Se i giovani vegani hanno paura di passare per omosessuali

Scordatevi il classico coming out gay, la nuova rivelazione che può causare incomprensioni sociali agli uomini, di fronte ad altri rappresentanti del loro stesso sesso, è ammettere di essere vegetariano o, peggio, vegano.

A dirlo è uno studio dell’Università di Southampton sul comportamento di 22 uomini che, dopo essersi dichiarati vegani, hanno avuto paura di sbandierare e praticare la loro filosofia di vita davanti agli amici per paura di apparire poco virili.

La dottoressa Emma Roe, che ha condotto l’esperimento, ha raccontato per esempio la storia di un ragazzo dichiaratamente vegano, il quale, dopo avere evitato accuratamente di mangiare carne a casa, non è riuscito a rinunciare al classico club-sandwich dopo la partita al pub con gli amici. E tutto questo solo per paura di essere ridicolizzato.

Lo studio ha suscitato molto clamore nel Regno Unito e c’è stato chi come la giornalista Kate Bernot ha proposto a questo punto un contro-studio: “Quanto sono chiusi mentalmente gli amici dei vegetariani inglesi?”.

Cenerentola adora il sadomaso e guai a chi sveglia la Bella

C’era una volta Cenerentola, una ragazzina masochista, cui piaceva farsi picchiare. C’era un’altra volta Biancaneve, che al molle principino preferì il viril cacciatore. E un’altra volta ancora c’era tal Rosaspina, assai scocciata per il brusco risveglio: voleva restare per sempre bella e addormentata. Sono alcune delle protagoniste dei “Dramolette” di Robert Walser (1878 – 1956), svizzero muriatico, tra gli autori più amati da Kafka, qui alle prese con la riscrittura teatrale delle fiabe dei Grimm e altri divertissement.

“È tutta commedia recitata”, e infatti la raccolta – edita per la prima volta nel 1919 e ora disponibile in Italia per i tipi di Adelphi (nella traduzione di Cesare De Marchi) – si intitola Commedia: è una sferzante parodia della Favola che ieri ci illuse e oggi pure; anzi, le prime vittime del raggiro sono i personaggi stessi.

“Picchiami, picchia, ti prego”, grida Cenerentola alla sorella infida. E quella, che ha studiato Deleuze e conosce a memoria la barzelletta sul sadomaso, le risponde: “No. Tu, cencio di cucina, non vali lo sforzo di usar con te la frusta”. Tuttavia, più che masochista pare “scema” questa Cenerentola: non piange mai, se non di gioia, cuor contento com’è ai limiti dell’imbecillità, e gode persino a fare la sguattera (“Ride il lavoro, ridono le mie mani nel farlo”). Ovvio che al principe prima si nega sdegnosa, poi si offre, ma solo come “sua serva”.

Il ragazzotto non è meno sciocco: soffre di attacchi di panico – che all’epoca si chiamava “angoscia” – e va a caccia per scacciare l’ansia, su consiglio del buffone. L’unico che si salva dell’allegra compagnia di giro è il re, un ex mandrillone che non si rassegna: “Non riesco a capire perché sto qui a impalmare il silenzio. Ma per impalmar chicchessia son troppo vecchio”.

Altro (rag)giro, altra favoletta: la candida Biancaneve si lagna con la madre, assassina mancata. E questa, in tutta risposta, le dà della “malata”, consigliandole di fare un po’ di sano sport per rinvigorire il corpo e ravvivare il pallido incarnato: “Non abbandonare la deboluccia mente ai pensieri. Meglio far del moto: salta e corri, avanti!”. La fanciulla ha i grilli per la testa: si innamora del cacciatore che le ha salvato la vita e snobba allegramente il principe, il quale, a sua volta, s’invaghisce della regina madre. “Mi giovano le tue rampogne. Odiami, e io sarò ai tuoi piedi. Ti prego, sii proprio cattiva, furente con me”: anche qui va in scena un intreccio sadomaso da far invidia a Sade.

