Il governo in Corte dei Conti: sulle corsie c’è danno erariale

La notizia è, se verrà confermata, una novità rilevante nella politica italiana: un esposto del governo alla Corte dei Conti per valutare il danno erariale sulle concessioni autostradali. Presunti colpevoli: i governi precedenti per aver scritto quelle concessioni e, in ogni caso, per non averle impugnate. Un caso mai avvenuto nella storia repubblicana e che a livello giudiziario, ammesso che la magistratura contabile decida di procedere, ricorda a spanne il caso dei derivati sul debito pubblico stipulati dal Tesoro e messi sotto accusa dalla Procura della Corte dei Conti: a giugno i giudici hanno assolto tutti invocando un “difetto di giurisdizione” e, dunque, l’insindacabilità delle concrete scelte amministrative (le modalità di redazione del contratto).

Andiamo con ordine. L’intenzione del governo è stata svelata ieri da Luigi Di Maio: “Chi ha sbagliato pagherà: è ora che tutti i ministri che hanno autorizzato questa follia paghino di tasca propria. Se chi ha fatto la concessione regalo ad Autostrade e chi non l’ha annullata ha causato un danno alle casse dello Stato sarà denunciato alla Corte dei conti per danno erariale”. Strada difficile, come detto, su cui sta in realtà riflettendo Giuseppe Conte, che analizza giuridicamente il sistema delle concessioni dal giorno successivo al crollo di Genova: il capo grillino ha però fatto il suo annuncio non solo prima che l’esposto fosse pronto, ma anche prima che fosse chiaro come scriverlo, contro chi indirizzarlo, con quali argomenti giuridici. Il tentativo di contrastare lo strapotere mediatico di Matteo Salvini rischia così di complicare l’azione del governo, ma tant’è.

Ma a cosa allude Di Maio? La tesi del governo, che poi è anche la realtà dei numeri, è che quelle concessioni siano comunque un enorme regalo ai privati che gestiscono le infrastrutture senza averle costruite, né pagate: “Stiamo parlando di una montagna di extraprofitti che purtroppo, a causa di leggi sbagliate, rimangono totalmente ai privati e non tornano a beneficio dei cittadini come dovrebbero”, ha riassunto il ministro Danilo Toninelli in Parlamento.

La cosa è abbastanza evidente a leggere le concessioni, e i relativi allegati finanziari, finalmente pubblicati integralmente sul sito del ministero delle Infrastrutture. Il tasso di rendimento garantito per gli investimenti si aggira poco sopra o poco sotto al 7% netto – un’enormità – tanto per Atlantia (che gestisce il 50% della rete) che per il Gruppo Gavio (20%) e l’abruzzese Toto (poco meno del 10%). Lo stesso discorso potrebbe farsi per i criteri per la determinazione delle stime di traffico o quello degli aumenti tariffari riconosciuti sempre generosamente superiori all’inflazione reale.

Insomma, il trattamento di favore non è in dubbio e si riverbera sui bilanci delle società: come spiega Fabio Pavesi a pagina 16, ogni 100 euro incassati dai pedaggi i costi medi per gli “imprenditori” del settore sono 40 euro; coi restanti sessanta comprano altre aziende a debito e fanno ricchi utili che diventano in buona parte lauti dividendi. Per di più, sempre per legge, le concessionarie hanno potuto affidare senza gara buona parte dei lavori (oggi la quota è al 40%) ad aziende in house, cioè di loro proprietà, guadagnandoci due volte.

Evidentemente lo Stato non ha fatto un buon affare privatizzando la gestione delle autostrade, ma contestare il danno erariale è tutto un altro paio di maniche. La concessione principe, quella di Autostrade per l’Italia, risale agli anni 90, quando l’azienda era dell’Iri, che poi la fece comprare (a debito) ai Benetton, il miglior affare della loro vita.

Le concessioni nella forma attuale però, quasi tutte con scadenze lontanissime, risalgono al 2007-2009 (esecutivi Prodi e Berlusconi) e a volte comprendono “atti aggiuntivi” (ad esempio Autostrade ne ha siglato uno nel 2013 col governo Letta; Sitaf, cioè Anas e Gavio, nel 2018 con Gentiloni) che però non hanno cambiato di molto i termini economici e, dunque, non hanno interrotto l’eventuale danno erariale .

