Ronaldo. La colpa del “flop” non è sua, ma di chi ha promesso per lui faville

Doveva essere il fuoriclasse che avrebbe dato una svolta non solo alla sua squadra, ma a tutta la Serie A e invece devo confessare che le prime due prestazioni di Cristiano Ronaldo nel nostro campionato mi hanno deluso e da quello che leggo sulla stampa non sono l’unico. Mi viene a questo punto da chiedermi se tali prestazioni siano solo un caso e che il fuoriclasse portoghese sia solo un diesel che carburerà man mano oppure se la nostra Serie A non si stia sempre più trasformando in un ritrovo di vecchie glorie.

Sandro Punni

 

Gentile Sandro, la prima cosa da dire è che la colpa non è sua. Lui resta un grandissimo giocatore, sia pure di 33 anni e mezzo, ma la colpa del sostanziale flop delle sue prime esibizioni in Serie A è dell’Istituto Luce, che 94 anni dopo aver visto, appunto, la luce nel ventennio fascista, è rinato più potente e reboante che mai per narrarci le gesta non più del Duce, ma di CR7.

“Il colpo del secolo”, titolarono tv e giornali il giorno del suo arrivo alla Juventus; e pazienza se il colpo del secolo, forse, l’avevano fatto il Manchester United quando lo acquistò 18enne dallo Sporting per 12 milioni di sterline e poi il Real Madrid che investì su di lui, 24enne, 94 milioni di euro godendoselo nove stagioni e vincendo (anche) grazie a lui 4 Champions (e lui personalmente 5 Palloni d’Oro).

Difficile crederlo, ma Sky fece il countdown in attesa del suo esordio assoluto in Juve A-Juve B a Villar Perosa: chiaro che al pronti-via tutti si aspettassero i miracoli.

Invece CR7 ha mandato all’ospedale Sorrentino, ha provato a segnare un gol di mano, ha dato un cazzotto a Wallace e a un metro dalla porta laziale ha fatto una cosa che nemmeno Calloni ubriaco. Presente la legge del contrappasso?

Paolo Ziliani

Ilva, i sindacati chiedono incontro al governo

Tutti i sindacati (Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil e Usb) chiedono al governo un incontro “urgentissimo” sul caso dell’acciaieria di Taranto che ha tenuto il ministero dello Sviluppo economico impegnato in queste settimane. Lo si legge nella lettera congiunta inviata ieri sera al ministro Luigi Di Maio e al premier Giuseppe Conte e firmata da tutte le sigle.

“Alla luce dei pareri” di Anac e Avvocatura dello Stato, visto “l’imminente esaurimento della cassa” chiedono una “convocazione urgentissima” per conoscere le “decisioni che il governo intende assumere sulle prospettive industriali e occupazionali del gruppo Ilva dei suoi 14.000 lavoratori e del relativo indotto”.

I sindacati chiedono anche al governo di chiarire se “Arcelor Mittal ha acquisito Ilva attraverso una gara legittima o meno”. I sindacati minacciano la “mobilitazione” del gruppo Ilva e del suo indotto in mancanza di risposte.

Il Papa: “I bambini gay si possono curare con la psichiatria”

Che cosadeve fare un genitore quando il figlio dichiara la propria omosessualità? Su questa domanda, posta da un cronista a Papa Francesco, la risposta del Pontefice ha provocato l’indignazione della comunità Lgbt. “Una cosa è se si manifesta da bambino – ha affermato Bergoglio – e ci sono tante cose da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Un’altra è se si manifesta dopo i vent’anni, o cose del genere”. A nulla è servito il tentativo del Vaticano, che ha eliminato il riferimento alla psichiatria nella trascrizione dell’intervista: l’audio della risposta era già disponibile online e le associazioni per i diritti omosessuali hanno bollato come “gravi e irresponsabili” le parole di Bergoglio, ricordando che dal 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità ha cancellato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. “È sbagliato accostare l’omosessualità ad una patologia psichiatrica – ha ribadito Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center – anche perché ogni anno moltissimi giovani ci raccontano delle difficoltà e violenze in famiglia a causa della loro sessualità”.

