Molto fumo, niente arresto

Quando il ministro dell’Interno Salvini si appunta al petto come medaglie le imputazioni che gli contesta il procuratore di Agrigento, ha torto marcio: un conto è proclamarsi innocenti, un altro è contestare il potere giudiziario che fa solo il suo lavoro in presenza di notizie di reato. Quando il ministro dell’ Interno Salvini domanda perché lui è stato subito indagato per la nave Diciotti, mentre per il ponte di Genova non lo è stato ancora nessuno, dice una sciocchezza: la Procura di Agrigento non c’entra nulla con quella di Genova e soprattutto i due casi sono molto diversi. Nell’uno si discute degli ordini di un ministro, che lui stesso ha rivendicato come suoi, dunque si è identificato da solo; nell’altro bisogna prima accertare le cause e le concause del crollo e i vari livelli di responsabilità: gli indagati non si iscrivono “’ndo cojo cojo”. Quando il ministro dell’Interno Salvini e i suoi fan invitano i magistrati a occuparsi dei “veri reati”, delirano come B. che considerava “veri” solo i reati altrui e falsi solo i suoi: peccato che in Italia i pm abbiano l’obbligo di indagare su tutte le notizie di reato.

Tutto ciò premesso, giunge notizia che a Rimini è stato arrestato un bengalese, venditore di rose nei ristoranti, con l’accusa di aver violentato per strada una turista danese. E, al momento del fermo, s’è scoperto che il tizio è in Italia con un permesso di soggiorno che lo classificava come regolare lavoratore con contratto subordinato (quindi fondato su un falso) e, soprattutto, che dal 1999 a oggi aveva collezionato tre denunce per violenza sessuale: due ai danni di donne maggiorenni e una su una minorenne, più una per oltraggio a pubblico ufficiale. Ma la sua fedina penale è immacolata, perché nessuno dei processi a suo carico s’è ancora concluso con una condanna definitiva. Il sindaco pidino di Rimini chiede ai magistrati e alle forze dell’ordine che ci faccia a piede libero un signore con quel curriculum: dovrebbe rivolgersi ai suoi compagni di partito, che in 25 anni, in combutta col centrodestra, non han fatto altro che limitare la custodia cautelare fino a renderla difficilissima, se non impossibile, salvo che per reati di sangue, mafia e terrorismo (leggere il libro Giustizialisti dei giudici Ardita e Davigo, ed. PaperFirst, per credere). Intanto a Jesolo è stato arrestato un senegalese con l’accusa di aver stuprato in spiaggia una ragazza di 15 anni. Lui di precedenti penali (condanne definitive) ne ha più d’uno – furto, atti osceni e resistenza a pubblico ufficiale – e il suo permesso di soggiorno è scaduto nel 2013.

Infatti nel 2015 è stato espulso (per finta, ci mancherebbe). Ora che l’hanno ribeccato, sarebbe l’occasione per cacciare il pregiudicato dall’Italia. Ma non si può, perché ha fatto un figlio con una donna italiana, ha presentato ricorso contro l’espulsione e si attende che le autorità amministrative si pronuncino sul suo caso: nel frattempo resta qui e, se son vere le accuse documentate dalle immagini di una telecamera per strada, continua a delinquere. Salvini twitta sdegnato: “Questo verme non può essere espulso”. E ha ragione da vendere, o meglio l’avrebbe se fosse ancora un leader di opposizione anziché il ministro dell’Interno e il numero due del governo, che i problemi deve risolverli, non denunciarli. Il contratto M5S-Lega promette “certezza della pena” e “rimpatrii” di immigrati irregolari. A parte il sacrosanto stop alla legge svuotacarceri dell’ex ministro Orlando, nulla s’è ancora fatto in proposito. I rimpatrii sono lunghi e costosi, oltreché in gran parte impossibili perché al momento solo quattro Stati africani hanno accordi in tal senso con l’Italia. Ma, in attesa di riacciuffare tutti i clandestini (circa 600 mila) desaparecidos per l’Italia e rispedirli nei rispettivi Paesi – impresa che richiederebbe una trentina d’anni e chissà quanti miliardi – si potrebbe cominciare con i pregiudicati, che già in base alla legge Bossi-Fini possono essere espulsi per scontare la pena in patria.

