“Riaprite la scuola o i bambini se ne vanno e il paese muore”

Se non apre la scuola, chiude il paese. L’insegnante c’è, l’edificio pure. Gli alunni ci sarebbero. Quel che manca è il codice meccanografico, il numero di serie attraverso il quale il sistema informatico del ministero riconosce un istituto scolastico, lo tiene in vita. Ad Alessandria del Carretto, il borgo più alto del Parco del Pollino, lungo il crinale montuoso da cui precipitano le acque del Raganello, il torrente che nei giorni scorsi ha inghiottito dieci escursionisti, la scuola media è finita al cimitero tre anni fa. E il suo codice eliminato. La scuola elementare aveva cessato di vivere già cinque anni fa, pace all’anima sua. E quella dell’infanzia, purtroppo, è sbarrata da un decennio.

“Che cosa rimane qui, il cimitero?”

In paese infatti si muore, non si nasce. Ogni anno perde venti abitanti, pur essendo uno dei borghi meglio tenuti d’Italia, classificato “borgo autentico”: la pietra è rimasta pietra, e ogni tegola, ogni porta, ogni anfratto è custodito dai 450 abitanti stanziali e amato dai suoi figli sparsi per il mondo che d’estate l’affollano.

Quest’anno però il miracolo: sono divenuti quattro i bimbi di tre anni. A quell’età negli altri luoghi d’Italia si accede alla scuola dell’infanzia. “Sono corso dalla dirigente scolastica, a Trebisacce, a implorarle di farci aprire la scuola. Senza di essa i genitori dei bimbi devono trasferirsi, perché la scuola più vicina è a 20 chilometri, che sarebbero nulla se ci fosse una strada. Ma abbiamo in dote poco più che una carrettiera, terra battuta, cemento consumato, buche a tratti, frane a tratti. Con le piogge la strada si inonda e si ammolla. A una frana si aggiunge l’altra e le riparazioni non seguono il corso logico delle cose ma la via gerarchica degli impegni: essendo noi pochi, poco valiamo. E aspettiamo che qualcuno si ricordi di noi. Col ghiaccio poi percorrerla si fa impresa ardita. Perciò se perdo la scuola perderò sia i bambini che i genitori, che troveranno conveniente trasferirsi. E uno di loro è gestore dell’unico bar e pizzeria, un altro è un imprenditore agricolo che dà lavoro a dieci famiglie. Cosa rimane qui, il cimitero?”. Vincenzo Gaudio, il sindaco elemosiniere, conta i danni: “Ho già perso il vigile urbano, poi la ragioniera, stavano per azzoppare l’ufficio postale, che vita è questa?”.

La legge e il fatidico numero 7

Se non apre la scuola, chiude il paese. Il Provveditorato avrebbe pure l’unità, l’insegnante disponibile a raggiungere il paese, ma non esiste più il codice. “La legge prevede il numero minimo di sette alunni. A quella soglia ci arriveremo l’anno prossimo, perchè altri tre picciriddi hanno due anni. Ma ci arriveremo solo se quest’anno i quattro bambini non li perda per strada. E mi sono impegnato a investire 10 mila euro per attrezzare per bene l’aula, ripulirla, riscaldarla. Io lo ripeto: senza la scuola il mio paese chiude”.

Alessandria del Carretto è la capitale dell’Italia invisibile, quella che ci sta alle spalle e che non vediamo più, che scompare ogni giorno. Un migliaio di paesini cesseranno l’esistenza, secondo le proiezioni dell’Istat, tra una decina d’anni, e la desertificazione del crinale interno, dell’“osso” come lo definiva Manlio Rossi Doria, produrrà, come fosse acqua del Raganello, una corsa verso la costa, verso la cosiddetta “polpa”. Il paradosso di un Paese che vive crisi sistemiche nelle sue periferie metropolitane affollate e disperate, con presidi pubblici saturi, ingestibili per la pressione demografica che incombe, e all’opposto crisi sistemiche per spopolamento.

“Basterebbe aiutarci a stare in piedi. Dritti”

Le case ci sono e nessuno le abita, gli ospedali sono senza malati, le scuole esistono, ma chi le frequenta? Di qua il troppo, di là il niente. E anche quando succede il miracolo, come ad Alessandria del Carretto, di allineare finalmente quattro bambini che avrebbero diritto alla scuola nel loro paese, ecco la legge che vieta. Ancora il sindaco: “Io dico al ministro: senza la scuola non esiste la vita. Una comunità campa senza istruzione? E come? Con le forche e le lance? Il sapere è la nostra unica speranza. Perché l’assoluta indifferenza a questa altra Italia è il risultato dell’ignoranza. Avremmo da vivere e da dare da vivere, basterebbe aiutarci a stare in piedi. Dritti”.

