Calcio, il bluff di Dazn tra trucchi e risparmi

Un bluff per i tifosi. Ieri, come si pronuncia Dazn. Oggi, come si maledice Dazn. È un attimo. Il telespettatore pagante ha sperimentato già l’ampia gamma di disservizi del gruppo inglese che, attraverso Internet, trasmette in esclusiva tre gare su dieci di Serie A: immagini sgranate, partite interrotte, ritardi anche oltre i 15 minuti, altro che diretta dai campi di gioco. Quello che il telespettatore pagante ignora, però, è che i dirigenti di Dazn sono consapevoli degli scarsi mezzi tecnici di cui dispongono. Per un semplice motivo: non hanno investito abbastanza per accogliere milioni di tifosi. Per adesso sono 700.000 gli italiani che hanno attivato il mese gratis per due visioni in simultanea a contratto.

Più fonti del settore spiegano al Fatto che Perform – la multinazionale che controlla Dazn – ha un rapporto ordinario (si legga, al risparmio) con Telecom, l’operatore nazionale di rete, e una filiera di “cdn” Akamai – i server per la consegna dei dati al cliente – insufficiente per mantenere le promesse al pubblico: la Serie A in alta definizione su televisori, computer, cellulari, cioè qualsiasi dispositivo connesso. “Non c’è differenza tra le gare su Dazn e un video live su Facebook di un utente”, chiosa una fonte che ha trattato con gli ingegneri di Dazn.

Per placare le proteste dei tifosi, dopo lo sciagurato esordio nel mercato italiano con Lazio-Napoli, James Rushton di Perform ha assicurato il telespettatore pagante e ormai furibondo: lavoriamo con Telecom per perfezionare la piattaforma Dazn. Il lavoro non è concluso, perché non è davvero mai cominciato. Perform e Telecom hanno trascorso assieme parecchie mattine in parecchie riunioni: invano, zero acquisti, zero novità. Così la scorsa settimana, per l’anticipo del sabato Napoli-Milan, Dazn ha provato con il “nero”: schermo bloccato per guadagnare minuti preziosi e “bufferizzare” – caricare la partita in differita sulla memoria temporanea – il dispositivo e ridurre le pause. Non ha funzionato. E i tifosi di Parma-Juve, l’evento di Dazn per la prossima giornata di campionato, non saranno più fortunati. Va cerchiata in rosso la data del 26 dicembre: l’intera Serie A in un’unica fascia oraria, un festivo fra i festivi, e Dazn ha Inter-Napoli. Con le attuali condizioni il sistema può collassare. Allora Dazn è masochista? No, persegue una strategia. Finché non capisce quanti italiani restano incagliati al contratto – che può essere disdetto, ripetiamo, dopo un mese – non fa spese a lungo termine. È accaduto già in Giappone, Germania, Canada: lì Internet va veloce e arriva ovunque. Al momento, Dazn ha 700.000 clienti in Italia: forse hanno aspettative troppo basse. Anche perché recuperare il denaro speso in Italia con 700.000 telespettatori paganti a 109,89 euro ciascuno all’anno – reclutati pure con i patti commerciali con Sky Italia, Mediaset e la stessa Tim – è logicamente azzardato.

Perform ha conquistato all’asta un pezzo di Serie A per un triennio a 579 milioni di euro, più altri 66 per la Serie B.

I ricavi nel mondo di Dazn, nel 2017, erano di 100 milioni: la metà dei soldi garantiti alla Lega Calcio per una stagione (193). Complicato reperire risorse in Italia. Il miracoloso avvento di Dazn ha soddisfatto un paio di esigenze. Quella dei padroni del pallone di incassare più quattrini per non affondare. Quella di Sky di svolgere il ruolo di monopolista con un concorrente assai debole. Nessuno s’è chiesto cos’è Dazn, un modesto satellite di un gruppo che fa affari con le scommesse: offre una multitudine di informazioni agli allibratori per calibrare le quote. In cima a Perform c’è il russo Leonard Blavatnik, tra gli uomini più ricchi del Regno Unito con un patrimonio di 21 miliardi di dollari, passaporto americano, capo di Warner Music. L’Antitrust ha aperto un’istruttoria su Dazn e Sky. I colleghi dell’Autorità per le Comunicazioni pare siano ancora in vacanza, ma il commissario Antonio Nicita ha annunciato su Twitter che indagheranno. Con notevole ritardo. Come le partite su Dazn.

