Toti parla a nome della Lega per l’accordone autostradale

Il personaggio politico centrale del dopo-crollo a Genova, anche se può sembrare strano, è Giovanni Toti: il governatore della Liguria espresso da un centrodestra a trazione leghista e sponda salviniana dentro quel che resta di Forza Italia incarna oggi l’opposizione alla linea dei 5 Stelle (Di Maio e Toninelli) e del premier Giuseppe Conte sui rapporti con Autostrade per l’Italia.

Fosse solo questo, niente da rilevare. Il punto è che lo fa anche per conto della Lega, che non può esasperare lo scontro con gli alleati ma neanche vuole cedere sulla nazionalizzazione delle corsie e la revoca della concessione a passo di carica alla società controllata dai Benetton. Il plenipotenziario leghista Edoardo Rixi – che gli fu accanto in campagna elettorale e suo assessore allo Sviluppo fino ad aprile (oggi è viceministro di Toninelli alle Infrastrutture) – può dire e non dire, smentire solo in parte la linea barricadera dei Cinque Stelle. Idem Giancarlo Giorgetti, formalmente braccio destro di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. E allora ci pensa Toti, il miglior amico di Autostrade da quando il Morandi è venuto giù.

Il governatore ligure, a oggi, è solo commissario all’emergenza, ma aspira fortemente all’estensione del suo ruolo alla ricostruzione. Salvini e soci lo sponsorizzano, i grillini fanno resistenza, la linea ufficiale è che “se ne sta occupando Conte”, come sempre quando non si sa che fare. Eppure consegnare un ampio potere sul riassetto di Genova all’ex giornalista Mediaset non è una scelta neutra.

Se c’è un partito che non è mai entrato in crisi in Liguria è quello del cemento o, se si preferisce, delle grandi opere di dubbia utilità e Toti è iscritto ad honorem fin dal suo debutto: basti dire che, appena eletto, volle come segretario generale della Regione Paolo Emilio Signorini, per tre lustri abbondanti a capo delle grandi opere al ministero delle Infrastrutture regnante Ercole Incalza, il mago degli appaltoni.

E infatti oltre al “Piano casa”, simile a quello del Pd e improntato al solito laissez faire edilizio, o al nuovo cemento al porto di La Spezia, Toti s’è assai speso anche per le grandissime opere. Il Terzo Valico ferroviario, ad esempio, infrastruttura sostanzialmente inutile che affidiamo alla descrizione di Giorgio Meletti sul Fatto di tre anni fa: “Dovrebbe collegare il porto di Genova alla città di Tortona, in Piemonte. Una sessantina di chilometri, non meno di 6,2 miliardi il costo, uno spreco di denaro che piace a destra e a sinistra”.

È appena il caso di ricordare che quel progetto, vecchio di quasi trent’anni, risale agli albori dell’Alta velocità, quando Incalza ne era il deus ex machina. Signorini, nel frattempo, è passato a presiedere il Porto di Genova, interessato ai lavori post-Morandi e al Terzo Valico.

Anche la Gronda, il passante che tra oltre dieci anni avrebbe dovuto sgravare il viadotto crollato (ma non sostituirlo), è una fissa di Toti. Ora, per esempio, si scopre che in realtà il progetto non era proprio operativo. Lo ha ammesso indirettamente ieri su Repubblica lo stesso ad di Autostrade, Giovanni Castellucci: “È il ministero che deve decidere di completare l’iter per la proroga della concessione” dal 2038 al 2042 a cui sono però collegati i 4,8 miliardi di investimenti per la Gronda.

Eppure Toti solo il 28 maggio scorso, con un sorridente Castellucci a fianco, annunciava il via libera proprio da Genova: “Da oggi chiude la fase politica e comincia la parte tecnica di realizzazione: siamo pronti al via”. Raccontano le cronache: “Autorizzato il piano finanziario, partiti gli espropri e le attività per la riduzione delle interferenze, in corso gli ultimi affidamenti per la fase esecutiva che verranno conclusi entro il 2018, mentre tutti i cantieri partiranno nel 2019 (…) Castellucci ha annunciato che i genovesi potranno vedere in prima persona l’avanzamento dei lavori a partire dal 2019”.

Costruire tutto e subito, Gronda compresa, e farlo fare ad Autostrade è l’unico pensiero di Toti in questi giorni: “Finché hanno la concessione sono loro i miei interlocutori”, ha detto al Corriere della Sera, e siccome i lavori devono partire “presto”, “il prima possibile”, saranno loro anche per il nuovo ponte. Non a caso Castellucci ha già promosso Toti (sempre su Repubblica): “La ricostruzione è stata delegata al commissario straordinario con cui abbiamo rapporti quotidiani”.