Famiglie sfollate, in 133 trovano alloggio Da Aspi pedaggi gratis

Sale a 133 il numero delle famiglie sfollate a causa del crollo del ponte Morandi a cui le istituzioni hanno trovato una sistemazione alternativa. A 75 famiglie sono state assegnate case, 58 hanno optato per il contributo autonomo di protezione civile per il pagamento dell’affitto. “Siamo in anticipo sui tempi, credo che entro ottobre, forse prima, completeremo in anticipo la sistemazione di tutti gli sfollati – spiega il presidente della Liguria Giovanni Toti –. Vogliamo fare in modo che in 30 giorni sia pronto il piano per avviare la fase della demolizione. Da quel momento servirà un giorno per abbattere il moncone est anche con l’uso di esplosivo e con la demolizione anche di circa 150 alloggi. Serviranno poi una ventina di giorni per togliere il moncone ovest con l’uso di gru e lo smontaggio pezzo per mezzo, senza alcun crollo” ha precisato Toti.

Intanto la situazione del trafficino in città “è buona perché tutti i cambiamenti che abbiamo messo in pista stanno iniziando a dare risultati”, ha aggiunto il sindaco. I genovesi usano di più i mezzi pubblici. Autostrade, su richiesta di Toti, ha esteso la gratuità dei pedaggi nell’area genovese.

Bagnoli, l’addio del “pupillo” di Renzi. E si pensa a un senatore del M5S

Il mondo napoletano che esulta per le dimissioni del “renziano” Salvo Nastasi da commissario straordinario per la riqualificazione dell’ex area industriale di Bagnoli combacia in buona parte col mondo che in queste ore guarda con attenzione all’idea di sostituirlo con il senatore del M5s Franco Ortolani. Segno dei tempi che cambiano, del mutato quadro politico, del riposizionamento in corso negli ambienti che contano.

A lanciare il nome di Ortolani, proposto con la formula più blanda di “delegato del governo” per superare l’odioso concetto di commissario, ci ha pensato il coordinatore della Rete Civica per Napoli, Gaetano La Nave, con un appello sui social utile a sondare umori e reazioni. Il curriculum del professore Ortolani pare perfetto per il momento storico: geologo, esperto di bonifiche, in prima linea nelle battaglie della Terra dei Fuochi, tra i fondatori delle Assise di Palazzo San Marigliano, uno dei principali laboratori di pensiero politico a Napoli, Ortolani è stato uno dei candidati scelti personalmente dal leader del M5s Luigi Di Maio per coprire i collegi uninominali e gode della stima del ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

Importante ribadirlo, se si considera che il dossier Bagnoli, coi 150 milioni di euro annui di investimenti previsti per i prossimi tre anni, attraversa le competenze di tre ministeri: Economia (Di Maio), Ambiente (Costa) e Mezzogiorno (Lezzi). Sono tutti dicasteri guidati da esponenti del Movimento, chiamati a una prova di compattezza su una questione che riguarda Napoli ed è in cima ai pensieri di una forza a trazione napoletana, ricordando anche che il presidente della Camera Roberto Fico si è candidato a Bagnoli per intestarsi le battaglie dei meet up per la bonifica e contro il commissariamento. Se poi si riavvolge il nastro di pochi anni, si recupera un documento delle Assise da cui proviene Ortolani – firmato tra gli altri da Gerardo Marotta e Tomaso Montanari – che denunciava l’incostituzionalità del decreto Sblocca Italia nelle parti sull’esproprio dei poteri dell’amministrazione comunale. Poteri affidati, con quintali di carta bianca, al governo e al commissario scelto da Renzi. Cioè a Nastasi, che a Napoli era già finito nel mirino di alcuni intellettuali durante la gestione commissariale del Teatro San Carlo. Fu Nastasi a decidere di eliminare la cassa risonante sotto il palcoscenico e di scavare un bar nella zona al di sotto del vecchio ingresso. “Uno scempio non a Napoli ma al mondo”, scrisse Paolo Isotta su Il Fatto.

Le dimissioni di Nastasi, il cui incarico scade il 3 settembre, sono state un gesto elegante. Il “pupillo” di Renzi aveva compreso che, nonostante Lezzi gli avesse scritto per ribadirgli fiducia, non c’erano le condizioni politiche per proseguire. Su Bagnoli poi non hanno nascosto le loro mire gli esponenti leghisti napoletani guidati da Gianluca Cantalamessa: “Decideremo noi”, dichiarò a giugno il parlamentare di Salvini. Il governatore Pd Vincenzo De Luca era favorevole a una proroga di Nastasi ed ora è “preoccupato: il suo abbandono rischia di complicare i problemi”.