Poi c’è il caso dell’ulteriore prolungamento quadriennale delle concessioni arrivato nel 2018 – dopo una lunga trattativa con la Commissione Ue – proprio per Autostrade e Gruppo Gavio in cambio di investimenti (remunerati come sappiamo): nel primo caso c’è la famosa Gronda che doveva affiancare il ponte Morandi.

Chi però – tra la pletora dei ministri delle Infrastrutture passati da molto o da poco – sarà citato nell’esposto è oggi impossibile dire: sarà pronto tra una settimana, almeno. Se mai lo sarà, ovviamente.

“Pena di morte per gli stupratori”: FN impicca manichino

Forza nuovavede “un’epidemia di stupri” in Italia, provocata dagli “invasori africani”, contro cui viene indicata la necessità della “difesa nazionale e patriottica”. Il delirante messaggio xenofobo è stato diffuso attraverso un’azione choc, andata in scena nella notte di lunedì in piazza Mazzini a Jesolo. Esponenti del gruppo di estrema destra hanno impiccato un manichino, sulla cui sagoma è stato posto un cartello che recita: “pena di morte per gli stupratori”. A corredo dell’azione, Fn ha pubblicato un comunicato su Facebook in cui si legge tra l’altro: “Senegalese non espulso per stupro alla quindicenne ragazza italiana. Unica soluzione? Pena di morte”. Il riferimento è al caso della ragazza 15enne stuprata sul litorale veneziano lo scorso 23 agosto, per cui è stato arrestato un senegalese di 26 anni, Mohamed Gueye.

“Continueremo a sostenere le iniziative di questo governo – prosegue la nota – quando saranno nell’ottica dell’interesse nazionale, come sosterremo sempre nelle strade il nostro popolo contro chiunque pensi di poterlo condannare a stupri, violenze e invasione”.

Castaldo (M5S): “Ma adesso accetti i ricollocamenti”

A marginedell’incontro di Milano tra il premier ungherese Viktor Orbán e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, è arrivato tra gli altri anche il commento di Fabio Massimo Castaldo, eurodeputato M5S e vicepresidente dell’assemblea di Strasburgo. “Orbán è nel gruppo politico europeo che, assieme ai socialisti, è il principale responsabile di questo stallo in cui si trova l’Europa”, ha dichiarato Castaldo nel corso di un’intervista al sito Formiche.net. ”Non si può rifiutare il principio di solidarietà fra i Paesi europei e definirsi, allo stesso tempo, amico del governo italiano”, ha continuato l’esponente M5S. ”Non si può essere parte della vecchia nomenklatura come il Partito popolare di Merkel, Juncker e Berlusconi e spacciarsi poi per forza di cambiamento”. Una posizione dura ma non sorprendente, né isolata. Nei giorni scorsi i capigruppo pentastellati di Camera e Senato Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli avevano declassato a “non istituzionale” l’incontro di Milano, ricordando come i Paesi che non accettano ricollocamenti di migranti, non aiutando quindi l’Italia, non dovrebbero neppure ricevere fondi Ue.

E nel liceo cantano l’inno del gemellaggio magiaro

“Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest” è l’incipit. Una canzone italianissima, scritta nel 1966 da Pier Francesco Pingitore, musicata da Dimitri Girbanovski, divenuta – dagli anni 70 in poi – il simbolo della destra. Ricorda la rivolta antisovietica del 1956 e oggi è cantata nelle manifestazioni di Forza nuova e nelle curve degli stadi. Parole scandite dal battere dei piedi e dalle braccia tese. Da un anno, gira su YouTube un video dove un intero liceo della capitale ungherese canta, a mo’ di marcia, quell’inno. In italiano, dopo una breve introduzione in magiaro. È il segno di un legame antico, ma cresciuto negli ultimi anni, tra la destra radicale e i gruppi identitari ungheresi. Una sorta di gemellaggio, un richiamo alla simbologia anticomunista, che oggi si è trasformata nella comune battaglia contro migranti e diritti.

