Iran, il suo uomo a Tel Aviv era il ministro dell’Energia

È in una cella senza nome, non ha nemmeno un codice identificativo, ma il detenuto “X” del carcere di massima sicurezza nelle vicinanze di Gerusalemme, è su tutte le prime pagine dei giornali israeliani. Il carcerato misterioso si chiama Gonen Segev ed è un ex ministro, arrestato alla fine del suo mandato per traffico internazionale di stupefacenti; falsificò il suo passaporto diplomatico israeliano allungandone la durata per evitare i controlli all’aeroporto di Amsterdam.

Pagato il suo debito con la giustizia anche per frodi finanziarie, Segev lasciò Israele nel 2007 e dal 2012 viveva in Nigeria, dove gestiva una clinica piuttosto frequentata.

Finito nelle mani del Mossad nel maggio di quest’anno nella Guinea Equatoriale, Segev è accusato di aver passato segreti al peggior nemico di Israele: l’Iran degli ayatollah. E ieri il capo dell’Intelligence iraniana, in una rara dichiarazione pubblica, senza mai farne il nome, ha fatto capire che Gonen era stato “arruolato” dalla Vevak, il servizio segreto di Teheran. Nelle udienze che si sono svolte dal 5 luglio presso la Corte Penale di Gerusalemme – davanti a tre giudici, a porte chiuse e sottoposte a censura per motivi di sicurezza – Gonen Segev stando alle indiscrezioni fatte trapelare, ha cercato di vendere la sua verità: avrebbe contattato gli iraniani, ma solo per fingersi un traditore e ottenere informazioni da girare poi al suo Paese. Un modo per riscattare il suo passato. Deputato nel 1992, ministro dell’Energia nel 1995, dopo aver lasciato la politica nel 1996 è scivolato via via in un mondo di ombre e loschi traffici. Nel 2002 cercò di vendere sistemi d’arma ai guerriglieri dello Sri Lanka, nel 2003 con la complicità della moglie tentò una truffa alla sua banca, nel 2004 cercò di contrabbandare 6 kg di ecstasy (32.000 pasticche) dall’Olanda. Pizzicato dalla sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion, finì in carcere e perse la licenza di medico per indegnità.

Scontata la pena lasciò Israele e nel 2012 si stabilì ad Abuja, in Nigeria. Gli investigatori israeliani sono convinti che il Paese non sia stato scelto a caso, in Nigeria la presenza diplomatica iraniana è piuttosto numerosa. Lo Shin Bet ha le prove dei suoi contatti con l’ambasciata iraniana in Nigeria e di due viaggi a Teheran per incontrare i suoi “gestori”, ai quali avrebbe passato “dozzine di rapporti”. Secondo l’accusa avrebbe fornito informazioni acquisite quando era ministro dell’Energia e avrebbe aiutato a localizzare basi e istituzioni chiave nel sistema di difesa israeliano, oltre a fornire i nomi di diversi funzionari dell’intelligence. Segev, attraverso i suoi avvocati, nega di aver lavorato contro gli interessi di Israele.

Lo scorso maggio l’ex ministro ha avuto la percezione che qualcosa intorno a lui si stava muovendo, che la sua clinica di Abuja era sotto controllo. Prese poche cose e molto denaro contante, Segev ha cercato di entrare in Guinea Equatoriale nel maggio 2018, dove è stato trattenuto a causa del suo passato criminale e consegnato agli uomini della sicurezza israeliana che lo attendevano sul posto.

Martedì in una rara dichiarazione pubblica il potente ministro dell’Intelligence iraniana, Mahmoud Alavi, ha confermato, dopo precedenti smentite, che un ex ministro israeliano arrestato quest’anno e accusato di spionaggio per l’Iran era in realtà un agente di Teheran. “Di recente avete sentito che abbiamo agganciato un membro di un gabinetto di un potente paese”, ha detto Alavi alla tv iraniana. Anche se non ha specificato a quale paese si riferiva, siti di news iraniani e molti commentatori l’hanno considerata come una prima ammissione dei rapporti con Segev. Il ministro Alavi ha anche annunciato che l’Iran ha arrestato dozzine di spie, senza però specificare quando siano avvenuti gli arresti né la nazionalità dei detenuti. Alavi ha anche rivelato altri dettagli sulla lotta all’Isis, responsabile di diversi attacchi, come quelli al Parlamento e al Mausoleo dell’ayatollah Khomeini a Teheran nel giugno dell’anno scorso: 230 “cellule terroristiche” smantellate, 180 i sospetti arrestati, e 130 le indagini ancora aperte. La guerra delle ombre continua.

