Ilva, ultimatum dei sindacati: sciopero se Di Maio non ci convoca

La politica di Luigi Di Maio il “temporeggiatore” su Ilva sta facendo saltare i nervi non solo agli avversari politici, ma anche ai sindacati. L’ex ministro Carlo Calenda avverte il suo successore “se farai saltare l’accordo con Mittal senza alternative” rischi un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale alle casse dello Stato. I Segretari generali di Uil-Uilm, Cgil-Fiom, Fim-Cisl e Usb scrivono una lettera a lui e al premier Giuseppe Conti chiedendo una “convocazione urgentissima”, in mancanza della quale minacciano “una mobilitazione del gruppo Ilva e dell’indotto”.

Rocco Palombella (Uil-Uilm), Francesca Re David (Cgil-Fiom), Marco Bentivogli (Fim-Cisl) e Sergio Bellavista (Usb) chiedono al governo di chiarire, una volta per tutte, se la gara per la quale ArcelorMittal ha acquisito Ilva “sia legittima o meno”. E vogliono “conoscere” al più presto “le decisioni che il governo intende assumere sulle prospettive industriali ed occupazionali dell’Ilva, dei suoi 14.000 lavoratori e dell’indotto”. Decisioni ormai non più procrastinabili. “Alla luce degli esiti dei pareri richiesti ad Anac e Avvocatura dello Stato e visto l’imminente esaurimento della cassa prevista dai Commissari Straordinari nel prossimo mese di settembre”.

Di Maio è impegnato in Egitto, ma giovedì tornerà ed è probabile che per quel giorno convocherà i sindacati. Finora, i pareri dell’Autorità Anticorruzione e dell’Avvocatura hanno tenuto la trattativa sospesa, ostaggio del rischio di un possibile annullamento della gara. Anche il piano di riconversione e di ambientalizzazione di Ilva proposto da ArcelorMittal salterebbe. Tutta questa parte è da venerdì scorso all’esame del ministro dell’Ambiente Sergio Costa che, entro questo venerdì, spedirà le sue osservazioni al Mise.

L’ipotesi di fare tabula rasa spaventa i sindacati che chiedono a Di Maio di prendere posizione. “Al fine di proseguire efficacemente il negoziato è opportuno chiarire se Arcelor Mittal ha acquisito Ilva attraverso una gara legittima o meno” scrivono i segretari generali.

All’Europa versiamo 12 miliardi. Ma non usiamo i 9 che ci spettano

Inumeri stanno scritti nero su bianco nel bilancio 2017 della Commissione europea e smentiscono l’uscita del vicepremier, Luigi Di Maio, sui fondi che l’Italia dà all’Europa. L’anno scorso abbiamo versato non 20 ma, esattamente, 12 miliardi e 2 milioni di euro nelle casse Ue. Negli anni precedenti versavamo di più: quasi 14 miliardi nel 2016, 14,7 miliardi nel 2015 e 14,6 miliardi nel 2014. Questa è la spesa per contributi. L’Unione europea ha però destinato nel 2017 all’Italia 9 miliardi e 795 milioni. Risultato contabile: in Europa siamo contribuenti netti per 2 miliardi e 207 milioni, circa lo 0,13% del nostro Prodotto interno lordo. È in sostanza quanto l’Italia, quarta potenza economica dell’Unione, paga per effetto dei meccanismi di redistribuzione economica con cui si cercano di integrare i 28 Paesi.

Il budget annuale viene stabilito di concerto tra la Commissione e gli Stati membri, una volta all’anno, all’interno di un framework, una cornice di previsioni di spesa di sette anni. Attualmente è all’esame del Consiglio e del Parlamento il budget comunitario 2021-2027. Più che che di un “esame” si tratta in effetti di una complessa trattativa da cui deve uscire un compromesso tra le diverse richieste avanzate dagli Stati membri.

Il bilancio Ue è di 137 miliardi. Le entrate sono prelevate dall’Iva e da aliquote del Pil generato dai diversi Paesi. Dal lato della spesa, le macro voci sono quelle denominate “Crescita inclusiva”, a cui sono andati 57 miliardi, “Crescita sostenibile risorse naturali”, 56,7 miliardi, “Coesione economica sociale e territoriale”, 35,6 miliardi, e “Sicurezza e cittadinanza”, 2,9 miliardi.

All’Italia sono stati destinati 3 miliardi della prima voce, che tra le risorse più consistenti comprende quelle per investimenti per la crescita e il lavoro, 1,5 miliardi (di cui 963 milioni per le regioni del Sud), Investimenti infrastrutturali (300 milioni); Istruzione, formazione e sport (203 milioni) e Trasporti (95 milioni). All’agricoltura sono andati oltre 4 miliardi, più 790 per lo “Sviluppo rurale”, mentre alla pesca sono stati destinati circa 53 milioni. Quanto a sicurezza e cittadinanza, il capitolo principale è quello delle risorse per i migranti, che si sono però limitate e 91 milioni.