Budapest da anni è divenuto il crocevia delle organizzazioni più radicali della destra continentale. Tra gli ospiti più frequenti delle manifestazioni di Jobbik – il partito alla destra di Orban, in grado di raccogliere anche il 20% dei voti – è Roberto Fiore. Ma c’è anche il viaggio inverso, dall’Ungheria all’Italia. È il caso di Lazlo Toroczkai, sindaco di Assothalom, cittadina agricola sul confine con la Serbia. La sua presenza era applauditissima nelle convention di Forza Nuova a Cantù e il suo comune è divenuto la metà di pellegrinaggi di tantissimi esponenti dell’ultradestra europea. Toroczkai partecipa in prima persona ai pattugliamenti anti migranti, postando poi le foto sul profilo Facebook, in posa marziale con cani da combattimento al guinzaglio, trasformandosi nel volto simbolo della guerra contro chi fugge dalle guerre africane e mediorientali. Il vecchio nemico sovietico non esiste più. Il nuovo fronte, per i ragazzi di Budapest, sono i diritti umani e l’Europa.

Stretta su media, guerra a Soros e magistrati, linea dura sui profughi: il modello Budapest

Lui la chiama “democrazia illiberale” e la considera un’alternativa a quella tradizionale, liberale quanto in declino, praticata in Europa occidentale. È la filosofia con cui Viktor Orbán governa nella sua seconda vita politica, iniziata nel 2010, con il ritorno al potere. Era già stato primo ministro, tra il 1998 e il 2002, ma era un altro Orbán e un’altra Ungheria. In quella prima fase, Orbán incarnava lo spirito di un Paese che aveva visto nell’Ue il suo destino post-comunista: era andato a studiare a Oxford con una borsa di studio del finanziere ungherese-americano George Soros, poi era tornato per candidarsi, e rappresentava il tipo di conservatore moderato ed europeista che tutti sognavano di vedere alla guida di una Repubblica post-sovietica.

Poi la sconfitta, la depressione, otto anni di opposizione che coincidono con il tracollo dell’Ungheria: i socialisti tornati al potere truccano i conti pubblici, nel 2008 il Paese vacilla in una crisi valutaria (c’è il fiorino, non l’euro) che culmina nell’umiliante richiesta di aiuti al Fondo Monetario Internazionale. Orbán ha rilanciato il suo Fidesz (Unione civica) con circoli civici al posto delle sezioni e lo spirito del “partito spogliatoio” si sposta sempre più a destra per arginare l’ascesa degli estremisti di Jobbik, sceglie di cavalcare tutta la delusione verso le promesse tradite dalla società aperta europea. La sua Ungheria sviluppa un approccio opportunistico: è tra i primi beneficiari di fondi europei (4,6 miliardi netti ogni anno), ma i governi di Orbán investono molto sulla propaganda anti-Ue. Contesta tutto della macchina eurocratica di Bruxelles, ma non esita a smarcarsi dai suoi alleati polacchi per appoggiare la nomina di Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo. Si allea con Paesi molto ostili alla Russia, come la Polonia, ma dal 2014 si avvicina sempre più a Vladimir Putin.

Fin dal ritorno al potere nel 2010, inizia a modificare la Costituzione dell’Ungheria e attua “una complessa manovra per mettere sotto controllo il sistema dell’informazione e sfruttare i fondi di sviluppo europei per mettere in piedi un capitalismo oligarchico nazionale”, riassume sul Mulino Stefano Bottoni, dell’Accademia delle scienze di Budapest. Orbán riesce a esercitare un controllo quasi totale sui media grazie soprattutto all’oligarca Lajos Smicksa che gli garantisce il sostegno di giornali e tv, almeno fino alla rottura nel 2016 quando Smicksa passa a sostenere Jobbik.

E poi la costruzione del nemico esterno: i migranti e George Soros che in Ungheria aveva fondato un’università che voleva diffondere i valori liberali oltre quella che fu la Cortina di ferro. Orbán rifiuta ogni politica di accoglienza, costruisce muri e recinzioni ai confini per fermare il flusso su quella rotta balcanica che verrà svuotata dall’accordo Ue-Turchia nel marzo 2016. E soprattutto rifiuta di collaborare a ogni politica condivisa di gestione dei richiedenti asilo, a cominciare dai ricollocamenti richiesti dalla Commissione (quelli che l’Italia invoca per evitare di farsi carico di tutti quelli che arrivano dal Mediterraneo).