È la stessa intervista in cui l’ad di Autostrade si dice disponibile, bontà sua, a che Cassa depositi e prestiti entri nella società, ma in posizione di minoranza (si deduce dagli esempi, tipo il fondo cinese Silk Road): soldi pubblici sì, ma controllo privato.

È la via del grande appeasement a cui sempre Toti, l’uomo mezzo berlusconiano e mezzo leghista, accennava ieri. Toninelli e Di Maio vogliono che sia Fincantieri a ricostruire il Morandi? “Toninelli stai sereno. Ora gli svelo un segreto: senza bisogno di tanta propaganda stiamo già lavorando, con il buonsenso, per fare in modo che il ponte venga ricostruito con la collaborazione di Fincantieri”.

Tradotto: Toti fa il commissario al dopo-crollo, Autostrade risarcisce la città e ricostruisce il ponte a sue spese se possibile in Ati (associazione temporanea d’impresa) con Fincantieri e – ciliegina sulla torta – la controllante di Fincantieri, cioè Cdp, entra nel capitale di Autostrade. A quel punto tutto è perdonato e si fa anche la Gronda. Di Maio, ieri, ha detto no: “Prima fate questo guaio e poi volete una partecipazione per salvarvi in Borsa?”. Il governatore, però, parla a nome della Lega.

Da Autostrade Spa aiuti per 2 milioni a 215 famiglie su 245

La società Autostrade per l’Italia ha comunicato di aver versato i contributi per le prime necessità per un totale di 2 milioni di euro a quasi tutte le famiglie della Zona Rossa di Genova costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa del crollo del ponte Morandi. Su un totale di 252 famiglie che hanno dovuto lasciare le case, sono 245 ad aver presentato richiesta di un contributo economico per le primissime necessità. Di queste, 215 hanno aderito alla procedura accelerata e hanno già ricevuto il contributo economico richiesto per oltre 2 milioni di euro complessivi.

Inoltre, sono stati versati con assegno i contributi economici per le necessità più urgenti ai primi 5 commercianti, artigiani e imprenditori colpiti dalla tragedia di Genova, che lavorano all’interno della Zona Rossa e non hanno attualmente la possibilità di svolgere la propria attività: fino a oggi sono state presentate 19 domande di questo tipo.

Intanto, Intesa San Paolo e Deutsche Bank hanno deciso di sospendere il pagamento dei mutui per tutti gli sfollati della Zona Rossa.

Le strade sono la gallina dalle uova d’oro: remunerazione doppia degli altri settori

C’è qualcosadi strano nel sistema delle concessioni autostradali rispetto persino agli altri settori con simile rapporto Stato-privato ed è possibile scoprirlo nei dati diffusi martedì da Fidentiis sul cosiddetto Wacc, ovvero il tasso di congrua remunerazione del capitale investito (quello che il concedente garantisce cioè al concessionario a fronte appunto degli investimenti sulle infrastrutture di sua proprietà): per Italgas è del 6,1%; per Snam è del 5,4%; per Terna vale il 5,3%; per Autostrade il 10,21%. Un dato, come si vede, assolutamente fuori scala: per Fidentiis il titolo Atlantia cala in Borsa perché le aspettative di rendimento si avvicinano alle cifre degli altri, non a quelle stratosferiche di oggi. In realtà quel 10% abbondante poteva forse avere un senso quando fu deciso nel 2007, ma i parametri su cui si basa sono cambiati negli anni e il Waac andrebbe in genere aggiornato con cadenza biennale, cosa che non è stata fatta garantendo per oltre un decennio una remunerazione degli investimenti fuori scala.

Come si costruisce il regalo ai privati: la quarta corsia della Milano-Bergamo

Perché i pedaggi in Italia continuano ad aumentare ogni anno (salvo che il ministro di turno, per contenere gli aumenti, non conceda una proroga, spostando l’onere sulle future generazioni)? Il motivo principale è la remunerazione degli investimenti (anche se in anni recenti di investimenti le concessionarie ne hanno fatti sempre meno). La regola è che la tariffa debba essere aumentata per quanto occorre a generare ricavi che coprano i costi, al netto dei ricavi incrementali frutto dell’investimento. Tutti questi dati devono essere espressi a valori attuali, scontando i flussi futuri al tasso di remunerazione che viene riconosciuto al concessionario.

