Non si intenda, però, che la rivoluzione nell’arte inizia nel ‘900 e dintorni. Nasceva, infatti, 500 anni fa Tintoretto, senza la cui pittura visionaria e per nulla convenzionale Venezia non sarebbe stata la stessa, e la sua città gli dedica per l’occasione Tintoretto 1519-1594 a Palazzo Ducale. Un altro esempio è il maestro assoluto dell’arte del ‘400 Antonello da Messina i cui rivoluzionari capolavori (a Palermo, Palazzo Abatellis) sono stati capaci di imporre la scuola siciliana nella grande pittura italiana ed europea.

 

Costantini, Dazieri e i “Bastardi”: l’autunno caldo del giallo italiano

Ancora due mesi, fino al cuore dell’autunno, a novembre, ed ecco ricomparire nelle librerie la figura dolente di Michele Balistreri, il commissario romano protagonista dell’unica saga italiana paragonabile, per trama e personaggi e anche copie vendute, alla Trilogia svedese di Stieg Larsson. A proposito di Stieg buonanima: un altro evento autunnale sarà l’uscita nelle sale cinematografiche di Quello che non uccide, tratto dal sequel di Millennium affidato a David Lagercrantz, con Claire Foy a interpretare Lisbeth Salander e Sverrir Gudnason nei panni di Mikael Blomkvist.

Per tornare a Balistreri, creatura dell’ingegnere scrittore Roberto Costantini. Tutto cominciò nel 2011 con il primo sorprendente volume della Trilogia del Male, Tu sei il Male. Un delitto atroce nella Roma che festeggia la vittoria azzurra ai mondiali di calcio del 1982. Già giovane picchiatore della destra neofascista, Balistreri è poi diventato un poliziotto. La sua misteriosa e devastante storia familiare nella Libia prima e dopo Gheddafi (il Colonnello andò al potere nel 1969) è il filo che cuce la Trilogia e gli altri due romanzi successivi. Da molto lontano è il suo sesto libro. Andato in pensione, Balistreri si darà da fare comunque per risolvere un cold case del 1990 (stavolta le notti magiche dello sfortunato mundial della Nazionale di Vicini): il duplice omicidio del figlio di un palazzinaro romano, “orrendamente mutilato”, e di una ragazza schiava di un boss della camorra.

A completare le “punte di sfondamento” del giallo italiano d’autunno ci saranno Sandrone Dazieri con il terzo e conclusivo capitolo della trilogia iniziata con Uccidi il Padre (Mondadori), di cui ancora non si conosce il titolo, e il nuovo dei Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi), Vuoto. A settembre, invece, tornerà il commissario De Luca di Carlo Lucarelli nell’Italia tra il 25 luglio e l’ 8 settembre del 1943, Peccato mortale (Einaudi). Due le donne in nero della stagione: Alessia Gazzola con Il ladro gentiluomo (Longanesi) e Margherita Oggero: La vita è un cicles (Mondadori).

 

