Il vizietto di Macron all’estero: dare degli “scansafatiche” ai connazionali

I francesi? Sono “Gaulois”, gli antichi Galli, “allergici al cambiamento”, a differenza dei danesi, “un popolo di luterani che ha vissuto positivamente le trasformazioni degli ultimi anni”.

In viaggio in Danimarca, Emmanuel Macron, che ha sempre difeso il modello danese, pensava di fare una “battuta di spirito” incontrando la comunità francese di Copenaghen. Nelle immagini della conferenza del presidente si sentono del resto le risatine dei presenti. Ma la reazione in Francia è stata ben diversa. Il riferimento agli antenati e ai loro stereotipi, che nelle vignette di Asterix fanno ridere, non è piaciuto. Il portavoce del governo, Benjamin Griveaux, ha tentato di mettere una toppa: “Si faceva riferimento ai partiti politici che da trent’anni non vogliono cambiare niente”. “Amo i francesi. Non è segno di disprezzo dire la verità. Se fossero davvero contrari al cambiamento io non sarei mai stato eletto”, si è difeso poi Macron. Niente da fare. Le sue parole hanno scatenato la polemica. Su L’Express online lo storico Jean-Luc Brunaux ha dato una lezione di storia al presidente ricordandogli che i Galli furono un popolo di inventori. Sul piano politico, i due estremi, a destra il Rassemblement national di Marine Le Pen e a sinistra La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon si sono trovati d’accordo. Per loro Macron ha “insultato il suo popolo” e ancora una volta “lo ha fatto dall’estero”. Macron ha già detto in passato cose che per lui sono ironia incompresa mentre per i francesi sono insulti. Un anno fa, estate 2017, in Romania, aveva già definito la Francia un “paese irriformabile” e i francesi “ostili alle riforme”. Poco dopo, a settembre, dalla Grecia, nel mezzo dell’impopolare riforma del codice del Lavoro, si era scagliato con gli “scansafatiche” che si opponevano alla legge. Mélenchon se l’era legata al dito e aveva mobilitato i suoi nelle piazze.

Ieri sono stati gli “irriducibili Galli” del sindacato Force Ouvrière ad annunciare nuove proteste da ottobre contro una politica che, secondo loro, “distrugge il modello sociale” francese. Macron è stato più volte giudicato arrogante. Come quando oppose “le persone che hanno successo” a quelle che “non valgono niente”. O quando denunciò “la caterva di soldi” spesi per le sovvenzioni sociali tanto “i poveri restano poveri”. Persino i bretoni se la sono presa quando, a giugno, in visita dal Papa in Vaticano, Macron li definì la “mafia francese”. Un’altra battuta.

“Brexit sarà la fine del Regno Unito: l’esercito è allertato”

“Appena è uscita la notizia che avrei scritto un libro ho cominciato a ricevere insulti e minacce. Una era la promessa di farne un grande rogo. Roghi di libri, non una bella immagine, con i precedenti storici che evoca. Al mio editore ho detto: ‘Beh, dovranno comprare un mucchio di copie’”.

È il segreto del coraggio di Gina Miller: “Se mi insultano, minacciano o denigrano, significa che ho già vinto”.

La incontriamo al lancio, alla Foreign Press Association di Londra, del libro autobiografico Rise, pubblicato nel Regno Unito da Canongate. “È un omaggio al poema di Maya Angelou, ma anche un monito a risollevarsi sempre, come ho fatto io dopo ognuno dei miei fallimenti”. Quali? La fine di due matrimoni, la nascita di una figlia disabile, Lucy-Ann, oggi trentenne (“Mi sono sentita responsabile per la sua disabilità, e in colpa quando non potevo stare con lei”), l’abbandono degli studi di giurisprudenza dopo una violenza di gruppo mai rivelata prima. E poi le vittorie: quella clamorosa, contro il tentativo del governo May di sottrarre al Parlamento il voto finale sull’uscita del paese dall’Unione europea

È a causa di quella sentenza, che ha riconsegnato la sovranità ai rappresentanti eletti del popolo, e della sua instancabile attività anti Brexit che Miller oggi è la donna più odiata del Regno Unito, la sua famiglia sottoposta a misure di sicurezza.

