I ragazzini giocavano da più di un’ora, e pareva che non fossero mai stanchi. Il maschio aveva una racchettona dalle corde allentate, eredità di qualche fratello maggiore; ribatteva con forza colpo dopo colpo le palline che la compagna tirava. Si trovavano su un campo da football scalcinato, tutto sassi ed erbacce, dove avevano tracciato sommariamente, col gesso, linee che riproducevano le dimensioni di un campo da tennis. Spesso una palla a campanile andava a finire sui mucchi di carbone della ferrovia, o nelle siepi dall’altra parte del campo, e il gioco si interrompeva per le ricerche che andavano sempre per le lunghe.
“Carla, spara più forte”, gridò a un certo punto il ragazzo all’amica. “Spara più forte che io sono Pietrangeli”. Un ciuffo di capelli neri gli spioveva sulla fronte, e il corpo magro si agitava nello sforzo ogni volta che doveva aggredire la palla. Carla giocava con molta più calma e con una certa classe. Non badava alle parole dell’altro, concentrata a seguire i rimbalzi irregolari della pallina tra i sassi.
“Basta, Berto, non ce la faccio più, davvero”. Parlava con una curiosa inflessione manierata, alternando i toni alti ai sussurri, resa buffa dalla marcata cadenza milanese, presa dalla madre. Gli occhi di un azzurro metallico le davano un’aria da adulta in contrasto col corpo di tredicenne. Si sedettero infine su una panchina ai bordi del campo, il Monte Bianco proprio di fronte, con una nuvoletta a forma di sopracciglio sulla cima. La nuvola si spostava con lentezza; sembrava indecisa a staccarsi dal bordo della montagna.
“Sabato compio quattordici anni; cosa mi regali?”, domandò il ragazzino passando il braccio intorno alla spalla dell’amica.
“Un bel niente”, disse Carla ridendo, ma il riso aveva qualcosa di sforzato.
“Ma tu avevi detto…”.
“Ecco, adesso ho cambiato idea, poi i soldi che mi ha dato il papà l’ultima volta li ho già spesi. E invece, perché non chiedi a quella là se ti regala qualcosa”.
“Quella là” era un’altra ragazzetta, molto bionda, che arrivava saltellando tra i sassi del sentiero.
“Sì, lei certo ti farà una sorpresa”, disse Carla visibilmente contrariata. “Ha due anni più di me e ha più soldi”. La biondina era arrivata e si era messa dalla parte dell’amico. Non aveva detto ancora una parola, e si trastullava con una ciocca dei capelli finissimi, che portava lunghi sulle spalle. Aveva occhi verdi da gatta.
“Dani, quando ripartite?”, domandò Carla guardandola in faccia col suo sguardo severo da grande.
“Mah, forse fra tre giorni o magari di più. La mamma dice che possiamo stare fino a quando ne ho voglia. Ma a me qui non piace, e se non ci fosse di mezzo il compleanno di Berto me ne sarei già andata al mare”.
“Io al mare non ci sono mai stata”, disse Carla.
“Ah, è bellissimo, ci si diverte da matti. Si sta tutto il giorno in spiaggia, si fa il bagno, c’è anche la piscina con il trampolino per i tuffi; poi la sera esci a prendere il gelato e a ballare, se i genitori non rompono. Forse prima o poi i tuoi ti ci porteranno”.
Carla scrollava la testa guardando Berto che con un bastoncino disegnava omini sparuti sulla terra.
“No, non voglio andare al mare perché Berto non può venire con noi. Il mare gli fa male, di notte non dorme. Colpa dello iodio, pare”.
“Ma a me piacerebbe”, disse il ragazzino. “L’ultima volta ho quasi imparato a nuotare. Poi, adesso che ho quattordici anni, qualche volta potrei anche star fuori di sera e trovare qualcuno che mi insegni a ballare”.