Le 5 lettere al Mit sul ponte: “I lavori vanno fatti in fretta”

La consapevolezza delle criticità del ponte Morandi da parte di chi aveva il compito di attuare interventi migliorativi per la sicurezza della struttura. È questa la rotta principale sulla quale naviga la Procura di Genova per individuare chiare responsabilità penali. Due, allo stato, i soggetti su cui lavorano i magistrati: Autostrade, ovvero l’ente concessionario, e il concedente ministero delle Infrastrutture e trasporti (Mit). Gli atti acquisiti due giorni fa (anche documenti Anas della prima concessione) e ancora ieri a Roma sono moltissimi. Si studiano per individuare l’emergere di questa consapevolezza del rischio. Ed ecco una prima importante novità registrata dalla Procura: cinque lettere che Autostrade invia al Mit e anche al Provveditorato interregionale e dove si chiede di accelerare l’approvazione del progetto di retrofitting da parte della Divisione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali del Mit. Ben cinque missive acquisite dalla Guardia di finanza e inviate nello stretto arco di tempo tra febbraio e fine marzo. Esattamente il periodo in cui il progetto “migliorativo” per la pila 9 (quella caduta) e la pila 10 è al vaglio del comitato presieduto dal provveditore Roberto Ferrazza. In tutte, con toni più o meno accentuati, si chiede di “fare in fretta”. In sostanza il progetto deve partire proprio per necessità urgenti di sicurezza del viadotto. Un’accelerazione singolare, rispetto all’assenza di lavori strutturali programmati negli anni precedenti. Il contenuto di questo carteggio è ritenuto fondamentale dai magistrati. Secondo la Procura si tratta di allarmi chiari.

A firmare parte di questa corrispondenza il dottor Michele Donferri Mitelli, direttore per la manutenzione di Autostrade, figura storica della società. Donferri partecipò agli inizi degli anni Novanta ai lavori sulla pila 11. Lavori migliorativi identici a quelli che dovevano partire a giorni sulle pile 9 e 10. Anche per questo tra i circa dieci soggetti di Autostrade individuati dagli investigatori già il 15 agosto scorso, allo stato solo Donferri è stato sentito dalla Guardia di finanza. Un verbale ritenuto fondamentale. Da un lato per importanti aspetti tecnici, dall’altro per alcuni passaggi cruciali dove il manager di Autostrade, rispondendo sulle responsabilità di un alert, recepito quantomeno in ritardo, scarica buona parte della colpa sull’attuale capo del Tronco di Genova Stefano Marigliani. “Era lui responsabile – ha spiegato Donferri – e aveva una grande autonomia di azione”. Uno scenario che assolverebbe, ad esempio, il Cda e lo stesso ad Giovanni Castellucci. Scenario che però non convince gli investigatori soprattutto dopo aver letto in modo minuzioso gli ordini di servizio di Autostrade che fanno emergere discrepanze con la ricostruzione di Donferri. Se non altro perché un appalto da 26 milioni di euro deve per regola passare in Cda per l’approvazione. L’altro braccio di questa complessa inchiesta è rappresentato dal Mit e in particolare dalla Divisione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali. Anche qui, come per Autostrade, la catena di comando è ben chiara e mette insieme ruoli e persone. Nessuno di loro al momento risulta indagato così come i manager di Autostrade. I sequestri terminati ieri sono stati, infatti, “presso terzi”.

Il punto è capire gli atti del ponte Morandi passati di mano al Mit. Non solo la relazione di Ferrazza, ma anche le lettere di allarme che avrebbe dovuto consigliare di chiudere il traffico sul ponte. La Guardia di finanza così ha iniziato dalla direzione generale retta da Vincenzo Cinelli, nominato nel ruolo da appena un anno. Da qui si è scesi alle altre divisioni. Ne sono state visitate sei su otto. Tra queste, la prima diretta da Bruno Santoro, membro della Commissione ispettiva, e delegato “alla vigilanza tecnico e operativa”. Dopo di lui è toccato a Giovanni Proietti responsabile della quarta divisione deputata “all’analisi investimenti”. Documenti sequestrati anche alla quinta responsabile dell’esecuzione degli investimenti. Di grande rilevanza la divisione “sulla qualità del servizio autostradale” che allo stato non ha responsabile e fa riferimento alla direzione generale. La catena di comando, però, si ferma qua e non va a interessare il Consiglio superiore dei lavori pubblici (operativo su appalti superiori a 50 milioni die uro), il cui presidente viene nominato su indicazione del ministro del Mit. La Guardia di finanza, poi, sta lavorando su tutti i cellulari sequestrati. Importanti i messaggi scambiati dai manager Autostrade e dai funzionari del Mit subito dopo il crollo e il cui contenuto è allo studio. Si lavora poi sulle email per individuare ancora una volta un’ammissione di consapevolezza di un rischio di “degrado progressivo” di tutti i materiali del ponte che l’ingegnere Morandi segnalò già nel 1981. Legata all’indagine è anche la questione demolizione. Ieri Autostrade ha presentato il suo piano al commissario Giovanni Toti. Si prevede di demolire il viadotto in 30 giorni e abbattere 150 appartamenti su circa 300. Ci sarà da capire chi eseguirà i lavori.