Se la redditività dell’investimento fosse pari a quella che si vuole assicurare al concessionario non vi sarebbe bisogno di incrementi di tariffa. Dato il costo dell’investimento, è chiaro che la tariffa dovrà aumentare tanto più quanto più alto è il saggio di remunerazione per il concessionario e quanto minore è il ricavo incrementale frutto dell’investimento. Il concessionario ha quindi interesse a sottovalutare sistematicamente la redditività attesa degli investimenti che propone al ministero il quale, “assentendoli”, certifica lo straordinario fatto di un Paese che continua a effettuare investimenti che rendono poco o nulla pagando però tassi altissimi a chi li esegue.

Consideriamo un solo esempio concreto: l’investimento nella quarta corsia della Milano-Bergamo (35 km), come viene illustrato nell’allegato E al I Atto Aggiuntivo della concessione ad Autostrade per l’Italia. Il costo è di 445 milioni, spesi soprattutto nei due anni 2006-2007. La società stima che l’incremento del traffico dovuto alla quarta corsia sarà modestissimo: appena l’1,8% in più i veicoli leggeri e lo 0,6% per i veicoli pesanti con ricavi aggiuntivi di meno di 3 milioni l’anno, 78 milioni al 2038 (fine della concessione). Non pare un investimento che faccia senso economico, visto che non sarebbe in grado di ripagarsi nemmeno in un secolo, e non si capisce perché il ministero abbia detto sì.

Si capisce bene, invece, perché la società l’abbia proposto e realizzato. Avendo ipotizzato ricavi aggiuntivi modestissimi, in pratica tutto l’investimento le viene remunerato, con incrementi di tariffa, all’elevatissimo tasso del 7,18% (dopo le imposte) generando ricavi aggiuntivi (netti) di 1.375 milioni nell’arco della concessione, tre volte quanto investito. In altri termini, con gli incrementi di tariffa la società recupera in 13 anni (entro il 2018) quanto investito e tutti i ricavi per i 20 anni successivi sono profitti netti. Non esiste altro settore che offra rendimenti così elevati e sicuri.

Il secondo motivo che ha indotto la società a effettuare l’investimento è che la Milano-Bergamo era molto congestionata già agli inizi del secolo e difficilmente avrebbe potuto gestire l’incremento di traffico previsto per i successivi 40 anni. Si può quindi ritenere che la costruzione della quarta corsia sia stato un investimento socialmente utile e si sarebbe potuto prevedere che si “ripagasse” coi proventi del maggior traffico, senza aumenti di tariffa, se il “Regolatore” non avesse supinamente accettato le previsioni della società. Una differenza da 1.375 milioni di pedaggi in meno!

L’inchiesta sul ponte crollato vira sui dirigenti ministeriali

Non solo più Autostrade, ora l’inchiesta sul crollo del ponte Morandi vira drasticamente anche sulle responsabilità dello Stato. E lo fa con non poche sorprese. Ieri, infatti, gli investigatori della Guardia di finanza si sono presentati negli uffici del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. In mano un corposo decreto di sequestro firmato dalla Procura di Genova. “Sequestro presso terzi”, il che equivale a dire che ancora, a distanza di 16 giorni dal crollo del viadotto (14 agosto, ore 11:36 e 43 morti), non vi sono indagati. Ma ormai sembra solo questione di giorni. Sul tavolo i magistrati hanno un elenco ben preciso di nomi e funzioni.

In via Nomentana a Roma, ieri, i militari avevano una indicazione precisa: la Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali. La prima a essere visitata è stata la direzione generale, il cui responsabile è il dottor Vincenzo Cinelli che l’11 giugno scorso ha firmato il via libera al progetto “migliorativo” di retrofitting pensato da Autostrade per le pile 9 e 10 del viadotto. La 9 sarà poi quella che crollerà, implodendo su stessa trascinandosi dietro gli stralli. Cinelli, che non risulta indagato, da giorni è uno dei nomi su cui si lavora in Procura. “Abbiamo acquisito atti tecnici e amministrativi – spiega una fonte investigativa – che riguardano il ponte e siamo tornati indietro fino al 2012”. Un dato cronologico sul quale ragionano i magistrati per fissare l’inizio delle responsabilità penali.

Nel mirino dei finanzieri, che hanno portato via diversi computer, gli atti autorizzativi ai lavori di manutenzione e messa in sicurezza. A partire dal progetto da 26 milioni scritto da Autostrade che doveva partire a settembre. Ma certo non è stato perquisito solo l’ufficio di Cinelli. “Da lì – spiega un investigatore – siamo scesi alle varie altre articolazioni della direzione stessa”. Tra queste la Divisione uno che si occupa di “vigilanza tecnica e operativa” e il cui responsabile, Bruno Santoro, è membro della Commissione ispettiva del ministero. L’obiettivo è individuare “omissioni e mancanze” rispetto agli alert che negli anni sono stati numerosi. Tra gli atti già sequestrati anche una lettera, pubblicata oggi da l’Espresso, che il direttore della Manutenzione di Autostrade Michele Donferri invia il 28 febbraio al dottor Cinelli e al provveditore Ferrazza per sollecitare “l’urgenza” dell’approvazione del progetto di retrofitting. Si tratta di un documento “rilevante”. Scrive Donferri che i lavori sono importanti “per l’incremento di sicurezza necessario sul viadotto Polcevera”. Un dato che secondo la Procura dimostra solo in parte “la consapevolezza” delle criticità da parte di Autostrade.

