Italia-Russia, ancora no all’estradizione

“In Russia sono un uomo morto”, aveva detto davanti alla Corte d’Appello di Milano. E i giudici hanno accolto la sua richiesta di non essere estradato nel Paese d’origine. V.K., architetto di 48 anni, potrà così rimanere in Italia in attesa che venga valutata la richiesta di asilo politico inoltrata nel frattempo. L’architetto era stato arrestato a marzo su mandato dell’autorità giudiziaria russa che lo accusa di appropriazione indebita in un appalto per la costruzione di una stazione di pompieri nella regione di Samara, a sud-est di Mosca. Secondo i magistrati milanesi, che hanno deciso anche la revoca degli arresti domiciliari, nelle carte allegate alla richiesta di estradizione “non sono dettagliatamente indicate” prove della sua colpevolezza.

La sentenza si aggiunge alla recente decisione della Corte d’Appello di Venezia di liberare l’ex senatore russo Dmitry Krivistkiy, arrestato a luglio in un hotel di Cortina d’Ampezzo, sempre su mandato dell’autorità russa che lo accusa di corruzione. Per Krivistkiy, che ritiene di essere perseguitato per le sue posizioni contrarie all’annessione della Crimea, si è ancora in attesa della richiesta di estradizione. Un terzo caso su cui si è giocato il confronto tra magistrati italiani e russi è quello del milionario Mikhail Nekrich, vicino allo storico nemico di Vladimir Putin, Boris Berezovsky, e accusato in patria di avere fatto uccidere un rivale in affari. La Corte d’Appello di Genova lo scorso dicembre ha negato l’estradizione ritenendo gli elementi di accusa incerti e ha ravvisato il rischio per Nekrich di essere “sottoposto a un procedimento che non assicura il rispetto dei diritti fondamentali”.

Proprio alla sua vicenda hanno fatto riferimento in udienza a Milano Eugenio Losco e Mauro Straini, difensori dell’architetto russo. Nella memoria difensiva hanno sottolineato i rischi in caso di estradizione, citando i report del Comitato prevenzione tortura del Consiglio d’Europa sulle condizioni dei detenuti in Russia. Per la difesa, le accuse mosse nei confronti dell’architetto sono state costruite ad arte a partire dal 2015, dopo che lui stesso aveva denunciato un caso di corruzione riguardante un deputato della Duma locale di Samara. Da quel momento – ha raccontato ai giudici milanesi – la sua vita è cambiata: “Sono costantemente minacciato, chiamano i miei genitori e amici con l’obiettivo di farli testimoniare contro di me, li minacciano e gli dicono che la mia lotta non ha senso e che loro riusciranno ad ottenere la mia estradizione e mi uccideranno”. Particolari nel merito dei quali la Corte d’Appello non è entrata nella sentenza, ritenendo sufficiente constatare la lacunosità dei documenti inviati da Mosca. Ora l’architetto non dovrà tornare in Russia, da dove aveva deciso di scappare con moglie e figlia rifugiandosi in Croazia. Qui aveva chiesto una prima volta asilo, ma le autorità croate, verificando che il primo ingresso nel territorio Ue era avvenuto in Italia, lo avevano trasferito nel nostro Paese in base al regolamento di Dublino.

Tutti con Patronaggio, ma Woodcock restò solo

Come una luce di Natale, la protesta della magistratura contro le interferenze della politica si accende e si spegne a intermittenza. A seconda del pm o del giudice finito del mirino, della sua corrente di appartenenza, del politico o del sistema di potere che lo ha attaccato.

