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Dai pedaggi alla segnaletica. Le tante pecche di autostrade

A pochi giorni dalla tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova, desidero esprimere il mio cordoglio ai familiari delle vittime.

Altra perplessità, sulle autostrade riguarda la legittimità delle sanzioni per il mancato pagamento di pedaggi. Legittime? A tutela di aziende concessionarie? Quanti sanno che le multe vengono accompagnate dalle decurtazioni di 2 punti sulla patente? Questo tuttavia non succede se si scappa senza pagare il carburante alle stazioni di servizio, laddove si potrebbe essere denunciati per furtotruffa ma non mi risulta vengano sottratti penalità sulla patente, due pesi, due misure. Vorrei inoltre esprimere alcune mie considerazioni per quanto riguarda la cartellonistica Autovie Venete presente sulla A27 in direzione Venezia. Recentemente ho percorso l’autostrada da Conegliano dovendo arrivare in fretta a Napoli, però non avendo incrociato indicazioni per Padova-Bologna, per una svista, invece di uscire sulla bretella di collegamento alla A4, ho dovuto girovagare per il Passante di Mestre prima di accorgermi dell’errore. Così in un’altra occasione ho notato che solo un cartello su cinque indica l’uscita per Padova-Bologna; gli altri quattro solo per Milano! Motivi? Mancanza di vernici o altro?

Renzo Bortolussi

Dopo i fischi ai funerali i dem devono svegliarsi

Ai funerali di Genova, il segretario del Pd Maurizio Martina ha dovuto sorbirsi fischi, grida e insulti, benché fossero immeritati.

Tuttavia, Martina dovrebbe porsi delle serie domande. Ad esempio sul come viene percepita la politica da parte di un’ampia fascia di cittadini: cioè come un’attività di privilegi e di regalie a ricchi e potenti. Di più, il segretario del Partito democratico dovrebbe realizzare che il gradimento verso il suo partito sta scivolando ai minimi storici.

Non è il caso di mettere mano a questa situazione? Non è il caso di smetterla di autocelebrarsi, per cospargersi un po’ di cenere sul capo (!) e riguadagnarsi la fiducia delle persone?

È triste vedere scene come quelle di Genova. Il gruppo dirigente del Partito democratico cambi atteggiamento verso gli italiani, specialmente verso le fasce povere dei cittadini, e probabilmente il gradimento tornerà.

La strada è in salita e non è ancora tardi per affrontarla.

Diversamente, il Pd si prepari per l’influenza.

Paride Antoniazzi

Gli articoli del Fattodanno voce ai cittadini

I giornalisti del Fatto sono la voce dei cittadini, sono le sentinelle del “popolo”. Leggere dopo anni di “dittatura giornalistica” i vostri articoli concreti, reali, infonde nel lettore fiducia e speranza affinché le lobby di ogni genere finiscano e i cittadini, la Costituzione, la giustizia ritornino nella vita quotidiana di ognuno di noi.

Antonio Molinari

Sulla Rai i 5stelle si giocano una partita importante

Uno dei test sul proclamato cambiamento del nuovo governo sarà la Rai. Una verifica sulla Rai se al cittadino-contribuente con canone sarà finalmente garantita un’informazione non più faziosa né controllata dal governo, che con il renzismo ha toccato il massimo livello di sfrontatezza. Non conosco la Bbc inglese auspicata da più parti come modello. Conosco l’indignazione e il senso d’impotenza per come la Rai abbia negato il diritto dei cittadini a un’informazione pluralista.