La Finanza ieri è entrata anche negli uffici di Spea Engineering, la società di Autostrade che non solo ha scritto il progetto di retrofitting ma che nel tempo ha avuto il compito di fornire i dati sul monitoraggio del ponte e della sua tenuta. L’ultima tappa è stata via Brigate partigiane a Genova nella sede del Provveditorato. Carte, pc e cellulari sono stati portati via anche dall’ufficio del provveditore Roberto Ferrazza, già presidente della Commissione ministeriale e firmatario della relazione sul progetto di retrofitting.

Col tempo si circoscrivono tempi, luoghi e nomi. Tra gli atti acquisiti un report del 1981 firmato dallo stesso Renato Morandi, sequestrato nella sede genovese di Autostrade. Qui l’ingegnere dava un primo fondamentale allarme: la progressiva e inaspettata corrosione di parte della pila 9, in particolare il lato verso il mare. “Questo – spiega un investigatore – per noi è un punto da cui partire per comprendere cosa è stato fatto per la tenuta della struttura e cosa soprattutto non è stato fatto”. Poi una considerazione: “Più leggiamo gli atti, più ci risulta chiaro l’operato di alcuni funzionari di Autostrade e non solo”.

Il quadro per gli investigatori si sta definendo. Ora la palla passerà alla Procura per le iscrizioni. Un atto che fino a due giorni fa sembrava legato all’urgenza di eseguire un incidente probatorio sull’area del ponte, visitata ieri anche dal procuratore generale Valeria Fazio. Un atto irripetibile che ora potrebbe essere posticipato rispetto alla demolizione dei monconi. “Dovremo vedere il progetto di Autostrade (atteso per questa sera, ndr) – spiegano in Procura – ma se non dovesse esserci una radicale modifica dei luoghi potrebbe anticipare l’incidente probatorio”. Intanto i reparti vengono messi in un capannone non distante dal crollo e posizionati per ricostruire la figura del ponte, come già avvenne per il Dc9 di Ustica.

Tempo scaduto?

Quando partì il “governo del cambiamento”, scrivemmo che era legittimo, visto che univa i due vincitori (parziali) dalle elezioni e rappresentava – diversamente dai quattro precedenti – la maggioranza degli italiani. Oltretutto era l’unico governo possibile, dopo il (sacrosanto) rifiuto dei 5Stelle di allearsi con B. e il (demenziale) diniego del Pd, cioè di Renzi, di rinnovarsi profondamente e di dialogare con loro su pochi punti per un’intesa a tempo (la soluzione più auspicabile dopo il 4 marzo). L’unica alternativa erano elezioni subito, dall’esito scontato e terrificante: vittoria del centrodestra a trazione leghista e governo Salvini con B. riabilitato e dunque ministro, magari della Giustizia. Poi però aggiungemmo che quel “governo Frankenstein” avrebbe avuto un senso soltanto se avesse cambiato profondamente le cose, almeno su alcuni annosi problemi italiani: mancanza di lavoro, precariato, povertà, corruzione, evasione fiscale, conflitti d’interessi ecc. Sulla carta, che a governare fossero le uniche due grandi forze politiche che negli ultimi 7 anni erano rimaste fuori poteva essere un vantaggio, anche se la Lega è il partito più antico (più ancora di Forza Italia), ben incistato nel sistema di potere che ha retto l’Italia nella Seconda Repubblica. E che proprio di lì – nonostante il maquillage di Salvini – sarebbero sorti i maggiori ostacoli al cambiamento. La riuscita e la durata del Salvimaio, che unisce due forze popolari, ma con idee e basi sociali diverse se non opposte, dipendevano dalla fedeltà al contratto. Ma soprattutto dalla capacità di Salvini di uscire dalla sua campagna elettorale permanente. E di mettersi a fare le cose, profittando delle mani libere dell’alleato non (o non ancora) lobbyzzato.