Il presidente dell’Anm, Francesco Minisci, ha ribadito l’autonomia delle indagini del procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio su Matteo Salvini per la gestione della nave Diciotti, carica di migranti e bloccata per giorni sul molo di Catania, e lo ha difeso dalle reazioni scomposte del ministro dell’Interno e leader della Lega (“Se i magistrati pensano di intimorire qualcuno si sbagliano”), che in un colloquio col Messaggero ha auspicato riforme sulla giustizia per impedire ai magistrati entrati in politica di tornare a indossare la toga. L’Anm che tutela Patronaggio è però la stessa Anm che rimase zitta quando il mondo renziano si scatenò contro il pm di Napoli Henry John Woodcock, accusato di aver tessuto un complotto anti-Renzi dopo aver scoperchiato il verminaio degli appalti Consip fino ad arrivare al “Giglio magico” e al papà del segretario Pd. Woodcock e la collega Celestina Carrano sono stati giudicati dal Csm, per effetto di un esposto di un indagato, addirittura prima che le persone da loro indagate finissero a processo. “Una narrazione che può andar bene per la Corea del Nord, ma non in un paese in cui i magistrati devono essere difesi dal proprio autogoverno affinché possano svolgersi anche indagini e processi che riguardano i potenti”, affermò il procuratore Sebastiano Ardita, neo eletto nel Csm.

Nel caso Woodcock, almeno, tra le toghe prevalse la linea del silenzio e non quella che nel 2008 assunse l’Anm presieduta da Luca Palamara quando esplose il caso delle indagini della Procura di Salerno sul malaffare politico-affaristico di Catanzaro disvelato dall’ex pm di Why Not Luigi de Magistris, le cui inchieste lambirono il premier Romano Prodi e il ministro della Giustizia Clemente Mastella. In quell’occasione i rappresentanti delle toghe parteciparono alla bastonatura del pm di Salerno Gabriella Nuzzi e del procuratore capo Luigi Apicella, orchestrata dal Csm presieduto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, vicepresidente Nicola Mancino. Palamara applaudì al Csm capace “di chiudere una pagina nera della giustizia”, riferendosi ai provvedimenti contro Apicella e Nuzzi, il primo sospeso dalle funzioni, la seconda spedita al Tribunale del Riesame di Latina. Nuzzi stracciò la tessera dell’Anm: “Quel suo plauso – scrisse a Palamara – è per me insopportabilmente oltraggioso”.

Non si ricordano parole di solidarietà dell’Anm ad Alfredo Robledo durante lo scontro con il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, culminato in un esposto del procuratore aggiunto su presunte irregolarità nell’assegnazione dei fascicoli ai vari pool. Sullo sfondo c’erano le mancate indagini su Expo e Robledo ha subìto la sanzione disciplinare del trasferimento a Torino. E nemmeno ai procuratori di Palermo che hanno indagato sulla trattativa Stato-mafia, additati dalla politica come eversori, e oggetto di pressioni del Quirinale quando spuntò la notizia delle intercettazioni di telefonate tra Napolitano e Mancino. Partì dal Colle la segnalazione per far aprire un procedimento disciplinare – poi archiviato – contro il capo della Procura Francesco Messineo e il pm Nino Di Matteo. Quest’ultimo dovette difendersi dall’accusa di aver rilasciato un’intervista su una notizia di dominio pubblico, in cui spiegava come il suo ufficio avesse rispettato la legge fino in fondo, traghettando quei nastri verso la distruzione attraverso le norme del codice: con richiesta al gip, previa udienza camerale con l’ascolto degli avvocati. Napolitano riuscì a impedirlo, ottenendone la distruzione d’imperio. Ma questa è un’altra storia.

Rinuncia da Cazzaro

Il paradiso terrestre Salvini se lo immagina così: un Mediterraneo pullulante di navi cariche di migranti, tutte dirette in Italia, da fermare sul bagnasciuga; un’Europa tutta governata da cloni suoi, cioè di Orbán, che rispondono picche alle richieste italiane di condividere il problema; una magistratura che lo processa ogni giorno, prima e dopo i pasti, per sequestro di persona, arresto illegale e altri reati politico-ministeriali. Ora, purtroppo per lui le navi di migranti ultimamente scarseggiano, grazie a Minniti e al governo Conte (che sarebbe anche suo), ma ne basta una ogni tanto per convincere i fan che sono migliaia, forse milioni. In compenso l’Ue se ne frega delle richieste di condivisione, grazie non solo a Orbán e agli altri camerati di Salvini, ma anche a chi dice di combatterli: Merkel, Macron, Juncker ecc. Quanto ai processi, non si sa neppure se ne partirà uno: il Tribunale dei ministri di Palermo esaminerà il fascicolo Diciotti; sceglierà fra sequestro di persona e arresto illegale, perché un reato esclude l’altro; esaminerà il dolo, cioè l’intenzione di nuocere ai migranti sulla nave e non, per dire, d’imporre all’Ue una gestione collegiale di un’emergenza collettiva; infine archivierà o chiederà non a lui, ma al Senato l’autorizzazione a procedere.