Dimissioni e drammi per il mancato invito della Boschi a Firenze

Ieri sera non c’era Maria Elena Boschi tra i tendoni della Festa dell’Unità delle Cascine, nel Fiorentino. Eppure è proprio la sua assenza la causa di un incidente diplomatico all’interno del Pd locale, culminato con le dimissioni della tesoriera del partito Lorenza Giani. I fatti: qualche giorno fa la stessa Giani aveva annunciato che Boschi – di solito invitata alla kermesse fiorentina – non sarebbe stata presente alla festa di quest’anno. “Abbiamo chiamato tutti i deputati e senatori – aveva spiegato Giani, che ha curato il programma della festa – eletti nei collegi fiorentini e lei è stata eletta in Trentino Alto Adige”. Parole che non sono piaciute al partito, subito schieratosi a difesa dell’ex ministra. Per questo, nei giorni successivi, Boschi era stata contattata comunque, nonostante Giani non ne avesse previsto l’invito, e soltanto l’agenda piena della deputata ha impedito la sua partecipazione alla festa. In ogni caso, come riportato dal Corriere fiorentino, Giani non ha preso bene la sconfessione da parte del partito e il giorno della vigilia dell’inizio della kermesse ha formalizzato le sue dimissioni da tesoriera.

Caro Veltroni, sui Cinquestelle anche la sinistra ha le sue colpe

Walter Veltroni è uno dei rari personaggi della politica italiana dotato di brillante scrittura e solida cultura. Purtuttavia mi perdonerà se, da lettore, faccio presente che il cuore (o forse la notizia) del suo intervento di 501 righe, pubblicato mercoledì scorso su Repubblica, io l’ho faticosamente scovato a riga 280.

Non mi fraintenda. Detesto (come chiunque conservi un’idea di civilizzazione) la comunicazione guttural salviniana del tipo: “La pacchia è finita”. So perfettamente che la propaganda semplificata l’ha inventata il fascismo, ancora visibile su qualche antico muro scrostato (“Il Duce ha sempre ragione”, “Taci il nemico ti ascolta”). Però, tra 5 parole e 2500, tra (per così dire) un rutto e un volume della Treccani sarà pure possibile un compromesso che consenta al comune lettore di un giornale – quello per intenderci che paga un euro e cinquanta – di capirci qualcosa?

Per venire al punto, ecco, quello che a me è parso il passaggio chiave del Veltroni pensiero, che l’autore raggiunge dopo avere elencato le malefatte del governo gialloverde e il rischio concreto di un’egemonia della destra estrema a guida Salvini. “Ma nei confronti dei cinquestelle la sinistra ha compiuto gravi errori. Ha cambiato mille volte atteggiamento, ha demonizzato e cercato alleanze organiche o viceversa, senza capire che molti di quei voti sono di elettori di sinistra. Che molti dei sei milioni di cittadini che avevano votato per il Pd nel 2008 hanno finito con lo scegliere i pentastellati o sono restati a casa. Un dolore profondo, un malessere che meritava molto di più delle piccole risse quotidiane o dei corteggiamenti subalterni. Molti di quegli elettori oggi sono certamente in sofferenza per il dominio della Lega sul governo, e ad essi, e a chi non ha votato, senza spocchia da maestrino, la sinistra deve rivolgersi”.

A questo punto, Veltroni affronta il “come” riconquistare, da sinistra, l’elettore perduto: con un Pd (leggo nel sommario) “che si apra a un progetto unitario che tenga insieme il sogno e il popolo, l’innovazione e l’orgoglio delle radici”. Progetto unitario, sogno, popolo, innovazione, radici. Parole alate, mi lasci dire, che non scendono mai sulla terra, nella vita di tutti i giorni. Utili come una giaculatoria in una chiesa deserta. Abituali nel linguaggio della sinistra quando per non sbilanciarsi si decide di gettare la palla in tribuna. Anche quando si è giunti a un passo dal fare gol.

Perché l’analisi di Veltroni sulla fuga di massa dal Pd è ineccepibile. Però, davvero può pensare che a quei tanti ex elettori, per ravvedersi e tornare a casa, sarà sufficiente una bella riverniciata al partito di cui egli è stato il fondatore (magari cambiando nome all’insegna)? E in fervida attesa di una ipotetica dissoluzione dei Cinquestelle ?

O non sarebbe invece il caso di considerare, qui e ora, che il Movimento – con tutte le sue fughe verso l’ignoto, i suoi estremismi infantili, le sua subordinazione all’uomo nero del Viminale – può aver messo solide radici in quel vasto terreno un tempo occupato dalla sinistra? Che nel cospicuo raccolto elettorale grillino non possano esserci solo i frutti avvelenati della rabbia?

