“Suspiria”, il contropotere del Movimento femminista

Grazie, Guadagnino! Finalmente un sabba. Suspiria è il riscatto dalla piattezza del Metoo. Tremate, tremate, le streghe son tornate… non era male quel vecchio slogan minaccioso e giocondo, di quando eravamo streghe. Nel nuovo risveglio delle donne manca l’atto politico per eccellenza: l’utopia, il gesto, il sogno. Da streghe a manager della comunicazione.
Partito da rivendicazioni sacrosante, Metoo ha dato il via a un puritanesimo conformista, all’elogio formale e retorico del genere femminile che riporta indietro, alla donna angelicata. Il travolgente capolavoro di Guadagnino le restituisce la sua terribilità, la sua potenza eversiva, la sua anarchia e la sua misericordia. Finalmente facciamo paura. Le streghe, le incivilizzabili, quelle che sanno ridere. Il film non è un remake, è una totale reinvenzione, è un altro film.

Suspiria di Dario Argento è un classico universale, e non teme giudizi. Non lo scalfirà se penso che il primo dista dal secondo come il miglior numero di Dylan Dog da una tela di Rembrandt. Una purissima Tilda Swinton a viso nudo, con una tunica da santa trecentesca, annuncia la morality medievale. Dove lottano il bene e il male, la violenza e la bellezza.

Suspiria di Guadagnino è un film politico. Cos’ha preso dall’originale? Gli anni 70, gli ultimi in cui parve possibile una rivoluzione. L’autore non li ha vissuti, e se li sogna. A Berlino, dove il capo di Confindustria è un’ex SS, e la lotta armata ha un’aura di leggenda, tramite la magia svelando il reale. Di sfondo le gesta della banda Baader-Meinhof, i palazzi che esplodono, il muro, il suicidio di Stato dei prigionieri, la sua ostentazione demoniaca da parte di una legge fuorilegge. Un film sul potere che si interroga sul potere e la sua radice, sul contropotere e i suoi pericoli. Il paesaggio non è grigio, prende la luce dal grigio di Berlino.

Suspiria è un film sui misteri, simboli di resurrezione. I misteri Eleusini risvegliano Proserpina, quelli dionisiaci liberano la danza e lo spirito vitale delle donne. Il mistero sconcerta il profano, rovescia ogni limite per innalzarne lo sguardo, gli fa guardare in faccia l’orrore per arrivare a un altro grado di conoscenza (un altro cinema, un altro mondo). I misteri del terrorismo e della sua repressione si specchiano nei mostri stregoneschi, mentre un vecchio psicanalista innamorato psicanalizza la Storia.

Un film della bellezza, una bellezza da fermare il cuore. Tutto è immagine tutto è disegno, colore, geometria in movimento. Tutto è emozione e pensiero, tutto è significato. Un film della crudeltà, mai disgiunta dal bello. Quando la scure si abbatte lieve come un’ala sul collo di Madame Blanc (Tilda), un cerchio di sangue la racchiude in una cornice di perfezione (la sua aureola di dissidente). Mai martirio fu più elegante. Un film spiritoso e spirituale, con un senso dell’umorismo che pervade tutto, come un cuore che batta sotto un altro cuore. Che delizia le tavolate alla scuola di danza! Si vede che sono streghe anche perché sghignazzano e gozzovigliano sempre. C’è qualcosa delle bacchiche riunioni al Governo Vecchio (sede delle femministe storiche). Sembra una femminista di allora la donnona gioviale e temibile dai ciuffi grigi che pare grugnisca, ma è una salmodia gutturale di foca morente. Parodia e trasfigurazione. Quale migliore illustrazione del contropotere femminile come se lo figurano i maschi (le streghe le hanno pensate loro) delle streghe che si sganasciano misurando il fallo del poliziotto incantato, perché ce l’ha piccolo.

Un film di personaggi. Susie-Dakota Johnson, la predestinata, quietamente splendente, che ha in sé la grazia e attraversa l’inferno senza scottarsi. Marcos, la Grande Madre, senza un briciolo di maestà sacrale. Ha 3000 anni e li porta male. Un orrido cumulo di carne disfatta, ma anche una ribalda simpatia di vecchia grassa, quasi un Muppet, una stronza volgare leader attaccata alla poltrona. La Mater Suspiriorum è la sostanza del potere tesa ai beni materiali, è lì per rubare un corpo – quello di Susie – e tornare bella. La strega terrorista, Patricia, che usa i poteri magici per gli attentati dinamitardi. La strega anoressica col muso di topo e gli occhialoni, fumetto irresistibile dell’orfanezza, che non parla mai, posseduta da un dolore di cui non sapremo, ma ci dispiace. Poi di scatto si ficca un coltello in gola e cade sulla tavola imbandita, uno zampillo di sangue vivo e gentile le sprizza dal collo, e non te lo scordi più. È un film terribile. La scena del sabba è intollerabile, c’è chi s’è sentito male. Ma non è horror, non chiudi gli occhi vuoi vedere tutto perché non è un trucco per far paura, tutto ha significato, e in ogni cosa balugina il piacere dell’intelligenza. Inaspettata, la clemenza. Le Erinni diventano Eumenidi, e dispensano l’oblìo. Dopo tanto dolore il vecchio psicanalista si vede restituire tutto, come Giobbe.