La Lega esulta: il Tar boccia la moschea nel capannone

La Moschea di Cantù deve rimanere chiusa. Lo ha deciso ieri il Tar lombardo, che ha bocciato il ricorso dell’associazione culturale Assalam stabilendo che “un capannone costruito per uso commerciale, industriale o artigianale” non possa essere utilizzato “come luogo di culto”.

Il Comune di Cantù, feudo di centrodestra in provincia di Como a guida Edgardo Arosio, aveva chiuso la struttura nel giugno dello scorso anno dopo una lunga polemica con la comunità islamica locale, che in quel capannone celebrava le proprie feste e si riuniva per le preghiere. L’associazione Assalam aveva fatto ricorso contro la decisione del sindaco, ma i giudici lombardi hanno respinto le istante della comunità islamica spiegando che “il rilevante numero di persone che entra nell’immobile in occasione delle feste religiose” rappresenta un utilizzo “dei locali che, per la sua incidenza urbanistica ed edilizia, necessita del previo rilascio di un permesso di costruire” specifico. Il riferimento del Tar è una legge regionale del 2005 che ha reso necessario un permesso a costruire ad hoc per l’uso di un “bene come luogo di culto e di preghiera”. Niente da fare, dunque, per le tesi di Assalam, secondo cui la destinazione a luogo di culto dell’edificio era implicitamente autorizzata.

La sentenza, già accolta come “un successo storico della Lega” dal sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, potrebbe ora far tornare di moda un vecchio cavallo di battaglia del Carroccio, per altro inserito da Matteo Salvini nel contratto di governo con il Movimento 5 Stelle.

Il testo dell’accordo siglato a maggio, pur annacquando le pretese iniziali dei leghisti, prevede infatti la stesura di un registro degli imam e la chiusura dei luoghi di culto “che risultino irregolari”. Una definizione vaga a cui però il Tar ha dato i primi contorni.

La pagoda della Santanchè turba l’estate di Pietrasanta

La pagoda della discordia. A portare la bufera in Versilia non è la libecciata di questi giorni, ma una capanna. È fatta di legno e paglia, come quella dei tre porcellini, però a buttarla giù non è il lupo cattivo, ma un esponente del Pd, Ettore Neri che, con un’interrogazione in consiglio comunale, il 13 agosto, ha chiesto se il manufatto avesse i permessi per stare lì. A giudicare dal procedimento di infrazione edilizia, avviato dagli uffici del Comune di Pietrasanta, forse no, e la pagoda rischia di essere demolita a fine stagione.

La storia appassiona perché l’inquilina della capanna è nientemeno che la senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè. Durante lo stop estivo ai lavori parlamentari, la politica piemontese si rilassa, a pochi passi dalla riva, all’ombra della maxi pagoda, fornita di wi-fi ed elettricità, secondo gli standard elevati del Twiga, stabilimento amato dai vip, di cui la “Pitonessa” è azionista, insieme a Flavio Briatore.

“Secondo lei abbiamo messo questa struttura senza chiedere le autorizzazioni? Abbiamo chiesto tutto ciò che dovevamo, infatti non sono assolutamente preoccupata per i controlli che faranno”, aveva dichiarato la senatrice, al fattoquotidiano.it. Ma la vicenda non si è fermata qui e, in perfetta atmosfera versiliese da Sapore di mare, Daniela Santanchè ha tirato in ballo aspetti della vicenda che trascendono l’architettura della capanna. “Questo è un attacco personale da parte di un consigliere che ha la tenda a cinque metri da me, nello stabilimento accanto, ed è abbronzato solo a sinistra perché guarda sempre dalla mia parte, forse per debolezza del sesso maschile, non so”, ha detto lei.

Non si è fatta attendere la risposta di Ettore Neri. “Mi permetto di deludere la suddetta: il mio gusto estetico mi impedisce di osservarla”, ha scritto il consigliere comunale del Pd sul proprio profilo Facebook. Non pago, Neri ha pure postato un meme di se stesso, ma abbronzato solo a metà, accanto alla senatrice che gli indirizza un dito medio. Non esattamente due cuori e una capanna.

Nella bagarre di mezza estate si è inserito pure il sindaco di Pietrasanta Alberto Giovannetti, eletto due mesi fa per il centro destra, al ballottaggio, per un pugno di voti, contro lo stesso Ettore Neri. “La pagoda del Twiga? Ci sono gli uffici preposti, che devono esaminare i rilievi e trarre le conseguenze. Ho la mia interpretazione, ma non sono io a decidere” fa sapere al Fatto il primo cittadino.