“Ma non ho nessuna intenzione di smettere fino a che Brexit non sarà fermata”.

Con un secondo referendum?

No, non solo perché l’esito sarebbe comunque incerto, ma anche perché non servirebbe a sanare un paese ormai consumato dalle divisioni. Penso invece a un voto consultivo con tre opzioni da sottoporre poi al passaggio parlamentare. Ho la sensazione però che finiremo con elezioni anticipate e forse un governo di unità nazionale. A meno che, naturalmente, il Regno Unito non chieda più tempo per la transizione, che Bruxelles credo sarebbe pronta a concedere.

Cosa succederebbe in caso di ‘no deal’ e quanto è probabile?

È probabile, perché non c’è ancora un accordo con Bruxelles e il tempo stringe. Ma è la ricetta per il disastro… Non solo economico e logistico ma anche politico e sociale. So per certo che l’esercito è allertato per affrontare gli inevitabili disordini e violenze che seguirebbero a una uscita senza accordo, a cui non siamo assolutamente preparati: la Gran Bretagna conta tuttora su infrastrutture, talenti e fondi europei. Non dico che non possa sostituirli con i propri, in futuro, ma ci vuole molto tempo.

In tutta Europa, dal Regno Unito all’Ungheria di Orban e anche in Italia stiamo assistendo a ritorno dei populismi, crescente ostilità verso gli immigrati, innalzamento di muri fisici e simbolici. Che impatto pensa che avrà Brexit sul continente, specialmente in caso di uscita senza accordo con Bruxelles?

Un ‘no deal’ sarebbe la fine del Regno Unito, e dico letteralmente. Irlanda del Nord, Scozia e Galles finirebbero per staccarsi e formare una sorta di alleanza intorno ad una Inghilterra che a quel punto resterebbe isolata. Un bel cambio di prospettiva. Se questo dovesse accadere, il caos sarebbe tale… a quel punto credo la gente cambierebbe idea e l’Unione Europea ne uscirebbe rafforzata.

Lei ha parlato di una vera e propria regia politica occulta che sfrutterebbe il tribalismo scaturito da Brexit per portare avanti una strategia di estrema destra. Con quali fini?

Il fine è la destabilizzazione della democrazia e l’instaurazione di una società autoritaria in cui ci sono pochi padroni e una massa di sudditi. E non è affatto un fenomeno britannico, è un riallineamento politico globale deliberato, in questo caso fomentato dalla Russia di Putin. Quello del ritorno dei populismi è un fenomeno ciclico, lo vediamo ogni cento anni. Ma stavolta ci sono due elementi nuovi e preoccupanti: la diffusione di Internet e dei social, grazie ai quali estremisti italiani si connettono rapidissimamente a gruppi tedeschi o inglesi, e il fallimento del modello di capitalismo che conosciamo.

La lotta agli eccessi del capitalismo non dovrebbe essere il compito della sinistra?

Sono stata a lungo una attivista del Labour, ma non credo più nell’efficacia dei partiti.

Quindi non si candiderà?

No, ma sto già lavorando alla creazione di un movimento centrista con una piattaforma di riforme e di eguaglianza sociale. Dopo la Brexit, però. Fermare la Brexit è la priorità.

