Berto filava la giovane Carla senza neppure sfiorarla

I ragazzini giocavano da più di un’ora, e pareva che non fossero mai stanchi. Il maschio aveva una racchettona dalle corde allentate, eredità di qualche fratello maggiore; ribatteva con forza colpo dopo colpo le palline che la compagna tirava. Si trovavano su un campo da football scalcinato, tutto sassi ed erbacce, dove avevano tracciato sommariamente, col gesso, linee che riproducevano le dimensioni di un campo da tennis. Spesso una palla a campanile andava a finire sui mucchi di carbone della ferrovia, o nelle siepi dall’altra parte del campo, e il gioco si interrompeva per le ricerche che andavano sempre per le lunghe.

“Carla, spara più forte”, gridò a un certo punto il ragazzo all’amica. “Spara più forte che io sono Pietrangeli”. Un ciuffo di capelli neri gli spioveva sulla fronte, e il corpo magro si agitava nello sforzo ogni volta che doveva aggredire la palla. Carla giocava con molta più calma e con una certa classe. Non badava alle parole dell’altro, concentrata a seguire i rimbalzi irregolari della pallina tra i sassi.

“Basta, Berto, non ce la faccio più, davvero”. Parlava con una curiosa inflessione manierata, alternando i toni alti ai sussurri, resa buffa dalla marcata cadenza milanese, presa dalla madre. Gli occhi di un azzurro metallico le davano un’aria da adulta in contrasto col corpo di tredicenne. Si sedettero infine su una panchina ai bordi del campo, il Monte Bianco proprio di fronte, con una nuvoletta a forma di sopracciglio sulla cima. La nuvola si spostava con lentezza; sembrava indecisa a staccarsi dal bordo della montagna.

“Sabato compio quattordici anni; cosa mi regali?”, domandò il ragazzino passando il braccio intorno alla spalla dell’amica.

“Un bel niente”, disse Carla ridendo, ma il riso aveva qualcosa di sforzato.

“Ma tu avevi detto…”.

“Ecco, adesso ho cambiato idea, poi i soldi che mi ha dato il papà l’ultima volta li ho già spesi. E invece, perché non chiedi a quella là se ti regala qualcosa”.

“Quella là” era un’altra ragazzetta, molto bionda, che arrivava saltellando tra i sassi del sentiero.

“Sì, lei certo ti farà una sorpresa”, disse Carla visibilmente contrariata. “Ha due anni più di me e ha più soldi”. La biondina era arrivata e si era messa dalla parte dell’amico. Non aveva detto ancora una parola, e si trastullava con una ciocca dei capelli finissimi, che portava lunghi sulle spalle. Aveva occhi verdi da gatta.

“Dani, quando ripartite?”, domandò Carla guardandola in faccia col suo sguardo severo da grande.

“Mah, forse fra tre giorni o magari di più. La mamma dice che possiamo stare fino a quando ne ho voglia. Ma a me qui non piace, e se non ci fosse di mezzo il compleanno di Berto me ne sarei già andata al mare”.

“Io al mare non ci sono mai stata”, disse Carla.

“Ah, è bellissimo, ci si diverte da matti. Si sta tutto il giorno in spiaggia, si fa il bagno, c’è anche la piscina con il trampolino per i tuffi; poi la sera esci a prendere il gelato e a ballare, se i genitori non rompono. Forse prima o poi i tuoi ti ci porteranno”.

Carla scrollava la testa guardando Berto che con un bastoncino disegnava omini sparuti sulla terra.

“No, non voglio andare al mare perché Berto non può venire con noi. Il mare gli fa male, di notte non dorme. Colpa dello iodio, pare”.

“Ma a me piacerebbe”, disse il ragazzino. “L’ultima volta ho quasi imparato a nuotare. Poi, adesso che ho quattordici anni, qualche volta potrei anche star fuori di sera e trovare qualcuno che mi insegni a ballare”.

“Oh, allora l’anno venturo non ci vedremo, io torno qui e tu vai al mare con lei”. Carla si allontanò dalla panchina con un’occhiata furiosa, pigliando il sentiero che portava verso casa senza voltarsi. Aveva lasciato per terra la racchetta e il maglione indossato prima della partita. Berto li raccolse e li mise nella sua borsa da tennis. “Ecco”, disse all’amica, “ogni giorno succedono scene del genere, da quando sei arrivata tu”.

Dani non lo ascoltava: distesa sulla panchina cantava a bassa voce, guardando le nuvole che cominciavano ad addensarsi dalla parte dello Chécrouit.

Il ping-pong in giardino era il centro d’attrazione dei ragazzi dell’albergo, ma alla fine di agosto si poteva giocare per ore senza che nessuno reclamasse i propri diritti. Il sistema per proseguire anche dopo cena era quello di disporre qualche lampada a pila nei punti strategici intorno al tavolo. Le partite, forse, erano diventate un po’ monotone; da quando Dani era partita e i ragazzi più grandi avevano scoperto una tavernetta dove si ballava per pochi soldi, gli incontri si limitavano al singolare tra Carla e Berto. Ma anche questi stavano per finire: le serate diventavano sempre più fredde. “L’aria di ghiacciaio”, commentava il padre di Carla. “Il settembre in montagna è stupendo, ma bisogna cominciare a vestirsi come d’autunno a Milano. Già, occorrerà pensare anche al ritorno”.