Chiede referendum sul leader, arrestato ex diplomatico

La richiesta di un referendum popolare sul ruolo del presidente Abdel Fatah Al-Sisi ha portato giovedì scorso all’arresto di Maasoum Marzouk ex diplomatico e già funzionario del ministero degli Esteri negli anni del regime di Hosni Mubarak (1981-2011). Da poco divenuto anche leader di un movimento politico da lui fondato, Marzouk è indagato dalla autorità egiziane per legami con la Fratellanza musulmana, storica organizzazione islamica messa al bando nel 2013, dopo la fine del governo di Mohamed Morsi. La coalizione dei partiti di opposizione, composta da formazioni laiche e di sinistra, ha ora chiesto il rilascio immediato di Marzouk, definendo il suo arresto “parte del tentativo di silenziare tutte le voci critiche” nei confronti di Al Sisi. Lo scorso 5 agosto, l’ex diplomatico ora in custodia cautelare, aveva invocato una manifestazione di protesta antigovernativa da tenersi in piazza Tahrir al Cairo: luogo simbolico da cui, a fine gennaio 2011, era partita la rivolta contro il trentennale regime di Mubarak.

Si parla di verità e giustizia. Ma interessano gli affari

Prima di Ferragosto, l’Eni ha annunciato l’approvazione, da parte delle autorità egiziane, dell’estensione di 10 anni dell’Abu Madi west development, 203 chilometri quadrati di concessione mineraria che comprendono il giacimento di Noors, nel delta del Nilo, uno dei più grandi del Mediterraneo, tre volte quello già gigantesco di Zohr, avviato in tempi da record nel marzo scorso. La nuova concessione è arrivata neanche un mese dopo la visita del neo vice premier Matteo Salvini che, dopo le dichiarazioni di prammatica sulla necessità di far luce sul caso di Giulio Regeni, aveva detto: “È necessario riprendere i rapporti con l’Egitto”.

La politica fa il suo lavoro, che in Egitto, Paese in cui l’Italia esporta per quasi 3 miliardi, significa anche, o soprattutto, badare agli affari. In meno di due mesi sono stati tre i ministri italiani ad andare a far visita al dittatore Al Sisi: dopo Salvini, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, e ora il vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, che ieri ha tra l’altro ribadito proprio l’importanza dei legami dell’Eni col Paese arabo.

In effetti dopo il 2016, anno della grande indignazione e delle pressioni sul caso Regeni, gli affari con lo stato arabo si erano un po’ raffreddati: 2,9 miliardi di export nel 2017, contro i 3,1 del 2016. Ma col passare del tempo e il progressivo oblio sui temi della verità e della giustizia, il business ha ripreso as usual.

Per l’Eni l’Egitto in cui fa affari fin dal 1954 (governava il neo premier Nasser, l’ufficiale che aveva abbattuto la monarchia di re Faruk) è fondamentale: il 13% della produzione di combustibili fossili della società viene da lì. Ma non c’è solo l’Eni. Al lavoro nel Paese ci sono, secondo i dati del ministro degli Esteri, più di 150 aziende italiane, per 7,7 miliardi di investimenti diretti. Dei grossi nomi dell’impresa italiana non manca nessuno: dalle banche come Intesa SanPaolo e Montepaschi ai cementieri Italcementi e Cementir, le società d’ingegneria e costruzioni Ansaldo Energia, Techint, Saipem, Technimont, Technip, Snam e Condotte, alle minerarie e metallurgiche Italferr, Danieli, Minerali Industriali, la meccanica Piaggio, lo studio legale Bonelli Erede, del cui team è entrato a far parte nelle settimane scorse l’ex ministro Angelino Alfano, proprio per sviluppare le attività in Egitto.

Il grosso dell’export, 1 miliardo, lo fanno i veicoli, i prodotti petroliferi, 398 milioni, seguono. L’import italiano è 1,8 miliardi, di cui quasi un miliardo di prodotti metallurgici e minerari, tra cui il gas e petrolio di Eni ed Edison.

Che il clima tra i due paesi sia rapidamente cambiato, lo dimostrano anche le iniziative in campo turistico. Villaggi vacanze che riaprono o aumentano gli investimenti a Sharm el-Sheik e Hurgada, sul Mar Rosso e linee aeree che riaprono le rotte: l’ultima è stata la low cost egiziana Air Arabia Egypt, che a maggio ha inaugurato il volo Bergamo-Alessandria-Sharm el-Sheik. L’ambasciatore egiziano in Italia Hisham Badr, ha recentemente spiegato che se nel 2017 erano state 255 mila le presenze dall’Italia, quest’anno spera se ne registrino 400 mila.