Caso Benalla, cd inguaia consigliere di Macron

Un nuovo personaggio entra in scena nello scandalo che, dal mese scorso, scuote l’Eliseo ed è noto come il “Benallagate”: si tratta di Ismaël Emelien, consigliere speciale di Emmanuel Macron che, stando al sindacato dei poliziotti Vigi, avrebbe giocato un ruolo importante nella vicenda. Gli agenti hanno chiesto ai magistrati che seguono il caso di interrogare “urgentemente” Emelien. Nuovi elementi potrebbero dunque imbarazzare ancora di più il presidente francese, che proprio in queste ore vive una crisi di governo per le dimissioni a sorpresa del suo ministro più popolare, Nicolas Hulot, titolare della Transazione ecologica.

Il riepilogo dei fatti. Alexandre Benalla è l’ex guardia del corpo di Macron che durante il corteo del primo maggio a Parigi, ha picchiato alcuni manifestanti. Un video girato con lo smartphone da un testimone della scena è stato diffuso sul sito di Le Monde il 18 luglio scorso, mentre i francesi ancora festeggiavano la vittoria ai mondiali di calcio. All’Eliseo tutti erano al corrente delle violenze sin dalla sera del primo maggio. Il 2, Benalla veniva punito con una semplice sospensione di 15 giorni. Ma solo due mesi dopo, nel pieno di uno scandalo che l’Eliseo avrebbe preferito evitare, è stato licenziato, fermato e indagato per “violenza” e “usurpazione delle funzioni”, poiché al momento dei fatti indossava al braccio la fascia rossa “Police” senza averne la qualifica.

Anche tre funzionari di polizia sono stati indagati per “violazione del segreto professionale” dopo aver consegnato allo stesso Benalla un cd con le immagini delle videocamere di sorveglianza della place de la Contrescarpe che riprendevano i momenti del pestaggio. A luglio diverse personalità vicine a Macron sono state convocate da una commissione parlamentare formata ad hoc, compreso il ministro dell’Interno, Gérard Collomb. Ma Emelien, giovane rampante di 31 anni e fedelissimo di Macron, al suo fianco anche quando l’attuale presidente era ministro dell’Economia di Hollande, era riuscito a restarne fuori. Così come non è mai stato interrogato dagli inquirenti. Eppure, stando a Mediapart, il consigliere avrebbe qualcosa da dire agli inquirenti per una ragione ben precisa: per alcune ore è stato in possesso del cd compromettente con le immagini ufficiali della prefettura. Un documento che, precisa il giornale, è “uscito illegalmente dagli archivi della prefettura il 18 luglio dopo le rivelazioni di Le Monde” e che oggi è in mano agli inquirenti.

Le immagini erano state fatte circolare sui social per alcune ore, anche su profili di persone vicine a En Marche!, il movimento del presidente, “per provare l’aggressività dei manifestanti e giustificare la risposta della polizia”.

Si vedrebbe uno dei manifestanti che lancia degli oggetti contro gli agenti prima di essere pestato da Benalla. In realtà la diffusione di quelle immagini era illegale e il cd non sarebbe mai dovuto uscire dai locali della prefettura. Sul verbale della polizia del 21 luglio, che il giornale ha potuto consultare, è scritto che Benalla ha detto ai giudici di aver lui stesso avvisato Emelien dell’esistenza di quel cd, ma di non averlo guardato: “Mi chiese di portargli il video a Palazzo la mattina dopo ed è ciò che ho fatto”. Convocato dalla commissione in Senato, il segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler, braccio destro di Macron, aveva detto che l’Eliseo ha “restituito” alla prefettura la sua copia del cd sin dal 20 luglio.

