Non è ancora certose sarà davvero Alessandra Mussolini la candidata leghista per la guida della Regione Campania alle prossime elezioni del 2020. L’idea però piace eccome all’europarlamentare, che ieri ha commentato laconica su Twitter: “Ne sarei onorata”. Solo poche settimane fa Alessandra Mussolini aveva annunciato il suo addio a Forza Italia, il partito in cui militava fin dalla sua ri-fondazione nel 2013, sempre più convinta del buon operato di Salvini e del governo Conte. Da lì le voci su un avvicinamento alla Lega e su una possibile candidatura in Regione Campania. Su Twitter Mussolini ha condiviso un articolo di affaritaliani.it che riportava la notizia, dando il suo assenso a correre per diventare governatrice, pur poi smentendo ad Adnkronos che siano state avviate trattative sul suo nome. Anche perché, di qui al 2020, sarà necessario capire la composizione delle alleanze e la tenuta del centrodestra, tenendo conto che Mussolini ha aderito alla Lega criticando duramente la linea politica di Forza Italia.
Il Martina giramondo: ecco la pazza estate del segretario a tempo
Il guado del Pd prosegue perpetuo dalla notte del 4 marzo. Quasi sei mesi di limbo in cui la parola d’ordine è “ripartire”, e che importa se non si è ancora capito con chi o per andare dove. Le risposte non le ha neppure Maurizio Martina, che del Pd è segretario – ora non più soltanto reggente – dal dopo elezioni. Da allora i renziani non hanno ancora trovato la quadra per riprendersi il partito, mentre l’unico nome certo per le primarie del prossimo anno è Nicola Zingaretti, governatore del Lazio con la testa ancora lontana dalla campagna elettorale. Che sia una fase di transizione lo hanno capito tutti, ma Martina non si dà pace nel tentativo di farla sembrare qualcos’altro.
L’opposizione al governo è non pervenuta, nei sondaggi il Pd galleggia su percentuali deprimenti ma lui è ovunque, gira l’Italia come una trottola alla ricerca di una legittimazione impossibile. Il tutto mentre è ancora fresco nella memoria il colpo di mano con cui Matteo Renzi, in mezz’ora di intervista a Che tempo che fa, dettò la linea su una possibile intesa di governo con i 5 Stelle, esautorando in un colpo solo assemblea e segretario.
Martina non ci pensa. Ieri all’alba era ai cancelli dell’Ilva di Taranto per il cambio turno. L’obiettivo? “Parlare con gli operai del futuro dell’azienda e dello stallo determinato dal comportamento attuale del governo”. Dove c’è emergenza, Martina si costerna, si indigna e si impegna come nessun altro.
Nella pazza estate del fu reggente, c’è Bologna, in corteo per ricordare le vittime della strage del 2 agosto 1980. Poi Foggia, dove fa visita il 7 agosto per conoscere uno dei sopravvissuti degli incidenti in cui hanno perso la vita sedici braccianti della raccolta dei pomodori. C’è Catania, dove Martina non può non seguire da vicino la crisi della nave Diciotti. Due giorni dopo eccolo ad Amatrice, occasione per monitorare la ricostruzione a due anni dal sisma che ha distrutto il paese. E ci sarebbe pure Genova, dove il segretario va spesso dopo il crollo del ponte e dove, gli va dato atto, mette la faccia per le colpe decennali del suo schieramento, beccandosi i fischi per tutti durante i funerali di Stato.
Per ogni posto Martina ha un tweet, per ogni tweet un hashtag che parla di “alternativa” e di un partito che sta #fiancoafianco con le persone.
La cosa pare stia particolarmente a cuore all’ex ministro dell’Agricoltura. La prima riunione della nuova segreteria, il 18 luglio scorso, l’ha convocata nella periferia romana di Tor Bella Monaca. “E qui chi v’ha mai visto?”, li aveva accolti un passante, proprio mentre Martina parlava di una “base da riconquistare” e ammoniva il governo: “Attui fino in fondo il Piano Periferie che noi abbiamo voluto negli ultimi anni”. Forse quel giorno non se lo sarebbe potuto immaginare, Martina, che di lì a poco lo stesso Pd avrebbe votato compatto – insieme alla maggioranza – lo stop al progetto renziano sulle città.