Forse quella sera non sarebbero usciti in giardino, se la mamma di Berto non li avesse espressamente invitati a non star “sempre lì col muso lungo, come se non vi possiate più vedere. Non vorrà mica dire che avete litigato? Non ci posso credere. E perché, poi?”.

Uscirono: Berto con la giacca a vento sopra il maglione; e le nuove racchette che Dani gli aveva regalato prima di partire. Carla ancora coi sandali e senza calze, i grandi piedi da ragazzo, tanto in contrasto con la delicatezza del volto, scuriti dai due mesi di montagna. Giocava con la sua vecchia racchetta respingendo le palline con pochissimo impegno.

Non ci misero molto a stancarsi e si sedettero sul gradino più basso dell’entrata di servizio. Li sfiorava appena la luce della cucina, dove andavano e venivano le ombre della cuoca e della sguattera che stavano rigovernando. In silenzio: la prima a parlare fu Carla: “E adesso ti annoi, no? Dillo!”.

Berto taceva a occhi bassi, tirando sassolini contro il pino più alto. “Ora non c’è più Dani”, proseguì Carla con voce monotona, come se parlasse a se stessa o recitasse a memoria una brutta poesia. “Però lei ha le gambe grosse e le caviglie che sembrano salsicce. Alla sua età sarò molto più bella”. Carla aveva lunghe gambe snelle e molto abbronzate, e una faccia da nobildonna del Pisanello, aveva commentato una volta la sorella maggiore di Berto alle prese con un libro di scuola di storia dell’arte. Un giorno avrebbe fatto strage di uomini, aveva aggiunto, e il fratello l’aveva fulminata con gli occhi.

“Però, Carla”, disse Berto, “l’estate prossima veniamo ancora in montagna e ci divertiamo un sacco, vedrai”.

“Qui non ci voglio più venire”, mormorò Carla. “Fra una settimana vado a Erba da mia cugina; lì c’è un mucchio di gente simpatica, tanti ragazzi che hanno le ville col tennis”. E, alzando all’improvviso la voce: “Altro che le partite sul campo di calcio. A Erba il settembre passa in un attimo”.

“Io magari ti vengo a trovare, se vuoi”, disse Berto, “potrei arrivare in bici”. Se ne pentì subito, lei non gli dava più ascolto: Carla guardava da un’altra parte, forse verso la montagna, dove si agitavano i puntini bianchi dei rifugi, vicino alle stelle, o non guardava da nessuna parte, e non le importava più niente di nessuno, anche se avrebbe voluto pestare i piedi per terra e piangere e farsi consolare. Berto si alzò allontanandosi in silenzio nel giardino. Solo l’estate dopo, senza di lei, avrebbe capito tutto, e pensato con disperazione al bacio che non c’era stato, ma, come al solito, sarebbe stato troppo tardi.

 

Trump non sarà ai funerali del senatore “nemico”

Donald Trump non parteciperà ai funerali del senatore John McCain a Washington nel fine settimana. Lo ha annunciato Rick Davis, un portavoce di McCain. “Il presidente non assisterà, da quello che sappiamo, ai funerali”, ha dichiarato in una conferenza stampa in Arizona. Prima di morire, McCain aveva fatto sapere che non voleva alle sue esequie il tycoon, di cui era un fiero avversario. L’ex soldato in Vietnam ha anche lasciato una lettera testamento in cui scrive: “Non disperate delle nostri difficoltà attuali ma credete sempre nella promessa e nella grandezza dell’America, perché nulla è inevitabile qui”. “Non dobbiamo confondere il patriottismo con le rivalità tribali che seminano odio”. “Gli americani non mollano mai. Non ci arrendiamo mai. Non ci nascondiamo alla storia. Noi facciamo la storia”, chiude esprimendo la sua profonda gratitudine e il suo amore per il Paese, riflettendo sul privilegio di servire il Paese e affermando di aver tentato di farlo in modo onorevole.

Rohingya, un massacro sotto gli occhi del Nobel per la Pace

I vertici dell’esercito birmano devono essere processati per genocidio e crimini di guerra contro la minoranza musulmana dei Rohingya, denuncia il rapporto della missione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, creata nel marzo 2017.

A un anno dalle agghiaccianti immagini di donne, bambini e vecchi derelitti in fuga dalle violenze dei soldati e dei nazionalisti buddisti, l’Onu non solo ritiene che ci siano prove per dimostrare che i militari hanno deportato civili inermi, ma abbiano pianificato e perpetrato un genocidio per questioni etnico-religiose. Ovvero i più infamanti crimini di guerra, commessi peraltro sotto gli occhi di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e fino a 8 anni fa leader della resistenza birmana dalla casa-prigione dove era stata confinata per 15 anni, su ordine della giunta militare allora al governo del Paese.