Di Maio sul caso Regeni: “Al Sisi promette la svolta”

“La normalizzazione dei rapporti con l’Egitto non può che passare per la verità su Giulio Regeni. Auspico che entro la fine dell’anno si possa arrivare a una svolta” sulle indagini. Il vicepremier Luigi Di Maio, ieri al Cairo, chiede la verità sulla morte del ricercatore friulano avvenuta due anni e sette mesi fa. Prima di lui, dal presidente Abdel Fattah al-Sisi (ieri ha detto a Di Maio “Regeni è uno di noi”) si sono presentati i ministri Salvini e Moavero, “visite” finalizzate “ad accelerare l’accertamento della verità e permettere poi di normalizzare i rapporti con un paese che ci è sempre stato amico”, dice Di Maio.

Eppure la politica parla una lingua diversa da quella dei magistrati italiani che, dopo i depistaggi consegnati dall’Egitto sul caso Regeni, ancora attendono risposte dai colleghi del Cairo. Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco, nel dicembre scorso, hanno condiviso con gli egiziani un’informativa su chi ha avuto un ruolo quantomeno nel sequestro, individuando nove tra poliziotti e agenti dei Servizi.

Sulla pista tracciata dall’Italia, però, l’Egitto ancora non fornisce risposte. A giugno, poi, sono state consegnate ai pm romani le registrazioni della metro del Cairo dove il 25 gennaio si perdono le tracce di Regeni. Materiale inutile: quei video sono pieni di buchi temporali che assomigliano a tagli. Adesso gli egiziani stanno cercando di capire se dietro ci sia un ruolo della polizia. Per questo l’incontro di giugno è stato posticipato: verrà fissata una data nei prossimi due mesi. Nonostante ciò, dopo Di Maio, anche al-Sisi – tramite il portavoce Bassam Radhi – ieri si è detto “fiducioso di arrivare a risultati ” e ha parlato di “collaborazione molto costruttiva tra Procure”. Ma nella stessa giornata Amnesty Italia twitta: “Per #AmalFathy è stato deciso un rinnovo della detenzione di altri 15 giorni”. Si tratta della moglie del consulente legale al Cairo della famiglia Regeni, arrestata l’8 agosto per “aver condiviso online un video di denuncia sulle molestie sessuali”. “Viene sottoposta a interrogatori e minacce per provare a estorcerle informazioni che non ha su Giulio. (…) Amal sta pagando solo perché è la moglie del nostro consulente”, aveva detto l’avvocato dei Regeni, Alessandra Ballerini. Dovrà rimanere altri 15 giorni in cella. Ma forse, ieri, la politica non lo ha saputo.

Caro Veltroni, contro la destra ci vuole più sinistra

Ha ragione, e da vendere, Walter Veltroni che ieri su Repubblica, invocava la nascita di una nuova sinistra con un dolente grido d’allarme. Se siamo d’accordo sulle necessità e sull’urgenza, è sull’analisi – della situazione, delle cause di una crisi spaventosa – che abbiamo diversi dubbi. Siamo davvero a Weimar? In calce Veltroni cita Luciano Gallino, grande intellettuale scomparso tre anni fa di cui si sente moltissimo la mancanza. Il professore contestava alla sinistra una subalternità cieca al neoliberismo, scriveva contro la flessibilità, contro l’irrazionalità di un sistema economico completamente finanziarizziato, in cui sono i lavoratori a pagare il prezzo più alto. E contro un’Europa – e una moneta – in cui i diritti sono diventati merce non solo negoziabile, ma svenduta. È probabilmente vero che è un errore inseguire la destra sul terreno securitario e certamente la questione dell’immigrazione è diventata il nuovo spartiacque. Un tema centrale, epocale, cui si dovrebbe smettere di rispondere con slogan che non convincono (evidentemente), ma con la ragione dell’ascolto. Ascolto dei cittadini, che nel loro insieme formano quel popolo che la sinistra ha dimenticato per via di “rapporti di confidenza tenuti col capitalismo senza mai avere il coraggio di combatterne i vizi”, come ha con grande coraggio dichiarato Gad Lerner al Fatto.