Il problema, in ogni caso, non sembra essere quanto diamo alla Ue, ma cosa facciamo con quanto ci è assegnato.

Nel budget 2014-2020 l’Italia ha ottenuto 44,6 miliardi di fondi Ue per le infrastrutture, tra cui autostrade, ferrovie, ponti e via dicendo ma dei finanziamenti a disposizione finora ha speso mediamente il 5%. Il problema sta prima di tutto nella burocrazia e nei vincoli di spesa degli enti locali. Quelli europei sono infatti per lo più co-finanziamenti, dove i fondi sono erogati in base a un progetto che l’ente proponente in parte finanzia con fondi propri. Se il progetto non arriva, o le risorse locali non sono stanziate, i soldi non arrivano. Come ha fatto notare ieri la collega di Di Maio, Barbara Lezzi, ministro per la Coesione territoriale (vedere intervista a pagina 10) alla fine di quest’anno “scadono” 9 miliardi di fondi Ue, ma per ora si sono rendicontati progetti per meno di due.

Non versare i contributi dovuti all’Europa, come ha minacciato Di Maio, esporrebbe l’Italia in prima battuta al pagamento di una multa. L’Italia subirebbe inoltre una procedura di infrazione davanti alla Corte di Giustizia europea.

Le conseguenze più generali, e politiche, sono però imprevedibili, visto che un’interruzione totale non si è mai verificata.

Istat senza vertice, incognita su chi arriverà dopo Alleva

Da domani, per la prima volta, l’ultranovantenne Istat sarà privo di rappresentante legale, compito che da sempre la legge affida al presidente dell’ente. Alla mezzanotte di oggi, infatti, Giorgio Alleva, approdato il 15 luglio 2014, non senza polemiche, al vertice dell’Istituto di statistica per volere del governo Renzi, decadrà sia dall’incarico di presidente sia di legale rappresentante, avendo improrogabilmente esaurito non solo il mandato quadriennale ma anche il termine di prorogatio di 45 giorni, previsto dall’articolo 3 della legge 444/1994, durante i quali, però, lo stesso presidente può adottare soltanto provvedimenti di ordinaria amministrazione, o atti urgenti e indifferibili – debitamente motivati – a pena di nullità.

Si tratta di una situazione paradossale, interamente ascrivibile al governo in carica, che solo il 27 luglio scorso si è ricordato di indire una call pubblica tra i professori ordinari in materie statistiche, economiche e affini, con esperienza internazionale, interessati a ricoprire la prestigiosa carica che, tra l’altro, prevede un compenso di 240 mila euro annui. Il termine per la presentazione della manifestazione di interesse è scaduto alle ore 23.59 del 16 agosto scorso e, a oggi, il governo non ha fatto alcuna scelta che, comunque, quando verrà formalizzata, non sarà immediatamente esecutiva, necessitando del parere favorevole da parte dei due terzi dei componenti della commissione affari costituzionali sia della Camera che del Senato, come previsto dall’articolo 5 della legge 196/2009 e di un successivo decreto da parte del presidente della Repubblica.

Tali adempimenti non potranno certamente compiersi nelle prossime ore, con la conseguenza che, decaduto Giorgio Alleva, spetterà al presidente del Consiglio nominare un commissario, per il quale non sono richieste particolari formalità, che dovrebbe restare in carica sino alla nomina del nuovo vertice dell’ente di via Balbo, azzerando contestualmente anche il Consiglio d’Istituto. Non è, tuttavia, da escludere l’ipotesi, che risulterebbe alquanto paradossale, che fosse lo stesso Alleva a svolgere il ruolo di commissario dell’Istat, in attesa che si dipani la matassa della nomina del suo successore.

Alleva, intanto, il 6 agosto scorso, dopo essere stato ricevuto al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella, ha trasmesso al personale dell’ente una lunga lettera di commiato, elencando i risultati della sua gestione e facendo, così, supporre di non aver partecipato alla call governativa.

Una vicenda – quella della mancata nomina del presidente dell’Istat – tutt’altro che trascurabile, considerando gli importanti appuntamenti nell’agenda economica di settembre. La revisione del Pil 2017 e conseguente aggiornamento delle stime per l’anno in corso, prevista per il prossimo 21 settembre, rappresenta, infatti, il punto di partenza della Nota di Aggiornamento al Documento di economia e finanza, che di lì a pochi giorni, verrà presentata dal governo e sulla quale si stanno accendendo anche i riflettori delle agenzie di rating. Ai fini dell’autonomia, indipendenza e autorevolezza della statistica pubblica, avere un presidente nella pienezza dei suoi poteri è ben diverso da un eventuale commissario di nomina governativa, che dovrà recarsi in audizione al Parlamento per dare un giudizio sulla prossima manovra di Bilancio che, tra vincoli e promesse, si preannuncia alquanto complessa.

