La notizia è, se verrà confermata, una novità rilevante nella politica italiana: un esposto del governo alla Corte dei Conti per valutare il danno erariale sulle concessioni autostradali. Presunti colpevoli: i governi precedenti per aver scritto quelle concessioni e, in ogni caso, per non averle impugnate. Un caso mai avvenuto nella storia repubblicana e che a livello giudiziario, ammesso che la magistratura contabile decida di procedere, ricorda a spanne il caso dei derivati sul debito pubblico stipulati dal Tesoro e messi sotto accusa dalla Procura della Corte dei Conti: a giugno i giudici hanno assolto tutti invocando un “difetto di giurisdizione” e, dunque, l’insindacabilità delle concrete scelte amministrative (le modalità di redazione del contratto).
Andiamo con ordine. L’intenzione del governo è stata svelata ieri da Luigi Di Maio: “Chi ha sbagliato pagherà: è ora che tutti i ministri che hanno autorizzato questa follia paghino di tasca propria. Se chi ha fatto la concessione regalo ad Autostrade e chi non l’ha annullata ha causato un danno alle casse dello Stato sarà denunciato alla Corte dei conti per danno erariale”. Strada difficile, come detto, su cui sta in realtà riflettendo Giuseppe Conte, che analizza giuridicamente il sistema delle concessioni dal giorno successivo al crollo di Genova: il capo grillino ha però fatto il suo annuncio non solo prima che l’esposto fosse pronto, ma anche prima che fosse chiaro come scriverlo, contro chi indirizzarlo, con quali argomenti giuridici. Il tentativo di contrastare lo strapotere mediatico di Matteo Salvini rischia così di complicare l’azione del governo, ma tant’è.
Ma a cosa allude Di Maio? La tesi del governo, che poi è anche la realtà dei numeri, è che quelle concessioni siano comunque un enorme regalo ai privati che gestiscono le infrastrutture senza averle costruite, né pagate: “Stiamo parlando di una montagna di extraprofitti che purtroppo, a causa di leggi sbagliate, rimangono totalmente ai privati e non tornano a beneficio dei cittadini come dovrebbero”, ha riassunto il ministro Danilo Toninelli in Parlamento.
La cosa è abbastanza evidente a leggere le concessioni, e i relativi allegati finanziari, finalmente pubblicati integralmente sul sito del ministero delle Infrastrutture. Il tasso di rendimento garantito per gli investimenti si aggira poco sopra o poco sotto al 7% netto – un’enormità – tanto per Atlantia (che gestisce il 50% della rete) che per il Gruppo Gavio (20%) e l’abruzzese Toto (poco meno del 10%). Lo stesso discorso potrebbe farsi per i criteri per la determinazione delle stime di traffico o quello degli aumenti tariffari riconosciuti sempre generosamente superiori all’inflazione reale.
Insomma, il trattamento di favore non è in dubbio e si riverbera sui bilanci delle società: come spiega Fabio Pavesi a pagina 16, ogni 100 euro incassati dai pedaggi i costi medi per gli “imprenditori” del settore sono 40 euro; coi restanti sessanta comprano altre aziende a debito e fanno ricchi utili che diventano in buona parte lauti dividendi. Per di più, sempre per legge, le concessionarie hanno potuto affidare senza gara buona parte dei lavori (oggi la quota è al 40%) ad aziende in house, cioè di loro proprietà, guadagnandoci due volte.
Evidentemente lo Stato non ha fatto un buon affare privatizzando la gestione delle autostrade, ma contestare il danno erariale è tutto un altro paio di maniche. La concessione principe, quella di Autostrade per l’Italia, risale agli anni 90, quando l’azienda era dell’Iri, che poi la fece comprare (a debito) ai Benetton, il miglior affare della loro vita.
Le concessioni nella forma attuale però, quasi tutte con scadenze lontanissime, risalgono al 2007-2009 (esecutivi Prodi e Berlusconi) e a volte comprendono “atti aggiuntivi” (ad esempio Autostrade ne ha siglato uno nel 2013 col governo Letta; Sitaf, cioè Anas e Gavio, nel 2018 con Gentiloni) che però non hanno cambiato di molto i termini economici e, dunque, non hanno interrotto l’eventuale danno erariale .
Poi c’è il caso dell’ulteriore prolungamento quadriennale delle concessioni arrivato nel 2018 – dopo una lunga trattativa con la Commissione Ue – proprio per Autostrade e Gruppo Gavio in cambio di investimenti (remunerati come sappiamo): nel primo caso c’è la famosa Gronda che doveva affiancare il ponte Morandi.
Chi però – tra la pletora dei ministri delle Infrastrutture passati da molto o da poco – sarà citato nell’esposto è oggi impossibile dire: sarà pronto tra una settimana, almeno. Se mai lo sarà, ovviamente.