Dice Veltroni: non parliamo di populismo, “è destra, la peggiore destra”. Aggiungendo: “Contro la quale un galantuomo come John McCain ha combattuto fino all’ultimo”. E qui ci permettiamo di notare che forse nel pantheon della nuova sinistra bisognerebbe citare padri nobili più, appunto, di sinistra (Bernie Sanders, tipo?). Ma c’è un altro passaggio che fa pensare: “Il Pd che io immaginavo è durato pochi mesi, raggiunse il 34 per cento in condizioni terribili e si trovò, orgoglioso ed emozionato, in un Circo Massimo oggi inimmaginabile per chiunque”. Veltroni disse: “L’Italia è un paese migliore della destra che lo sta governando”. Inimmaginabili erano anche le larghe intese, allora. Tempi in cui si chiedeva ai compagni, già divenuti “amici”, il voto contro Berlusconi: chi se lo immaginava, poi, un patto del Nazareno, allora? Anche se è di qualche anno prima l’illuminante discorso di Luciano Violante alla Camera, quello in cui si confessava candidamente che a B. era stato assicurato che le sue aziende non sarebbero state toccate. Nel 2002 ci fu un altro Circo Massimo, forse addirittura più “orgoglioso ed emozionato”: era la piazza dei tre milioni (e se erano di meno, pazienza) che protestavano contro il tentativo di abolire l’articolo 18. Chi poteva credere che sarebbe stato un leader di sinistra a farlo? Il delitto perfetto, contro i diritti del lavoro e forse anche contro il partito. Se, come afferma Veltroni, non si può e non si deve rinnegare la storia della sinistra in Italia, sarà bene ricordare anche le non trascurabili battaglie per la piena occupazione e i diritti dei lavoratori. La rivendicazione di quanto fatto – giustamente – per i diritti civili in questi anni di governo non può bastare, significa ridursi a una vocazione elitaria, cieca ai bisogni di una maggioranza sofferente.

Il problema, dunque, è la destra: non lo si risolve con una sinistra rinnovata per l’ennesima volta, ma semplicemente con più sinistra. Magari, volendo sognare, addirittura con un leader di sinistra.

Siamo Annegati nel mare delle giustificazioni

Sequestro un uomo. Il libro non l’ha scritto Primo Levi. Ma un governo. E ce ne sono quasi 100 copie, viventi. Proviamo a leggere. Parla di una nave venuta da lontano col suo carico di anime a migliaia di chilometri dalla propria terra affamata, guerreggiata, violentata e a pochissimi metri dalla nostra terra in pace (?). Mancava un ponte che non si voleva far scendere, una semplice passerella, ci sono voluti dieci giorni per fare due metri. Siamo ai limiti della lentezza, ai limiti, già oltrepassati, di una nuova follia a quanto pare non gratuita, ai limiti della legge, che alterna l’obbligo della giustizia a una sua libera interpretazione, a seconda dei fini di partito.

E siamo al punto: al crollo, dei ponti che uniscono innocenti e colpevoli, prede e predatori, venduti e compratori, peccanti e impeccabili, poveri meno poveri e ricchi o più ricchi, sani e ammalati, italiani e resto del mondo; ponti che sono caduti questa volta non a causa degli archi di tempo, tiranti e campate, più struzzo che calce, ma per idee, quelle sì campate in aria, idee di forza maggiore, minore e di potere che conferma che non c’è grazia, non c’è bene, non c’è intelligenza, non c’è visione, non c’è unione né pietà.

Ai funerali della pietà, non c’è n’è. Essa stessa è terminata in quei pochi metri. L’amore è stato bandito, anche lo Stato sembra diventato bandito; come in un rapimento ha accettato di trattare sul rilascio dei sequestrati: “E va bene facciamo una concessione per le donne e i bambini”.

Si può infrangere la legge delle vite in tanti modi, anche divertendosi a fare le navi in bottiglia e a chiuderle imbottigliando chi c’è dentro. E questo è il primo, il secondo e forse non ultimo atto di forza, della vecchia commedia che vede la continua mancanza di “pontefici” in noi (pontis facere dal latino), che possano non far cadere nel vuoto, anche di potere, persone innocenti sì portatori di violenza, ma subita!