Salvini non vede l’ora: lui alla sbarra e tutt’intorno due ali di folla acclamante. Per giorni ha sfidato il pm a indagarlo, l’ha dissuaso dal prendersela con oscuri funzionari, ha ripetuto che gli ordini li dava lui, ergo l’avviso di garanzia spettava in esclusiva a lui. Alla fine il pm l’ha accontentato, sia pur solo con un’iscrizione sul registro, che comunque è meglio che niente. Ora però il Cazzaro Verde ha letto che dovrà pronunciarsi il Senato e s’è di nuovo allarmato: come sarebbe a dire? E se il Senato dice no e mi frega il mio processo? Allora ha annunciato: “Rinuncio all’immunità parlamentare”. E tutti i tg e i giornaloni dietro: hai visto il Capitano? Avrebbe l’immunità, ma rinuncia con nobile gesto e porge impavido il petto nudo al plotone d’esecuzione. Che eroe! A nessuno viene in mente di domandargli a quale immunità stia rinunciando, visto che per i reati ministeriali non ne è prevista alcuna. Quella parlamentare fu abolita nel 1993, eccezion fatta per arresti, perquisizioni e intercettazioni (che nessun pm ha mai chiesto per lui), mentre restano insindacabili i voti dati e le opinioni espresse in Parlamento (che non c’entrano un fico con i suoi eventuali reati ministeriali). Se però insiste, per non essere da meno io rinuncio fin da ora a fidanzarmi con Gwyneth Paltrow e Sandra Bullock. Voi direte: ma se manco le conosci! Appunto.

Boito e il “Nerone” (per fortuna incompiuto) con falsi storici

Il terzo articolo dedicato ad Arrigo Boito nel centenario della morte tratta del Nerone, l’Opera alla quale egli lavorò per cinquant’anni lasciandola incompiuta. Nel 1901 ne pubblicò il poema drammatico, in cinque atti; ma il quinto non venne posto in musica. Ed è un bene: si tratta di una fantasia teatrale che si avvicina a una sorta di filmaccio dell’orrore, su versi che sono una involontaria parodia della poesia di D’Annunzio. Dei primi quattro Boito lasciò una partitura incompleta, che venne elaborata da Vincenzo Tommasini e Antonio Smareglia sotto la supervisione di Toscanini. Questi considerava il Nerone un inattingibile capolavoro, e la prima esecuzione, da lui capitanata nel 1924, fu uno degli eventi culturali dell’Italia all’alba del fascismo: è noto l’episodio che alla prova generale si rifiutò l’ingresso allo stesso Puccini. E nel 1928 un Maestro ben altrimenti provveduto quanto a cultura, Gino Marinuzzi, dovette inaugurare con esso il Teatro dell’Opera di Roma. Il Nerone è qualcosa di strano, ardito e insieme convenzionale e deludente. Alla base c’è un immenso studio filologico e archeologico della Roma imperiale: ma proprio in ciò, a onta della profusione erudita (che pure mi sembra una parodia di quel che a D’Annunzio mirabilmente riesce), Boito cade.