Il nuovo governo ha trovato sulla Rai un compromesso tra i 5Stelle che nel loro programma elettorale avevano previsto una Rai “indipendente dalla politica” e la Lega con opinioni diverse, con la conseguenza che il nuovo amministratore delegato, Fabrizio Salini, è stato scelto dal governo. Ciò ha provocato reazioni critiche ampiamente documentato dal Fatto. Non entro nel merito delle diverse obiezioni, tutte legittime. A Fabrizio Salini sono state riconosciute da tutti una lunga esperienza, qualità personali e professionali, garanzie di autonomia e indipendenza. Credo sia ragionevole aspettare le altre nomine ( la direzione delle reti e dei tg) per verificare se la Rai sia rispettata come bene pubblico e valorizzata come importante azienda culturale, ricca di competenze indipendenti, spesso epurate o mortificate a vantaggio della fedeltà di giornalisti servili al politico di turno. Per verificare se il compromesso M5Stelle-Lega darà l’avvio a significativi segnali di cambiamento o se, invece, come ha sentenziato in una lettera al Fatto un giornalista Rai (“arrabbiato e amareggiato, ieri come oggi”), “il nuovo governo farà come altri hanno fatto nel passato”, interpretando uno scetticismo diffuso.

Salvatore Giannetti

I nostri errori

Nell’intervista, pubblicata ieri, al professor Luciano Canfora, la frase “Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia” viene riferita, del tutto erroneamente e per mia esclusiva responsabilità, a Giovanni Giolitti. Naturalmente Canfora faceva riferimento a Piero Gobetti. Mi scuso molto con l’interessato e con i lettori.

(a. cap.)

Pedofilia. Abolire il celibato dei preti può fermare le molestie sui minori?

Stando a quello che scrive Marco Marzano sul Fatto, gli abusi sessuali compiuti da membri del clero cattolico si cancellerebbero eliminando il celibato. Mai diagnosi fu più superficiale e di conseguenza ricetta fu più inutile. Le cifre, almeno quelle relative agli Usa degli ultimi 70 anni, dicono infatti che la stragrande maggioranza degli atti definiti di pedofilia riguardano ragazzi dello stesso sesso del reo. Non so se si possano individuare legami con l’omosessualità dei soggetti coinvolti nelle indagini, ma di certo il matrimonio del clero non può essere considerato una soluzione in quanto non sono gli etero a compiere tali deplorevoli reati.

Franco Prisciandaro

 

Caro Prisciandaro, il nesso che lei stabilisce tra omosessualità e pedofilia è falsissimo. È vero che la maggior parte degli abusi sono stati commessi a danno di giovani uomini, ma per poter parlare, anche solo a spanne, di un legame con l’omosessualità bisognerebbe conoscere almeno approssimativamente il numero di preti omosessuali. Su questo punto, le stime non mancano, ma sono molto divergenti tra loro e non permettono quindi di giungere all’indebita conclusione che avanza lei (peraltro molto diffusa in molti ambienti omofobi di tutto il mondo). Le consiglierei in ogni caso di leggersi le pagine del rapporto del Grand Jury della Pennsylvania dedicate all’abuso delle bambine, per esempio il caso di quel prete stupratore di cinque sorelle e collezionista della loro urina e dei loro peli pubici. Oppure quelle dedicate agli abusatori di minori di entrambi i sessi. Vi ritroverebbe le stesse modalità patologiche presenti nei rapporti con i maschi. Perché il problema non è l’omosessualità, ma come ha giustamente ricordato il Papa, pur senza indicare soluzioni concrete, sono il clericalismo, cioè l’attitudine a sentirsi in diritto di trattare gli altri in modo disumano e strumentale e la repressione sessuale appresa nei seminari e necessaria per essere instradati verso il celibato. Abolire il celibato servirebbe non, come pensano purtroppo in tanti, a dare finalmente una moglie al clero sottraendolo così dal rischio del sesso con i minori, quanto a liberare la sfera della sessualità e dell’affettività dei pastori dalla coincidenza con il peccato e l’impurità nella quale è sinora confinata, per consentire a tutti, etero e gay, di condurre una vita affettiva più serena e “normale”. I preti perderebbero per sempre una parte della loro aura di sacralità e del loro potere, ma tutti ce ne gioveremmo moltissimo.