Psicodrammi quotidiani dell’opposizione dei pop-corn, piccoli inconvenienti tra un viaggio e l’altro del segretario. Che nel frattempo mica si fermava.
Il 30 luglio le cronache raccontano di un Martina “grintoso ed espressivo” (Repubblica), che “corre e suda tra i forti ragazzini” della scuola calcio Arci di Scampia. Eccolo lì, il leader dem: barba incolta, camicia bianca cui concede le maniche rimboccate e via, pronti per la partita nel campetto del circolo alla periferia di Napoli, teatro della seconda riunione della segreteria.
Ispirato dal golfo, Martina aveva fatto le cose in grande, forse memore della maglietta rossa che indossava il giorno in cui è stato eletto segretario: “A settembre servirà una grande mobilitazione per rispondere a questo clima d’odio contro i migranti”. Chissà se ha più trovato il tempo di organizzarla.
Stallo sul cda Rai, torna l’ipotesi di Foa presidente
Sorpresa: il prossimo presidente della Rai, dopo la bocciatura di Marcello Foa in commissione parlamentare di Vigilanza, potrebbe essere Marcello Foa. L’ultima dichiarazione politica sul punto è quella di Luigi Di Maio, vicepremier M5S, l’8 agosto: “Nessuno può obbligare un membro del cda a dimettersi, Foa è una persona di indiscussa capacità professionale”.
Riassunto delle puntate precedenti: il governo indica i due membri del consiglio di amministrazione della Rai che gli spettano. L’amministratore delegato Fabrizio Salini, suggerito dal Movimento 5 Stelle, e il presidente Marcello Foa, prescelto dalla Lega. Mentre Salini diventa subito operativo, per il presidente serve il voto favorevole dei due terzi della commissione di Vigilanza. Il primo agosto Foa ottiene la maggioranza, 22 voti, ma cinque in meno del quorum richiesto di 27. Bocciato come presidente, resta però in cda, in quanto consigliere più anziano ha anche diritto a esercitare pro tempore le funzioni di presidente.
Circola per qualche tempo l’idea di trovargli un altro incarico, magari come direttore di rete, in modo da spingerlo a dimettersi (ha lasciato il suo precedente lavoro da ad nel gruppo Corriere del Ticino) e permettere al governo di indicare un nuovo consigliere capace di raccogliere più consenso come presidente. Secondo quanto riferiscono al Fatto fonti molto vicine al dossier, questa idea è ormai stata abbandonata.
Foa è stato bocciato per la rottura tra Lega e Forza Italia che ha votato contro anche se il giornalista ha passato quasi tutta la carriera al Giornale di Silvio Berlusconi. Non era una contrarietà di merito, ma di metodo perché Berlusconi non era stato consultato sul nome con adeguato anticipo. Il Cavaliere pare si fosse convinto, ma un pezzo del partito guidato da Antonio Tajani ha comunque scelto la rottura. Consumata la prova di forza che ha ricordato ai leghisti l’esistenza di un altro partner in quella che era la coalizione di centrodestra, si può andare avanti.
Solo sbloccando Foa si può procedere con le altre nomine, quelle dei direttori di rete e dei telegiornali, una trattativa tutta in mano ai partiti nella quale Forza Italia può reclamare qualche casella in cambio del voto in commissione di Vigilanza.
Nel frattempo, l’ad Fabrizio Salini lavora su tutti i dossier che non sono paralizzati dalla politica, a cominciare da quel rilancio del sito di news che si era arenato nella fase finale della gestione precedente. I palinsesti sono già definiti fino alla primavera ma, una volta superato lo stallo, si capirà se i Cinque Stelle manterranno i loro bellicosi propositi che hanno come primo bersaglio Fabio Fazio con il suo show su Rai1.