Nerone, matricida, è ossessionato dal rimorso; è, insieme, poeta e auriga, e si compiace dell’applauso. Cupi personaggi lo circondano, e fra questi Simon Mago, raffigurato giusta la leggenda cristiana, quando nella storia di lui si sa solo che fu il primo fra gli gnostici giunti a Roma. Boito immagina che il famoso incendio dell’Urbe, avvenuto sotto l’impero di Nerone, fosse appiccato da lui. Le parti dell’Opera dedicate al mondo torbido posseggono una forte drammaticità e un acre grottesco. Ma vi sono quelle dedicate ai cristiani; non solo la poesia, la musica, diatonica e “spirituale”, è piena di unzione e falsità storica e artistica.

Il coraggioso Autore del Mefistofele, il quale crede all’eternità della materia, diviene qui un apologeta delle favole devote alla stregua dei creatori di spazzatura letteraria come Fabiola, Quo vadis e Ben Hur. Attesa la cultura di Boito e le sue ricerche, questo può nascere solo da una mala fede che non riesco a spiegarmi. Egli non può non conoscere la storia dell’Impero di Edward Gibbon, apparsa fra il 1776 e il 1788, tuttora insuperata: il sommo scrittore confuta l’esistenza storica di Gesù e i racconti evangelici, e traccia un ritratto dell’Origine e primi progressi della religione cristiana (censurato nelle attuali edizioni americane del capolavoro) onde si evincono la confusione e la miseria culturale dei primordî del cristianesimo. Né all’esistenza di Cristo possiamo pensare abbia mai creduto la Chiesa: altrimenti non sarebbe riuscita a creare il suo possente edificio politico e culturale. Ogni qual volta nel suo seno sorgeva qualcuno che a Gesù e al Vangelo si richiamava, essa lo proclamava eretico ed eliminava; salvo San Francesco, sola ed enorme eccezione. Il racconto dell’Inquisitore fatto da Dostoevskij non è che il geniale apologo di una realtà storica. E torno all’incendio di Roma. Il mondo romano del secondo secolo aveva dei cristiani un’immagine incerta nei particolari, confondendoli con gli zeloti e i pauperisti ebraici: essi medesimi ancora non si distinguevano da quell’ambiente; ma immagine precisa quanto all’essenza. In un famoso passo degli Annales (XV, 44), Tacito definisce il cristianesimo funesta superstizione; e aggiunge che Nerone, (ingiustamente) sospettato di aver comandato l’incendio, stornò i sospetti sui cristiani, invisi per la loro infamia.

“Per primi vennero arrestati coloro che confessavano, indi, su denuncia di questi, un gran numero d’altri, e non tanto per il titolo del criminoso incendio, quanto perché s’era provato che professavano l’odio per il genere umano”. L’odio per il corpo, l’odio per la vita, l’odio per la gioia, l’odio per coloro che non appartenevano alla loro religione, destinati al fuoco eterno: perciò odio humani generis convicti. Gibbon e Nietzsche partono da questo passo; Boito finge d’ignorarlo.

 

Guida alle tombe dei rocker e gli spettri Cobain e Reed

All’ombra de’ cipressi stanno Jim, Jimi e altri geni depressi: una guida ora – Rock tombstones. Pellegrinaggi tra i luoghi sacri del rock – ne traccia una mappa esaustiva, con tanto di geolocalizzazione di lapidi, cimiteri, memoriali e crocicchi dove portare un fiore, un omaggio, un tributo alle defunte celebrità della musica.

È questa l’ultima frontiera del turismo cimiteriale: il libro – spiega l’autore Luca Fassina (Tsunami edizioni) – “non vuole rientrare nel filone della morbidity, quel gusto del macabro e del souvenir”; al contrario, si presenta come “un compagno di viaggio per scoprire e visitare i luoghi dove riposano i propri idoli o dove sono ricordati”.