I 3 padroni delle autostrade. Al casello paghiamo i mega debiti e i dividendi

Un gioco da ragazzi. Un business che viaggia con il pilota automatico. Nessuna concorrenza con i ricavi che continueranno anno su anno a crescere, grazie agli incrementi tariffari che superano costantemente l’inflazione. Basta controllare i costi e investire il meno possibile e voilà ecco che la redditività mostruosa e crescente è assicurata. Per i gestori autostradali, dai Benetton ai Gavio, ai Toto, quel business è una miniera d’oro. Poco rischio, tanti flussi di cassa, tali da permettersi ingenti indebitamenti. E difatti spendono di più per gli oneri finanziari che per gli investimenti sulla rete.

La fotografia di chi opera nelle concessioni autostradali li accomuna. Tutti, dai Benetton ai Gavio, a Toto, i tre grandi protagonisti del settore hanno le stesse dinamiche. Una marginalità industriale che supera ampiamente il 60%. Per Autostrade per l’Italia dei Benetton siamo al 62%. Per la Sias del gruppo Gavio che gestisce 1.200 chilometri di rete soprattutto nel Nord-Ovest del Paese il margine industriale è al 64%. E la gestione autostradale della A24 e A25 nel centro Italia frutta alla Toto Holding profittabilità industriale che sfiora il 60%. Tutti i costi, compresi investimenti e manutenzione, valgono quindi tra i poco più di 30, massimo 40 euro, ogni 100 euro incassati dai pedaggi. Il resto è grasso che cola nelle mani dei padroni delle autostrade che li usano essenzialmente per fare due o tre cose che con la gestione e la sicurezza della rete d’asfalto c’entrano ben poco. Darsi lauti dividendi, pagare gli elevati interessi sul debito e magari come hanno fatto i Benetton lanciarsi in grandi shopping oltrefrontiera come l’acquisto dell’aeroporto di Nizza o una quota dell’Eurotunnel o l’assalto alla spagnola Abertis. Del resto basta sfogliare i bilanci per avere un’idea di come quella concessione ultradecennale dello Stato sia in realtà una gigantesca fortuna finanziaria che frutta rendite ingenti.

I Benetton con la loro Autostrade hanno spesato investimenti nel 2017 per la rete per soli 550 milioni su 3,5 miliardi di ricavi da pedaggio. Hanno pagato oneri di concessione per 465 milioni e remunerato i dipendenti per altri 500 milioni. Hanno speso quasi di più per pagare gli interessi sul debito monstre che hanno scaricato sulle spalle della società dopo l’operazione a leva con cui hanno conquistato il possesso di Autostrade. In oneri finanziari la società ha speso, nel solo 2017, 465 milioni. Sono gli interessi dovuti agli obbligazionisti e alle banche per sostenere il peso di oltre 11 miliardi di debiti, quasi tre volte il fatturato e oltre 4 volte il margine lordo. Stesso copione per la Sias della famiglia Gavio. Anche qui tutti i costi operativi valgono solo 430 milioni su 1,1 miliardi di ricavi autostradali. Ogni anno oltre 100 milioni finiscono per pagare i soli interessi sul debito finanziario netto che è a livello consolidato pari a 1,3 miliardi dopo che nel 2016 era arrivato a toccare 1,6 miliardi. E che dire della famiglia Toto che dopo l’avventura non esaltante con Airone, finita tra le braccia di Alitalia, si è messo a fare il gestore di autostrade? La sua Strada dei Parchi, che gestisce la A24 e la A25, aveva nel 2016, come spiega la Relazione sull’attività di Vigilanza delle autostrade del ministero dei Trasporti, un margine industriale di ben 114 milioni su 165 milioni di ricavi da pedaggio. Ma era oberato di debiti finanziari netti per la bellezza di oltre un miliardo su un capitale di soli 52 milioni. Un debito colossale tanto da spendere oltre 50 milioni l’anno solo in interessi. Di fatto, oltre un terzo dei ricavi finiscono più per pagare i debiti che per far funzionare la sua autostrada. Gli investimenti complessivi sono stati di soli 17 milioni nel 2016 e di 36 milioni nel 2015. Poca roba, molto meno degli oneri sul debito.