“Oh, allora l’anno venturo non ci vedremo, io torno qui e tu vai al mare con lei”. Carla si allontanò dalla panchina con un’occhiata furiosa, pigliando il sentiero che portava verso casa senza voltarsi. Aveva lasciato per terra la racchetta e il maglione indossato prima della partita. Berto li raccolse e li mise nella sua borsa da tennis. “Ecco”, disse all’amica, “ogni giorno succedono scene del genere, da quando sei arrivata tu”.
Dani non lo ascoltava: distesa sulla panchina cantava a bassa voce, guardando le nuvole che cominciavano ad addensarsi dalla parte dello Chécrouit.
Il ping-pong in giardino era il centro d’attrazione dei ragazzi dell’albergo, ma alla fine di agosto si poteva giocare per ore senza che nessuno reclamasse i propri diritti. Il sistema per proseguire anche dopo cena era quello di disporre qualche lampada a pila nei punti strategici intorno al tavolo. Le partite, forse, erano diventate un po’ monotone; da quando Dani era partita e i ragazzi più grandi avevano scoperto una tavernetta dove si ballava per pochi soldi, gli incontri si limitavano al singolare tra Carla e Berto. Ma anche questi stavano per finire: le serate diventavano sempre più fredde. “L’aria di ghiacciaio”, commentava il padre di Carla. “Il settembre in montagna è stupendo, ma bisogna cominciare a vestirsi come d’autunno a Milano. Già, occorrerà pensare anche al ritorno”.
Forse quella sera non sarebbero usciti in giardino, se la mamma di Berto non li avesse espressamente invitati a non star “sempre lì col muso lungo, come se non vi possiate più vedere. Non vorrà mica dire che avete litigato? Non ci posso credere. E perché, poi?”.
Uscirono: Berto con la giacca a vento sopra il maglione; e le nuove racchette che Dani gli aveva regalato prima di partire. Carla ancora coi sandali e senza calze, i grandi piedi da ragazzo, tanto in contrasto con la delicatezza del volto, scuriti dai due mesi di montagna. Giocava con la sua vecchia racchetta respingendo le palline con pochissimo impegno.
Non ci misero molto a stancarsi e si sedettero sul gradino più basso dell’entrata di servizio. Li sfiorava appena la luce della cucina, dove andavano e venivano le ombre della cuoca e della sguattera che stavano rigovernando. In silenzio: la prima a parlare fu Carla: “E adesso ti annoi, no? Dillo!”.
Berto taceva a occhi bassi, tirando sassolini contro il pino più alto. “Ora non c’è più Dani”, proseguì Carla con voce monotona, come se parlasse a se stessa o recitasse a memoria una brutta poesia. “Però lei ha le gambe grosse e le caviglie che sembrano salsicce. Alla sua età sarò molto più bella”. Carla aveva lunghe gambe snelle e molto abbronzate, e una faccia da nobildonna del Pisanello, aveva commentato una volta la sorella maggiore di Berto alle prese con un libro di scuola di storia dell’arte. Un giorno avrebbe fatto strage di uomini, aveva aggiunto, e il fratello l’aveva fulminata con gli occhi.
“Però, Carla”, disse Berto, “l’estate prossima veniamo ancora in montagna e ci divertiamo un sacco, vedrai”.
“Qui non ci voglio più venire”, mormorò Carla. “Fra una settimana vado a Erba da mia cugina; lì c’è un mucchio di gente simpatica, tanti ragazzi che hanno le ville col tennis”. E, alzando all’improvviso la voce: “Altro che le partite sul campo di calcio. A Erba il settembre passa in un attimo”.
“Io magari ti vengo a trovare, se vuoi”, disse Berto, “potrei arrivare in bici”. Se ne pentì subito, lei non gli dava più ascolto: Carla guardava da un’altra parte, forse verso la montagna, dove si agitavano i puntini bianchi dei rifugi, vicino alle stelle, o non guardava da nessuna parte, e non le importava più niente di nessuno, anche se avrebbe voluto pestare i piedi per terra e piangere e farsi consolare. Berto si alzò allontanandosi in silenzio nel giardino. Solo l’estate dopo, senza di lei, avrebbe capito tutto, e pensato con disperazione al bacio che non c’era stato, ma, come al solito, sarebbe stato troppo tardi.