Achtung Sassonia: gli strani contatti fra polizia e neonazi

Martin Dulig, il vicepremier della Sassonia, dice: “Se è vero che il mandato di arresto è trapelato probabilmente dalla polizia ai circoli estremisti di destra, significa che abbiamo un grosso problema da affrontare”, Perché ora, gli scontri nelle strade Chemnitz e la caccia allo straniero, non sono solo affare degli estremisti di destra: si allunga l’ombra di una complicità fra loro e alcuni agenti di polizia.

Nei prossimi giorni davanti alla gigantesca effigie di Karl Marx, nella città della Germania orientale, sono attese nuove manifestazioni di Alternativa per la Germania (Afd) e di Pegida, il movimento antiislamista, assieme agli ultras a loro vicini. In questo contesto a preoccupare è un possibile legame fra gli xenofobi tedeschi e le forze dell’ordine.

Già durante il corteo di quattro giorni fa – organizzato dopo l’accoltellamento a morte di un falegname tedesco di 35 anni da parte di un immigrato iracheno spalleggiato da un siriano – era risultato lampante che il numero di agenti mandati a contrastare sul campo i neonazi fosse largamente insufficiente, come poi ammesso dai vertici della polizia stessa. A peggiorare la situazione è stata la diffusione sul web del mandato d’arresto del ventenne iracheno e del suo presunto complice. Un documento riservato che era a disposizione della polizia e dell’autorità giudiziaria; qualcuno lo ha passato sotto banco agli estremisti nostalgici di Hitler , compiendo un atto che persino il ministro dell’Interno tedesco, il falco anti immigrazione Horst Seehofer, ha definito “inaccettabile”. Mentre la Procura di Dresda ha aperto un’inchiesta per “chiarire al più presto” i fatti, il legale Sebastian Scharmer, difensore di vittime di violenze da parte di neonazisti, ha dichiarato di aver presentato una denuncia contro l’attivista che ha pubblicato online il documento, Lutz Bachmann, membro di Pegida. Il premier della Sassonia, Michael Kretschmer, che ha difeso la polizia dalle accuse di essere state inadeguate nella gestione delle manifestazioni neonaziste, ha promesso che “la questione verrà chiarita”.

La settimana scorsa la polizia sassone era stata criticata per avere fermato una troupe televisiva mentre stava filmando un raduno dell’estrema destra contro la cancelliera Merkel. Era stato appurato che chi aveva chiesto agli agenti di impedire ai giornalisti di svolgere il proprio mestiere, era un poliziotto presente al raduno a titolo privato.

La leadership tedesca sta cercando disperatamente di mettere a punto delle strategie per affrontare le conseguenze politiche degli eventi di Chemnitz, che sono in gran parte attribuiti alla politica sui profughi di Angela Merkel. Il suo partito cristiano-democratico (Cdu), che in Sassonia è al potere dal 1990, è accusato di non riconoscere o affrontare efficacemente il crescente movimento di estrema destra. Lo stato orientale affronterà elezioni cruciali il prossimo anno e , secondo i sondaggi, la Cdu potrebbe perdere il 10% a favore di Alterativa per la Germania. L’AfD potrebbe diventare il secondo partito del parlamento locale. La città che durante l’era sovietica si chiamava Karl Marx Stadt guida ora la rivolta nera contro la grosse koalition al governo.

Monsignor Viganò: “Nessun rancore, rivelo la corruzione”