Non se la passa meglio l’ignaro forestiero che ha avuto l’ardire di svegliare Rosaspina e con lei tutto il regno: la bella addormentata, infatti, si ridesta dal lungo sonno stizzita – chissà che bei sogni – e subito si rifiuta di sposare colui che ha rotto l’incantesimo. “Eh no, questo tipo d’uomo non mi va proprio a genio, la sua metà la cerchi altrove”. Come lei tutta la corte si imbufalisce, per la serie: si stava meglio quando si stava a letto. Ma “la vita è sogno”, si giustifica lui credendosi Calderón; poi, vedendo che la filosofia né il teatro fanno presa sul cuore della spinosa Rosaspina, la butta sullo stomaco: “Sarò il tuo galante servitore! L’appétit vient en mangeant. Spero di riuscire a soddisfarti”. Et voilà il matrimonio si fa, e di corsa, altrimenti – sollecita la sposa golosa – “si fredda la minestra”.

Walser non si diverte solo a ricicciare i canovacci dei Grimm: nella raccolta c’è spazio pure per una satira sul Bambin Gesù, con Giuseppe e Maria increduli della tanta folla accorsa per vedere il frignante pargoletto. Vengono, poi, Gli amanti, Lo stagno, Felix e Il fannullone, uno che per far nulla si reca proprio in Italia. Il filo rosso è per tutti nero, lo humour nero, soprattutto per i tristi protagonisti dei drammi I ragazzi e Poeta, un gruppo di artisti che si danno a vicenda del “buffone”: uno muore suicida; uno si accascia soffocato dallo spettro della madre; uno “strologa le stelle, ma non legge i quotidiani: è troppo sensibile”. Morale della favola? “Qui è tutto bello come una favola”.

Gli amori difficili di Mademoiselle affacciata sul mare

La primavera torna sempre. Sparissero pure tutte le rondini del cielo. Aveva scoperto un nuovo angolo da cui osservare qualcosa, l’indefinibile che l’afferrava simile a un conto in sospeso con l’incognita, l’incognita le era ostile, l’incognita era un giorno di dicembre, una mattina di pioggia, la porta che si chiude. L’uomo la saluta, va via. Non ritornerà. Lei, mademoiselle, apre il palmo della mano, fissa la banconota. La saluta con una banconota di piccolo taglio.

Mademoiselle ride. Ride mentre nutre la sua serpe. La nutrirà a lungo. Aspetterà il perdono. Perdonare è un verbo, no non lo è, è un viaggio, lunghissimo, faticoso, come la fede. Ride, mademoiselle.

Era un giorno d’estate. C’era una spiaggia, alla fine del porto. I fenicotteri beccavano l’acqua poggiati su una zattera di legno. La zattera era una boa. Un giorno finirà tutto, mademoiselle. Chiuderai gli occhi e sarà finita. E il buon Dio asciugherà le tue lacrime, contate nella Sua sacra otre, come i tuoi passi, la tua schiena stanca non solleverà altri gioghi sotto cui arrendersi, la memoria provata. Dardi, uno sull’altro. Mademoiselle, non ti difendi.

Mademoiselle e i suoi amori. Era marzo. No, era un giorno d’estate. Seduta sulla roccia, come un tempo da ragazza, sulla rupe, i giorni della periferia. La polvere si radunava in vortici. Non c’era niente, precipitava tutte le volte. Precipitava nel vuoto.

La raggiungeva la salsedine e il vento umido proveniente da sud est. Ricordava un tale. Un tale di nome Andrea.

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensava allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Aveva sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverebbe trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare e all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola.

Mademoiselle si svegliava certe mattine di sole con una gran voglia di vita addosso, degradava tutte le volte nelle cose passate, nelle cose morte, che non sarebbero tornate più. Ecco che la domenica indossava i suoi soliti jeans, le scarpe comode, annodava i capelli sulla nuca, era pronta, usciva a metà mattina, andava in un centro commerciale. Sorrideva o cantava o ammutoliva di colpo. Aspettava di rivedere qualcuno, di ritornare, dove? Dove mademoiselle?