E mentre sei lì scompigliato e sedotto scorrono i titoli di coda, infantili, ridenti, dopo una giostra che si prende gioco di tutti, femminismo, antifemminismo, patriarcato, matriarcato, ossessione della donna… Sarebbe piaciuto a Jules Michelet, che scrisse il magnifico libro La strega (1862), esaltando la donna come ribelle. Vale per Guadagnino il commento di Roland Barthes sul Michelet: “Egli si colloca deliberatamente nell’ambiguità, ovvero nella totalità. Si è fatto stregone, raccoglitore di ossa, resuscitatore di morti, si è preso la responsabilità di dire di no, di sostituire il dogma o il fatto bruto col mito”.

Netflix sogna il Leone d’oro ma di mezzo c’è Del Toro

Che Netflix che fa? Nel 2015 la Mostra di Venezia è stata la prima ad accogliere, in Concorso, un film del servizio streaming: Beasts of No Nation di Carey Fukunaga. Non farebbe più notizia, tre anni più tardi, se nel frattempo non fosse divampata la querelle tra Netflix e il festival di Cannes, con la conseguenza che ben conosciamo: tra i due litiganti il Lido gode e continua a mettere in cartellone i “netflixiani”. Sortendo qualche scazzo nostrano, giacché gli esercenti hanno alzato la voce contro la concomitante uscita theatrical e streaming di Sulla mia pelle, dedicato al caso Cucchi, il 12 settembre. Da parte sua, il premio Oscar Alfonso Cuarón non vede il problema: “Roma sarà distribuito in molti territori anche sul grande schermo. Girato com’è in 65 mm, quella sarebbe la collocazione più idonea, ma dobbiamo ringraziare Netflix, senza cui forse non sarebbe stato possibile farlo. L’importante, alla fine, è che abbia un certo impatto, che perduri nel tempo come le opere di Antonioni o Bresson. Quando è stata l’ultima volta che ne avete vista una? E dove, in sala o a casa?”.

Cinque anni dopo il pluripremiato Gravity, torna per la quarta volta in Laguna e dimostra di aver imparato l’idioma: si scrive Roma, ma si legge “faso tuto mi”, perché il 56enne autore è regista, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia e montatore. Suoi anche i ricordi formato famiglia, ripescati a Città del Messico, quartiere residenziale Colonia Roma, a cavallo tra il 1970 e il ’71: “Il 90% di quel che vediamo viene dalla mia memoria: la casa è ricostruita esattamente per com’era, con i mobili che sono per il 70% quelli che l’arredavano, idem la strada e il luogo del massacro del Corpus Christi”.

I Falchi paramilitari appoggiati dal governo ammazzarono 120 studenti che manifestavano per strada il 10 giugno del 1971, mettendo una firma di sangue su “un periodo che mi ha formato, e insieme ha trasformato profondamente il mio Paese”. La sequenza dell’Halconazo è tra le più superbe di un film che stilisticamente ha molto da insegnare, girato com’è in un bianco e nero di grande agio spaziale (gli effetti speciali sono delle partita) e di cura maniacale per il sonoro. Cuarón vi distilla l’abbandono di due donne, la biochimica Sofia (Marina de Tavira) e la domestica Cleo (Yalitza Aparicio), da parte dei rispettivi compagni: il medico fedifrago Antonio e il giovane Firmin, che mette incinta la ragazza e si dà. Un incontro-confronto, e una dinamica serva-padrona, che ha il Messico per bisettrice, le classi sociali per punti di fuga e Cleo per prospettiva (non) privilegiata: “È basata su una persona vera, Lio, che è stata la nostra bambinaia. Viveva con noi, faceva parte della nostra famiglia e noi siamo diventati la sua”. Il volemose bene, però, è lasco, già Cuarón non è un campione d’empatia e qui un pervasivo e invasivo senso di colpa borghese non lo aiuta: c’è l’eredità di Y Tu Mamá También, c’è la lezione di Children of Men – questo potremmo ribattezzarlo I figli degli altri – e l’abituale perizia tecnica, ma è un film più bello a guardarsi che bello da vedere.