Scuola-lavoro, gli studenti delusi: un flop anche d’estate
Se le attività scolastiche d’estate si fermano, l’alternanza non conosce riposo. Il tempo libero estivo, infatti, favorisce il protrarsi di queste esperienze; ma la qualità lascia a desiderare. Sembra essere peggiore rispetto a quella rilevata dagli studenti che hanno lasciato temporaneamente i banchi durante il periodo di lezione. Insomma un tappabuchi buono per finire le ore obbligatorie di alternanza, ma non sempre in grado di rispondere agli obiettivi del progetto. È quanto emerge dall’analisi di Skuola.net, che ha intervistato al termine del passato anno scolastico oltre 6 mila studenti dell’ ultimo triennio delle scuole secondarie. Fra questi circa mille (17%) hanno svolto l’esperienza di alternanza proprio in estate. La gestione di questi tirocini estivi è però carente. A meno della metà (43%) sono stati spiegati gli obiettivi del progetto. Solo al 52% è stato assegnato un tutor aziendale per tutto il tempo. Circa 1 su 4 ha potuto scegliere tra più opzioni di tirocinio. Appena il 22% ha svolto compiti principali assieme al team aziendale. E neanche 1 su 10 ha ricevuto una formazione ad hoc sulla sicurezza.
Altro che spread, caro bollette per le tariffe
La corsa del petrolio, gli oneri di sistema, le aziende con grandi consumi e ora il sistema Paese: a far diventare sempre più una tassa occulta la bolletta non mancano le occasioni. Tanto che le famiglie negli ultimi 7 anni si sono ritrovate a pagare il 21% in più l’elettricità, vale a dire 105 euro. Ma la stangata vera, fino a un massimo di 100 euro all’anno, arriverà nei prossimi mesi. Andiamo con ordine. Il caro spread, inteso come il differenziale dei titoli di Stato tedeschi con quelli italiani, andrà a farci pagare di più luce e gas per effetto della remunerazione del capitale investito per le società che gestiscono i servizi regolati, come quello elettrico e del metano. Per gli amanti del tecnicismo è il Weighted average cost of capital (Wacc) che va moltiplicato per il Regulatopry asset base (Rab). È l’Autorità dell’energia (Arera) che nella formula per aggiornare il Wacc dovrà tenere conto della corsa dello spread, perché maggiore sarà il suo valore, più pagheremo per finanziarie gli investimenti delle aziende. Dal 2019 al 2021, un aumento del fattore rischio dello 0,3% potrebbe far sborsare 1,6 euro in più all’anno per la luce e 3 euro per il gas. Ma sul tavolo del nuovo presidente dell’Arera, Stefano Besseghini, c’è anche un altro aggiornamento: quello delle bollette per i clienti del mercato tutelato valido da ottobre a dicembre.
A causa del caldo record registrato questa estate e della corsa del petrolio è certo che i consumatori ne pagheranno il conto. Come per il trimestre corrente, dove si è registrato un aumento delle bollette della luce del 6,5% e dell’8,2% per il gas. Incrementi che sarebbero potuti essere maggiori se l’Arera non avesse limato il costo degli “oneri di sistema”, attraverso uno “scudo congiunturale”, che però come tale va prima o poi reintegrato. E, come se non bastasse, da giugno 2017 a complicare tutto c’è anche il nuovo meccanismo di calcolo legato al costo delle materia prima (introdotto in previsione del passaggio obbligatorio al mercato libero, rimandato al 2020) che causa aumenti e diminuzioni più sostenuti rispetto al passato, quando i rincari venivano diluiti.
A gravare di più sulle famiglie è però il completamento della riforma tariffaria per l’energia. Sarebbe dovuta scattare a gennaio 2018, ma l’Arera l’ha rinviata di un anno per evitare maggiori ulteriori esborsi ai clienti, specie quelli con bassi consumi come anziani, pensionati e single. Il nuovo meccanismo non è, infatti, più basato sul principio del ‘chi più consuma più paga’, ma su tariffe indifferenziate per tutti, per favorire l’utilizzo di energia elettrica, più sostenibile rispetto al gas. Le stime parlano di aumenti fino al 46% per chi consuma meno di 1.500 kWh/anno (la maggior spesa è di 80 euro) e di 20 euro in più per il cliente-tipo. Un rincaro che si sarebbe sommato al +3% già fatto registrare da inizio anno a causa degli sconti applicati agli energivori (le grandi aziende). Resta, invece, da capire cosa sia successo al bonus sociale previsto per le famiglie in disagio economico. Si tratta di sconti per i più poveri e i malati che utilizzano apparecchiature salvavita. La legge sulla Concorrenza aveva previsto che il ministero dello Sviluppo rivedesse “l’attuale disciplina”. La scadenza: febbraio 2018.