Da Camilleri a Smith: pagine di stagione

Finalmente si riparte. Dopo un mese di calma piatta, l’industria editoriale scalda i motori in vista del festival internazionale di Mantova e PordenoneLegge, propizi per lanciare i nuovi titoli prima di Natale. Zigzagando fra comunicati e Facebook – qui si gioca buona parte della vetrina 2.0 – proponiamo un ventaglio di grandi ritorni in libreria e nuove proposte. Un autunno caldissimo sul fronte straniero con Einaudi che scommette su L’unica storia di Julian Barnes, Haruki Murakami con L’assassinio del commendatore – il suo nuovo romanzo, censurato e considerato indecente dal Tribunale degli Articoli Osceni di Hong Kong – e il Nobel Patrick Modiano con Ricordi dormienti, senza tralasciare Perché scrivere, la raccolta – con alcuni inediti – dei saggi letterari di Philip Roth. Parte memoir, parte fiction, tocca ad Antonio Muñoz Molina raccontare James Earl Ray, l’assassino di Martin Luther King in Come l’ombra che declina, in uscita per 66thand2nd (20 settembre), mentre Mondadori schiera Dave Eggers con Il guru del caffè e Pierre Lemaitre porterà in libreria I colori dell’incendio. Due film e una biografia d’autore non sono bastate a far luce sul genio di Steve Jobs. Ci riprova sua figlia, Lisa Brennan-Jobs, con Pesciolino (4 settembre, Mondadori) con un ritratto a tinte forti, un caso editoriale annunciato. Bompiani scommette sul vincitore del Booker Prize, Richard Flanagan con l’avvincente Prima persona (uscito il 29 agosto) in cui un ghostwriter si trova a tu per tu con un truffatore, reinventandone la vita. Da tenere d’occhio Lisa Halliday divenuta il simbolo del movimento #MeToo con Asimmetria, osannato dal New York Times (Feltrinelli), il ritorno di Miriam Toews con Donne che parlano (Marcos y Marcos) mentre Iperborea punta su Jan Brokken e la biofiction di Rudy Truffino, Jungle Rudy (in libreria dal 29 agosto). Jhumpa Lahiri, con una prima persona ambiziosa, parlerà di radici e legami in Dove mi trovo (Guanda, 30 agosto) e Paula McLain con Amore e rovina (Neri Pozza, 20 settembre) narra dell’amore di Ernest Hemingway e Martha Gellhorn durante la guerra civile spagnola. Spazio ai classici con Fazi (Elizabeth Jane Howard per Cambio di rotta) e Adelphi che ribatte con Il morto piovuto dal cielo di Georges Simenon (2 ottobre). Virando su temi politici, Ala Al-Aswani ambienta Sono corso verso il Nilo il primo giorno in Piazza Tahrir nel 2011 mentre Tahar Ben Jelloun con La punizione, narra una testimonianza di vita sotto i regimi dittatoriali. In tema di vendite e fatturato, grandi attese per nomi che non hanno bisogno di presentazioni: Wilbur Smith (Grido di guerra, Longanesi), Arturo Pérez-Reverte (L’ultima carta è la morte, Rizzoli), Jeffrey Deaver (Il taglio di Dio, Rizzoli), Lisa Hilton (Ultima, Longanesi), Michael Connelly (L’ultimo giro della notte, Piemme), Jeffrey Archer con il secondo atto della saga dei Clifton, I peccati del padre (HarperCollins, 27 settembre) e dalla Francia, Guillame Musso per La ragazza e la notte su cui punta La Nave di Teseo.

E gli italiani? La certezza è Andrea Camilleri con Ora dimmi di te. Lettera a Matilda (Bompiani). Alessandro Baricco è atteso con The Game (Feltrinelli) sulle tracce dell’innovazione tecnologica, Walter Siti in Bontà (Einaudi) si confronta con un uomo e le sue ossessioni, Michela Murgia muovendosi fra le nebbie di Avalon e un’inedita ammissione delle donne alla tavola rotonda di re Artù in L’inferno è una buona memoria (Marsilio) e l’editor Matteo Codignola alle prese con Vite brevi di tennisti eccellenti per Adelphi (18 settembre). Rinunciare all’idea di poter essere padroni del proprio destino è la sola via per essere liberi? Se lo domanda Christian Raimo in La parte migliore, (Einaudi).

Andrea Pomella torna in libreria con L’uomo che trema (Einaudi) un memoir, una ricerca delle parole per raccontare la depressione, Stefano Sgambati propone un itinerario autobiografico nella psicologia paterna (La bambina ovunque, Mondadori) e Sandro Frizziero con Neet (Fazi, 13 settembre) racconta i giovani sospesi in un limbo digitale. Infine, dalla Sicilia, il tris Einaudi: il catanese Lorenzo Caffo con Vegan. Un manifesto politico; la palermitana Evelina Santangelo (Da un altro mondo, 19 settembre) e la messinese Nadia Terranova in Addio Fantasmi (25 settembre) scommettendo sulla memoria familiare.

 

Depardieu indagato per stupro nega tutte le accuse e grida al complotto

Gérard Depardieu, uno dei volti più noti del cinema francese a livello internazionale, già protagonista in passato di numerosi episodi controversi, è oggetto di un’inchiesta preliminare per stupro, come hanno rivelato diversi media francesi, tra cui il tabloid Le Parisien. La denuncia è stata presentata il 27 agosto da un’attrice e ballerina 20enne, figlia di un amico dello stesso Depardieu, in un commissariato di polizia di Aix-en-Provence, che ha poi trasferito il dossier – per competenza – agli uffici della capitale, dal momento che proprio lì si sarebbero svolti i fatti. La ragazza, di cui al momento non è stato reso noto il nome, ha accusato l’attore di aver abusato di lei in due diverse occasioni: il 7 e 13 agosto scorsi a Parigi, proprio a casa di Depardieu. Dura la reazione dei legali della star francese. “Deploro il modo in cui l’accusa è stata resa pubblica”, ha dichiarato l’avvocato Hervé Temime. “I fatti denotano un gravissimo pregiudizio contro Depardieu, che da parte sua nega in assoluto di aver commesso la minima scorrettezza”. Per questo, ha concluso, “chiediamo massima prudenza e rispetto”.