Non una vendetta, ma la volontà di “sanare tanta corruzione”. Dopo la lettera in cui chiede le dimissioni di papa Francesco, torna a parlare monsignor Carlo Maria Viganò, accusato di cospirare contro Bergoglio: “Non ho mai avuto sentimenti di vendetta o di rancore in tutti questi anni in cui sono stato messo alla prova da tante calunnie e falsità sul mio conto”, ha detto al vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli. Viganò afferma di aver parlato “perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa”. Nega di essere un “corvo”: “Sono solito fare le cose alla luce del sole! Io all’epoca da tempo ero a Washington e certo avevo altro a cui pensare”. Altra contestazione apparsa sui media riguarda un suo presunto rancore per non essere diventato cardinale. “Posso affermare con tutta sincerità davanti a Dio – replica l’ex ambasciatore vaticano – di aver di fatto rinunciato ad essere cardinale”. Se dalla Conferenza episcopale spagnola ieri è arrivato il sostegno a Bergoglio, dalla Grecia infine è giunta una dichiarazione choc: i vescovi non devono essere obbligati a denunciare i casi di abusi sessuali, sostiene monsignor Francesco Papamanolis, vescovo emerito di Syros, Santorini e Creta.

Il report sugli abusi di 301 preti salva la Chiesa di Bergoglio

La Chiesa americana è profondamente scossa dai recenti scandali della pedofilia del clero. Prima la porpora cardinalizia tolta da Papa Francesco all’ex arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick. Una vicenda, tra l’altro, oggetto di un durissimo atto di accusa dell’ex nunzio negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, che ha chiesto le dimissioni di Bergoglio perché sostiene che pur sapendo degli abusi sessuali dell’ex porporato non avrebbe fatto niente per cinque anni. E poi lo sconvolgente rapporto del Grand Jury della Pennsylvania dove è emerso che ben 301 sacerdoti hanno abusato di oltre mille minori dagli anni 40 in poi. “Non c’erano solo abusi sessuali diffusi, stupri di bambini, ma una sistematica copertura che arrivava fino in Vaticano”, ha affermato il procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro. Quest’ultimo ha assicurato di avere “le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi”, ma ha precisato: “Non posso parlare specificatamente di Papa Francesco”.

La fotografia della Chiesa americana che emerge dalle 1300 pagine del rapporto, frutto di quasi due anni di lavoro, è drammatica. Gli abusi sono stati compiuti in sei delle otto diocesi della Pennsylvania. La maggioranza delle vittime erano ragazzi, sia adolescenti che in età prepuberale. Gli abusi vanno dalle molestie agli stupri ma, come denuncia il rapporto, sono stati tutti a lungo occultati dai vertici della Chiesa cattolica che hanno preferito proteggere i preti pedofili. “A causa dell’insabbiamento, – si legge nel report – quasi ogni istanza di abuso che abbiamo trovato è caduta in prescrizione. Questo non significa che non ci siano più predatori”. Il testo, infatti, riporta che due preti, uno della diocesi di Greensburg e uno della diocesi di Erie, sono stati recentemente indagati per abusi compiuti negli ultimi 10 anni, l’ultimo dei quali nasce da una segnalazione della stessa diocesi, cosa che, come si legge nel documento, fa ben sperare che la Chiesa sia cambiata. “Ci sono stati – precisa ancora il report – altri rapporti sugli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. Ma mai di una tale dimensione”.

Oltre alla pedofilia, ciò che di sconvolgente emerge dalla lettura del documento è lo scrupoloso lavoro di copertura messo in atto in ciascuna diocesi per nascondere gli abusi. Quasi una sorta di manuale riproposto per evitare il deflagrare dello scandalo. Innanzitutto “assicurarsi di usare eufemismi anziché le vere parole che descrivono gli assalti sessuali nei documenti diocesani: non dire mai ‘stupro’ ma ‘contatto inappropriato’ o ‘questione limite’”. Poi “non fare una vera inchiesta con personale professionale adeguato”, ma svolgere indagini discrete. Quindi “inviare il sacerdote per una ‘valutazione’ in un centro per il trattamento psichiatrico gestito dalla Chiesa” e stabilire se egli sia pedofilo “basandosi principalmente sulle dichiarazioni dello stesso prete e a prescindere dal fatto che ci siano stati contatti sessuali con un bambino”. Ancora, “quando un prete viene rimosso, non spiegare perché ma dire ai parrocchiani che è per ‘motivi di salute’ o ‘esaurimento nervoso’”. Inoltre, se un predatore viene scoperto, “non rimuoverlo ma spostarlo a una nuova destinazione dove nessuno saprà che è un abusatore di minori”. E, infine, “non dire nulla alla polizia”.