Ma ristorare legittimamente i creditori non è l’unico pensiero in cima ai signori delle Autostrade. Ci sono i ricchissimi utili da distribuire. La sola Atlantia, la holding che possiede Autostrade e che opera anche nel settore aeroportuale con Adr, ha sfornato tra il 2013 e il 2017 la bellezza di 4,4 miliardi di utili, distribuendo ai soci, in primis la famiglia Benetton, tra acconti e saldi la bellezza di 3,7 miliardi. Oltre l’80% dei profitti è finito nelle tasche degli azionisti. Mentre la Sias dei Gavio ha distribuito il 34% dei 238,3 milioni di utili, ossia 80 milioni. Un po’ meno degli anni passati, quando la cifra era circa la metà degli utili. Toto, invece, ha chiuso l’ultimo bilancio disponibile (2016) in perdita. Davvero un business ghiotto quello della gestione della rete autostradale. Utili à gogo e grassi dividendi assicurati per tutti i gli anni cui le concessioni consentono di operare. E allora conviene rileggersi quanto disse il capo della struttura di analisi economica di Banca d’Italia, Paolo Sestito, nella sua audizione alla Camera sull’indagine conoscitiva sulle concessioni autostradali: “La dinamica effettiva delle tariffe ha superato quella dell’inflazione e consentito livelli elevati di redditività ai concessionari. Le misure adottate per stimolare nuovi investimenti hanno avuto esiti limitati. Tra il 2008 e il 2013 gli investimenti delle concessionarie sono rimasti stabili e non hanno seguito il profilo crescente definito nei piani di sviluppo annessi alle convenzioni siglate all’inizio del quinquennio”.

E ancora: “Il loro rilancio (degli investimenti, ndr) deve essere assicurato attraverso misure che tutelino la concorrenza, garantendo l’ìndividuazione del miglior offerente e la selezione delle opere in base a trasparenti analisi dei loro costi e benefici sociali”. Tre anni da allora sono passati. Il quadro, tariffe crescenti e investimenti non adeguati, è solo peggiorato. E quel business d’oro ha continuato a prosperare.

Qui abbiamo bisogno di veri liberisti

In Italia si sente la mancanza di liberisti. Quelli veri, non la furbesca imitazione nostrana. A qualcuno può sembrare una bestemmia, ma guardate il dibattito sulle autostrade: ci sono i difensori di Atlantia (e dei Benetton) contro i fan dello Stato asfaltatore. E Telecom? La questione pare l’italianità della rete in rame. Alitalia: chi vuole la compagnia di bandiera pubblica e chi tifa per lo spezzatino. Manca qualcuno che difenda il ricorso al mercato come strumento. L’alternativa allo Stato-padrone e allo Stato-assente è lo Stato regolatore. A Genova è giusto che Autostrade paghi per la ricostruzione del ponte, ma non è affatto detto che i lavori debbano essere affidati alla stessa azienda responsabile della mancata manutenzione. Basta mettere i lavori a gara: perfino con le norme attuali, ritagliate su misura dei grandi gruppi, i concessionari possono affidare ad aziende controllate (di cui solo loro conoscono i costi e la performance) non più del 40 per cento degli investimenti, il resto deve essere messo a gara. Che vinca il migliore, pubblico (Fincantieri) o privato: i lavori vadano a chi offre la migliore qualità al minor prezzo.

La politica invece sembra aver escluso il mercato dalla sua cassetta degli attrezzi, scelta bizzarra soprattutto perché l’alto debito e i vincoli europei hanno limitato la possibilità di ricorrere alla spesa pubblica. I tanti opinionisti liberisti urlano contro le inefficienze dell’azionista pubblico (vedi Atac a Roma), ma glissano sulle colpe di imprese che prosperano su rendite inefficienti. Ci vorrebbe una bella ondata di liberalizzazioni. Non di privatizzazioni, attenzione, basta con la follia di quotare in Borsa rendite pubbliche (come l’Enac) o vendere azioni di Eni ed Enel, che già operano in regime di mercato. Ci vorrebbero picconate liberiste, assestate dalla politica e dal presidente dell’Autorità Antitrust da nominare, per togliere incrostazioni all’economia italiana. E restituire potere d’acquisto ai consumatori e opportunità ai cittadini, imprenditori o clienti.

Ubi, dopo l’indagine il rischio della maxi-multa dalla Bce

Oltre al processo agli amministratori sulla manipolazione della governance, rinviato al 17 settembre, una nuova tegola si abbatte sul gruppo Ubi, guidato dal consigliere delegato Victor Massiah: dopo un’ispezione scattata nel 2016, la Bce ha comminato alla banca una sanzione per le falle nelle misure di prevenzione e gestione dei conflitti di interessi dei suoi vertici. La multa potrebbe arrivare sino a 300 milioni.