Il pallone cerca un nuovo capo: Abete “ct”, il nome può essere Gravina

Il calcio italiano presto avrà un nuovo presidente: il commissariamento del Coni sta per finire, dopo l’intervento del governo Giovanni Malagò si è convinto a mollare il pallone ed entro la fine della settimana dovrebbe essere convocata l’assemblea elettiva per il 22 ottobre. Adesso, però, bisogna trovare un candidato: Giancarlo Abete, su cui c’era condivisione, non è eleggibile per la legge sul limite dei 3 mandati (che ha già superato). E proprio a lui Dilettanti, Lega Pro e calciatori hanno affidato un mandato da “ct”: il selezionatore che deve trovare la persona giusta all’interno della coalizione per guidare la Figc fino al 2020, termine del mandato per cui è valido l’accordo. Le parti alla fine dovrebbero convergere su Gabriele Gravina, n. 1 della Lega Pro, anche per non replicare la figuraccia dello scorso 29 gennaio, quando l’assemblea non fu in grado di eleggere nessuno. Stavolta niente veti incrociati: Cosimo Sibilia dei Dilettanti sarebbe il vicario (l’altra vicepresidenza alla Serie A), mentre i calciatori avrebbero il Club Italia (che gestisce la Nazionale); cambierà il direttore generale. Martedì incontro decisivo col sottosegretario Giorgetti, a cui dovrà essere proposto nome e programma di governo, tra cui la riforma dei campionati. Sempre che il pallone non ricominci a litigare.

Centri di accoglienza, cibo avariato e altre frodi: due agli arresti

Fornivano ai migranti cibo avariato o scaduto, cambiavano le lenzuola ogni tre mesi, non facevano le pulizie negli alloggi e non davano agli ospiti il pocket money, ovvero il contributo da 2,50 euro netti a cui avevano diritto. Di tutto questo la Procura di Firenze accusa quattro tra titolari e dirigenti di ditte e cooperative che nel 2014 si erano aggiudicati i bandi della Prefettura per l’accoglienza dei migranti nei centri di prima accoglienza di Lastra a Signa e Firenze. Due di loro, i soci della Eurotravel srl Ottorino e Davide Stantetti, sono finiti agli arresti domiciliari con l’accusa di frode in pubbliche forniture mentre i Presidenti delle due Coop “Il Cenacolo onlus” Matteo Conti e il “Consorzio CO&So” Lorenzo Terzani sono stati interdetti per lo stesso motivo da tutti gli incarichi societari. Secondo il dossier presentato a luglio dall’associazione romana “In Migrazione” Firenze, insieme a Cosenza e Crotone, è fra le città in cui i bandi delle Prefetture per l’accoglienza dei migranti presentavano le maggiori carenze in Italia.

Di Stefano jr., fresco di condanna ha portato i neri ai Castelli Romani

Dove c’è una manifestazione di CasaPound a Roma, lì c’è lui. In prima fila, ai vertici del movimento, decidendo percorsi e tattiche. Come a Rocca di Papa, dove si alternava al megafono con altri camerati. Davide Di Stefano, romano, 32 anni, fratello del leader politico del movimento dei “fascisti del Terzo millennio” Simone, di azioni contro i migranti se ne intende. L’11 dicembre dello scorso anno il Tribunale di Roma lo ha condannato – in primo grado, l’appello non è stato ancora fissato – a tre anni e sette mesi di reclusione, per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Era il 2015, Roma nord. In via Casale San Nicola, a pochi passi dall’Olgiata, Di Stefano, insieme ad altri esponenti di CasaPound, si scontrò duramente con la Polizia, per cercare di bloccare l’arrivo di 19 rifugiati, diretti verso un centro di accoglienza. Una battaglia campale che lasciò feriti 14 agenti, tra trauma cranici e contusioni. Dopo l’indagine condotta dalla Digos romana, finì agli arresti domiciliari. Quella volta, contro migranti e polizia, si era calato il casco – raccontano gli atti dell’inchiesta – e coperto il volto con una bandana, colpendo gli agenti con un ombrello. Lo scontro arrivò dopo giorni di presidio, organizzato da un comitato nato con “il supporto del movimento CasaPound”.

La sentenza di condanna è impietosa: “Di Stefano ha ripetutamente violato la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, dando ulteriore dimostrazione di disprezzo per le istituzioni” ed è “gravato da procedimenti pendenti per reati della stessa specie (…) per resistenza e lesioni personali”. In altre parole una sorta di quadro esperto.