Nel rapporto, però, viene anche rilevato che “molto è cambiato negli ultimi 15 anni. Sembra che la Chiesa stia avvisando più tempestivamente le autorità civili quando c’è una denuncia di abuso. Sono stati introdotti processi di revisione interna. Le vittime non sono più così invisibili. Ma il quadro complessivo non è chiaro. Sappiamo che l’abuso sui minori nella Chiesa non è scomparso e sappiamo che ci potrebbero essere altre vittime recenti che non hanno ancora sviluppato le risorse per farsi avanti con la polizia o con la Chiesa. Quel che possiamo dire, però, è che nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa si sono ampiamente sottratti a rispondere pubblicamente delle loro responsabilità. C’erano preti che violentavano ragazzi e ragazze e gli uomini di Chiesa che erano loro responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno nascosto. Per decenni. Monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi, cardinali sono stati protetti, molti, compresi alcuni i cui nomi sono nel rapporto, sono stati promossi. Finché questo non cambia, crediamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo dello scandalo sessuale nella Chiesa cattolica”.

Proprio commentando il rapporto, il Papa ha affermato che “benché si possa dire che la maggior parte dei casi riguarda il passato, tuttavia, col passare del tempo abbiamo conosciuto il dolore di molte delle vittime e constatiamo che le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità, come pure a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte; le ferite ‘non vanno mai prescritte’”.

I professori in campo per difendere la Costituzione

Il professore di Diritto Pubblico all’Università di Napoli Federico II, Alberto Lucarelli, e il collega di Filosofia teoretica Eugenio Mazzarella scendono in campo, di nuovo, per difendere la Costituzione e lanciano “un appello ai costituzionalisti italiani a prendere posizione su questo passaggio delicatissimo della vita del Paese”. “La questione dei migranti – scrivono in una nota – è ormai diventata per questo governo un terreno di prova generale per mettere in crisi l’ordinamento costituzionale e l’equilibrio dei poteri (Parlamento, esecutivo, magistratura) su cui si regge la democrazia italiana. Facendosi scudo, aizzandole, di paure sociali che hanno cause ben più fondate (una crisi sociale ed economica che avrebbe bisogno di politiche adeguate, e non di diversivi di massa nell’individuazione del ‘nemico’ esterno), sui migranti si sta facendo strame del diritto e della costituzione, in una logica da apprendisti stregoni che rischia di far saltare gli argini della tenuta democratica del nostro Paese”. “Qui ormai è in gioco – continuano – (…) il sovvertimento (…) degli equilibri costituzionali e della forma di governo che ne discende”.

Il governo all’Ue: “Ruotare i porti” Altri 400 ripresi in mare dai libici

C’è una proposta italiana per modificare la missione europea Eunavfor Med, anche detta Sophia, nel Mediterraneo. La porteranno oggi a Vienna ai vertici informali dei ministri degli Esteri e della Difesa, Enzo Moavero Milanesi ed Elisabetta Trenta, ma è stata discussa anche con Matteo Salvini e Palazzo Chigi. L’obiettivo è rimuovere il principio che assegna un porto italiano alle navi militari del dispositivo che soccorrono migranti nel Mediterraneo, per sostituirlo con un meccanismo di rotazione dei porti di diversi Paesi europei coordinato da una cabina di regia a Catania. Salterebbe la regola del porto più vicino.