L’ultima riforma anti-immigrati arriva dopo il trionfo elettorale di giugno (la cui legittimità è peraltro contestata dall’Osce, i cui osservatori non considerano del tutto regolare la competizione). Forte di un premio di maggioranza che gli consente di avere i due terzi dei seggi con soltanto il 49 per cento dei voti, Orbán vara il pacchetto di misure noto come “stop-Soros”: diventa illegale per gli stranieri privi di un permesso rilasciato dalle autorità ungheresi stare dentro i confini del Paese, chi ha ottenuto il titolo di rifugiato in un altro Stato Ue commette reato per il solo fatto di trovarsi in Ungheria, per essere accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina basta distribuire “materiale informativo”. La norma viene contestata da tutta Europa e dai media occidentali, ma Orbán sa di essere in sintonia con vasta parte dell’opinione pubblica del suo Paese e di mezza Europa e non si ferma.

Il piano Lega-Fidesz per prendersi l’Europa (e il Ppe?)

È cominciata la campagna elettorale per le elezioni europee e la Lega e il Movimento 5 Stelle si trovano in due campi opposti. Lo dice a Milano il premier ungherese Viktor Orbán, leader di Fidesz (Unione civica), a fianco del ministro dell’Interno leghista Matteo Salvini: “Nel Parlamento europeo ci sono due campi: uno guidato da Emmanuel Macron che è a capo di quelle forze che sostengono l’immigrazione. Dall’altra parte ci siamo noi che vogliamo fermare l’immigrazione illegale”. E il secondo schieramento si sente favorito per maggio 2019, quando tutte le spinte euroscettiche verranno incanalate verso Bruxelles.

La grande coalizione che ha retto le istituzioni europee negli anni della crisi finanziaria è andata in pezzi: il Partito popolare europeo e il Partito socialista europeo (oggi S&D) sono rimasti vittime di un abbraccio troppo stretto che ha garantito un’ordinata spartizione di poltrone ma ha rafforzato l’immagine di un’oligarchia autoreferenziale che non rispondeva agli elettori. Il Pse ha cercato di ricostruirsi un’identità critica verso una Ue che oggi è tutta in mano al Ppe che controlla il Parlamento (con Antonio Tajani), la Commissione (Jean Claude Juncker) e il Consiglio (Donald Tusk). Il socialista che aveva garantito questo schema, l’ex presidente dell’europarlamento Martin Schulz, è stato umiliato al primo test elettorale, a settembre 2017 in Germania, dove i socialisti locali hanno dovuto accettare di nuovo la grande coalizione con Angela Merkel.

Le manovre per dividersi le cariche nel 2019 sono già ricominciate con la Merkel che pare abbia rinunciato a prendere la Bce (quando scadrà Mario Draghi) per piazzare invece un altro tedesco conservatore alla Commissione, forse l’attuale capogruppo del Ppe a Bruxelles, Martin Weber. Ma sono calcoli che dovranno confrontarsi con un voto imprevedibile.

In molti nel Ppe chiedono da tempo di cacciare Orbán, troppo autoritario e picconatore di ogni gestione europea dei migranti, ma sempre appoggiato da vari esponenti di spicco, tra gli altri Silvio Berlusconi. Ma è più probabile che sia Orbán a vincere, poco importa se conquistando il Ppe, dove magari potrebbe portare la Lega di Salvini (oggi nel marginale Enf), o creando un nuovo gruppo. Comunque Orbán sarà protagonista, e in Germania ha già una sponda nel ministro dell’Interno Horst Seehofer che ha quasi fatto cadere il governo Merkel pretendendo di bloccare in appositi campi e poi espellere chi ha ottenuto diritto d’asilo in un altro Paese Ue (ora annuncia un accordo su questi “movimenti secondari” con l’Italia, ma i contenuti non sono ancora chiari).

I Cinque Stelle non sono parte di questo schema. Da Bruxelles arriva la dichiarazione preventiva di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente M5S del Parlamento, in un’intervista a Formiche: “Orbán è nel gruppo politico europeo che, assieme ai socialisti, è il principale responsabile di questo stallo in cui si trova l’Europa”. Anche i Cinque Stelle sono in cerca di collocazione europea, dopo una legislatura di convivenza forzata con partiti ora molto distanti da loro come gli indipendentisti inglesi di Ukip. A gennaio 2017 avevano provato a spostarsi nell’Alde, i liberali europeisti, ma l’operazione era fallita per faide interne al gruppo d’approdo. Da tempo si discute del progetto di Macron di un nuovo contenitore per le forze non allineate: la folta pattuglia pentastellata sarebbe decisiva per il presidente francese. Se Lega e Cinque Stelle riusciranno a fare campagna elettorale uno contro l’altro sull’Europa mentre restano insieme al governo è tutto da vedere.