Nondimeno, potremmo ritrovarlo in palmares, anche molto in alto, sebbene con un filo d’imbarazzo: il presidente di giuria è il connazionale e sodale Guillermo Del Toro. Con il terzo dei Three Amigos, Alejandro González Iñárritu, si sono spartiti quattro degli ultimi cinque Oscar per la regia: Cuarón nel 2014, per Gravity; Iñárritu nel 2015 e nel 2016, per Birdman e The Revenant; del Toro quest’anno, per La forma dell’acqua. Insomma, per vincere non hanno bisogno di favori, ma l’amicizia resta: a prova di Leone?

Netflix sta a guardare sornione, e in Laguna scodella fuori concorso anche l’Orson Welles ritrovato, The Other Side of The Wind, disponibile dal prossimo 2 novembre sulla piattaforma. Sempre lontano dai Leoni, ma atteso in sala con ZaLab già a settembre, è un bel documentario diretto dalla reporter Francesca Mannocchi e il fotografo Alessio Romenzi: Isis, Tomorrow the lost souls of Mosul. Della vittoria su Daesh mette a fuoco il fardello più pesante: i bambini educati dallo Stato islamico, e le loro madri, cui l’Iraq impedisce l’accesso all’istruzione e agli aiuti. Che fare? La strada è stretta: un’ideologia come l’Isis non si elimina con le armi, serve un’altra ideologia da contrapporle, sostiene uno 007; perdere Raqqa, Sirte, Mosul non significa nulla, è solo terra, “dicono che se vogliono liberarsi di noi dovrebbero sbarazzarsi del Corano”, ribatte un ragazzino dell’Isis.

@fpontiggia1

Diciotti, è doveroso indagare Salvini per sequestro

Gentile direttore, l’ex procuratore capo di Firenze, Ubaldo Nannucci, interviene sul caso Diciotti per sostenere che “la priorità era colpire gli scafisti” e che “il divieto di sbarco sul territorio italiano non può considerarsi equivalente alla privazione della libertà personale”, quindi l’ipotesi di reato perseguita dal procuratore di Agrigento a carico del ministro Salvini sarebbe infondata. Il ministro, “sia pure in modo assai rozzo” avrebbe “dato attuazione alle norme che regolano l’ingresso illegale di stranieri in Italia”.

Partiamo da ciò che il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha twittato: “Pare che per la nave Diciotti la procura stia indagando ignoti per trattenimento illecito e sequestro di persona. Nessun ignoto, indagate me! Indagate me! Sono io che non voglio che altri clandestini sbarchino in Italia”. Ci sarebbero mille cose da dire, ma concentriamoci sulla parola “clandestini”.

Il dizionario Treccani ci dà due significati: “Che è fatto di nascosto” oppure “passeggero sprovvisto di biglietto”.

Il primo problema è che i 117 migranti della Diciotti non erano affatto “sprovvisti di biglietto” in quanto erano stati salvati in mare, il che era un preciso obbligo della nave della Guardia costiera. Gli eritrei sono stati quindi invitati a salire a bordo, non ci sono arrivati di nascosto, quindi non erano clandestini. La loro situazione era quanto di più regolare si possa supporre, essendo sulla nave per decisione del capitano. Bizzarro, poi, sostenere che persone ferite, malate o in ogni caso stremate dal viaggio e dai maltrattamenti subiti, non debbano essere considerate prive della “libertà personale” quando a bordo di una nave militare.

In secondo luogo, i migranti sono presumibilmente richiedenti asilo in quanto in fuga da situazioni di pericolo o di persecuzione. La loro domanda potrà essere accettata o respinta ma in ogni caso deve poter essere inoltrata, tanto più se queste persone si trovano già in territorio italiano, com’è per definizione una nostra nave militare, lo impone l’articolo 10 della Costituzione: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle liberta` democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

I migranti della Diciotti era quindi come se si fossero trovati in un consolato o in un’ambasciata italiana e nessuno aveva il diritto di trattenerli, men che meno il ministro Salvini: in quanto parte della Marina Militare, la Guardia costiera dipende dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta. D’altra parte non si vede in quale modo il divieto di sbarco potesse essere utile per “colpire gli scafisti” una volta che la nave aveva raggiunto il porto di Catania.

L’ex procuratore Nannucci chiede se qualcuno abbia chiesto ai migranti “perché hanno abbandonato il loro Paese” ma, sorvolando sul fatto che questo è compito delle commissioni ad hoc e non dei marinai della Diciotti, va sottolineato che chiunque legga i giornali dovrebbe essere al corrente della situazione dittatoriale in Eritrea, un Paese dove non è certo garantito “l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”.

Il ministro Salvini si è assunto in pieno la responsabilità di vietare lo sbarco, è quindi non solo giusto ma necessario che la magistratura indaghi su questo abuso di potere e stabilisca se si tratta di sequestro di persona, ipotesi che, alla luce dei fatti, non sembra affatto azzardata.