Gli interlocutori, oltre a Malta, sono dunque Spagna, Francia e Grecia che si affacciano sul Mediterraneo sia pure a notevole distanza dalla rotta centrale tra Libia e Italia che negli anni scorsi era la più frequentata da barconi e gommoni. Quest’anno non è così: in Spagna sono arrivate 27 mila persone contro 19 mila e 700 sbarcate in Italia e 18 mila 600 in Grecia (poche centinaia in Francia). Così nel governo italiano si ritiene che la Spagna possa aver interesse alla rotazione, mentre la Francia potrebbe essere indotta ad aderirvi da un’apertura di Roma sul progetto di Parigi per la Difesa europea. Anche per questo i suoi colleghi ministri non gradiscono i continui attacchi di Salvini al presidente francese Emmanuel Macron. Sophia ha oggi mille uomini su 4 navi, quattro aerei e due elicotteri. Quest’anno ha soccorso e portato in Italia 2.292 persone (44.916 dal giugno 2015: circa il 9% del totale dei soccorsi). Intanto la Guardia costiera di Tripoli fa sapere di aver ripreso in mare 400 migranti nell’ultima settimana e di averli portati nei campi di Zawiya e Tajoura. Nei centri di prigionia a Tripoli ci sono oltre 10 mila persone, tre volte oltre la capienza. Chissà se l’Ue se ne occuperà.

Chiesti i nomi degli “ostaggi” sulla nave. Saranno parti offese contro Salvini

La Procura di Agrigento sta identificando tutti i migranti rimasti per dieci giorni a bordo del pattugliatore Diciotti della Guardia costiera e arrivati in gran parte ieri a Rocca di Papa. L’atto consente loro di avere una tutela, in qualità di persone offese, nel procedimento che il procuratore capo Luigi Patronaggio ha aperto a carico del ministro dell’Interno Matteo Salvini e del suo capo di Gabinetto, il prefetto Matteo Piantedosi, entrambi accusati di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio.

Il fascicolo sarà trasmesso dalla Procura di Agrigento al Tribunale dei ministri di Palermo nei prossimi giorni – molto probabilmente venerdì – quando l’elenco delle identificazioni sarà completato. E quando sarà chiarito in quale modo la Procura di Agrigento potrà mantenere il contraddittorio con il Tribunale dei ministri. Esiste infatti un problema di coordinamento tra la procedura prevista dalla legge del 1989 e il codice di procedura penale riformato negli anni successivi. Completato l’elenco delle persone offese e sciolto il nodo interpretativo, la Procura agrigentina invierà il fascicolo al procuratore di Palermo che, a sua volta, entro 15 giorni lo trasmetterà al Tribunale dei ministri. Da quel momento i giudici ministeriali avranno 90 giorni per avviare nuove indagini, archiviare o chiedere al Senato l’autorizzazione a procedere.

È la notte del 16 agosto quando il pattugliatore Diciotti, in acque Sar maltesi, soccorre i 177 migranti, in gran parte eritrei. Lo sbarco nel porto di Catania però viene autorizzato soltanto la sera del 25 agosto. Per la Procura di Agrigento, che apre il fascicolo il 23 agosto, dopo la visita del procuratore a bordo della Diciotti, Salvini e Piantedosi hanno sequestrato e arrestato illegalmente, commettendo un abuso d’ufficio, i migranti rimasti in mare per quasi dieci giorni. Con l’aggravante di aver commesso il reato in qualità di pubblici ufficiali e nei confronti di minori.

Sabato scorso il procuratore ha sentito, come persona informata sui fatti, il vicecapo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Bruno Corda, oltre che lo stesso Piantedosi, ricostruendo la catena di comando che, per giorni, non ha concesso alla Diciotti l’autorizzazione allo sbarco. Salvini e Piantedosi non avrebbero impartito istruzioni scritte. Il tutto si sarebbe svolto solo con comunicazioni telefoniche.

Il ministro dell’Interno ha già annunciato che la linea del governo e del Viminale non cambierà e questo, in teoria, potrebbe portare a una reiterazione del reato, che sarà valutato dai tre giudici del tribunale dei ministri.

Parliamo di Fabio Pilato, 52 anni, fino a qualche tempo fa gip e poi giudice tutelare nel Tribunale di Palermo, quindi con esperienza su rifugiati e riconoscimento di status e protezione sussidiaria; Filippo Serio che proviene dal Tribunale del Riesame e Giuseppe Sidoti dalla sezione fallimentare.