Il pellegrinaggio si snoda perlopiù per camposanti: l’Hollywood Forever Cemetery di Santa Monica; il Pacific View in California; il Mount Calvary di Albuquerque; il Père-Lachaise parigino (col suo bel Jim Morrison); il Cedar Hill nei pressi di New York (dove riposano Eric Carr, batterista dei Kiss, e le sue bacchette); il cimitero di Scipione Castello (in provincia di Parma, dove giace Demetrio Stratos); il Westwood Village Memorial Park di Los Angeles (con Frank Zappa in una tomba anonima); il Greenwood Memorial Park di Renton, a sud di Seattle, dove è sepolto Jimi Hendrix contro la sua volontà; il mortorio di Forest Hill dove stava Elvis Presley prima che alcuni tombaroli cercassero di rubarne la salma, poi trasferita a Graceland.

Il catalogo è lungo, e va dai metallari norvegesi ai chitarristi del punk britannico, dai performer americani ai bassisti di incerti natali; e poi, Ramones, Allman Brothers, Stooges, Deep Purple, Led Zeppelin, Linkin Park e Soundgarden, gruppi accomunati da un tragico destino, ovvero dal suicidio (correlato) dei due amici e frontmen: Chester Bennington e Chris Cornell.

Spesso a vite rocambolesche sono seguite morti violente, al netto di overdose e suicidi: Johnny Thunders, ad esempio, fu ucciso con un’iniezione di eroina avvelenata da due passanti drogati. Il chitarrista dei Pantera, “Dimebag” Darrell Lance Abbott, venne freddato sul palco da un fanatico l’8 dicembre 2004, nello stesso giorno (ma 24 anni dopo) in cui morì John Lennon, le cui ceneri – verosimilmente – sono state disperse da Yoko Ono a Central Park. Il “terrorista del Rock’n’Roll” (così recita la lapide) Kevin Michael “GG” Allin si fece seppellire con indosso solo una giacca di pelle: il cadavere non fu nemmeno lavato, mentre Cliff Burton, il bassista dei Metallica, si schiantò in Svezia in un incidente dalle circostanze poco chiare, il cui dossier andò stranamente perduto.

Non sempre la meta dell’escursione tombarola è un cimitero: spesso la memoria del rocker è custodita in luoghi profani, come hotel, case, stanze di cordoglio o targhe commemorative sparse per strade e campagne: a ricordo di Clive Burr, quarto batterista degli Iron Maiden, è stato piantato un tiglio a Londra, all’incrocio tra Spratt Hall Road e Woodbine Place, con il cartiglio “Picchia duro”. Anche Freddie Mercury morì nella city, eppure le sue ceneri furono ritirate da Mary Austin (la prima fidanzata), che le conservò per oltre due decenni, fino a che non comparvero una targa funebre nel cimitero londinese di Kensal Green e una statua celebrativa a Montreux, in Svizzera. Misteriosa sorte ebbero anche altri divi cremati: Courtney Love, vedova di Kurt Cobain, prima denunciò il furto delle ceneri del marito (custodite in una borsa a forma di orsetto rosa!), poi ritrattò sdegnata. George Harrison – o meglio quel che di lui restava – fu disperso nel Gange vicino a Varanasi, mentre Janis Joplin fu “sparsa” nell’Oceano Pacifico.

Massimo riserbo, infine, per le urne di David Bowie e Lou Reed, entrambi cremati e sepolti dalle rispettive famiglie in luoghi segreti, con buona pace dei pellegrini del rock and roll.

La mamma di Sissi e la saga infinita delle amanti di Hitler

Oltre a Eva Braun, alla nipote Geli Raubal (entrambe si sono tolte la vita) e all’aristocratica britannica Unity Mitford (che ha provato a suicidarsi sparandosi alla tempia), ecco un’altra amante del Führer. Si tratterebbe dell’attrice Magda Schneider, madre di Romy, la “Principessa Sissi” del cinema. A rivelarlo la stessa Romy in una intervista di 40 anni fa con la giornalista e scrittrice Alice Schwarzer, riproposta ora in un documentario , Una serata con Romy, che la rete Arte metterà in onda il prossimo 16 settembre. Il fatto è ricordato nelle registrazioni integrali della conversazione avvenuta nel dicembre del 1976 in francese, più volte interrotte su richiesta dell’attrice. Magda Schneider si sarebbe vantata dei legami con i gerarchi del nazionalsocialismo. “Mia madre aveva una relazione con Hitler”, spiega Romy Schneider. La Schwarzer ritiene improbabile che fosse anche sessuale, ma sembra essere certa che i due intrattenessero rapporti. Se non altro perché Magda Schneider andò a trovare il Führer almeno una volta nella residenza estiva sulle montagne bavaresi vicino al confine con l’Austria. Hitler aveva già trovato nella ex ballerina e attrice Leni Riefenstahl la “regista del nazismo”.