“Quoziente familiare e aiuti alla crescita: l’Ue dovrà dire sì”
Laura Castelli, viceministro dell’Economia per il Movimento 5 Stelle, quali sono le sue priorità per la legge di Bilancio? Al primo posto ci sono le emergenze: terremoti, alluvioni e Genova, per la quale stiamo lavorando a una sospensione delle cartelle esattoriali e dei mutui. Sarà mia cura chiedere al ministro Tria di strutturare un decreto che blocchi almeno per un anno ogni provvedimento di Agenzia delle entrate e di Riscossione sulle aree colpite dalla tragedia del ponte. Fisco e cartelle saranno bloccati per imprese e famiglie colpite dal disastro. Un provvedimento doveroso che si unisce al blocco dei mutui per famiglie e imprese dell’area distrutta.
Ci sarà il reddito di cittadinanza?
Con le risorse disponibili, è necessario fare un rilancio della ‘crescita di qualità’: attenzione ad ambiente, salute, lavoro. Grazie all’ottimizzazione della spesa e della tassazione, attingendo ai piani Cottarelli-Giavazzi-Perotti, recupereremo risorse per attivare la riforma dei centri per l’impiego, per il rilancio occupazionale e per affrontare la bassa produttività. Anche grazie a riforme strutturali fiscalmente neutre.
Di quante risorse stiamo parlando?
Ancora non posso dare cifre, stiamo facendo uno studio per capire come sostituire gli strumenti esistenti con il reddito di cittadinanza, una parte che mancava nella nostra proposta di legge del 2013.
Terrete l’impianto attuale del Reddito di inclusione (Rei)?
Non ci piace che il Rei diventi un peso per l’ente locale che non riesce a gestire tutto.
A gennaio 2019 ci sarà qualcuno che riceverà una cosa che si chiama “reddito di cittadinanza”?
Sì.
Sul fisco cosa volete fare?
Qualunque ridisegno fiscale, flat tax inclusa, partirà dal coefficiente familiare, una misura già usata in molti Paesi europei che garantisce più natalità ed equità. La Commissione Ue in passato ha autorizzato aumenti di spazi finanziari per questa misura in altri Paesi, come la Francia.
Quanto costa?
Si può fare senza aggravi o quasi dal lato della spesa, accorpando spese sociali duplicate o mal indirizzate. Riorganizziamo le detrazioni relative alla famiglia, per esempio quelle sul familiare a carico. Se queste misure toccassero un po’ al rialzo la spesa nel breve periodo, sarebbero comunque giustificabili come spese una tantum a favore di una crescita più bilanciata. L’Ue non potrebbe che approvare, come del resto ha fatto meno legittimamente quando ha concesso flessibilità di bilancio al governo Renzi per gli 80 euro, una spesa a basso moltiplicatore, barattata con l’apertura dei porti ai migranti.
Questa è una voce che circola, ma senza prove.
E allora perché Bruxelles ha concesso quella misura, un semplice sostegno ai consumi, che non aumenta il Pil?
Il deficit nominale previsto per il 2019 è oggi allo 0,9 per cento del Pil. Cosa devono aspettarsi i mercati, pensate davvero di andare sopra il 3 per cento?
Che il metodo di calcolo del deficit strutturale sia opinabile è ormai assodato. Ma prima di arrivare al 3 per cento di quello nominale c’è un sacco di strada. Non saremmo un governo del cambiamento se non cercassimo di avere qualche decimo di punto in più di quelli già concordati con l’Europa. E poi serve una valutazione qualitativa: dipende per cosa si usa il deficit.