C’era una via, voleva tornare nella medesima via. C’era una casa in quella via. Lascia perdere, mormorava tra sé. Lascia andare il tempo perduto o ti trascinerà. Mormorava.

Molti anni dopo scriveva al suo amore russo. Un amore fasullo. Orgogliosa di se stessa, aveva finalmente dimenticato. Stava amando qualcuno di nuovo e quando sedeva al tempio guardava gli altri con una segreta felicità quasi a voler dire al suo immaginario pubblico di auditori: sapete, ho un nuovo amore.

Sergej portami a Parigi. Sergej era un amore fasullo su cui ridere o imprecare. Non valeva niente, solo qualche inutile parola per esercitarsi in una presunzione di eloquenza. In Rue de Poitiers. Andremo insieme. Fissava i ruderi dinanzi a sé, la gente vivere, come sempre, noiosamente, tenacemente, senza altro che quello, una piazza su cui affondare passi incerti, veloci, distratti, riluttanti.

E i giorni andavano. Ed era estate. E l’estate torna sempre.

Mademoiselle fissava – sulla cima del poggio – il mare oltre la costa. E andando indietro negli anni, l’abitudine replicava la medesima postura, lei eretta sopra un poggio, una roccia, sul davanzale di una finestra, seduta, al piano basso di un condominio popolare, guardare qualcosa, oltre un limite, un recinto, a volte un orizzonte, ciò dipendeva da uno stato d’animo, da una felicità, da una tristezza. Una cima o uno strapiombo dove lanciarsi con destrezza, con viltà o in preda ai brividi. Lo strapiombo sulla rupe in quel ciglione, nella periferia. Avrebbe voluto dimenticare. Adesso fissava dal poggio il castello, oltre la costa. Lo vedeva. Ai suoi piedi si stendeva un piano di cemento, il parcheggio interrato di un centro commerciale. La vita si svolgeva domestica e tranquilla. A lei mancava, cercava di scorgerla ancora, trovarla. La voleva indietro. Scese dal colle, davanti le porte apribili di un centro commerciale, attese un po’, le porte si aprivano e si chiudevano, nella sincronia intercettava un volto, il suo. E dietro quello incuriosito o torvo o assente degli avventori. Invidiali. No, non invidiarli, ammirali.

Mademoiselle aveva perduto ogni ragione. E in special modo la ragione morale della sua disfatta. Pensò alla Sagan, La disfatta di Lucile non era esattamente lo stesso. Lucile aveva una capacità nuova per lei di aggirare la questione. Sedurre, vivere, piacere, darlo, riceverlo.

Cosa significasse non era in grado di dire. Il piacere. Cos’era?

L’estate era sempre un’attesa. Stavolta smorzata, un’ebbrezza da far implodere, un’ebbrezza inutile. Le porte apribili del centro. Entrò. Lei un tempo era felice, giusto? L’uomo le stava accanto. A volte sorrideva o fischiava. Per un istante le sembrò tutto reale. Sedette. C’era la panca, era lì, aspettava. La panca aspettava il suo sgomento. Premette la tempia con il palmo. Era tutto vero. E invece no. Si guardò intorno. No. Non c’era nessuno.