Secondo il rapporto della missione d’inchiesta indipendente dell’Onu, sul Myanmar, l’attuale consigliera di Stato e ministro degli Esteri “non ha usato la propria posizione di capo del governo de facto, né la propria autorità morale, per arginare o impedire gli eventi in corso nello Stato di Rakhine”.

Nonostante gli investigatori delle Nazioni Unite siano consci che “le autorità civili birmane – si legge nel documento – avessero poco margine, attraverso le proprie azioni e omissioni hanno contribuito alla realizzazione di crimini atroci”.

L’ambiguità di The Lady

Se è vero che l’ambigua The Lady era ed è senza ombra di dubbio in una posizione difficile, dato che la Costituzione assegna tre ministeri ai generali dell’esercito, è altrettanto acclarato che li ha appoggiati. Del resto mettersi contro il generale Min Aung Hlaing, il comandante in pectore delle forze armate non è affare da poco ed è, ovviamente, molto rischioso. Hlaing inoltre gode di grande popolarità da parte della maggioranza dei birmani per il suo passato di strenuo oppressore di tutte le minoranze etniche che compongono il puzzle demografico del Paese e che per anni hanno combattuto contro lo Stato centrale.

Con le elezioni del 2015 sembrava che le cose potessero cambiare, che Aung San Suu Kyi potesse provare a limitare il potere dell’esercito e imporre, col tempo, un governo senza più divise. Ma non è andata così, soprattutto per la determinazione del comandante sessantenne, diventato capo dell’esercito nel 2011. Colui che due anni prima aveva guidato le operazioni militari nel Myanmar occidentale contro due minoranze etniche, gli Shan al confine con la Thailandia e i Kokang al confine con la Cina: decine di migliaia di persone furono costrette a lasciare le loro case e a superare il confine, e l’esercito fu accusato di uccisioni, stupri e incendi sistematici, le stesse violenze usate negli ultimi mesi contro i Rohingya nel nord del Rakhine, Stato occidentale del Myanmar.

Hlaing così come The Lady continua a sostenere che i Rohingya siano di origini bengalesi, ossia provengano dal confinante Bangladesh.

Un modo per giustificare decenni di persecuzioni ed emarginazione. Prima di diventare l’uomo più potente del Myanmar, Min Aung Hlaing aveva studiato Legge in attesa di superare l’esame di ammissione alla più prestigiosa accademia militare birmana che lo respinse per ben tre volte. Il New York Times lo ha descritto così : “Era conosciuto per il suo sorriso, ma la sua attitudine a far ricadere le proprie colpe sugli altri gli procurò molti nemici”.

La strategia dei “quattro tagli”

Anche i colleghi d’accademia non lo amavano perché sembra avesse il vezzo di bullizzare i nuovi arrivati. Quando nel 1977 divenne ufficiale di fanteria iniziò a mettere a punto la strategia dei cosiddetti “quattro tagli” contro le riottose minoranze: isolare i ribelli dai civili interrompendo i rifornimenti di cibo, di soldi, la trasmissione di informazioni e il sostegno popolare.

A volerlo nominare a tutti i costi comandante dell’esercito fu il suo predecessore, il generale Than Shwe perché lo riteneva leale al punto che, in cambio della massima promozione, avrebbe evitato di metterlo ai ceppi per le brutalità commesse durante il mandato e per la fortuna accumulata in servizio, accaparrandosi i proventi della vendita di pietre preziose e legname di cui il paese è ricchissimo.

Secondo la Costituzione del 2008 all’esercito è garantito anche un quarto dei seggi nel Parlamento birmano, così da permettergli di porre il veto a riforme sgradite; la nomina di tre ministri importanti; il comando della polizia e delle guardie di frontiera e il controllo di ampi settori dell’economia. I militari continuano inoltre ad avere enorme potere nella gestione delle terre, che in Myanmar sono per lo più di proprietà del governo. Finora al Comandante era andato dunque tutto liscio, e non è detto che il trend positivo si interrompa a causa delle accuse dell’Onu. Anzi, la popolazione potrebbe al contrario sostenerlo maggiormente per ‘spirito di patria’ e nominarlo capo dello Stato nelle elezioni del 2020. Carica a cui aspira senza nascondersi.

I turisti (non per caso) del furto con scasso

I giornali inglesi li hanno già ribattezzati “i turisti del furto con scasso”.

Svaligiano dimore lussuose nelle aree residenziali più ricche del Regno Unito – Kent, Hertfordshire, Surrey – dove spesso preferiscono vivere i ricchi professionisti che lavorano a Londra. Ed è lì, fra campi di golf, curatissimi giardini e ville milionarie, che portano a segno i loro colpi: gioielli, quadri, oggetti preziosi per centinaia di migliaia di sterline. Ma, lo rivela un’inchiesta del Times, non sono Robin Hood britannici: sono membri di gang latino-americane altamente specializzati in questo tipo di furti.