Marco Marzano

Syriza, Tsipras punta sul fedele Skourletis

“L’Acropoli e gli altri siti archeologici intorno, il cuore dell’antica Atene, sono il luogo dove emergono gli aspetti essenziali dell’identità europea: Democrazia, Filosofia, Teatro, Scienza, Arte”. In greco e in inglese, la scritta all’ingresso della rocca dominata dal Partenone, sembra un monito a presente e futura memoria, una sorta di ponte tra la bellezza simboleggiata dall’antica Grecia e la disperazione dovuta alla crisi economica. Ora Alexis Tsipras tenta un rilancio, proprio in vista della prossima sfida dell’Europa matrigna: le elezioni di maggio, primo test dopo l’uscita dall’austerità. Dietro l’angolo, anche il voto nazionale. Nessuno può prevedere se arriverà prima o dopo le Europee e neanche come andrà: i sondaggi nelle ultime consultazioni hanno sempre sbagliato. Tsipras però sa che Nuova Democrazia, la destra greca, batterà sui sacrifici da lui imposti alla popolazione per tornare al potere.

E così cambia partito e studia interventi sociali. Lunedì il comitato centrale di Syriza ha eletto segretario con l’87% dei voti Panos Skourletis, ministro dell’Interno, a fianco di Tsipras dagli inizi, spesso utilizzato come carta d’emergenza per sostituire altri membri dell’esecutivo troppo ribelli o considerati inadeguati (ultimamente ha preso gli interim della Protezione civile, dopo le dimissioni di Nikos Toskas in seguito agli incendi di luglio). Si aspetta per il fine settimana un rimpasto di governo. Ma soprattutto, il premier sta lavorando alla Finanziaria. Punti chiave dovrebbero essere l’estensione del salario minimo da 591 a 750 euro, anche per i giovani sotto i 25 anni, in deroga alla proroga del memorandum, oltre alla riduzione dell’Iva e delle tasse per i ceti medi.

E poi, il ritorno dei contratti collettivi, la facilitazione del credito alle piccole e medie imprese. Inoltre, l’obiettivo è non ridurre ulteriormente le pensioni, come veniva richiesto nel memorandum, grazie al saldo primario che ammonta a circa 2 miliardi di euro.

Syriza cura anche la sua rete internazionale. Osservata speciale, l’Italia. I rapporti tradizionali sono con LeU, Sinistra italiana, Rifondazione. Ma si guarda non senza perplessità al Pd per capire cosa deciderà di fare e se un’interlocuzione è possibile. In passato, Tsipras aveva sperato che Renzi facesse asse con lui: nessun segnale è arrivato, dicono a posteriori nel partito, l’ex premier ha preferito fare sponda con la Merkel e con Hollande.

Molta curiosità anche per i Cinque Stelle: Syriza vorrebbe aprire un dialogo con Roberto Fico, nel tentativo di intercettare l’ala sinistra del Movimento. Appuntamento dal 9 all’11 novembre a Bilbao, al Forum della Sinistra europea: ci saranno gli spagnoli di Podemos, i tedeschi di Die Linke, gli ambientalisti del Nord Europa, il Partito comunista francese. Sono partiti gli inviti anche per James Corbyn e per il governo di Costa in Portogallo. Obiettivo, costruire una rete, al di fuori del Pse (considerato politicamente troppo ambiguo), che si opponga alla “Destra alternativa”, che va da Salvini a Orbàn. Come per tutta la sinistra mondiale, una strada in salita.

Il voto dei generali: la campagna del “Clube militar”

Nonostante la normativa elettorale e lo statuto interno del Clube militar lo proibiscano, l’antica istituzione militare brasiliana, fondata nel 1887, partecipa attivamente alla campagna dell’ex capitano della riserva, Jair Messias Bolsonaro, il candidato dell’estrema destra e del Partido Progressista, alle elezioni presidenziali previste per il 7 ottobre.

Il suo alleato principale è Antonio Hamilton Martins Mourão, un generale della riserva che dirige come presidente il Clube militar. Mourão si presenta con il Partido social liberal, lo stesso dei deputati, Flavio e Eduardo Bolsonaro, entrambi figli di Jair Bolsonaro. Quest’ultimo, secondo i sondaggi elettorali, sarebbe al secondo posto nella classifica delle preferenze elettorali.

