Il personaggio politico centrale del dopo-crollo a Genova, anche se può sembrare strano, è Giovanni Toti: il governatore della Liguria espresso da un centrodestra a trazione leghista e sponda salviniana dentro quel che resta di Forza Italia incarna oggi l’opposizione alla linea dei 5 Stelle (Di Maio e Toninelli) e del premier Giuseppe Conte sui rapporti con Autostrade per l’Italia.
Fosse solo questo, niente da rilevare. Il punto è che lo fa anche per conto della Lega, che non può esasperare lo scontro con gli alleati ma neanche vuole cedere sulla nazionalizzazione delle corsie e la revoca della concessione a passo di carica alla società controllata dai Benetton. Il plenipotenziario leghista Edoardo Rixi – che gli fu accanto in campagna elettorale e suo assessore allo Sviluppo fino ad aprile (oggi è viceministro di Toninelli alle Infrastrutture) – può dire e non dire, smentire solo in parte la linea barricadera dei Cinque Stelle. Idem Giancarlo Giorgetti, formalmente braccio destro di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. E allora ci pensa Toti, il miglior amico di Autostrade da quando il Morandi è venuto giù.
Il governatore ligure, a oggi, è solo commissario all’emergenza, ma aspira fortemente all’estensione del suo ruolo alla ricostruzione. Salvini e soci lo sponsorizzano, i grillini fanno resistenza, la linea ufficiale è che “se ne sta occupando Conte”, come sempre quando non si sa che fare. Eppure consegnare un ampio potere sul riassetto di Genova all’ex giornalista Mediaset non è una scelta neutra.
Se c’è un partito che non è mai entrato in crisi in Liguria è quello del cemento o, se si preferisce, delle grandi opere di dubbia utilità e Toti è iscritto ad honorem fin dal suo debutto: basti dire che, appena eletto, volle come segretario generale della Regione Paolo Emilio Signorini, per tre lustri abbondanti a capo delle grandi opere al ministero delle Infrastrutture regnante Ercole Incalza, il mago degli appaltoni.
E infatti oltre al “Piano casa”, simile a quello del Pd e improntato al solito laissez faire edilizio, o al nuovo cemento al porto di La Spezia, Toti s’è assai speso anche per le grandissime opere. Il Terzo Valico ferroviario, ad esempio, infrastruttura sostanzialmente inutile che affidiamo alla descrizione di Giorgio Meletti sul Fatto di tre anni fa: “Dovrebbe collegare il porto di Genova alla città di Tortona, in Piemonte. Una sessantina di chilometri, non meno di 6,2 miliardi il costo, uno spreco di denaro che piace a destra e a sinistra”.
È appena il caso di ricordare che quel progetto, vecchio di quasi trent’anni, risale agli albori dell’Alta velocità, quando Incalza ne era il deus ex machina. Signorini, nel frattempo, è passato a presiedere il Porto di Genova, interessato ai lavori post-Morandi e al Terzo Valico.
Anche la Gronda, il passante che tra oltre dieci anni avrebbe dovuto sgravare il viadotto crollato (ma non sostituirlo), è una fissa di Toti. Ora, per esempio, si scopre che in realtà il progetto non era proprio operativo. Lo ha ammesso indirettamente ieri su Repubblica lo stesso ad di Autostrade, Giovanni Castellucci: “È il ministero che deve decidere di completare l’iter per la proroga della concessione” dal 2038 al 2042 a cui sono però collegati i 4,8 miliardi di investimenti per la Gronda.
Eppure Toti solo il 28 maggio scorso, con un sorridente Castellucci a fianco, annunciava il via libera proprio da Genova: “Da oggi chiude la fase politica e comincia la parte tecnica di realizzazione: siamo pronti al via”. Raccontano le cronache: “Autorizzato il piano finanziario, partiti gli espropri e le attività per la riduzione delle interferenze, in corso gli ultimi affidamenti per la fase esecutiva che verranno conclusi entro il 2018, mentre tutti i cantieri partiranno nel 2019 (…) Castellucci ha annunciato che i genovesi potranno vedere in prima persona l’avanzamento dei lavori a partire dal 2019”.
Costruire tutto e subito, Gronda compresa, e farlo fare ad Autostrade è l’unico pensiero di Toti in questi giorni: “Finché hanno la concessione sono loro i miei interlocutori”, ha detto al Corriere della Sera, e siccome i lavori devono partire “presto”, “il prima possibile”, saranno loro anche per il nuovo ponte. Non a caso Castellucci ha già promosso Toti (sempre su Repubblica): “La ricostruzione è stata delegata al commissario straordinario con cui abbiamo rapporti quotidiani”.
È la stessa intervista in cui l’ad di Autostrade si dice disponibile, bontà sua, a che Cassa depositi e prestiti entri nella società, ma in posizione di minoranza (si deduce dagli esempi, tipo il fondo cinese Silk Road): soldi pubblici sì, ma controllo privato.
È la via del grande appeasement a cui sempre Toti, l’uomo mezzo berlusconiano e mezzo leghista, accennava ieri. Toninelli e Di Maio vogliono che sia Fincantieri a ricostruire il Morandi? “Toninelli stai sereno. Ora gli svelo un segreto: senza bisogno di tanta propaganda stiamo già lavorando, con il buonsenso, per fare in modo che il ponte venga ricostruito con la collaborazione di Fincantieri”.
Tradotto: Toti fa il commissario al dopo-crollo, Autostrade risarcisce la città e ricostruisce il ponte a sue spese se possibile in Ati (associazione temporanea d’impresa) con Fincantieri e – ciliegina sulla torta – la controllante di Fincantieri, cioè Cdp, entra nel capitale di Autostrade. A quel punto tutto è perdonato e si fa anche la Gronda. Di Maio, ieri, ha detto no: “Prima fate questo guaio e poi volete una partecipazione per salvarvi in Borsa?”. Il governatore, però, parla a nome della Lega.