Negli ultimi due anni, Scotland Yard ha arrestato 75 cittadini cileni responsabili di almeno duecento furti con scasso, ma non ha ancora trovato la testa dell’organizzazione criminale nel Paese: finora gli arrestati si sono tutti, e subito, dichiarati colpevoli, ma hanno preferito andare in carcere, scegliendo la deportazione proprio in Cile, piuttosto che “parlare”.

Gli investigatori hanno ricostruito la “catena di montaggio”: i ladri arrivano ogni due settimane e prendono contatto con una base logistica nel sud di Londra, che mette da parte i loro documenti, fornisce auto e carte telefoniche sicure e li indirizza verso le proprietà già individuate come obiettivi ‘facili’, magari perché senza sistema di allarme o perché i proprietari sono assenti. Una volta fatto il colpo, la refurtiva viene rispedita, almeno in parte, in Sudamerica, dove se ne perdono le tracce.

È una storia che sembra scritta per rinfocolare i sentimenti anti-immigrazione prevalenti proprio nel countryside, nelle zone ricche attorno alle grandi città dove ha vinto la Brexit. I cittadini della maggior parte dei Paesi latinoamericani, compreso il Cile, possono infatti entrare in territorio britannico con semplici visti turistici, per periodi fino a tre mesi. E le gang ne approfittano per far entrare manovalanza criminale.

È la nuova frontiera della criminalità organizzata sudamericana, che secondo la polizia cilena avrebbe identificato certe aree come “vulnerabili a questo tipo di crimini”, cioè ricche e poco protette, come appunto i ricchi sobborghi extraurbani del Regno Unito ma anche di Spagna, Canada e Stati Uniti.

È un sistema ben oliato, con complicità anche fra le forze dell’ordine, almeno in Cile: a Santiago è emerso che alcuni funzionari di polizia venivano pagati per ripulire la fedina penale di pregiudicati che facevano richiesta di visto per gli Usa, dove i controlli sono più rigorosi.

The Donald continua a fare il bullo con McCain, anche se non c’è più

No a una dichiarazione ufficiale della Casa Bianca che parlava del senatore John McCain appena scomparso come di un “eroe”; il Washington Post grazie ai suoi contatti ha pubblicato la notizia che il presidente degli Stati Uniti ha preferito scrivere un tweet “Il mio più profondo affetto alla famiglia del senatore John McCain. I nostri cuori e le nostre preghiere sono con voi!”. Secondo il quotidiano, a fare la proposta del comunicato ufficiale erano stati la portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders e il capo di Gabinetto John F. Kelly. Altro “dispetto”: la bandiera Usa è tornata in cima all’asta della Casa Bianca a meno di 48 ore dopo la morte di McCain. Il canale Abc ha evidenziato un fatto insolito, la bandiera era tornata nella sua posizione ordinaria già nella tarda serata di domenica. In Russia molti i commenti positivi sula scomparsa del repubblicano: “McCain era diventato il simbolo principale della russofobia” negli Stati Uniti, secondo la tv pubblica Rossiya 1. Il funerale del senatore si terrà sabato alla National Cathedral di Washington.

Trump è pro armi ma l’industria segna rosso fisso

Nell’America del presidente più ‘pro armi’ dai tempi di Reagan, si spara a gogò, ma le vendite, invece, vanno calando. I produttori, i cui conti prosperavano sotto Obama, lo chiamano il “crollo di Trump”: più il presidente difende il Secondo emendamento della Costituzione, quello su cui si fonda la libertà di acquistare e di portare armi, meno armi la gente compra.

Ora, poi, Trump ha addirittura provveduto a blindare per vent’anni, e forse più, una maggioranza della Corte Suprema a tutela del Secondo Emendamento, con la scelta di due giudici cinquantenni e ‘pro armi’: Brett Kavanaugh, deve essere ancora confermato, ma la sua designazione, avallata pure da John McCain, non è a rischio. Così, i produttori di armi piangono sui bilanci, mentre a Jacksonville, in Florida, si fa il bilancio dell’ennesima sparatoria, a opera di un bianco di 24 anni, David Katz, di Baltimora, armato ‘solo’ di una pistola semi-automatica e frustrato per avere perso a un torneo di videogiochi: tre i morti, fra cui Katz, che si sarebbe suicidato, e una dozzina i feriti.

L’industria delle armi conta il calo dei profitti. L’American Outdoor Brand Corporation, l’ex Smith&Wesson che s’è ‘rifatta il look’ e s’è data un nome che evoca salutari passeggiate all’aria aperta, ha registrato una diminuzione delle vendite su base annua del 32,8%, da 903,2 a 606,9 milioni di dollari; e, limitatamente alle armi, il calo è di oltre il 40%.

Una conferma, non una sorpresa: da quando Trump è alla Casa Bianca, gli americani non hanno più fretta di aumentare o ammodernare i loro arsenali, perché sono certi di poterlo fare quando vogliono, senza l’ansia che un presidente ‘liberal’ come Obama s’inventi qualche misura restrittiva o ordini controlli più accurati, per evitare che armi letali siano legalmente vendute a criminali o mezzi matti.