Al primo posto, rimane in testa l’ex presidente Inacio Lula da Silva che però sconta una condanna di 12 anni per corruzione e riciclaggio e avrà, probabilmente, la candidatura bloccata dal Tribunale superiore elettorale. Il Clube militar è un’istituzione privata, finanziata attraverso il pagamento di contributi mensili dei suoi soci; riceve anche 270 mila reais al mese dal ministero della difesa; sono 7.819 militari in servizio attivo che pagano la retta. Il primo paragrafo del regolamento del Clube sottolinea che l’organismo “si mantiene estraneo in materia di religione e politica”. La legislazione elettorale proibisce che un ente privato fornisca infrastrutture o appoggi di qualsiasi tipo alle campagne elettorali, poiché è considerata una donazione di servizi. Sin da luglio, il Clube si è schierato a favore della candidatura dell’ex militare sul sito e attraverso la sua mailing list che conta 38 mila associati.

Per l’ex capitano di artiglieria aerotrasportata, Bolsonaro, il Clube Militar ha organizzato – assieme al Clube Naval e il Clube da Aeronautica – un seminario tenuto nei propri locali. L’evento è stato seguito anche on line da 300 mila persone. “L’organizzazione non può fornire nessuna prestazione ai candidati” ha enfatizzato l’avvocato ed ex ministro del Tribunale superiore elettorale, Gilson Dipp. La legislazione elettorale, secondo Dipp, prevede che l’appoggio di un ente privato a un candidato può essere configurato come un crimine d’abuso di potere economico; la conseguenza è l’immediata esclusione della candidato sostenuto. Il generale Mourão – ha frequentato l’accademia militare di Aguias Negras nello stesso periodo di Bolsonaro – nega che il Clube faccia campagna per il capitano, noto per le sue idee xenofobe e sostenitore dei torturatori dell’ex regime militare brasiliano, come il sanguinario Carlos Alberto Ustra.

Anche Mourão considera Ustra – che dirigeva il Centro di repressione della dittatura (Doi-Codi) a São Paulo, dove anche l’ex presidente Dilma Rousseff fu seviziata – un “eroe”. Il generale ha pubblicato sul sito del Clube un articolo in cui ha criticato i 13 anni di governo guidati da Lula e Rousseff per il Pt, sostenendo che il periodo tra il 2003 e il 2016 è stato “l’apice di un processo di corruzione”.

Prima di lasciare il servizio attivo, come segretario dell’economia e finanza dell’Esercito brasiliano, Mourão è stato oggetto di polemiche nel 2017 per aver immaginato durante un seminario promosso dalla loggia massonica del Grande Oriente un possibile intervento delle forze armate come soluzione definitiva al “problema politico brasiliano”.

Manu, tutti i guai del “presidente dei ricchi”

Le dimissioni di Nicolas Hulot, ministro dell’Ambiente e ‘numero 3’ del governo sono un brutto colpo per Emmanuel Macron. Hulot era il più popolare dei membri dell’esecutivo francese, quello che più di tutti rappresentava il modello progressista che Macron diceva di incarnare e che gli aveva permesso di essere eletto un anno e mezzo fa.

Hulot era il suo ministro più a sinistra in un governo che pende piuttosto a destra. Per il governo di Manu, è uno smacco. Il presidente è rientrato dalla vacanze con uno strascico di scandali. Il Benellagate, che ha coinvolto la sua ex guardia del corpo, Alexandre Benalla, filmato mentre picchiava dei manifestanti al corteo del primo maggio a Parigi, gli ha rovinato l’estate. Due dei sono ministri sono al centro di inchieste giudiziarie, mettendo a dura prova il principio stesso di “esemplarità del governo” voluto da Macron: Muriel Pénicaud, titolare del Lavoro, per un affaire di favoritismi riguardo a un viaggio a Las Vegas nel 2016 di Macron, quando ancora era ministro dell’Economia di Hollande, e Françoise Nyssen, ministro della Cultura, per fatti successi prima del suo ingresso nel governo, quando dirigeva la casa editrice Actes Sud: avrebbe fatto realizzare dei lavori di ampliamento della sede parigina della casa editrice senza chiedere le autorizzazioni né dichiarare i lavori al fisco. Anche il braccio destro di Macron, il segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler, è sotto inchiesta per presunti conflitti d’interesse. La regola è che un ministro si deve dimettere se iscritto nel registro degli indagati. Per questo motivo Macron ne ha già persi altri, tra cui il suo primo guardasigilli, il centrista François Bayrou, indagato per impieghi fittizi al partito MoDem, mentre era titolare della riforma della “moralizzazione” della vita pubblica.