La notizia appare nelle pieghe dei conti semestrali della banca quotata, approvati il 3 agosto con un utile netto di 209 milioni. A pagina 161 si legge infatti che “con lettera di contestazione notificata il 23 luglio, la Banca d’Italia ha comunicato l’avvio di un procedimento sanzionatorio per violazioni soggette a sanzioni amministrative” che “origina dagli accertamenti ispettivi condotti nel gruppo Ubi dalla Banca centrale europea tra il 27 giugno e il 5 agosto 2016, mirati a verificare la capacità del gruppo di prevenire e gestire i conflitti di interessi. La banca presenterà le proprie controdeduzioni nei termini previsti”.

Il 22 giugno 2016, la Bce aveva aperto un’ispezione sulla governance, le remunerazioni e i controlli interni per verificare le “strategie di Ubi Banca e del gruppo sulla gestione dei conflitti di interesse, le policy e procedure che mirano alla identificazione e gestione dei soggetti correlati e/o collegati al gruppo e, quindi, in potenziale conflitto di interessi, l’idoneità dei sistemi di controllo interno a intercettare questi conflitti”. Gli accertamenti si erano chiusi il 5 agosto 2016. Il 27 gennaio 2017, la Bce aveva trasmesso a Ubi gli esiti delle verifiche con la richiesta di predisporre un piano d’intervento. La Bce suggeriva “rafforzamenti al processo di mappatura delle situazioni di potenziale conflitto d’interessi per tenere conto, oltre alle informazioni fornite dagli esponenti, anche di quelle a disposizione della banca”, “la definizione di criteri omogenei di gruppo nell’identificazione delle operazioni con le parti correlate e i soggetti collegati”, “l’adozione di miglioramenti informatici sulle “operazioni multiple” con parti correlate e soggetti collegati”, “l’estensione della disciplina sulle operazioni con soggetti collegati anche al personale rilevante”. Venivano richiesti “un maggior coinvolgimento delle funzioni di controllo della banca (compliance, risk management e internal audit) nella effettiva verifica, anche ex post, delle operazioni in potenziale conflitto di interessi” e “la predisposizione di un processo per la verifica dei requisiti di idoneità degli esponenti aziendali” che tenesse conto delle linee guida della Bce e delle altre autorità comunitarie. Nel 2017 Ubi aveva trasmesso alla Bce i propri piani e l’aggiornamento sullo stato di attuazione delle richieste.

Fonti vicine alla vicenda, che chiedono di restare anonime, hanno spiegato al Fatto Quotidiano che la banca farà avere alla Bce una risposta “ferma e robusta”, i cui contenuti sono già noti alla Banca d’Italia. A breve poi Ubi varerà una revisione delle proprie regole sui conflitti d’interessi che la porrà all’avanguardia nel settore. Intanto l’istituto sta gestendo i rapporti con le autorità di vigilanza attraverso la Chief general counsel, Annachiara Svelto.

Secondo altre fonti, molte tra le contestazioni della Bce sarebbero relative alle indagini e perquisizioni avviate dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Brescia il 25 maggio 2017 sulle falle nei controlli dei rischi e delle procedure antiriciclaggio di Ubi. Come riferito da Gianni Barbacetto e Giorgio Meletti sul Fatto del 17 giugno 2017, secondo l’ipotesi investigativa della Procura di Brescia, in Ubi sarebbero state omesse le comunicazioni obbligatorie alla Banca d’Italia su un certo numero di operazioni sospette di riciclaggio: sarebbero stati disattivati i software di segnalazione per coprire le movimentazioni di 40 clienti “eccellenti”. Tra questi compaiono Franco Polotti, ex presidente di Ubi, due società del gruppo Saras, l’azienda petrolifera quotata controllata dai fratelli Massimo e Gian Marco Moratti la cui vedova Letizia Brichetto ha sostituito Polotti alla presidenza del consiglio di gestione di Ubi, Gianfranco e Michele Faissola, fratello e nipote di Corrado Faissola, presidente di Ubi e dell’Abi scomparso nel 2012. Poi Gianluigi Gola, ex consigliere di Ubi, Luca Volontè, ex deputato dell’Udc, gli imprenditori Viviana Pecci-Blunt, Pierluigi Berlucchi, Mariliano Mazzoleni e Pietro Gussalli Beretta, presidente dell’azienda produttrice di armi e vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Ubi.

Se una banca viola per dolo o colpa le norme Ue, la Bce può imporle sanzioni fino al doppio dell’importo dei profitti ricavati o delle perdite evitate grazie alle irregolarità o, se questi non sono determinabili, sino al 10 per cento del fatturato consolidato. Tra il 2015 e il 2017 il fatturato consolidato di Ubi è stato compreso tra i 2,99 e i 3,48 miliardi l’anno. Contattata nel merito, Ubi ha risposto di “non poter commentare eventi di dominio delle autorità di vigilanza”.