È la compagna di McGowan la spia: “Ho svelato gli sms”

“Ora che le è costato il lavoro, un po’ mi sento in colpa per averla tradita, ma lo rifarei. Deve prevalere la giustizia”. Rain Dove, compagna di Rose McGowan – altro volto di #MeToo e grande amica di Asia Argento – commenta così la confessione avvenuta via Twitter. “Non ne potevo più di vedere la mia compagna accusata di aver tradito la fiducia di Asia. Sono stata io”. Sarebbe stata lei dunque a girare alla polizia lo scambio di messaggi, pubblicati da Tmz in cui l’attrice italiana confessa di aver fatto sesso con Jimmy Bennett quando era ancora minorenne. “Ha iniziato lei la conversazione – ha scritto su Twitter Dove – chiedendo il mio aiuto e dichiarandosi innocente”. Ma, spiega la modella, “non appena ho capito che le prove della sua innocenza non esistevano, l’ho portata alla confessione”. Rain si dice pentita umanamente del gesto, “ma – scrive – la giustizia deve prevalere” e nega di aver consegnato i messaggi anche al sito scandalistico. Anzi, annuncia azioni legali contro chi li ha diffusi. Salvo pubblicarne un ultimo: quello di Argento che la accusa di essere “un mostro”.

Vita da giudici. Paga, gettoni e fama: sono loro a vincere

“Fare il giudice è una figata!”: chi lavora negli studi e frequenta il magico mondo dei talent non ha dubbi. Ricchi cachet, visibilità sconfinata, tanto divertimento: non c’è niente di meglio che entrare nel giro di esperti che coi loro severissimi voti animano da qualche anno le prime serate della tv italiana. Da X-Factor ad Amici, passando per Masterchef , ma senza snobbare i meno quotati The Voice o Tú sì que vales: i giudici dei talent show sono i veri opinion leader dell’epoca contemporanea.

Seduti in poltrona dietro la scrivania, emettono sentenze su canzoni, balletti o piatti prelibati: messa così, la vita dei giudici non è male. In realtà, dietro c’è un impegno maggiore, che nei programmi più strutturati come X-Factor e Amici prevede almeno due sessioni con gli allievi a settimana, oltre alle ore di trasmissione. Ciascuno lo interpreta a suo modo: chi attenendosi al minimo sindacale previsto dal contratto, chi rimanendo al lavoro fino a notte fonda (negli studi Mediaset ancora ricordano le sedute interminabili con la “stakanovista” Elisa).

È un lavoro vero (o quasi). E ben pagato: i giudici guadagnano tanto. Quanto è difficile dirlo con precisione: Sky, per esempio, non ha mai rivelato i compensi dei suoi artisti, e loro sono quelli che spendono di più. Dipende da vari fattori, ma soprattutto dal personaggio: ormai sono come i calciatori, ognuno ha la sua quotazione. Il Cristiano Ronaldo dei giudici, al giorno d’oggi, probabilmente è Fedez: cantante famoso, marito della fashion blogger Chiara Ferragni, porta in dote milioni di follower e ascolti da capogiro. Per i più richiesti si parla di circa 5 mila euro a puntata: più alti i gettoni di X-Factor, la cui durata è concentrata, spalmati invece quelli di Amici, che copre tutta la stagione. Lo stesso si può dire per i cuochi di Masterchef: Cracco e compagni sono divinità dell’alta cucina, e come tali vengono trattati anche in tv. Le cifre invece si abbassano in Rai e negli altri spettacoli della tv generalista, dove l’impegno richiesto è minore, e anche la popolarità dei protagonisti. Ma è pur sempre una bella occasione, che apre una porta e spalanca mille portoni.