Un anno e mezzo fa Macron sembrava riunire le speranze di francesi e europei. Ma in Europa la gestione della crisi dei migranti ha raffreddato i consensi e in Francia, Manu non è mai stato così impopolare (solo il 37% dei francesi crede ancora in lui). Con Hulot che getta la spugna i francesi hanno la sensazione che un’altra delle promesse di Macron in campagna elettorale non sarà mantenuta. Le tematiche ambientaliste erano uno dei grandi test della presidenza di Macron, assieme all’Europa, a un programma ambizioso di riforme, al rilancio dell’economia. Numerose proteste sindacali hanno già paralizzato il paese, prima per una riforma del lavoro che favorisce il precariato, poi per l’abolizione dello statuto dei ferrovieri, con blocchi dei treni a singhiozzo per mesi.

L’aver preso delle misure che favoriscono le imprese e colpiscono i più poveri gli hanno affibbiato il soprannome di “presidente dei ricchi”. Nuovi tagli annunciati alla funzione pubblica fanno sospettare nuovi malesseri sociali. Macron rischia di perdere anche l’appoggio dei pensionati, già danneggiati da misure che riducono il loro potere d’acquisto e che saranno presto al centro di una riforma radicale del sistema pensionistico.

Eliseo, che brutto Ambiente Hulot deluso sbatte la porta

“Sta dicendo sul serio?”. I due cronisti di radio France Inter non si aspettavano un tale annuncio in diretta. Né il presidente Macron né il premier Edouard Philippe erano stati avvisati. Nicolas Hulot, il popolare ministro dell’Ambiente, a cui era stata affidata la missione di realizzare la transizione ecologica del paese, si è dimesso ieri a sorpresa durante il giornale radio più seguito.

Se l’annuncio ha avuto l’effetto di una bomba è perché per i francesi Hulot non è un ministro tra tanti ma il simbolo stesso della lotta per l’ambiente. Le sue dimissioni prendono dunque il sapore della sconfitta. Di fronte alla sfida ecologica l’ex ministro ritiene di essere stato “lasciato da solo”.

“Non voglio più mentire – ha detto Hulot – procediamo a piccoli passi, la Francia ne ha fatti più di altri, ma i piccoli passi non sono sufficienti. Ci ostiniamo a portare avanti un modello economico responsabile di tutti i disordini climatici. Emmanuel Macron e Edouard Philippe – ha aggiunto – non hanno capito che la causa di tutto ciò è il capitalismo”.

Hulot ha criticato l’immobilismo del governo: “Abbiamo cominciato a ridurre l’uso dei pesticidi? A lottare contro l’erosione della biodiversità? Ad arrestare l’artificializzazione del suolo? No”. Ha anche denunciato il peso delle lobby: “È un problema di democrazia”. In 15 mesi l’ex ministro ha incassato sconfitte e ingoiato compromessi. Ha deciso di gettare la spugna dopo una riunione all’Eliseo con i rappresentanti della potente federazione dei cacciatori e in presenza di Thierry Coste, un lobbista dell’industria della caccia e consigliere di molti presidenti. I cacciatori hanno ottenuto la riduzione del costo della licenza di caccia, portato da 400 a 200 euro, e l’estensione della lista di specie di uccelli che si possono abbattere. “Ma la mia decisione – ha precisato Hulot – è un accumulo di delusioni. È che non ci credo più”.