Ma il Piano di Utilizzo degli Arenili del Comune di Pietrasanta parla chiaro. “Prevede che in spiaggia si usino solo tende o ombrelloni tradizionali per ripararsi dal sole”, spiega Rossano Forassiepi, ex assessore all’urbanistica del Pd e ingegnere. L’avvio del procedimento di infrazione nei confronti del Twiga, poi, rimanda all’articolo 18, in cui si legge che sono consentiti solo “modesti manufatti di legno ad uso servizi igienici, docce e cabine”. Il sindaco, con delega all’Edilizia e all’Urbanistica, rilancia: “Come succede in Italia, le cose si possono interpretare. A me non dispiace una costruzione del genere. È una scelta imprenditoriale. Se l’associazione dei balneari vorrà le pagode, tra un anno cambieremo il Piano di Utilizzo degli Arenili. È fermo al 2012? Sì, può darsi”, annuncia Giovannetti. Che si leva un sassolino: “Quella pagoda, forse un po’ più piccola, c’era da anni, ma guarda caso il consigliere del Pd Neri si è svegliato solo adesso”, insinua il primo cittadino. Sigla e appuntamento alla prossima puntata.

Tumori, nuova cura cellulare approvata dall’Unione europea

Un trattamentoche utilizza le cellule del sistema immunitario del paziente opportunamente “addestrate” per riconoscere e combattere i tumori. Secondo i ricercatori del gruppo farmaceutico Novartis, che ieri ha annunciato l’ok delle autorità europee al nuovo farmaco, per ora testato contro leucemia e linfomi che colpiscono i giovani, è una svolta. La terapia, chiamata Car T, è considerata da molti il futuro della lotta alle neoplasie. Peter Bader, capo della Divisione immunologia e trapianti di cellule staminali dell’University hospital for children and adolescents di Francoforte, che ha seguito il protocollo, parla di “progresso senza precedenti del paradigma terapeutico”. Il farmaco, evidenzia in particolare l’esperto, “costituisce una terapia salvavita per i giovani pazienti con Leucemia linfoblastica acuta che non sono stati trattati con successo con le terapie esistenti e per i quali sono rimaste poche opzioni terapeutiche. Ma i possibili sviluppi del nuovo trattamento, prodotto individualmente per ciascun paziente riprogrammando le cellule del suo stesso sistema immunitario, sono più ampi.

Trovata 76 anni dopo la nave affondata nel Po

Si era incagliata nelle secche del Po il 12 febbraio 1944, mentre cercava di sfuggire a una tempesta sull’Adriatico. È stata ritrovata 76 anni dopo, in zona Busa Dritta nel parco del Delta del Po (Rovigo), grazie alle appassionate ricerche di un ex dipendente dell’Enel. Il relitto della Regia Nave San Giorgio, incrociatore requisito dalla Marina tedesca dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, è ancora sotto le acque del Po, sepolta da uno strato di 3-5 metri di sabbia. Il ricercatore Luciano Chiereghin a Rovigo è chiamato “lo 007 della storia”. Appassionato di misteri irrisolti e di reperti della Seconda guerra mondiale, insieme ad altri ricercatori ha individuato il relitto con l’aiuto di un georadar, in grado di “radiografare” il sottosuolo grazie riflessione delle onde elettromagnetiche.

La San Giorgio venne fabbricata a Trieste dagli austriaci nel 1914 e dopo la Prima guerra mondiale entrò in forza alla Regia Marina militare italiana. Nel corso di un pattugliamento nell’Alto Adriatico, la notte tra il 12 e il 13 febbraio del ’44 la nave – ormai già in uso alla Kriegsmarine, che ne mantenne il nome cambiando il distintivo ottico da F95 a G107 – venne sorpresa da una tempesta a Punta della Maestra, alle bocche del Po della Pila. Il comandante non conosceva le insidie di quel tratto del Po e decise di tentare una pericolosa manovra entrando in navigazione nel fiume, sperando di trovare riparo dalla mareggiata per poi risalire la foce e raggiungere il vecchio faro di Pila presieduto da un comando tedesco. Ma la grossa nave si incagliò, inclinandosi sul fianco sinistro, e finì per affondare.