Lasciare la nave! Avviso per i macronisti alle vongole

Eh, bei tempi. Quali? Dirà il lettore. No, mica quelli di quando i treni arrivavano in orario, per carità, piuttosto quelli di “una speranza si aggira per l’Europa”, come twittava Paolo Gentiloni (forse lo ricorderete, un tempo fu premier) all’indomani della vittoria di Emmanuel Macron alle Presidenziali francesi. Citiamo solo lui a mero titolo di esempio insieme a questo più recente capolavoro: “Siamo nel corso di una catastrofe del riformismo, solo due luci possono invertire la tendenza: Macron e Renzi” (Gennaro Migliore). Ci permettiamo, per puro spirito di servizio, un avvertimento agli amici macronisti: come già accaduto per Blair, Zapatero, Hollande e persino Schulz, è ora di iniziare con alcune pacate critiche all’ex golden boy per passare all’opposizione entro il 2019 e procedere senz’altro alla fase “m’è sempre stato sul gozzo” dopo le Europee. Ve lo diciamo non solo perché a colpi di politiche antipopolari, che pure sono il suo programma, perderà sempre più consenso (tagli, decisioni anti-sindacali e via riformando); non solo perché una volta il bodyguard picchiatore, un’altra la ministra abusivista, un’altra il braccio destro col conflitto di interessi; non solo perché i sondaggi… No, è ora di riposizionarsi per il più infallibile dei segnali: ieri il ministro dell’Ambiente Nicolas Hulot, star dell’ecologismo francese, ha annunciato le sue dimissioni per insanabili contrasti politici etc etc. Ecco, magari non da Roma, ma i topi scappano dalla nave Macron: se vi attardate sul ponte con l’orchestra, forse è il Titanic.

Sussidio al reddito: fatta la legge trovato l’inganno

Cinque minuti di proiezione su uno schermo piazzato nella sala del Consiglio dei ministri. Ecco cosa dovrebbe fare il governo prima di varare le riforme che, secondo le promesse, ci porteranno al reddito di cittadinanza e alla flat tax: guardare il video, ormai virale in Rete, che ritrae cinquanta passeggeri della metropolitana di Napoli intenti a superare i tornelli d’ingresso dopo aver acquistato un solo biglietto. Il filmato è istruttivo. Insegna come, in assenza di senso civico, per far pagare a tutti i trasporti pubblici siano necessari controllori agguerriti e tornelli tecnologicamente migliori, in grado di non essere bloccati dalla folla. Dopo la visione, il premier e suoi ministri avranno certamente chiaro che prima di varare ogni taglio di tasse o sussidio è necessario stabilire come prevenire, reprimere e punire truffe e abusi.

Il nostro per mille motivi è un Paese particolare. Pensare che quando e se le riforme entreranno in vigore tutto filerà liscio è da dementi o da bugiardi. Ciascuno di noi sa che accanto a milioni di cittadini che percepiranno il reddito perché effettivamente in cerca di un impiego, ve ne saranno decine di migliaia che un lavoro – loro malgrado in nero – lo hanno già. Ma nonostante questo, o proprio per questo, tenteranno di intascare il denaro ugualmente. Mentre ve ne saranno altri disposti a farsi licenziare (per poi lavorare senza contratto) pur di incamerare una sorta di doppio stipendio. Certo si tratterà di una minoranza. Ma sarà assai numerosa.

Una previsione analoga la si può fare sulle tasse. Pagarne meno e in maniera più semplice non basta per credere che chi oggi evade tutto o in parte un domani non continuerà a farlo. L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, ha spiegato che in Italia per i lavoratori autonomi “è razionale” non dichiarare la propria reale situazione al fisco. Stando alle statistiche, un titolare di un bar rischia un controllo ogni 30 anni, un’impresa edilizia uno ogni 26, un ristoratore uno ogni 24 e un medico addirittura uno ogni 91 anni.