Il cachet, infatti, è l’ultimo dei motivi per cui fare il giudice di talent è diventato il mestiere più ambito della tv: la vera ragione è la visibilità e ciò che ne deriva. Pubblicità, comparsate, contratti: quel ruolo garantisce una nuova vita a chi lo ricopre. È la consacrazione per artisti in rampa di lancio o l’occasione di rinascita per vecchie glorie un po’ dimenticate. La storia recente è piena di casi di successo: The Voice ha rispolverato grandi nomi della musica italiana, come Riccardo Cocciante o Piero Pelù; Amici è stata l’occasione per Fabrizio Moro o Paola Turci di rilanciare la loro carriera, con picchi di popolarità mai raggiunti forse neanche negli anni d’oro; per lo stesso Fedez la partecipazione a X-Factor è stato un tassello fondamentale per la costruzione della sua icona social.

Basta una buona stagione in un talent e cambia tutto: i cantanti riempiono gli stadi, attori e presentatori tornano in prima serata. Per tutti arrivano offerte di sponsor, presenze in programmi e locali sempre ben pagate (e sono altri soldi). Per non parlare dei professionisti, come cuochi o ballerini: con la celebrità televisiva, il fatturato dei loro ristoranti o scuole di danze si moltiplica.

Perché stupirsi, dunque, che ci sia la fila per diventare giudice. Gli artisti un po’ fuori dal giro sono quelli che ci tengono di più, ma oggi non c’è vip, cantante o attore a cui non piacerebbe farlo: “E più ne parlano male, più si propongono”, raccontano da dietro le quinte. Pare che a Mediaset siano arrivate oltre venti auto-candidature per la nuova edizione di Amici. Qualcuno rilascia un’intervista in cui si dichiara pubblicamente disponibile, altri chiamano direttamente il produttore, i soliti attivissimi agenti provano a piazzare a destra e a manca i cavalli della loro scuderia.

La scelta, però, è delicatissima: dalla figura dei giudici dipende gran parte della riuscita della trasmissione, dove i concorrenti sono poco più che comparse. Serve il giusto equilibrio tra giovani e vecchi, novità e continuità, grandi nomi e personaggi più di nicchia. X-Factor, ad esempio, per la prossima stagione sperava di aver trovato la quadra confermando Fedez, Mara Maionchi e Manuel Agnelli, e sostituendo la deludente Levante (non tutte le ciambelle riescono col buco: da Skin a Victoria Cabello, la storia è piena anche di flop) con Asia Argento. L’attrice, però, pare sul punto di essere esclusa dalla produzione, in seguito alle denunce di Jimmy Bennett. Con le riprese estive già realizzate per Sky sarà un bel problema sostituirla. E per lei una brutta botta rinunciare alla fantastica vita da giudice.

Agente 007, operazione felino: fallita anche alla Cia

Se avete timore di essere intercettati in casa dalle cimici guardatevi soprattutto da quelle vere. Pare infatti che i servizi segreti di alcune parti del mondo siano riusciti a impiantare micro-trasmettitori in insetti di vario tipo con – sembra – un certo successo. Consigliabile dunque avere un insetticida sempre a portata di mano.

Nessun problema invece se un gatto sta tranquillamente seduto sul divano accanto a voi. Risulta infatti da documenti recentemente declassificati che la CIA mise a punto in anni imprecisati l’“Operation Acoustic Kitty”. Scienziati in laboratori, immaginiamo simili a quelli che costruiscono gli strumenti del mestiere di James Bond, hanno inserito nell’orecchio di un gatto un microfono e un’antenna nascosta nel pelo del collo.

La prima operazione del gatto-spia consisteva nell’avvicinarsi a una panchina di un parco per intercettare la conversazione tra due persone. Purtroppo l’operazione non ebbe un esito molto fortunato: la CIA non poté sentire alcunché dal momento che il gatto scappò e fu investito da una macchina.