Oggi si occupa di comunicazione. Scrive per il Primato nazionale, la testata di CasaPound: “Come giornalista ha lavorato con l’AdnKronos e collaborato per anni con Occidentale – si legge sul suo profilo sul sito del giornale – e come videomaker ha realizzato alcuni documentari indipendenti da zone di guerra come Kosovo, Birmania e Siria”. Tutte aree dove CasaPound ha una presenza politica di rilievo.

Ivano e “’sta rottura… di fascisti”: c’era già contro la salma di Priebke

Le sue radici le rivendica con orgoglio Ivano Ciccarelli, l’antifascista di Marino divenuto icona della sinistra di popolo arrivata a Rocca di Papa per dare il benvenuto ai cento migranti della Diciotti. Padre operaio, madre bracciante. Lotte antiche, che rivendica con orgoglio. Si sente parte di un movimento che da tempo ha perso i referenti politici. I giornalisti gli mostrano il “meme”, l’immagine simbolo, che gira in Rete, con la frase cult che Ivano ha scandito davanti alle telecamere di La7, la sera dell’arrivo dei rifugiati della Diciotti: “Oltre a essersi fatta la navigata, la sosta, mo’ se stanno a fa’ pure dieci ore de pullman, e quando arrivano qua se devono godere pure ’sta rottura de cojoni dei fascisti”. Ride, quasi con pudore, commentando: “Ma che davvero?”. Poi spiega alla telecamere di Repubblica Tv: “Io penso di essere uno dei tanti antifascisti ai Castelli Romani, uno qualsiasi, quelli cresciuti da genitori che hanno insegnato prima di tutto il rispetto”. Il senso della frase per Ivano è “semplice: arrivano cento sfortunati, dai paesi più sfortunati, che si sono fatto già un paio di settimane a mollo. Sono cose brutte, che al di là dei valori che ognuno può coltivare, è una questione di buon senso che dovrebbe muovere molta più gente, facendola venire qui”.

Ci tiene Ivano a sottolineare di essere disoccupato da otto anni. Anche da questa sua condizione deriva l’impegno politico, spiega nelle tante interviste uscite. Ma aggiunge: “Il senso di eroe non è quello della mitologia, è quello di Caparezza: otto anni disoccupato e ancora non spaccio cocaina, non faccio i rientri per gli usurai, quindi sono un eroe, forse questo è il concetto di eroismo che accetto”.

L’ultimo scontro con i fascisti, per il gruppo di Ivano, risale al 2013, quando ad Albano arrivò la salma di Priebke. Davanti si trovarono i fedelissimi del gerarca nazista, come Maurizio Boccacci. Allora scesero in piazza per cercare di respingere l’arrivo della salma di Priebke, insieme a esponenti del Pd. Ieri, a Rocca di Papa, il partito di Martina non c’era. Segno dei tempi.

A Tripoli scontri e vittime. Migranti in fuga dai centri

Pesanti scontri a fuoco attorno all’aeroporto e ai centri di detenzione, sempre più debole la tregua tra le milizie nell’inferno di Tripoli. Dopo il cessate il fuoco di mercoledì, ieri all’alba gli scontri sono ripresi e a pagarne le conseguenze peggiori, oltre alle 27 vittime ufficiali (con 91 feriti), almeno metà civili finiti in mezzo al tiro incrociato, sono stati i migranti reclusi in due centri.

Da tre giorni, a causa delle faide tra bande rivali, il personale del Dcim (ministero che si occupa dell’immigrazione in Tripolitania) non riceveva più le scorte di cibo. A essere maggiormente colpite sono state le prigioni di Ein Zara/Salahdin e di Trik al-Matar, a sud e sud-est della Capitale libica. Imprecisato il numero di africani reclusi che sono riusciti a far perdere le proprie tracce. A Ein Zara – struttura co-gestita da Unhcr (l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati) – le autorità libiche hanno evacuato 420 persone, tutte di nazionalità eritrea, tra cui una ventina di bambini e altrettanti minori. Diverso il discorso a Trik al-Matar, uno degli hub della capitale: “La situazione lì è finita fuori controllo – spiega un funzionario del centro –, le guardie sono scappate dopo un violento scontro a fuoco, lasciando di fatto il campo sguarnito. Diversi migranti si sono allontanati prima che fosse possibile riprendere il controllo della struttura. Ne abbiamo visti scappare parecchi e ne sono poi stati segnalati diversi in giro per le vie della città. Alla fine è stato necessario evacuare la struttura”.