Poi c’è la custodia cautelare, che i governi di destra e di sinistra hanno ridotto al lumicino per salvare dalla galera i delinquenti di casa propria. Basterebbe tornare alle regole procedurali del 1992, l’anno di Mani Pulite, quando bastavano i gravi indizi di reato e il pericolo o di fuga, o di ripetizione del reato o di inquinamento delle prove per mettere dentro un indiziato durante le indagini e i processi. E al contempo riformare la prescrizione, che non è solo effetto ma soprattutto causa delle lungaggini processuali, e metter mano a misure stranote e stranecessarie per deflazionare il contenzioso e snellire i dibattimenti. Ieri abbiamo scritto che il governo, se Salvini non esce dai panni del Cazzaro Verde per diventare un ministro che amministra, se i gialli e i verdi non la smettono di litigare su tutto, ha i mesi contati. Ma in questi pochi mesi qualcosa di buono si può fare. E in quel qualcosa c’è anche una sterzata decisa che metta finalmente le vittime, anziché i colpevoli, al centro del sistema giustizia. Gli stupri non sono un’esclusiva dei migranti (l’ultimo, a Parma, pare sia opera di un ricco e italianissimo imprenditore e del suo pusher): ma quando a commetterli sono figuri che non dovrebbero stare in Italia e invece ci stanno a causa di procedure confuse e di leggi assurde, è inevitabile che l’indignazione popolare, col solito contorno di razzismo e giustizia fai-da-te, si moltiplichi. E che si scarichi sulla magistratura, anziché sui politici che hanno loro legato le mani. Politici che – vedi la Lega di Salvini&C. – quelle leggi ha votato o addirittura promosso, e ora non solo non pagano alcun prezzo di impopolarità. Ma riescono addirittura a lucrarvi altri voti. Dopo il danno, la beffa.

Le donne hanno fatto film: un doc lo prova

“La maggioranza dei film è diretta da uomini. Ma da quando il cinema esiste migliaia di donne scrivono e dirigono dei film, e alcuni sono fra i migliori. Cosa possiamo imparare da loro? Proviamo a riguardare e rileggere la storia del cinema da un punto di vista diverso, quello delle donne che l’hanno fatto e lo stanno facendo”.

La dichiarazione cristallina è di Tilda Swinton ed è l’incipit programmatico di un’opera monumentale e unica nel suo genere: un doc di 16 ore dedicato alla storia della settima arte fatta dalle donne, Women Make Film. Prima sorpresa: a idearlo, scriverlo e dirigerlo è un uomo, il britannico Mark Cousins che già ha in curriculum l’inarrivabile The Story of Film: An Odissey (2011) di altrettante ore. Seconda sorpresa: la prima parte (4 ore) del documentario monstre (che è un work in progress) è nel programma della 75esima Mostra veneziana, sì proprio quella del “maschilista” Alberto Barbera. Un gioiello – anche dal punto di vista concettuale – di cui quasi nessuno ha finora parlato e del quale tutte le associazioni femminili presenti al Lido (Dissenso Comune e Women in Film) devono andare fiere, perché la loro storia sta per essere rivisitati, rievocati e celebrati. Forse sarà bello ringraziare la curiosità e la tenacia di Cousins per il suo “documento” quando venerdì sarà festeggiata la firma della Carta per la parità e l’inclusione nei festival di cinema, audiovisivo e animazione promossa dal movimento internazionale “5050 by 2020” fra Dissenso comune con Women in Film e la Biennale di Venezia, la Mostra, le Giornate degli Autori e la Settimana Internazionale della Critica.

Entrando nel “vivo” dell’epico progetto, prodotto dal coraggioso John Archer, va detto che nel ruolo di narratrice “troneggia” non solo la citata Tilda Swinton (anche executive producer accanto a Clara Glynn) ma anche Jane Fonda: seguiranno altri nomi di celebri “female cinema workers” che la produzione ancora non annuncia. La struttura del documentario dal sottotitolo A New Road Movie Through Cinema è organizzata in 40 capitoli, ciascuno portatore di un titolo emblematico (nella sua sintesi fra il mondo del cinema e quello delle donne, un universo che lo stesso cineasta e storico/archivista ha definito come “una rivelazione”, non nascondendo egli stesso di sentirsi indignato dopo aver scoperto questi gioielli. “Sentitevi liberi di arrabbiarvi perché alcuni di questi grandi film sono stati finora trascurati” è l’invito che Cousins. Duro almeno quanto il presidente della Giuria Guillermo del Toro: “C’è un vero problema a livello culturale che va risolto. La questione non sono le quote ma capire a fondo il problema”.

Come siamo evoluti: da doppi “sapiens” a tripli “stupidus”

Pubblichiamo un estratto del nuovo libro dello psichiatra Vittorino Andreoli.