Orbán: “Salvini è un eroe” (purché non chieda aiuto)

La difesa dei confini: questo il tema centrale, o l’ossessione, dell’incontro svolto ieri in prefettura tra il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, e il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini. Dopo circa un’ora di faccia a faccia, i due lo hanno spiegato ai giornalisti, in una conferenza stampa in cui le domande sono state drasticamente tagliate. “L’immigrazione può essere fermata”, ha scandito Orbán, in cravatta verde, “l’Ungheria lo ha dimostrato, sia sul piano giuridico che sul piano fisico. Noi abbiamo provato che l’immigrazione si può fermare a terra. Ora Salvini ha dimostrato che si può fermare anche in mare. È il mio eroe. Solo lui lo ha fatto”.

Superato d’un colpo il tema che ha rischiato di frantumare l’Europa, ovvero la suddivisione dei migranti tra i diversi Paesi dell’Unione e la riforma dei trattati di Dublino: il modello proposto dai due non è gestire l’immigrazione, ma, seccamente, “fermare gli arrivi”. Lo spiega Salvini, dopo aver ringraziato “l’amico Viktor”: “Impediamo agli scafisti di portare gente in Europa, provocando le morti in mare e l’arrivo di droga e criminalità. Sono fiero e orgoglioso di rappresentare un punto fermo non solo per l’Italia ma per tutto il continente europeo. Come ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i confini dell’Italia sono i confini dell’Europa. Continuerò a difenderli anche domani. Possono aprire processi e indagini, ma non mi fermeranno”. Accoglienza zero. Questa è la soluzione Orbán: “Portare aiuto dove ci sono i guai, e non portare i guai qui”.

Nessun imbarazzo sulla natura anfibia dell’incontro che – assicura lo staff di Salvini – è nato settimane fa su richiesta del premier ungherese, ma che si è trasformato, da incontro informale tra due leader politici che si preparano alle elezioni europee di primavera, in un vertice ufficiale in prefettura tra un primo ministro e un vice-primo ministro di due Paesi europei, come testimoniavano le bandiere alle spalle dei due, ancora divise dal vessillo gialloblu dell’Europa. “Sì, l’ho incontrato da ministro”, ha ironizzato Salvini, “e da milanista: Orbán mi ha detto infatti che la sua prima visita politica in Italia è stata a Milanello. E anche da segretario della Lega, visto che siamo movimenti politici che puntano a cambiare e a governare l’Europa, mandando a casa i socialisti e anche una parte di popolari, che di danni ne hanno fatti anche troppi”.

Nessun imbarazzo, ma anzi un po’ di strafottenza, su differenze ed eventuali contrasti con i Cinquestelle, a proposito dell’immigrazione e del giudizio su Orbán: “Non telefono a Luigi Di Maio ogni volta che devo incontrare qualcuno”, risponde Salvini a chi gli chiede se avesse concordato l’incontro con gli alleati di governo.

Poco distante dalla prefettura, in piazza San Babila, si sono intanto riunite alcune migliaia di persone (15 mila secondo gli organizzatori) per protestare contro il vertice (slogan: “Milano senza muri”): “Orbán go home”, diceva un cartello. Un altro: “Ho avuto una visione: Salvini in gommone”. Il leader della Lega ribatte: “Non può essere la sinistra a decidere chi ha il diritto di parlare e chi no, chi io devo incontrare oppure no. E poi si stupiscono che nessuno li vota più”.

Non è mancato l’attacco alle “élite europee”, a Soros (uno dei cavalli di battaglia di Orbán, che pure con i soldi di Soros ha studiato a Oxford) e al presidente francese Emmanuel Macron: “In Europa è a capo dei partiti che appoggiano l’immigrazione, noi invece vogliamo fermarla”, ha detto il premer ungherese. “Macron”, gli ha fatto eco Salvini, “passa il suo tempo a dare lezioni ai governi stranieri. Ebbene dia l’esempio: apra la frontiera a Ventimiglia”.