Non avete mai chiarito dove troverete le risorse per evitare le clausole di salvaguardia sull’Iva, 12,5 miliardi da trovare entro dicembre.
Le copriremo completamente.
In deficit o no ?
Lo stiamo valutando. Ma non siamo favorevoli a sostenere alcuni settori con Iva agevolata che deve invece valere per la green economy e altri comparti che ci possono consentire di rispettare obiettivi ambientali come l’accordo di Parigi del 2015 o per favorire una revisione della spesa sanitaria.
Lo scontro con l’Europa sui migranti della nave Diciotti avrà ripercussioni nel negoziato con la Commissione Ue sulla legge di Bilancio in autunno?
Secondo me no, anzi. Ci sono Paesi come la Germania che con Bruxelles hanno trattato spazi finanziari sugli immigrati: l’arrivo dei siriani in Germania nel 2015 ha avuto impatti sul Pil potenziale e questo ha permesso di avere più margini di spesa.
L’immigrazione sarà usata come leva per ottenere il consenso di Bruxelles a spendere di più in deficit?
Siamo completamente da soli sui migranti, nel dibattito europeo bisogna far presente che non si può essere cornuti e mazziati.
Perché il ministro del Tesoro Tria ancora non ha assegnato le deleghe a lei e all’altro vice Massimo Garavaglia, della Lega?
Ci siamo concentrati su altro, quando siamo entrati questo ministero aveva questioni molto urgenti, ho preferito occuparmi subito del decreto terremoto e poi del decreto dignità, piuttosto che sulla burocrazia.
Acquisti sospetti. Archiviata l’indagine sul deputato Caiata
Nessun crimine. “Il tribunale di Siena ha accolto la richiesta di archiviazione del procedimento pendente nei miei confronti”. È lo stesso Salvatore Caiata, vicepresidente del gruppo Misto-Maie alla Camera e presidente del Potenza Calcio (serie C), a rendere noto l’esito dell’inchiesta per intestazione fittizia di beni evidenziando che “chi ha giudicato troppo in fretta oggi dovrebbe chiedere scusa”. Lo scorso 23 febbraio, a pochi giorni dalle elezioni politiche, il Movimento cinque stelle annunciò la sua espulsione per non aver comunicato di essere indagato: il 4 marzo l’imprenditore fu eletto nel collegio uninominale Potenza-Lauria.
Il deputato ha ricordato che la richiesta di archiviazione “era stata trasmessa dal pm lo scorso 16 luglio 2018”. Ora si dice “sollevato”, anche se “rimane l’amarezza per il danno portato alla mia immagine e alle mie attività di imprenditore”. Caiata è attivo nel settore della ristorazione e ha tre locali in piazza del Campo a Siena. I pm erano stati insospettiti da alcuni trasferimenti poco chiari di immobili e capitali per le compravendite di attività commerciali e immobili a Siena e altre città italiane.
L’imprenditore: “Un brindisi all’alluvione”
Otto morti, interi quartieri sventrati dall’acqua e mezza città da ricostruire. E, nonostante questo, a Livorno c’era chi, come nel 2009 dopo il terremoto de L’Aquila, aveva voglia di festeggiare: “Dobbiamo incontrarci e brindare all’alluvione”, diceva al telefono il titolare della Tecnospurghi livornese Emanuele Fiaschi a un collega viareggino un mese e mezzo dopo la tragedia, talmente sicuro di vincere gli appalti della Protezione civile comunale.