Avere Hulot nel governo era stata una conquista per Macron. Già Chirac, Sarkozy e Hollande lo avevano pregato di entrare nell’esecutivo, ma lui aveva risposto ‘no’ a tutti e tre. Da anni è una delle personalità più amate dai francesi che lo hanno seguito come conduttore tv di Ushuaïa, una trasmissione a tema ambientale. Nel ’90 Hulot creò la sua fondazione per la difesa del pianeta. Nel 2007 convinse i candidati alle Presidenziali a firmare un “patto ecologico” e nel 2012 si candidò a sua volta per l’Eliseo, ma alle primarie del partito dei Verdi i militanti gli preferirono Eva Joly. Hollande lo convinse a diventare il suo “inviato speciale per il pianeta” per promuovere l’accordo sul clima, firmato a Parigi nel 2015. Da tempo Hulot era a disagio nel governo. L’ex ministro non ha potuto evitare la marcia indietro sull’obiettivo di ridurre il parco nucleare francese del 50% entro il 2025. È uscito sconfitto dalla battaglia contro l’uso degli erbicidi al glifosato in Europa. Gli ambientalisti lo criticavano perché non aveva abbastanza potere. Brigitte Bardot lo accusava di essere impotente e di non occuparsi della causa animalista.

Il 2 agosto Hulot si era sfogato al telefono con Libération, che solo ieri ha rivelato lo scambio di battute: “È un fottuto dilemma. O me ne vado e sarà molto peggio, o resto e ci sarà notte fonda”. Ieri i media francesi non hanno parlato d’altro. Per i socialisti il gesto di Hulot è stato “coraggioso”. Per la destra queste dimissioni segnano la fine di una “illusione”.

“È la decisione di un uomo libero”, ha reagito Macron dalla Danimarca. Greenpeace scrive che Hulot “ha finalmente preso la coraggiosa scelta di abbandonare un governo di cui non vuole più essere l’etichetta verde. Hulot è stato in pratica condannato a essere senza poteri e a difendere le contraddizioni di un presidente che rifiuta la transizione energetica e ambientale”. Per l’Eliseo, il ministro si deve ritenere “fiero” del suo bilancio. Invece il portavoce del governo, Benjamin Griveaux, lo ha criticato: “La cortesia più elementare sarebbe stata di informarci prima”.

Fede, le motivazioni dell’assoluzione: “Da Mora soldi leciti”

Assolto perché i “prestiti” di Silvio Berlusconi a favore di Lele Mora “erano di per sé del tutto leciti”. Quindi che una parte di quei soldi sia stata girata dall’ex talent scout a Emilio Fede “come corrispettivo per la sua intercessione” con l’ex premier “o per altri motivi” è penalmente irrilevante. Queste le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano a maggio aveva prosciolto l’ex direttore del Tg4, ribaltando così la condanna a tre anni e mezzo di carcere inflitta a Fede per bancarotta fraudolenta in concorso con Mora, in relazione al fallimento della Lm Management, società dell’ex “talent scout”. Per la Corte, presieduta da Giuseppe Ondei, non c’è nemmeno la prova che Fede sapesse che all’epoca Mora era un “imprenditore individuale”. Il giornalista era imputato per una presunta distrazione di 1,1 milioni di euro dei 2 milioni e 750 mila versati nel 2010 da Berlusconi, in più tranche, e destinati a salvare la società dell’ex manager. Ma secondo i giudici, “i prestiti di Berlusconi”, arrivati nel 2010 e “in parte dirottati” da Mora “risultavano funzionali, nella prospettiva di chi li aveva erogati, ma anche dello stesso Fede, a consentire al titolare delle società in crisi di ripianare la situazione debitoria”.

Tria, il balletto sul 3% di deficit e Bankitalia che investe in Cina

Anche Giovanni Tria, pure in tutt’altre faccende cinesi affaccendato, interviene sul balletto gialloverde attorno al limite del 3% di deficit in rapporto al Pil. Che sia un limite senza alcun senso scientifico è noto anche perché lo ha ammesso persino l’uomo che ne rivendica l’invenzione, il francese Guy Abeille. Ieri sul Fatto, Luigi Di Maio ha usato la formula di rito: “Non escludo” che si debba superare il limite del 3% per realizzare il programma (reddito di cittadinanza in primis). In realtà, al momento la trattativa è più che altro sul 2%: lasciare il deficit 2019 più o meno dove sarà a fine anno per non uccidere quel poco di crescita che resta (linea Tria che va bene anche a Bruxelles) o farlo salire vicino vicino al 3% per sostenere la crescita stabilizzando il debito sul Pil.