E chi ha da ridire sull’innocenza o colpevolezza degli uomini lo faccia sempre dichiarando che colpevole lo si è in primis, di abuso di dolore, di indifferenza molesta, di ignoranza, di pena inflitta senza alcun motivo, di assenza di responsabilità. Sembrava che non ci fosse nessun “pontefice” in noi o fra di noi che collegasse quella scaletta, dei valori politici e sociali, a questo benedetto maledetto molo, per far scendere chi poi dovrebbe risalire, per fare andare a terra chi a terra era e sarà comunque ancora, purtroppo.

Una pazzia che racconta il cambio di dimensione che stiamo vivendo, anzi morendo. Che travalica le posizioni politiche e non c’entra solo con le diverse strategie sulla transumanza globale, col mercato, le infrastrutture, gli investimenti: c’entra con il ministero della Sanità, ma delle coscienze.

La mancanza di vergogna accompagna gesti moribondi, la mancanza di una benché minima consapevolezza del male che prende vita, e poi la sfregia. L’assenza di colpa che accompagna il dolore procurato è la prova della distanza che dobbiamo scoprire e non coprire.

Poi è arrivata anche e quasi sola una parte della chiesa, che ha deciso di cambiare la dimensione politica e partitica in accoglienza, presa in carico. Ha deciso di fare ponte. Ma insisto: chi è pontefice? Chi non lega, non getta la passerella, chi vuole far crollare?

Il tempo, questo tempo, è finito, l’uomo, questo uomo, non ha più senso, al massimo solo sensi. Non basta più, non serve più se non cambiamo il “pontificare”, il sobbarcarci.

Quali altri segni ancora dobbiamo aspettare dalla natura o dagli uomini, per renderci conto che il cambio o lo subiamo o lo diventiamo? A quante e quali esequie dobbiamo presenziare, quanti articoli ancora dobbiamo leggere in cronaca, quanti insulti e vendette dobbiamo ascoltare sui media che altro non fanno che informarci sulla nostra empietà? Dobbiamo annegare nella nostra saliva a forza di trovare un mare di assurde giustificazioni? L’apocalittico è pessimismo?

E se fosse invece quella forza profetica e di rinascita che ci manca proprio per non di-sperare più soltanto, ma per rivelarci altre verità?

Investiamo un anno di vita sul Paese

L’avrà pur detto Matteo Salvini. Ma questo, come ha già scritto Marco Travaglio, non vuol dire che non se ne debba discutere. Reintrodurre la leva militare? La mia proposta non sarà la stessa. Il fatto è che abolire la leva, come spesso accade con i provvedimenti dei governi, è piaciuto alla grande maggioranza dei cittadini ma non ha fatto bene al Paese. Perché l’interesse generale non è la somma degli interessi individuali.

C’erano tante ragioni fondate, in effetti. La sensazione di buttare via tempo dopo gli studi e sottrarlo alla ricerca di un lavoro. Di dovere subire gratuitamente arbitri e cattive maniere. O le ignominie del nonnismo. Ma alla fine quel che ha contato davvero è stata l’insofferenza della nuova società italiana per qualsiasi disciplina generale. Molto ha pesato l’antimilitarismo comunque travestito, quando la Costituzione recita “che la difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. Con gli alibi di destra, “ci vogliono i professionisti”, e quelli di sinistra, “è un anno regalato ai generali”.

Non tornerò su quanto ha già scritto Travaglio sugli effetti positivi di lungo periodo che il servizio militare produceva in chi lo faceva (i leader politici non li conoscono perché in genere si imbucavano già da piccoli, Giovanni Spadolini fu riformato per insufficienza toracica; Salvini almeno ha fatto il fante…). Dico invece che sarebbe una grande scelta di civiltà, segno di una felice inversione di tendenza se si stabilisse l’obbligo per ogni giovane di donare un anno della sua vita al proprio Paese. Servizio civile chi vuol fare il civile, militare chi vuol fare il militare. Senza condizioni. Un anno di impegno, di socialità, di dedizione generosa, di reciproca conoscenza.

C’era un’epoca in cui lo studente che faceva il militare scopriva per l’unica volta nella vita i figli dei contadini, ma oggi il bisogno di mescolarsi non è minore. E anche quello di conoscere l’Italia. Non c’è più Cuneo da scoprire (Totò), ma testimonio che la generazione Erasmus spesso non ha mai messo piede in Sicilia o in Basilicata o in Veneto. “Abbiamo bisogno di professionisti”, si dice. È vero, ma i famosi giovani dell’alluvione di Firenze non erano professionisti. E nemmeno lo erano i giovani in armi che difendendo gli “obiettivi sensibili” di Palermo negli anni delle stragi furono essenziali per la difesa dello Stato dall’attacco mafioso.