Non ci furono vittime tra i 52 uomini dell’equipaggio tedesco, che si misero in salvo sulla spiaggia del così detto “Scano della Mula” – oggi “Scano Boa” – tra le anse e i canneti di quel tratto caratteristico del Po. L’imbarcazione era lunga 54 metri e larga 8, con una stazza lorda di 363 tonnellate e i costi per il recupero del relitto sono elevati tanto che l’operazione è considerata oggi di difficile realizzazione.

Prima di finire in mani tedesche, la San Giorgio aveva il compito di pattugliare l’Adriatico tra Venezia e Ancona, mossa da una macchina a vapore della potenza di 960 cavalli. Era armata con un cannone da 76 mm e con due mitragliere accoppiate da 20 mm, oltre alle 28 mine e ad altre armi leggere. Abbandonata per anni, a Punta della Maestra era diventata quasi una leggenda, dopo essere stata depredata nell’immediato dopoguerra dai pescatori locali di tutti gli oggetti riutilizzabili. La punta del cannone affiorava ancora negli anni 60 dal fondo del fiume, mentre il peso della nave provocava un lento e inesorabile sprofondamento nelle sabbie del Po, immortalata anche dalla pellicola di Renato Dall’Ara, Scano Boa (1961).

Il Re del Brunello è nei guai col fisco: “Evasi 4,8 milioni”

Èaccusato di aver messo in piedi un sistema di vendite fittizie di bottiglie di vino d’annata con l’unico scopo di evadere il fisco. E a far partire l’indagine della Procura di Siena, anticipata ieri dal quotidiano La Nazione, era stata una denuncia per appropriazione indebita presentata dalla mamma e dalla sorella: così è finito sotto inchiesta Jacopo Biondi Santi, figlio di Franco e sesto successore della famiglia che produce il famosissimo Brunello di Montalcino.

L’indagine della Guardia di Finanza di Siena era partita un anno fa, a margine di una disputa ereditaria in sede civile e subito dopo la maxi-operazione che a dicembre 2016 aveva portato all’ingresso in “Biondi Santi” di Epi Group, il colosso francese proprietario dei più famosi marchi di champagne.

Attraverso le prime ricostruzioni e le diverse testimonianze raccolte, gli uomini delle Fiamme gialle coordinati dal procuratore di Siena, Salvatore Vitello, e dal sostituto procuratore, Niccolò Ludovici, sono riusciti a ricostruire un giro di false fatture milionarie finalizzato all’evasione dell’Iva. Il “sistema di frode” funzionava così: secondo l’ipotesi accusatoria, tra il 2015 e il 2017, Biondi Santi emetteva a cadenza mensile un numero molto alto di fatture per importi che andavano da uno a due milioni di euro e che certificavano la cessione di bottiglie di vino “Brunello di Montalcino DOCG” a due società di sua proprietà, la Montepo’ che produce Morellino di Scansano (Grosseto) e la Jbs srl, che si occupa di vendere prodotti agroalimentari, con sede proprio a Montalcino. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le fatture emesse nei due anni ammontavano a 203 milioni di euro per un totale di Iva esposta pari a 48 milioni e alla fine del mese venivano stornate: sette di esse, le uniche per cui non erano scaduti i termini per l’accertamento, sono finite nella lente dei finanzieri, che hanno accertato un’evasione dell’Iva pari a 4,8 milioni di euro. Per questo nei giorni antecedenti al Palio dell’Assunta, i militari della Guardia di Finanza di Siena hanno sequestrato al presidente della “Biondi Santi” beni e proprietà per un importo pari alla cifra evasa: 2,7 milioni di euro sono stati prelevati dai conti correnti oltre a una proprietà immobiliare, del valore pari ai restanti 2,1 milioni, che però non avrebbe niente a che fare con i terreni in cui si produce il pregiato Brunello di Montalcino.