Nell’Origine delle specie di Charles Darwin (pubblicato nel 1859) l’uomo è posto all’apice dell’albero della vita con la definizione di Homo sapiens sapiens. Mi ha sempre colpito la ripetizione di sapiens, un rafforzativo legato, credo, al salto evolutivo della nostra specie che, rispetto a quello delle precedenti, deve essere subito apparso eccezionale, forse miracoloso. Considerando il significato del termine sapiens, tuttavia, questa sottolineatura appare del tutto ingiustificata, poiché il sapiente dovrebbe essere colui che giunge al vertice dell’umanità con comportamenti privi di qualsiasi aporia.

La definizione di Homo sapiens sapiens appare, dunque, emotiva e priva di significato letterale. Suona più come: “Sa tutto e altro ancora”. […]. Partendo da queste osservazioni, c’è chi ha persino criticato le tappe evolutive darwiniane mostrando che, se venissero stabilite sulla base di specifiche funzioni (come quelle citate), la specie umana non si troverebbe affatto all’apice dell’albero della vita. […] A esprimere la sproporzione terminologica di quel doppio sapiens, è tuttavia l’uomo del tempo presente, che sembra essere smarrito e avere perduto quel beneficio della neocorteccia che giustifica per gli antropologi la generosità di quel doppio sapiens. Si ha l’impressione che oggi l’uomo abbia messo a riposo la neocorteccia rinunciando a quel salto evolutivo che lo distacca dagli altri primati, come gli scimpanzé e, in particolare, i bonobo, che hanno raggiunto l’abilità di reggersi sugli arti inferiori, di potersi così guardare in faccia, accoppiarsi frontalmente (e non per monta) e persino baciarsi sulla bocca. Questa ipotesi regressiva non è fantasiosa: basta tenere conto dell’importanza raggiunta dalle tecnologie digitali, che rappresentano una vera e propria protesi del cervello e delle sue funzioni mentali. Ne può derivare una messa a riposo della neocorteccia con la delega a svolgere le sue funzioni alle “macchinette” digitali. A dare una grande spinta alla nostra critica, è proprio l’osservazione di comportamenti dell’uomo che in nessun modo possono essere fatti rientrare nell’ambito della sapienza. Quel che si constata è che non si tratta di errori casuali o voluti all’interno di comportamenti dominanti positivi, ma di un vero e proprio errore strutturale che diventa pertanto comportamento precipuo, esclusivo, regola. È per questo che l’aggettivo sapiens si dimostra del tutto inadeguato, rendendo invece corretto il ricorso a un termine antinomico: stupidus, Homo stupidus. Per simmetria, poi, occorre sottolinearlo due volte: Homo stupidus stupidus. Se si tenesse conto del livello di stupidità, si sarebbe anzi tentati di triplicarla per avere la certezza che, indipendentemente dal luogo in cui la specie Homo vada posta nell’albero della vita, non incontri alcuna concorrenza.

La parola “stupido” va usata nella sua espressione latina, stupidus, non solo per rispettare la consuetudine della terminologia antropologica, ma per distinguerla dal senso popolare che possiede in italiano. È considerato stupido chiunque non abbia, in una data circostanza, tenuto conto della realtà, e che si sia comportato in modo poco o per nulla intelligente. Dal punto di vista etimologico, stupidus contiene la stessa radice di “stupore”, termine che descrive una sensazione inattesa e persino incredibile, che lascia cioè attoniti, sbalorditi. Incredibile che un uomo possa comportarsi in quel dato modo, ma incredibile soprattutto che lo possa fare una comunità intera, un popolo. […] Ed è questa stupiditas che ora ci proponiamo di mostrare analizzando dapprima la Distruttività, poi La caduta dei princìpi che sono a fondamento della civiltà occidentale e, infine, descrivendo le caratteristiche dell’Uomo senza misura.

“Omicidio di Stato” a Venezia, sotto la Luna

“Quello di Stefano Cucchi è un omicidio di Stato, la giustizia non ha preso posizione e di certo lui non è caduto dalle scale”. J’accuse di Jasmine Trinca, ovvero la sorella Ilaria, sottoscritto da Alessandro Borghi, un devastante Stefano per cui ha perso 18 chili: interpretano Sulla mia pelle, diretto da Alessio Cremonini e dedicato agli ultimi sette giorni di Cucchi, morto il 22 ottobre 2009 nel reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, il 148° decesso in carcere in un anno che ne conterà 176. Apertura di Orizzonti alla 75esima Mostra di Venezia, dal 12 settembre in 190 Paesi su Netflix e in una trentina di sale italiane – la concomitanza streaming-theatrical è indigesta agli esercenti – col coproduttore Lucky Red, “non è film che giudica ma racconta, girato – precisa Cremonini – come se fossimo degli investigatori”.