In questi tre mesi, quella condizione non si è verificata. Salvini non ha alcuna intenzione di risolvere i problemi, ma solo di usarli. È sempre in giro a farsi propaganda. In questo somiglia spaventosamente a B. e Renzi: l’amministrazione, primo dovere di un ministro-vicepremier, forse lo annoia, forse non gl’interessa proprio. Vinta un’elezione, già pensa a come stravincere quella successiva. Fermarsi a lavorare sui dossier è un’inutile perdita di tempo che lo distoglie dal perenne giro d’Italia per conquistare altri voti a suon di sparate. E anche di errori grossolani. Come l’assurdo braccio di ferro sulla Diciotti, che alla fine l’ha visto cedere dopo aver inflitto a quei 167 disperati un inutile surplus di sofferenze; ma, quando finalmente avrebbe dovuto spiegare la retromarcia ai suoi fan, è arrivata provvidenziale l’arma di distrazione di massa.

Cioè l’incriminazione giudiziaria, ottimo pretesto per parlar d’altro. O come la tragicomica alleanza col  fascista ungherese Viktor Orbán, un Salvini senza porti e senza mare: lui i migranti non li vuole a casa sua, li preferisce a casa nostra. Se la nuova Europa passa da quell’asse, peggio per noi, ma anche per Salvini. Altro che “prima gli italiani”: semmai, prima gli ungheresi e i loro compari di Visegrad. I 15mila milanesi in piazza a Milano a fine agosto, al seguito di una sinistra che pareva morta, dovrebbero suggerirgli qualche pensiero. Anche molti elettori di centrodestra non vogliono aver nulla a che fare con quel truce e trucido figuro e mai hanno sognato – se non come incubo – un’alleanza con certa gentaglia. Intanto Conte e Moavero tessono pazientemente, fra mille difficoltà, la tela diplomatica e ottengono ogni tanto qualche piccolo risultato per risalire la china degli accordi-capestro firmati dagli scriteriati predecessori, sui migranti e non solo. E la linea dura sull’immigrazione, pur fra mille contraddizioni e forzature, ha portato a un nuovo crollo delle partenze dei barconi e dunque delle morti in mare, anche se le condizioni dei campi-lager in Libia restano agghiaccianti.
Ma le cose buone fatte da un governo che è anche il suo e dalla maggioranza che è anche la sua (taglio dei vitalizi alla Camera, dl Dignità, un Dg indipendente alla Rai, revisione delle concessioni di beni pubblici a partire da quella regalata ad Autostrade&Benetton) sembrano non interessare Salvini. Che anzi le vive come un fastidio e un inciampo alla sua scorribanda demagogica e solitaria di Cazzaro Verde solo contro tutti. A questo punto è evidente che la maionese è impazzita. I 5Stelle non possono passare il loro tempo a fermare la mano dell’alleato e a prenderne le distanze. Né lasciarsi logorare da un partner che non ha alcuna intenzione di governare e ogni giorno, cinicamente, li sputtana. La catastrofe di Genova, poi, ha dimostrato che le lobby – orfane dei vecchi sponsor e complici – puntano tutto sulla Lega per salvare i loro privilegi: infatti i governatori nordisti Fontana, Zaia, Fedriga e Toti han subito fatto cambiare idea a Salvini sulla ri-nazionalizzazione di Autostrade: preferiscono tenersi buono il mondo confindustriale, che li usa come ultimo baluardo per le sue greppie. Prima o poi, anzi più prima che poi, se nulla cambia, Di Maio & C. dovranno porsi seriamente il problema del che fare: cioè se e quando staccare la spina. Anche perché presto o tardi, più presto che tardi, prima delle Europee 2019 o subito dopo, lo farà Salvini.
Ps. Di questo e di tanti altri temi parleremo alla festa del Fatto, che inizia stasera alla Versiliana: è un appuntamento (ormai il decimo) che ci dà la carica per iniziare bene ogni nuova stagione del nostro giornale e per captare le voci e gli umori della comunità dei nostri lettori. In attesa di cominciare, ringrazio tutti gli ospiti che hanno accolto l’invito. Iniziando da Carlo Verdone, che sarà con noi stasera, e da Max Gazzè, che ha aggiunto la tappa di domani del suo Alchemaya Tour a Marina di Pietrasanta apposta per noi. Buona festa a tutti.

Rock psichedelico e Pasolini, è Praga ’68

“La prima sensazione che ho provato ripensando alla Praga del 1968 è stata una sensazione di nostalgia per una grande occasione mancata. Nella sua biografia, Heda Kovály parla di una città che non riusciva a dormire dalla gioia, era insomma tutto un ribollire di idee e l’atmosfera che si respirava sembrava aver cancellato cinquant’anni di grigiore comunista”. Si esprime così Ivan Teobaldelli, scrittore e giornalista (fondatore del mensile Babilonia), parlando di 1968 Praga Primavera, che debutterà lunedì prossimo a Città di Castello, nell’ambito del Festival delle Nazioni, quest’anno dedicato proprio alla Repubblica Ceca. Per ricordare il cinquantenario dell’invasione sovietica che nell’agosto del ’68 mise fine a quell’esperienza, il testo scritto da Teobaldelli tenta di preservare la sua memoria dall’oblio, coadiuvato dalla musica e live electronics realizzati da Claudio Panariello.