L’avviso di sequestro è stato notificato nei giorni scorsi anche ai legali di Biondi Santi dello studio tributario Dentons di Milano, che ieri hanno diramato una nota per respingere le accuse: “Le operazioni oggetto di contestazione non hanno generato nel complesso la benché minima sottrazione d’imposta – si legge – in altri termini, a seguito delle operazioni contestate, il fisco non ha perso nemmeno un euro; tali operazioni, infatti, sono state effettuate esclusivamente per fini estranei a motivi fiscali”. Inoltre, secondo i legali di Biondi Santi la Guardia di Finanza non avrebbe “tenuto conto dei principi più volte affermati dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, i quali conducono a opposte conclusioni” perché “in questo caso sono state commesse, al massimo, solo talune violazioni formali, dalle quali possono discendere solo sanzioni corrispondenti alla natura di tali violazioni, il cui ammontare è conseguentemente molto modesto”.

Per l’ambito penale Biondi Santi è assistito dagli avvocati Enrico e Lorenzo De Martino del Foro di Siena che avranno tempo fino al prossimo 10 settembre per decidere la strategia difensiva da adottare. L’impenditore è il presidente della società che produce uno dei vini più celebri al mondo nella famosa tenuta familiare “Il Greppo”. A fine 2016 si concretizzò l’operazione con cui i campioni dello champagne Epi Group di Christopher Descours entrarono come soci di maggioranza nella società (per una cifra tra i 200 e i 300 milioni) pur lasciando la gestione al rampollo della famiglia Biondi Santi. L’indagine resa nota ieri lambisce anche la politica senese: la figlia 27enne di Biondi Santi, Clio, è da soli due mesi assessore all’Infanzia della neo giunta di Luigi De Mossi, ma non avrebbe alcun ruolo nella società.

La pubblicità (vietata) ora passa dai social network

Le principali compagnie del tabacco stanno aggirando i divieti di pubblicità negli Stati Uniti e nel resto del mondo puntando sui social network, arruolando influencer per pubblicare foto con le sigarette. Lo afferma uno studio di un team internazionale di ricercatori, che ha portato a una petizione alla Federal trade commission americana perché intervenga. La ricerca sponsorizzata dalla onlus Campaign for tobacco-free kids, riferisce il New York Times, ha analizzato i social media (Facebook, Twitter, Instagram) in 10 Paesi cercando hashtag che rimandassero a marche di sigarette. Sono stati poi intervistati, con la garanzia dell’anonimato, influencer e ”microblogger”. In totale sono stati identificati 123 hashtag sospetti, ad esempio #lus o #likeus per Lucky Strike, visualizzati 33 miliardi di volte nel mondo, di cui 8 miliardi negli Usa. ”La cosa più sorprendente – ha affermato Robert V. Kozinets, della University of Southern California che ha coordinato lo studio – è il livello di sofisticatezza della comunicazione in questi differenti network globali.

Holding autostradale del Nord: una via lastricata di fallimenti

Sull’onda della critica alle autostrade concesse ai privati, alcuni governatori del Nord, nei giorni scorsi, si sono fatti avanti: “I controlli sulle concessioni andrebbero delegati in modo federale”, ha detto il 22 agosto quello lombardo, Attilio Fontana, che vorrebbe far rientrare dalla finestra il federalismo dei trasporti uscito dalla porta col fallimento di Trenord. Gli ha fatto subito eco il governatore veneto Luca Zaia: “Serve una holding autostradale del nord-est”. Un’idea che ha avuto l’approvazione del vicepremier Matteo Salvini. Ma quanto fatto finora dalle due Regioni, in tema autostradale, dovrebbe insegnare qualcosa.

Il Concessionario autostrade lombardo (Cal, 50% Regione, 50% Anas) possiede le nuove autostrade della Regione. Tre opere prive di traffico, ai cui gestori andrebbe ritirata la concessione per inadempienza. Giusto per stare in tema di sicurezza, Pedemontana lombarda (in sigla, A36) in concessione alla Regione, non ha ancora ricostruito, né chiuso al traffico, quattro pericolosi ponti di sua competenza sulla superstrada Milano-Meda: un lavoro che avrebbe dovuto essere fatto per l’Expo 2015. Dal punto di vista delle cifre, non rispetta i parametri previsti dalla convenzione: al quarto anno (sempre in rosso), trasporta sui tre tronconi finora realizzati un terzo del traffico previsto, circostanza che ha fatto andare a gambe all’aria il piano economico-finanziario. Il finanziamento pubblico di 1,2 miliardi è già stato speso per le tangenziali a pedaggio (incomplete) di Varese e Como e per la prima tratta di Pedemontana di 22 km tra Cassano Magnago e Lentate. Il resto dei soldi, che avrebbero dovuto mettere i privati, non si sono più visti.