Borghi di Cucchi punta “l’omertà, che è forma mentis di borgata: quando ci sono di mezzo le guardie non si parla”, Trinca parla di “tragedia che riecheggia l’Antigone, storia di uno e di mille”, entrambi stigmatizzano la mancata assunzione di responsabilità, la collettiva omissione di soccorso che ha fatto di Stefano una vittima, peggio, un rifiuto umano. E c’è un’inquadratura, nel trasferimento in autoambulanza da Regina Coeli (tutto ricostruito, anche le riprese all’esterno del carcere sono state impedite) al Pertini, che ha un voltaggio disperatamente metaforico: Cucchi/Borghi immobilizzato sul lettino, la scritta “rifiuti” a sovrastarlo. Un rifiuto di cui liberarsi, giacché nelle 168 ore dall’arresto alla morte, 140 persone tra carabinieri (cinque stanno per affrontare il primo grado di giudizio) e giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici e infermieri (processati e assolti) entrano in contatto con Stefano, pochi capiscono il dramma che lo sta consumando, e “nessuno – affonda Borghi – alza il telefono per aiutarlo, ma solo per levarsi d’impiccio: non è un problema che riguardi la divisa indossata, bensì gli esseri umani”.

Ancor più nell’odierna deriva social: “Giudicare è diventato una moda: ‘Sei drogato, mi fai schifo’. Non fosse stato tossicodipendente Stefano, oggi sarebbe ancora qui e noi non parleremmo del film”. “Non so come tu ci sia riuscito ma sei uguale”, gli ha detto la vera Ilaria, ed è quello deperito e violentato, offeso e vilipeso di Cucchi/Borghi un corpo contundente le nostre coscienze: l’abbiamo conosciuto in fotografia sventrato e ricucito sul lettino autoptico, lo ritroviamo ora per interposta finzione civile, e sono immagini che chiamano in causa, con Trinca, “una filiera di irresponsabilità: non ha ricevuto alcun sguardo pietoso, e forse è la normalità delle nostre carceri”. Immagini-precipitato di un’indifferenza colpevole, immagini-precipizio di un’umanità a scomparsa, Sulla mia pelle le congiunge per asindeto, con una rappresentazione piana, semplice, che rischia persino di cadere stilisticamente nell’indifferenza che condanna. Non racconta quel che chi si sia interessato al caso Cucchi non sappia, ma “è un film che è un atto dovuto: non semplice cronaca, ma riappropriazione della realtà”. Nel cast anche Max Tortora (dopo La terra dell’abbastanza altro ruolo che gli rende giustizia) e Milvia Marigliano, alias i genitori di Stefano, Borghi conferma dedizione, profondità e resa, Trinca di essere meglio a bassi giri, e per inaugurare Orizzonti non c’è male, anzi.

Analoga incombenza per il Concorso è toccata a First Man, seconda apertura veneziana in tre anni per il 33enne Damien Chazelle, enfant prodige in purezza: di La La Land (2016) ritrova Ryan Gosling, nonché il compositore Justin Hurwitz, ma la musica è cambiata, e così l’immaginario. Sulla Luna, Neil Armstrong (Gosling) non va perché sogna, ma perché deve; non va per piantare la bandiera stelle e strisce, ma per dare estrema sepoltura alla figlioletta morta di cancro: “Una sorta di documentario familiare”, nelle intenzioni di Chazelle, con protagonista “non un eroe o, meglio, Neil non si riteneva tale. Era una persona umile come molti astronauti, ma io – dice l’antidivo Gosling – li ritengo straordinari: pilotano aerei per scoprire se sono in grado di volare”. Produttore esecutivo Steven Spielberg, nel cast l’ottima Claire Foy (The Crown) per l’assertiva consorte Janet Armstrong, First Man arriverà sui nostri schermi il 31 ottobre, e merita senz’altro di essere visto: maturo quanto indomito, Chazelle capitalizza creativamente l’exploit La La Land, travestendo da success-story lunare una raggelata elaborazione del lutto formato famiglia. Certo, nel manuale ingegneristico indugia, strizza l’occhio perfino allo steampunk e alla precaria fratellanza degli spacemen, ma sopra tutto realizza un dramma sui reduci, come appunto andrebbero appellati gli astronauti.

Il 20 luglio 1969 non alluna un americano eroe, ma un essere umano sopravvissuto due volte, alla morte della piccola e al decennio di spedizioni, esperimenti e fallimenti che porta all’Apollo 11. Perché Chazelle guarda la luna, ma vede l’uomo.

Quel Gatsby corrotto dall’amore e dai party

“Adoro le grandi feste; sono così intime, in quelle piccole non c’è nessuna privacy”: con queste parole la cinica giocatrice di golf Jordan Baker benedice i grandiosi e stravaganti party che il misterioso Jay Gatsby è solito dare in estate sull’isola di Long Island.