* Docente di Scienza Politica, Università di Padova

Affido condiviso, l’idea leghista non funziona

Non c’è pace per i milioni di genitori italiani separati, già provati dalla doppia sentenza della Cassazione a partire dal caso Grilli-Lowenstein (abolizione dell’assegno divorzile, poi parzialmente reintrodotto). Quella contenuta nel disegno di legge del senatore leghista Simone Pillon – avvocato cattolico, anti-abortista, anti-utero in affitto, anti-gender, organizzatore di vari Family Day e già noto per la sua accusa di stregoneria alla responsabile di un progetto multiculturale di fiabe nelle scuole di Brescia – è infatti un’autentica rivoluzione.

Innescata in nome dei diritti dei padri separati e del loro appellarsi sempre più frequente a quella “sindrome da alienazione parentale” a volte applicata dai tribunali ma priva di fondamento scientifico. E molto criticata dalle donne che si occupano di violenza. Ma cosa sostiene, in sintesi, la proposta Pillon? Si parte da un fatto reale, ossia il sostanziale fallimento della legge sull’affido condiviso, che in Italia riguarderebbe solo il 3/4% dei minori, tutto il contrario di altri paesi europei. Al fine di “garantire l’effettiva eguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli”, si introduce il principio della doppia residenza per i minori: questi ultimi dovranno risiedere in ciascuna per un minimo di 12 giorni al mese. Altro istituto previsto è quello del mantenimento diretto dei due coniugi, contro “l’idea antiquata dell’assegno”, che dunque cade in toto, mentre l’assegnazione della casa al genitore prevalente viene definita una “mostruosità probabilmente incostituzionale”, tanto che si prevede che chi resta debba pagare l’affitto all’altro. Quanto al tema dell’alienazione, sotto la dicitura di “diritti relazionali” si sancisce l’allontanamento immediato del coniuge che ostacoli un rapporto equilibrato e continuativo se il figlio manifesta, appunto, rifiuto o alienazione.

La reazione degli avvocati matrimonialisti non si è fatta attendere. C’è chi, come Annamaria Bernardini De Pace ha puntato il dito contro un disegno di legge maschilista portato avanti “da un manipolo di uomini quarantenni, in buona parte avvocati e in buona parte leghisti”.

Altri invece, come l’avvocata matrimonialista Stefania Chiara Tocchi, hanno ragionato sulle drammatiche conseguenze della soppressione tout court dell’assegno per i figli anche in mancanza di reddito di lei, quando “la legge italiana ha sempre detto che in famiglia ognuno provvede in maniera corrispondente alle proprie possibilità”. Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani, ha definito “questo disegno di legge improponibile e socialmente pericoloso perché un conto è essere genitori a Milano, un conto a Palermo dove la disoccupazione femminile è altissima. E non esiste che a casa del più ricco i bambini mangino caviale e dall’altra uova sode”.

Il fatto è che l’affido condiviso non è un’idea leghista, anzi viene previsto da numerose convenzioni internazionali e l’Italia è stata sanzionata decine di volte dall’Europa perché non lo applica. “Da questo punto di vista”, continua Gassani, “anche magistrati e avvocati italiani sono colpevoli, così come quei padri che dimenticano i figli e quelle madri che rendono i padri, persino scrittori o avvocati di grido, dei miserabili, quando impediscono loro di vedere i figli. Ma per fermare Pillon non bisogna maledire le lobby dei maschilisti ma usare la scienza”. E poi, naturalmente, fare controproposte, come l’introduzione della rendicontazione delle spese fatte con i soldi dell’assegno (Gassani), o l’introduzione dei patti matrimoniali, come vorrebbe Carlo Ioppoli, Presidente nazionale associazione avvocati familiaristi italiani.

Ioppoli definisce il ddl Pillon “un tentativo di forzare la mano. Chiedono 1000 per portare a casa 300, ma non possiamo comunque restare a guardare”.

Pensioni d’oro, ecco come tagliarle

Sulla questione delle “pensioni d’oro” la situazione è la seguente. Da una parte Luigi Di Maio ha preannunciato un disegno di legge il cui meccanismo riformatore sarebbe basato sul ricalcolo generalizzato di tutti i trattamenti pensionistici in essere, superiori a 80.000 euro annui, secondo il metodo contributivo e ciò, ha precisato, “allo scopo di eliminare le sperequazioni e le ingiustizie ” (13.8). Dall’altra, l’impegno in sede parlamentare della Lega si è manifestato con la firma del suo capogruppo alla Camera Molinari, aggiunta a quella del capogruppo M5S D’Uva, alla proposta di legge n. 1071, non ancora stampata, avente a oggetto “il ricalcolo, secondo il metodo contributivo, dei trattamenti pensionistici superiori a 4.000 euro mensili”.