E se si ripresentasse un nuovo caso Diciotti, la nave bloccata in porto? “La Marina militare e la Guardia costiera devono vigilare sulla sicurezza delle coste italiane”, ha risposto Salvini, “conto che non si riproponga più il problema della Diciotti. Ma se dovesse ricapitare, mi comporterò nella stessa maniera”.

In questo clima, l’Ungheria diventa addirittura un modello anche in politica economica: “Ha la produzione in crescita, la disoccupazione in calo e ha introdotto la flat tax”, snocciola Salvini. “È la dimostrazione che un Paese può crescere investendo e spendendo, non tagliando e sacrificando. È un caso da studiare anche per noi, che stiamo preparando una manovra economica che sarà ben accettata dai mercati. Vedrete, su questo sono fiducioso”.

Malagò molla il pallone: stop al commissario, Figc torna al voto

La federcalcio vede la fine del commissariamento: dopo mesi di tira e molla, il Coni sembra essersi deciso a convocare subito l’assemblea elettiva, senza aspettare l’approvazione dei nuovi principi informatori per cui il voto era fin qui stato rimandato. Accontentate le componenti (Dilettanti, Lega Pro e calciatori) che chiedevano di eleggere un nuovo n. 1: per la data si parla del 22 ottobre. Alla base della svolta (informata anche la Fifa, in questi giorni in visita a Roma) ci sarebbe un ultimatum da parte del sottosegretario Giancarlo Giorgetti a Giovanni Malagò, che alla fine ha dovuto mollare la Figc. Fallita la riforma, a questo punto si tornerà alle urne con le vecchie regole (anche gli arbitri dovrebbero votare), tenendo conto però di quanto previsto dalla nuova legge sul limite dei mandati (e magari qualche altro ritocco allo statuto). Su questo, governo e Coni sono d’accordo. Salvo sorprese, dunque, Giancarlo Abete, non potrà essere il prossimo presidente e i “ribelli” dovranno trovare un nuovo candidato.

Affidabilità Dazn e offerte Sky: l’Antitrust apre indagine

L’Antitrust ha avviato due istruttorie per presunte pratiche commerciali scorrette e possibili violazioni dei diritti dei consumatori contro Sky Italia e Perform Investment Limited e Perform Media Services, ovvero le società della nuova piattaforma Dazn, sulla commercializzazione dei pacchetti delle partite di calcio per la stagione di Serie A 2018/2019. Lo annuncia una nota dell’Autorità, che contesta a Sky la possibile carenza di informazioni e a Dazn l’omissione di “limitazioni tecniche” alla fruizione. Secondo l’Autorità, la società Sky avrebbe adottato modalità di pubblicizzazione dell’offerta del pacchetto calcio per la stagione 2018-2019 che, in assenza di adeguate informazioni sui limiti dell’offerta relativi alle fasce orarie, potrebbero avere indotto i nuovi clienti ad assumere una decisione commerciale non consapevole. Per quel che riguarda i clienti già abbonati al pacchetto calcio, la condotta di Sky potrebbe presentare profili
di “aggressività”.

106 famiglie trovano un alloggio. Chiuso il centro dei soccorsi

Sono 106 le famiglie genovesi sfollate a causa del crollo del ponte Morandi alle quali è già stata fornita una sistemazione alternativa. È il dato fornito ieri dal presidente della Regione Liguria e commissario per l’emergenza Giovanni Toti insieme al sindaco Marco Bucci. 49 famiglie hanno potuto riprendere la loro vita in alloggi assegnati e 57 hanno accettato il contributo della Protezione civile per il pagamento di un affitto alternativo. “C’è la volontà di permettere il rientro temporaneo degli sfollati nelle loro case per consentire loro di riprendersi le loro cose – ha ribadito il sindaco Bucci –. Appena i tecnici ci daranno il via libera, lo faremo”.

Intanto ieri è stata chiusa l’attività del Centro di coordinamento dei soccorsi. “Abbiamo fatto il punto con il commissario per l’emergenza Toti e il sindaco Bucci – ha detto il capo del Dipartimento di Protezione civile Angelo Borrelli – e abbiamo chiuso l’attività del Ccs. Adesso lavoriamo su tutte le altre direttrici, come la viabilità e la soluzione dei disagi popolazione”.