Se la situazione è questa e per decenni, anche a causa di una pressione fiscale troppo elevata, milioni di persone si sono abituate a lavorare in tutto o in parte in nero, davvero crediamo che per farle pagare basti portare il prelievo al 15 o 20 per cento? Ecco allora perché l’esempio della metropolitana di Napoli deve restare impresso nelle menti dei governanti. Le riforme, per essere economicamente sostenibili, devono essere precedute dalla creazione di un sistema di verifica efficace. Non servono solo nuovi controllori (come ad esempio migliaia di ispettori del lavoro), serve soprattutto una svolta tecnologica. Servono i famosi tornelli migliori. Le varie banche dati e l’anagrafe dei conti correnti vanno realmente incrociate. L’utilizzo della moneta elettronica va favorito e per spingere i commercianti a battere ogni scontrino bisogna riflettere su quanto accade in farmacia, dove i clienti fanno memorizzare il proprio codice fiscale perché così godranno di una detrazione sulle imposte. Poi ci vogliono le sanzioni. Il governo vagheggia pene fino a 6 anni per il lavoro nero e carcere per i grandi evasori. Noi, vista la lentezza dei processi, non siamo contrari, ma ci crediamo poco. E tifiamo per duri provvedimenti amministrativi: ritiro di patenti di guida, chiusura dei conti correnti, sospensione del passaporto e pubblicazione dei nomi dei furbi. Perché se lo Stato riduce le tasse al 15 per cento o dà un sussidio, chi bara non è un cittadino. È un verme.

L’estate sta finendo Salvini si riveste. Resta il sapore di mare

C’è un certo sollievo nella fine dell’estate: l’afa sparisce, le zanzare se ne vanno, Salvini si riveste. Ma resta sempre qualcosa nell’aria, un sapore, un ricordo, un hashtag. Per esempio la gente torna in città, fa il pieno e paga la benzina come e più di prima, perché il tizio seminudo che aveva promesso come prima cosa di togliere le accise sulla benzina se n’è dimenticato. Così molti fanno il pieno bestemmiando, ma non contro lo smemorato dei selfie, il bevitore di mojito, il divoratore di mozzarelle, il guidatore di moto d’acqua, ma contro “i negri” che ci rubano il lavoro.

Mah, sarà perché siamo distratti: stiamo osservando incantati, anche un po’ ipnotizzati, un ministro dell’Interno che compare in ogni istante seminudo con le sue domandine: siete d’accordo? Siete come me? Vi piaccio? È un circolo vizioso di depressione. Dicono gli esperti di media che Salvini fa così per diffondere il messaggio: “Visto, italiani? Io sono come voi”.

È così che subentra lo scoramento: cazzo, siamo veramente così scemi? Crisi di identità. E anche miopia, perché le statistiche dicono che l’italiano medio non si fa un mese di vacanza ora al mare, ora ai monti, ora in barca, ora a cena, ora con la torta (la torta nella notte della strage di Genova, tra l’altro, tra canti e brindisi felici). Visto? è come noi! Anzi, pure peggio, il che dovrebbe rassicurare sugli ampi margini di peggioramento dell’italiano medio.

Ora che viene l’autunno e che dovrà rivestirsi, cosa s’inventerà? Mi aspetto da un momento all’altro Salvini che riga la macchina del vicino che gli sta antipatico, che piscia in ascensore, che pesa due pere in meno al supermercato e le aggiunge al sacchetto dopo aver attaccato lo scontrino. Perché? Perché “è come noi”, cioè ci dice indirettamente che siamo delle merde.

Forte coi deboli (177 povericristi sequestrati su una nave) e debole con i forti (i Benetton gli vanno bene, basta che tirino fuori un po’ di soldi), Salvini apre un notevole problema ai suoi alleati di governo, quelli che hanno il 32 per cento e si comportano con lui come se avessero il 17, mentre lui ha il 17 e si comporta come se avesse il 32. I quali alleati di governo, i 5stelle, si affannano nella spasmodica ricerca di qualcosa che riesca a rubargli per un po’ la scena e i riflettori.

È qui che impazza il dibattito: possibile che dodici milioni di elettori 5stelle siano tutti sdraiati sulla linea Salvini? Possibile che il ministro dell’Interno faccia anche il ministro degli Esteri, dell’Economia, della Sanità, dei Trasporti e di tutto quanto? Ci vuole ancora molto perché i ministri 5stelle si accorgano che non sono “i negri” che gli rubano il lavoro, ma un ragazzotto a torso nudo che usa le frasi del Duce e lancia una provocazione via l’altra? Come se ne esce?

Ovvio che non può fare tutto questo da solo. Ha una nutrita pattuglia di balilla e piccole italiane che sostengono il suo pensiero debole. Esempio tipico, il vecchio, caro “prendili a casa tua” (sempre i famosi “negri”), con l’aggiunta che in Italia ci sono dieci milioni di poveri (che naturalmente i ritwittatori del tizio desnudo non si sognano nemmeno di “prendere a casa loro”).

Così, finalmente si scopre a cosa servono gli italiani sotto la soglia di povertà: a giustificare il sequestro di profughi torturati e violentati richiedenti asilo. In compenso, sempre per aiutare i poveri italiani, si propone la flat tax per tagliare le tasse ai milionari. Non fa una piega e chiude il cerchio: si sventolano i poveri per aiutare i ricchi. Quando i 5stelle si accorgeranno che il ragazzotto seminudo gli sta scavando la terra sotto i piedi e se li mangia sarà sempre troppo tardi: una vita passata a dire che uno vale uno e poi ecco che si scopre che il peggiore di tutti vale due, tre, quattro e tutto il cocuzzaro. Amen.