Questo nel pomeriggio, dopo l’ennesima escalation di fuoco, stavolta molto vicina all’aeroporto internazionale Mitiga. Al punto che il governo ha dovuto momentaneamente interrompere arrivi e partenze nell’ex impianto militare in riva al Mediterraneo e dirottare i voli sullo scalo di Misurata. Provvedimento poi rientrato in serata. Intanto gli eritrei sono stati trasferiti in una struttura considerata “sicura”.

E poi ci sono gli oltre mille africani stivati a Trik al-Matar: sono stati spostati nel principale centro gestito dal governo libico, quello di Trik al-Sikka, già di suo parecchio affollato. Al momento nel compound principale si trovano quasi 3mila persone. Stando a fonti libiche sul posto, il centro di Trik al-Sikka sta letteralmente esplodendo.

Una minima parte, infine, è stata portata nell’altro centro della capitale, a Tajoura, anch’esso, tuttavia, minacciato da vicino dalle battaglie urbane. Le autorità libiche e quelle internazionali parlano di soluzione temporanea. Sta di fatto che dentro i centri, simili a lager, la situazione adesso è esplosiva e rischia di andare fuori controllo. L’Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, si è subito attivata a Tunisi e, con la collaborazione di alcune nostre Ong, ha approntato un servizio straordinario per il trasporto urgente di cibo nelle strutture sovraffollate. In tutto questo gli apparati di Fayez al-Sarraj stanno da una parte tentando, con scarsi risultati, di ristabilire la calma in città tra le milizie avversarie e dall’altra dando la caccia ai migranti scappati dalle prigioni. L’Ambasciata italiana segue con attenzione le sorti degli scontri armati e del caos nei centri detentivi. Il ritorno a Tripoli dell’ambasciatore, Giuseppe Perrone, salvo misure emergenziali, è previsto non prima di qualche giorno.

Intanto non si fermano i viaggi della speranza. Secondo l’Oim (l’Agenzia Onu che si occupa di migrazione), in Nord Africa e Sahel, le motovedette libiche nel 2018 hanno effettuato decine di soccorsi e riportato nelle prigioni “ufficiali” del Paese circa 20mila profughi. In calo, rispetto al trend del 2017, le vittime del mare: a oggi hanno superato di poco le mille unità, mentre l’anno scorso, sempre dati Oim, erano state 3.279.

Il Canale di Sicilia resta senza navi ong Open Arms se ne va

C’è una nuovaemergenza da seguire ed è tra Marocco e Spagna. Per questo Proactiva Open Arms, la ong impegnata nel soccorso ai migranti nel Mediterraneo, si sposta a sud della Penisola iberica. Ieri su Twitter l’organizzazione non governativa ha annunciato che la sua nave entrerà presto a far parte dei mezzi di soccorso dell’area Sar (ricerca e soccorso) tra lo Stretto di Gibilterra e il Mare di Alboràn sotto il coordinamento del Salvamento Marìtimo, organizzazione di soccorso e sicurezza marittima che dipende dal Ministero dello Sviluppo spagnolo. “Uniamo sforzi e team ovunque ci sia bisogno – scrive Proactiva Open Arms –. Ogni vita conta”.

L’effetto di questa decisione, però, è un altro. Con la nave Aquarius di Sos Mediterranee nel porto di Marsiglia per uno scalo tecnico (Gibilterra le ha ritirato la bandiera), lo spostamento di Open Arms lascia senza navi umanitarie la zona di ricerca e soccorso nel Canale di Sicilia tra la Libia e l’Italia, quella più difficile da navigare e anche la mortale. Secondo l’Unhcr sono 1.540 i migranti morti nel Mediterraneo nel 2018.