Ma, insieme alle immagini d’epoca che saranno proiettate durante lo spettacolo, quali ricordi verrano rievocati in particolare? Ci risponde Teobaldelli: “Mentre l’esperienza del maggio francese si basò su un comunismo che, con molta fantasia, metteva insieme Trockij, Rosa Luxemburg e Angela Davis, a Praga invece era in atto una reazione al comunismo reale. Come ricorda Kundera il maggio francese è stato un’esplosione di lirismo rivoluzionario, la Primavera di Praga è stata un’esplosione di scetticismo post-rivoluzionario, perché Parigi guardava le idee e Praga i fatti. Il comunismo per chi viveva nell’est era il Gulag, era la burocrazia, la polizia segreta, era la denuncia del vicino di casa, mentre nei Paesi all’esterno della cortina di ferro rappresentava ancora un mito utopico, rivoluzionario”.

“Tutto nacque – prosegue l’autore di 1968 Praga Primavera – dalla base studentesca, esasperata dalle condizioni imposte negli atenei di Praga. Novotný fu allora sostituito da Dubcek, iniziò il socialismo dal volto umano. Andrei Grachev, rappresentante dell’URSS alla Federazione mondiale della gioventù democratica, andato a Praga rimase sconvolto vedendo una tale possibilità di discussione, mai esistita nel suo Pese”.

Quello che avveniva nella capitale dell’allora Cecoslovacchia, non lasciò indifferenti molti uomini di cultura del tempo. Tra questi ci furono diversi intellettuali italiani. “Penso a Pasolini, parlo di lui che visitò Praga nel 1965, prendendone ispirazione per Bestia da stile. Insieme a lui c’erano anche Rossana Rossanda, Mario Spinelli e Carlo Levi. Pasolini era allora un po’ bifronte, metteva un po’ tutto sullo stesso piano, ma nacque una discussione che ebbe forte impatto nella sinistra, fino alla scissione che portò alla fondazione de Il manifesto. Anche perché il PCI non si schierò mai a favore della rivoluzione di Praga, anzi la prese come un attacco al comunismo”.

In 1968 Praga Primavera i testi si fonderanno con le note. La parte sonora dello spettacolo “sarà sorprendente”. Teobaldelli anticipa le scelte di Panariello: “Ascoltare, accanto alle registrazioni d’archivio di Radio Praga, le musiche dei The Plastic People of the Universe, un gruppo rock psichedelico nato nel ’68 a Praga, ennesima testimonianza della grandissima creatività che contraddistingueva la città in quel periodo. Una creatività che la repressione sovietica ha cancellato radicalmente, ibernando tutto per i successivi vent’anni”.

Portare i giovani nelle sale si può, anche senza Netflix

Si apre il Festival di Venezia. In realtà si chiama Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, una denominazione dannunzianamente pomposa, ereditata dal fascismo che la fondò nel 1932. Quest’anno si presenta come forse la migliore di sempre. Al punto che Cannes sembra impallidire. Il direttore Barbera si è dimostrato più aggiornato non disdegnando, come invece i francesi, anche i film prodotti per la rete da Netflix e compagnia.

Ha ragione perché se non esistessero i nuovi player autori come Woody Allen o Martin Scorsese avrebbero difficoltà a farsi finanziare. Ci aspettiamo dunque una rassegna all’altezza dei tempi. Tutto bene? Potremmo dire di sì, se non fosse che un fantasma si aggira per le sale. È lo spettro dei giovani che non vanno più al cinema. O, se ci vanno, è solo per assistere a favolette o a spettacoli roboanti, pieni di effetti speciali. Fosse per loro, i film d’autore, che si palesano invece nei festival, non esisterebbero più. Dobbiamo dirci la verità: la popolazione giovanile è mille miglia lontana dal cinema amato dai loro nonni e genitori. Fate voi stessi un test e chiedete a un diciottenne se ha mai sentito parlare di Antonioni o di Francesco Rosi. Vi guarderà stupito. I giovani conoscono Steve Jobs, ma quasi nessuno sa chi sia Fellini. A riprova che il cinema come lo conosciamo noi per i giovani è un reperto dell’antichità. Perché stupirci? Allenati sin dall’infanzia a frequentare la momentaneità dei cellulari, il cinema d’autore, che richiede attenzione e riflessione, non appartiene al loro mondo. Provate a mostrargli un film di Bresson o di Bergman, dopo pochi minuti prevarrà lo sbadiglio e poi il fastidio. Eppure non è così per la letteratura.