È cresciuta una generazione che in parte è già in sintonia con questo spirito. Si pensi alle migliaia e migliaia di giovani che ogni estate fanno i campi antimafia o di lavoro sociale. O si riuniscono nei posti più austeri per formarsi culturalmente. Ma oltre a loro ci sono anche giovani, spesso benestanti, che non contemplano affatto la possibilità di fare qualcosa per gli altri, per la collettività, anche perché non ne hanno mai conosciuto il piacere. Un anno di servizio ricco di motivazioni, con quadri superiori professionalmente formati (loro sì) a dirigere, far lavorare seriamente, fondere ambienti e culture, farebbe bene agli uni e agli altri.

Mentre il Paese, unito dal mito del denaro e della notorietà e disgregato in tutto il resto, riceverebbe una spinta verso una nuova coesione morale, arricchirebbe il proprio capitale sociale, riscoprirebbe la sua identità. Si abituerebbe a praticare la disciplina, ormai accettata solo, e fin troppo, come merce di scambio per vantaggi personali (anche in politica). Un anno di lavori socialmente utili; svolti anche in divisa, si tratti di alpini o forestali. Ne guadagnerebbero i grandi servizi, da Pompei alla salvaguardia ambientale. E le stesse forze dell’ordine, tra cui l’Arma dei carabinieri riavrebbe ad esempio i suoi ausiliari, giovani che ogni anno arrivano dal popolo e ogni anno al popolo ritornano, proprio come previsto in Costituzione.

Chiudere questa discussione con i luoghi comuni, esattamente come con i luoghi comuni si è abolita a suo tempo la leva, sarebbe l’ennesima prova di indolenza morale. E dopo avere imposto l’alternanza scuola-lavoro, nessuno invochi i problemi organizzativi…

Mail Box

Con le sue frasi, Autostrade si è scavata la fossa da sola

Dopo aver ascoltato la conferenza stampa dei vertici di Autostrade, esprimo la mia concreta vicinanza alla famiglia Benetton. Quando ho sentito Castellucci dire che il ponte c’era già prima della Sua venuta, ho capito che sono spacciati.

Forse la linea difensiva è quella di dividere il tempo in avanti-dopo Castellucci e sperare nella clemenza della Corte per sopravvenuta incapacità di intendere e di volere.

In attesa della revoca della concessione, auguro alla famiglia Benetton anche buona digestione, perché mangiare pesce a Cortina il giorno di ferragosto con il fermo pesca è da stomaci forti.

In vista di perdite improvvise si consiglia imodium.

Giuseppe Ostellari

L’Italia scelga il modello Piano non quello Salvini

Fra le varie notizie che mi capita di scorrere quotidianamente, mi hanno colpito in maniera particolare due interventi di due personalità agli antipodi. Da una parte c’è Salvini che, incensatosi dei vari complimenti di Orbán (“è il mio eroe personale”, “in Ungheria è amatissimo”), continua a rivendicare come merito proprio la diminuzione degli sbarchi e l’aumento delle morti in mare, basandosi su fondamenta assolutamente inesistenti a livello politico nel primo caso (leggi: “Minniti”) e dimostrando una triste vuotezza morale nel secondo. Questo è l’atteggiamento che più sembra far presa sull’opinione pubblica: pochi contenuti, mezze verità, diffusione di paura e caccia alle streghe, al fine di distogliere l’attenzione dalle vere priorità (più complesse e meno telegeniche nell’immediato) di cui la Politica dovrebbe occuparsi. C’è da dire che l’incapacità da parte delle opposizioni di presentare alternative valide e concrete è ben più grave – prendendo l’esempio di ieri, cosa rimarrà della manifestazione a Milano, oltre agli slogan?

L’altro spunto viene invece dalla proposta di Renzo Piano per la ricostruzione del ponte di Genova. Il succo della sua proposta io l’ho interpretata così: “Amo la mia città e il dolore di quello che è successo non mi ha fatto pensare ad altro. Mi sono chiesto cosa posso fare io, come posso essere utile al luogo che amo”.