Salvini e i mancati aiuti ai naufraghi a bordo

Sei ragazzi eritrei ieri hanno firmato, per strada, a pochi metri dall’hotspot di Messina – dove sono stati portati dopo i dieci giorni a bordo del pattugliatore Diciotti – la procura al loro avvocato. E ora potranno costituirsi parte offesa contro il ministro Matteo Salvini e il suo capo di gabinetto, Matteo Piantedosi, accusati di sequestro di persona (anche per coazione), arresto illegale e abuso d’ufficio, aggravati per aver commesso il fatto come pubblici ufficiali e ai danni di minori. Ma è contestato anche il reato di omissione di atti d’ufficio per motivi di igiene e sanità: a bordo c’erano persone che avevano bisogno di cure mediche, perchè affette da diverse malattie, dalla scabbia a sospette tubercolosi. Le accuse formulate dal procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio – che oggi saranno trasmesse alla Procura di Palermo per la competenza del Tribunale dei ministri – sono pesantissime. Il sequestro a scopo di coazione – anticipato da Repubblica – secondo l’accusa aveva l’obiettivo della redistribuzione dei migranti non a carico del Paese di arrivo. È punito con la reclusione da 25 a 30 anni. In teoria, oltre i migranti, potrebbe costituirsi parte civile la stessa Ue.

Di certo c’è che già sei migranti eritrei ieri hanno dato mandato a tre avvocati dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) – Filippo Finocchiaro, Carmelo Picciotto e Carmen Cordaro – di tutelare la loro posizione: “Abbiamo avuto mandato – dice Finocchiaro – per difenderli in tutte le sedi, incluso l’eventuale processo penale come parti offese”.

All’avvocato Finocchiaro è stato vietato l’ingresso nel centro con l’europarlamentare Eleonora Forenza – Rifondazione Comunista, Sinistra Europea ed esponente di Potere al Popolo – che ha potuto portare con sé nel centro, dopo un’attesa di quattro ore, solo un mediatore culturale. “Un ragazzo – racconta Forenza – mi ha detto che in Libia è stato picchiato a testa in giù, con un tubo di ferro, mentre era al telefono con il fratello, per convincerlo a versare ai trafficanti 5 mila euro in più. Alcuni di loro avevano già tentato di venire in Europa, ma erano stati bloccati dalla Guardia costiera libica, e in tanti mi hanno detto che vogliono costituirsi parte offesa perché non vogliono che si ripeta l’episodio della Diciotti. È un gesto di solidarietà verso le persone che sono ancora in Libia: raccontano che a Tripoli le milizie sequestrano e rapinano i migranti, hanno molta paura. Li abbiamo anche informati che possono rifiutarsi di andare in Albania, che ha messo a disposizione i suoi centri, perché è uno stato extra europeo”.

Forenza racconta che non è stato semplice entrare nel centro, nonostante l’ingresso senza preavviso sia un suo diritto, e il suo avvocato sta chiedendo chiarimenti al Viminale: “Ho dovuto aspettare quattro ore. Non mi hanno fatto entrare con l’avvocato. La prefettura di Messina mi ha autorizzato a entrare con un solo accompagnatore e ho dovuto scegliere un mediatore culturale. In passato non ho avuto di questi problemi”.

Interpellato dal Fatto il Viminale ha spiegato che “in assenza di regolamento per hostpot abbiamo applicato quello per i Cie riguardo gli accompagnatori, ovvero solo uno. Nessun problema per l’europarlamentare che da sola poteva entrare anche subito”.

Ieri il gip di Messina ha convalidato il fermo di tre egiziani e un bengalese, che guidavano l’imbarcazione poi soccorsa dal Diciotti, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violenza sessuale.

Schiaffi europei su Sophia. Ma il governo: “Si tratta”

L’intesa sulla riforma della missione Sophia non c’è, o forse non c’è ancora. L’Alto commissario per la politica estera e di sicurezza europea Federica Mogherini non esclude “un risultato concreto nelle prossime settimane”; il ministro della Difesa Elisabetta Trenta s’aspetta un cambio d’atteggiamento della Germania già oggi.