Renzi va a cena dallo chef Bottura con il capo di Pepsi

Durante il caos politico della nave Diciotti bloccata da Matteo Salvini a Catania, mentre la sinistra ha tentato di farsi vedere con la trasferta di Boldrini, Martina, Maria Elena Boschi&C., l’ex segretario Pd Matteo Renzi era a cena nella rinomata (e cara) “Osteria Francescana” di Massimo Bottura a Modena, come dimostrano le foto pubblicate – di cui ha parlato ieri Dagospia – da Mauro Porcini, Chief Design Officer di Pepsi. L’ex premier era a tavola con la moglie Agnese Landini e con l’amministratore delegato uscente di Pepsi, l’indiana Indra Nooyi (e il marito). Nooyi ha ancora pochi mesi di incarico come ad e un semestre da presidente. Chissà perché Renzi era a cena con il capo di una multinazionale delle bevande proprio mentre sta ultimando le riprese delle prime puntate del documentario su Firenze, prodotto da Lucio Presta, che potrebbe andare in onda entro la fine dell’anno e sulle reti Mediaset? Sarà mica a caccia di sponsor per la nuova Leopolda autunnale o per un nuovo partito da presentare alle Europee? Chissà.

Il politico padrone di casa ospita la giornalista

La lancinante attesa del congresso del Pd in cui consumiamo gli ultimi giorni d’estate è stata per fortuna spezzata da una novità che non esitiamo a definire epocale. Sulla nuova Rete4 anti-populista (beh? Che c’è? B. non era forse, con Renzi, l’unico “baluardo contro i populismi”?) vanno in onda da un po’ di giorni gli spot di Stasera Italia, il nuovo pre-serale condotto da Barbara Palombelli. A dirla così, pare la solita sbobba: la pletora di sfaccendati ufficialmente a libro paga dello Stato italiano che siamo abituati a vedere in pellegrinaggio per le sette chiese della Tv negli inverni del nostro scontento, da settembre si avvicenderà sulle poltroncine di quello che promette di essere l’anti Otto e mezzo.

La novità è che a lanciare il programma, in spot divertentissimi di 20 secondi, sono gli invitati stessi. Sulle note della colonna sonora de Il Re Leone Disney (scelta che si vorrebbe ironica ma che sprofonda chiunque abbia un cuore in una cupa mestizia), hanno già fatto il loro sbarazzino annuncio Mariastella Gelmini, Giovanni Toti, Andrea Orlando e Lorenzo Guerini. Sissignore, Guerini. L’obiettivo dello spot, spiega Palombelli, è “spingere la gente a far pace con la politica”.

Ecco un’idea apparentemente semplice, per non dire banale, dietro la quale devono stare ore di brainstorming, studi di comunicazione politica, sondaggi e ricerche di mercato. Perché parliamoci chiaro: chi non guarderebbe un programma consigliato dalla Gelmini? Nel quale per di più sia presente la Gelmini stessa, precocemente sottratta alla fisica nucleare ed ex ministra della Pubblica Istruzione (ma quante ne abbiamo passate?).

Dal punto di vista formale, la cosa è di un’onestà intellettuale non indifferente: da che mondo è mondo, gli inviti li fanno sempre i padroni di casa. Finalmente, dopo il ventennio da villaggio vacanze, Mediaset si converte al giornalismo anglosassone, coi conduttori che torchiano il potente di turno, tremebondo e col viso solcato da gocce di sudore tipo Nixon. È chiaro che Berlusconi o un qualche Pier che ne fa le veci ha il preciso polso del Paese. Pare che per la prima puntata gli autori siano riusciti ad aggiudicarsi un politico che un po’ per temperamento, un po’ per lo strenuo impegno come senatore di Scandicci, accetta malvolentieri inviti in Tv: Matteo Renzi (che sempre su Mediaset, forse, vedremo anche come conduttore di un programma su Firenze, la città di Dante, che per fortuna è morto). Quindi avremo un Renzi al cubo, tipo Glenn Gould che intervista Glenn Gould, o, data la semplicità del soggetto, Gassman che legge le analisi cliniche.