Nell’era Obama, a ogni strage era una corsa agli scaffali ben forniti dei grandi magazzini e nelle armerie. Adesso, la strage di Las Vegas, 11 mesi or sono, la più grave mai avvenuta – 58 morti e quasi 500 feriti –, o le sparatorie in classe (l’ultima a febbraio nel liceo di Parkland, ancora in Florida), con 17 vittime e decine di feriti, ad opera di un ragazzo mentalmente disturbato che non doveva potersi procurare un’arma – non hanno più alimentato corse agli acquisti. Nonostante dopo Parkland si sia sviluppato un movimento giovanile che ha percorso l’America per settimane, fino alla March for our Lives a Washington, Trump non ha mosso un dito e il Congresso neppure.

I dati dell’American Outdoor Brand Corporation sono negativi ma le reazioni in borsa sono state positive, perché l’azienda, i cui profitti sono crollati del 90% nell’ultimo anno, da 32 a 3,2 milioni di dollari, sta reagendo: forti promozioni per svuotare i magazzini dei prodotti invenduti e riduzioni della produzione di armi, così che, a fine anno, i profitti dovrebbero risalire.

E, poi, mal comune mezzo gaudio: anche Sturm Ruger, il maggiore produttore di armi americano, accusa un calo degli incassi del 35%. E la Remington, il più antico produttore di armi americano, sta facendo ricorso a una forma di bancarotta controllata prevista dalle norme Usa per liberarsi d’una parte consistente del suo debito di 950 milioni di dollari e per ristrutturare.

La sparatoria di Jacksonville, domenica sera, è avvenuta quando s’era da poco concluso il torneo di Madden 19, un videogioco dedicato al football americano, al GLHF Game Bar, nella zona di Jacksonville Landing, un’area popolare dove si tengono concerti ed eventi, sempre affollata e densa di negozi e ristoranti. Il presidente Trump, informato dell’accaduto mentre giocava a golf, ha offerto al governatore Rick Scott risorse federali, ma non ce n’è stato bisogno: il suicidio di Katz ha subito chiuso il caso.

Luciano Nobili, il turbo-renziano senza biografia

Non lo avrete notato, ed è normale perché non ce n’era motivo, ma un nuovo eroe contemporaneo sta esaltando le masse. Pascola nei palinsesti mattutini di La7. Comicamente rubizzo sulle gote, onusto di boria nonché fieramente munito di sgargiante pappagorgia garrula, le plebi italiche stanno imparando ad amare il rutilante Luciano Nobili. Deputato Pd, orgogliosamente privo di talento politico e anche per questo turborenziano. Lucky Nobili è un ultrà fuori tempo massimo della Diversamente Lince di Rignano. Presidia con ardimento e tempra il fortino renziano, quando ormai lì dentro son rimasti in tre o quattro. Giusto una Paita qualsiasi o un Bonifazi avanzato a qualcuno. Telegenico come un battipanni rotto, quando parla sfodera una vocina flebile da Sora Lella che non ce l’ha fatta. Idolo vero. Un po’ Stefano Esposito e un po’ cinghiale incazzoso, Lucky Nobili è il nuovo hooligan del pensiero labile renziano. Twitta a manetta, con prosa invero assai guerreggiante.

Il tweet di cui va più fiero, al punto da averlo fissato in alto come una carta d’identità stinta, suona così: “E quindi abbiamo scoperto che #Autostrade non ha dato un euro al @pdnetwork e invece ha finanziato la #Lega di #Salvini. E che #Conte prima di fare il premier fantasma era a libro paga del consorzio Autostrade. La giornata degli sciacalli, insomma, finisce con una figura di merda”. La ritiene la sua cosa migliore: figuriamoci le altre.

A La7, una volta, ha parlato dei suoi “amici cervelli in fuga in Inghilterra”. Ci teneva a far sapere a tutti, sin dall’inizio, che lui con fughe e cervelli non c’entra granché. Rivolgendosi a Di Maio: “Anche il tuo complice #Salvini, l’uomo insieme al quale hai preso in ostaggio 150 vite umane provando a usarle come scudi umani per minacciare l’Europa e ricevendo in cambio porte in faccia, è indagato. A lui quanti minuti dai per dimettersi, pagliaccio?”. Ritwittando la trotzkista Anna Ascani: “Non li commento più i vostri retroscena idioti. Non le assecondo più le vostre armi di distrazione di massa. Adesso basta. Finitela di giocare ai cattivi sulla pelle di 150 persone. Stronzi”. Mantenendo i toni bassi: “Donne e uomini come scudi umani, minori rilasciati solo di fronte alla pressione di mezza Italia, un Paese fondatore dell’Europa che si comporta come uno Stato canaglia. #Salvini e #DiMaio sono solo due vigliacchi che mettono a rischio vite umane per nascondere il loro fallimento”. Per capire il fallimento del genere umano basta leggere la timeline di Lucky Nobili, ed è forse questo la sua ragion d’essere nell’ecosistema terrestre. Anche nel suo sito, Lucky Nobili mostra il meglio di sé: profilo diversamente greco, pinguedine allo stato brado e credenziali granitiche. Leggiamole: “Ciao, sono Luciano Nobili, ho da poco compiuto 40 anni e sono il Responsabile Città Metropolitane nell’Esecutivo nazionale del Pd. Sono romano e soprattutto romanista”. Mica cazzi. Noi però vogliamo sapere di più, così clicchiamo su “Chi sono”. Vogliamo sapere tutto su di lui: chi sia, chi non sia. E cliccando lo scopriamo: non è. Letteralmente. Apri la pagina “La mia storia” ed è vuota. O meglio: c’è un testo in finto latino, “Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit”, giusto per riempire a caso quel che riempire non puoi. È verosimile che, dopo questo articolo, Lucky Nobili impreziosirà la triste pagina vuota con la sua biografia vera: non vediamo l’ora. Nell’attesa ci siamo permessi di fare lo screenshot: non per cattiveria, bensì al contrario per stima. Ammettere d’esser niente, per un turborenziano, è davvero encomiabile.