Alberto Brambilla, candidato della Lega alla presidenza dell’Inps, ha bocciato la riforma proposta dai Cinque Stelle in quanto “iniqua, arbitraria e incostituzionale” oltre che irrealizzabile. In attesa che nella prossima sessione autunnale la Commissione Lavoro della Camera affronti la scottante problematica, è utile ricordare i principi stabiliti dalla Corte costituzionale con la sentenza del 3 giugno 2013 n. 116.

La questione di legittimità costituzionale di cui i giudici delle leggi erano stati investiti dalla Corte dei Conti riguardava l’art. 18 della legge 15 luglio 2011 n. 111 il quale disponeva che, dal 1° agosto 2011 al 31 dicembre 2014, tutte le pensioni di importo superiore a 90.000 euro lordi annui fossero assoggettate ad un contributo di perequazione del 5% fino a 150.000 euro, del 10% da 150.000 in poi e del 15% da 200.000 euro in su.

La Corte ribadì la natura tributaria della norma impugnata che dava origine a un prelievo analogo a quello effettuato sul trattamento economico complessivo dei dipendenti pubblici. Su tale premessa dichiarò costituzionalmente illegittimo l’art. 18 per violazione degli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 53 (principio di universalità dell’intervento impositivo) della Costituzione in quanto:

1) al fine di reperire risorse per la stabilizzazione finanziaria il legislatore aveva imposto ai soli titolari di trattamenti pensionistici, per la medesima finalità, l’ulteriore speciale prelievo tributario attraverso una ingiustificata limitazione dei soggetti passivi, determinando un giudizio di irragionevolezza e arbitrarietà del diverso trattamento riservato alla categoria colpita;

2) secondo la costante giurisprudenza della Corte il trattamento pensionistico ha natura di “retribuzione differita”, sicchè il maggior prelievo tributario rispetto ad altre categorie risultava con più evidenza discriminatorio, “venendo esso a gravare su redditi ormai consolidati nel loro ammontare, collegati a prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa” .

L’eventuale imposizione di un contributo (temporaneo) di solidarietà non sarebbe di per sé incostituzionale purché riguardi non solo i pensionati ma tutti i cittadini contribuenti. La natura giuridica di “retribuzione differita” di ogni trattamento pensionistico mette le pensioni d’oro al riparo da interventi strutturali di decurtazione, derivanti dall’applicazione del sistema contributivo (che avrebbe effetti ben più devastanti dei contributi di perequazione dichiarati costituzionalmente illegittimi) o di altri marchingegni che costituirebbero la violazione di diritti soggettivi perfetti, inscindibilmente collegati a prestazioni lavorative già svolte.

La riforma pensionistica targata M5S difficilmente si sottrarrebbe alla ulteriore censura di incostituzionalità per violazione del principio di irretroattività delle leggi la cui legittimità, secondo la Corte costituzionale, è condizionata dal rispetto di fondamentali principi costituzionali tra cui quello del legittimo affidamento, che è “la fiducia del cittadino nella sicurezza giuridica, essenziale elemento dello Stato di diritto che non può essere leso da disposizioni retroattive che trasmodino in un regolamento irrazionale di situazioni sostanziali fondate su leggi anteriori” (sentenza n. 445/2002).

Resta però aperta la strada del contributo (triennale) con la finalità di sostegno alle famiglie più povere, volto a eliminare proprio le sperequazioni e le ingiustizie di cui parla Di Maio. Ma dovrà essere una misura cui tutti i cittadini, non solo i pensionati, saranno chiamati proporzionalmente a concorrere, essendo necessario coniugare il principio di solidarietà con il principio di uguaglianza davanti alla legge.

*ex magistrato

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Il nostro è un Paese fondato sul calcestruzzo marcio

Potrebbe essere scritto nella Costituzione: l’Italia è un Paese fondato sul calcestruzzo, dai ponti ai viadotti autostradali in precompresso e via dicendo… Il motivo? Dobbiamo necessariamente alimentare l’industria del cemento che a sua volta nei cementifici si preoccupa di riciclare e rimettere nel mercato scarti di produzione metallurgica Ilva (loppa) e ceneri delle centrali Enel, che mescolati danno il cemento.

E per ottenere il calore necessario alla cottura bruciano gran parte della plastica fornita dalla raccolta differenziata, dato che quella che finisce nei cementifici non viene considerata rifiuto, ma materia prima.

Si può a ragione dire che è un sistema marcio dalle… fondamenta.

Franco Prisciandaro

 

La legittima difesa del Carroccio è un pericolo per tutti

Molti dopo aver subito e denunciato un furto in azienda, in casa, in negozio, richiedono di poter possedere una pistola per difesa personale.

La Lega pretende ora una legge meno restrittiva sulla “legittima difesa” seguendo la barbarica logica che in casa propria ci si deve difendere sempre e comunque.