Ne Il Grande Gatsby, film del 2013 tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald e diretto da Baz Luhrmann, Jordan non è l’unica ad apprezzare l’eccentricità dei party organizzati da Gatsby, interpretato da Leonardo DiCaprio, la cui figura affascina molti per l’apparente onnipotenza e per l’alone di mistero che la circonda.

Sono in pochissimi infatti ad avere anche solo visto l’eccentrico businessman; chi l’ha fatto, come Tom Buchanan, non può dire comunque di conoscerlo perché ogni volta Gatsby, grande affabulatore, racconta una versione diversa della sua vita. Affascinante, ma anche invidiato e guardato con sospetto, l’uomo continua a dare le sue feste senza che nessuno riesca a capirne il reale obiettivo, tanto che in molti ne parlano come di un corrotto.

Alla fine, però, anche l’apparentemente sovrumano Gatsby si rivela preda di sentimenti spiccioli, come un innamorato qualunque, e ammette di organizzare i tanto chiacchierati party nella speranza di rivedere – come poi effettivamente accadrà – Daisy, la donna amata, con la quale ha avuto una relazione cinque anni prima e per la quale l’infatuazione non è mai scemata.

La scoperta suscita sorpresa in chiunque abbia avuto a che fare con l’ambiente onirico e surreale di Gatsby. Tocca all’amico e narratore Nick Carraway spiegare laconico: “Tutti andavamo a casa di Gatsby spettegolando sulla sua corruzione. Mentre lui, ritto in mezzo a noi, stava solo nascondendo il suo incorruttibile sogno”. D’amore, of course.

Non hai il coraggio di dire al capo che ti licenzi? Una app lo fa per te

Giappone, dicembre 2015. Matsuri Takahashi ha 24 anni ed è impiegata alla Dentsu, una delle agenzie pubblicitarie più famose del Paese. Assunta ad aprile, Matsuri viene costretta a una media di 105 ore mensili di straordinario. Per otto mesi riesce a reggere quel ritmo infernale poi crolla e si toglie la vita. Il suo suicidio fa scalpore: scatta subito un’indagine dei ministeri del Welfare e della Salute e, dopo poco Tadashi Ishii, titolare della Dentsu rassegna le dimissioni. Fa anche di più e ammette pubblicamente: “Siamo spiacenti di non essere stati in grado di prevenire un’abitudine a orari eccessivamente lunghi per i nostri dipendenti. Me ne assumo la responsabilità e offro le mie più sentite scuse”.

Giappone, 2017. A Yuichiro Okazaki e Toshiyuki Niino viene in mente l’idea di lanciare una start up molto particolare, la Senshi S LLC.

Ossia una app che solleva i dipendenti, angosciati dalle fatiche lavoratrici e dall’incapacità di prendere decisioni, dall’imbarazzo di comunicare al proprio datore di lavoro l’intenzione di dimettersi. Pensano a tutto Okazaki e Niino. “Siamo qui – dicono – per offrire a tutti un senso di sollievo. Sappiamo quanto possa essere pesante dover abbandonare un lavoro”. La Senshi S LLC ha fissato anche le tariffe: 50mila yen (poco più di 380 euro) è il prezzo riservato all’impiegato a tempo indeterminato. Più contenuto il costo a carico del lavoratore part-time: 40mila yen (306 euro). L’economia giapponese è in crescita e sono molti ora a “ribellarsi” a condizioni di lavoro disumane: basta scrivere a Okazaki e Niino e poi c’è subito pronto un altro lavoro (magari pagato meglio e meno duro). Visto da qui sembra un film di fantascienza.

Gazzè in Versiliana. Una musica può fare la festa del “Fatto”

“Io ti aspetterò fosse anche per cent’anni!”, canta il Pizzomunno di Max Gazzè. Ma non sarà necessario aspettare un secolo per vedere il cantautore romano: domani, infatti, sbarca in Versiliana alla festa del Fatto Quotidiano. Sarà la penultima tappa, nonché l’ultima nel centro Italia, del tour dell’eccentrico artista nato a Roma nel 1967, che da agosto sta portando sul palco il suo ultimo lavoro Alchemaya, uscito il 9 febbraio per l’etichetta Universal.

L’album è un esperimento melodico che si propone di unire il suono di un’orchestra sinfonica a quello del sintetizzatore ed è in due dischi: il primo contiene undici brani inediti dal sapore esoterico (tema da sempre caro all’artista), il secondo, invece, ripropone le grandi hit, reinterpretate in chiave “sintonica” (un mix di sinfonico e sintetico, ndr), tutti brani che hanno fatto amare Gazzè al grande pubblico, come Sotto casa, Il solito sesso, La vita com’è, più l’inedito La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, presentato all’ultimo festival di Sanremo, in cui ha ottenuto la sesta posizione.