Il Papa e i suoi nemici uniti solo dall’omofobia

La lunga lettera redatta da monsignor Carlo Maria Viganò, contenente un atto di accusa contro papa Bergoglio per la copertura accordata al cardinale molestatore McCarrick, può essere letta sia come una vendetta dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti “trombato” un paio di anni fa, che come un disperato gesto di opposizione a Francesco da parte di un anziano prelato che, ormai libero da incarichi, può dar voce alle lamentazioni di tanti gerarchi scontenti del pontificato argentino.

È probabile che le cose stiano così, ma questo non esclude che ciò che viene narrato nella lettera possa essere vero. Il principale indizio che porta in questa direzione consiste nella descrizione molto dettagliata e precisa di fatti e circostanze che Viganò è stato in grado di offrire a chi legge il documento. Con tutta probabilità non conosceremo mai la verità. Il papa non sembra interessato a smentire le dichiarazioni di Viganò, preferendo ignorarle del tutto e l’ex nunzio non è certo in grado di esibire prove che permettano di confermare la veridicità di quel che egli ha sostenuto nella lettera. A meno che qualche altro dirigente cattolico decida improvvisamente, cosa molto improbabile, di “vuotare il sacco” e confermare quel che ha scritto Viganò, la vicenda è destinata a sgonfiarsi abbastanza rapidamente.

La questione della pedofilia clericale è anche e soprattutto un pretesto all’interno di una battaglia politica senza esclusione di colpi per il controllo dell’organizzazione. La speranza di Viganò e dei suoi sodali è che la fine del pontificato argentino si stia avvicinando e che quindi si stiano per riaprire i giochi per la conquista del potere.

In questo scenario, Viganò e chi lo appoggia hanno, per risolvere tutti i problemi che affliggono la Chiesa, primo tra tutti la pedofilia clericale, una ricetta semplice centrata essenzialmente su una lotta senza quartiere al clero omosessuale. “Occorre denunciare – si legge nella lettera – la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di Teologia morale nel Sacred Heart Major Seminary di Detroit: “Il problema degli abusi del clero non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tantomeno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate”. Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, “agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l’intera Chiesa”.

In verità, su questo punto, e cioè sugli effetti della presenza dei gay nel clero, il papa non sembra pensarla molto diversamente da Viganò: certo non ha mai usato i toni esplicitamente omofobi adottati dall’estrema destra, ma in compenso ha parlato più di una volta di “lobby gay”, ribadendo ai vescovi italiani e a quelli cileni che l’omosessualità può intrecciarsi col tema degli abusi e che in ogni caso va “sradicata” totalmente dai seminari. Due giorni fa, Francesco l’ha definita implicitamente una malattia che, se presa in tempo, può essere curata con l’aiuto della psichiatria.

Insomma, il rischio concreto è che, al di là del caso McCarrick, le diverse cordate di potere in lotta per l’egemonia nella Chiesa si saldino intorno all’omofobia, all’identificazione degli omosessuali come gruppo “deviante”, perché più portato a molestare i bambini e a ad agire di concerto come un gruppo organizzato nell’ombra. Inutile dire che sarebbe la risposta peggiore alla crisi inaugurata dagli scandali sessuali del clero. La più sbagliata e la più dannosa.

La vera battaglia è per l’Europa

“L’Europa è sull’orlo di una drammatica disgregazione, alla quale l’Italia sta dando un pesante contributo, contrario ai suoi stessi interessi”. Anche solo per questa frase, l’appello lanciato da Massimo Cacciari e altre autorevoli figure della cultura italiana dovrebbe essere ascoltato. Ciascuno dovrebbe meditare la sua drammaticità. Ed è quello che Cacciari stesso ci invita a fare in un intervento successivo, invitandoci a comprendere “che l’indifferenza è ormai equivalente a irresponsabilità”, e ad assumere “le iniziative che ritiene più utili per contrastare la deriva in atto”.