La diffusione della cultura di farsi anche giustizia privatamente va contrastata con l’educazione, la giusta informazione e con il rispetto rigoroso delle norme, se non vogliamo il far west.

Negli ultimi anni l’industria delle armi con i relativi profitti va forte: in Italia, infatti, le licenze per il porto d’armi sono sensibilmente aumentate.

Chi le possiede prima o poi le usa contro i ladri, contro i migranti, come constatiamo.

La società, basata sulla discriminazione, sull’odio e la paura, si imbarbarisce invece di crescere in civiltà. Un conto è vincere le elezioni su questi disvalori, un altro governare rispettando i principi della Costituzione democratica che stabilisce con forza il divieto di farsi giustizia da sé.

Domenico Mattia Testa

 

Dov’è il grande piano di Manutenzione Nazionale?

Dopo i disastri di agosto accaduti in Italia (uno dopo l’altro, mai visti prima così) mi aspettavo un grande lancio di un Piano di Manutenzione Nazionale (strade, ponti, ferrovie, scuole, etc) visto il grande bisogno che c’è e visto che tale piano potrebbe dare un’occupazione utile e seria e insieme socialmente utile a molti dei tantissimi disoccupati del nostro Paese utilizzando insieme fondi pubblici e privati e facendo uso anche di una parte delle risorse dell’accoglienza.

Ma niente: tutti da ogni parte da ogni area politica, dalle aziende ai progettisti, sanno solo a pensare a costruire e poi naturalmente inaugurare, dopo una bella visibilità con l’annuncio e il taglio del nastro.

Mai un grande progetto nazionale di manutenzione e prevenzione che salverebbe tantissime vite umane con l’unico grande problema che un tale lavoro non si noterebbe. È proprio vero: siamo il paese delle inaugurazioni e non delle manutenzioni.

Giordano Sangiorgi

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo a firma Dario Balotta pubblicato il 29 agosto dal Fatto Quotidiano, dal titolo Holding autostradale del Nord, una via lastricata di fallimenti, si afferma che l’Autorità di regolazione dei trasporti avrebbe determinato i pedaggi autostradali di Autostrada Pedemontana Lombarda, Bre.Be.Mi e Tem.

L’affermazione non corrisponde al vero.

La legge istitutiva limita l’esercizio dei poteri dell’Autorità, in materia di determinazione dei sistemi tariffari dei pedaggi,alle sole nuove concessioni autostradali.

Come noto, l’Autorità è entrata in operatività il 15 gennaio 2014, mentre le convenzioni di concessione sono state affidate dal concedente Concessioni Autostradali Lombarde SPA, rispettivamente: nel 2007 (Autostrada Pedemontana Lombarda e Bre.Be.Mi) e nel 2009 (Tem).

Sergio Bruno Portavoce del Presidente Autorità di Regolazione dei Trasporti

 

È vero sono state citate erroneamente, in una parentesi, le tre autostrade lombarde tra quelle di cui l’Autorità dovrebbe determinare le tariffe dei pedaggi. L’Autorità, nata nel 2014, non poteva determinarle visto che gli affidamenti delle concessioni sono avvenuti nel 2007 e nel 2009 come viene giustamente precisato.

Poiché l’Autorità sta determinando le nuove tariffe di Autobrennero (A22) che non è ancora diventata una nuova società in house (e forse non lo diventerà mai) si riteneva che in futuro le tre concessionarie lombarde, che hanno cambiato radicalmente proprietà (Pedemontana è passata sotto il controllo della Regione, la Teem sotto il gruppo Gavio e Brebemi sotto quello di Banca Intesa) fossero assimilabili all’Autobrennero e da ritenere nuove concessioni.

Comunque avendo tariffe più che doppie della media nazionale sono le concessionarie che hanno maggiore urgenza di regolazione pubblica.

Senza almeno questa competenza tariffaria, su un centinaio di km di nuova rete, diventa difficile pensare all’Autorità dei trasporti di cui c’è un bisogno, cioè di un soggetto capace di tutelare i consumatori e gli interessi pubblici.