Passerelle neofasciste e racconti di torture

C’è il sorriso dietro il finestrino di un autobus. E c’è l’opportunismo politico, nascosto dietro volti gonfi di odio. La via dei Laghi sfiora Castel Gandolfo, enclave vaticana a sud della Capitale. A metà strada, poco dopo le splendide terrazze sul lago, le macchine rallentano. Il primo pullman con metà dei 100 migranti sbarcati dalla Diciotti – dopo nove giorni di trattenimento, ovvero di sequestro, secondo la Procura di Agrigento – arriva quando ormai è notte. Eccoli, dietro i vetri, i ragazzi eritrei salvati dalla Guardia costiera italiana la notte del 16 agosto, rimasti fuori dai porti italiani per nove interminabili giorni. Sorridono, guardano con meraviglia la folla che in questa strada di collina spinge davanti al cancello del centro “Mondo migliore”, gestito dalla Caritas. Non capiscono. Forse per un momento hanno pensato che quelle bandiere italiane che sventolavano fossero una sorta di benvenuto. Un abbraccio della gente di Rocca di Papa.

Davanti al cancello la polizia e i carabinieri si stringono, serrano il cordone. Tra le spalle dei militari appaiono i volti noti dell’estremismo neofascista romano. C’è Davide Di Stefano, fratello di Simone, leader politico di CasaPound. C’è Mauro Antonini, stessa organizzazione, zona Tiburtino, quartiere romano a 30 chilometri dalla casa di accoglienza sulla via dei Laghi. E c’è Luca Marsella, il duro e puro di Ostia, dove i fascisti del Terzo millennio hanno occupato le spiagge a caccia di venditori abusivi, possibilmente neri. Politici nati e cresciuti nella fascisteria romana, pronti a gettarsi nella mischia dove c’è qualche migrante da contestare. Arroccati, da abusivi, in un palazzo del Demanio in via Napoleone III, quartiere Esquilino, i dirigenti nazionali del partito di Iannone – ormai lontano, più interessato ai giri milanesi che al destino di Roma – hanno subito capito come l’arrivo dei migranti della Diciotti fosse l’occasione ghiotta.

Decine di tv, giornalisti e un gruppo di esponenti della sinistra venuti a dare, al contrario, il benvenuto agli eritrei. Il cocktail perfetto per mostrare italianissimi muscoli e truci tatuaggi. Dopo poco arrivano, a dar man forte i cugini di Fratelli d’Italia, pronti a mostrare lo striscione nuovo di zecca che chiede il “blocco navale”. E vai con l’inno di Mameli. È notte, il buio nasconde i volti, è ora di alzare le braccia, nel cameratesco saluto romano. Fascismo? “Prima gli italiani”, gridano.

La seconda parte è andata in scena nel pomeriggio di ieri. I ragazzi eritrei sono già tutti nel centro, difesi dal cancello e dagli operatori della Caritas che per l’occasione si schierano davanti all’ingresso. A metà pomeriggio CasaPound si è ripresentata sulla via dei Laghi, una quarantina di militanti in tutto. Insieme a loro è arrivato Maurizio Boccacci, figura storica del neofascismo, presenza fissa alle udienze di Mafia Capitale, soprattutto nelle giornate delle lunghe dichiarazioni di Massimo Carminati. Dall’altra parte c’erano un centinaio di esponenti della sinistra dei Castelli Romani e dell’Anpi, arrivati per proteggere, almeno simbolicamente, il centro migranti.

Dall’interno filtravano i primi pezzi di racconto dei 100 eritrei, ospiti provvisori che verranno ridistribuiti in 27 diocesi nei prossimi giorni. Un viaggio, il loro, durato in molti casi anni, con lunghi periodi di detenzione nei campi libici. Torture, celle interrate, stupri, minacce, estorsioni fatte ai parenti. Sedici bambini sono nati durante l’inferno libico, nessuno è sopravvissuto. Ci sono 5 o 6 coppie, otto donne, il resto uomini soli, con un’età compresa tra i 20 e i 30 anni. “Non hanno idea di quello che sta succedendo in queste ore intorno a loro”, hanno raccontato gli operatori. Fuori gli slogan si affievoliscono. La sera si avvicina, le luci si smontano, il palcoscenico si chiude. Il tour dell’opportunismo politico prepara la prossima tappa.