Sull’onda della critica alle autostrade concesse ai privati, alcuni governatori del Nord, nei giorni scorsi, si sono fatti avanti: “I controlli sulle concessioni andrebbero delegati in modo federale”, ha detto il 22 agosto quello lombardo, Attilio Fontana, che vorrebbe far rientrare dalla finestra il federalismo dei trasporti uscito dalla porta col fallimento di Trenord. Gli ha fatto subito eco il governatore veneto Luca Zaia: “Serve una holding autostradale del nord-est”. Un’idea che ha avuto l’approvazione del vicepremier Matteo Salvini. Ma quanto fatto finora dalle due Regioni, in tema autostradale, dovrebbe insegnare qualcosa.
Il Concessionario autostrade lombardo (Cal, 50% Regione, 50% Anas) possiede le nuove autostrade della Regione. Tre opere prive di traffico, ai cui gestori andrebbe ritirata la concessione per inadempienza. Giusto per stare in tema di sicurezza, Pedemontana lombarda (in sigla, A36) in concessione alla Regione, non ha ancora ricostruito, né chiuso al traffico, quattro pericolosi ponti di sua competenza sulla superstrada Milano-Meda: un lavoro che avrebbe dovuto essere fatto per l’Expo 2015. Dal punto di vista delle cifre, non rispetta i parametri previsti dalla convenzione: al quarto anno (sempre in rosso), trasporta sui tre tronconi finora realizzati un terzo del traffico previsto, circostanza che ha fatto andare a gambe all’aria il piano economico-finanziario. Il finanziamento pubblico di 1,2 miliardi è già stato speso per le tangenziali a pedaggio (incomplete) di Varese e Como e per la prima tratta di Pedemontana di 22 km tra Cassano Magnago e Lentate. Il resto dei soldi, che avrebbero dovuto mettere i privati, non si sono più visti.
Tem (Tangenziale Est Milano) è invece priva di solidità patrimoniale e chiude da cinque anni i bilanci in rosso. Non è difficile capire perché. La nuova tangenziale, che avrebbe dovuto alleggerire il traffico sulle vecchie tangenziali milanesi, porta 23 mila veicoli al giorno di media, contro i 60 mila previsti. Col traffico stradale in aumento, gli ingorghi sulle vecchie tangenziali sono rimasti.
Per un esame davvero illuminante da parte del ministero dei Trasporti sulla situazione progettuale e finanziaria delle nuove autostrade, bisognerebbe partire dall’ultima grande opera costruita nel Nord Italia, la Brebemi (A35). Si tratta di 62 km di autostrada che corre parallela alla A4 Milano-Brescia: a quattro anni dalla sua apertura, il traffico è minimo e la concessionaria è vicina al fallimento. Costruita in project financing, si sarebbe dovuta ripagare anche lei con i pedaggi. Non ha funzionato. Sulla nuova autostrada transitano 25 mila veicoli in media al giorno, meno di una provinciale, contro le previsioni del piano economico-finanziario, di 60 mila unità. Il costo previsto era di 800 milioni, cresciuti poi a 1,6 miliardi, che diventano 2,4 miliardi con gli interessi del mutuo contratto oltreché con Banca Intesa, con la Bei (Banca europea degli investimenti) e la Cassa Depositi e Prestiti. Per giustificare l’opera, la concessionaria aveva fatto previsioni di costi sottostimate e di traffico sovrastimate. Le tariffe, per rendere credibile il project financing, sono state impostate su un valore doppio rispetto a quelle della media nazionale. Il risultato è che la Brebemi è in un grave stato di crisi. I costi d’esercizio e finanziari sono nettamente superiori ai ricavi, tanto che il 2014 si è chiuso con un -35,4 milioni, il 2015 con un -68,9, il 2016 -49,1 e il 2017 con un -39,2. I ricavi da traffico, di 66 milioni, non bastano neanche per pagare il mutuo di 90 milioni l’anno.
Se i pedaggi della vecchia rete autostradale non sono stati regolati con equità da Anas e ministero delle Infrastrutture, per le tariffe delle nuove autostrade è competente la nuova Autorità di Regolazione dei trasporti (Art, attiva dal 2013). Peccato che qui il controllante permetta che le cose vadano ancora peggio: Pedemontana lombarda, Tem e Brebemi hanno pedaggi più che doppi rispetto alla vecchia rete autostradale: 15 centesimi a km contro 7, con un tasso di remunerazione del capitale – come hanno rivelato i dettagli delle convenzioni pubblicati dal ministro Toninelli –, del 10% lordo.
In Veneto. La Pedemontana Veneta, partita anche essa con un project financing, ha dovuto cambiare approccio dopo che si è scoperto che, anche in questo caso, i traffici erano stati sovrastimati per giustificare il progetto. Il mercato finanziario non si è quindi mosso. Senza risorse, la Regione aveva avuto la pensata di finanziare l’opera con una addizionale regionale, bocciata però a furor di popolo. Dopo aver espropriato il 45% delle aree, l’autostrada è diventata superstrada e la determinazione delle tariffe sarà in mano alla Regione Veneto. Dopo 28 anni, si è arrivati al terzo atto aggiuntivo del progetto, che prevede il collegamento da Vicenza a Treviso. Commissariata, ha richiesto una nuova iniezione di 300 milioni di contributi pubblici e la richiesta di revisione del progetto da parte dell’Autorità anti corruzione, dopo che la Corte dei Conti aveva censurato i costi e la gestione della struttura commissariale, evidenziando clausole contrattuali particolarmente favorevoli al concessionario, nonché gravi problematiche ambientali. Società Pedemontana Veneta Spa, dopo 28 anni, deve ancora stendere il primo chilometro d’asfalto. Insomma, peggio di così la gestione “federale” non poteva fare.