Tem (Tangenziale Est Milano) è invece priva di solidità patrimoniale e chiude da cinque anni i bilanci in rosso. Non è difficile capire perché. La nuova tangenziale, che avrebbe dovuto alleggerire il traffico sulle vecchie tangenziali milanesi, porta 23 mila veicoli al giorno di media, contro i 60 mila previsti. Col traffico stradale in aumento, gli ingorghi sulle vecchie tangenziali sono rimasti.

Per un esame davvero illuminante da parte del ministero dei Trasporti sulla situazione progettuale e finanziaria delle nuove autostrade, bisognerebbe partire dall’ultima grande opera costruita nel Nord Italia, la Brebemi (A35). Si tratta di 62 km di autostrada che corre parallela alla A4 Milano-Brescia: a quattro anni dalla sua apertura, il traffico è minimo e la concessionaria è vicina al fallimento. Costruita in project financing, si sarebbe dovuta ripagare anche lei con i pedaggi. Non ha funzionato. Sulla nuova autostrada transitano 25 mila veicoli in media al giorno, meno di una provinciale, contro le previsioni del piano economico-finanziario, di 60 mila unità. Il costo previsto era di 800 milioni, cresciuti poi a 1,6 miliardi, che diventano 2,4 miliardi con gli interessi del mutuo contratto oltreché con Banca Intesa, con la Bei (Banca europea degli investimenti) e la Cassa Depositi e Prestiti. Per giustificare l’opera, la concessionaria aveva fatto previsioni di costi sottostimate e di traffico sovrastimate. Le tariffe, per rendere credibile il project financing, sono state impostate su un valore doppio rispetto a quelle della media nazionale. Il risultato è che la Brebemi è in un grave stato di crisi. I costi d’esercizio e finanziari sono nettamente superiori ai ricavi, tanto che il 2014 si è chiuso con un -35,4 milioni, il 2015 con un -68,9, il 2016 -49,1 e il 2017 con un -39,2. I ricavi da traffico, di 66 milioni, non bastano neanche per pagare il mutuo di 90 milioni l’anno.

Se i pedaggi della vecchia rete autostradale non sono stati regolati con equità da Anas e ministero delle Infrastrutture, per le tariffe delle nuove autostrade è competente la nuova Autorità di Regolazione dei trasporti (Art, attiva dal 2013). Peccato che qui il controllante permetta che le cose vadano ancora peggio: Pedemontana lombarda, Tem e Brebemi hanno pedaggi più che doppi rispetto alla vecchia rete autostradale: 15 centesimi a km contro 7, con un tasso di remunerazione del capitale – come hanno rivelato i dettagli delle convenzioni pubblicati dal ministro Toninelli –, del 10% lordo.

In Veneto. La Pedemontana Veneta, partita anche essa con un project financing, ha dovuto cambiare approccio dopo che si è scoperto che, anche in questo caso, i traffici erano stati sovrastimati per giustificare il progetto. Il mercato finanziario non si è quindi mosso. Senza risorse, la Regione aveva avuto la pensata di finanziare l’opera con una addizionale regionale, bocciata però a furor di popolo. Dopo aver espropriato il 45% delle aree, l’autostrada è diventata superstrada e la determinazione delle tariffe sarà in mano alla Regione Veneto. Dopo 28 anni, si è arrivati al terzo atto aggiuntivo del progetto, che prevede il collegamento da Vicenza a Treviso. Commissariata, ha richiesto una nuova iniezione di 300 milioni di contributi pubblici e la richiesta di revisione del progetto da parte dell’Autorità anti corruzione, dopo che la Corte dei Conti aveva censurato i costi e la gestione della struttura commissariale, evidenziando clausole contrattuali particolarmente favorevoli al concessionario, nonché gravi problematiche ambientali. Società Pedemontana Veneta Spa, dopo 28 anni, deve ancora stendere il primo chilometro d’asfalto. Insomma, peggio di così la gestione “federale” non poteva fare.