Dario Balotta

L’occasione perduta delle privatizzazioni all’italiana

Gentile Stefano Feltri, con il suo articolo “Qui abbiamo bisogno di veri liberisti”, pone un problema centrale e ricorrente nel dibattito politico ed economico italiano. Nel dopoguerra, Einaudi notava come “molta parte dell’opera, consapevole o no, dell’amministrazione italiana è rivolta a porre le condizioni nelle quali fioriscono i monopoli”. Le rivoluzioni liberali nella nostra economia non hanno mai avuto cittadinanza e sono state demolite, senza mai essere state attuate, anche quando solo evocate. Le privatizzazioni degli anni 90 sono state un’occasione in larga parte persa per modernizzare, rafforzare e liberalizzare settori cruciali del sistema economico. Sappiamo come è andata. Nei settori industriali non regolati abbiamo assistito a una progressiva desertificazione industriale, con la scomparsa o l’acquisizione da parte di gruppi esteri delle grandi imprese italiane, ad esempio, dell’agroalimentare, ma anche nei settori della meccanica e dell’alta tecnologia o dei grandi marchi del lusso made in Italy. Ciò non è detto che in assoluto sia un male, ma certo è che in Francia e Germania ciò non è accaduto e denuncia un difetto di capacità nella classe dirigente imprenditoriale almeno pari al decadimento del resto della classe dirigente del Paese. Nei settori regolati, quelli in cui la presenza dei vecchi e pervasivi monopoli pubblici rendeva comunque più problematica l’apertura concorrenziale, le privatizzazioni hanno spesso preceduto la costituzione delle autorità di regolamentazione settoriali, costringendo l’autorità Antitrust a interventi sostitutivi tramite i poteri di segnalazione, peraltro spesso inascoltati dai vari governi. Non è mai troppo tardi per incrementare il tasso di concorrenza di un’economia, aumentandone il grado di apertura e abbattendo le rendite di posizione, pubbliche e private, aumentando la trasparenza e la contendibilità a beneficio dei consumatori e degli investitori, anche esteri, che chiedono competitività, controlli severi e non privilegi.

Guido Stazi 

 

Gentile Stazi, purtroppo l’idea che un’economia aperta, in cui la concorrenza è uno strumento per bonificare rendite e incrostazioni invece che una scusa per sacrificare diritti dei lavoratori, è passata di moda. Colpa dei troppi liberisti a gettone che hanno difeso l’interesse di alcuni privati contro quello pubblico. Ma il fatto che il dibattito sia stato intossicato da queste ipocrisie non è una buona ragione per smettere di combattere una legittima battaglia di idee.

Stefano Feltri

Rohingya, Onu accusa: “Suu Kyi accessorio dei militari”

L’Alto commissario Onu per i Diritti umani, Zeid Ràad Al Hussein, ha dichiarato alla Bbc che il premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, “avrebbe dovuto dimettersi” dopo la violenta campagna dell’esercito birmano contro i Rohingya avvenuta un anno fa. Secondo l’esponente delle Nazioni Unite, i tentativi della premio Nobel di giustificare le uccisioni, gli stupri di massa e la deportazione della minoranza musulmana sono “profondamente deplorevoli”.

Alla Bbc Hussein ha aggiunto che “non c’era alcun bisogno che lei fosse il portavoce dell’esercito birmano. Meglio ritornare agli arresti domiciliari che diventare un accessorio”. Del resto, anche l’ex prigioniera politica, come abitudine dei militari, una volta arrivata al potere ha cercato più volte di far ricadere le colpe sulla stampa, accusandola di falsità e dimenticando che quest’ultima, specialmente quella straniera, durante la sua lunga prigionia, le era stata assai utile per non essere dimenticata. La repressione non si è mai fermata. Il caso più recente riguarda Wa Lone e Kyaw Soe Oo, due reporter dell’agenzia Reuters in carcere da 8 mesi con l’accusa di aver violato la legge “sui segreti ufficiali”. Il verdetto avrebbe dovuto essere emesso ieri ma è stato posticipato al 3 settembre. Nonostante il maquillage fornito dal ritorno alle urne dopo decenni di dittatura militare, la democrazia è ancora una chimera nel Paese del Sud-Est asiatico. Sul web continuano le petizioni per chiedere al Comitato per il Nobel di revocare il premio conferito all’attuale Consigliera di Stato e ministra degli Esteri nel 1991. Ma i responsabili hanno chiarito che, malgrado le accuse dell’Onu, non è possibile.

Cantava di marce della vittoria e amori, addio a Kobzon, la “voce” dell’Urss

Josiph Davidovich è morto. All’estero era conosciuto come il “Frank Sinatra russo”, in Russia era semplicemente Kobzon, leggendaria icona sovietica, quello che si sacrificava sempre per una missione, per ogni amore e per ogni guerra. Ottant’anni e 3.000 canzoni in repertorio, Kobzon cantava di fidanzati al tempo dei komzomol, marce del Giorno della Vittoria: “Era la principale voce dell’Unione Sovietica, la colonna sonora della CCCP, non c’era finestra russa da cui non uscissero le note delle sue canzoni”, dice la tv Rossia 24 che gli dedica un lungo omaggio. Da giovane il suo sguardo faceva impazzire le russe, invecchiate insieme alle sue canzoni e al suo parrucchino. Ora soprattutto loro sono tristi: anche la moglie Ninel non rilascia dichiarazioni “perché sta piangendo”. Il baritono del patriottismo ha cantato a Chernobyl, per le truppe sovietiche in Afghanistan e, per amore della patria tentò di negoziare con i terroristi ceceni che avevano preso ostaggi al teatro della Dubrovka. Nel 2015 si è esibito per i filo-russi a Donetsk e da quel palco ha dichiarato prima di cantare: “Siamo forti, facciamogli avere paura”. Per quelle parole e per l’appoggio all’annessione della Crimea, finì subito sotto sanzioni dell’Unione europea. Transitato da un’epoca all’altra, da “artista del popolo dell’Unione Sovietica” era diventato membro del partito di Putin e sostenitore del presidente. È stato a capo del Comitato cultura della Duma dal 2005 al 2007, gli stessi anni in cui gli è stato diagnosticato il cancro che lo ha ucciso ieri.