Dunque il ministro dell’Economia è entrato facile nel balletto: il 3% può essere criticato, “ma è molto diverso dal dire che lo supereremo” e “non vedo grandi conflitti per quello che è di mia competenza con la Commissione Ue”. Tutto bene fino al prossimo giro di danza gialloverde.

Più rilevante è il luogo da cui Tria parlava: la Cina, Paese nel quale ha solidi rapporti accademici e con cui ritiene che l’Italia debba coltivare più stretti rapporti economici e finanziari. “Non per vendergli i Btp”, ripete il ministro, ma forse sì se pure Matteo Salvini – fresco di incontro con Orbán – ha messo a verbale: “Quella in Cina è la prima di una lunga serie di missioni” perché “se qualcuno intendesse speculare sulla pelle degli italiani, noi contiamo di avere sostegno anche fuori dei confini europei”. Forse è una casualità, ma ieri Bankitalia (il cui vicedirettore Fabio Panetta è con Tria a Pechino) ha annunciato che diversificherà le riserve valutarie includendo il renminbi, cioè la moneta cinese, “con un avvio di investimento molto cauto” e orientato soprattutto ai titoli di Stato.

“Reddito tutto e subito. La Ue ci dia flessibilità”

Chiederà per il Sud il 34 per cento degli investimenti. Promette di sgravare dei contributi per tre anni le imprese che assumono. E come il vicepremier Luigi Di Maio, sostiene che il totem del 3 per cento del rapporto tra debito e Pil non è inviolabile: “Si può discutere con l’Europa”. Nel suo ufficio a Palazzo Chigi, il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, ragiona su cifre e progetti.

Cosa serve al Meridione?

Il primo punto è non perdere i fondi strutturali dell’Unione europea. Appena arrivata qui, mi sono resa conto che negli ultimi anni hanno lavorato malissimo su questo tema.

Comincia incolpando subito i predecessori?

Sono i numeri che parlano. L’Unione europea ha stanziato per il Sud 42 miliardi di fondi per il periodo che va dal 2014 al 2020. Entro il 31 dicembre di quest’anno scade il termine per presentare i rendiconti per la prima tranche da 9 miliardi, ma la rendicontazione necessaria è ferma a meno di 2 miliardi. Senza dimenticare che spesso la politica ha utilizzato molti dei fondi per spesa corrente, nascondendosi dietro rendicontazioni per lavoretti, i cosiddetti progetti sponda.

E lei cosa conta di fare?

Voglio rimediare all’inerzia o ai veti politici, che fermano l’iter dei progetti, e creare una rete tra Regioni ed enti locali. Sono stata in Sicilia due volte e abbiamo sbloccato il Passante e l’Anello ferroviario di Palermo. Ma soprattutto, l’assenza di risorse e personale non deve essere un alibi o un impedimento. E interverrò anche su questo.

E come?

Ho scoperto che l’Agenzia per la coesione ha oltre 150 consulenti esterni. Li metterò a disposizione di Regioni e Comuni, in modo che li aiutino a preparare i progetti.

Verrà accusata di voler controllare gli enti locali con gente sua. Già diffideranno di un ministro grillino.

Non voglio controllare nessuno, e sto trovando grande disponibilità. Posso pormi anche in modo piuttosto severo, ma il mio fine è solo utilizzare i fondi di coesione.

Nella conferenza stampa sul gasdotto Tap assieme al governatore pugliese Michele Emiliano si è alzata e se ne è andata. Non si pente di un gesto del genere?

Assolutamente no. Il giorno prima dell’incontro, Emiliano ha scritto tweet richiamando il no di Alessandro Di Battista al Tap, e così tutti i giornalisti ci hanno chiesto di quello. Ma Alessandro, che pure rappresenta una parte fondamentale del Movimento, non fa parte del governo, con cui Emiliano parla regolarmente. Quella del governatore è stata solo una recita.

Il premier Conte ha detto davanti a Trump che il Tap è un’opera strategica. Ma proprio Di Battista aveva garantito che lo avreste chiuso in 15 giorni. Lei si è detta certa che Conte cambierà idea, ma alla fine voi 5Stelle non manterrete le promesse fatte in campagna elettorale.