Davvero Veltroni ritiene che la classe dirigente M5S sia composta esclusivamente da una massa di miracolati, incompetenti, incapaci e stralunati vari? Come sostenuto con una colossale fake news da quegli stessi cervelli (anche dell’informazione con la verità in tasca) che dunque si sarebbero fatti mettere nel sacco da quella stessa massa di miracolati, incompetenti eccetera?

Bel colpo. Da serio conoscitore della politica e di chi fa politica, Veltroni è sicuro che il governo sia stato occupato da una banda di ragazzotti senza arte né parte? Abbia la pazienza di dare una scorsa ai cv di queste nullità e avrà qualche sorpresa. Non sarà che, piaccia o no agli Orfini e ai Calenda, nella politica italiana è avvenuto un ricambio generazionale, come in tutte le democrazie che non vogliono incartapecorirsi nelle rendite di posizione?

Quanto ai valori della sinistra, giustamente conclamati nel suo articolo, può spiegare Veltroni per quale motivo, nella vicenda della Diciotti, quando contro il sequestro orchestrato dal truce ministro degli Interni è sceso in campo il presidente della Camera Roberto Fico a difesa di quei valori di solidarietà proclamati dal Pd, ebbene dal medesimo Pd si è levato un coro derisorio contro Fico come se le sue parole avessero scombinato il giochino a qualcuno?

Come se per il Pd (vecchio e nuovo) il nemico da abbattere fossero, come sempre nella peggiore storia della sinistra, più dell’estrema destra sovranista e razzista, i concorrenti sul proprio campo (ricorderà certamente la persecuzione dei “social-fascisti”: riformisti e socialdemocratici considerati negli anni Trenta dal Comintern molto più pericolosi dei fascisti stessi).

Come se il rapporto tra Pd e Cinquestelle risiedesse, come giustamente scrive, nell’alternativa secca: “Demonizzare o alleanza organica”. Come se non fosse possibile, senza “corteggiamenti subalterni” la ricerca di un terreno comune di dialogo (ahi che brutta parola). Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Poiché, caro Walter, alla luce del pericolo autoritario che tu paventi, la vera domanda è se oggi il mondo possa ancora essere diviso tra destra e sinistra. O non invece tra umani e disumani? O il mio è solo “linguaggio semplificato”?

Pensioni d’oro, ecco i (piccoli) numeri dietro l’ultima lite

Non ci sono solo le infrastrutture a dividere la maggioranza in questi giorni, c’è anche il taglio alle cosiddette “pensioni d’oro”. Qui le posizioni sono più di due: chi vuole una sforbiciata sugli assegni mensili da 4 mila euro netti, chi salirebbe a 5 mila e chi preferisce un contributo di solidarietà sui trattamenti da almeno 2 mila euro lordi in su.

Ipotesi 1. I capigruppo alla Camera Francesco D’Uva (M5S) e Riccardo Molinari (Lega) hanno presentato un disegno di legge: prevede la riduzione dell’assegno per chi ha un reddito superiore a 80 mila euro annui, 4 mila netti al mese (6 mila lordi). Il taglio non sarebbe parametrato ai contributi, ma all’età di pensionamento: prima si è lasciato il lavoro, più grande sarà il taglio dell’assegno. L’idea è stata stroncata da Alberto Brambilla, previdenzialista vicino alla Lega, il quale sostiene ci sia un rischio incostituzionalità del provvedimento, poiché agisce retroattivamente su diritti acquisiti. Il presidente di “Itinerari previdenziali” ha stimato che – per chi sia andato in pensione prima del 1996 a 59 anni e prende 82 mila euro l’anno – il taglio sarebbe di 306 euro annui che sale oltre i 12 mila euro per le pensioni da 160 mila euro. Riguarderebbe 80 mila pensionati con un gettito di 330 milioni.

Ipotesi 2. Brambilla suggerisce un contributo di solidarietà triennale sulle pensioni da 2 mila euro mensili lordi (1.580 netti) in su stimando un ricavo di 1,2 miliardi. L’ultima versione del contributo fu applicata dal governo Letta e giudicata costituzionale solo perché temporaneo. Ma agiva su assegni più alti.

Ipotesi 3. La proposta Brambilla è stata rigettata da Luigi Di Maio e dal leghista Claudio Borghi (il numero dei pensionati coinvolti sarebbe molto elevato, circa 3,6 milioni); Borghi propone il ricalcolo contributivo (eliminando la parte non coperta dai versamenti) per le pensioni sopra i 5 mila euro netti: coinvolgerebbe 123 mila persone. Secondo Felice Roberto Pizzuti, docente di Politica economica alla Sapienza, è un’ipotesi tecnicamente impossibile perché mancano i dati per ricostruire la carriera di migliaia di pensionati, ma se lo fosse permetterebbe di recuperare non più di 100 milioni di euro. Se invece del ricalcolo tagliassimo di netto la quota eccedente i 5 mila euro, fa notare il ricercatore Franco Mostacci, ricaveremmo comunque solo 280 milioni di euro.