Alchemaya è stato definito dall’artista “un vero e proprio ‘concept’, che nasce dalla mia ricerca personale negli ultimi vent’anni su temi di storia, filosofia, fisica quantistica e dalla mia ricerca spirituale”. Il disco rappresenta una specie di ritorno alle origini, con un piede, però, già nel futuro: Gazzè, non a caso, ha studiato direzione di orchestra e qui si propone di maritare la Bohemian Symphony Orchestra di Praga – un ensemble di 50 elementi diretto dal Maestro Clemente Ferrari – con i moderni sintetizzatori di Roberto Procaccini. Un’unione suggellata anche nel titolo Alchemaya, che sta appunto a indicare la “fusione fra i due mondi musicali”, la classica e il pop, solitamente agli antipodi e non comunicanti fra loro.

Viste le premesse dell’operazione, il concerto, dal vivo e su un palcoscenico, promette faville, considerata anche la preziosa presenza dell’orchestra del Maestro Ferrari: le date del tour, infatti, non hanno deluso e sono andate finora tutte esaurite. Già alla prima tappa, il 5 agosto, nella suggestiva cornice delle terme di Caracalla a Roma, il pubblico di oltre quattromila persone ha riservato una standing ovation all’artista, che ha poi confessato al Fatto di essersi commosso per la reazione inaspettata: “Una delle emozioni più belle da poter vivere”.

Dalle Terme l’artista si è spostato allo Sferisterio di Macerata dove ha nuovamente conquistato gli spettatori, rapiti in particolare dall’affascinante e coinvolgente interpretazione di Una musica può fare: qui c’è stata una seconda, clamorosa standing ovation, cui è seguito il terzo sold out nella storica location del Teatro Antico di Taormina. In Sicilia il musicista ha impreziosito la performance con effetti pirotecnici e giochi di luce, che hanno trasformato uno dei teatri più belli d’Italia in uno scenario incantevole, quasi soprannaturale.

Ciononostante l’artista – come confermato dalla collega Levante a lui molto vicina – “non se l’è mai tirata” e ha inoltre raccontato, sempre al Fatto, di non sentire alcun tipo di pressione prima di salire sul palco. Al contrario, il cantautore e bassista va in crisi solo in un’unica occasione: al supermercato, davanti allo scaffale, quando è costretto a scegliere il detersivo giusto.

Forse, proprio questa originalità spiazzante è il segreto del successo di Gazzè, che, tra una standing ovation e l’altra, domani si esibirà per la penultima volta, ultima nel centro Italia, nel suo tour Alchemaya alla festa del Fatto. Il trionfale tour si concluderà nella prestigiosissima cornice dell’Arena di Verona il 2 settembre, mentre la tournée europea, intitolata La Favola di Adamo ed Eva, partirà il 18 ottobre da Parigi per chiudersi a Barcellona il 10 novembre, passando per Berlino, Madrid, Londra…

Detersivi permettendo.

“Mentre la Tv cantava”, il Gruppo si spaccava

Non era solo una canzonetta, era un messaggio politico camuffato sotto garrula melodia: Tropicana del Gruppo Italiano fu il tormentone dell’estate 1983 (insieme a un’altra hit fintamente disimpegnata, Vamos a la playa dei Righeira). Il brano è sopravvissuto, la band no: addirittura si sciolse due anni dopo il successo, nel 1985. Durata di vita: un lustro scarso.

“Eravamo il classico gruppo anni Ottanta: cinque anni di contratto e poi ognuno per la sua strada. Io sono rimasto nel mondo della musica, lavorando per oltre trent’anni per la televisione: ho composto sigle, ho fatto sit-com, fiction… Adesso ho 60 anni (compiuti il 2 luglio scorso, ndr), sono un pochino più tranquillo, e va bene così”, racconta Chicco Santulli, arrangiatore, compositore, chitarrista e produttore, nonché ex membro del Gruppo Italiano insieme con Patrizia Di Malta, Raffaella Rivas, Gigi Folino e Roberto Bozo Del Bo.