Omero e Dante appassionano ancora i giovanissimi. Perché il cinema non è capace di fare altrettanto? Azzardo l’ipotesi che l’era di Internet abbia addestrato i ragazzi a rifuggire dalla concentrazione. Per restare in Italia, basta contemplare il box office: i film che incassano davvero sono solo americani e in prevalenza d’evasione. Noi ci salviamo con qualche commedia più o meno riuscita. Tutto il resto, come direbbe Califano, è noia. Colpisce che persino quando gli autori si cimentano con tematiche prettamente giovanili, siano proprio i ragazzi a rifiutarli. Da noi ha provato un premio Oscar, Gabriele Salvatores, con i due titoli Il ragazzo invisibile. Anche altrove film molto belli, come Mommy, Whiplash, Boyhood, solo per citarne alcuni, pur avendo protagonisti dei ragazzi sono stati visti quasi esclusivamente da un pubblico adulto. Possibile che il pensiero, la critica sociale e l’impegno interessino soltanto dai trent’anni in su? Per fortuna sussistono realtà di una consistente partecipazione giovanile interessata al cinema non di mero spettacolo. Per esempio in Francia, dove si staccano oltre 200 milioni di biglietti l’anno, il doppio che da noi, le sale sono piene di ragazzi che preferiscono spendere sabato e domenica a vedere un bel film anziché chattare.

Faccio l’esempio di Ida, splendida pellicola diretta da Paweł Pawlikowski, premiato con un Oscar. Racconta la storia di una ragazzina allevata a farsi suora in una Polonia tristemente repressa dal comunismo. Da noi l’hanno visto poche migliaia di spettatori, in Francia oltre 500.000, la maggior parte giovani, che si sono appassionati a scoprire le avventure della loro coetanea. Inutile sorprenderci. La Francia ha avuto la fortuna che sin dal 1947 un ministro come André Malraux ha insegnato ai giovani ad amare la cultura. Noi abbiamo avuto prima Andreotti, che ha censurato autori come De Sica e Rossellini, sostenendo che i panni sporchi si lavano in famiglia e non al cinema. Poi l’hanno seguito ministri forzaitalioti come Bondi e Galan. Il primo è finito a declamare poesie per i famigli, il secondo in galera.

Venezia, l’amica Geniale. Tra serie e film su Cucchi

Venezia alluna. Si apre stasera con First Man, titolo sintomatico: l’astronauta Neil Armstrong, il primo sulla Luna, un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità, e pure per la 75esima Mostra. La coppia regista e attore, Damien Chazelle e Ryan Gosling, la conosciamo bene, ha fatto La La Land, due anni fa apertura al Lido e poi instant-cult: stavolta non si balla, con il naso all’insù si raffredda l’emozione e forse il sogno americano. Non stupisce però che l’Apollo 11 parta da Venezia, oramai consacrata piattaforma di lancio per l’award season stelle & strisce: i big fanno a gara per esserci, dai fratelli Coen (The Ballad of Buster Scruggs) a Bradley Cooper e Lady Gaga (A Star Is Born), da Julian Schnabel (At Eternity’s Gate) ad Alfonso Cuaròn (Roma) sul versante #OscarsSoMexican (il presidente di giuria è l’amico Guillermo Del Toro).