Atro che anti-populismo: qui siamo alla politica che si auto-promuove, e dunque si nega al giudizio, chiama in correo, allude, ammicca, adesca. Siamo allo strame del dibattito, coi politici che rimestano tutto il dì la lettiera delle loro ospitate in una spirale di narcisismo che condurrà al nulla. Guardateli bene in faccia: vi sembra gente nella posizione di consigliare qualcosa a chicchessia? Ma dove vivono gli autori, su Marte? Tanto valeva far presentare Stasera italia a Giacobbo. Già immaginiamo la scena nelle case italiane: “Caro, usciamo stasera?”, “Stai scherzando? Ha detto Andrea Orlando che c’è Andrea Orlando dalla Palombelli”. “Vero! Domani?”. “No, domani c’è Toti”. “Eh, ma venerdì c’è Guerini”. Però la profezia non-autoverificantesi di B. – “i ristoranti sono tutti pieni” – pronunciata in pieno delirio egotico, finalmente oggi con questi sfolla-pubblico televisivi potrebbe avverarsi, stando che il merito non sarebbe del governo attuale ma sempre del padrone di Mediaset. Il quale ha in tutta evidenza deciso di perseguire la sua auto-obliterazione, dopo aver affidato i poveri resti del partito a Toti e Tajani. Le nostre obiezioni, sia chiaro, non riguardano la scelta dei personaggi (in fondo se stanno lì qualcuno li ha eletti) ma il credito che gli si dà. Uno come Renzi, per dire, lo vedremmo meglio come finta comparsa di Forum.

La Festa del “Fatto”: 4 giorni di politica, attualità e spettacoli

Da domani al 2 settembre torna la Festa del Fatto Quotidiano, al Parco La Versiliana, (Marina di Pietrasanta, Lucca). Si comincia alle 21 con un’intervista a Carlo Verdone condotta da Marco Travaglio e Alessandro Ferrucci. Venerdì 31 agosto alle 21 Max Gazzè in concerto con l’Alchemaya Simphony Orchestra. E sabato 1 settembre alle 21 Salvimaio, il nuovo spettacolo di e con Andrea Scanzi. A chiudere la festa domenica 2 settembre, Marco Travaglio con Dacci oggi il nostro Fatto Quotidiano. Il direttore de ilfattoquotidiano.it, Peter Gomez, porta alla Versiliana il suo format televisivo di successo La Confessione, realizzato da Loft Produzioni e in onda sul Nove.

A confessarsi saranno il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti (31 agosto), l’aspirante segretario del Pd e governatore del Lazio, Nicola Zingaretti (31 agosto) e il vicepremier, Luigi di Maio (2 settembre, con Alessandro Di Battista in collegamento video dal Guatemala). Un altro dei format di Loft è Belve che arriva alla Versiliana con Francesca Fagnani che intervista Massimo Fini domenica 2. Il viceministro all’Economia Laura Castelli (M5S), discuterà venerdì 31 con Maurizio Landini (Cgil), Massimo Mallegni (Forza Italia), Stefano Feltri e Salvatore Cannavò. Alle 18.30 si parla di “tv del cambiamento” con Luca Sommi, Bianca Berlinguer (Rai3), Laura Carafoli (Discovery), Paolo Del Debbio e Giovanni Floris. Di informazione si discute anche domenica 2, con Paola Zanca, Milena Gabanelli ed Enrico Mentana. Il primo settembre si parlerà di autostrade e del disastro di Genova, con Antonio Massari che si confronterà con tre grandi esperti che collaborano con il Fatto: i professori Marco Ponti, Giorgio Ragazzi e Ugo Arrigo. Si discuterà anche di “vero e falso cambiamento” con Silvia Truzzi, il fondatore del Fatto Antonio Padellaro e l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli.

Antonello Caporale si avventurerà “alla ricerca della sinistra perduta” con Anna Falcone (LeU), Paola Natalicchio (Sinistra Italiana), Giuseppe Provenzano (Pd) e con Tomaso Montanari. Alle 17 del primo settembre Claudia Rossi, nello spazio Millennium, discuterà di “frammenti di un discorso amoroso al tempo dei social” con Ester Viola, avvocato e scrittrice, e con il conduttore Diego Passoni. Mentre alle 18.30, prendendo spunto dal libro Paper First La Repubblica delle stragi, Mario Portanova parlerà di mafia, Stato e Trattativa con Salvatore Borsellino, Marco Lillo e con l’avvocato Fabio Repici.