Il memo interno mostra che l’operazione “Acoustic Kitty” fu abbandonata poiché, come tutto noi già sapevamo, i gatti non sono affatto addomesticabili. I topi lo sarebbero molto di più. Ma dal momento che ognuno di noi se ne tiene alla larga non sarebbe una buona idea utilizzarli per operazioni di intelligence.

“Premi tre pulsanti e resetta la fidanzata”, parola di love coach

È tutta una questione di pulsanti, con la lavatrice come con la fidanzata: basta schiacciare quello giusto e – tac – l’elettrodomestico, o l’elettrica (compagna) domestica, riprende a funzionare. Questo, almeno, è quanto promette Andrea D’Amico, “love coach professionista, esperto di antropologia e tecniche evolute di seduzione, autore del best-seller Riprenditela e ideatore del metodo definitivo dei Tre pulsanti”, così si presenta in video – mettendoci “la faccia” – sul suo portale Riprenditela.it.

A differenza della stragrande maggioranza di siti per cuori infranti, Riprenditela.it ha pretese di scientificità, pieno zeppo com’è di numeri, cifre, dati, percentuali, statistiche: “È da più di 5 anni che aiuto i ragazzi a riprendersi la donna della loro vita”, si pavoneggia il guru, snocciolando “più di 683 casi di successo”, ovvero “oltre l’87,6% di possibilità”, non una di più, non una di meno. Il suo pacchetto di riconquista – Riprenditela® (marchio registrato!) – consta di un libro (in pdf) e una sessione privata (via Skype) alla modica cifra di 297 euro, non uno di più, non uno di meno. Ma ci sono possibilità di sconto – 97 euro, non uno di più, non uno di meno – e la garanzia “soddisfatti o rimborsati in 30 giorni”.

Altra risparmiosa notizia è che le prime tre video-lezioni – su “gli errori fatali da non commettere, i tentativi a vuoto e la strategia vincente” – sono gratuite. Ma in cosa consiste questo “metodo definitivo, il più stimato in Italia?”. Innanzitutto nella manipolazione “per riprogrammare le sue (della ex, ndr) emozioni: tre pulsanti che una volta attivati funzionano sempre perché agiscono a un livello profondo, inconscio, dove la sua parte razionale non può arrivare”. Uno degli aspetti più inquietanti, neppure vagamente censurato, è il sotterfugio alla base del sedicente metodo, che insegna (o dovrebbe insegnare) a “spiare nella mente altrui” e a “diventarne padroni dei meccanismi segreti, e quindi delle sue emozioni e scelte”.

Il “protocollo d’azione” non si fonda, tuttavia, sulla psicologia, ma sulla “strategia: usare la logica con lei non porta da nessuna parte. Ricordi l’esperimento del cane di Pavlov? Quello che devi fare è agire sulle leve emozionali della tua ragazza, capire quali sono e usarle per giocartele a tuo favore”. Insomma, le ex, oltre a difettare di capacità logico-analitiche, rispondono a istinti canini; tuttavia, attivando i loro tre pulsanti – che, come il punto G, non si sa bene dove siano – possono essere aggiustate: solo una volta resettate, infatti, torneranno a scodinzolare felici ai piedi del loro innamorato.

Inutile scomodare il sessismo, la reificazione, il raggiro: sarebbe dare troppo credito al guru dei sentimenti. Neanche un neuroscienzato, un algoritmo o la mamma potranno mai sapere “come funzionano le emozioni nel cervello femminile, e come condizionare le sue scelte”. Ma qui – nelle “sue” scelte – casca l’asino, che, come il diavolo, si nasconde nella grammatica. Attenzione al reiterato uso dei possessivi: il coach non parla mai di una ragazza, ma della “tua” ragazza, o della “sua”, o della “mia”, di una donna – cioè – che ha sempre e comunque un proprietario, se non un padrone. E il padrone, si sa, è privo di pulsanti: se si inceppa, si può solo buttarlo.