Alla politica – cioè all’opposizione – l’appello chiede una “netta ed evidente discontinuità”, che ponga al centro “una nuova strategia per l’Europa”. Perché tutti coloro che vogliono resistere alla deriva sovranista abbiano la possibilità di non perdere le prossime elezioni europee (23-26 maggio 2019), preparando così il suicidio dell’Unione. Credo e spero di andare nel senso di questo appello se mi chiedo: la discontinuità riguarda anche lo spirito con cui si guarda a queste elezioni? Non ci fu niente di più insensibile al vero senso delle elezioni europee che la miope sicumera con cui Matteo Renzi attribuì a se stesso, al suo partito e alla sua politica nazionale l’inusuale consenso del 40% per il Pd nel 2014, come se appunto le elezioni del Parlamento europeo fossero un mezzo per rafforzare il partito e la sua politica nazionale, e non un mezzo per contribuire al compimento di una democrazia e di una politica sovranazionale. Eppure sono state quelle le prime elezioni in cui la coalizione o il partito sovranazionale vincente (il Ppe) ha espresso il presidente della Commissione (Juncker). In cui cioè ha cominciato a incarnarsi nell’istituzione il principio del trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali allo Stato federale, che sarebbe compiuto quando la Commissione fosse veramente divenuta l’esecutivo della Federazione, avocando a sé alcuni cruciali poteri ora caratteristici degli Stati e dei governi, e del loro Consiglio. Altiero Spinelli nel suo Diario europeo 1948-1969 definisce il federalismo “un canone di interpretazione della politica”. Non soltanto un criterio d’azione, ma anche di conoscenza. “Tutta l’opera di Spinelli è espressione dell’esigenza di abbandonare il paradigma nazionale, con il quale la cultura dominante interpreta la realtà politica” (L. Levi, Introduzione a A. Spinelli, La crisi degli Stati nazionali). Come si giustifica questa esigenza? Ognuno dovrebbe ricordare l’incipit del Manifesto di Ventotene: “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero”. Ecco come ragiona Spinelli. In termini di interna coerenza del principio universalistico di civiltà definito in tutta la sua radicalità dall’Illuminismo europeo. C’è un momento, pensa Spinelli, in cui questo principio di civiltà urta contro l’organizzazione delle società umane in Stati nazionali: perché tutti, anche quelli democratici, sono minati dalla polarizzazione della società in interessi organizzati “che si precipitano sullo Stato e lo paralizzano quando sono in equilibrio, e ne rafforzano sempre più il carattere dispotico, quando un gruppo o una coalizione di gruppi ha potuto sopraffare l’avversario e prendere il potere”. Questa polarizzazione degli interessi organizzati, che Spinelli, sulla scorta dell’economista Lionel Robbins, chiama “sezionalismo”, è la forza che corrode le democrazie: “Oggi lottare per la democrazia significa rendersi anzitutto conto che occorre arrestare questa insensata corsa, non solo italiana, ma europea, verso una società polarizzata in interessi organizzati che si precipitano sullo Stato e lo paralizzano quando sono in equilibrio, e ne rafforzano sempre più il carattere dispotico, quando un gruppo o una coalizione di gruppi ha potuto sopraffare l’avversario e prendere il potere”.

Questo pensiero sembra attraversare la stagione dei partiti di massa – e da noi della Prima Repubblica – poi volare alto sulla “liquidità” post-ideologica – e da noi sopra il liquame immobile della Seconda Repubblica – fino a fotografare non solo il perdurante ingranaggio delle “macchine d’affari” partitiche di oggi, ma il dato nuovo e antico: le “forze primordiali” che la norma etica, giuridica, politica è chiamata a controllare. “L’uomo civile è un prodotto complicato e fragile. I più grandiosi frutti della civiltà sono dovuti alla ferrea disciplina che questa impone al selvaggio animo umano… quella disciplina si può spezzare e lasciar emergere le forze primordiali”. È questo pericolo che dobbiamo leggere nello sciagurato linguaggio dei demagoghi che stanno picconando l’Europa civile. È l’alternativa fra civiltà e barbarie.

Mail box

 

Sui Benetton i giornaloni si comportano da vigliacchi

Mi permetto di inviare la presente breve nota per manifestare tutto il mio sostegno a Travaglio dopo aver letto i suoi articoli riguardanti il vergognoso trattamento rivolto dalla principale stampa italiana alla famiglia Benetton a seguito del grave incidente di Genova.

Da cittadino italiano impallidisco a prendere coscienza del fatto che a un gruppo privato sia concesso di creare tanta ricchezza su di un bene pubblico che riguarda la mobilità e quindi la vita di tutti noi come la rete autostradale.

Ma che l’intera classe giornalistica prenda vigliaccamente le parti della famiglia Benetton, in cambio di qualche pagina pubblicitaria, o di qualche tessera Viacard gratuita (sarebbe bello indagare su questo!) lo trovo un insulto alla radice della professione giornalistica, se ancora esiste. Mi congratulo con voi tutti, voce fuori dal coro, per perseverare con quel giornalismo di inchiesta ormai estinto in questo Paese. Certamente i Benetton fanno gli imprenditori, sebbene con modalità italiane, e cercano il profitto.