Inizialmente noti con il nome di Randa – che in milanese significa “randagi” – i componenti della band erano sette, scesi poi a cinque nel 1980, anno del battesimo ufficiale come “Gruppo Italiano”: da subito si fecero notare dai grandi della scena musicale, come Mogol, Renzo Arbore, Oscar Prudente e Mara Maionchi, che produsse il loro primo album nel 1982, Maccherock. La fama arrivò l’anno dopo, nell’estate del 1983, con il singolo Tropicana inciso dalla Ricordi, cui seguirono due album (Tapioca manioca nell’84 e Surf in Italy nell’85) e diverse partecipazioni ai festival: Un disco per l’estate, Sanremo (con Anni ruggenti), Festivalbar (con Il treno del caffè e Sole d’agosto). Nell’85 il Gruppo si sciolse – per poi riunirsi eccezionalmente nel 2001 come concorrente della trasmissione televisiva La notte vola.

La tv è stata, in tutti questi anni, la casa madre di Santulli, autore di sigle di telegiornali, della Corrida, Scherzi a parte, La ruota della fortuna e tanto altro. “La pensione non ce l’ho, e non l’avrò nemmeno… Diciamo che rispetto al passato faccio il musicista con una frequenza diversa: questo non è un lavoro con cui puoi tirare avanti fino a cent’anni. Il mercato è molto cambiato, e quello di oggi mi interessa meno. La discografia è ridotta al lumicino: sforna solo ‘personaggi’, ma non funziona. I rendiconti di Spotify sono davvero poca cosa rispetto alle vendite dei dischi nel passato”.

Lei ha mai fatto un doppio lavoro per campare? “No, ma è vero che questo mestiere non ti fa sempre ricco: anche quando eravamo popolari non giravano tanti soldi. Io sono stato fortunato: ho vissuto di musica e ho tirato su i miei figli con questa”.

Quanto alle “meteore”, né ci si sente, né vuole sentirne parlare: “Capisco l’etichetta, ma la trovo ingiusta: ogni cosa ha il suo tempo. Negli anni Ottanta abbiamo tracciato una strada, un piccolo solco, abbiamo creato un sound che è stato importante: siamo stati qualcosa di più di una meteora, secondo me. Eppure, non mi sento la malinconia addosso: suono la chitarra, mi diverto. Ho un mio gruppo, andiamo in giro a esibirci nei locali per puro divertimento: la musica per me è nutrimento. Ci deve essere sempre. Poi, per carità, siamo un Paese in cui la cultura e l’arte non vengono considerate: il futuro non mi sembra un granché, non vedo grandi prospettive. Quindi saranno tutti delle meteore finché qualcuno non deciderà che è meglio laurearsi in economia piuttosto che fare il chitarrista in giro. Purtroppo, con questo mestiere, se ti va bene – e a me è andata bene – ti compri la casa, campi, fai i figli e tutto; se ti va male, ti ricordi di quando andavi in giro a suonare, magari autocommiserandoti”.

Dopo il successo, niente: per tutti è difficile smaltire i postumi della sbronza mediatica. “Certo. Devi avere una grande apertura mentale. E umiltà: capire che a un certo punto l’onda è terminata e, anziché piangerti addosso, rimboccarti le maniche. In questo momento nella musica, come in altre professioni, il self-made man è inconcepibile. Oggi puoi trovare un dirigente d’azienda ai vertici che ha 60 anni e magari non è laureato. Non accadrà mai più. Nella musica è lo stesso: chi suona a orecchio può fare qualcosa, ma oggi è il momento di gente che ha studiato. Se non hai know-how non puoi fare certe cose. Io sono un esemplare in via d’estinzione”.

Come giudica il panorama musicale attuale? “Un po’ terra terra. Ai mie tempi, negli anni Settanta, ascoltavamo il prog: una canzone durava 20 minuti. Oggi l’air play radiofonico te lo impedisce: in due minuti e mezzo devi già aver detto tutto; è la chiave del pop. È tutto cotto e mangiato, usa e getta. Oggi la vita di una canzone è molto breve, dura pochi mesi, e oltretutto la ripartizione dei guadagni sulle piattaforme di streaming come Spotify non è analitica, ovvero: se la mia canzone viene ascoltata da mille amici, non recepisco la percentuale su quei mille. Non funziona purtroppo così. L’algoritmo è a campione, complicato e obbliga gli artisti a essere sempre nella top list con brani ogni volta nuovi. Oggi non funziona più un disco ogni due anni, ma un singolo ogni tre mesi. Poi avanti il prossimo. Questo vale anche per i tormentoni estivi: il nostro Tropicana, invece, è tuttora un evergreen. A noi è andata male perché la carriera dei gruppi è ancora più difficile di quella dei solisti: chi ci riesce è bravo, e resta ancora lì, magari sciogliendosi e riprendendosi, oppure annunciando continuamente il fatidico, ultimo tour. Ma non rinnego nulla di quello che ho fatto. Uno dice ‘avrei potuto’. Certo, avrei potuto essere Paul McCartney, ma non è andata così”.