Ecco a voi la “superstrada modello”, ma di quel che non si dovrebbe fare

Nata nel 2002 per realizzare un’autostrada a pedaggio di circa 94 chilometri da Montecchio Maggiore (Vicenza) a Spresiano (Treviso), Pedemontana veneta Spa è l’esempio di come le opere pubbliche non dovrebbero essere fatte. Inizialmente stimati in 1,8 miliardi, i costi sono lievitati, per ora, a oltre 3 miliardi (31 milioni a km), senza che sia stato steso nemmeno un chilometro d’asfalto di quella che nel frattempo è diventata una superstrada.

E l’idea iniziale di realizzare l’opera in project financing (sistema che fa molto modernità finanziaria, ma che in Italia non ha mai funzionato), cioè finanziata da enti che poi si ripagano grazie ai proventi del casello, si è trasformata in un ircocervo che drena risorse dei contribuenti, è criticato dalla Corte dei Conti ed è controllata da un commissario.

Per ora i soldi ce li ha messi solo la Regione: 245 milioni; nessun privato ha voluto scucire alcunché, nonostante la promessa di pedaggi assai alti. Il tracciato fin dall’inizio ha suscitato dubbi e critiche. Ma è tutta le gestione, a cominciare dagli aspetti finanziari mai risolti, che fa acqua.

Al principio l’azionariato del concessionario era misto pubblico-privato: l’autostrada Serenissima (nel cui capitale era presente il costruttore Mantovani, e la Argo finanziaria del gruppo Gavio), Autostrade (Aspi) dei Benetton, le Autovie Venete e gli istituti locali Antonveneta, Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno.

In Italia la consuetudine è che le proposte di opere pubbliche non le facciano lo Stato o le Regioni in base alle esigenze di mobilità, ma banche, costruttori e concessionari.

Nel 2004 la Regione Veneto dichiara l’opera di interesse pubblico e concede un primo contributo di 243milioni di euro a Spv (Superstrada pedemontana veneta, il nuovo nome della società), più un contributo annuale variabile per 30 anni modulato in base ai flussi di traffico. Insomma un meccanismo che mette il concessionario al riparo da ogni rischio di scarso traffico, e che incentiva le opere inutili. La società concessionaria passa nel giro di pochi anni dal controllo misto a quello privato, quello del consorzio Cps, che comprende costruttori come Impregilo e Adria infrastrutture.

Per continuare a finanziare la strada la Regione Veneto cerca di introdurre un’addizionale Irpef “temporanea”. Il motivo? L’aumento dei costi, frutto di previsioni di spese sottostimate e di traffico sovrastimato. Alla Cps subentra il gruppo ispano-italiano Sis (Sacyr e la famiglia piemontese Dogliani) che nel 2009 si impegnano a costruire la superstrada con i propri soldi (600 milioni), in cambio di una lunga concessione. L’affare però, ancora una volta, non decolla. Nel 2016 a seguire l’opera andata fuori controllo viene infine mandato un commissario, Silvano Vernizzi, che diventa di fatto il nuovo regolatore pubblico. A fine 2017 per provare a dare slancio all’opera ancora impantanata e coprire i costi nel frattempo lievitati, si lancia l’idea di un bond da 1,2 miliardi. Ma nessuno lo sottoscrive. Il 5 giugno scorso infine viene firmata la terza convenzione fra Regione e Sis. Remunerazione altissima (vedere articolo sopra) e un esborso della Regione fissato a 29 milioni di euro l’anno più Iva per quindici anni (532 milioni totali).

Il risultato è che il governatore Zaia garantisce i guadagni alla concessionaria mentre Regione e Stato si accollano il rischio dell’opera, come se fosse realizzata con un appalto tradizionale.

A evidenziare le molte anomalie è stata tra l’altro, nel marzo scorso, la Corte dei Conti. La critica riguarda le stime di traffico, un accordo finanziario arrivato fuori tempo massimo e il costo riversato in futuro sul contribuente veneto. È evidente che, al netto di ogni considerazione ambientale, il progetto non aveva molte basi di fattibilità economica e il committente ha voluto fin dall’inizio sgravare la società concessionaria dal rischio imprenditoriale, accollandolo tutto alla mano pubblica, il cui l’ultimo intervento è il nuovo prestito da 300 milioni, nel maggio scorso, da parte della Cassa Depositi e Prestiti.