Di complicità politiche e mandanti occulti sarà anche il tema del dibattito “Moro: quando lo Stato non trattava”.Fabrizio d’Esposito ne discuterà con Miguel Gotor che sul Fatto ha ricostruito il sequestro Moro, Ettore Boffano e Gian Carlo Caselli. Il procuratore capo di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, sempre domenica, risponderà alle domande di Gianni Barbacetto e Maddalena Oliva. Domenica alle 14.30 ci sarà infine un incontro per i “soci di Fatto” che potranno confrontarsi con i vertici del gruppo editoriale: il presidente e amministratore delegato Cinzia Monteverdi, Antonio Padellaro, Peter Gomez, Marco Travaglio e Marco Lillo.

Ryanair fa il contratto (ma irlandese) per arginare il fuggi fuggi dei piloti

Otto mesi di trattative, avviate solo dopo una fitta rete di scioperi, e alla fine il contratto collettivo dei piloti Ryanair ha visto la luce. È stato firmato solo dall’Anpac, unico sindacato ammesso alle trattative dalla compagnia irlandese che aveva chiuso la porta in faccia a tutte le altre organizzazioni.

Se da un lato l’accordo riconosce diritti già previsti dalla legge italiana, che in quest’azienda da ora in poi rappresenteranno una novità assoluta, dall’altro continua a limitare il diritto di sciopero. Per qualcuno è un piccolo passo in avanti verso la normalità; per altri una toppa peggiore del buco. Comunque sia, è un risultato ottenuto solo grazie all’ampio potere contrattuale dei piloti, molto richiesti sul mercato. All’interno di Ryanair resta aperta la stagione degli scontri sindacali: tra oggi e domani sarà proclamato un nuovo sciopero da parte della Filt Cgil e della UilTrasporti, due degli esclusi dal tavolo. L’accordo è stato sottoposto a una consultazione interna tra gli iscritti all’Anpac: il referendum ha quindi coinvolto solo 300 dei 500 piloti in forza al vettore irlandese. Questi “grandi elettori” lo hanno approvato con il 72% di Sì e quindi il testo è pronto per essere applicato. Che cosa prevede? I contratti di lavoro resteranno irlandesi fino al 2022, ma è stato stabilito uno schema di stipendio valido per tutti i piloti, che prima erano costretti a firmare contratti individuali. Viene quindi riconosciuta una parte di retribuzione fissa più una variabile con i premi di risultato. Poi c’è l’impegno di Ryanair a riconoscere per la prima volta le protezioni minime del lavoro dipendente nel nostro Paese: ferie, riposi, malattia, congedi parentali, di maternità e paternità, assicurazione Inail e la giurisdizione dei giudici italiani. Punti che dovrebbero essere scontati, insomma, ma nell’impresa nota per il suo odio verso le tutele del lavoro è servito metterle nero su bianco. In aggiunta, c’è un fondo previdenziale complementare e una cassa di assistenza sanitaria integrativa.

Il diritto di sciopero resta compresso. L’Anpac si è impegnata a non indire azioni sindacali che abbiano l’obiettivo di chiedere modifiche del contratto collettivo. Per gli altri casi, bisognerà prima concludere un farraginoso meccanismo di tentata mediazione. C’è poi il capitolo dei contractor, cioè i piloti che non sono assunti direttamente da Ryanair (a essi continua a non applicarsi il contratto collettivo): la compagnia non si è impegnata ad assumerli, ma solo a valutare le richieste a seconda della disponibilità. In questi giorni Ryanair sta trattando anche il contratto degli assistenti di volo; pure in questo caso, ha ammesso solo i sindacati Anpac, Anpav e Fit Cisl, escludendo Cgil e Uil.