So che può sembrare impopolare, vagamente romantico, forse utopistico, ma io il mio Paese-che-verrà (e che con le quotidiane scelte da cittadino, come tutti noi, costruirò) voglio pensarlo col modello Piano, piuttosto che col modello Salvini. Penso che dobbiamo smetterla di dare la colpa agli altri, prenderci le nostre responsabilità e capire meglio il valore delle nostre scelte. Non è vero che non cambia niente e nemmeno che da soli non si può fare nulla.

Credo che qui fuori, di gente che ha voglia di essere propositiva e di mettersi al servizio del bene comune con i mezzi che ha, ce ne sia molta. Per questo non mi spavento troppo di questo clima di ostilità che spesso si percepisce: nutro invece forte speranza e fiducia in quello che insieme vorremmo costruire.

Il mio augurio è che questo sentimento sia condiviso anche dai miei coetanei, ottimisti italiani di oggi per il domani.

Andrea Colaiacomo

I Benetton come Bertoldo. I furbi finiscono in tragedia

Come si prevedeva, dopo la tragedia immane di 43 vittime e 600 senza casa, la farsa.

Le prese di posizione dei politici, sindaco e presidente della Regione Liguria a favore dei magliari Maletton mi hanno fatto venire in mente il libro di Giulio Cesare Croce da cui è tratto il film di Mario Monicelli Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984), la cui trama racconta come, dopo tante malefatte, Bertoldo, il capofamiglia, viene condannato a morte per impiccagione e gli viene concesso un ultimo desiderio.

Egli lo esprime furbescamente dicendo che l’albero a cui dovrà essere appeso dovrebbe sceglierlo lui e mettendosi in viaggio con il boia e alcune guardie. Ma infine, dopo aver girovagato un tempo paragonabile ai tempi della giustizia italiana, ritorna dicendo di non aver trovato nessun albero adatto alla bisogna.

Il re, visto il tempo trascorso concede la grazia.

Ora dicevo della farsa dopo la tragedia: i bertoldini e i cacasenno, che non avevano visto né scritto niente sulle condizioni del ponte crollato, stanno proponendo che Bertoldo sia lui a ad autoscegliersi chi, come e quando rifare l’opera, in attesa che la memoria degli italiani faccia il suo corso come fosse malata di Alzheimer e la famiglia dei Benetton possa tornare a fare i propri affari.

Una situazione simile a quella del cavalcavia da cui precipitò un pullman di gitanti, con quaranta morti, anche a causa di barriere dalla tenuta discutibile e i cui responsabili ancora liberi.

Spero che i lavori siano affidati alla Fincantieri, azienda genovese e che i segreti sui lavori non si possano più mettere e anzi, visto che per andare a pagare delle semplici bollette condominiali mi viene richiesto di lasciare le impronte digitali, sorvegliato da telecamere, richiesta di carta di identità e sul modulo di pagamento vengono apposti diversi timbri, che il trattamento venga riservato anche per appaltatori, progettisti ed dirigenti degli uffici tecnici di comuni e regioni.

Franco Novembrini

Celiachia. L’assistenza dei pazienti non verrà compromessa dal nuovo taglio ai rimborsi

Ho appreso dei cambiamenti ai rimborsi per celiaci decisi dal ministero della Salute. Se da una parte, in quanto mamma di un figlio celiaco, sono felice dell’aumento dei tetti di spesa per i minori, dall’altra sinceramente mi sento in colpa verso gli anziani afflitti dalla stessa intolleranza che, da quanto ho capito, si vedranno dimezzati i propri rimborsi.

Mi chiedo quanto sia giusto tutto ciò e se, in fin dei conti, dando da una parte e togliendo dall’altra, il governo non stia semplicemente finendo con lo spendere di meno.