Come era stata pensata, la Pedemontana veneta non sembra servire più, visto che è stato ammesso che dai 33mila veicoli giornalieri previsti si passerà (forse) a 18mila. Così, anziché studiare una via d’uscita, ad esempio una riduzione della lunghezza della tratta e la riduzione delle carreggiate, con minor consumo di suolo e minori costi, si vuole proseguire su una strada fallimentare. Con l’entusiasta supporto di Luca Zaia e Matteo Salvini.

La maggioranza che fa pure l’opposizione: i fronti aperti (finora)

Il peso delle differenze. Quelle che un contratto di governo ha provato a smussare ma che ora si scontrano con la realtà, per cui non potrebbero bastare mille clausole. Arriva innanzitutto da qui, la difficoltà attuale per il governo di Lega e Cinque Stelle.

E il primo tema è quello dell’immigrazione e della politica estera. Perché è vero, sulla strategia di mostrare la faccia feroce all’Unione europea Salvini e l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, sono assolutamente allineati. “La politica sui ricollocamenti non si porta avanti con modi gentili”, ha detto tre giorni fa al Fatto il capo del M5S, rivendicando la gestione della nave Diciotti. Ma il patto tra lui e il leghista scricchiola quando si parla di alleanze in Europa. Perché il Salvini che ha incontrato Orbán a Milano ha ribadito il legame col primo avversario di una revisione del Trattato di Dublino, quella che è da sempre il mantra del Movimento sull’immigrazione. Così non è solo per un problema di immagine se il M5S ha precisato nero su bianco che il leghista avrebbe incontrato il premier ungherese solo per suoi fini politici, senza rappresentare il governo (ma il ministro lo ha ricevuto in prefettura). E poi ci sono altre questioni. Come il rapporto con il presidente francese Macron, che ieri Salvini ha bollato come “un ipocrita chiacchierone”, a conferma del suo odio sempiterno. Mentre la capogruppo dei 5Stelle in Europa, Laura Agea, su La Stampa lasciava aperta la porta a un dialogo con il leader di En Marche!. Confermando che i 5Stelle guardano con curiosità a quel Macron a cui a dicembre Di Maio scrisse una lettera pubblica sul blog, quasi fosse un suo modello.

Ma le distanze rischiano di farsi crepe sulle infrastrutture, su cui Carroccio e Movimento hanno visioni e interessi più o meno opposti. Non a caso, fu il punto più controverso durante la scrittura del contratto di governo, con il Terzo Valico che entrò e uscì più volte dal testo, mentre dalle righe sul Tav sparì il riferimento alla sospensione dei lavori. A distanza di qualche mese, la linea Torino-Lione resta un nodo rovente su cui presto il governo dovrà dire parole finalmente chiare. Con il M5S che è convinto di convincere Salvini ad allungare i tempi e a cambiare il progetto, così da bloccarlo per inerzia. Ma lo scontro sulla Pedemontana veneta conferma che i due partiti di governo potrebbero litigare forte su tante altre opere.

Mentre già discutono sulle pensioni. Perché Di Maio non vuole intoppi sui tagli ai privilegi, veri o presunti. E allora, di fronte all’ennesima obiezione di un economista vicino alla Lega sul taglio alle “pensioni d’oro” (quelle dai 4 mila euro netti in poi, su cui non siano stati versati i contributi), ha alzato la voce: “Se qualcuno vuol dire che il contratto di governo non si deve attuare lo dica chiaramente, altrimenti si va avanti”. E ieri sera il capogruppo alla Camera Francesco D’Uva è stato quasi bellico: “Le pensioni d’oro saranno tagliate senza pietà”. Ma i dubbi del Carroccio, che spinge per un contributo di solidarietà, restano fortissimi. D’altronde va convinto, dicono, anche il ministro dell’Economia Tria.

E da qui si arriva alla principale partita, quella sulla legge di Stabilità. Con cui i 5Stelle vogliono approvare una versione pressoché integrale del reddito di cittadinanza (varrebbe 17 miliardi), perché Di Maio “sente” che non si può aspettare, pena il precipitare nei consensi dietro Salvini. La Lega però si aspettava una partenza molto più lenta e sostenibile sul reddito, solo con l’avvio della riforma dei centri per l’impiego. E intanto prepara una flat tax forte almeno per le imprese. In mezzo, tutta la battaglia sugli ulteriori sgravi contributivi (la ministra per il Sud Lezzi li vorrebbe estendere ancora per chi assume sotto Roma). Tria dovrà fare ordine, partendo dal suo no totale allo sforamento del 3%. Ma la quadra politica dovranno farla i partiti. E non basterà un pezzo di carta.