Il caso Benetton rivela i pericoli delle holding

Nella storia del capitalismo italiano, i Benetton appaiono con due profili così contraddittori tra di loro da essere difficili da conciliare. Da un lato, la loro esperienza è legata all’ascesa del nuovo Nord-Est a fine Novecento, al punto da costituirne una delle realtà più sintomatiche. Essa è sinonimo di una mobilitazione economica dal basso, costruita su un retroterra specifico, quella di un territorio che impiega le proprie risorse al servizio di una crescita rapida e capillare. Dall’altro, soprattutto col cambio del secolo, essa subisce una metamorfosi radicale, adottando la forma di holding di partecipazioni, che organizza una massa di interessi imponente, dentro la logica di gestione di grandi strutture di servizio che si appoggiano al capitalismo di relazione. È come se, a un certo momento, la linea della vita dei Benetton si sia spezzata per dare corso a una seconda esistenza.

Fino a oggi, secondo un’opinione corrente, i Benetton, raggiunto un elevato grado di ricchezza, mutano l’asse della loro attività, abbandonando produzione e commercio per concentrarsi sulla gestione di infrastrutture e servizi tali da assicurare una remunerazione maggiore ai loro investimenti. Così, per esempio, Ferruccio de Bortoli (nel suo Poteri forti (o quasi), La nave di Teseo) ha sintetizzato il loro percorso: “I Benetton, molto prima di Zara o di H&M, avevano tracciato la strada dell’internazionalizzazione, ma poi hanno preferito diversificare in settori tariffati. Più comodi”. Dunque, avrebbero scelto di lasciare l’ambito dove la concorrenza era più forte per presidiare il campo più sicuro dei servizi in concessione, dove il rendimento è garantito. Un cambio che non è solo di settore, ma di modello capitalistico, con l’abbandono di quello basato sulla capacità competitiva a favore di quello imperniato sulla contrattazione coi poteri pubblici, in cui è richiesta sia la forza economica sia la capacità relazionale di stringere alleanze e di comporre mosaici di interessi.

Questo passaggio, tuttavia, non è stato lineare nel caso dei Benetton. In un primo tempo, anzi (come risulta dalla loro storia aziendale, scritta da un importante studioso della Bocconi come Andrea Colli, Famiglia, management e diversificazione. Edizione. Storia della holding Benetton 1986-2016, Il Mulino), ci avevano provato ad avviare un processo di diversificazione correlata, cioè prossimo al business dell’abbigliamento come lo sportswear, ma non aveva funzionato. La svolta avverrà con gli anni Novanta, prima con Autogrill e poi con l’acquisizione di Autostrade, quando il processo di privatizzazione dei gangli dell’economia pubblica toccherà l’apice. A quel punto le cose cambiano davvero e i Benetton si proiettano in una dimensione completamente nuova per loro.

Quella di Autostrade è un’acquisizione realizzata a debito, ciò che probabilmente li spinge alla ricerca rapida di condizioni di redditività tali da compensare l’azzardo. In secondo luogo, apre loro uno spazio inusitato, che devono occupare ricorrendo a manager. In un primo tempo, si avvalgono di figure gestionali che si sono formate entro i capisaldi dell’economia pubblica come Vito Gamberale, il quale tuttavia lascerà la guida di Autostrade in una congiuntura come il 2006, quando si apre un contenzioso col governo e col ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, contrario al coinvolgimento con gli spagnoli di Abertis. Già con la vendita ai francesi della catena distributiva di Gs, del resto, è parso che i Benetton siano propensi a spostare fuori d’Italia alcune delle attività che hanno acquisito. Ciò solleva interrogativi sul funzionamento di una holding che combina, in maniera tutt’altro che nitida, la volontà di un azionista attivo (i Benetton) e il ruolo di un management depositario dell’operatività concreta. Si tratta del nodo che è emerso in maniera drammatica quando ad affrontare le conseguenze del ponte Morandi è stato mandato l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci, mentre i Benetton sono rimasti in silenzio. Una situazione che sollecita a interrogarsi sui livelli di responsabilità che riguardano la proprietà e il management e che getta un’ombra sulla configurazione di Edizione, una holding di partecipazioni dai confini incerti, non foss’altro per le radici che coltiva nel terreno del capitalismo di relazione, dove i mediatori istituzionali, come le alleanze politico-economiche, giocano una parte rilevante.