L’estetica del cibo e della dignità

Secondo uno studio dell’Università di Edimburgo, 50 milioni di tonnellate di cibo vengono scartate perché non corrispondono a criteri estetici. Con una quantità del genere si sfamerebbe un intero Paese africano. Queste tonnellate vanno ad aggiungersi a 1,6 miliardi di tonnellate di cibo che per altri motivi, ugualmente idioti, non arrivano sul mercato “alla faccia di un terzo della popolazione mondiale che è costantemente sottoalimentato”, come nota il professor Reay della stessa Università di Edimburgo. Un’esaltazione, un trionfo dello Spreco su cui vive il mondo ricco, prevalentemente occidentale, ma ormai non solo.

Quando ero ragazzo, negli anni Cinquanta, mangiavamo delle pesche con forme che certamente avrebbero fatto inorridire gli esteti del cibo e gli stronzi della nouvelle cousine. Ma erano buonissime. Oggi mangiamo pesche con forme così perfette, rotonde, che potrebbero essere esposte in una qualche galleria d’Arte. Ma della pesca hanno solo l’aspetto, il sapore è quello del ricordo di una pesca.

Qualche anno fa mi fermai in una trattoria piazzata all’inizio della Gola del Furlo dove si fermava a mangiare Mussolini quando, guidando da solo e senza scorta, da Roma voleva raggiungere la sua Romagna (c’è ancora la stanza, intatta, dove si metteva a riposare un poco). Mi portarono un pollo. E d’improvviso, come Proust quando assaggia la famosa madeleine, mi si riaffacciò il ricordo di che cos’era un pollo quando i polli erano ancora tali e non degli animali stabulati, ingrassati a forza, malati. Quel pollo, servito su un tavolaccio di legno coperto da una carta colorata, era lo stesso che mangiavamo negli anni Cinquanta. Certo, allora di polli ne mangiavamo pochi, di solito nel giorno di festa, la domenica. Oggi possiamo prenderne uno al giorno, se vogliamo, nei supermarket. Il totem dello spreco non aveva ancora raggiunto noi italiani che a quei tempi eravamo, nella stragrande maggioranza, poveri.

Ma tutta la storia recente dell’alimentazione mondiale è così colma di paradossi infami ai danni della povera gente che si fa fatica a resistere alla tentazione di arruolarsi nell’Isis.

Quando sono stati inventati gli Ogm li si è giustificati con il fatto che avrebbero tolto la fame sulla terra. Non c’è bisogno del professor Reay per saper che non è andata così e che la fame nel mondo continua ad aumentare, a dispetto e disdoro delle dichiarazioni ufficiali delle Organizzazioni mondiali.

L’80 per cento dei migranti dall’Africa subsahariana (quelli che non godono del diritto d’asilo) è migrante per fame. E non c’è da sorprendersi: le quattro o cinque multinazionali che producono Ogm, con in testa l’americana Monsanto, non vendono le loro sementi ai poveri. Perché il cibo non va là dove ce n’è bisogno, ma dove c’è chi è in grado di comprarlo.

Prima che il nostro modello omicida entrasse in quei mondi, cioè intorno al 1960, quella che una volta era l’Africa Nera era alimentarmente autosufficiente con la sua ‘economia di sussistenza’, autoproduzione e autoconsumo. L’aggressione all’Africa data dal 1960 in poi perché prima era giudicata un mercato troppo povero per essere interessante, ma da allora lo è diventata perché i nostri mercati, non solo di cibo naturalmente, sono saturi. Eppure in questo stesso periodo la produzione mondiale dei cereali di base, riso, grano e mais, è aumentata rispettivamente del 30, 40 e 50 per cento e una crescita, sia pur modesta, della produzione di tali alimenti c’è stata anche in Africa.

Ma gli africani, come tanta altra gente del Terzo mondo, muoiono di fame lo stesso.

Perché in un’economia mondiale integrata, di mercato e monetaria, il cibo, come dicevamo, non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, più in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati se è vero che il 66 per cento della produzione mondiale dei cereali è destinato all’alimentazione degli animali dei Paesi ricchi. I poveri del Terzo mondo sono così costretti a vendere alle bestie occidentali, intese come animali e come uomini, il cibo che potrebbe sfamarli. È la legge del mercato e del denaro, bellezza.

Io credo che dovremmo riacquistare un’estetica, ma molto diversa da quella segnalata dall’Università di Edimburgo: un’estetica della dignità, nostra e altrui.