Ora la questione Tap è nelle mani di Conte, proprio perché è così delicata. Il premier ha già incontrato il sindaco di Melendugno (Lecce, ndr) e presto lo rivedrà per fare una sintesi su una questione che negli anni è diventata sempre più complessa, tra ratifica dell’accordo e avanzamento dell’opera. E non per colpa del Movimento.

I comitati locali si sentono traditi. E hanno ragione.

Io non trovo questo clima tra i cittadini. La gente capisce che il tema è complicato.

Lei chiede il 34 per cento degli investimenti per il Sud: tanto.

Quella percentuale l’aveva stabilita il governo Gentiloni, ma non l’ha mai attuata. Ora siamo a meno del 29 per cento, ma il 34 serve per riequilibrare, anche perché la popolazione del Sud rappresenta il 34 per cento di quella italiana. E la sfida è allargare quegli investimenti ad Anas e Rfi, visto che le Regioni del Sud, di fatto, non sono collegate tra loro.

Intanto la disoccupazione dilaga.

Ho già pronto un piano per sgravare di tutti i contributi le imprese che assumono, per tre anni.

Quanti soldi servono?

Ho già trovato le coperture, ma preferisco aspettare per ufficializzare le cifre. Presenterò tutto al ministro dell’Economia Tria.

E come farà a convincerlo? Volete reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della Fornero. Ossia volete sforare il 3 per cento.

Del parametro del 3 per cento si può assolutamente discutere. Ma in generale bisogna ragionare con la Ue della riqualificazione della spesa, recuperando spazi di flessibilità.

Il reddito di cittadinanza va fatto subito?

Sì, lo vorrei tutto e subito. Ci sono 5 milioni di poveri.

Dovete ripagare gli elettori del Sud, che vi hanno votato solo per avere il reddito.

Non è così. Il reddito non è affatto solo per il Sud, così come la flat tax non è solo per il Nord. E i cittadini che incontro mi chiedono innanzitutto scuole, treni e bonifiche.

Matteo Salvini ha appena incontrato lo xenofobo Orbán. Imbarazzante, non crede?

L’incontro tra Salvini e Orbán non rappresenta nulla. È un discorso che riguarda Salvini, e solo lui. Per il resto c’è un contratto di governo. E io mi sento distante mille miglia da Orbán.

Questo incontro squalifica tutto l’esecutivo.

Il contraente M5S ha precisato che Salvini non rappresentava il governo: non ci possono essere effetti.

Lei è stata tra i primi a rispondere al ministro dell’Interno quando ha attaccato Roberto Fico. E molti 5Stelle l’hanno seguita. È venuto a galla il vostro malessere?

La dialettica interna per me è sempre benvenuta, ma io ho voluto solo ricordare che il presidente della Camera ha il diritto di esprimersi. Tutto qui.

Decaro proroga sgombero. Bonafede: “Irresponsabile”

Per il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il sindaco di Bari Antonio Decaro è un “irresponsabile”. E lo avverte: “È finito il tempo di chi adotta gli atti disinteressandosi delle persone, salvo poi presentarsi ai funerali o in ospedale quando accadono le tragedie”. Ce l’ha, il Guardasigilli, con la decisione del sindaco di prorogare di altri quattro mesi lo sgombero dei locali che ospitano il Tribunale di Bari, dichiarati inagibili per rischio crollo. “Siamo perfettamente consci delle difficoltà – ha detto il ministro Bonafede – ma magistrati e assistenti giudiziari che ancora sono nell’immobile di via Nazariantz a Bari, non devono stare un minuto oltre quanto stabilito dalla Conferenza dei servizi dello scorso 30 luglio”. Il sindaco Decaro ha risposto spiegando che, visto che la ricerca di un nuovo immobile “è ancora in alto mare”, non ha potuto fare altro, per garantire a magistrati e funzionari di lavorare. Quanto alla sicurezza, promette ispezioni ogni 48 ore: “C’è una perizia – ha concluso – che ci dice che si è ridotto il rischio”.