La Pubblica amministrazione ha ampiamente dimostrato di essere priva di ogni qualsivoglia spessore negli ultimi 20 anni, e questo è pacifico. Ma l’orribile delusione è proprio la stampa, a cui spetterebbe il compito di sorvegliare e che invece ha le mani sporche di sangue.

Federico Cozza

 

Dem e Autostrade ammettano le proprie responsabilità

Due parole sulla conferenza stampa della società Autostrade: non ammettono responsabilità, si rammaricano solo di non essere riusciti a comunicare a dovere la vicinanza alle vittime e alla città. Si vede proprio che sono fatti della stessa pasta del Pd, anche loro si lodano per aver fatto tante, ma tante, tante cose buone, ma lamentano di non essere riusciti a comunicarle a dovere per cui la gente ignorante non li ha capiti. United colors of schifosaggine acuta.

Paola Zucca

 

Salvini tappa (male) i buchi creati dalla sinistra

Da quando è caduto il Muro di Berlino, la sinistra italiana ha perso quella abilità di convincere il popolo incolpando gli oppositori delle belle imprese commesse da loro. Dopo avere perso le elezioni hanno dimenticato, inebriati dai loro veri ideali, che il pensiero di una vera sinistra è il bene del popolo, rimanendo così il vecchiume di prima della caduta del Muro.

Ora stiamo assistendo alle tristi comiche di personaggi dalla mente confusa che confondono la realtà con i loro sogni e fanno teatro credendo di recitare davanti a spettatori ignoranti e analfabeti, ribaltando una trama che tutti già conoscono. Se è vero che abbiamo meno rifugiati di altri Paesi europei, come mai abbiamo l’Italia invasa da poveretti abbandonati a se stessi, sotto il limite di sopravvivenza?

Questa è una indecenza da terzo mondo a cui deve rispondere la sinistra, visto che accusa il nuovo governo di gestire male una grana dimenticata da loro.

Salvini non ha ragione, ma tutti gli lasciano in mano il cerino acceso.

Servono soluzioni senza fare come ha fatto e sta facendo la sinistra di Renzi: accusare il nuovo governo di tappare male i buchi creati da loro stessi.

Omero Muzzu

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile direttore, l’articolo a firma Marco Palombi apparso sabato sul suo giornale evita accuratamente di segnalare ai lettori che gli ultimi 4 anni hanno rappresentato una forte discontinuità con la gestione precedente di cui si occupa l’indagine Anac riassunta nell’articolo. È proprio all’inizio della presidenza Boeri che è stato avviato un protocollo di vigilanza collaborativa con Anac (…) Alla luce delle prime interlocuzioni con Anac la Determinazione presidenziale n. 110 del 28 luglio 2016 ha ridisegnato l’assetto organizzativo dell’Ente e istituito la Direzione centrale acquisti e appalti, concentrando in un’unica struttura le competenze di approvvigionamento delle risorse per soddisfare i fabbisogni di tutti gli uffici, centrali e territoriali.

Con tale strategia abbiamo inteso ridurre la parcellizzazione degli affidamenti, provvedendo all’aggregazione dei fabbisogni delle strutture territoriali e della Direzione generale, con la finalità di assicurare, oltre che il raggiungimento di adeguate economie di scala, l’uniformità di prassi e comportamenti, a garanzia di un modello di consumo nazionale adeguato e trasparente utilizzando procedure informatiche innovative e quelle messe a disposizione da Consip. (…) In ogni caso, si evidenzia come sia stato in linea generale fortemente ridotto il ricorso alle procedure negoziate. Infine con riferimento specifico all’informatica, l’Inps ha accolto le indicazioni pervenute da Agid circa la necessità di abbandonare gli attuali sistemi proprietari a favore di infrastrutture informatiche standard.

A tal fine, nell’ottobre 2017, in esito ad apposita procedura, sono stati affidati ad una società esterna i servizi di supporto per la realizzazione di uno studio di fattibilità finalizzato alla dismissione dell’attuale piattaforma mainframe (…). Gli esiti dello studio di fattibilità danno avvio ad un complesso percorso inevitabilmente lungo, ma tracciato sin d’ora.

Inps-Ufficio Relazioni con i Media

 

Non possiamo che confermare che l’articolo ha evitato accuratamente di occuparsi di cose che non avevano a che fare con l’articolo, cioè l’inchiesta Anac sugli appalti Inps, nata per quelli 2012-2014 ma che si occupa anche almeno di uno del periodo 2017-2020. Ci scusiamo per aver dovuto abbreviare la lunghissima elencazione dei meriti della nuova gestione dell’Istituto (per il lettore, il senso è: tutto è già stato risolto) e accogliamo con gioia la notizia che quanto all’informatica, a dieci anni dalla prima nota Agid e dopo quasi uno da quella ultimativa del 2017, sia stato approntato “uno studio di fattibilità” per l’abbandono dei sistemi legacy. Il futuro è alle porte.

Ma. Pa.