Si scrive Venezia, si pronuncia Venice, ma anche l’oro hollywoodiano tradisce ruggine, se non acrimonia. Dopo le critiche del francese Le Figaro, pure The Hollywood Reporter lamenta una sola regista donna tra i 21 titoli del Concorso, ma senza tema di smentita attribuisce la sperequazione all’antropologico sessismo del nostro Paese. Chiamato in causa, il direttore Alberto Barbera ribadisce “o io o le quote rosa” e non le manda a dire: “Sarei un rappresentante della cultura italica condita di maschilismo tossico, perché ignoro il talento femminile avendo scelto per #Venezia75 film di registi uomini in base al nome e non alla loro qualità. Non so se ridere o piangere…”. Dalla sua l’intestazione della Mostra, che è “d’arte cinematografica” e non “paritaria”: imputare la siccità alla foce e non alla sorgente, ripetiamo, è deficit intellettivo o disonestà intellettuale. Barbera crede che in un festival la differenza di genere afferisca in primis ad avventura, fantascienza e western, e che la scarsità di buoni film diretti da donne non sia colpa sua: ha ragione, a meno di non derubricare il #metoo ad “aggiungi un posto al tabellone”. A proposito, già indebolito dalle accuse alla paladina Asia Argento, il movimento troverà tempo e modo per manifestare le proprie istanze al Lido? Il 3 settembre il battesimo di Women in Film Television & Media Italia, il 3 e il 5 i dibattiti About Women. Donne e pari opportunità nel lavoro e nella società patrocinati da Fondazione Ente dello Spettacolo, il 4 il Premio Bresson a Liliana Cavani, oltre al Leone d’oro alla carriera a Vanessa Redgrave. Altro non è pervenuto. Trampolino per gli Oscar e cartina al tornasole per il #metoo, altre due sfide attendono la Mostra, che inaugura senza la tradizionale presenza del presidente Sergio Mattarella, in segno di lutto per Genova e il Parco del Pollino: la questione Netflix e lo stato di salute del cinema italiano e, più in generale, del cinema in Italia. A tenerli insieme il film che battezza la sezione parallela di Orizzonti, Sulla mia pelle, diretto da Alessio Cremonini, interpretato da Alessandro Borghi (Stefano) e Jasmine Trinca (Ilaria) e dedicato al caso Cucchi: arriverà sul servizio streaming e in alcune sale il 12 settembre, concomitanza contestata dalle associazioni degli esercenti (Anec, Anem). Ma il Lido non è Cannes, né l’Italia la Francia, dove vige una window di 36 mesi tra l’uscita in sala (richiesta dal festival per il Concorso) e lo sfruttamento online, sicché Barbera ha avuto buon gioco ad accogliere i titoli Netflix: i Coen, Cuaron, Orson Welles redivivo (The Other Side of the Wind). Reduci dalla peggiore estate al botteghino degli ultimi 13 anni (ha fatto i conti Robert Bernocchi su Cineguru), Sulla mia pelle dovrà dare contezza dello stato dell’arte insieme agli altri tricolori, a partire dai tre in lotta per il Leone d’Oro: Suspiria di Luca Guadagnino, che rifà il classico di Dario Argento; Capri-Revolution, l’isola ai primi del Novecento secondo Mario Martone; il doc di Roberto Minervini What You Gonna Do When the World’s on Fire? sugli afroamericani di Trump.

Venezia sarà solo vetrina o volano per un comparto asfittico? Ed è forse un caso che il titolo più atteso non sia un film, ma una serie tv, L’amica geniale, che Saverio Costanzo dirige dal best-seller di Elena Ferrante? Vincente su Cannes e gli altri competitor con il triplete Hollywood, Netflix e – vero fiore all’occhiello – Realtà Virtuale, la Mostra troverà altra gloria se sarà nei fatti, e ancor più nelle ricadute, l’amica geniale di cui il nostro cinemino ha inconsapevole ma disperato bisogno.

In assenza di “Gravity” la scienza si fa poesia

Da Gravity a First Man, Venezia ritorna al futuro. Con l’inaugurazione della 75esima Mostra d’Arte Cinematografica, prevista oggi e delegata a un film sullo spazio (appunto il biopic First Man diretto da Chazelle), è quasi d’obbligo rivisitare l’apertura della 70esima nel 2013 che coincise con la premiére mondiale dello straordinario Gravity per la regia di Alfonso Cuaròn.

Squisitamente fantascientifico, vi si narrava della prima missione spaziale di una ingegnere biomedico (Sandra Bullock) accompagnata dall’astronauta Kowalsky (George Clooney) alla vigilia della pensione. I due entrano in emergenza alla notizia di una fuga di detriti che si muove ad altissima velocità verso di loro: da quel momento sarà countdown per la salvezza o l’inevitabile scomparsa negli abissi delle galassie. Dotato di una trama minimal, Gravity trova la sua eccellenza nelle audaci scelte registiche atte a una narrazione interamente ambientata “dentro lo spazio”, in assenza di quella gravity protagonista psico-fisica dell’opera.

Impreziosito da ben 17 minuti di pianosequenza all’inizio, il film è science fiction in poesia audiovisiva: dialoghi ridotti all’essenza a fronte di una sinfonia visionaria assoluta. Non furono pochi i critici e gli spettatori che vi ritrovarono il degno erede di 2001: Odissea nello spazio. Purtroppo il film fu presentato in Mostra fuori concorso: certamente avrebbe meritato un premio se non il Leone d’oro stesso (quell’anno andato a Rosi per Sacro GRA) alla luce del fatto che tuttora viene ricordato come uno dei migliori (se non il migliore) titoli presentati a quell’edizione. L’Academy lo risarcì con sette Oscar, incluso quello meritatissimo per la regia. Nota a margine: Cuaròn è atteso – in concorso – Venezia 75 con l’autobiografico Roma.