 

La nuova rissa Lega-5Stelle è sulla Pedemontana Veneta

Non solo Genova. Non solo quel maledetto ponte, con il carico di interessi e cattivi pensieri attorno alla sua ricostruzione. A incrinare il rapporto tra Lega e Cinque Stelle, dilatando la distanza su un punto già critico come quello delle infrastrutture, ecco il tratto veneto della Pedemontana: cento chilometri di autostrada che per il Carroccio (quasi) partito unico nella regione, sono un totem. Ma contro cui il M5S locale protesta a tutta forza, con il silenzio-assenso del Movimento nazionale, gridando al “regalo” del governatore leghista Luca Zaia al consorzio privato Sis (il costruttore piemontese Dogliani e gli spagnoli Sacyr, azienda della compagnia petrolifera Repsol).

“Se vi hanno fatto schifo i guadagni esorbitanti di Autostrade Spa non avete visto nulla, ai privati regalano un margine operativo di 8 miliardi, superiore perfino a quello di Autostrade”, scrive su Facebook il capogruppo regionale dei 5 Stelle, Jacopo Berti: proprio nel giorno in cui Matteo Salvini appare a Venezia per firmare il protocollo di legalità sui lavori con Zaia.

Strette di mano e sorrisi, che stridono con il Berti che invoca una revisione profonda dell’opera, “perché va fatta, visto che il Veneto ne ha bisogno, ma non certo così”. E sarebbe un’ulteriore modifica, “perché il contratto l’hanno già modificato tre volte, sempre più a favore per il concessionario privato”. Insomma, il Movimento locale fa muro: con la copertura di Roma, assicura Berti al Fatto, “perché ho sentito esponenti di governo del Movimento e mi hanno detto di andare avanti”.

E così spara ad alzo zero, contro un’opera che anche al M5S nazionale non piace per nulla. Anche se ricordarlo dritto ora aprirebbe un’altra crepa pubblica con Salvini, in una fase già delicatissima. E allora l’unica cosa che filtra da una fonte di peso è una formula di rito: “Come tutte le grandi opere, anche la Pedemontana verrà sottoposta all’analisi dei costi e dei benefici”. Sillabe gelide per rammentare che anche l’autostrada veneta non è da considerarsi un progetto chiuso.

La Lega, però, non intende mollare nulla sull’opera, il cui completamento è previsto nel 2020. E Salvini ieri lo ha ribadito con parole e presenza, giocando anche (indirettamente) di paragone con il caso di Genova: “Credo che un modello di compartecipazione pubblico-privato come quello veneto possa essere un modello anche a livello nazionale”. Tradotto: il Carroccio insiste per far ricostruire il ponte Morandi (anche) ad Autostrade. Contrariamente alla linea del Movimento e del suo capo politico Luigi Di Maio, che dalla società dei Benetton vuole solo soldi, e tanti. Ma di denaro, tantissimo, potrebbe prenderne anche il consorzio che sta realizzando la Pedemontana. Perché il margine operativo di 8 miliardi è pari al 66 per cento di quanto incasserà coi pedaggi: vale a dire che ogni 100 euro pagati al casello dagli utenti, la gestione al concessionario ne costerà solo 34. Un margine superiore a quello di Autostrade per l’Italia, pari al 62 per cento come calcolato dal Fatto.

E da qui si torna a Berti e al suo dito puntato contro Zaia: “L’autostrada in costruzione è il più grande regalo ai costruttori che l’Italia abbia mai visto. Costerà dieci volte più del previsto, e i cittadini dovranno pagare 13 miliardi tra tasse e tariffe, per un’autostrada che ne costa 2,5”.

Però il governatore veneto è un protagonista di quella Lega che a Roma governa con il Movimento. Così viene naturale chiedere a Berti quanto sia siderale la distanza tra 5 Stelle e Lega sulle grandi opere, già motivo di mal di pancia durante la stesura del contratto di governo. E il capogruppo del M5S replica così: “Io ero alla conferenza stampa di Salvini e Zaia, e ho sentito dire al ministro dell’Interno che il governo vuole tagliare le unghie a tutti i concessionari privati e ai loro enormi profitti. E allora faccia quanto predica, spiegando al suo governatore fuori controllo che il contratto per la Pedemontana va modificato, sia dal punto di vista dei costi che da quello ambientale”.

Perché il cantiere, sostiene il Movimento, passa per una discarica abusiva. “Una falsità, carte alla mano” hanno sempre replicato Regione e i costruttori. Ma Berti insiste: “Loro parlano di discarica già segnalata, ma l’area è molto più ampia ed è colma di rifiuti. È venuta anche Report a filmare tutto”. E allora, che si fa? “Andrò avanti chiedendo di cambiare la concessione. Non mollerò mai, come non ho mai mollato in questi anni. E nel M5S lo sanno”.

Ma la partita sulla Pedemontana è impervia per i 5 Stelle. E da Roma lo ammettono: “Salvini non pare volersi stracciare le vesti sul Tav, che per noi resta un problema. Ma in cambio potrebbe pretendere di non sfiorare le altre opere”. Pedemontana in primis. Nonostante Genova.