Classe 1948, protagonista delle pellicole dei più grandi registi (da Godard a Bertolucci), Depardieu è spesso sotto i riflettori anche per ragioni extra cinematografiche. In polemica con il suo Paese, ha preso la cittadinanza russa (è grande fan di Vladimir Putin).

Tutte le perfide amanti della regina “The Favourite” favorito dalla giuria

Specchio delle mie brame chi è la favorita del reame? Scelta difficile se le opzioni si chiamano Emma Stone e Rachel Weisz, belle e assetate di potere come d’ossigeno per i polmoni. Ma la loro regina – la debole e dolente Queen Anne dal soma livido e grottesco di una suprema Olivia Coleman – aveva bisogno dell’amore di entrambe, e allora largo alla sfida di feroce arrampicata.

Sontuoso, pungente e ipnotico nei suoi scenari e costumi primo-settecenteschi, The Favourite si pone di nome e di fatto fra i top candidati al Leone d’oro. Davanti c’è la storia vera delle meno “frequentata” fra le regine d’Albione, tale Anna Stuart, malaticcia e senza eredi a causa di ben 17 figli persi e tutti sostituiti da grassi coniglietti domestici; a conquistarne i favori sono due giovani e scaltrissime donne: Sarah Churchill poi Lady Marlborough (Weisz), cameriera promossa a segretaria privata della regina, con cui intrattiene una relazione “sentimentale”, e Abigail futura Lady Masham, che tenta con astuzia di soppiantare la rivale.

Dietro c’è lo sguardo visionario e spesso irritante (ma non qui) del greco Yorgos Lanthimos, il cineasta pasionario di bestiari sull’umana specie che utilizza questo frammento della millenaria storia britannica per indagare i meccanismi del potere, in questo caso virati al femminile. Ma attenzione, ogni riferimento al #MeeToo è puramente casuale, anche se benvoluto da Lanthimos che suo malgrado si è trovato nel fiume in piena dei movimenti femminili e ha deciso di “prestare” alla causa alcune scelte drammaturgiche e concettuali: “Con gli sceneggiatori abbiamo cercato di costruire ritratti di donne quali esseri umani complessi, nel bene e nel male, non come le solite mogli, figlie, sorelle o oggetti del desiderio. Mi sembra che questo sia un passo in avanti nella raffigurazione della donna nel cinema, anche quando diretto da un uomo”.

In opposizione figurano i maschi, vanitosamente incipriati, che subiscono da inetti sotto enormi parrucche, fra Whig e Tory non fa differenza: damerini decerebrati e smidollati (anche in politica) nella totale incapacità di contrastare l’astuzia vampiresca (anche sessualmente parlando) delle due favorite e della loro bulimica queen, che non nasconde le sue inclinazioni omosessuali. L’inversione dei generi è solo la prima e più superficiale chiave di lettura della magniloquente opera sesta del cineasta, maestro d’irriverenza con titoli quali The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro: in realtà si tratta di una sottile indagine visiva sulla contraddizione fra la vastità del potere e l’esiguo numero di cervelli da cui esso discende; una persona, o il suo umore di risveglio al mattino, può cambiare il mondo. Nulla è più inquietante, e l’assioma si reitera universalmente da sempre.

Satirico come un novello Jonathan Swift “per immagini” deformate dal fish-eye, Lanthimos ci mette in guardia dal coniglio che è in noi davanti ai manipolatori di qualsivoglia orientamento e intenzione. Se con Lanthimos l’attualità urla sovrana, diventa naturalmente d’obbligo ricordare che oggi pomeriggio la firma della Carta per la parità e l’inclusione nei festival di cinema, audiovisivo e animazione – promossa dal movimento internazionale “5050 by 2020” – sarà celebrata anche da uno scatto fotografico delle donne in Mostra sulla scalinata del Casinò. Per una volta Cannes docet.