Sì, perché a scriverglieli su misura ci pensava Riccardo Stefanini, ex coordinatore dell’ente e volto noto in città, già arrestato a fine maggio con l’accusa di peculato e raggiunto ieri, insieme a Fiaschi, da un’ulteriore misura cautelare per turbativa d’asta e truffa ai danni dello Stato. L’inchiesta della Squadra Mobile, coordinata dalla Procura di Livorno, era partita alla vigilia dell’alluvione in seguito a una denuncia del sindaco Filippo Nogarin che aveva segnalato “anomalie” nella gestione della Protezione civile: ieri sono arrivati gli arresti. Secondo l’accusa, Stefanini aveva “pilotato” a favore di due imprenditori due gare sotto i 40 mila euro che prevedevano l’affidamento diretto da parte della Protezione civile: una relativa ai mezzi spargisale per le emergenze (la “Multiservizi”) e l’altra al cosiddetto “Alert System”, il sistema automatico che serve al Comune per comunicare le emergenze ai cittadini. Nel primo caso, il dirigente della Protezione civile prima informava Fiaschi dell’interesse di un’altra impresa e poi, scrive il gip di Livorno nell’ordinanza di custodia cautelare, si “attivava al fine di escludere detto concorrente” tramite telefonate dirette al responsabile gare della Ceragioli Costruzioni interessata all’appalto, svolgendo così “un’attività di verifica che non rientra tra le sue competenze”. Secondo gli investigatori, inoltre, il dirigente della Protezione civile gonfiava le spese del Comune a favore della Tecnospurghi durante l’allerta meteo del 25-26 febbraio e primo marzo scorso: in quell’occasione Stefanini fa impennare il prezzo del sale fornito dalla Tecnospurghi (15 euro per 20 kg mentre il Comune di Pisa cinque anni prima ne aveva pagati 3 per 25 kg) e inoltre fa corrispondere alla ditta dell’amico lavori per 4.500 euro mai eseguiti e svolti volontariamente da un privato cittadino. Tutto questo, scrive il gip di Livorno Antonio Del Forno, in cambio di “regalie varie e offerta di pranzi, cene e altri vantaggi da parte del Fiaschi in favore dello Stefanini”. Ma il dirigente della Protezione civile non “pilotava” solo le gare a favore della Tecnospurghi: lo stesso meccanismo viene usato per “favorire” anche la rappresentante commerciale di Comunicaitalia srl, Nicoletta Frugoli, raggiunta ieri da un’interdizione per un anno da “uffici di rappresentanza e commerciali”, riguardo alla gara sul cosiddetto “Alert System”. Indetta dal Comune il 23 novembre 2017, due settimane prima Stefanini informa l’amica per telefono girandole via email la bozza dell’avviso di interesse pubblico “invitandola espressamente a darci un’occhiata, aggiustarla e rimandargliela”. La donna fa come gli dice il dirigente e alla fine il bando di gara verrà pubblicato con criteri perfetti per far vincere la Comunicaitalia: alla fine non si presenterà nessun altro.
Quella di ieri è la seconda tranche di un’inchiesta che aveva portato nel maggio scorso all’arresto di Stefanini con l’accusa di peculato: per gli investigatori il dirigente era solito usare la macchina di servizio per scopi personali e portarsi a casa gli alimenti donati per solidarietà agli alluvionati. Il sindaco Nogarin si è detto “schifato”. Il Comune si costituirà parte civile.
Sulle pensioni d’oro Di Maio prepara la guerra alla Lega
Il governatore Roberto Maroni, in un editoriale sul Foglio di una decina di giorni fa, è arrivato a scomodare la sempiterna “manina”. Che si sia mossa o meno – vedremo poi perché – è un fatto che, mentre il ponte di Genova veniva giù e la Diciotti era ormeggiata nel porto di Catania, a Roma si litigava assai pesantemente sull’ultima proposta di legge che i gialloverdi hanno depositato in Parlamento prima che chiudesse per ferie.
Parliamo del taglio alle cosiddette pensioni d’oro, uno dei cavalli di battaglia di Luigi Di Maio, ed elemento fondativo (è scritto al punto 26) del contratto di governo siglato da Lega e Movimento Cinque Stelle. Si stabiliva allora che fosse necessario “per una maggiore equità sociale” una sforbiciata agli assegni superiori ai 5 mila euro “non giustificati dai contributi versati”. Una misura obbligata, questa la ratio alla base della proposta, per sanare le ingiustizie create dal passaggio – prima graduale (riforma Dini del 1995), poi definitivo (Fornero, 2012) – dal sistema retributivo a quello contributivo. L’ipotetico taglio riguarderebbe solo i beneficiari degli assegni più ricchi: 5 mila euro netti al mese era la soglia prevista dal contratto, 4 mila quella che si deduce dalla proposta di legge firmata dai capigruppo Riccardo Molinari (Lega) e Francesco D’Uva (M5S), che individuano un “tetto” annuo di 80 mila euro. Ma la comunione di intenti pare essersi fermata lì.