Lorenza Silvani

Gentile Silvani, la novità di cui scrive fa parte del nuovo decreto del ministero della Salute pubblicato in Gazzetta Ufficiale che ha cambiato i rimborsi per acquistare i cibi per i celiaci aumentandoli per i bambini (nella primissima infanzia il tetto di spesa cresce del 24%, passando da 45 euro a 56 euro) e riducendoli per adulti e anziani, con gli over 60 che si vedranno quasi dimezzare l’importo che passerà dai 140 euro mensili agli 89 euro per i maschi e 75 euro per le donne. Il rimborso resta, invece, pressoché invariato nella fascia adolescenziale, particolarmente critica per l’accettazione di un regime alimentare speciale. Ma il taglio al tetto di spesa per l’acquisto di alimenti senza glutine “non comprometterà l’assistenza complessiva”, come ha spiegato l’Associazione italiana celiachia che ha partecipato all’iter del decreto. La riduzione è, infatti, una revisione razionale che non ha modificato la copertura del 35 per cento dell’apporto calorico giornaliero da carboidrati privi di glutine previsto per legge, riuscendo così a far risparmiare al Servizio sanitario circa il 19%. Un bottino che ammonta a circa 30 milioni di euro e che servirà per venire incontro ai bisogni terapeutici dei pazienti che saranno diagnosticati nei prossimi anni e che risultano in crescita al ritmo del 10 per cento l’anno. Insomma, come ha spiegato l’Aic, non è “un risparmio ottenuto sulla pelle dei malati” visto che i prodotti per celiaci negli ultimi anni sono anche diminuiti: rispetto al 2006 il costo di pane, pasta e farina ha registrato un calo del 7 per cento nel prezzo medio globale in farmacia e fino al 33 per cento nella grande distribuzione. Per i celiaci è “la diagnosi il punto di debolezza su cui dover lavorare di più”, visto che in Italia i pazienti diagnosticati sono solo 200.000 a fronte di un numero atteso di 600.000 celiaci, pari all’1% della popolazione.

Patrizia De Rubertis

Midterm, Trump vuole la crociata evangelica

Donald Trump è entrato nella sua fase Luigi XIV, il Re Sole, quello di ‘dopo di me il diluvio’. Se gli facessero l’impeachment, “i mercati crollerebbero”. E se perdesse il voto di midterm, cioè se lo vincessero i democratici, “capovolgeranno tutto ciò che abbiamo fatto … in modo rapido e violento … I movimenti di sinistra sono fatti da persone violente”.

È il modo di Trump di chiamare a raccolta i suoi elettori. Discorsi letterali: il presidente li ha fatti incontrando lunedì a porte chiuse alla Casa Bianca i leader evangelici (e altri esponenti cristiani), – la registrazione audio è filtrata solo ieri. Gli evangelici hanno finora costituito un blocco di sostegno a Trump solido, nonostante il magnate non abbia proprio le carte del fedele in regola, ma per lui garantisce il suo vice Mike Pence, cattolico convertito alla fede evangelica.

“Dovete convincere la gente a sostenerci – è la richiesta ai leader religiosi – se non lo fate, sarà l’inizio della fine di tutto ciò che avete”. Senza il sostegno degli evangelici, i repubblicani, cioè i conservatori, non vincono le elezioni. Bush jr, un cristiano ‘rinato’, li aveva dalla sua; e così pure Trump nel 2016. I candidati repubblicani 2008 e 2012, John McCain e Mitt Romney, che pure era mormone, erano invece troppo ‘laici’. La crociata di Trump per i voti ‘cristiani’ è, almeno in parte, all’origine della crisi con la Turchia, innescata dalla mancata liberazione di un missionario evangelico, Andrew Brunson, implicato nel presunto fallito golpe anti-Erdogan del luglio 2016. Gli evangelici sono decine di milioni nell’Unione e possono decidere l’esito delle elezioni, specie nella ‘cintura della Bibbia’, ma sono anche influenti nella Rust Belt, la ‘cintura della ruggine’ delle industrie manifatturiere e delle miniere, nelle Grandi Pianure e lungo le Montagne Rocciose. Se espresso in modo massiccio, il loro voto può essere determinante in una trentina di Stati.

Il problema è che, se non sono proprio convinti, è gente che non va a votare. Trump, dunque, cerca di motivarli in vista di elezioni che devono rinnovare tutta la Camera, un terzo del Senato (35 seggi su 100) e 36 governatori su 50, oltre che assemblee statali e locali e centinaia di incarichi popolari. Dalle primarie, stanno uscendo schieramenti fortemente polarizzati: il presidente vede emergere candidati più vicini a lui che alla tradizionale linea repubblicana, moderata e liberista; i democratici vedono affermarsi candidati ‘liberal’ radicali, molto esposti sui fronti dei diritti civili – vero e proprio fumo negli occhi degli evangelici, legati al modello della famiglia tradizionale -. In Florida, dopo le primarie di martedì, il governatore sarà un ‘uomo di Trump’, il deputato Ron DeSantis, o Andrew Gillum, nero, progressista, che ha battuto il favorito dell’establishment democratico.