“Vi racconto chi è Navalny l’ultimo dei Mohicani”

Pochi conoscono il nome della donna con i capelli rossi e gli zigomi pallidi che segue ovunque Aleksey Navalny come un’ombra. Se c’è qualcuno che davvero custodisce il rosario di informazioni riservate, segreti e strategie del blogger più famoso in Russia è lei: Kira Jarmish, la press-sekretar di Aleksey. Kira sta a Navalny come Dimitry Peskov sta a Putin: sono la loro voce quando i leader sono assenti. Putin perché è negli uffici più segreti del Cremlino, Navalny di solito perché è in carcere. Kira è la vera custode di ogni suo pensiero, di ogni suo movimento, che con pazienza certosina registra sempre con lo smartphone.

Kira, lei è la voce e la faccia di Navalny, soprattutto quando lui viene fermato dalla polizia e ridotto al silenzio.

Lavoro con lui da quattro anni, ma lo sostengo da molti di più. Cercava un portavoce e mi sono candidata: ma voglio chiarire, per me questo lavoro è innanzitutto un dovere civile. Aleksey fa la cosa giusta, condivido i suoi punti di vista. Alla Russia è necessaria la borba, la lotta alla corruzione, il cambiamento del potere. E noi combattiamo per questo. Putin è al potere da 19 anni, Aleksey è la nostra unica alternativa.

L’ultima notizia è che Navalny è stato arrestato perché organizzava cortei contro l’ultima riforma delle pensioni del governo Putin.

Contro questa riforma si sta battendo ormai la maggioranza assoluta dei russi, questo tema unifica tutta la popolazione in questo esatto momento storico. Il suo arresto non ferma certamente il nostro lavoro, il Cremlino ostacola la nostra attività, ma continuiamo a prepararci per l’akzia, la grande protesta del 9 settembre, il giorno delle prossime elezioni governative. L’arresto è il mezzo delle autorità russe per fermare i veri avversari politici. Arrestano Navalny perché lui incarna la lotta alla corruzione, cioè tutto ciò su cui si basa il regime russo.

Dal 1932 l’età pensionabile non era mai cambiata, Medvedev poi ha varato una riforma alla Duma mentre tutta la Russia era distratta a guardare nell’afa estiva le partite dei Mondiali. Prevede l’aumento dell’età pensionabile: da 60 a 65 anni per gli uomini entro il 2028, da 55 a 63 per le donne entro il 2034. Sulle donne Putin ha appena fatto un passo indietro: da 63 a 60 anni. Ma il presidente nel 2005 aveva promesso che non avrebbe mai alzato l’età pensionabile. Adesso ha ribadito che è necessaria.

I cambiamenti che ha annunciato Putin sono una diretta conseguenza delle nostre azioni. Ecco l’unica, vera cosa di cui hanno paura Putin e il Cremlino: ljudi na ulizach, le persone per strada.

Il consenso a Putin non era mai calato così tanto nei sondaggi. Qual è la connessione tra l’arresto di Navalny, le prossime elezioni e la riforma?

Quello che ho detto: le persone per strada. È proprio per questo che Aleksey è stato arrestato adesso, pensano che senza di lui le proteste del 9 settembre non saranno partecipate. Le elezioni qui non interessano a nessuno, le votazioni non riflettono la vera opinione pubblica, invece l’aumento dell’età pensionabile è una cosa che sta riguardando dal primo all’ultimo cittadino.

I vostri cortei finiscono sempre con arresti e sangue, perché quasi mai sono autorizzati. Per avere l’approvazione delle autorità dovreste essere registrati al ministero della Giustizia come partito politico.

Non ci permettono di registrarci, così non possiamo partecipare alle elezioni.

Questa riforma può favorire l’avvicinamento della popolazione alle istanze dell’opposizione contro Putin?

È una questione complessa; alla domanda su cosa succederà in Russia nel prossimo futuro non saprei rispondere neppure se avessi tutto il mio tempo a disposizione per farlo.