Nemmeno una settimana dopo aver depositato il progetto alla Camera, Molinari ha chiarito a Repubblica che quello “è solo un testo da cui partire”, che bisogna lavorarci sopra e che la Lega non farà “espropri proletari” nei confronti dei lavoratori precoci che verranno puniti dalla riforma, ovvero quei (pochi) che hanno cominciato a lavorare prima di diventare maggiorenni e hanno fatto una carriera tale da avere una pensione netta da più di 4 mila euro al mese. Cosa c’entri il proletariato con un assegno che vale almeno quattro volte la media di quelli pagati dall’Inps ai lavoratori lo spiega, secondo la Lega, la “manina” cui faceva cenno Maroni: i Cinque Stelle, presi dalla fregola della battaglia “anti-casta”, vorrebbero dare un “salasso al Nord produttivo” per alzare addirittura a 750 euro l’assegno dei pensionati minimi che oggi ne prendono 450 e che vivono in gran parte al Sud, bacino elettorale dei grillini.
Ieri, a dare manforte alle perplessità dei leghisti, è arrivato – ancora su Repubblica – Alberto Brambilla, il consulente di Matteo Salvini che ora dirige la società Itinerari previdenziali e per il prossimo futuro ambisce alla presidenza dell’Inps, di cui è già stato consigliere. In sintesi, dice la sua analisi, “qualsiasi ricalcolo contributivo è inattuabile” e farlo sarebbe un danno per “la classe dirigente del Paese”: al massimo, aggiunge, si può pensare a “un contributo di solidarietà per tre anni”, come quello già sperimentato dalla Fornero sopra i 91 mila euro e scaduto a fine 2017.
Ecco, diciamo che se il Luigi Di Maio schiacciato dalla campagna di Matteo Salvini sull’immigrazione avesse in mente di far passare la Lega come il partito delle lobby, ieri, Brambilla gli ha dato una grossa mano. “Se c’è qualcun altro del Fronte dei Privilegiati che vuole metterci i bastoni tra le ruote si faccia avanti”, aveva già detto il vicepremier grillino dopo i primi pezzi usciti sui giornali. Ieri, s’è tenuto alle carte: “Non voglio entrare in uno scontro – ha dichiarato a proposito del consulente di Salvini – ma nel contratto di governo abbiamo scritto che vogliamo tagliare le pensioni d’oro: se qualcuno vuol dire che il contratto non si deve attuare lo dica chiaramente, altrimenti si va avanti”.
L’altro “altrimenti”, quello non detto, è il tema su cui già si sta allenando per la prossima campagna elettorale.
La proroga al 2042 per Aspi non è stata varata dal ministero
Ieri si è capitoufficialmente che, nonostante il parere positivo dell’Ue acquisito dal governo Gentiloni dopo una lunga trattativa e diverse modifiche del testo, la proroga dal 2038 al 2042 della Concessione ad Autostrade per l’Italia di 3mila chilometri di corsie non è ancora un atto ufficiale. Lo ha detto lo stesso Giovanni Castellucci, ad di Autostrade: “Sulla cosiddetta proroga della concessione era arrivato il via libera dalla Commissione di Bruxelles, ma ora è il ministero che può decidere di completare l’iter. Per questo non c’è ancora nulla da pubblicare”. Quest’ultimo accenno risponde a questa domanda: “Perché non avete pubblicato la proroga collegata alla Gronda?”. Il passante che nel 2029 avrebbe dovuto sgravare (non sostituire) il traffico della A10 è infatti stato autorizzato, ma dovrebbe realizzarlo Autostrade in cambio appunto di remunerazione del capitale e proroga della concessione: se manca l’atto del ministero, manca dunque anche il finanziamento della Gronda col progetto esecutivo e tutto il resto. O meglio, esiste di sicuro in Autostrade, ma va ratificata dal ministero delle Infrastrutture: strano che a maggio Regione e società volessero già far partire gli appalti.