A giudicare dagli eventi di questi giorni e dai loro effetti viene il dubbio che i Benetton si stiano ritrovando una partita più grande di loro, in cui possono perdere i margini di vantaggio che sembravano assicurati dai risultati degli ultimi anni. Il futuro di Atlantia è oscuro, così come le prospettive dei suoi azionisti, che avevano creduto di aver raggiunto una posizione di stabilità ora seriamente scossa. Verrebbe da chiedersi se il modello della holding di partecipazioni faccia bene al capitalismo italiano o a ciò che ne resta, dal momento che a lungo andare non solo non consolida le risorse economiche del Paese, ma finisce col mettere a repentaglio anche la tenuta dei suoi rappresentanti.

Abbandonare lo spazio dell’economia imprenditoriale in cui la ricchezza si è originariamente formata per inseguire un’economia internazionalizzata delle strutture di servizio, regolata da una stretta logica finanziaria, rischia di non portare da nessuna parte, specie quando non si hanno né le dimensioni né la caratura per farlo.

Di questa lezione sarà bene tenere conto, quando anche in futuro si correrà la tentazione di lasciare l’humus dell’economia reale per buttarsi nelle avventure finanziarie.

Damiani all’89% di Venini, nozze tra diamanti e vetro d’autore

Nozze “preziose”, quelle tra i diamanti della famiglia Damiani e la storica vetreria veneziana Venini. L’azienda di Valenza Po ha infatti sottoscritto interamente un aumento di capitale di 4 milioni di euro della fornace dell’isola di Murano, arrivando a oltre l’89% delle quote azionarie, dopo aver acquisito la maggioranza nel 2016.

Fondata nel 1921 dall’avvocato milanese Paolo Venini e dall’antiquario veneziano Giacomo Cappellin, Venini Spa è il nome di riferimento nel mondo del vetro artistico. Vanta collaborazioni con artisti come Gio Ponti e Mimmo Rotella, fino a designer e architetti del calibro di Peter Marino, Tadao Ando, Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas, Ettore Sottsass. Le creazioni Venini sono nei musei come il Metropolitan e il Moma di New York, la Fondazione Cartier di Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra. L’avvento dei Damiani ha avviato in due anni un piano di sviluppo, con vendite in aumento del 30%.

Carige, Ubi e Banco Bpm dicono no all’aggregazione

Mosse e contromosse, in attesa dell’assemblea che deciderà la nuova governance di Banca Carige. Il finanziere Raffaele Mincione deve riuscire ad ottenere l’appoggio dei fondi e del retail se vuole ottenere la maggioranza, ora il suo fronte aggrega il 20% potenziale e la strada per raggiungere il suo obiettivo, quello di trovare un partner per l’istituto, è in salita: quelli da lui indicati come partner ideali, Ubi e Banco Bpm, hanno detto no. Mincione, che punta alla presidenza di Carige, intervistato da MF aveva indicato Ubi e Banco Bpm come possibili candidati per un’aggregazione con l’istituto ligure. A Piazza Affari Ubi Banca e Banco Bpm hanno chiuso rispettivamente con -2,95% e -2,24%. Si guarda anche a Bper e Credem (per Mincione “possono avere senso”), mentre esclude un’opzione straniera. Sul fronte opposto Malacalza con il suo 24%, ha messo in campo una squadra e la Bce ha già autorizzato la holding a salire fino al 28% (ha tempo fino all’11 settembre).