Grazie, Guadagnino! Finalmente un sabba. Suspiria è il riscatto dalla piattezza del Metoo. Tremate, tremate, le streghe son tornate… non era male quel vecchio slogan minaccioso e giocondo, di quando eravamo streghe. Nel nuovo risveglio delle donne manca l’atto politico per eccellenza: l’utopia, il gesto, il sogno. Da streghe a manager della comunicazione.
Partito da rivendicazioni sacrosante, Metoo ha dato il via a un puritanesimo conformista, all’elogio formale e retorico del genere femminile che riporta indietro, alla donna angelicata. Il travolgente capolavoro di Guadagnino le restituisce la sua terribilità, la sua potenza eversiva, la sua anarchia e la sua misericordia. Finalmente facciamo paura. Le streghe, le incivilizzabili, quelle che sanno ridere. Il film non è un remake, è una totale reinvenzione, è un altro film.
Suspiria di Dario Argento è un classico universale, e non teme giudizi. Non lo scalfirà se penso che il primo dista dal secondo come il miglior numero di Dylan Dog da una tela di Rembrandt. Una purissima Tilda Swinton a viso nudo, con una tunica da santa trecentesca, annuncia la morality medievale. Dove lottano il bene e il male, la violenza e la bellezza.
Suspiria di Guadagnino è un film politico. Cos’ha preso dall’originale? Gli anni 70, gli ultimi in cui parve possibile una rivoluzione. L’autore non li ha vissuti, e se li sogna. A Berlino, dove il capo di Confindustria è un’ex SS, e la lotta armata ha un’aura di leggenda, tramite la magia svelando il reale. Di sfondo le gesta della banda Baader-Meinhof, i palazzi che esplodono, il muro, il suicidio di Stato dei prigionieri, la sua ostentazione demoniaca da parte di una legge fuorilegge. Un film sul potere che si interroga sul potere e la sua radice, sul contropotere e i suoi pericoli. Il paesaggio non è grigio, prende la luce dal grigio di Berlino.
Suspiria è un film sui misteri, simboli di resurrezione. I misteri Eleusini risvegliano Proserpina, quelli dionisiaci liberano la danza e lo spirito vitale delle donne. Il mistero sconcerta il profano, rovescia ogni limite per innalzarne lo sguardo, gli fa guardare in faccia l’orrore per arrivare a un altro grado di conoscenza (un altro cinema, un altro mondo). I misteri del terrorismo e della sua repressione si specchiano nei mostri stregoneschi, mentre un vecchio psicanalista innamorato psicanalizza la Storia.
Un film della bellezza, una bellezza da fermare il cuore. Tutto è immagine tutto è disegno, colore, geometria in movimento. Tutto è emozione e pensiero, tutto è significato. Un film della crudeltà, mai disgiunta dal bello. Quando la scure si abbatte lieve come un’ala sul collo di Madame Blanc (Tilda), un cerchio di sangue la racchiude in una cornice di perfezione (la sua aureola di dissidente). Mai martirio fu più elegante. Un film spiritoso e spirituale, con un senso dell’umorismo che pervade tutto, come un cuore che batta sotto un altro cuore. Che delizia le tavolate alla scuola di danza! Si vede che sono streghe anche perché sghignazzano e gozzovigliano sempre. C’è qualcosa delle bacchiche riunioni al Governo Vecchio (sede delle femministe storiche). Sembra una femminista di allora la donnona gioviale e temibile dai ciuffi grigi che pare grugnisca, ma è una salmodia gutturale di foca morente. Parodia e trasfigurazione. Quale migliore illustrazione del contropotere femminile come se lo figurano i maschi (le streghe le hanno pensate loro) delle streghe che si sganasciano misurando il fallo del poliziotto incantato, perché ce l’ha piccolo.
Un film di personaggi. Susie-Dakota Johnson, la predestinata, quietamente splendente, che ha in sé la grazia e attraversa l’inferno senza scottarsi. Marcos, la Grande Madre, senza un briciolo di maestà sacrale. Ha 3000 anni e li porta male. Un orrido cumulo di carne disfatta, ma anche una ribalda simpatia di vecchia grassa, quasi un Muppet, una stronza volgare leader attaccata alla poltrona. La Mater Suspiriorum è la sostanza del potere tesa ai beni materiali, è lì per rubare un corpo – quello di Susie – e tornare bella. La strega terrorista, Patricia, che usa i poteri magici per gli attentati dinamitardi. La strega anoressica col muso di topo e gli occhialoni, fumetto irresistibile dell’orfanezza, che non parla mai, posseduta da un dolore di cui non sapremo, ma ci dispiace. Poi di scatto si ficca un coltello in gola e cade sulla tavola imbandita, uno zampillo di sangue vivo e gentile le sprizza dal collo, e non te lo scordi più. È un film terribile. La scena del sabba è intollerabile, c’è chi s’è sentito male. Ma non è horror, non chiudi gli occhi vuoi vedere tutto perché non è un trucco per far paura, tutto ha significato, e in ogni cosa balugina il piacere dell’intelligenza. Inaspettata, la clemenza. Le Erinni diventano Eumenidi, e dispensano l’oblìo. Dopo tanto dolore il vecchio psicanalista si vede restituire tutto, come Giobbe.
E mentre sei lì scompigliato e sedotto scorrono i titoli di coda, infantili, ridenti, dopo una giostra che si prende gioco di tutti, femminismo, antifemminismo, patriarcato, matriarcato, ossessione della donna… Sarebbe piaciuto a Jules Michelet, che scrisse il magnifico libro La strega (1862), esaltando la donna come ribelle. Vale per Guadagnino il commento di Roland Barthes sul Michelet: “Egli si colloca deliberatamente nell’ambiguità, ovvero nella totalità. Si è fatto stregone, raccoglitore di ossa, resuscitatore di morti, si è preso la responsabilità di dire di no, di sostituire il dogma o il fatto bruto col mito”.