Fermato il presunto stupratore di Rimini. Aveva già tre denunce

Una turista danese di 26 anni è stata violentata, domenica all’alba, da un venditore abusivo di rose di origine bengalese – già denunciato tre volte per azioni simili – arrestato in meno di 24 ore dai carabinieri del Comando provinciale di Rimini. Solo poche ore prima, sabato pomeriggio, una turista tedesca aveva denunciato alla Polizia di Stato due italiani, di 21 e 23 anni, studenti della scuola per agenti di Brescia, per averla costretta ad un rapporto sessuale di gruppo.

È stata un’indagine lampo quella che lunedì ha portato i militari sulle tracce del cittadino del Bangladesh, 37 anni, venditore ambulante di rose, (L. M. M. le iniziali). Era stato già denunciato tre volte per violenza sessuale: due nei confronti di maggiorenni e una nei confronti di una minorenne. Proprio questi fatti hanno spinto il Comune di Rimini a chiedere perché girasse “libero e indisturbato”. Il 37enne è sottoposto a fermo, indiziato di delitto per il violenza sessuale sulla turista che, dopo aver passato la sera in giro per i locali col fidanzato stava tornando in hotel. Era sola perché aveva appena litigato col ragazzo.

Acido nell’acqua del collega, arrestata

Aver lasciato la bottiglietta d’acqua sulla scrivania per pochi minuti poteva essergli fatale. Quando è tornato davanti al pc dopo una pausa caffè, l’ha afferrata. L’ha portata alle labbra, ma al primo sorso ha sentito un fortissimo bruciore in bocca. Così ha sputato tutto, senza mandarne giù nemmeno un goccio. E se l’è cavata con qualche ustione alla lingua e tre giorni di prognosi. Salvi gli organi interni. Ma lui – 41 anni, dipendente dell’Eni di San Donato Milanese, alle porte del capoluogo lombardo – se l’è vista davvero brutta. La corsa d’urgenza in ospedale, mentre nel suo ufficio, in uno dei palazzoni di vetro della Metanopoli voluta da Enrico Mattei, arrivano quasi subito i carabinieri.

Perquisiscono le altre scrivanie dell’open space, aprono i cassetti. Da uno salta fuori una bottiglietta vuota: sembra tutto normale, ma ha un forte odore di acido. E accanto c’è una siringa. Il cassetto è quello di una collega, B. E. di 52 anni.

Gli uomini della stazione dei Carabinieri di San Donato controllano il suo smartphone. Nella cronologia ci sono ricerche fatte in rete sugli acidi, sulle loro conseguenze sulla pelle, pagine di Amazon dove si può acquistare per pochi euro un flacone di acido cloridrico, la sostanza corrosiva che risulterà presente, dalle prime analisi, sulle bottigliette. Un acido usato, ad esempio, per disincrostare cemento e ferro. Non certo per essere iniettato nella bottiglietta di un collega, approfittando di un momento in cui lui è fuori ufficio e gli altri sono in pausa o hanno lo sguardo fisso sul monitor.

La donna viene arrestata per tentato omicidio e atti persecutori. Nega tutto, ma gli elementi contro di lei sembrano schiaccianti. Alla bottiglietta e alla siringa nel cassetto si aggiungono gli appunti trovati a casa: scritti a mano, riportano nomi di acidi. Acido cloridrico, solforico e altri ancora. E poi alcune bombolette di vernice. E qui siamo alla seconda parte della storia, quella degli atti persecutori. Il dipendente Eni nei gironi scorsi aveva presentato una denuncia contro ignoti dopo aver ricevuto una serie di telefonate anonime ravvicinate. Alzava il telefono e dall’altra parte niente, muto. Strane chiamate simili a quelle arrivate pure a un’altra collega di 35 anni, che di denunce contro ignoti ne aveva presentate due nelle ultime settimane, raccontando anche di una lettera anonima di minacce. E di essersi ritrovata un giorno la porta di casa e l’auto imbrattate. Atti che i carabinieri ritengono collegabili alle bombolette spray, mentre i primi accertamenti fatti sulla sua utenza sembrano confermare che tutte le telefonate moleste sono partite dallo stesso cellulare: lo smartphone delle ricerche sugli acidi. Contro la donna qualche indizio era già stato raccolto dopo le denunce. Poi l’improvvisa accelerazione. Dietro ci sarebbero gelosie tra colleghi, rancori dovuti alla convivenza in ufficio sinora mai manifestati in modo esplicito. Forse qualche problema di depressione. Escluso per ora il movente passionale, per un gesto che poteva avere conseguenze ben più gravi.