La posta in gioco è chiara: i migranti salvati dalle unità della missione EunavForMed devono poter sbarcare anche in porti non italiani. In assenza d’un accordo e di nuove regole, il governo è pronto a rompere con l’Europa. Senza la rotazione dei porti, “valuteremo se continuare”, avvertono la Trenta, a Vienna per una riunione informale dei ministri della Difesa dell’Ue e il vicepremier Salvini.

Le parole del ministro dell’Interno, che torna ad attaccare il presidente francese Emmanuel Macron, tolgono, però, credibilità al negoziato dell’Italia e sembrano anzi sollecitare l’inasprimento dei toni. Il vicepremier si appunta sul petto, come fossero medaglie, i capi d’imputazione supplementari ascrittigli dalla magistratura nella vicenda Diciotti: “Rivendico d’avere ricattato l’Unione europea”.

E a Macron, che osserva come “per i demagoghi un ponte che crolla è colpa dell’Ue”, ribatte: “Abbia il buon gusto di tacere, con i suoi 48 mila respingimenti lo scorso anno alle frontiere italiane”, attuati nell’ambito delle norme vigenti.

“Sulla missione militare, si gioca l’immagine dell’Europa”, afferma la responsabile della Difesa, che si dice “delusa, ma fiduciosa”. Le dà manforte il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che, sempre a Vienna, presiede una sessione del Consiglio dell’Osce, che l’Italia guida quest’anno: “Chiediamo la solidarietà dei Paesi dell’Ue e speriamo ancora che arrivi prima o poi e che non sia troppo tardi”.

L’Italia chiede, in primo luogo, di affrontare la questione dei porti di sbarco della missione Sophia, che attualmente sono solo italiani – come da intese a suo tempo sottoscritte dal governo Renzi –. “È importante – dice la Trenta – risolvere subito il problema dei porti di sbarco… Sono stata molto ferma, anche se ho parlato in modo propositivo… Credo che questo sia stato apprezzato e perciò penso che qualche Paese potrebbe” assumere presto posizioni un po’ diverse da quelle di ieri.

Il ministro della Difesa fa riferimento alla Germania, “che potrebbe essere a bordo”, e alla Francia: ha avuto un bilaterale con la collega Florence Parly, oltre che con il maltese Michael Farrugia. “Serve la sensibilità di tutti i Paesi del Mediterraneo”, mentre i flussi “si stanno rivolgendo verso la Spagna”.

Ai suoi colleghi la Trenta ha ricordato: “Nel 2015 ci siamo assunti la responsabilità politica di fare nascere” la missione EunavForMed Sophia. “Si pensava che l’azione in acque extra-territoriali sarebbe stata solo una prima fase. Le cose in Libia sono andate diversamente e Sophia dura ormai da tre anni. Finora, come Italia, abbiamo accolto da soli tutti i migranti salvati. Questo non è più possibile, lo dico a nome del governo. Occorre cambiare le regole”.

La Mogherini avverte che modificare la questione dei porti “non è e non sarà un esercizio facile”, ma – osserva – “è un dovere, perché in questi anni abbiamo provato che l’Ue può fare la differenza nel Mediterraneo”: rinunciare a questa capacità “sarebbe un passo indietro per gli Stati e per tutta l’Ue”.

In Italia, la posizione del governo non fa l’unanimità: le opposizioni criticano l’ipotesi d’abbandono di Sophia, mentre Giorgia Meloni non vuole “distribuire gli immigrati tra tutti i porti europei”, perché ciò sarebbe “continuare in altra forma l’invasione e l’islamizzazione dell’Europa”. FdI vuole “un blocco navale europeo al largo delle coste libiche”.

Una posizione evocata dall’Austria, che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue e che ha un suo progetto ‘fortezza Europa’, per blindare le frontiere esterne, dando supporto militare a Frontex per contenere i fenomeni migratori.